Sab - Febbraio 1, 2003Leggere Lolita a TheranRecensione del libro di Azar Nafisi
Ci vuole un coraggio da leone a decidere di pubblicare
un libro che parla d'Iran e letteratura inglese. Il sentire comune del Belpaese,
infatti, descrive l'Iran come un posto caldissimo, piatto come una depressione
desertica, pieno di cammelli (o sono dromedari?) e dove si parla arabo. Un Paese
musulmano da cartolina.
Per la letteratura inglese, il discorso è simile: se si facesse una hit-parade di scrittori - a parte l'immancabile Hemingway - i nomi più gettonati sarebbero Steinbeck e Orwell. Non certo quel «vecchio sporcaccione» di Nabokov. C'è poco da stare allegri, quando la gente considera «La Perla » l'esempio idealtipico di racconto in inglese e non riesce a concepire che un musulmano possa parlare una lingua diversa da quella in cui è scritto il Corano. Ma questa è l'Italia. In più il libro parla della vita sotto un regime totalitario. E qui dovremmo essere più reattivi , perchè una dittatura ha devastato il nostro Paese. Solo che ce ne siamo dimenticati. O meglio ci siamo autoassolti. Se a questo si aggiunge che il punto di vista a partire dal quale è descritto il lento avvelenamento della vita civile che comporta l'instaurarsi della dittatura è dichiaratamente femminile - anche se non femminista - si capisce che il libro in questione sembri destinato al purgatorio dei Remainder. Ma a volte i miracoli accadono. E così «Leggere Lolita a Teheran» di Azar Nafisi (Adelphi, 18 euro) è diventato un piccolo caso editoriale. Un po' grazie al buon successo che il libro ha avuto negli States, un po' per il titolo indovinato, ma soprattutto perchè si tratta di un'opera riuscita. Di quelle che ti risucchiano all'interno del mondo che descrivono e ti lasciano qualche rimpianto quando, a malincuore, si gira l'ultima pagina. Azar Nafisi parte con molta umiltà e il libro è concepito come una specie di diario del seminario privato che l'autrice tenne per le studentesse a lei più care, una volta presa la decisione d'abbandonare l'insegnamento universitario. Una scelta imposta dal dilagare dell'ideologia della rivoluzione khomeinista. Tutto di una linearità assoluta, quindi. Anche la fine, dettata dalla scelta drastica e irrevocabile di abbandonare il Paese per tornare negli Stati Uniti, è senza scosse. Il primo scacco - la decisione di lasciare la cattedra di letteratura inglese - fa partire il congegno narrativo. L'ultima sconfitta - l'addio obbligato a Teheran - lo spegne. Ma all'interno di questo doppio prendere congedo c'è un midollo d'esperienza che vale la pena di fare proprio. Quello di cui si parla, infatti, è il potere liberatorio della grande letteratura. La scrittura degli autori amati da Nafisi - Nabokov, Fitzgerald, Henry James, Jane Austen e Saul Bellow - agisce come un farmaco e guarisce le ferite che il totalitarismo provoca. Un piccolo libro di sovversione non sospetta. Sembra un quadretto edificante, ma non è così. Il farmaco è anche un veleno e prima di guarire distrugge: i sentieri della letteratura sono tortuosi, non assomigliano alle strade diritte del ragionamento «more geometrico». Soprattutto quando la verità nasce all'interno del rapporto maieutico tra insegnante e studenti. Ecco che Lolita - il non avere scelta di Lolita, il suo essere tutt'intera in balia della fantasia sessuale di Humbert - diventa il simbolo dello stupro mentale che il pensiero totalitario opera ogni giorno su scala industriale. Ecco che l'orizzonte di Gatsby, il suo sogno purificato del desiderio per Daisy, alla fine finisce per perderlo. E quello che rimane è la materialità dei rapporti di dominio. Intanto all'entusiasmo per la cacciata di Reza Pahlavi si sostituisce l'apprensione per lo sbandamento della rivoluzione. Le prime manifestazioni di protesta sono represse nel sangue e la gente sparisce in prigione. Poi la guerra con l'Iraq, i missili su Teheran e i martiri bambini mandati allo sterminio nelle paludi dello Shatt el Arab. Infine la legge sul velo e la difficoltà per le donne di fare qualsiasi cosa se non accompagnate da un parente maschio (o dal marito). Così anche un viaggio in Turchia sembra l'ascesa al paradiso. Quindi la decisione di andarsene, per sentirsi ancora una persona. Alla fine il libro di Nafisi è proprio come lei sperava che fosse. Parla di letteratura senza fitti appartati di note e descrive il lento insediarsi di una dittatura all'interno del vissuto personale. Un libro semplice, ma non semplicistico. Anzi, alla fine l'autrice - nei ringraziamenti - paga un tributo a «Scrittura e persecuzione» di Leo Strauss, uno dei più importanti libri di filosofia politica del Novecento sicuramente il più esoterico e il meno compreso, soprattutto ora con tutto il cancan sui neoconservatori americani. Un indizio dell'opera al nero - fatta di buone e difficili letture - che ogni saggista-alchimista riesce a dissimulare nell'apparente semplicità della propria scrittura. Paolo Ferrandi Gazzetta di Parma 14/9/2004 Posted: Febbraio 1, 2003 12:25 paferrobyday Articoli Email Comments |
Quick Links
Calendario
Categorie
Articoli
Consigli & Sconsigli Cose curiose Guerra in Iraq Hic Sunt Leones Informazioni di servizio Internet Link Mac Media Politica e Economia Politica internazionale Politica italiana Politica Usa Societa' Tecnologia Vite illustri Archivi
XML/RSS Feed
Statistics
Total entries in this blog: 1954
Total entries in this category: 24 Published On: Settembre 14, 2004 14:58 |