|
Quello che indigna Christian Rocca è il fatto
che i movimenti politici progressisti dopo aver cercato di realizzare il
paradiso in terra e dopo aver per questo inflitto l’inferno a buona parte
del genere umano ora abbiano completamente rinunciato a cambiare il mondo e
siano diventati partigiani dello "status quo" come dei Metternich fuori tempo
massimo. Quello di cui Rocca non tiene conto è che c'è una diretta
dipendenza tra i fallimenti delle utopie che hanno sfigurato il XX secolo e la
voluta modestia in politica estera dei progressisti più avveduti. Ma
andiamo con ordine. Rocca, inviato speciale del "Foglio", ha scritto - con
"Cambiare regime. La sinistra e gli ultimi 45 dittatori", Einaudi, 14,50 euro
un durissimo atto d’accusa contro la sinistra europea, la sua
ignavia, la sua scarsa preveggenza, la sua ottusità morale. La
ricostruzione del catalogo infinito degli errori e degli abbagli dei partiti
progressisti durante la guerra fredda è la parte migliore del libro,
anche se forse c'è una punta di troppo di polemica, dovuta anche alla
brillantezza della scrittura. La diagnosi è giusta: il legame ombelicale
che legava buona parte della sinistra all’Unione Sovietica - vista come
possibile alternativa comunista al mondo capitalista - ha fatto sì che la
politica estera della sinistra sia stata spesso troppo attenta alle ragioni
geopolitiche dell’Urss e troppo poco alle ragioni della democrazia e della
decenza morale.
E' anche vero che
l’atteggiamento dei partiti progressisti europei non è stato uguale
dappertutto e che, man mano che le rivelazioni sulla vera natura del
totalitarismo comunista divenivano sempre più evidenti,
l’atteggiamento della sinistra verso le ragioni dell’Urss è
mutato. Ma se si prende come pietra di paragone la vicenda degli euromissili -
il dispiegamento dei Cruise Usa nelle basi Nato d’Europa in risposta alla
minaccia degli SS20 sovietici - il bilancio, anche a pochi anni
dall’implosione dell’Unione Sovietica e a "strappo" consumato,
è sconfortante. Le marce della pace erano in realtà manifestazioni
contro gli Stati Uniti e a favore dell’Unione Sovietica: uno sbaglio sia
dal punto di vista morale che dal punto di vista più strettamente
politico. Ma è anche vero che, senza la zavorra costituita dalla forza di
mobilitazione dei partiti della sinistra europea, la guerra fredda avrebbe
potuto trasformarsi in conflitto caldo con tutti i rischi di annichilimento del
mondo insiti nella terribile e sterminata panoplia di armi nucleari a
disposizione di Unione Sovietica e Stati Uniti. Il tutto però a spese dei
Paesi dell’Europa dell’Est che per quarant'anni sono stati costretti
nel giogo dell’impero russo.
Rocca
trae un’amara lezione da questo poco glorioso passato. Anche ora, secondo
lui, la sinistra continentale è incapace di avere una politica estera
progressista. Una politica estera, cioè, che aiuti la democratizzazione
in atto del mondo e che renda la vita difficile alle dittature. Secondo Rocca -
oltre alle indiscutibili ragioni d’ordine morale - questo tipo
d’azione sarebbe conforme anche all’interesse dell’Occidente
che ha tutto da guadagnare dall’aumento del tasso di democrazia nel mondo.
Infatti le democrazie tendono a risolvere i problemi per via diplomatica e
generalmente non hanno mire espansionistiche. Insomma un mondo democratico
sarebbe un mondo con meno guerre, più attento ai commerci e più
aperto alla globalizzazione. In pratica sarebbe un mondo
occidentalizzato.
Però Rocca
commette un errore non perdonabile quando si discute di politica estera. Il suo
argomentare, infatti, non tiene conto dei rapporti di forza esistenti. Per fare
un esempio la caduta di Saddam Hussein è sicuramente un bene, ma il non
aver tenuto conto del fatto che i vicini dell’Iraq si chiamano Iran e
Siria, l’aver completamente annichilito l’esercito iracheno e
l’aver creduto alla propaganda di un gruppo ristretto d’esuli, ha
reso la situazione a Baghdad decisamente critica, visto che il Paese è in
preda a una guerra civile anche se a "bassa intensità". In pratica
l’avventura irachena ha mutato lo scenario del Medio Oriente. Ma a favore
dell’Iran, cioè del vero "nemico" degli Stati Uniti
nell’area. Un risultato non brillantissimo, anche a voler essere
magnanimi.
La realtà è che
la politica di democratizzazione attraverso atti di forza intrapresa
dall’amministrazione Bush ha alcuni punti di contatto con la dottrina
trotzkjista dell’esportazione della rivoluzione bolscevica. E’
animata dallo stesso volontarismo e nutre lo stesso disprezzo per i rapporti di
forza esistenti sul terreno. Una genealogia forse paradossale, ma neppure
troppo, tenendo conto del retroterra culturale di molti intellettuali "neocon"
(il gruppo più ideologicamente attrezzato e consapevole tra quelli che
hanno fornito l’utensileria intellettuale all’amministrazione
Bush).
Forse, quindi,
l’ottusità morale lamentata da Rocca nei confronti della sinistra
deriva proprio dall’amara lezione appresa da chi - imbevuto
d’ideologia - ha prodotto danni enormi pensando che alla fine le cose si
sarebbero automaticamente aggiustate, perché quella era la via indicata
dall’ineluttabile logica del "diamat" ( materialismo dialettico in salsa
russa). Una generazione di post utopisti che - con un certo disincanto,
chiamiamolo pure cinismo, ma la ricchezza delle nazioni non si costruisce solo
con i buoni sentimenti - vorrebbe che i rapporti di forza e l’interesse
nazionale fossero tenuti in conto nel delineare la politica estera
dell’Italia.
Paolo
Ferrandi Gazzetta di Parma
31/08/2006
|