Ven - Novembre 25, 2005

Un mostro delicato


Mia recensione a "Les Bienveillantes" di Jonathan Littell

Immaginatevi di scrivere un libro di circa 900 pagine. Immaginatevi di scriverlo in una lingua che non è la vostra anche se l’avete studiata e amata, visto che siete americano, ma il vostro libro è in francese. Immaginatevi che l’argomento non sia certo dei più lievi, visto che parlerete, senza nascondere nulla e senza eufemismi, di una delle più terribile tragedia del secolo che si è appena chiuso: lo sterminio degli ebrei europei da parte della Germania nazista. Immaginatevi di non concedere nulla alle attese del pubblico: tanto da essere costretto a mettere alla fine del libro un glossario che permetta ai vostri poveri lettori di distinguere uno "Sturmbannführer" (un maggiore delle SS) da uno "Standartenführer" (un colonnello delle SS). Immaginatevi che il protagonista del vostro libro sia un mostro. Un mostro delicato, con qualche scrupolo, ma ancora più terribile nella sua totale ottusità morale. Immaginatevi di non essere neppure uno scrittore, visto che fino a quasi quarant'anni avete lavorato ad alto livello nel campo della cooperazione internazionale. Insomma conoscete meglio la burocrazia delle Ong della società letteraria parigina.

Immaginatevi ora di essere pubblicato da uno dei più importanti se non il più importante degli editori francesi, Gallimard. Immaginatevi che prima dell’uscita del libro «Le Nouvel Observateur», il più snob dei settimanali francesi, vi dedichi la copertina e gridi al capolavoro. Imma­ginatevi che, nonostante la mole del libro, alla fine riusciate a venderne 250mila copie e che gli editori di tutto il mondo comincino a corteggiarvi. Immaginatevi di diventare per questo la stella della Fiera di Francoforte, calamitando più interviste di una rockstar. Immaginatevi di fare incetta di premi letterari e alla fine spuntarla alla grande anche con il più importante, il «Prix Goncourt», attribuito a voi nei giorni scorsi quasi all’unanimità. Vi sembrerà di essere il prota­gonista di una favola. Ma per Jonathan Littell questo è tutto vero: il suo romanzo «Les Bienveillantes», «Le Benedicenti», cioè le Eumenidi, un modo eufemistico e apotropaico di alludere alle Erinni è il caso letterario dell’autunno francese e, considerando l’entusiasmo con cui si approntano le traduzioni (in Italia ci sta pensando Einaudi), presto diventerà un caso letterario mondiale.

Il libro è bello, intelligente e necessario. Ma non è un capolavoro. Si può essere affascinati dalla psiche tormentata del suo protagonista, Max Aue. Si può essere presi dalla sua impassibile capacità di registrare l’orrore dello sterminio degli ebrei e di presagire la sconfitta nazista. Si può essere disgustati o affascinati dallo spessore teorico di questi nazisti senza scrupoli: eravamo abituati a vederli ritratti come macellai senza nessuna capacità intellettuale, ma, tra i vertici delle SS, c'erano anche i virgulti dell’università tedesca. Eppure il loro ragionare - giuridicamente elegante ­ ha prodotto una ferita purulenta nel tessuto della storia, il buco nero più vicino al male assoluto del secolo che si è appena concluso. Si può, infine, essere ammirati dalla maestria con cui Littell ha costruito il personaggio di Aue, mescolando la lucidità del suo sguardo con i continui riferimenti ad una corporeità che provoca disgusto. Ma in tante enciclopedica erudizione manca qualcosa. Qualcosa di molto semplice, presente in un capolavoro come «Le Roi des Aulnes», il romanzo favola di Michel Tournier dedicato all’Olocausto (e Prix Goncourt a sua volta nel 1970): la capacità di sondare le profondità del male restando alla superficie delle cose, in modo da spalancarne tutt'intera l’abissale e assoluta insensatezza.

L'opera di Littell ha però un grande pregio. Il libro mostra - con la verità dell’opera letteraria che è più profonda di quella squadernata in qualunque saggio - a cosa può portare l’idolatria della forma stato. Un’esimente che consente agli occhi di questi nazisti delicati di fare a meno di qualunque principio in nome della tensione del proprio popolo alla grandezza, al compimento del proprio «destino». Allora si comprende come agli occhi di Aue sia facile per chiunque scivolare nell’orrore perché, per usare le sue parole, «l'inumano, ascoltatemi bene, non esiste». Una raggelante constatazione che ci permette di capire il pericolo che deriva dal considerare come normali e accettabili mostruosità giuridiche infinitamente più piccole dell’Olocausto come Abu Ghraib o Guantanamo Bay.
Paolo Ferrandi
Gazzetta di Parma 24/11/2006

Posted: Novembre 25, 2005 11:33   paferrobyday   Articoli   Email Comments


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