Opera di Manuela
Marussi
IL DISCORSO AL CAIRO DEL 4 GIUGNO
"Con
l'Islam un nuovo inizio"
di
BARACK OBAMA
SONO onorato di trovarmi qui al Cairo, in questa città
eterna, e di essere ospite di due importantissime
istituzioni. Da oltre mille anni Al-Azhar rappresenta il
faro della cultura islamica e da oltre un secolo
l'Università del Cairo è la culla del progresso
dell'Egitto. Insieme, queste due istituzioni rappresentano
il connubio di tradizione e progresso.
Sono grato di questa ospitalità e dell'accoglienza che il
popolo egiziano mi ha riservato. Sono altresì orgoglioso di
portare con me in questo viaggio le buone intenzioni del
popolo americano, e di portarvi il saluto di pace delle
comunità musulmane del mio Paese: assalaamu alaykum.
Ci incontriamo qui in un periodo di forte tensione tra gli
Stati Uniti e i musulmani in tutto il mondo, tensione che
ha le sue radici nelle forze storiche che prescindono da
qualsiasi attuale dibattito politico. Il rapporto tra Islam
e Occidente ha alle spalle secoli di coesistenza e
cooperazione, ma anche di conflitto e di guerre di
religione. In tempi più recenti, questa tensione è stata
alimentata dal colonialismo, che ha negato diritti e
opportunità a molti musulmani, e da una Guerra Fredda nella
quale i Paesi a maggioranza musulmana troppo spesso sono
stati trattati come Paesi che agivano per procura, senza
tener conto delle loro legittime aspirazioni. Oltretutto, i
cambiamenti radicali prodotti dal processo di
modernizzazione e dalla globalizzazione hanno indotto molti
musulmani a considerare l'Occidente ostile nei confronti
delle tradizioni dell'Islam.
Violenti estremisti hanno saputo sfruttare queste tensioni
in una minoranza, esigua ma forte, di musulmani. Gli
attentati dell'11 settembre 2001 e gli sforzi continui di
questi estremisti volti a perpetrare atti di violenza
contro civili inermi ha di conseguenza indotto alcune
persone nel mio Paese a considerare l'Islam come
inevitabilmente ostile non soltanto nei confronti
dell'America e dei Paesi occidentali in genere, ma anche
dei diritti umani. Tutto ciò ha comportato maggiori paure,
maggiori diffidenze.
Fino a quando i nostri rapporti saranno definiti dalle
nostre differenze, daremo maggior potere a coloro che
perseguono l'odio invece della pace, coloro che si
adoperano per lo scontro invece che per la collaborazione
che potrebbe aiutare tutti i nostri popoli a ottenere
giustizia e a raggiungere il benessere. Adesso occorre
porre fine a questo circolo vizioso di sospetti e
discordia.
Io sono qui oggi per cercare di dare il via a un nuovo
inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo;
l'inizio di un rapporto che si basi sull'interesse
reciproco e sul mutuo rispetto; un rapporto che si basi su
una verità precisa, ovvero che America e Islam non si
escludono a vicenda, non devono necessariamente essere in
competizione tra loro. Al contrario, America e Islam si
sovrappongono, condividono medesimi principi e ideali, il
senso di giustizia e di progresso, la tolleranza e la
dignità dell'uomo.
Sono qui consapevole che questo cambiamento non potrà
avvenire nell'arco di una sola notte. Nessun discorso o
proclama potrà mai sradicare completamente una diffidenza
pluriennale. Né io sarò in grado, nel tempo che ho a
disposizione, di porre rimedio e dare soluzione a tutte le
complesse questioni che ci hanno condotti a questo punto.
Sono però convinto che per poter andare avanti dobbiamo
dire apertamente ciò che abbiamo nel cuore, e che troppo
spesso viene detto soltanto a porte chiuse. Dobbiamo
promuovere uno sforzo sostenuto nel tempo per ascoltarci,
per imparare l'uno dall'altro, per rispettarci, per cercare
un terreno comune di intesa. Il Sacro Corano dice: "Siate
consapevoli di Dio e dite sempre la verità". Questo è
quanto cercherò di fare: dire la verità nel miglior modo
possibile, con un atteggiamento umile per l'importante
compito che devo affrontare, fermamente convinto che gli
interessi che condividiamo in quanto appartenenti a un
unico genere umano siano molto più potenti ed efficaci
delle forze che ci allontanano in direzioni opposte.
In parte le mie convinzioni si basano sulla mia stessa
esperienza: sono cristiano, ma mio padre era originario di
una famiglia del Kenya della quale hanno fatto parte
generazioni intere di musulmani. Da bambino ho trascorso
svariati anni in Indonesia, e ascoltavo al sorgere del Sole
e al calare delle tenebre la chiamata dell'azaan. Quando
ero ragazzo, ho prestato servizio nelle comunità di Chicago
presso le quali molti trovavano dignità e pace nella loro
fede musulmana.
Ho studiato Storia e ho imparato quanto la civiltà sia
debitrice nei confronti dell'Islam. Fu l'Islam infatti - in
istituzioni come l'Università Al-Azhar - a tenere alta la
fiaccola del sapere per molti secoli, preparando la strada
al Rinascimento europeo e all'Illuminismo. Fu l'innovazione
presso le comunità musulmane a sviluppare scienze come
l'algebra, a inventare la bussola magnetica, vari strumenti
per la navigazione; a far progredire la maestria nello
scrivere e nella stampa; la nostra comprensione di come si
diffondono le malattie e come è possibile curarle. La
cultura islamica ci ha regalato maestosi archi e cuspidi
elevate; poesia immortale e musica eccelsa; calligrafia
elegante e luoghi di meditazione pacifica. Per tutto il
corso della sua Storia, l'Islam ha dimostrato con le parole
e le azioni la possibilità di praticare la tolleranza
religiosa e l'eguaglianza tra le razze.
So anche che l'Islam ha avuto una parte importante nella
Storia americana. La prima nazione a riconoscere il mio
Paese è stato il Marocco. Firmando il Trattato di Tripoli
nel 1796, il nostro secondo presidente, John Adams,
scrisse: "Gli Stati Uniti non hanno a priori alcun motivo
di inimicizia nei confronti delle leggi, della religione o
dell'ordine dei musulmani". Sin dalla fondazione degli
Stati Uniti, i musulmani americani hanno arricchito il mio
Paese: hanno combattuto nelle nostre guerre, hanno prestato
servizio al governo, si sono battuti per i diritti civili,
hanno avviato aziende e attività, hanno insegnato nelle
nostre università, hanno eccelso in molteplici sport, hanno
vinto premi Nobel, hanno costruito i nostri edifici più
alti e acceso la Torcia Olimpica. E quando di recente il
primo musulmano americano è stato eletto come
rappresentante al Congresso degli Stati Uniti, egli ha
giurato di difendere la nostra Costituzione utilizzando lo
stesso Sacro Corano che uno dei nostri Padri Fondatori -
Thomas Jefferson - custodiva nella sua biblioteca
personale.
Ho pertanto conosciuto l'Islam in tre continenti, prima di
venire in questa regione nella quale esso fu rivelato agli
uomini per la prima volta. Questa esperienza illumina e
guida la mia convinzione che una partnership tra America e
Islam debba basarsi su ciò che l'Islam è, non su ciò che
non è. Ritengo che rientri negli obblighi e nelle mie
responsabilità di presidente degli Stati Uniti lottare
contro qualsiasi stereotipo negativo dell'Islam, ovunque
esso possa affiorare.
Ma questo medesimo principio deve applicarsi alla
percezione dell'America da parte dei musulmani. Proprio
come i musulmani non ricadono in un approssimativo e
grossolano stereotipo, così l'America non corrisponde a
quell'approssimativo e grossolano stereotipo di un impero
interessato al suo solo tornaconto. Gli Stati Uniti sono
stati una delle più importanti culle del progresso che il
mondo abbia mai conosciuto. Sono nati dalla rivoluzione
contro un impero. Sono stati fondati sull'ideale che tutti
gli esseri umani nascono uguali e per dare significato a
queste parole essi hanno versato sangue e lottato per
secoli, fuori dai loro confini, in ogni parte del mondo.
Sono stati plasmati da ogni cultura, proveniente da ogni
remoto angolo della Terra, e si ispirano a un unico ideale:
E pluribus unum. "Da molti, uno solo".
Si sono dette molte cose e si è speculato alquanto sul
fatto che un afro-americano di nome Barack Hussein Obama
potesse essere eletto presidente, ma la mia storia
personale non è così unica come sembra. Il sogno della
realizzazione personale non si è concretizzato per tutti in
America, ma quel sogno, quella promessa, è tuttora valido
per chiunque approdi alle nostre sponde, e ciò vale anche
per quasi sette milioni di musulmani americani che oggi nel
nostro Paese godono di istruzione e stipendi più alti della
media.
E ancora: la libertà in America è tutt'uno con la libertà
di professare la propria religione. Ecco perché in ogni
Stato americano c'è almeno una moschea, e complessivamente
se ne contano oltre 1.200 all'interno dei nostri confini.
Ecco perché il governo degli Stati Uniti si è rivolto ai
tribunali per tutelare il diritto delle donne e delle
giovani ragazze a indossare l'hijab e a punire coloro che
vorrebbero impedirglielo.
Non c'è dubbio alcuno, pertanto: l'Islam è parte integrante
dell'America. E io credo che l'America custodisca al
proprio interno la verità che, indipendentemente da razza,
religione, posizione sociale nella propria vita, tutti noi
condividiamo aspirazioni comuni, come quella di vivere in
pace e sicurezza, quella di volerci istruire e avere un
lavoro dignitoso, quella di amare le nostre famiglie, le
nostre comunità e il nostro Dio. Queste sono le cose che
abbiamo in comune. Queste sono le speranze e le ambizioni
di tutto il genere umano.
Naturalmente, riconoscere la nostra comune appartenenza a
un unico genere umano è soltanto l'inizio del nostro
compito: le parole da sole non possono dare risposte
concrete ai bisogni dei nostri popoli. Questi bisogni
potranno essere soddisfatti soltanto se negli anni a venire
sapremo agire con audacia, se capiremo che le sfide che
dovremo affrontare sono le medesime e che se falliremo e
non riusciremo ad avere la meglio su di esse ne subiremo
tutti le conseguenze.
Abbiamo infatti appreso di recente che quando un sistema
finanziario si indebolisce in un Paese, è la prosperità di
tutti a patirne. Quando una nuova malattia infetta un
essere umano, tutti sono a rischio. Quando una nazione
vuole dotarsi di un'arma nucleare, il rischio di attacchi
nucleari aumenta per tutte le nazioni. Quando violenti
estremisti operano in una remota zona di montagna, i popoli
sono a rischio anche al di là degli oceani. E quando
innocenti inermi sono massacrati in Bosnia e in Darfur, è
la coscienza di tutti a uscirne macchiata e infangata. Ecco
che cosa significa nel XXI secolo abitare uno stesso
pianeta: questa è la responsabilità che ciascuno di noi ha
in quanto essere umano.
Si tratta sicuramente di una responsabilità ardua di cui
farsi carico. La Storia umana è spesso stata un susseguirsi
di nazioni e di tribù che si assoggettavano l'una all'altra
per servire i loro interessi. Nondimeno, in questa nuova
epoca, un simile atteggiamento sarebbe autodistruttivo.
Considerato quanto siamo interdipendenti gli uni dagli
altri, qualsiasi ordine mondiale che dovesse elevare una
nazione o un gruppo di individui al di sopra degli altri
sarebbe inevitabilmente destinato all'insuccesso.
Indipendentemente da tutto ciò che pensiamo del passato,
non dobbiamo esserne prigionieri. I nostri problemi devono
essere affrontati collaborando, diventando partner,
condividendo tutti insieme il progresso.
Ciò non significa che dovremmo ignorare i motivi di
tensione. Significa anzi esattamente il contrario: dobbiamo
far fronte a queste tensioni senza indugio e con
determinazione. Ed è quindi con questo spirito che vi
chiedo di potervi parlare quanto più chiaramente e
semplicemente mi sarà possibile di alcune questioni
particolari che credo fermamente che dovremo in definitiva
affrontare insieme.
Il primo problema che dobbiamo affrontare insieme è la
violenza estremista in tutte le sue forme. Ad Ankara ho
detto chiaramente che l'America non è - e non sarà mai - in
guerra con l'Islam. In ogni caso, però, noi non daremo mai
tregua agli estremisti violenti che costituiscono una grave
minaccia per la nostra sicurezza. E questo perché anche noi
disapproviamo ciò che le persone di tutte le confessioni
religiose disapprovano: l'uccisione di uomini, donne e
bambini innocenti. Il mio primo dovere in quanto presidente
è quello di proteggere il popolo americano.
La situazione in Afghanistan dimostra quali siano gli
obiettivi dell'America, e la nostra necessità di lavorare
insieme. Oltre sette anni fa gli Stati Uniti dettero la
caccia ad Al Qaeda e ai Taliban con un vasto sostegno
internazionale. Non andammo per scelta, ma per necessità.
Sono consapevole che alcuni mettono in dubbio o
giustificano gli eventi dell'11 settembre. Cerchiamo però
di essere chiari: quel giorno Al Qaeda uccise circa 3.000
persone. Le vittime furono uomini, donne, bambini
innocenti, americani e di molte altre nazioni, che non
avevano commesso nulla di male nei confronti di nessuno.
Eppure Al Qaeda scelse deliberatamente di massacrare quelle
persone, rivendicando gli attentati, e ancora adesso
proclama la propria intenzione di continuare a perpetrare
stragi di massa. Al Qaeda ha affiliati in molti Paesi e sta
cercando di espandere il proprio raggio di azione. Queste
non sono opinioni sulle quali polemizzare: sono dati di
fatto da affrontare concretamente.
Non lasciatevi trarre in errore: noi non vogliamo che le
nostre truppe restino in Afghanistan. Non abbiamo
intenzione di impiantarvi basi militari stabili. È
lacerante per l'America continuare a perdere giovani uomini
e giovani donne. Portare avanti quel conflitto è difficile,
oneroso e politicamente arduo. Saremmo ben lieti di
riportare a casa anche l'ultimo dei nostri soldati se solo
potessimo essere fiduciosi che in Afghanistan e in Pakistan
non ci sono estremisti violenti che si prefiggono di
massacrare quanti più americani possibile. Ma non è ancora
così.
Questo è il motivo per cui siamo parte di una coalizione di
46 Paesi. Malgrado le spese e gli oneri che ciò comporta,
l'impegno dell'America non è mai venuto e mai verrà meno.
In realtà, nessuno di noi dovrebbe tollerare questi
estremisti: essi hanno colpito e ucciso in molti Paesi.
Hanno assassinato persone di ogni fede religiosa. Più di
altri, hanno massacrato musulmani. Le loro azioni sono
inconciliabili con i diritti umani, il progresso delle
nazioni, l'Islam stesso.
Il Sacro Corano predica che chiunque uccida un innocente è
come se uccidesse tutto il genere umano. E chiunque salva
un solo individuo, in realtà salva tutto il genere umano.
La fede profonda di oltre un miliardo di persone è
infinitamente più forte del miserabile odio che nutrono
alcuni. L'Islam non è parte del problema nella lotta
all'estremismo violento: è anzi una parte importante nella
promozione della pace.
Sappiamo anche che la sola potenza militare non risolverà i
problemi in Afghanistan e in Pakistan: per questo motivo
stiamo pianificando di investire fino a 1,5 miliardi di
dollari l'anno per i prossimi cinque anni per aiutare i
pachistani a costruire scuole e ospedali, strade e aziende,
e centinaia di milioni di dollari per aiutare gli sfollati.
Per questo stesso motivo stiamo per offrire 2,8 miliardi di
dollari agli afgani per fare altrettanto, affinché
sviluppino la loro economia e assicurino i servizi di base
dai quali dipende la popolazione.
Permettetemi ora di affrontare la questione dell'Iraq: a
differenza di quella in Afghanistan, la guerra in Iraq è
stata voluta, ed è una scelta che ha provocato molti forti
dissidi nel mio Paese e in tutto il mondo. Anche se sono
convinto che in definitiva il popolo iracheno oggi viva
molto meglio senza la tirannia di Saddam Hussein, credo
anche che quanto accaduto in Iraq sia servito all'America
per comprendere meglio l'uso delle risorse diplomatiche e
l'utilità di un consenso internazionale per risolvere,
ogniqualvolta ciò sia possibile, i nostri problemi. A
questo proposito potrei citare le parole di Thomas
Jefferson che disse: "Io auspico che la nostra saggezza
cresca in misura proporzionale alla nostra potenza e ci
insegni che quanto meno faremo ricorso alla potenza tanto
più saggi saremo".
Oggi l'America ha una duplice responsabilità: aiutare
l'Iraq a plasmare un miglior futuro per se stesso e
lasciare l'Iraq agli iracheni. Ho già detto chiaramente al
popolo iracheno che l'America non intende avere alcuna base
sul territorio iracheno, e non ha alcuna pretesa o
rivendicazione sul suo territorio o sulle sue risorse. La
sovranità dell'Iraq è esclusivamente sua. Per questo ho
dato ordine alle nostre brigate combattenti di ritirarsi
entro il prossimo mese di agosto. Noi onoreremo la nostra
promessa e l'accordo preso con il governo iracheno
democraticamente eletto di ritirare il contingente
combattente dalle città irachene entro luglio e tutti i
nostri uomini dall'Iraq entro il 2012. Aiuteremo l'Iraq ad
addestrare gli uomini delle sue Forze di Sicurezza, e a
sviluppare la sua economia. Ma daremo sostegno a un Iraq
sicuro e unito da partner, non da dominatori.
E infine, proprio come l'America non può tollerare in alcun
modo la violenza perpetrata dagli estremisti, essa non può
in alcun modo abiurare ai propri principi. L'11 settembre è
stato un trauma immenso per il nostro Paese. La paura e la
rabbia che quegli attentati hanno scatenato sono state
comprensibili, ma in alcuni casi ci hanno spinto ad agire
in modo contrario ai nostri stessi ideali. Ci stiamo
adoperando concretamente per cambiare linea d'azione. Ho
personalmente proibito in modo inequivocabile il ricorso
alla tortura da parte degli Stati Uniti, e ho dato l'ordine
che il carcere di Guantánamo Bay sia chiuso entro i primi
mesi dell'anno venturo.
L'America, in definitiva, si difenderà rispettando la
sovranità altrui e la legalità delle altre nazioni. Lo farà
in partenariato con le comunità musulmane, anch'esse
minacciate. Quanto prima gli estremisti saranno isolati e
si sentiranno respinti dalle comunità musulmane, tanto
prima saremo tutti più al sicuro.
La seconda più importante causa di tensione della quale
dobbiamo discutere è la situazione tra israeliani,
palestinesi e mondo arabo. Sono ben noti i solidi rapporti
che legano Israele e Stati Uniti. Si tratta di un vincolo
infrangibile, che ha radici in legami culturali che
risalgono indietro nel tempo, nel riconoscimento che
l'aspirazione a una patria ebraica è legittimo e ha
anch'esso radici in una storia tragica, innegabile.
Nel mondo il popolo ebraico è stato perseguitato per secoli
e l'antisemitismo in Europa è culminato nell'Olocausto, uno
sterminio senza precedenti. Domani mi recherò a Buchenwald,
uno dei molti campi nei quali gli ebrei furono resi
schiavi, torturati, uccisi a colpi di arma da fuoco o con
il gas dal Terzo Reich. Sei milioni di ebrei furono così
massacrati, un numero superiore all'intera popolazione
odierna di Israele.
Confutare questa realtà è immotivato, da ignoranti,
alimenta l'odio. Minacciare Israele di distruzione - o
ripetere vili stereotipi sugli ebrei - è profondamente
sbagliato, e serve soltanto a evocare nella mente degli
israeliani il ricordo più doloroso della loro Storia,
precludendo la pace che il popolo di quella regione merita.
D'altra parte è innegabile che il popolo palestinese -
formato da cristiani e musulmani - ha sofferto anch'esso
nel tentativo di avere una propria patria. Da oltre 60 anni
affronta tutto ciò che di doloroso è connesso all'essere
sfollati. Molti vivono nell'attesa, nei campi profughi
della Cisgiordania, di Gaza, dei Paesi vicini, aspettando
una vita fatta di pace e sicurezza che non hanno mai potuto
assaporare finora. Giorno dopo giorno i palestinesi
affrontano umiliazioni piccole e grandi che sempre si
accompagnano all'occupazione di un territorio. Sia dunque
chiara una cosa: la situazione per il popolo palestinese è
insostenibile. L'America non volterà le spalle alla
legittima aspirazione del popolo palestinese alla dignità,
alle pari opportunità, a uno Stato proprio.
Da decenni tutto è fermo, in uno stallo senza soluzione:
due popoli con legittime aspirazioni, ciascuno con una
storia dolorosa alle spalle che rende il compromesso quanto
mai difficile da raggiungere. È facile puntare il dito: è
facile per i palestinesi addossare alla fondazione di
Israele la colpa del loro essere profughi. È facile per gli
israeliani addossare la colpa alla costante ostilità e agli
attentati che hanno costellato tutta la loro storia
all'interno dei confini e oltre. Ma se noi insisteremo a
voler considerare questo conflitto da una parte piuttosto
che dall'altra, rimarremo ciechi e non riusciremo a vedere
la verità: l'unica soluzione possibile per le aspirazioni
di entrambe le parti è quella dei due Stati, dove
israeliani e palestinesi possano vivere in pace e in
sicurezza.
Questa soluzione è nell'interesse di Israele,
nell'interesse della Palestina, nell'interesse dell'America
e nell'interesse del mondo intero. È a ciò che io alludo
espressamente quando dico di voler perseguire personalmente
questo risultato con tutta la pazienza e l'impegno che
questo importante obiettivo richiede. Gli obblighi per le
parti che hanno sottoscritto la Road Map sono chiari e
inequivocabili. Per arrivare alla pace, è necessario ed è
ora che loro - e noi tutti con loro - facciamo finalmente
fronte alle rispettive responsabilità.
I palestinesi devono abbandonare la violenza. Resistere con
la violenza e le stragi è sbagliato e non porta ad alcun
risultato. Per secoli i neri in America hanno subito i
colpi di frusta, quando erano schiavi, e hanno patito
l'umiliazione della segregazione. Ma non è stata certo la
violenza a far loro ottenere pieni ed eguali diritti come
il resto della popolazione: è stata la pacifica e
determinata insistenza sugli ideali al cuore della
fondazione dell'America. La stessa cosa vale per altri
popoli, dal Sudafrica all'Asia meridionale, dall'Europa
dell'Est all'Indonesia. Questa storia ha un'unica semplice
verità di fondo: la violenza è una strada senza vie di
uscita. Tirare razzi a bambini addormentati o far saltare
in aria anziane donne a bordo di un autobus non è segno di
coraggio né di forza. Non è in questo modo che si afferma
l'autorità morale: questo è il modo col quale l'autorità
morale al contrario cede e capitola definitivamente.
È giunto il momento per i palestinesi di concentrarsi su
quello che possono costruire. L'Autorità Palestinese deve
sviluppare la capacità di governare, con istituzioni che
siano effettivamente al servizio delle necessità della sua
gente. Hamas gode di sostegno tra alcuni palestinesi, ma ha
anche delle responsabilità. Per rivestire un ruolo
determinante nelle aspirazioni dei palestinesi, per unire
il popolo palestinese, Hamas deve porre fine alla violenza,
deve riconoscere gli accordi intercorsi, deve riconoscere
il diritto di Israele a esistere.
Allo stesso tempo, gli israeliani devono riconoscere che
proprio come il diritto a esistere di Israele non può
essere in alcun modo messo in discussione, così è per la
Palestina. Gli Stati Uniti non ammettono la legittimità dei
continui insediamenti israeliani, che violano i precedenti
accordi e minano gli sforzi volti a perseguire la pace. È
ora che questi insediamenti si fermino.
Israele deve dimostrare di mantenere le proprie promesse e
assicurare che i palestinesi possano effettivamente vivere,
lavorare, sviluppare la loro società. Proprio come devasta
le famiglie palestinesi, l'incessante crisi umanitaria a
Gaza non è di giovamento alcuno alla sicurezza di Israele.
Né è di giovamento per alcuno la costante mancanza di
opportunità di qualsiasi genere in Cisgiordania. Il
progresso nella vita quotidiana del popolo palestinese deve
essere parte integrante della strada verso la pace e
Israele deve intraprendere i passi necessari a rendere
possibile questo progresso.
Infine, gli Stati Arabi devono riconoscere che l'Arab Peace
Initiative è stato sì un inizio importante, ma che non pone
fine alle loro responsabilità individuali. Il conflitto
israelo-palestinese non dovrebbe più essere sfruttato per
distogliere l'attenzione dei popoli delle nazioni arabe da
altri problemi. Esso, al contrario, deve essere di
incitamento ad agire per aiutare il popolo palestinese a
sviluppare le istituzioni che costituiranno il sostegno e
la premessa del loro Stato; per riconoscere la legittimità
di Israele; per scegliere il progresso invece che
l'incessante e autodistruttiva attenzione per il passato.
L'America allineerà le proprie politiche mettendole in
sintonia con coloro che vogliono la pace e per essa si
adoperano, e dirà ufficialmente ciò che dirà in privato
agli israeliani, ai palestinesi e agli arabi. Noi non
possiamo imporre la pace. In forma riservata, tuttavia,
molti musulmani riconoscono che Israele non potrà
scomparire. Allo stesso modo, molti israeliani ammettono
che uno Stato palestinese è necessario. È dunque giunto il
momento di agire in direzione di ciò che tutti sanno essere
vero e inconfutabile.
Troppe sono le lacrime versate; troppo è il sangue sparso
inutilmente. Noi tutti condividiamo la responsabilità di
dover lavorare per il giorno in cui le madri israeliane e
palestinesi potranno vedere i loro figli crescere insieme
senza paura; in cui la Terra Santa delle tre grandi
religioni diverrà quel luogo di pace che Dio voleva che
fosse; in cui Gerusalemme sarà la casa sicura ed eterna di
ebrei, cristiani e musulmani insieme, la città di pace
nella quale tutti i figli di Abramo vivranno insieme in
modo pacifico come nella storia di Isra, allorché Mosé,
Gesù e Maometto (la pace sia con loro) si unirono in
preghiera.
Terza causa di tensione è il nostro comune interesse nei
diritti e nelle responsabilità delle nazioni nei confronti
delle armi nucleari. Questo argomento è stato fonte di
grande preoccupazione tra gli Stati Uniti e la Repubblica
islamica iraniana. Da molti anni l'Iran si distingue per la
propria ostilità nei confronti del mio Paese e in effetti
tra i nostri popoli ci sono stati episodi storici violenti.
Nel bel mezzo della Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno
avuto parte nel rovesciamento di un governo iraniano
democraticamente eletto. Dalla Rivoluzione Islamica, l'Iran
ha rivestito un ruolo preciso nella cattura di ostaggi e in
episodi di violenza contro i soldati e i civili
statunitensi. Tutto ciò è ben noto. Invece di rimanere
intrappolati nel passato, ho detto chiaramente alla
leadership iraniana e al popolo iraniano che il mio Paese è
pronto ad andare avanti. La questione, adesso, non è capire
contro cosa sia l'Iran, ma piuttosto quale futuro intenda
costruire.
Sarà sicuramente difficile superare decenni di diffidenza,
ma procederemo ugualmente, con coraggio, con onestà e con
determinazione. Ci saranno molti argomenti dei quali
discutere tra i nostri due Paesi, ma noi siamo disposti ad
andare avanti in ogni caso, senza preconcetti, sulla base
del rispetto reciproco. È chiaro tuttavia a tutte le
persone coinvolte che riguardo alle armi nucleari abbiamo
raggiunto un momento decisivo. Non è unicamente
nell'interesse dell'America affrontare il tema: si tratta
qui di evitare una corsa agli armamenti nucleari in Medio
Oriente, che potrebbe portare questa regione e il mondo
intero verso una china molto pericolosa.
Capisco le ragioni di chi protesta perché alcuni Paesi
hanno armi che altri non hanno. Nessuna nazione dovrebbe
scegliere e decidere quali nazioni debbano avere armi
nucleari. È per questo motivo che io ho ribadito con forza
l'impegno americano a puntare verso un futuro nel quale
nessuna nazione abbia armi nucleari. Tutte le nazioni -
Iran incluso - dovrebbero avere accesso all'energia
nucleare a scopi pacifici se rispettano i loro obblighi e
le loro responsabilità previste dal Trattato di Non
Proliferazione. Questo è il nocciolo, il cuore stesso del
Trattato e deve essere rispettato da tutti coloro che lo
hanno sottoscritto. Spero pertanto che tutti i Paesi nella
regione possano condividere questo obiettivo.
Il quarto argomento di cui intendo parlarvi è la
democrazia. Sono consapevole che negli ultimi anni ci sono
state controversie su come vada incentivata la democrazia e
molte di queste discussioni sono riconducibili alla guerra
in Iraq. Permettetemi di essere chiaro: nessun sistema di
governo può o deve essere imposto da una nazione a
un'altra.
Questo non significa, naturalmente, che il mio impegno in
favore di governi che riflettono il volere dei loro popoli,
ne esce diminuito. Ciascuna nazione dà vita e concretizza
questo principio a modo suo, sulla base delle tradizioni
della sua gente. L'America non ha la pretesa di conoscere
che cosa sia meglio per ciascuna nazione, così come noi non
presumeremmo mai di scegliere il risultato in pacifiche
consultazioni elettorali. Ma io sono profondamente e
irremovibilmente convinto che tutti i popoli aspirano a
determinate cose: la possibilità di esprimersi liberamente
e decidere in che modo vogliono essere governati; la
fiducia nella legalità e in un'equa amministrazione della
giustizia; un governo che sia trasparente e non si
approfitti del popolo; la libertà di vivere come si sceglie
di voler vivere. Questi non sono ideali solo americani:
sono diritti umani, ed è per questo che noi li sosterremo
ovunque.
La strada per realizzare questa promessa non è rettilinea.
Ma una cosa è chiara e palese: i governi che proteggono e
tutelano i diritti sono in definitiva i più stabili, quelli
di maggior successo, i più sicuri. Soffocare gli ideali non
è mai servito a farli sparire per sempre. L'America
rispetta il diritto di tutte le voci pacifiche e rispettose
della legalità a farsi sentire nel mondo, anche qualora
fosse in disaccordo con esse. E noi accetteremo tutti i
governi pacificamente eletti, purché governino rispettando
i loro stessi popoli.
Quest'ultimo punto è estremamente importante, perché ci
sono persone che auspicano la democrazia soltanto quando
non sono al potere: poi, una volta al potere, sono spietati
nel sopprimere i diritti altrui. Non importa chi è al
potere: è il governo del popolo ed eletto dal popolo a
fissare l'unico parametro per tutti coloro che sono al
potere. Occorre restare al potere solo col consenso, non
con la coercizione; occorre rispettare i diritti delle
minoranze e partecipare con uno spirito di tolleranza e di
compromesso; occorre mettere gli interessi del popolo e il
legittimo sviluppo del processo politico al di sopra dei
propri interessi e del proprio partito. Senza questi
elementi fondamentali, le elezioni da sole non creano una
vera democrazia.
Il quinto argomento del quale dobbiamo occuparci tutti
insieme è la libertà religiosa. L'Islam ha una fiera
tradizione di tolleranza: lo vediamo nella storia
dell'Andalusia e di Cordoba durante l'Inquisizione. Con i
miei stessi occhi da bambino in Indonesia ho visto che i
cristiani erano liberi di professare la loro fede in un
Paese a stragrande maggioranza musulmana. Questo è lo
spirito che ci serve oggi. I popoli di ogni Paese devono
essere liberi di scegliere e praticare la loro fede sulla
sola base delle loro convinzioni personali, la loro
predisposizione mentale, la loro anima, il loro cuore.
Questa tolleranza è essenziale perché la religione possa
prosperare, ma purtroppo essa è minacciata in molteplici
modi.
Tra alcuni musulmani predomina un'inquietante tendenza a
misurare la propria fede in misura proporzionale al rigetto
delle altre. La ricchezza della diversità religiosa deve
essere sostenuta, invece, che si tratti dei maroniti in
Libano o dei copti in Egitto. E anche le linee di
demarcazione tra le varie confessioni devono essere
annullate tra gli stessi musulmani, considerato che le
divisioni di sunniti e sciiti hanno portato a episodi di
particolare violenza, specialmente in Iraq.
La libertà di religione è fondamentale per la capacità dei
popoli di convivere. Dobbiamo sempre esaminare le modalità
con le quali la proteggiamo. Per esempio, negli Stati Uniti
le norme previste per le donazioni agli enti di
beneficienza hanno reso più difficile per i musulmani
ottemperare ai loro obblighi religiosi. Per questo motivo
mi sono impegnato a lavorare con i musulmani americani per
far sì che possano obbedire al loro precetto dello zakat.
Analogamente, è importante che i Paesi occidentali evitino
di impedire ai cittadini musulmani di praticare la
religione come loro ritengono più opportuno, per esempio
legiferando quali indumenti debba o non debba indossare una
donna musulmana. Noi non possiamo camuffare l'ostilità nei
confronti di una religione qualsiasi con la pretesa del
liberalismo.
È vero il contrario: la fede dovrebbe avvicinarci. Ecco
perché stiamo mettendo a punto dei progetti di servizio in
America che vedano coinvolti insieme cristiani, musulmani
ed ebrei. Ecco perché accogliamo positivamente gli sforzi
come il dialogo interreligioso del re Abdullah dell'Arabia
Saudita e la leadership turca nell'Alliance of
Civilizations. In tutto il mondo, possiamo trasformare il
dialogo in un servizio interreligioso, così che i ponti tra
i popoli portino all'azione e a interventi concreti, come
combattere la malaria in Africa o portare aiuto e conforto
dopo un disastro naturale.
Il sesto problema di cui vorrei che ci occupassimo insieme
sono i diritti delle donne. So che si discute molto di
questo e respingo l'opinione di chi in Occidente crede che
se una donna sceglie di coprirsi la testa e i capelli è in
qualche modo "meno uguale". So però che negare l'istruzione
alle donne equivale sicuramente a privare le donne di
uguaglianza. E non è certo una coincidenza che i Paesi nei
quali le donne possono studiare e sono istruite hanno
maggiori probabilità di essere prosperi.
Vorrei essere chiaro su questo punto: la questione
dell'eguaglianza delle donne non riguarda in alcun modo
l'Islam. In Turchia, in Pakistan, in Bangladesh e in
Indonesia, abbiamo visto Paesi a maggioranza musulmana
eleggere al governo una donna. Nel frattempo la battaglia
per la parità dei diritti per le donne continua in molti
aspetti della vita americana e anche in altri Paesi di
tutto il mondo.
Le nostre figlie possono dare un contributo alle nostre
società pari a quello dei nostri figli, e la nostra comune
prosperità trarrà vantaggio e beneficio consentendo a tutti
gli esseri umani - uomini e donne - di realizzare a pieno
il loro potenziale umano. Non credo che una donna debba
prendere le medesime decisioni di un uomo, per essere
considerata uguale a lui, e rispetto le donne che scelgono
di vivere le loro vite assolvendo ai loro ruoli
tradizionali. Ma questa dovrebbe essere in ogni caso una
loro scelta. Ecco perché gli Stati Uniti saranno partner di
qualsiasi Paese a maggioranza musulmana che voglia
sostenere il diritto delle bambine ad accedere
all'istruzione, e voglia aiutare le giovani donne a cercare
un'occupazione tramite il microcredito che aiuta tutti a
concretizzare i propri sogni.
Infine, vorrei parlare con voi di sviluppo economico e di
opportunità. So che agli occhi di molti il volto della
globalizzazione è contraddittorio. Internet e la
televisione possono portare conoscenza e informazione, ma
anche forme offensive di sessualità e di violenza fine a se
stessa. I commerci possono portare ricchezza e opportunità,
ma anche grossi problemi e cambiamenti per le comunità
località. In tutte le nazioni - compresa la mia - questo
cambiamento implica paura. Paura che a causa della
modernità noi si possa perdere il controllo sulle nostre
scelte economiche, le nostre politiche, e cosa ancora più
importante, le nostre identità, ovvero le cose che ci sono
più care per ciò che concerne le nostre comunità, le nostre
famiglie, le nostre tradizioni e la nostra religione.
So anche, però, che il progresso umano non si può fermare.
Non ci deve essere contraddizione tra sviluppo e
tradizione. In Paesi come Giappone e Corea del Sud
l'economia cresce mentre le tradizioni culturali sono
invariate. Lo stesso vale per lo straordinario progresso di
Paesi a maggioranza musulmana come Kuala Lumpur e Dubai.
Nei tempi antichi come ai nostri giorni, le comunità
musulmane sono sempre state all'avanguardia
nell'innovazione e nell'istruzione.
Quanto ho detto è importante perché nessuna strategia di
sviluppo può basarsi soltanto su ciò che nasce dalla terra,
né può essere sostenibile se molti giovani sono
disoccupati. Molti Stati del Golfo Persico hanno conosciuto
un'enorme ricchezza dovuta al petrolio, e alcuni stanno
iniziando a programmare seriamente uno sviluppo a più ampio
raggio. Ma dobbiamo tutti riconoscere che l'istruzione e
l'innovazione saranno la valuta del XXI secolo, e in troppe
comunità musulmane continuano a esserci investimenti
insufficienti in questi settori. Sto dando grande rilievo a
investimenti di questo tipo nel mio Paese. Mentre l'America
in passato si è concentrata sul petrolio e sul gas di
questa regione del mondo, adesso intende perseguire
qualcosa di completamente diverso.
Dal punto di vista dell'istruzione, allargheremo i nostri
programmi di scambi culturali, aumenteremo le borse di
studio, come quella che consentì a mio padre di andare a
studiare in America, incoraggiando un numero maggiore di
americani a studiare nelle comunità musulmane. Procureremo
agli studenti musulmani più promettenti programmi di
internship in America; investiremo sull'insegnamento a
distanza per insegnanti e studenti di tutto il mondo;
creeremo un nuovo network online, così che un adolescente
in Kansas possa scambiare istantaneamente informazioni con
un adolescente al Cairo.
Per quanto concerne lo sviluppo economico, creeremo un
nuovo corpo di volontari aziendali che lavori con le
controparti in Paesi a maggioranza musulmana. Organizzerò
quest'anno un summit sull'imprenditoria per identificare in
che modo stringere più stretti rapporti di collaborazione
con i leader aziendali, le fondazioni, le grandi società,
gli imprenditori degli Stati Uniti e delle comunità
musulmane sparse nel mondo.
Dal punto di vista della scienza e della tecnologia,
lanceremo un nuovo fondo per sostenere lo sviluppo
tecnologico nei Paesi a maggioranza musulmana, e per
aiutare a tradurre in realtà di mercato le idee, così da
creare nuovi posti di lavoro. Apriremo centri di eccellenza
scientifica in Africa, in Medio Oriente e nel Sudest
asiatico; nomineremo nuovi inviati per la scienza per
collaborare a programmi che sviluppino nuove fonti di
energia, per creare posti di lavoro "verdi", monitorare i
successi, l'acqua pulita e coltivare nuove specie. Oggi
annuncio anche un nuovo sforzo globale con l'Organizzazione
della Conferenza Islamica mirante a sradicare la
poliomielite. Espanderemo inoltre le forme di
collaborazione con le comunità musulmane per favorire e
promuovere la salute infantile e delle puerpere.
Tutte queste cose devono essere fatte insieme. Gli
americani sono pronti a unirsi ai governi e ai cittadini di
tutto il mondo, le organizzazioni comunitarie, gli
esponenti religiosi, le aziende delle comunità musulmane di
tutto il mondo per permettere ai nostri popoli di vivere
una vita migliore.
I problemi che vi ho illustrato non sono facilmente
risolvibili, ma abbiamo tutti la responsabilità di unirci
per il bene e il futuro del mondo che vogliamo, un mondo
nel quale gli estremisti non possano più minacciare i
nostri popoli e nel quale i soldati americani possano
tornare alle loro case; un mondo nel quale gli israeliani e
i palestinesi siano sicuri nei loro rispettivi Stati e
l'energia nucleare sia utilizzata soltanto a fini pacifici;
un mondo nel quale i governi siano al servizio dei loro
cittadini e i diritti di tutti i figli di Dio siano
rispettati. Questi sono interessi reciproci e condivisi.
Questo è il mondo che vogliamo. Ma potremo arrivarci
soltanto insieme.
So che molte persone - musulmane e non musulmane - mettono
in dubbio la possibilità di dar vita a questo nuovo inizio.
Alcuni sono impazienti di alimentare la fiamma delle
divisioni, e di intralciare in ogni modo il progresso.
Alcuni lasciano intendere che il gioco non valga la
candela, che siamo predestinati a non andare d'accordo, e
che le civiltà siano avviate a scontrarsi. Molti altri sono
semplicemente scettici e dubitano fortemente che un
cambiamento possa esserci. E poi ci sono la paura e la
diffidenza. Se sceglieremo di rimanere ancorati al passato,
non faremo mai passi avanti. E vorrei dirlo con particolare
chiarezza ai giovani di ogni fede e di ogni Paese: "Voi,
più di chiunque altro, avete la possibilità di cambiare
questo mondo".
Tutti noi condividiamo questo pianeta per un brevissimo
istante nel tempo. La domanda che dobbiamo porci è se
intendiamo trascorrere questo brevissimo momento a
concentrarci su ciò che ci divide o se vogliamo impegnarci
insieme per uno sforzo - un lungo e impegnativo sforzo -
per trovare un comune terreno di intesa, per puntare tutti
insieme sul futuro che vogliamo dare ai nostri figli, e per
rispettare la dignità di tutti gli esseri umani.
È più facile dare inizio a una guerra che porle fine. È più
facile accusare gli altri invece che guardarsi dentro. È
più facile tener conto delle differenze di ciascuno di noi
che delle cose che abbiamo in comune. Ma nostro dovere è
scegliere il cammino giusto, non quello più facile. C'è un
unico vero comandamento al fondo di ogni religione: fare
agli altri quello che si vorrebbe che gli altri facessero a
noi. Questa verità trascende nazioni e popoli, è un
principio, un valore non certo nuovo. Non è nero, non è
bianco, non è marrone. Non è cristiano, musulmano, ebreo. É
un principio che si è andato affermando nella culla della
civiltà, e che tuttora pulsa nel cuore di miliardi di
persone. È la fiducia nel prossimo, è la fiducia negli
altri, ed è ciò che mi ha condotto qui oggi.
Noi abbiamo la possibilità di creare il mondo che vogliamo,
ma soltanto se avremo il coraggio di dare il via a un nuovo
inizio, tenendo in mente ciò che è stato scritto. Il Sacro
Corano dice: "Oh umanità! Sei stata creata maschio e
femmina. E ti abbiamo fatta in nazioni e tribù, così che
voi poteste conoscervi meglio gli uni gli altri". Nel
Talmud si legge: "La Torah nel suo insieme ha per scopo la
promozione della pace". E la Sacra Bibbia dice: "Beati
siano coloro che portano la pace, perché saranno chiamati
figli di Dio".
Sì, i popoli della Terra possono convivere in pace. Noi
sappiamo che questo è il volere di Dio. E questo è il
nostro dovere su questa Terra. Grazie, e che la pace di Dio
sia con voi.
(Traduzione di Anna Bissanti)
