Gio - Gennaio 2, 2003Giornalismi senza catastrofismiUna recensione di "Giornalismi" di Angelo
Agostini
Una volta era semplice: c'era il cronista e
c'erano le suole che doveva consumare per portare a casa le notizie. Una
questione d'occhio e di sudore. Poi, al giornale, una specie di bottega
artigiana - fatta di fattorini segretarie, dimafonisti, linotipisti e tipografi
- metteva una lettera di piombo dietro l'altra per consentire al buon borghese
la sua preghiera mattutina. Naturalmente c'erano anche bestie più strane:
quelle che affollavano la prima pagina - gli illustri editorialisti - e quelli
che abitavano la «terza» , la pagina letteraria - elzeviristi
raffinati e noiosissimi professori universitari di paleografia diplomatica. Ma
non facevano parte della ciurma. Erano ospiti in terra straniera. Una volta il
giornale era una nave corsara. Tolto il capitano-direttore, gli altri erano
più o meno sullo stesso livello: tutti marinai imbarcati sullo stesso
vascello. Un mestiere che aveva poco di professionale e per molti rimaneva
un'avventura, ritmata dal ticchettio del telegrafo e, in tempi più
moderni, delle telescriventi. Tutti - dal grande inviato, all'umile reporter -
si davano del tu e si sentivano animati dal sacro fuoco che li spingeva a
scovare quella merce appena inventata chiamata notizia. Una volta tutto era
più semplice. O almeno questo è quello che ci hanno sempre
raccontato.
Ora non è più cosí. Il giornalismo è diventato plurale e la parola « giornalista » è ambigua. I giornalisti sono una tribù che conserva una certa somiglianza di famiglia, come i fringuelli delle Galapagos, ma - per fare un esempio - tra un redattore al desk e un grande inviato - uno dei pochi rimasti dopo le purghe degli anni '90 in cui i «senatori» della professione sono stati forzatamente mandati in pensione - corre una distanza siderale, una di quelle che si misurano in parsec. Angelo Agostini - che ha la passione giusta per insegnare questo maledetto e bellissimo mestiere - ha fatto una mappa della professione con il suo «Giornalismi. Media e giornalisti in Italia» (Il Mulino, 12 euro). Non si tratta di un esercizio accademico - anche se il libro ha tutti i crismi della scientificità e un apparato bibliografico di prim'ordine -, ma di una dettagliata fotografia di quello che è diventato il giornalismo in Italia. Il fotografo, però, non è distaccato, anzi. Nella scrittura è forte la tensione emotiva, l'imperativo etico, il «dover essere» . La parte normativa, comunque - come accade nel miglior giornalismo -, non offusca la capacità di vedere le cose come stanno. Il paesaggio descritto da Agostini non è un paesaggio di macerie: le imprese che si occupano d'editoria, in Italia, hanno cominciato ad avere bilanci sani e, proprio per questo, potrebbero tentare di svincolarsi dai vincoli della politica e degli interessi che per anni hanno reso asfittico il panorama editoriale italiano. Se ci fosse la volontà, argomenta l'autore, ora ci sarebbero le condizioni economiche di una maggior indipendenza dei mezzi di comunicazione di massa. Questa nuova capacità di stare sul mercato deriva soprattutto da due rivoluzioni che hanno cambiato per sempre il giornalismo in Italia e nel mondo. Da una parte l'aumento dei ricavi pubblicitari ha permesso di mettere a posto bilanci che da troppi anni erano in rosso. Dall'altra l'avvento delle nuove tecnologie ha aumentato in modo esponenziale la produttività dei giornalisti, rendendo possibile un notevole taglio dei costi. Insomma: nuove risorse hanno consentito investimenti i quali a loro volta hanno condotto a maggior efficienza. La formula perfetta del manuale del giovane economista. Agostini ha il pregio - dopo tante analisi apocalittiche - di evidenziare con forza i vantaggi di queste due rivoluzioni. Un punto di vista non banale in Italia dove troppo spesso la conservazione si traveste con i panni della critica radicale dell'esistente. Si parla del cattivo gusto della tv commerciale e non si comprende che senza questi denari l'informazione sarebbe più povera. Si descrivono le redazioni come delle fabbriche in cui giornalisti-polli in batteria sfornano pagine su pagine a partire da semilavorati testuali prodotti in «outsourcing» e non si vede l'enorme ricchezza dell'odierna offerta editoriale. Eppure basterebbe prendere un quotidiano del 2004 e confrontarlo con uno di dieci anni fa per capire la differenza e l'aumento non solo delle pagine, ma della qualità. Ma non c'è solo l'economia. Le nuove tecnologie hanno cambiato il modo di fare comunicazione di massa. Da una parte ormai non esistono più tempi morti, il flusso informativo è ininterrotto. Le notizie si chiudono a fatica in un racconto, sempre superato dall'ultimo lancio d'agenzia. Questo, davvero, è l'aspetto più preoccupante per chi - come chi scrive - si ostina a credere nel potere informativo della carta stampata. E' probabile che il futuro dell'informazione scritta - o meglio dell'informazione che della scrittura fa il medium principale - sia sul web e nei suoi illimitati spazi elettronici e non nella forma chiusa del quotidiano. Infine l'enorme erosione dei costi fissi - la rivoluzione dell'informatica personale - ora permette a chiunque di fare comunicazione di massa (o meglio di nicchia), anche con risorse limitate. E anche questa frontiera, quella dei «personal media» - perché costruiti in prima persona, anche se a partire da materiali già esistenti - è destinata a cambiare il paesaggio dell'editoria. Un'ulteriore sfida per una categoria che ha fatto del proprio ordine professionale un feticcio e, più cinicamente, una pesante barriera all'entrata. L'esaltante orizzonte dei prossimi anni per chi pensa che il giornalismo sia qualcosa di più di una professione. Paolo Ferrandi Gazzetta di Parma 24/10/2004 Posted: Gennaio 2, 2003 13:9 paferrobyday Articoli Email Comments |
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