Dom - Marzo 2, 2003Voglio uccidere BushRecensione di "Checkpoint" di Nicholson
Baker
Nicholson Baker è abituato alle polemiche e ai
fuochi di paglia che nascono e muoiono sulle pagine dei giornali. Un suo
precedente racconto «Vox» - che descriveva un episodio di sesso
telefonico - era già finito al centro del pettegolezzo letterario
perchè si era scoperto che il libro era stato il regalo malandrino di
Monica Lewinsky a Bill Clinton. E' inutile dire che a quel punto le vendite
dell'opera di Baker decollarono. Ma questa volta con «Checkpoint» - il
suo ultimo racconto, subito tradotto da Mondadori, 12 euro - le polemiche stanno
rischiando di uccidere il libro.
Infatti, il McGuffin della storia - cioé il meccanismo che innesca la narrazione - è di quelli che non passano inosservati. Due amici - il raziocinante Ben e il livido e disperato Jay - si ritrovano in una stanza d'albergo di Washington. Ben è stato chiamato da Jay che gli svela che sta progettando di uccidere il presidente Bush, l'uomo che odia di più al mondo e che accusa di essere il simbolo delle forze oscure che hanno violato l'integrità dell'America. Dopo una serratissima conversazione - piena di paranoia, divagazioni e informazione raccapriccianti sulla politica di potenza degli Stati Uniti - Ben riesce a convincere Jay a rinunciare al suo proposito. Inutile dire che negli Stati Uniti il libro è stato oggetto di violente polemiche. I commentatori della destra repubblicana che hanno posizioni di rilievo nel campo dei media - soprattutto nell'impero d'etere e di carta di Rupert Murdoch - hanno dipinto Baker come il simbolo dell' «angry left», la «sinistra arrabbiata » che non si tira indietro nemmeno di fronte all'omicidio - sia pure simbolico - di chi la pensa diversamente. Un fuoco di sbarramento argomentativo che non ha giovato al racconto. Anche perché le recensioni pi ù propriamente letterarie non sono state positive. Baker si é difeso dicendo che il suo libro non incita alla violenza, ma piuttosto insegna a prenderne congedo. A parere di chi scrive « Checkpoint » é un notevole - anche se forse non completamente risolto - ritratto della situazione difficile in cui si trova il pensiero «liberal» negli Stati Uniti. Il libro ne é la fotografia a tratti impietosa, ma efficacissima nel distruggere quel senso di superiorità morale che é il peccato originario di molte delle posizioni della sinistra anglosassone (e ancora di più di quella europea). I discorsi di Ben - il lato socialmente accettabile della coppia: ha un lavoro intellettuale, una famiglia e un approccio al mondo molto rilassato - non sono molto diversi da quelli di Jay, che progetta l'omicidio di Bush, facendo « marinare » proiettili radiocomandati in una scatola di biscotti assieme ad una foto del presidente. I principi cui sia Ben che Jay si appoggiano, infatti, sono delle perfette e sterili macchine celibi. Si tratta di un fascio di velleitari dilemmi morali che rifiutano la complessità del mondo. L'assoluta - ironicissima e favolistica - insensatezza dei mezzi che Jay propone per ammazzare Bush - i proiettili radiocomandati, una palla pesantissima con un cuore d'uranio impoverito, lame rotanti, intelligenti come un Cruise, pronte a tagliare il presidente a fettine - sono lo specchio della stessa velleità che alligna nelle soluzioni proposte per fare in modo che l'America recuperi la sua missione nei confronti del mondo. Si ha la sensazione che Baker abbia impastato la conversazione dei suoi due antieroi con i cascami e gli abiti lisi della cultura che è nata negli anni sessanta e che ora non riesce più a dare stimoli d'azione. La forfora del sessantotto. I due protagonisti si crogiolano nel loro sentirsi buoni, nella loro sensibilità empatica per le disgrazie del mondo: Jay è addirittura ferocemente contrario all'aborto, tutto preso nelle sue fumisterie sui diritti dei «neonati non-nati». Ma allo stesso tempo Jay non è capace di avere una famiglia: la sua è naufragata grazie alla paranoia travestita da desiderio di giustizia che lo abita. Insomma, suggerisce in modo non esplicito Baker, solo uscendo dal bozzolo delle «idées reçues» si può tornare a pensare il mondo con serietà come hanno fatto i padri di Ben e Jay negli anni precedenti lo scoppio della controcultura, quelli duri e ferrigni della guerra fredda. Per ironia della sorte è proprio quello che vorrebbero fare - a parere di chi scrive in modo altrettanto velleitario - i neoconservatori, cioè il gruppo d'intellettuali più odiato dall' «angry left» . E' proprio da questo doppio scacco che l'America dovrebbe uscire. Paolo Ferrandi Gazzetta di Parma 26/09/2004 Posted: Marzo 2, 2003 10:46 paferrobyday Articoli Email Comments |
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