Mer - Novembre 9, 2005

Il vento della delusione


Un fondo dalla Gazzetta di Parma del 9 novembre

Mettiamola così: le previsioni più rosee per i democratici parlavano di un possibile guadagno di 20/30 seggi alla Camera e di 4/6 al Senato. Davano quindi per scontato che il partito dei Clinton avrebbe guadagnato almeno il controllo della Camera, ma consideravano probabile che i repubblicani sarebbero rimasti maggioranza al Senato. Infatti per controllare la Camera alta i democratici avrebbero dovuto raggiungere il massimo risultato possibile: sei seggi. Cosa che - anche se alla vigilia appariva difficile - sembra sia avvenuta. Cinque seggi sono già nel carniere democratico e - anche se con margini estremamente ridotti, poche migliaia di voti - il candidato democratico è in vantaggio per il seggio senatoriale in Virginia. Sia pure con qualche patema (sarà possibile attribuire la Virginia ai democratici solo dopo aver ricontato i voti dello Stato, un'operazione che richiede mesi) la vittoria è a portata di mano. In più il guadagno di scranni alla Camera dei rappresentanti è alto (almeno 28).

Insomma è più che un successo. E' un trionfo, come riconosce l'edizione online dell'«Economist». I democratici si riprendono la Camera dodici anni dopo la rivoluzione conservatrice di Newt Gingrich e con ogni probabilità anche il Senato. Sulle cause di questa battuta d'arresto dell'onda elettorale repubblicana, che solo l'anno scorso pareva difficilmente resistibile, non ci sono troppe discussioni. Lo scontento che ha messo le ali ai candidati democratici è stato catalizzato dalla situazione in Iraq: l'occupazione che doveva trasformare in senso democratico l'intero Medio Oriente si è trasformata in un pantano che ogni giorno ingoia soldati americani, figli di quell'America profonda che questa volta, dopo anni, ha voltato le spalle ai repubblicani. Certo anche il disgusto per la corruzione e per l'ipocrisia ha giocato la sua parte: la maggioranza dei candidati coinvolti in scandali sono stati sonoramente bocciati, ma è la mancanza di prospettive credibili a Baghdad che ha affondato i repubblicani.

Il presidente Bush dopo anni in cui troppo spesso ha premiato la lealtà piuttosto che la competenza sembra aver capito che il vento è cambiato e la prima testa è caduta a poche ore dalla chiusura dei seggi. Il ministro della Difesa Donald Rumsfeld - da molti analisti e anche da tanti generali ritenuto il responsabile del disastro iracheno - si è dimesso. E' stato sostituito da Robert Gates, un veterano della Cia, molto vicino a Bush padre. Ora è presumibile che in politica estera avrà più spazio l'ala dialogante del Dipartimento di Stato, con in testa Condoleezza Rice. E' quindi prevedibile una sterzata, anche approfittando dei risultati della commissione indipendente sull'Iraq presieduta James Baker, un altro uomo di Bush senior. Una sterzata che potrebbe riuscire a solidificare il sostegno «bipartisan» di cui Bush ora ha bisogno.

Resta da dire che i democratici non si sono limitati a raccogliere i frutti dello scontento. Per la prima volta hanno presentato candidati capaci di parlare non solo ai «liberal» . Non è un caso che la vittoria del seggio del Montana ­ quella che ha fatto passare in vantaggio i democratici al Senato - ha il viso di Jon Tester. Il volto e il collo taurino di un agricoltore abituato alla difficile vita in una terra dove il cielo è ancora la cosa più grande.
Gazzetta di Parma 09/11/2006

Posted: Novembre 9, 2005 9:7   paferrobyday   Articoli   Email Comments


© Paolo Ferrandi