Considerazioni
sull’incontro di Pisa promosso
dall’ALIAS
L’esperienza vissuta da testimonial storica
dell’afasia è stata interessante ed
“illuminante” per la folta presenza delle
partners straniere coinvolte nel progetto del partenariato
di Aprrendimento LAPH, Learning and Aphasia.
Con molte operatrici ci sono stati numerosi momenti
”privati” di confronto sui modelli rieducativi
e sui contesti sociali di reinserimento delle persone
afasiche.
Nei momenti collettivi più “ufficiali” di
condivisione di esperienze, l’osservatorio si è fatto
ancora più interessante.
Il dato più evidente e sconcertante allo stesso tempo, su
cui occorre riflettere e porsi delle domande è la presenza
numerosa delle operatrici straniere e al loro interno
l’assenza di persone afasiche in rappresentanza, il
che denota, a mio avviso, la larga diffusione a macchia
d’olio di ideologia deviata dall’affermazione
di un modello medico tradizionale di rieducazione e
riabilitazione della persona colpita da afasia, definibile
con le parole di Maura Marogna (neurologa, molto attiva
nell’ALIAS) “ideologia razzista della
superiorità della parola”. Anche se nel privato le
operatrici straniere hanno “confessato” il loro
disaccordo con questo modello, raccontandoci delle loro
esperienze di lavoro con le persone con afasia che
dimostrano l’evidenza del contrario di quanto viene
loro insegnato, ancora non osano contestare “il
modello” nelle strutture in cui lavorano,
manifestando chiari segni di scissione interiore ed una
certa passività nella ricerca di percorsi innovativi
di ricerca .
L’incontro di partenariato doveva essere a porte
chiuse e il tavolo di confronto del pomeriggio riguardava
solo 14 persone cioè gli operatori e in rappresentanza
delle persone afasiche, tre persone, me compresa, con i
loro coniugi, che collaborano con l’ALIAS,
provenienti da Torino, da Genova e dalla Campania. In
realtà, l’incontro di partenariato, che doveva
trattare altri temi riguardanti il secondo anno del
progetto, di fatto non si è svolto, per la presenza di
persone non coinvolte direttamente che erano interessate
alla visione del video realizzato da Alessandra Tinti che
ha lasciato spazio agli interventi non previsti,
rivoluzionando il suo programma iniziale.
In questo contesto nuovo ed insolito, anche per la presenza
di esponenti dell’associazione A.IT.A non coinvolti
direttamente nei lavori, nel corso della mattina c’è
stata un po’ di confusione per gli italiani che erano
stati invitati ufficialmente in veste di osservatori.
Le operatrici pisane Alessandra Zoccali (logopedista),
Annamaria Neri (attrice) e Arianna Gardella
(musicoterapeuta) dell’Associazione Maya, hanno
partecipato informalmente, con un piccolo contributo
personale nell’ambito della pubblicazione
“Educazione, Teatro e Persone con Afasia”
creata nel contesto del Progetto LAPH, finanziato dal
Programma Socrates, Azione Grundtivg 2 della Commissione
Europea. Il materiale è disponibile nel sito: http://www.aphasiaforum.com/sitolaph/tools.htm
Hanno presentato il loro Video “Afasia: La Creatività
come Auto-Terapia” sulla
“sperimentazione” della creatività in
laboratori destinati ai soggetti afasici, sostenuti, e
guidati dalle operatrici.
Era presente il neurologo Paolo Bongioanni,( responsabile
per la Toscana della Associazione regionale A.IT.A ) che ha
partecipato anche al tavolo di confronto del pomeriggio
facendosi portatore di una prospettiva clinica ( largamente
presente nelle associazioni A.IT.A , ALICE e nelle altre
associazioni di volontariato sulla disabilità), che denota
una certa apertura, ma con un approccio metodologico
diametralmente opposto a quelle delle operatrici; su questo
problema tornerò dopo.
Poco più di un trailer il video concesso in visione a
Bianca Pennello (A.IT.A Veneto, logopedista da poco tempo
in pensione, oltre che pittrice). Il video è frutto del
progetto artistico di Luca Buvoli dal titolo intrigante
“Un bellissimo dopodomani. Velocità zero”:
l’Afasia alla 52 Biennale di Venezia.
E’ stato presentato per intero alla Biennale con il
preciso intento di provocare nel pubblico reazioni sui
tempi lentissimi dell’afasia. Gli afasici veneti con
le loro imprecisioni di linguaggio e i loro tempi, molto
diversi dal tempo normale, hanno prestato la loro voce a un
testo di Marinetti, provocazione nella provocazione
dell’artista, che ha voluto sottolineare il ruolo
storico e le implicazioni ideologiche che il futurismo come
movimento artistico e di pensiero ha avuto nel fascismo.
Per divulgare il problema sociale dell’afasia, come
pianeta sconosciuto, mi è parsa un’operazione
complessa e macchinosa, non comprensibile
nell’immediato a tutti. Ancora una volta il messaggio
che passa subito è quello della lentezza, della fatica e
della diversità. Ancora una volta messaggi ermetici,
criptici, frutto di una parziale comprensione della
condizione di una persona afasica, partoriti da talenti
artistici o esperti in arte grafiche e pubblicitarie
allenati a reclamizzare un prodotto commerciale piuttosto
che a raccontare un fenomeno che sta assumendo proporzioni
allarmanti nella misura in cui colpisce sempre più anche i
giovani in età lavorativa. Gli ictus in costante aumento
con le conseguenti diverse tipologie di afasia stanno
diventando una “ piaga sociale” sottovaluta non
solo dal mondo medico ma anche da quello istituzionale e ,
se non si corre ai ripari, esploderà in tutta la sua
drammatica violenza come il problema dei rifiuti in
Campania.
Non a caso, tutti i manifesti e gli spot costosissimi della
pubblicità progresso finanziati dall’A.IT.A e passati
anche in televisione, hanno fatto un clamoroso buco
nell’acqua. Non hanno chiarito e spiegato un bel
niente, hanno soltanto accresciuto la confusione.
Meglio non fare, che fare male. Le persone che conoscono e
vivono 24 su 24 il problema e potrebbero spiegarlo con
parole semplici sono sempre tenute fuori, ai margini del
sistema di informazione, non intervistate sufficientemente,
non utilizzate al meglio delle loro possibilità anche nelle
stesse associazioni che dovrebbero garantire il rispetto
dei diritti negati alle persone afasiche, sostenere ed
educare i familiari.
Il confine tra l’estrema disponibilità delle persone,
specialmente di quelle afasiche, bisognose di essere
accettate, considerate e di entrare in comunicazione con il
mondo esterno, e la loro inconscia strumentalizzazione da
parte di quel mondo esterno che resta sempre marginale, per
quanti sforzi faccia, è sottilissimo.
La storia del “SI’, SI’,
SI’…” che, non a caso, mi è capitato di
leggere pochi giorni fa, lo spiega bene. E’ un
messaggio universale che risuonerà certamente in molti di
noi….
“ Una donna, che si distingueva dagli altri per la
sua grande bontà, era invidiata da tutte le altre donne del
paese. Aveva un unico difetto….non sapeva dire no a
nessuno. Si prestava a fare favori, a volte inutili ed
inopportuni, a chiunque glielo chiedesse. Le altre donne
cominciarono ad essere ipocrite verso di lei, sorridendo e
facendo i visini dolci in sua presenza, deridendola ed
abusando della sua bontà e dolcezza. Quella donna per anni
dovette prestarsi per cose che gli altri avrebbero potuto
fare benissimo da soli. Non dobbiamo essere come lei!
Quanti dicono “sì, invece di “no”? Solo
per non dispiacere ad una persona siamo disposti a tutto?
Forse abbiamo paura delle conseguenze di una nostra
eventuale risposta negativa? Non bisogna confondere la
bontà con l’essere usati.
Quando è il momento di dire no, bisogna farlo con garbo e
gentilezza. Saremo apprezzati.
Non lasciamoci manipolare, abbiamo una meta da seguire, la
nostra coscienza, il nostro Maestro Interiore sa dove siamo
diretti, sa qual è il nostro bersaglio.
IL TUO TEMPO E’ PREZIOSO, LE TUE ORE SONO PREZIOSE,
IL TUO GIORNO E’ PREZIOSO, LA TUA INTELLIGENZA
E’ PREZIOSA, LA TUA CAPACITA’ E’
PREZIOSA, IL TUO LAVORO E’ PREZIOSO, NON PERDERE
TEMPO CON GENTE CHE TI USA.
Dici sì, quando sai che è giusto farlo e tutte le volte che
la tua coscienza lo richiede!”
Intensa l’emozione prodotta dalla visione del Video
“Il lato oscuro della luna” di Alessandra
Tinti, coordinatrice del progetto internazionale.
Volutamente non verbale, il video dal forte impatto per i
suoi contenuti simbolici (maschere e doppi) non era
facilmente comprensibile a tutti i presenti.
Il lungo silenzio è stata la risposta. Tutti meditavano e
si interrogavano sul messaggio. Già un effetto molto
positivo per un pubblico abituato ai dialoghi, alla
comunicazione verbale.
I bei testi liberamente tratti da ”Complete
Poems” di Emily Dickinson, associati alle musiche e
alle immagini, selezionate con cura e contenenti altri
messaggi nei messaggi, accompagnavano le scene dei vari
atti del video, concepiti per esaltare la poliedricità
espressiva, corporea, gestuale, interiore e dei movimenti
interno verso l’esterno e dall’esterno verso
l’interno degli attori afasici canadesi che si
raccontavano sulla scena del teatro dell’afasia,
erano “atmosfere” che potevano apprezzare le
persone afasiche e non, ma già con un percorso esperenziale
e formativo alle spalle.
Ai più il video è risultato incomprensibile e c’è
stato bisogno di spiegarlo, soprattutto alle operatrici
straniere.
In questo universo magmatico di presa di coscienza e di
consapevolezze sempre più crescenti, di molto positivo
c’è che è incominciato un confronto nuovo basato
sulla onestà, sulla sincerità e sulla ricerca della
chiarezza di persone che hanno scelto di camminare insieme.
Da osservatrice distaccata, con le mie impressioni sulla
giornata di Pisa, lancio anch’io un sasso nel centro
del vostro lago interiore, per osservarne il movimento che
questo produce al vostro interno, e partecipare
all’onda nuova di un movimento armonioso e
concentrico di apertura verso l’esterno.
Parto dalla splendida citazione di W.R.Bion, Il cambiamento
catastrofico, Loescher, 1974, riprodotta sul manifesto:
” L’essere umano sperimenta cambiamenti per cui
non ci sono guide. Supponiamo che nel corso dello sviluppo
l’uovo cominci a schiudersi: più la persona si
identifica con il guscio, e più sente che sta accadendo
qualcosa di terribile, perché il guscio si sta rompendo, ed
essa non conosce ancora il pulcino” e
dall’osservazione attenta del confronto iniziato la
mattina e proseguito nel pomeriggio per porre delle
domande:
- Chi cura chi?
- Come ?
- Chi educa chi?
- Come?
- Perché oscurare i volti delle persone afasiche nel video
Afasia: Velocità Zero, presentato alla Biennale di Venezia
(http.//www.lucabuvoli.com), dal momento che gli afasici
erano attori, adulti consapevoli che avevano scelto di
prestare le loro voci, interpretando il testo del Manifesto
Futurista di Marinetti, provocazione nella provocazione
artistica di Buvoli?
Bisogna ricordare sempre che le persone afasiche non solo
possono ma devono potere esercitare il loro sacrosanto
diritto alla scelta. Questo diritto viene loro
costantemente negato con una violenza inaudita. Le persone
afasiche vengono private della loro vita, della loro
libertà di pensiero, di espressione e di scelta. Tutti
scelgono per loro sulla loro pelle, tutti decidono al posto
loro che è meglio, senza mai chiedere niente al diretto
interessato. Questa è l’esperienza più devastante per
un essere umano, ridotto ad essere, per il mondo esterno,
un fantasma.
- Perché tutto il mondo esterno all’afasia, medici
inclusi che non sanno che pesci prendere quando hanno di
fronte una persona che non comunica, ha bisogno di
nascondere, oscurare, proteggere la persona afasica e di
interpretarne il pensiero e il loro sentire, riconoscendosi
un ruolo che nessuno gli ha dato, di essere mediatori o
facilitatori della loro comunicazione con i terzi?
- Perché anche gli operatori più giovani e più in crisi nel
loro ruolo e pertanto più sensibili all’apertura di
nuovi orizzonti, hanno bisogno degli afasici per ottenere
il riconoscimento delle loro qualità e il consenso e
l’approvazione dei loro capi?
- Perché anche i giovani operatori e i volontari, animati
da nobili intenti, continuano a porsi come insegnanti o
educatori nei confronti delle persone con afasia che sono
uomini e donne adulti, con una vita spesso problematica
alle spalle, lavoro, figli, famiglia, li trattano come se
fossero dei bambini alla scuola materna, e lo fanno in
pubblico mortificandoli ed umiliandoli come è accaduto nel
momento musicale, concepito con altre finalità?
E’ proprio questo l’atteggiamento più odiato
dalle persone afasiche, quanto l’intolleranza ai
tests limitati e superati che devono subire per sentirsi
dire quello che già sanno e sentirsi condannati a vita a
portare l’etichetta del danno, del deficit?
Tristezza, impegno, serietà, disagio, ansia da prestazione
erano le emozioni che passavano all’uditorio in quel
momento musicale nel quale le persone afasiche avrebbero
potuto divertirsi, provare gioia e comunicarla
all’esterno se solo avessero avuto modo di scoprire
la bellezza di quei suoni e di quei ritmi che non
riconoscevano dentro di sé pur eseguendo la performance
correttamente. In questo caso
- Chi protegge chi? Le persone afasiche ed ictate riunite
in un gruppo di soggetti che da protagonisti diventavano
oggetti di studio, con cui e su cui sperimentare tecniche
creative alternative a quelle tradizionali, largamente
desuete come modello, proteggevano la musicoterapeuta
pisana evitandole una brutta figura con il loro impegno
serio ma triste.
- Perché ostinarsi a riunire le persone con afasia in
gruppi etichettabili, isolati e separati dal mondo che li
circonda?
- Perché non inserirle in gruppi aperti, senza alcuna
distinzione, dove vi sia interazione con le persone
normodotate, come avviene nella normalità della vita
quotidiana?
- Perché questo bisogno della medicina occidentale di
enfatizzare sempre la morte, il negativo, la paura, di
rimarcare continuamente quello che manca, il danno, il
deficit, il pericolo di vita, fonte di disagio psichico, di
depressione profonda e di spinte suicide, piuttosto che
dare risalto al positivo, all’energia della vita,
alla prevenzione e alla cura della persona e potenziare in
lei quello che è c’è di sano, integro ed armonioso?
Se si rafforza la persona puntando su quello che ha
conservato intatto, si può recuperare anche il suo deficit
e aiutarla a scoprire quello che è ancora nascosto in lei,
un intero universo racchiuso in un’anima
imprigionata, la voce, in lotta continua con lo spirito
vitale che freme per poter esprimersi in mille altri modi.
- Perché ancora nel 2008 è tanto difficile ribaltare
completamente l’ottica e il modo di entrare in
relazione con le persone colpite da afasia nei convegni
sull’afasia?
- Perché non si dà loro modo di esprimersi nel rispetto dei
loro tempi, di parlare dei loro problemi, perché non li
ascolta e si presume sempre di sapere già quello di cui
hanno bisogno?
- Perché i protagonisti dei convegni sull’afasia sono
sempre e soltanto i medici, i riabilitatori e ultimamente
anche gli operatori “alternativi” e non le
persone con afasia?
- Perché il mondo medico usa solo e sempre parole difficili
ed incomprensibili per parlare dell’afasia, se parte
da uno stato di completa ignoranza della condizione
dell’afasia –altra parola complicata per colti-
il cui significato, non a caso, è senza parola, che si
trasforma subito per i medici in negativo: privazione della
parola e perdita del linguaggio?
Finchè non si prova sulla propria pelle l’esperienza
dell’afasia, non si potrà parlare di afasia ma solo
di quello che non si conosce ancora, si potrà vagamente
immaginare cosa si prova solo immedesimandosi nella persona
con afasia, scendendo nel suo silenzio forzato e restandoci
per ore, per giorni, per settimane, per mesi, per anni e
dal silenzio udremo la voce dell’anima e scopriremo
un universo meraviglioso da cui apprendere perché contiene
in sé già tutto, la vera essenza della vita oltre ogni
limite, oltre ogni ruolo.
Silenzio, Osservazione, Attenzione, Rispetto e Ascolto di
sé e dell’altro sono le chiavi per entrare in
contatto con la dimensione dell’afasia e vi posso
assicurare che è bellissimo il suono del silenzio, come un
gioco interiore, come il gioco del silenzio che facevano da
bambini, e il silenzio avvicina a Dio e alla conoscenza
interiore da cui nasce l’intuizione.
Vi siete mai chiesti perché i momenti migliori di
condivisione sono sempre quelli extra-convegno? Perché sono
molto più autentici ? Perché cadono le maschere?
Sono convinta che la confidenza fattami, durante la pausa
del caffè, da Gabriele, uno dei tanti musicisti tristi
dell’intermezzo musicale, appena incontrato a Pisa,
meritasse di essere tema di un convegno sull’afasia,
forse di quel nostro incontro di confronto al quale, ancora
una volta, le persone afasiche non erano presenti e
avrebbero certamente capito molto di più dal nostro
dibattito senza maschere, come stanno veramente le cose.
G. mi chiedeva, con grande perplessità, quale fosse il
senso di quel convegno e in quale direzione andassero gli
operatori.
Aveva appena concluso la sua esperienza musicale, ma non
mostrava alcun piacere, aveva bisogno soprattutto di
parlare, capire ed avere delle risposte sul “perché
mia figlia ora adolescente mi rifiuta come padre
ictato?”
Abbiamo parlato della nostra comune esperienza con i figli
e delle difficili unioni di fatto, delle separazioni in cui
i figli si trovano allo sbando, senza i punti di
riferimento a cui erano abituati, della sofferenza causata
dal nostro stato.
Ancora oggi, a distanza di 30 anni dall’evento, mi
pongo la stessa domanda di Gabriele e forse un giorno
troverò la risposta.
Con Gabriele ci siamo ritrovati a parlare
all’improvviso, non a caso, di via del cuore.
E dopo il nostro breve confronto, Gabriele ha posto delle
domande precise agli operatori in crisi.
So solo dirvi che è avvilente per me, scoprire che in 30
anni il mondo medico e riabilitativo è ancora a zero
sull’afasia. Per certi versi è addirittura
peggiorato. Non a caso Velocità Zero è il titolo del video
presentato alla Biennale di Venezia.
Ecco il dato che hanno in comune le persone afasiche e gli
operatori: velocità zero.
Con la sola differenza che per le persone afasiche questo è
un pregio, non un limite; per gli operatori una meta
interiore da raggiungere e rappresenta il crollo definitivo
di quelle certezze presunte che l’ideologia razzista
del mondo medico e specialistico ha loro passato,
portandoli alla crisi e alla scissione professionale ed
umana.
Non sono d’accordo con l’atteggiamento di forte
maternage di Bianca Pennello verso i suoi afasici, dei
quali interiormente vede il colore grigio e sente il
bisogno di trasportarli nel mondo dei colori attraverso la
pittura.
Niente di personale contro Bianca che stimo moltissimo come
persona dalle grandi qualità umane, ma è
quell’immagine interiore del grigio, della tristezza,
dell’ordinario sempre uguale, la cosa che più mi ha
inquietato e fatto riflettere. La sua percezione degli
afasici senza colori riflette un modo tradizionale di
intervento paternalistico che non è capace di andare oltre
il visibile, oltre l’apparenza.
Annamaria Neri ha parlato di ponti, ma quel possibile ponte
tra di noi va prima costruito e poi sorretto dall’
UMILTA’. Dobbiamo tutti noi fare silenzio e
ritornare, con le consapevolezze attuali di persone adulte
e in crisi, alla nostra infanzia problematica, in cui il
silenzio ha dominato rendendoci ipersensibili, diversi ma
speciali….
Se gli operatori e i medici sceglieranno di porsi in umile
e attento ascolto delle persone afasiche e del loro mondo
interiore, allora sarà possibile danzare insieme “il
tango dell’afasia” che nasce in automatico
nelle relazioni tra afasici, condivideremo “ il suono
del silenzio” su cui le persone afasiche sono
sintonizzati da sempre, ci regaleremo le rose oltre che il
pane e cammineremo insieme nella via del cuore.
Solo allora potremo camminare insieme e partiremo non più
da zero, ma ricominceremo, come diceva Massimo Troisi, da
tre.
Un’ ultima domanda:
- A che serve misurare l’immisurabile? Mi sembra di
assistere all’esperimento del bambino che vuole
misurare la quantità d’acqua del mare trasportandola
con il suo secchiello.
- A che servono le statistiche numeriche nei contesti di
libera espressione creativa con soggetti tutti diversi uno
dall’altro e portatori di deficit diversi?
- A dare notorietà, prestigio ed avanzamento di carriera a
chi vuole misurare l’immisurabile?
Si tratta soltanto di accompagnare le persone afasiche in
un graduale processo maieutico di scoperta ed espressione
dei loro possibili e molteplici talenti nascosti e non di
creare altri laboratori coatti e non liberamente scelti
dove fare esperimenti creativi come se fossero cavie.
Lo sono già nella fase di emergenza ictus. Hanno già dato
alla medicina di morte tutto.
In ogni percorso di formazione che ho fatto nel mio viaggio
di ricerca interiore verso l’unità,
l’integrazione e il benessere, ho imparato a mettermi
in discussione ogni giorno della mia vita, a vivere al
massimo come se ogni giorno della mia vita fosse
l’ultimo, a curare le mie relazioni, a renderle
sempre più sane, a vedere il lato oscuro di me, anche
quando non mi sentivo pronta a farlo. Dopo 10 anni di
depressione nera e profonda e tentati suicidi, curata dai
medici e psicologi di sostegno con gli psicofarmaci che mi
avevano ridotto a uno zombi ambulante, ho smesso di
pretendere attenzione dagli altri, ho imparato a darmi
attenzione, ho piegato il mio orgoglio ferito ed imparato a
chiedere, a chiedere scusa e a darmi perdono, a dare e
ricevere perdono, ho imparato a dire alle persone che
amo” ti voglio bene “ e “ho bisogno di
te” una volta di più, ho imparato il rispetto e
coltivato l’umiltà.
E’ stato un lungo e faticoso tirocinio.
In tutte le esperienze vissute non mi è stato risparmiato
mai niente solo perché ero afasica con un limite fisico. Mi
dicevano che la vita non risparmia niente, dovevo sforzarmi
di andare oltre quello che il mondo esterno ed io stessa
percepivo come limite insuperabile. Dovevo rimboccarmi le
maniche e ricominciare daccapo sfruttando
l’opportunità che mi era stata data dalla afasia,
invece di auto-commiserarmi e piangermi addosso,
richiedendo dal mondo esterno comprensione e protezione.
Mi invitavano a essere esempio per gli altri di ciò che si
può fare, nonostante il limite, ed ho imparato giorno dopo
giorno, a mettermi costantemente in gioco, inventando di
volta in volta, da sola, strategie creative ed alternative
per superare i problemi che mi impedivano di essere
autonoma e sono diventata una persona libera dentro.
Tra pianti disperati, esplosioni di rabbia, cadute in
crisi, cadute e rimesse in piedi ho capito che
l’altro non è diverso da noi che pensiamo di essere
limitati, limitandoci.
Quella sofferenza mi ha temprato, mi ha reso più forte e mi
ha trasformata in una persona migliore, completamente
diversa da quella che ero prima dell’ictus che come
uno tsumani si è abbattuto sulla mia vita demolendo tutto.
Solo dopo anni e anni di pulizia interiore e di
rafforzamento della mia volontà e della determinazione a
conseguire una meta dopo l’altra, solo dopo un lavoro
costante sull’ego e sull’abbattimento della
personalità che genera delirio di onnipotenza, mi sono
stati dati gli strumenti per prendermi cura
dell’altro e le tecniche per farlo bene e con amore.
Poi, dopo tanta fatica e tanto studio di apprendimento
delle tecniche, mi è stato detto di dimenticarmi
completamente della tecnica e lasciare agire in me
l’intuizione nella relazione con l’altra
persona.
La tecnica doveva essere solo di supporto, come una mappa
con pochi riferimenti essenziali, i 4 punti cardinali, per
orientarsi in un territorio inesplorato che è
l’altro, la persona di cui prendermi cura con amore e
con sacro rispetto della sua energia.
La componente spirituale a 360 gradi è stata determinante
in questo percorso.
Scoprivo che mi era sempre più facile lasciare da parte la
tecnica, solo chiudendo gli occhi e mettendomi in
atteggiamento di raccoglimento interiore e di apertura
all’ascolto in qualsiasi campo operassi e in
qualsiasi terapia facessi scoprivo che le mie mani già
sapevano tutto, erano antenne riceventi i segnali che
sapevano interpretare e operavano di conseguenza. Negli
anni del tirocinio pratico, i miei pazienti durante il
trattamento andavano spesso in uno stato di profondo
rilassamento simile alla trance, contattavano una parte
profonda di sé e capivano da soli cosa dovevano cambiare
nella loro vita. Dopo un trattamento di shiatsu medico, che
durava non meno di 1 ora e 15 minuti fino all’ora e
mezzo, in completo silenzio, uscivano rigenerati ed
esprimevano la loro gratitudine.
Ho sperimentato nel corso degli anni la validità di questo
approccio, molto rispettoso della persona e quella verità
contenuta nell’antica saggezza
dell’insegnamento orientale- la stessa di Ippocrate
da cui i medici occidentali si sono sempre più allontanati-
mi ha consentito di stabilire subito in contatto profondo
con l’altra persona con la quale entravo sempre in
risonanza. Quando questo accadeva, la mia mente, il mio
spirito, il mio corpo, il mio cuore erano integrati e
potevo percepire che ero in fusione perfetta con
l’altra persona, respiravamo all’unisono ed
eravamo una sola persona. L’intuizione, la
conoscenza, la saggezza interiore, la scintilla divina,
lavorava in tutta la mia persona nella relazione profonda
con l’altro.
Sono diventata il punto di riferimento per le persone
sofferenti, una sorta di pronto soccorso, di 3131
telefonico, la psicologa, il confessore spirituale a cui
raccontare tutto di sé.
Negli anni di volontariato nelle associazioni dei disabili,
termine da me sempre odiato, sostituito subito con “
diversamente abili”, e poi in quelle associazioni che
avrebbero dovuto occuparsi delle persone afasiche,
prendendonese cura, ho imparato a conoscere veramente
l’afasia a stretto contatto con le persone afasiche e
con i loro familiari.
E’ stato quello il laboratorio di osservazione e di
interazione umana e solidale in cui ho capito veramente il
dramma sociale dell’afasia.
Ho interagito con loro solo dopo averli ascoltati per ore,
per giorni, per mesi ed avere osservato le loro dinamiche
nelle relazioni conflittuali con i familiari, con i medici,
con gli operatori, con le istituzioni.
Ho dato loro quello che chiedevano, che chiediamo tutti per
noi stessi: Rispetto e Attenzione.
A richiesta e in situazioni di assoluta emergenza che al
Sud sono croniche e quotidiane, diventate di ordinaria
amministrazione, ho prestato il mio aiuto, intervenendo là
dove necessario e dove mi era consentito dal contesto, nel
dialogare con le persone con afasia spiegando loro le
ragioni per cui dovevano ricominciare daccapo perché la
vita aveva concesso loro di avere una seconda opportunità,
sostenendoli e stimolandoli alla ripresa della loro vita,
qualsiasi essa fosse, e invitandoli sperimentare da soli le
strategie alternative, “fai da te”, per vivere
meglio di prima e più in armonia con sé stessi e con il
mondo.
Quando trovavo accoglienza e collaborazione da parte dei
familiari, il mio piccolo intervento lasciava un segno, un
seme che veniva raccolto e coltivato e che dava frutti
copiosi come nella storia di Crescenzo, pubblicata sul
sito.
Ma quante volte, troppe volte, l’indifferenza, la
stanchezza, la non accettazione dell’intervento
dell’associazione, la non voglia di mettersi in
discussione e la pretesa del contesto familiare che
l’afasico tornasse identico a prima dell’ictus
ha concorso all’abbandono di tante persone afasiche,
anche giovani, lasciate da sole anche dagli stessi
familiari.
Se questo accade, è solo frutto dell’ignoranza delle
persone che vanno educate e della latitanza dei medici
nella fase di stretta emergenza, quando è più necessaria
l’informazione semplice e corretta sull’evento,
il sostegno psicologico, l’orientamento e
l’educazione dei familiari in tilt che vengono
lasciati completamente soli. Per non parlare del rapporto
con la persona afasica, trattata come un oggetto
misterioso, un vegetale in coma, verso la quale non si
spende più di tanto in termini di relazione umana.
Tante, troppe volte, e sempre nei casi più difficili e in
cui serve tutto il sostegno specialistico, dove la
comunicazione verbale, irrimediabilmente compromessa,
ridotta a zero c’è l’abbandono più completo con
la conseguente rinuncia alla vita, come nella storia di
Giuseppe.
Occorrerebbero in questi casi miliardi di colibrì che come
tanti angeli custodi si prendessero semplicemente cura di
queste persone, basterebbe tanto poco per ridare dignità a
esistenze così provate, basterebbe una presenza silenziosa
ed empatica, una comunicazione da cuore a cuore, da mente a
mente, da anima a anima, come nel “Silenzio”,
racconto splendido di Yasunari Kabawata (Prima neve sul
Fuji, Oscar Mondadori).
Per comunicare in questo modo, non occorre nessuna tecnica,
nessuno specialismo, solo il desiderio di stabilire una
relazione con la persona chiusa nel suo silenzio e la
volontà di raggiungerla a tutti i costi.
Ma la paura della diversità, il terrore del silenzio
determinano la fuga di tutti gli animali dal bosco, anche
di chi, come il leone, il re della foresta, il capo
indiscusso, solo in apparenza mostra di essere forte e
coraggioso ma, in realtà, è il primo a scappare di fronte
alla difficoltà che crede irrisolvibile e ogni tentativo di
affrontarla, vano…..chi vi ricorda?
Io credo che sola cosa che possiamo e dobbiamo fare è
misurare il grado di civiltà che parte
dall’accoglienza dell’altro, di quelle persone
che ancora troppi medici definiscono, diverse, anormali,
limitate, deficitarie….
Il confine con il razzismo e l’intolleranza è
sottilissimo. E’ di questo che dobbiamo aver paura,
del mostro che è nascosto in una parte di noi, pronto a
saltare fuori nei nostri deliri di onnipotenza e nei nostri
atteggiamenti arroganti, presuntuosi, intolleranti,
violenti ed avere il coraggio di guardarlo in faccia, di
guardarci con onestà allo specchio e di metterci in
discussione sempre di più, ricordando a noi stessi che un
giorno questa stessa esperienza, gravemente limitante e
mortificante, potrebbe capitarci all’improvviso e non
ci è dato sapere prima come ne usciremo e se ne usciremo.
“Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto
a te” è un proverbio che contiene una saggezza antica
che dovremmo tutti stamparci nella mente, quando entriamo
in relazione con il mondo della sofferenza.
Vi ringrazio dell’attenzione e spero che il nostro
confronto sia sempre più produttivo nel nostro comune
cammino.
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