Seminario Progetto Edunet Genova 18.12.2004 AFASIA:ABITARE
UNO SPAZIO INVISIBILE.
Valore
dell’intuizione nelle persone afasiche.
Olimpia
Casarino
L’intuizione e la creatività sono le qualità
maggiormente espresse dagli afasici; quasi sempre sono i
soli veicoli di comunicazione nelle loro relazioni con il
mondo esterno.
La
parola intuizione viene
dal latino tueri e
richiama il concetto del
prestare attenzione non solo
alle persone, nel senso di volgere lo sguardo, volgere il
pensiero; tueri esprime anche il concetto del
guardarsi dentro: in-tueri è proprio” rivolgere
attenzione al nostro interno.”
Il
silenzio, a cui costringe l’afasia, obbliga a
guardarsi dentro…
quel silenzio forzato si
trasforma in
intuizione….la prigione bianca apre le
porte a molteplici forme di comunicazione
dell’essere, di fatto “comunicazioni
alternative” che vanno
esplorate con tenacia, con umiltà e con pazienza.
Non a
caso, l’intuizione
è una
qualità largamente utilizzata
nell’ambiente
familiare. Nasce
nei contesti in cui la relazione affettiva è molto forte;
l’osservazione, l’attenzione, la sensibilità,
il rispetto, la stimolazione creativa, l’invenzione
di strategie alternative personalizzate di comunicazione,
se attivate costantemente, creano rapporti di profonda
empatia tali da trasformare la persona colpita da afasia e
da riportarla alla vita attiva.
La
qualità del rapporto gioca un ruolo fondamentale nella
rieducazione della persona afasica. È il
tema scottante su cui Alias ha avviato un dibattito; è
ancora il tema trattato nelle Storie di afasia, apparse nei
siti delle associazioni A.IT.A , ALIAS e Alice.
Nel mio percorso di uscita dall’afasia è stato
determinante, oltre al sostegno familiare,
l’empatia
vissuta nel rapporto con i gruppi non protetti, basati sul
lavoro interiore, sulla comunicazione verbale e non
verbale, sulla espressione di molteplici forme della
creatività:
musica, canto, contatto corporeo, massaggio, danza,
meditazione, teatro, pittura, disegno, scrittura,
fotografia,ecc.
In ciascuna di queste esperienze ho ritrovato una parte di
me, che avevo persa momentaneamente, e che si era
amplificata a scapito di altre forme più logiche e
razionali, come il calcolo e la matematica, tuttora
problematiche.
Da queste esperienze
ho appreso la forza interiore. Nel
corso di ciascuna esperienza fatta in gruppo, ogni volta
con persone diverse e tutte apparentemente
“normali”,
ho osservato che il mettermi in gioco mi faceva
crescere
in autostima, il sentirmi accettata e compresa come il
percepire disagi e rifiuti assolutamente normali in tutti i
tipi di relazione, mi faceva lavorare di più dentro per
portarmi all’accettazione di me e alla
comprensione
anche degli altri.
Nel prestare attenzione agli altri, nell’ascolto e
nella condivisione dei vissuti emotivi anche
delle altre persone “normali”, scoprivo che
spesso avevano malattie terminali, che la mia afasia era
forse meno grave e la ridimensionavo, puntando a quello che
potevo esprimere al meglio, alle nuove manifestazioni più
creative,
comunicando in modo più essenziale, più diretto, più
semplice, più autentico, più vero.
In
questo modo, nel corso di 25 anni dall’evento, sono
ritornata alla pienezza della mia vita gradualmente. Grazie
alle
relazioni di sostegno dei gruppi aperti ho
superato le depressioni ricorrenti, i pensieri di suicidio,
l’isolamento, la solitudine, le difficoltà nella
relazione, il senso di fallimento,
le mille rinuncie alle
piccole cose quotidiane che
facevo abitualmente come il cucinare, leggere le favole al
mio bambino di tre anni, il ricamo, il lavoro a maglia, la
pittura, il parlare lingue straniere, passando poi a
rinunce più importanti che
riguardavano la mia
sussistenza, il
mio
lavoro di storica che
ricopiava pazientemente, come i monaci amanuensi, interi
incartamenti dell’Archivio di Stato. Per non parlare
dell’insegnamento,
essendo impedita
gravemente nella comunicazione verbale con gli
studenti
Ho
inventato nuove forme alternative di ritorno alle piccole
cose, che facevo ugualmente ma in modo creativo,
raccogliendo suggerimenti e mille input che mi venivano
proposti dall’esterno. Ho sperimentato in prima
persona tutte le strategie di adattamento possibili pur di
comunicare. La musica e il contatto corporeo sono stati i
veicoli principali della mia trasformazione. Ho coltivato
nuovi interessi, ho aperto la mia mente e il mio cuore alla
medicina orientale e alle terapie naturali. Entrambe mi
hanno presentato nuove prospettive di lavoro non più
dipendente e più rispondente al mio sentire il mondo e la
vita, profondamente cambiato….
Le
esperienze vissute nei vari gruppi aperti hanno valorizzato
ed amplificato in me quelle due qualità, l’intuizione
e la creatività che non sapevo di
possedere;
hanno trasformato la mia debolezza di afasica in un punto
di forza nel processo di riappropriazione della mia nuova
vita.
Non a
caso, queste due
qualità sono,
ancora oggi,
molto poco utilizzate nell’ambiente
medico specialistico e per niente applicate
nell’ambito della rieducazione dell’afasia in
Italia. La
scelta di
privilegiare una relazione distaccata e tecnistica
complica
solo i rapporti e rinchiude le persone in tipologie
e
schemi precisi
di intervento assolutamente parziali.
Il rapporto umano è
totalmente assente in tutte quelle relazioni non fondate
sull’interiorità e sull’accettazione del malato
in quanto “persona”.
L’evento
“malattia” obbliga la persona ad entrare in
rapporto con sé stesso, a mutare pelle e modo di sentire;
impone una trasformazione che si realizza in un faticoso,
doloroso e incessante lavoro di scavo
interiore.
Il
distacco, il tecnicismo non funzionano più perché ogni
relazione è interamente giocata nella dimensione dello
spirito che capovolge i valori della società; è in quella
dimensione che pone la qualita dell’ “essere
“ in primo piano e annulla totalmente l’ego, la
rappresentazione del sé, i ruoli, le etichette, i
riconoscimenti, che va cercata e creata una nuova
relazione; l’incontro, la svolta, sono possibili solo
nella ricerca del contatto con l’altro in quella
dimensione che obbliga a mettersi in discussione, a
guardarsi dentro e a riconoscersi nell’altro che ci
sta di fronte…in quell’empatia che nasce nella
relazione affettiva molto forte, che richiede sacrificio,
dono di sé, disponibilità di tempo, inventiva, intuizione e
che fluisce libera da schemi razionali... in questa
dimensione quel silenzio vuoto e angosciante si carica di
parole e di contenuti….dare voce al silenzio
dell’anima è sempre un’impresa ardua che
richiede tutt’altri strumenti …..
SILENZIO
è il titolo di un bellisimo racconto del Premio Nobel
giapponese Yasunari Kawabata, pubblicato nel 1953.
Silenzio è la breve e intensa storia dell’incontro di
un giovane scrittore con il suo Maestro colpito da afasia.
Nel tipo di pensieri che affollano la mente del visitatore
è contenuta tutta la problematica della comunicazione
impossibile:
“
Si dice che Omiya Akifusa non pronuncierà mai più una
parola. E a che a sessantasei anni non scriverà mai più,
nonostante sia un romanziere. Non solo non scriverà più
romanzi, ma più niente in assoluto, nemmeno un solo
carattere.
La sua mano destra è paralizzata, inservibile, come la sua
lingua, ma sembra possa muovere un po’ la sinistra.
Quindi, se volesse, scrivere non gli dovrebbe risultare
impossibile. E anche se n on riuscisse a comporre lunghi
brani, potrebbe almeno scrivere qualche parola
in
Katakana,
usando grandi caratteri, per far capire a chi lo assiste di
cosa ha bisogno.
Per esempio, anche se il vecchio Akifusa, increspando le
labbra come per succhiare, o compiendo il gesto di chi
porta alla bocca un bicchiere, facesse capire di aver
voglia di bere, sarebbe difficile intuire se desideri
acqua, tè, latte o una medicina. Come distinguere tra tè e
acqua? Ma se scrivesse “acqua” o
“tè”, diventerebbe subito chiaro. Anche le sole
iniziali, la “a” e la “t”,
potrebbero bastare.
Non è strano che un uomo che si è guadagnato da vivere per
più di quarant’anni con la scrittura, ora che
l’ha persa quasi completamente e che quindi ne ha
compreso fino in fondo lo straordinario potere, pur potendo
ancora usarla, per quanto a fatica, preferisca tenerla
sigillata dentro di sé? Quelle semplici lettere
“a” e “t”, potrebbero avere più
forza delle innumerevoli parole scritte da Akifusa nel
corso di una vita, diventare le vette della sua arte. Il
suo capolavoro.
Erano queste le cose che pensavo di dirgli quel
giorno,
mentre
mi recavo a fargli visita.”
Sono questi i pensieri che facciamo tutti nell’andare
ad incontrare una persona afasica. Predisponiamo la nostra
mente escogitando mille strategemmi tecnici per superare il
dramma di quel silenzio che ci mette a disagio.
Infatti il racconto prosegue con un tentativo fallito dello
scrittore di far parlare il Maestro. L’invenzione di
Kawabata dei tre puntini tra parentesi sottolinea la
comunicazione silenziosa del Maestro afasico che il giovane
scrittore non riesce a penetrare. Il disagio lo spinge a
spostare la conversazione con i familiari, tra mille
sentimenti contrastanti: “
In quegli otto mesi, da quando il vecchio Akifusa si era
trasformato in un fantasma vivente, ero stato a trovarlo
soltanto due volte. La prima era stata subito dopo il suo
atttacco. Mi aveva molto turbato vedere uno scrittore che
era stato per me un maestro e un punto di riferimento
–aveva vent’anni più di me- ridotto in quello
stato miserevole.(…)Pensai che se avesse avuto un
secondo attacco, anche leggero, questa volta per lui
sarebbe stata la fine. Mi sentivo in colpa per il fatto di
averlo trascurato, pur vivendo a Kamakura che è vicina a
Zushi come il naso agli occhi. Non erano poche le persone
che avevano lasciato questo mondo prima che io mi decidessi
ad andarle a trovare, tanto che mi ero ormai rassegnato a
questo fatto come a una delle fatalità della vita…..
Erano passati solo otto mesi dal suo attacco, ma a quanto
pareva i visitatori si erano già diradati. E’
difficile trattare con un vecchio che non ci sente, ma lo è
anche trattare con una persona che, pur sentendo
normalmente, non può parlare. Sapere che l’altro
capisce ciò che gli diciamo e non capire cosa lui vorrebbe
dire crea più disagio che parlare con un sordo.”
Lo
scrittore-visitatore fu colpito dal sacrificio della figlia
maggiore di Akifusa, rimasta nubile per prendersi cura del
padre, dopo la morte della madre. “La
vista di Tomiko, di colpo invecchiata e come avvizzita, mi
intristì e mi diede la misura della sofferenza di quella
famiglia”.
Ma non fu la sola cosa che lo colpì. Restò sorpreso dal
tipo di relazione empatica che c’era tra padre e
figlia. Non credeva che fosse possibile riuscire a
comunicare così intensamente; Tomiko riusciva a leggere nel
pensiero del padre che restava in silenzio:
“A
mio padre fa tanto piacere che lei sia venuto, e le chiede
se potrebbe trattenersi un po’ più a lungo. Papà,
vuoi che il signor Mita resti a cena, vero?”
Guardai il vecchio Akifusa, la testa appoggiata al cuscino.
Sembrò annuire. Gli faceva davvero piacere che fossi
venuto? La sclera era torbida e gli occhi cisposi, ma in
fondo alla pupilla mi parve di distinguere uno scintillio.
E se fosse stato il primo segnale di un secondo colpo? Fui
preso dall’ansia che potesse accadere da un momento
all’altro.
“Temo che, se resto troppo a lungo, suo padre si
potrebbe stancare e …”
“No, mio padre non si stancherà affatto” disse
Tomiko decisa.“ Mi giudicherà indelicata se la
trattengo accanto a una persona in queste condizioni, ma
vede, ad avere la compagnia di uno scrittore, papà si
ricorda di esserlo anche lui…”
Mita
decide di restare e ha modo di osservare più a fondo la
comunicazione telepatica di Tomiko con il padre. La figlia
gli parla di un romanzo che le ritorna in mente spesso, ora
che il padre è in quelle condizioni. E’ un romanzo
indimenticabile dal titolo
La madre che legge.
Tomiko gli racconta la storia vera di un giovane che quasi
ogni giorno mandava strane lettere ad Akifusa, sperando di
diventare scrittore; poi impazzì e venne rinchiuso in un
ospedale psichiatrico, dove non gli permettevano di tenere
nè penne, né matite, né inchiostro, perché pericolosi, ma
solo dei fogli di carta. E il giovane credeva di scrivere,
ma la carta rimaneva bianca. Da questo punto Akifusa aveva
cominciato il suo romanzo inventando una comunicazione
virtuale basata sul sentire e sui ricordi tra madre e
figlio. La madre, ogni volta che andava a trovare il
ragazzo, doveva leggere ad alta voce quello che lui aveva
scritto. La donna avrebbe voluto piangere sui quei fogli
completamente bianchi e sorrideva fingendo che il contenuto
fosse buono e complimentava il figlio. Ma il ragazzo
insisteva a voler essere letto le sue storie…allora
la madre cominciò a raccontargli di quando lui era bambino.
Tomiko racconta: “Il
folle è convinto che la madre, accontentando la sua
richiesta, gli stia leggendo i ricordi che lui stesso ha
scritto. I suoi occhi brillano di orgoglio. La madre non sa
se il figlio capisca o no quello che lei gli dice”.
Ma col tempo diventa sempre più brava, fino ad avere la
sensazione di leggere davvero un’opera scritta dal
figlio. “Si risvegliano in lei anche cose che
sembravano dimenticate. E i ricordi del figlio diventano
sempre più belli. Lui incoraggia la madre nel racconto, la
aiuta, lo modifica, e ormai è impossibile capire se il
racconto sia della madre o del figlio. La stessa madre, nel
raccontare, si dimentica di sé. Dimentica pure che il
figlio è pazzo. Del resto, mentre la ascolta con assoluta
concentrazione, pur essendo pazzo non dà affatto
l’idea di esserlo. In quei momenti i loro spiriti si
fondono, madre e figlio sono felici come se fossero in
paradiso. Col passare del tempo, la madre ha la sensazione
che il figlio cominci a guarire dalla sua follia, e
continua a leggere le pagine bianche”.
Perché
mio padre ha scritto una storia come questa? si chiede
Tomiko; ha la
sensazione inquietante che il padre le stia parlando
attraverso quel romanzo, che stia ancora scrivendo romanzi
nella sua testa e che lei non sarebbe mai capace, come
quella madre, di leggergli ad alta voce il suo romanzo dai
fogli bianchi.
Ma Tomiko conosce quello che tutti gli altri non sanno: che
nel romanzo i ricordi del giovane, di quando era bambino,
sono i ricordi della sua infanzia e di quella della sorella
che il padre aveva adattato al maschile….
Con
questa rivelazione, il giovane scrittore in visita, inizia
il suo viaggio interiore che lo porta
all’incontro
con il maestro e all’intuizione che
questi possa ancora scrivere attraverso Tomiko, grazie alla
speciale sintonia delle loro menti. “Avrebbe
potuto calmare la fame di parole di Akifusa, guarirlo da
quel suo totale silenzio. La fame di parole può essere
atroce.”
L’illuminazione del giovane scrittore è servita a
rinnovare l’entusiasmo nella figlia del maestro, che
lo lascia apposta solo con il padre per stimolarlo a
vincere il disagio della comunicazione; la chiave del
contatto è contenuta proprio nell’immersione in quel
silenzio in apparenza impenetrabile e non interpretabile. E
nel silenzio Mita comprende il suo maestro:
“Il
suo silenzio non è senza
significato…..Anch’io, nel corso della vita,
vorrei almeno per una volta entrare nella dimensione del
silenzio” , mentre
confida ad Akifusa i suoi pensieri iniziali sulle possibili
strategie tecniche per uscire dall’afasia, si rende
conto subito di aver sbagliato e gli chiede scusa:
“Lei ha scelto di
ritiurarsi nel silenzio, e io le ho portato
confusione”…Nell’uscire da quella casa
Mita ha mutato il suo pensiero e dice a se stesso:
”Avevo la netta sensazione di avere sragionato sotto
l’effetto dell’alcool. Non avevo fatto che
girare intorno al cerchio di silenzio del vecchio
Akifusa.”
“Mio padre la invita a tornare ogni tanto a parlare
un po’ con lui” disse Tomiko.
Ovviamente
il racconto è più ricco e parla di tante altre atmosfere
che si possono apprezzare solo attraverso una attenta
lettura.
Ma il suo contenuto mi sembra adatto al tema proposto da
questo seminario AFASIA: ABITARE UNO SPAZIO
INVISIBILE.
La
scelta di questo tema pone, a mio avviso, un importante
problema del come abitare questo spazio invinsibile.
L’educazione alla ricerca delle giuste chiavi di
accesso per entrare in comunicazione con i portatori di
afasia è legata strettamente alla qualità umana e alla
capacità della persona di stabilire una relazione tra
“ persone” .
La riprova di quello che affermo ci viene da questo
workshop, promosso ancora una volta da una associazione di
afasici, l’ALIAS, e non da un contesto istituzionale,
medico, sanitario o universitario. E non a caso
Van Eeckhout, persona
fortemente motivata e dedita con amore alla terapia
dell’afasia, è anche presidente
dell’Associazione LIS (locked-in syndrom).
La lettura del libro-intervista con Mona Ozouf
“ Il linguaggio ferito”
ha avuto per me la stessa importanza della Bibbia.
E’ un testo che, a mio avviso, andrebbe studiato ed
usato nell’ambito della formazione universitaria dei
nostri operatori,
i
“riparatori del linguaggio” come
direbbe Van Eeckhout
per capire quali siano le modalità di lavoro giuste e come
si possa entrare in relazione empatica con la persona
colpita da afasia.
Nel libro
ho trovato la conferma della
validità del mio percorso di uscita
dall’afasia, basato
interamente sulla stimolazione e sul potenziamento
dell’intuizione e della creatività.
Incontrarlo a Parigi e conoscerlo nello scorso aprile,
nell’ambito dell’associazione, è stata
un’esperienza molto bella che in me ha lasciato un
segno.
Gli ho chiesto di suggerirmi un modo semplice, alla portata
di una persona afasica come me, per reimparare a parlare in
francese e lui mi ha risposto : “è semplice,
canti” un attimo dopo mi sono ritrovata a cantare con
lui semplici frasi in francese. E’ questo Van
Eeckhout, la semplicità nella relazione.
Non a caso, la terapia ritmo-melodica di cui ci ha parlato,
è utilizzata da molti anni nell’ospedale La
Salpètriere di Parigi e in Italia, per quanto conosciuta
dai nostri afasiologi, non è ancora
applicata. Solo
da quest’anno un piccolo gruppo di operatori
di
Benevento, che
collabora con l’A.IT.A, e che era già in contatto con
Van Eeckhout , è impegnato nello studio
dell’applicazione alla lingua italiana e ne sta
iniziando la sperimentazione con soggetti afasici.
E non è un caso che l’informazione corretta
sull’afasia, il lavoro di formazione dei familiari e
dei volontari, i pochi gruppi di auto-aiuto per persone
afasiche e familiari presenti in Italia, o attività
creative come laboratori di teatro esistono solo nelle
associazioni, mentre sono totalmente non solo ignorati ma
nemmeno ipotizzati nelle stragrande maggioranza delle
nostre strutture sanitarie pubbliche e private, volte solo
a lucrare sulla sofferenza….
All’istituzione
non importa niente degli afasici che non hanno voce per
farsi sentire e per reclamare i loro
diritti…l’unica speranza viene dal lavoro
delle associazioni dei familiari che si fanno carico dei
problemi del mondo della sofferenza e dalla collaborazione
con persone nobili d’animo appartenenti al mondo
medico e riabilitativo.
Negli
ultimi anni ho fatto dell’afasia la mia crociata
personale, da quando sono entrata in contatto diretto con
altre persone afasiche, partecipando al dramma delle loro
vite spezzate o smarrite. Proprio quelle facoltà che nel
mio emisfero risultavano danneggiate, la parola e la
scrittura, ora, a distanza di anni, risultano potenziate e
assumono un valore diverso , di impegno sociale a 360
gradi; utilizzo la parola e la scrittura per denunciare i
guasti operati dalle strutture sanitarie preposte alla
riabilitazione delle persone afasiche, per divulgare la
ricerca dei percorsi metodologici innovativi nella cura
dell’afasia, per condividere tempi e spazi interiori
di relazione, in una dimensione umanamente più ricca e non
tecnica con gli afasici e i loro familiari.
Chi direbbe che tutto questo è iniziato nel lontano 1978
con una afasia globale e la perdita della funzionalità del
braccio destro dovuta all’estremo ritardo dei
soccorsi e alla arretratezza delle strutture sanitarie
napoletane?
Oggi
esistono per fortuna le stroke unit, c’è una campagna
a largo raggio di informazione sulle cause dell’ictus
e sulla sua prevenzione, oggi le possibilità di
sopravvivere sono aumentate grazie all’impegno dei
medici che lavorano nelle associazioni, ma al dopo-ictus
chi pensa?
La realtà è amara …le condizioni sociali non sono
molto cambiate né ci possiamo aspettare miracoli che
piovano dall’alto.
L’unico
miracolo possibile è in noi, non viene dall’esterno.
Non esistono al mondo guaritori, medici, logopedisti o
fisioterapisti in grado di operare miracoli o di
restituirci quello che abbiamo perso. Senza il nostro
costante impegno personale, non c’è guarigione né
recupero di sorta. Non si ritorna più come prima, le
persone che eravamo un tempo sono morte con le cellule del
nostro cervello. Ci viene data una seconda opportunità di
vita….possiamo divenire persone migliori rispetto a
quelle che eravamo prima….l’evento che ci ha
cambiato la vita, può svelarci nuove dimensioni
dell’essere e darci nuove opportunità di
esprimerci…..a noi la scelta di come vivere questa
nuova vita: pienamente, a metà o per niente. Se vogliamo
vivere, se abbiamo ancora uno scopo per cui vale la pena
lottare, occorre rimboccarsi le maniche e con santa
pazienza e forza di volontà aggrapparsi alla nostra vita
così com’è, scoprendone giorno per giorno i lati
positivi, sviluppando tutte le possibili strategie di
adattamento e di superamento dei propri limiti in ambienti
umanamente rispettosi della dignità della persona. E’
il fai da te e la frequentazione con le persone colpite
come te nella vita il mio messaggio, l’ unica
strategia di sopravvivenza nel dopo -ictus. Se si ha la
fortuna di vivere in un luogo dove esiste
un’associazione con delle persone sensibili e
preparate, cosa che non esisteva nel lontano 1978, bisogna
raccoglierla ed utilizzarla al massimo per essere
orientati, informati e
sostenuti in quel tragico dopo. Tutto il resto è
un’optional condizionato pesantemente dalla qualità
relativa nella rieducazione, resa sempre più una giungla da
logiche aziendali il cui interesse principale è il profitto
e non l’interesse al recupero delle persone.
Nessuna riabilitazione tecnica è efficace, nessuna
metodologia innovativa è vincente se non è sorretta da una
motivazione profonda, se non è svolta con umanità. Ma non
basta: ci vuole impegno personale e dono di sé.
