Mer - Gennaio 1, 2003

Prigioni e democrazia


Recensione dei libro "Gauntanamo" di Carlo Bonini

Le gabbie dell'inferno

Guantanamo continua ad evocare - complice una famosa canzone - il caldo sole di Cuba, le sue spiagge bianchissime, il cielo e il mare di un azzurro intenso. Ma Guantanamo Bay è anche un fazzoletto di terra cubana che - per una delle tante smagliature della storia - ospita una base americana: un'enclave extraterritoriale che il regime di Castro non ha mai avuto la forza di riprendersi. Un avamposto che Washington si è tenuto ben stretto per tutta la guerra fredda, crisi del 1962 compresa.

Guantanamo Bay è la punta dell'iceberg dell'universo concentrazionario che gli Stati Uniti hanno messo in piedi per combattere la guerra a quel nemico ambiguo e terribile che è il terrorismo di matrice islamica. E' il gradino medio di una scala che - al livello infimo - comprende le buie galere degli Stati satellite dove si possono «estrarre informazioni» in modo non consentito nelle prigioni di uno Stato civile, cioè con la tortura fisica. Al grado più alto - per i detenuti con il privilegio della cittadinanza americana - questo sistema penale parallelo prevede, invece, le celle di massima sicurezza di qualche base militare in territorio Usa.

A Guantanamo Bay sono detenute centinaia di persone - compresi alcuni minorenni - che - in un modo o nell'altro - sono venute a contatto con la rete di Al Qaida. Nella maggior parte dei casi si tratta di uomini che sono stati catturati in Afghanistan in seguito alla disfatta del regime dei talebani, ma ci sono anche detenuti che provengono da altre zone calde del conflitto globale contro il terrorismo.

Nessuno di loro ha ancora subito un processo, nessuno di loro sa se la detenzione avrà mai un termine e se il termine sarà un'esecuzione capitale: sono semplicemente nemici catturati nel corso di una guerra, ma non sono soldati di uno Stato belligerante. Sono definiti dagli americani «nemici combattenti» («enemy combatants») e per loro - sempre secondo la giurisprudenza creata ad hoc dall'Amministrazione Usa - non si applicano le norme della Convenzione di Ginevra. Allo stesso modo ai minori incarcerati come «nemici combattenti» non si applicano le norme che sono previste a loro tutela dalle convenzioni internazionali.

Inoltre - e qui sta la giustificazione del fatto aver costruito una prigione in un lembo di terra paradisiaco - sono detenuti un una zona extraterritoriale al riparo dalle possibili incursioni della legislazione statunitense che è estremamente esigente in termini di diritti dei detenuti in attesa di giudizio.

Carlo Bonini - uno degli inviati di punta del quotidiano «La Repubblica», con alle spalle anni di lavoro a «Newsweek» - ha visitato a più riprese il carcere di Guantanamo e ha scritto un libro molto bello sull'argomento («Guantanamo. Usa, viaggio nelle prigioni del terrore», Einaudi, 8,50 euro). Nelle sue pagine i fantasmi evocati dai documenti ufficiali prendono corpo, ma non possono prendere parola. Infatti, la visita guidata dei giornalisti alla prigione non prevede contatti con i detenuti. Del resto questi contatti non sono previsti nemmeno tra i soldati - trasformati in secondini - e i detenuti. I primi coprono con il nastro adesivo il loro nome sulla mimetica, i secondi non hanno più un nome all'interno del carcere. La loro identità è rappresa solo in un numero: quello della cella.

Bonini nelle sue pagine osserva e trasmette quell'atmosfera di trattenuta violenza che scandisce la vita nella prigione. Le celle - vere e proprie gabbie d'acciaio - sono troppo piccole rispetto alle convenzioni internazionali e non consentono alcun'intimità ai prigionieri. Per loro è prevista solo la quantità minima di moto che serve per non far atrofizzare i muscoli. Questo - assieme al fatto che rifiutare il cibo è considerata una grave mancanza disciplinare - spiega perché molti detenuti abbiano acquistato peso a Guantanamo. Un evento che è stato utilizzato in modo distorto dai media Usa che hanno fatto dell'ironia con titolo del tipo «nella terribile Guantanamo, i nostri nemici ingrassano».

Naturalmente - ci mancherebbe altro - i detenuti non sono percossi e non vengono usati metodi coercitivi medioevali. E' meno ovvio - come nota Bonini - che la maggior parte delle regole che informano la vita a Guantanamo cada molto sotto gli standard minimi previsti dalla convenzione di Ginevra per il trattamento dei prigionieri di guerra. Del resto - e qui il ragionamento si morde la coda - per Washington le persone detenute a Guantanamo sono solo «nemici combattenti».

Ma Bonini va oltre e scruta gli eventi che non si sono ancora compiuti. Tra non molto a Guantanamo inizieranno i processi e non saranno «processi giusti». L'Amministrazione, infatti, ha deciso - per ragioni di sicurezza nazionale - di saltare a piè pari non solo la giurisdizione civile, ma anche le normali corti marziali che sono sembrate troppo «garantiste». Si è quindi deciso di utilizzare lo strumento delle «commissioni militari» in cui i diritti della difesa sono - per statuto - al di sotto degli standard minimi previsti in un Paese civile.

Il compito che si trova di fronte l'Amministrazione Bush è decisamente difficile: la battaglia al terrorismo islamico - dopo l'11 settembre - è una battaglia senza esclusione di colpi e ci sono esigenze di segretezza che - per ragioni di sicurezza nazionale - non possono essere derogate.

Ma ancora una volta traspare una volontà punitiva che non è razionalizzabile solo con la lotta all'islamismo. E' qualcosa di molto più atavico e pericoloso. Come se - parafrasando un proverbio tedesco - la paura avesse mangiato l'anima degli Stati Uniti. Come se l'America per combattere i nemici ne avesse assunto - in modo inconsapevole e irriflesso - lo sprezzo per le regole del vivere civile. Un pericolo che il libro di Bonini e le proteste delle associazioni per i diritti civili servono a impedire.

Paolo Ferrandi
Gazzetta di Parma 19/02/2004

Posted: Gennaio 1, 2003 10:47   paferrobyday   Articoli   Email Comments


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