Sab - Gennaio 11, 2003Intervista a Emanuele SeverinoIslam, cristianesimo e tecnica
Intervista con il filosofo Emanuele
Severino
, a Parma per una lezione del
ciclo Scientiae Munus
Lontano ma vicino «L'Islam è molto più occidentale di quanto si pensi» PAOLO FERRANDI Non ha l'andatura tipica del filosofo con la testa tra le nuvole. Non è un Talete soggetto allo scherno delle servette per la facilità con cui - secondo l'apologo - cade nelle buche per il troppo mirar le stelle. Emanuele Severino ha l'aspetto e i modi calmi di un professore universitario inglese. Vedendolo, nessuno è portato a sospettare che sotto la giacca sportiva e il cappotto che lo ripara da questo freddo inizio di primavera si celi una radicalità di pensiero che ha pochi uguali nel panorama filosofico italiano. Un pensatore che non ha paura di temi impegnativi e che, se non fosse una contraddizione di termini considerate le sue posizioni teoretiche, ha quasi un respiro hegeliano, per il suo generoso tentativo di dar conto - in termini filosofici - del mondo contemporaneo e del suo destino. Nei giorni scorsi è stato invitato a Parma per tenere una conferenza del ciclo «Scientiae Munus», organizzato dalla Provincia e dal Dipartimento di Fisica dell'Università. Una buona occasione per porgli qualche domanda partendo dall'attualità. Un'attualità subito trascesa e negata dalla profondità delle risposte. - C'è un aforisma di Adorno - in «Minima Moralia», un libro scritto durante la seconda guerra mondiale, in cui il filosofo francofortese, esule negli Stati Uniti, fa i conti con la società di massa che l'ha accolto e con l'eredità della cultura tedesca da cui è stato costretto a prendere congedo - che recita così: «Nelle comunicazioni relative ad attacchi aerei mancano di rado i nomi delle ditte che hanno fabbricato gli apparecchi: Focke-Wulff, Heinkel, Lancaster appaiono al posto di corazzieri, ulani ed ussari di una volta. Il meccanismo della riproduzione della vita, del suo assoggettamento e della sua distruzione è immediatamente lo stesso, e quindi industria, Stato e réclame vengono fusi insieme». Non le pare che questa caratteristica si sia addirittura accentuata nelle guerre contemporanee: Patriot, Cruise, Apache... Una specie di sottolineatura del dominio della tecnica. «Indubbiamente la guerra contro l'Iraq è un aspetto della conflittualità economica. In primo piano però sta il fatto che gli Stati Uniti - e anche la Russia - hanno raggiunto uno stato di invincibilità per il quale non possono permettersi che le varie forme di potenza - tra cui quella economica - di cui dispongono vengano incrinate. Alle spalle della componente economica c'è la volontà di sopravvivenza. Chi ha raggiunto uno stato così privilegiato tende a perderlo e non può permettersi che il suo dominio venga incrinato. Sullo sfondo c'è la questione della tecnica. E' la tecnica ad assicurare quella sopravvivenza che il capitalismo ritiene di dover esso stesso assicurare. Si sta andando da uno stato da cui il capitalismo crede di essere il difensore della normalità sociale e in cui si presenta come lo scopo fondamentale della società ad uno stato in cui le forme primarie della volontà di potenza tendono a servirsi esse stesse del capitalismo. Così il capitalismo diventa un mezzo invece di perpetuarsi come scopo, anzi lo scopo per eccellenza della società. Le forme determinanti tendono a servirsi esse stesse del capitalismo che non è più uno scopo, ma solo un mezzo». - Lei, in alcuni suoi scritti recenti, ha tracciato uno specie di parallelismo tra il fondamentalismo islamico e il pensiero occidentale. Sembrano contrapposti - e in un certo senso lo sono - però al tempo stesso hanno una specie di radice comune. Un'analisi che s'accorda con le risultanze - in questo caso non filosofiche, ma sociologiche - delle ricerche di chi ha rintracciato nei movimenti integralisti una specie di secolarizzazione e politicizzazione del pensiero islamico, quasi parallela con la teologia secolarizzata che secondo alcuni è alla base dei movimenti di liberazione (e totalitari) di tipo occidentale che hanno marchiato l'epoca contemporanea. «L'Islam ha la tendenza a vedere nel capitalismo l'antagonista, il Satana che bisogna distruggere. Se ci si avvicina al fenomeno, allora le cose cambiano aspetto perché l'Islam non può essere considerato un fatto a noi estraneo, non occidentale. Appartiene all'Occidente. La comune matrice vetero-testamentaria è fuori discussione, poi l'Islam adotta anche testi evangelici, sia pure reinterpretandoli. Ma soprattutto c'è, sia da parte della cultura filosofica occidentale - la filosofia è l'anima di una civiltà - sia da parte della cultura filosofica dell'Islam, il comune intento di mostrare come la rivelazione religiosa sia in accordo con la sapienza greca, considerata come la suprema forma di razionalità. Da una parte c'è San Tommaso che intende mostrare come Aristotele sia accordabile con la rivelazione di Cristo e sia la base razionale di questa rivelazione. Dall'altra c'è Avicenna che compie la stessa operazione, soltanto che al posto dell'Evangelo c'è il Corano. L'operazione è identica. Questo mostra come la distanza dell'Islam dall'Occidente - in particolare dall'Occidente cristiano - sia molto relativa». «Ma più decisivo - prosegue Severino - è il fatto che esiste una contrapposizione tra il Cristianesimo e l'Islam da un lato e la cultura filosofica degli ultimi due secoli. Una cultura filosofica che dice in sostanza che Dio, ogni Dio, è morto. Un'affermazione che non basta pronunciare perché abbia valore. C'è una radicalità terribile in questa affermazione. Così il vero nemico dell'Islam è lo stesso del Cristianesimo: quella contemporaneità che vede in Dio un cadavere. Il Satana dal punto di vista dell'Islam - ma allora anche del Cristianesimo - è la forma ultima della modernità, quella forma che mostra l'impossibilità d'ogni verità assoluta, d'ogni certezza». «Ecco, la filosofia contemporanea così intesa - spiega Severino -va alleandosi alla tecnica. I motivi di questa alleanza sono abbastanza complessi e forse non è il caso di ricapitolarli, ma c'è questa convergenza tra filosofia contemporanea e tecnica. Questa convergenza è vista come il nemico, ma è anche la volontà di potenza vincente rispetto alla tradizione, di modo che, da un lato c'è l'angoscia per la perdita dei valori della grande tradizione occidentale - cristianesimo compreso -, ma dall'altro c'è una nota di relativo ottimismo. Dopo un periodo in cui sembrerà che le istanze di tipo fondamentalistico abbiano la prevalenza, accadrà che queste istanze verranno subordinate alla dominazione dalla tecnica. Naturalmente quando parliamo di tecnica non dobbiamo intenderla in senso ingenuo, ma come alleanza tra pensiero tecnologico e filosofia contemporanea. E neppure in senso heideggeriano: secondo lui l'autentica filosofia del suo tempo - la sua - prende le distanze dalla tecnica. Ma non è così». _ C'è un verso di Hölderlin - in «Patmos» - che recita: «Là dov'è il pericolo cresce anche ciò che salva». Un verso più volte commentato da Heidegger. In parte mi ha già risposto, ma c'è la possibilità di andare oltre il dominio della tecnica, oppure siamo vincolati a questo destino che dev'essere portato fino in fondo? «L'uomo è destinato ad andare oltre la dominazione della tecnica, ma non per i motivi che l'uomo occidentale - od orientale - adducono contro la tecnica. Non in base ai valori della nostra cultura; non è un Dio che ci può salvare, per usare un'altra metafora cara ad Heidegger. Si va oltre la tecnica, perché si va oltre il senso di Dio e dell'uomo stesso. Tecnica, uomo e Dio, sono figure solidali, di modo che l'oltrepassare l'una è l'oltrepassare l'altra». Gazzetta di Parma 17/04/2003 Posted: Gennaio 11, 2003 11:38 paferrobyday Articoli Email Comments |
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Total entries in this category: 22 Published On: Maggio 14, 2004 16:33 |