Gio - Ottobre 2, 2003

Kerry, nuova frontiera reloaded


Recensione di "L'altra America. Kerry e la nuova frontiera" di Guido Moltedo e Marilisa Palumbo

C'è qualcosa di legnoso in lui. Non solo il viso - che sembra intagliato in un tronco, con quel mento enorme e quel naso importante -, ma anche i movimenti non sembrano del tutto fluidi, nonostante sia un atleta e si cimenti con successo in discipline sportive che richiedono grande coordinazione motoria come lo snowboard e il windsurf. John Kerry - lo sfidante democratico alla Casa Bianca - non è una persona «easy», come George W. Bush che sembra sempre sul punto di invitarti ad un barbecue. Uno che ti affibbia un nomignolo appena ti vede e sembra ti abbia conosciuto da sempre. Quasi una caricatura dell'affabilità, un uomo che sembra sempre sul punto di congedarsi da te e da tuoi problemi perché deve ricevere anche altri ospiti. Kerry invece sembra un film a cui ogni tanto salti un fotogramma.
Come spesso accade in tempi di «politica-spettacolo» la proiezione pubblica dei due candidati è stata limata dagli esperti di comunicazione e sicuramente non risponde alle pulsioni più autentiche dell'uomo Kerry o dell'uomo Bush. Ma una costruzione, chiamiamola «corpo percepito», per essere riuscita, deve lasciar trasparire qualcosa di più profondo, come accade che a volte, anche sul mare increspato, si riesca a percepire il fondo.
Per capire John Kerry e il suo progetto politico - che tra pochissimo sarà sottoposto al giudizio di Dio di una tra le elezioni più incerte di tutta la storia degli Stati Uniti - è utile leggere «L'altra America. Kerry e la nuova frontiera» , scritto da Guido Moltedo con l'auto di Marilisa Palumbo per la Bur (7,50 euro). Mentre Mauro della Porta Raffo con «I signori della Casa Bianca» (Edizioni Ares, 12 euro) offre una miniera d'aneddoti sulla politica Usa, mischiati a giudizi molto affilati, ma non sempre fondati.
Nel libro di Moltedo la vita di Kerry è passata al setaccio in modo analitico. L'infanzia passata in Europa al seguito del padre diplomatico e poi nel New England, nell'inferno dorato delle «preparatory school» più esclusive. Un ambiente in cui Kerry - cattolico e non dannatamente ricco - faceva la figura dell'outsider. E poi Yale e i primi passi in politica guidati dall'ammirazione sconfinata per la saga dei Kennedy. Infine la sofferta decisione di partire volontario per il Vietnam: il duro lavoro di comandare in zona di fuoco, le ferite, le perdite degli amici cari, le medaglie e il ritorno a casa. E qui inizia la storia del secondo Kerry: l'adesione al movimento pacifista, il toccante e coraggioso discorso davanti ai senatori in cui metteva in discussione la guerra, il lancio delle decorazioni sul prato della Casa Bianca e dopo alcuni anni l'ingresso in politica che, inizialmente, fu un insuccesso. Quindi il nuovo inizio come «junior senator» del Massachusetts, all'ombra di Ted Kennedy, ma sempre cercando di distanziarsi. Una vita che gli strateghi repubblicani della campagna di Bush dipingono come piena di contraddizioni e diretta da una sfrenata ambizione. Una forza, dicono, che porta Kerry ad essere sempre dalla parte giusta della barricata, senza troppo riguardo per i valori professati l'attimo prima.
Ma è possibile una lettura meno antagonista. E allora vengono fuori le ferite di una lenta maturazione. Non solo quelle vere - il senatore ha ancora schegge vietnamite conficcate nel corpo -, ma anche le cicatrici di uno che è arrivato alla disperazione e, poi, si è rimesso in gioco. Ecco allora che esce fuori il ritratto di un politico democratico in cui è ancora fortissimo il richiamo profetico dei Kennedy e la retorica della «nuova frontiera» , ma che è passato anche nel crogiolo della disillusione. Kerry non è sicuramente un «new democrat» alla Clinton e neppure un «kennediano spontaneo» come il suo partner nel ticket democratico John Edwards.
Piuttosto è un democratico che ha avuto la sua formazione politica negli anni della «guerra fredda», ma che il trauma del Vietnam ha profondamente segnato, facendogli toccare con mano i sacrifici e le assurdità che possono scaturire da decisioni non ponderate, anche se prese in perfetta buona fede. Un uomo che ha avuto dalla vita cicatrici profonde che lo hanno segnato e che ha un profondissimo senso della responsabilità individuale: per questo appare legnoso. Un uomo che, se gli elettori americani gli daranno fiducia, sarà un buon presidente in questi tempi difficili.
Paolo Ferrandi
Gazzetta di Parma 30/10/2004

Posted: Ottobre 2, 2003 11:11   paferrobyday   Articoli   Email Comments


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