Mer - Gennaio 1, 2003

Michael Moore, populista


Recensione di "Stupid White Men"

Il populista anti Bush

PAOLO FERRANDI

Non fatevi ingannare. Michael Moore non è un verde pacifista e inoffensivo come vorrebbe far credere. Michael Moore non è cortese, non è urbano, anzi è un gigantesco rompiscatole. Ma, soprattutto, Michael Moore è un cacciatore. Aspetta che la preda si mostri e poi: «boom». Un colpo solo, come Robert De Niro nel «Cacciatore», con il cervo - leggi l'intervistato di turno - che rimane lì, stecchito, appeso ad una frase incauta, capace - come un bubbone o una ferita - di rivelare tutto il suo squallore.

Ci vuole dell'arte ad estrarre sorridendo la stupidità dagli individui, soprattutto da quelli che si ritengono - a torto o a ragione - investiti da una missione d'ordine superiore. Un'arte sopraffina e crudele - come la caccia - che Moore padroneggia alla perfezione.

Per questo i suoi libri - come il vendutissimo "Stupid White Men", (Mondadori, 14 euro) - e i suoi film - come "Bowling for Columbine", per cui quest'anno ha vinto l'Oscar - non hanno una struttura squadrata da saggio sociologico, ma l'andatura ondeggiante e impacciata di questo americano d'origine irlandese sempre con il berretto in testa e il bomber d'ordinanza. L'ipostatizzazione dell'americano medio e la nemesi - buffonesca, ma non per questo meno crudele - dei poteri forti degli Stati Uniti. Nelle sue pagine sembra di andare a zonzo senza meta ed ecco che ti si para davanti il cervo nella radura. Allora capisci che il girovagare aveva un senso, che quella che sembrava bonomia era lucido calcolo. E lo guardi - il gigante dalla barba ispida con i vestiti che non hanno mai visto il ferro da stiro - in modo meno accondiscendente.

Intendiamoci: metà delle cose che Moore dice sono - quando va bene - inesatte, o profondamente segnate dall'ideologia, ma lui non vuole essere giusto, scientifico, giornalisticamente corretto. E' un incontro di wrestling e gli avversari hanno orde d'addetti alle pubbliche relazioni capaci di attutire i colpi più diretti.

Per questo va bene tutto: se l'incontro è truccato, allora si butta all'aria la baracca. Magari non si vince, ma si fa vedere l'inganno. Quindi le critiche sulla sua scarsa adesione ai fatti non colgono nel segno: non si chiede a chi fa satira lo stessa acribia cronistica di chi scrive articoli di giornale.

Stupid White Men è un libro che doveva avere come fulcro l'analisi della vittoria elettorale di George W. Bush contro Al Gore. Una vittoria ottenuta grazie ad una decisione risolutiva della Corte Suprema e che Moore - con molti colpi ad effetto e con qualche buona ragione - considera illegittima.

Ma poi c'è stato l'undici settembre e il libro ha rischiato - per ragioni patriottiche, com'è spiegato nella prefazione dell'edizione inglese che purtroppo non è stata tradotta in italiano - di non arrivare negli scaffali delle librerie. Alla fine - siccome Moore è un testone tremendo ( e fa guadagnare fior di quattrini) - il libro è uscito. Ed ha avuto un boom di vendite assolutamente insperato. Un successo che non si è arrestato neanche con le traduzioni e che - buon ultimo - si è registrato anche in Italia.

Il libro è un attacco durissimo a George W. Bush, accusato d'ogni tipo di nefandezza, ma soprattutto mostrato nelle sue debolezze da ultimo della classe: i suoi problemi con l'ortografia, la sua lingua non troppo sciolta quando esce dal copione, la sua battaglia - questa vinta, però - con la bottiglia.

E poi viene tutto il resto. In un crescendo che va dai problemi ambientali, alla predominanza della razza bianca; dalla scarsa propensione all'opposizione dei democratici, al potere vacillante del maschio. Insomma una critica radicale dell'«American Way of Life», ma fatta in nome ai principi - di giustizia, e d'eguaglianza - che hanno reso grande la democrazia americana. Perché il bello è proprio questo: Moore è l'archetipo dell'americano, è quasi un americano da storiella comica, con il suo dinamismo, il suo ottimismo, il suo daltonismo morale che non ammette sfumature.

Verrebbe da dire che assomiglia molto più alla sua testa di turco preferita - il presidente George W. Bush - che ai liberal che alla fine costituiscono il pubblico dei suoi libri.

Eppure è proprio questa la contraddizione che lo rende a suo modo seducente: cerca di risolvere i problemi del mondo in modo paradossale - battezziamo a tradimento tutti i nord-irlandesi, così risolviamo il conflitto religioso alla radice: se sono tutti cattolici, che gusto c'è a combattere? - e allo stesso tempo è capace di sfidare l'ira dei potenti, come nessun giornalista sembra più capace.

C'è una micidiale carica di populismo in tutto quello che dice, ma in Italia, dove ormai nessuno - tranne Bossi e in modo distorto - è più populista, forse è una lezione da recuperare.

Gazzetta di Parma 01/07/2003

Posted: Gennaio 1, 2003 1:6   paferrobyday   Articoli   Email Comments


© Paolo Ferrandi