A New York è stato fortemente
sconsigliato l’uso dell’mp3 alla maratona (proibito
dalla federazione nelle gare ufficiali). Si poteva
pensare a misure per evitare di essere investiti o di
non sentire un concorrente chiedere strada. Invece
no: si tratta di antidoping! Su quale componente
della performance agirebbe dunque la musica? Te lo
dico io: sulla percezione del dolore. Questo è ben
noto ai runners: a chi non è mai capitata una salita
che non finisce mai, una crisi a pochi km
dall’arrivo, un fondo medio su un terreno
impegnativo? È un dolore sopportabile ma è giusto
saperne di più.
Meccanismo su quattro livelli
Il dolore parte da recettori periferici ben precisi.
Questi segnalano al cervello che devono attivarsi i
meccanismi di difesa e il cervello deve percepire
quel sintomo fastidiosissimo che è, appunto, il
dolore. Un esempio: se metto inavvertitamente una
mano su una superficie molto calda, partono due
messaggi. Uno, rapidissimo, che funge da riflesso e
ci fa allontanare la mano senza che intervenga la
nostra volontà; l’altro, più lento, che permette al
cervello di sapere che ci siamo scottati ed elabora
una sensazione di dolore specifica per la scottatura,
indicando anche la sede. Se ci pungiamo un dito
avviene lo stesso, ma il cervello ci fa percepire un
dolore differente.
• PRIMO LIVELLO:
ricezione. Il dolore è scatenato dall’attivazione
delle terminazioni nervose dei recettori del dolore
(nocicettori) da parte di un trauma: stimoli
meccanici, termici, elettrici, chimici, viscerali
(dolore cardiaco: angina; dolore addominale: colica,
appendicite).
• SECONDO LIVELLO:
trasmissione. Lo stimolo doloroso
raccolto dai nocicettori viene trasmesso mediante i
nervi al midollo spinale. Una volta entrate nel
midollo le fibre trasmettono l’informazione dolorosa
al cervello. Nel 1965 Patrick Wall e Ronald Melzack
formularono la teoria del cancello” (Gate Control
Theory) sulla regolazione della trasmissione degli
impulsi dolorosi dalla periferia al cervello. La
trasmissione sarebbe correlata all’equilibrio delle
informazioni che percorrono il midollo spinale
attraverso le fibre di diametro largo (non
nocicettive) e quelle di diametro piccolo
(nocicettive = specifi che del dolore). Se prevale
l’attività nelle fibre larghe, il dolore sarà lieve o
assente (cancello chiuso), se invece prevale la
trasmissione lungo le fibre sottili si percepirà il
dolore (cancello aperto). Per meglio comprendere il
funzionamento del cancello, prova a immaginare
l’ustione a un dito. La prima reazione sarà quella di
soffi are, strofinare, comprimere la zona
traumatizzata, tutte manovre che attivano la
trasmissione lungo le fibre larghe e inibiscono la
trasmissione del dolore lungo le fibre sottili
(cancello chiuso). Il risultato sarà quello di una
ridotta percezione del dolore.
• TERZO LIVELLO:
il cervello. Il segnale arriva al cervello che viene
così “informato” del dolore.
• QUARTO LIVELLO:
percezione. L’uomo si occupa del
dolore da millenni e, infatti, indicazioni per la sua
cura sono state ritrovate sulle tavolette di
terracotta babilonesi, sui papiri egizi scritti ai
tempi della costruzione delle piramidi, sui documenti
in pelle persiani e sui rulli di pergamena
dell’antica Troia. Senza dilungarmi su questo
aspetto, affascinante ma un po’ fuori tema, vorrei
sottolineare che tutti i reperti citati indicano che
nell’antichità il dolore veniva controllato con
interventi sciamanici o sacerdotali di vario tipo,
poi abbinati a rimedi naturali. I principali
utilizzati da quasi tutte le civiltà antiche erano
degli esercizi fisici e il ricorso alle erbe, tra cui
la faceva da padrone l’oppio. Bene, a distanza di più
di 2.000 anni siamo allo stesso punto, nel senso che
i più potenti antidolorifici (morfina e simili) sono
comunque molecole affini all’oppio, che agiscono
inibendo la percezione del dolore a livello del
sistema nervoso centrale.
Corro, dunque soffro? Nello sport la percezione del
dolore ha due diverse facce. Una, come già detto, è
legata al concetto di fatica fisica, la cui
sopportazione è strettamente individuale. La musica
può effettivamente agire sulla sua percezione.
Diversi lavori scientifici hanno dimostrato che, a
parità di sforzo, si evidenzia una maggior resistenza
alla fatica quando vi sia una musica gradita dal
runner, una sorta di distrazione che “imbroglia” un
po’ il cervello facendo avvertire meno il dolore. Una
situazione comunque non pericolosa perché non può
portare oltre certi limiti. L’altra faccia del dolore
nel running è quella legata a infiammazioni o a vere
e proprie lesioni. Una tendinite, ad esempio, provoca
una sofferenza in corsa che non può restare
inascoltata e che deve indurre immancabilmente allo
stop. È importante, comunque, che il runner impari a
riconoscere i fastidi che ogni tanto lo affliggono,
distinguendo il male da infortunio da quello da
sovraccarico. Il dolore muscolare su entrambe le
gambe che ti ritrovi all’indomani di una gara o dopo
un allenamento pesante, per esempio, deve solo
indurre alla prudenza, in particolare se si attenua
notevolmente una volta che sei caldo. In questo caso
non c’è bisogno di fermarsi: basta ridurre la
quantità o evitare l’intensità. Il dolore che invece
si fa sentire in un punto preciso di un muscolo, di
un tendine o di un’articolazione richiede una
diagnosi precisa quando non si risolve con una
corsetta ma, al contrario, peggiora. Guai se cerchi
d’ignorare il dolore: peggiori solo le cose.
Rivolgiti dunque al tuo specialista di fiducia e
segui le sue indicazioni. (fonte:
www.runnersworld.it)