Mar - Marzo 7, 2006Ultimissima edizioneUna mia recensione a "L'ultima copia del New York
Times" di Vittorio Sabadin
Immaginate un immenso volante. Pensate che non ci sia
nessuno alla guida e che il volante si giri da solo seguendo una specie
d’impulso magnetico. E’ con questa immagine - presa dal «Paysan
de Paris» di Aragon - che Walter Benjamin tratteggia i caratteri della
modernità e lo sconcerto che ci provoca. Una tempesta che ci prende alle
spalle e che ci trasporta - volenti o nolenti - verso il futuro. E' questa la
vertigine che prende molti giornalisti che tentano di immaginare quello che
rimarrà della loro professione da qui a dieci anni. Le proiezioni
elaborate in base ai dati di vendita, infatti, non concedono spazio
all’ottimismo. Secondo l'ormai famoso studio di Philip Mayer,
«The Vanishing Newspaper», l’ultima copia del «New York
Times» sarà pubblicata nel 2043. Naturalmente - e lo riconosce
lo stesso Meyer - si tratta di proiezioni che - come quelle di Malthus sulle
possibili carestie dovute all'aumento della popolazione, profezie che non si
sono ancora verificate - non tengono conto del fatto che normalmente gli
esseri umani - come tutti gli organismi adattivi - non si limitano a farsi
infilzare dalle circostanze, ma cercano di limitare i danni. E a volte
contrattaccano. Vittorio Sabadin - vicedirettore della «Stampa» - con
«L'Ultima copia del New York Times» (Donzelli, 15 euro) descrive
questo passaggio epocale e tenta di individuare le possibili vie d’uscita.
Con un’invidiabile vena narrativa - e qualche semplificazione,
giustificata, però, dal tono divulgativo del libro - Sabadin descrive la
battaglia della riduzione del formato affrontata da tutta la stampa negli ultimi
anni: quella che ha fatto del «Times» - l’ipostasi del
«quality newspaper» inglese - un «tabloid» come gli
spregiatissimi «Sun» e «Daily Mail». E’ la stessa
battaglia che ha portato quasi tutti i quotidiani a adottare il colore e a
sottoporsi a pesanti «restyling» grafici. Una ristrutturazione che ha
toccato anche la «Gazzetta di Parma» e la «Stampa» che si
sono affidate allo stesso studio grafico, quello di Antoni Cases a Barcellona.
Ma non basta. Il regno dei giornali è insidiato dalla «free
press», cioè la stampa gratuita che - tagliando all’osso i
costi - dovrebbe riuscire a vivere della sola pubblicità pur fornendo un
prodotto dignitoso. Un concorrente temibile per i quotidiani tradizionali. Le
insidie più pericolose però sono altre: i cittadini dei paesi
avanzati sono bombardati dalle informazioni e il loro tempo libero
è sempre più occupato da nuove attività ludiche.
Così il tempo dedicato alla lettura dei quotidiani si è
drasticamente ridotto. Nello stesso tempo i giornali hanno aumentato a dismisura
i loro notiziari. La situazione è paradossale: centinaia di pagine
stampate ogni giorno per l’occhio distratto di un lettore che non impiega
più di una manciata di minuti per dare uno sguardo al giornale. I
quotidiani poi hanno la sfortuna di essere impegnativi. La lettura è
un’attività che difficilmente si può fare in
«multitasking»: non si può guidare un’auto e leggere un
giornale, mentre è normale ascoltare la radio mentre si è al
volante. In più il giornale è costoso: la carta su cui è
stampato ha un prezzo e la distribuzione aggiunge altre voci di spesa. Ma non
è finita: la gente è sempre più abituata ad avere le
notizie in tempo reale. Il modello vincente è quello «24/7»
proprio delle reti tv «all news» dove le notizie sono fornite 24 ore
al giorno per sette giorni la settimana. Una vera rivoluzione per le strutture
redazionali dei quotidiani che ragionano in termini di «deadline» -
l’ora di chiusura, quando le rotative cominciano a funzionare - e di
contenuti esclusivi. La risposta di Sabadin è una sola: le rotative che
sono state acquistate in questi primi anni del 21° secolo saranno le ultime
e il giornalismo scritto farà il salto su Internet in tempi brevi.
Ma anche qui ci sono i problemi: i siti web hanno costi industriali molto
minori, ma - visto che la maggior parte dei contenuti è gratuita -
nessuno ha ancora trovato un modello di business adeguato per avere ricavi che
rendano sostenibile l’attività editoriale. E poi Internet è
un mezzo ad alta soglia d’accesso: prevede che il lettore abbia competenze
tecniche non troppo diffuse, almeno tra le persone che hanno più di 50
anni. Allo stesso tempo le potenzialità sono quasi infinite:
provate a pensare alle possibilità di costruire relazioni proprie di un
sito web dove i lettori possono commentare gli articoli o addirittura fornire il
loro contributo. Un intero mondo di opportunità che dovrebbe renderci
ottimisti sul futuro della professione del giornalista che forse dovrà
scendere dal piedistallo, ma che ha ancora molte suole da consumare per cercare
notizie che valga la pena di
pubblicare.
La Gazzetta di Parma 06/03/2007 Posted: Marzo 7, 2006 1:6 paferrobyday Articoli Email Comments |
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