SARDEGNA

Il contatto profondo con la natura e le relazioni semplici e sane sono le ragioni per cui non riesco a stare lontana dalla mia adorata Sardegna per molto tempo. Pur non essendoci nata, è una terra che sento fortemente mia. Dall’ estate del 1988 mi è entrata subito nell’anima, diventando sempre più una parte di me anche se ci vivo in prevalenza solo d’estate per un mese o poco più. Spesso, durante l’anno, mi assale la nostalgia della Sardegna, non riesco a non pensare in particolar modo a Baja Sardinia d’estate, alla nostra casetta in multiproprietà così accogliente nella sua spartanità, così luminosa e solare… la nostra casa a luglio diventa un porto di mare, amici e parenti vanno e vengono e condividono con noi la nostra semplice vita, le nostre emozioni e il miracolo della natura che ci avvolge; il vialetto di casa, costruito sulle rocce ed immerso nella fitta vegetazione mediterranea, mirto, pini, ulivo, rosmarino è sempre frequentato da molti animali: gechi, lucertole, gatti, cani, uccellini e rondini in visita occasionale o permanente, sempre alla richiesta di cibo e di coccole. La presenza degli animali riempie e movimenta la nostra vita e la nostra casa diventa quella del buon pastore, ove chiunque arriva non vuole più andare via…
non riesco a non sentire la mancanza di tutte queste atmosfere, non riesco a non pensare con struggente nostalgia ai miei infiniti straordinari e  sempre chissà perché ? solitari momenti magici a contatto con la natura che vorrei condividere anche con le persone che amo e con quelle che sono lontane  perché so che sanno apprezzare quei momenti…..quei momenti unici ed irripetibili di contatto con l’infinito, di cui cerco di cogliere al volo le atmosfere, scattando foto o raccontando in diretta telefonica o scrivendo e-mail o sms al cellullare o tentando di descrivere nei miei racconti con parole limitate che non possono esprimere il miracolo dell’infinito che ogni volta vivo… Quanto vorrei condividere il sentimento di gratitudine che mi assale nella contemplazione della perfezione della natura ancora rispettata ed amata dai sardi, quanto vorrei far contemplare a tutti quei tramonti sempre bellissimi con i voli festosi delle rondini e il richiamo dei gabbiani che salutano e ringraziano gli ultimi raggi di sole, le incantate notti d’estate, il chiarore scintillante della luna, i notturni silenziosi e magici bagni di luna piena sul  terrazzo della casa sul mare con il mare illuminato a giorno dalla luce della luna, la brezza tenera e dolce del vento, la brezza fresca e rigenerante del vento, l’imponenza dei maestrali che purificano l’aria ed illuminano il cielo, lo spettacolo delle  prime stelle cadenti e l’immenso cielo stellato in cui sono visibili tutte le costellazioni, che quasi puoi toccarle con la mano ….o quanto vorrei regalare l’emozione delle passeggiate sulle  spiagge dei tre monti, incantate e deserte al tramonto, rese magiche dagli ultimi raggi di luce del sole o la magia delle escursioni sulle rocce dalle forme particolari a ridosso del Forte Cappellini, immerse nel silenzio e nella quiete, cullate dal respiro del mare, in particolare alla roccia  nel mare che io chiamo la testa dell’indiano dove vorrei che le mie ceneri fossero sparse alimentando nuove forme di vita, quanto vorrei far scoprire, toccare con mano e far vivere sulla pelle la magia di quella bellezza nascosta di quei luoghi in cui sto tanto bene a dispetto del caldo torrido da clima impazzito, delle caldane violente e improvvise, del sudore eccessivo, della sofferenza da menopausa e degli acciacchi dell’età…..stranamente solo là riesco a rilassarmi, a dormire un po’ di più e a sognare, solo là riesco a sopportare le mie mille piccole limitazioni, solo vicino al  mare in quella piccola casa senza aria condizionata e senza la lavatrice per me diventata sempre più indispensabile con il passare degli anni….
credo che solo allora sarei compresa fino in fondo dagli altri nel mio desiderio di vita e di comunione con la natura e di comunicazione semplice ma allo stesso tempo profonda con le persone, bisogni vitali costantemente delusi e mortificati nella vita di relazione cittadina fatta di frettolosi fuggenti incontri scanditi dai ritmi frenetici di lavoro che uccidono la spiritualità e distruggono il tempo dell’anima…..
credo sempre più che vadano scoperte e ri-scoperte le molteplici dimensioni dell’anima e il contatto con la natura nei luoghi in cui viene ancora rispettata ed amata, è la sola chiave di accesso alla ricchezza di quel mondo interiore che, se solo se vissuto pienamente, è fonte di gioia interiore e di unità con il divino che ci circonda….solo vivendo in modo semplice e alimentando la nostra spiritualità in questa dimensione, le relazioni umane diventano più “sane” e le persone sanno come essere vicine le une con le altre nel modo giusto…..

Sono portata per natura ad instaurare sempre con gli altri un rapporto aperto e semplice. Non so perché ma la gente con me si apre, specie chi soffre mi confida le sue pene, sapendo o intuendo di trovare accoglienza, comprensione e conforto.
La difficoltà maggiore di “incontro” è con le persone molto corazzate o con quelle che si aprono e chiudono come un rubinetto a tempo.
Osservo da anni che perfino nelle relazioni affettive più strette o spiritualmente più forti, in cui esiste la consapevolezza reciproca di mancare l’uno all’altra, e finanche quando questa mancanza viene comunicata, esiste sempre una zona d’ombra, una resistenza a vivere il rapporto con immediatezza e semplicità. Chissà perchè non ci abbandoniamo mai del tutto alla nostra “essenza”, restiamo in attesa ad aspettare un segno che parta dall’altro per  poter entrare in una relazione vera, autentica, più profonda, più intima e sentirci liberi di aprire e spalancare le porte del cuore e dell’anima…
Questo è il limite presente nelle relazioni della grande città o del piccolo paese dall’asfittico respiro culturale in cui le persone presentano o rappresentano al mondo esterno un’immagine di sé totalmente diversa e separata dalla propria essenza, “corazzate” nella loro vuota , a volte apparente, superficialità.
In questi contesti vivo il forte disagio nella comunicazione di qualità a senso unico. Negli anni ho imparato a tagliare subito sulle cose che mi fanno soffrire. Evito di alimentare gli scontri, le polemiche e le tensioni inutili. Preferisco lasciare posto al silenzio e al tempo per osservarmi e per osservare. Vivo il tempo del silenzio necessario alla chiarezza che porta nuova  luce nei rapporti e nella vita.
Nell’universo femminile, dotato di maggiore sensibilità, le relazioni sono sempre più semplici e si instaura subito un forte rapporto di solidarietà che raramente si stabilisce con l’universo maschile, e quando avviene è solo con persone estremamente sensibili.
Dall’ incontro con G. a Baja Sardinia è nato un rapporto di amicizia. G. ha 35 anni, sposata, ha due figlie, lavora in estate come donna delle pulizie nei residences. E’ una piccola donna in miniatura, ma sul lavoro è un mostro di efficienza e di inventiva. Ha alleggerito la mia sofferenza fisica quest’estate, aiutandomi nelle faccende di casa e mi ha telefonato spesso per sapere come stavo.  E’ un  tipo di compassione,  una manifestazione di solidarietà che ritrovo solo nelle donne, specie in quelle  più sensibili e mazziate dalla vita. G.  mi ha raccontato tutta la sua vita al secondo giorno, vedendomi sudare in permanenza e faticare con un braccio solo. La figlia  primogenita, ora diciottenne, fin da piccola -dall’età di sei anni - vive con un rene solo. E’ stata operata più volte con il risultato di avere da tanti anni e- ahimè per tutta la sua vita- un catetere in pianta stabile, che solo da poco tempo, i medici che la seguono le hanno insegnato come svuotare da sola  più volte nella giornata. I controlli medici ai quali si deve sottoporre periodicamente sono complicati e costosi  e soprattutto lontani dalla Sardegna. La malasanità nel sud Italia e nelle isole colpisce ancora! Per questo motivo G., che prima era casalinga, è stata costretta a triplicare il suo lavoro e a lavorare fuori casa. Suo marito è muratore ed è molto spesso a lavorare in zone molto lontane da casa. Per questa ragione, G., prima di andare a lavorare, deve preparare il pasto al marito, occuparsi della sua casa e del pranzo per gli altri familiari. Per fortuna ha una mamma anziana che le guarda le figlie. G. lavora, spostandosi spesso con la sua macchina, causa di altre spese, alle dipendenze di un’agenzia di pulizie, la cui titolare prende 15 euro l’ora e a lei al massimo  dà dai 5  ai 7 euro all’ora, in relazione al tipo di lavoro e alle tariffe concordate con i residences e con gli alberghi. G. mi raccontava, con le lacrime agli occhi, che ha dovuto lasciare per un intero anno la seconda figlia di pochi mesi, abbandonare la sua famiglia per restare vicino alla primogenita per tutto il tempo della sua operazione e della successiva lunga riabilitazione, avvenuta nel ‘continente’, ovviamente nel nord Italia. Mi confidava con una indignata rassegnazione che, di recente, l’ha dovuta perfino ritirare dalla scuola, all’ultimo anno di liceo perché i professori, ancorché informati del suo problema di salute, non le consentivano di uscire dalla classe per andare nel bagno a svuotare il catetere. Comportamenti da denuncia penale! Nell’arco di un mese è nata tra noi una profonda amicizia. G. mi portava ogni settimana le verdure buonissime colte la sera prima dal suo orto. Abbiamo in comune molte cose, compresa la passione per  i  fiori, per la natura, per la campagna e per l’orto, lo stesso modo di pulire la casa in modo accurato e in tempi veloci. Abbiamo condiviso gran parte dei problemi di salute, ci siamo confrontate sulle nostre esperienze di malattia e di rieducazione settentrionale. Le ho raccontato le esperienze dei molti afasici incontrati nel lavoro dell’associazione e abbiamo parlato a lungo delle leggi che tutelano o dovrebbero tutelare le persone invalide. G. era informata ma, allo stesso tempo, era molto rassegnata e passiva all’inizio della nostra relazione. Credo che in un mese di contatto qualcosa in lei sia cambiato,  in lei sono comparse la forza di reagire e la combattività necessaria a garantire alla figlia il suo diritto alla salute e ad una vita il più possibile dignitosa. Quanta tenerezza mi faceva sentirla parlare al cellulare con la figlia che la chiamava per chiederle istruzioni e seguiva i suoi suggerimenti per  stirare le camicie. Vibravo la commozione che passava nelle sue parole e nei suoi occhi di madre preoccupata ma contenta dell’iniziativa della figlia che stirava per la prima volta. Solo una madre sa comprendere la figlia, soffrire e gioire insieme a lei. G. temeva che la sua bambina, che aveva visto trasformarsi in giovane donna, fosse destinata ad avere una vita a metà, a non essere forse madre né a conoscere la gioia di un rapporto amoroso.
Ogni incontro nella vita non è mai casuale. E’ come se fosse predisposto dall’alto per mettere in contatto due persone al momento giusto perché possano aiutarsi reciprocamente.
Una mattina al mare, mentre ero in acqua, sono  rimasta molto sorpresa dalla improvvisa confessione di una pena segreta, fattami da un anziano signore, nostro vicino di ombrellone che conosciamo superficialmente da molti anni. Abbiamo in comune la passione per i bambinj e vedendolo felice giocare nell’acqua con due bambine, che credevo  fossero le sue nipotine, gli ho detto: “che bello…oggi è molto felice, è ritornato ad essere bambino, con le  sue nipotine!!!”. Lui ha guardato me e Carlo mio marito, è diventato subito serio e ci ha spiegato che quelle bambine non erano le sue nipotine, per sua sfortuna. Subito dopo ha sentito il bisogno di aprirci il  suo cuore. Ci ha raccontato, con nostro sommo stupore, il perché non aveva nipotini: aveva perso un figlio, il primogenito, con una rarissima malattia dal nome complicato, che lo faceva sempre mangiare in modo ossessivo e gli portava momenti di stranezza mentale alternati ad altri di  profonda lucidità. Con questa malattia  non si vive a lungo. La moglie del signore è un medico e  si sa  che i medici sono più sempre severi con l’alimentazione, per cui il figlio si rivolgeva al padre, sempre più indulgente e tenero con lui, per farsi dare da mangiare qualcosa in più, guardandolo con occhi supplicanti e non lo lasciava finchè non era stata esaudita la sua richiesta. Un giorno, per fargli uno scherzo innocente, gli hanno nascosto il panino che aveva tanto insistentemente aveva richiesto. Il figlio è andato a chiudersi a chiave nella sua camera e con un accendino ha dato fuoco a se stesso e al materasso . E’ stato soccorso subito, ma il tempo di sfondare la porta della stanza il giovane era già in fin di vita, aveva profonde e  gravissime ustioni dalle quali è poi guarito, superando il coma e nel tempo ha subito vari interventi. E’ sopravvissuto all’incidente ed è vissuto ancora per tanti anni fino a morire all’età di 35 anni. Questa tragedia ha segnato profondamente i familiari e in particolar modo il padre che a quel figlio sfortunato, era particolarmente legato. Si sentiva responsabile dell’incidente e ripeteva molto spesso: “capisce? per uno scherzo… sono malattie terribili dalle quali non si guarisce”. Ma questo non è il solo motivo per cui non diventerà mai nonno, un vero peccato perché il signor G.  sarebbe stato e forse sarà un nonno eccezionale. Ci ha raccontato della seconda e unica figlia  che non vuole sposarsi perché ha paura di mettere al mondo un figlio con la stessa malattia del fratello. Ancorché le sia stato assicurato che è impossibile – “chissà tutta la sicurezza medica su che cosa si fonda” ho pensato subito, ma non ho osato dirlo al signor G.-  lui  e la moglie sono convinti che non diventeranno mai nonni. Ci ha confidato  che è diventato un problema anche la sua passione per i bambini  che,  in tempi  come questi molto difficili, non può esternare tanto facilmente come gli verrebbe naturale anche per la strada, per non insospettire i genitori ed essere scambiato per un pedofilo. Così il signor G. si reprime e si limita a parlare o a giocare con loro a distanza e a comprare continuamente gelati e caramelle che  regala  ai bambini sempre in presenza dei loro genitori. Ovviamente siamo tutti e due impazziti per quel bambolotto senegalese di Ismail di appena 4 mesi, che ti veniva voglia di toccarlo, di mangiarlo di baci tanto era sodo, buonissimo, così solare e  sempre sorridente. Nei suoi occhi molto scuri, quasi blu, si rifletteva sempre la luce del cielo e i riflessi dell’acqua del mare. Occhi luminosi, luccicanti e sorriso smagliante nella sua boccuccia sdentata e sempre sorridente. La mamma di Ismail si chiama Fani  è una senegalese che vende un po’  di tutto sulla spiaggia e fa anche acconciature africane ai capelli con vari tipi  di treccine. Fani ed Ismail arrivavano ogni mattina  alle 9.30 sulla spiaggia di Baja Sardinia e vi restavano fino alle 17, anche nei giorni in cui il caldo era insopportabile. Venivano in pullman da Olbia in un percorso che durava quasi un’ora. Fani aveva  in braccio  Ismail che  è nato in  Sardegna e  avrà la cittadinanza italiana. Appena arrivava sulla spiaggia  col suo piccino, tutti i vicini di ombrellone facevano a gara per  contenderselo. Ismail appena mi vedeva,  non so perché, mi sorrideva e subito dopo si metteva a ridere di gusto, la mamma me lo metteva molto spesso in braccio, a volte me lo lanciava dall’alto, dicendogli:  ”vai un po’ dalla tua amica che ti vuole tanto bene, Ismail”  e lui subito si accoccolava, mi prendeva le dita e se le infilava in bocca. Il piccolo angioletto non aveva mai niente  con sé, nemmeno il ciucciotto in una fase di dentizione e di abbondante salivazione… questa  cosa mi ha colpita molto… riflettevo sul diverso valore che attribuiamo agli oggetti considerati non essenziali e soprattutto non indispensabili per altre culture più povere materialmente ma più ricche spiritualmente e con maggiore dignità. Il ciucciotto, oggetto di consumo, divenuto sempre più indispensabile per i bambini italiani che frignano ore e ore quando lo perdono, è un oggetto “non essenziale” per gli africani. Ismail era talmente buono, osservava tutto e tutti con attenzione, non piangeva mai, veniva messo dalla sua mamma sotto l’ombrellone in mezzo alla merce da vendere in compagnia del clan di senegalesi, quasi tutti parenti di Fani che facevano da balia ad Ismail. Il piccolo se ne stava tranquillo nel suo sediolino sbavando e mordendosi le dita delle sue manine o mordendo la mano a chi gli capitava sotto tiro. I bambini più grandi si mettevano sotto l’ombrellone dei senegalesi, in adorazione di Ismail che osservava attentamente tutto e tutti o giocava col nulla  o dormiva. Gli ho regalato dei giochini  colorati che suonavano e che poteva mettersi in bocca e mordere. Fani, nel suo abituale giro di vendita sulla spiaggia, era solita sedersi a terra accanto a me e fare una breve chiacchierata, a volte in compagnia di Ismail, prima di riprendere il suo lavoro con il suo piccolo dietro le spalle o in braccio. Nel congedarsi, diceva sempre al suo piccolo: “Andiamo a lavorare Ismail, non possiamo stare tutto il tempo a giocare!” e Ismail la guardava e sembrava capire la situazione e senza fare un capriccio andava via. Fani mi diceva che il bimbo non si separava mai da quei giochini e ci giocava sempre anche in piena notte. Fani aveva raccontato di me a suo marito che le aveva chiesto la provenienza di quei giochini che  piacevano tanto ad Ismail e gli aveva detto: “glieli ha regalati una grande amica di Ismail che è tanto buona e brava e che gli vuole molto bene”. Ho chiesto a mio figlio Ivan e alla sua ragazza Marcella di ricordarsi di portare con loro la loro macchina fotografica digitale, avendo dimenticato a casa la mia, per immortalare Ismail, la cui foto più bella troneggia a tutto schermo sul mio computer. I ragazzi  non credevano possibile tanta bellezza, pensavano che io e Carlo esagerassimo. Appena l’hanno visto e toccato con mano e ammirati i suoi occhi splendidi e splendenti non volevano lasciarlo più. Marcella, tenendo  in braccio Ismael, diceva a Ivan: ” o un figlio così o niente”.
Ismail è  stato  per un mese la mia luce celeste, il mio angioletto preso in prestito, quel  secondo figlio  preso in prestito per pochi minuti, quel bambino o bambina che avrei tanto voluto dopo Ivan e che  non  è mai più arrivato…..
Carlo Shen hu, il tenero ventunenne massaggiatore cinese, invece, mi è stato mandato dalla Provvidenza dopo due settimane che cercavo  e chiedevo a Salvatore, gestore dello stabilimento balneare,  che fine avessero fatto i massaggiatori cinesi e perché quest’anno non c’erano sulla spiaggia. Pensavo ad  un controllo che vietava loro la pratica abusiva. Invece Salvatore mi ha spiegato che tutti quelli che conoscevo avevano trovato occupazione stabile in ristoranti come cuochi o in albergo o nei mercati o avevano aperto delle attività commerciali e avevano portato in Sardegna anche la loro famiglia. Mi ero già  rassegnata a convivere con il mio mal di schiena e con il dolore alle ginocchia quando una mattina vedo avanzare verso il mio ombrellone un giovane cinese, piccolo di statura, molto  bello, timido, molto educato e  con un sorriso gioioso.  Mi si presenta con uno smagliante sorriso e mi dice che è un amico ed allievo di Chen che lo ha mandato da me per  i massaggi. La sua comparizione era l’effetto di una conversazione telefonica del tutto casuale tra Salvatore il mio angelo custode sardo (che mi aiuta sempre  e quando stette molto male Carlo anni fa, e fu ricoverato all’ospedale di Olbia, senza Salvatore me la sarei vista brutta) e Chen al quale era stata segnalata la mia richiesta. Anche questo evento l’ho interpretato come un segno della divina Provvidenza.
In pochi giorni Carlo Shen hu ha superato la sua timidezza, essendo la sua prima paziente da coccolare. Il cucciolo era agli inizi del suo lavoro e non aveva avuto ancora contatto con la difficile e particolare utenza della spiaggia. Abbiamo parlato a lungo e scambiato conoscenze. Carlo aveva degli amici che praticavano terapie shiatsu alla Maddalena ed era sempre molto curioso di conoscere e di apprendere le cose che non sapeva ancora. Mi parlava del Qi-gong praticato quotidianamente in Cina da tutti e mi ha spiegato il perché sia stata dal governo cinese proibita e messa al bando l’antica arte del Falun–gong da cui discende il Qi - gong. Secondo Carlo Shen hu questo era un grave sbaglio, frutto della dittatura comunista, originato dal miope bisogno del governo di tenere sotto controllo tutti quei movimenti che portano alla libertà interiore e dello spirito. Infatti il Falun-gong non è affatto morto, ha radici fortissime in Cina, sopravvive nella clandestinità e circola anche fuori della Cina. Carlo Shen hu è umorista e gli piace scherzare, ma mai fuori tono e con educazione. Mi chiamava sempre maestra, mi trattava con profondo rispetto e diceva sempre “grazie” anche quando non era necessario, cosa non comune in questi tempi. Gli piaceva molto il mio cognome Fiore dettogli per semplificargli la comunicazione e mi chiamava a gran voce anche sulla spiaggia. Veniva spesso a sedersi sotto il nostro ombrellone nelle pause del suo lavoro dalle 14 alle 16 nelle ore in cui il sole ed il caldo erano più torridi,  quando nessuno gli chiedeva il massaggio  e   conversava con me e con mio marito o mi chiedeva consigli. Si era prefisso l’obiettivo di fare il massimo per me. Il massaggio con me era sempre più lungo -  più di un’ora - mentre quelli che faceva sulla spiaggia duravano 30-40 minuti; mi regalava oli speciali, mi massaggiava anche nei punti che di solito non vengono trattati mai nei massaggi fatti sulla spiaggia.
Carlo mi  parlava spesso delle difficoltà economiche dei tanti giovani che gli chiedevano quanto costasse il suo massaggio e vi rinunciavano perchè 20 euro era un prezzo eccessivo per il loro modestissimo budget in vacanza. Gli consigliavo, se voleva venire incontro alle esigenze dei giovani, considerandolo come una esperienza di tirocinio per lui molto utile, di abbassare il prezzo del suo massaggio terapeutico a 15 euro o di offrirne uno gratis di prova, cosa che nella mia lunga esperienza di massaggi terapeutici ha funzionato sempre. Il primo trattamento regalato invogliava le persone che lo ricevano a ripetere l’esperienza. Quando offrì in regalo un massaggio di prova anche a Ivan e a Marcella ebbe la dimostrazione che la cosa funzionava. Anche Marcella, che non aveva ricevuto un massaggio in vita sua, tantomeno aveva mai fatto l’esperienza di un massaggio cinese, divenne cliente di Carlo di cui  apprezzava molto la competenza. Spesso si rilassava tanto profondamente da andare spesso in stato di trance. Il rilassamento era favorito dal silenzio e dalla confortevolezza del terrazzo della nostra casa diventata anche centro di benessere. Quando chiesi a Carlo se poteva venire a massaggiarmi a casa tutte le mattine,prima di iniziare la sua attività sulla spiaggia, lui fu contentissimo. Arrivava ogni mattina, puntualissimo come un orologio svizzero, sempre sorridente. Doveva fare un viaggio di più di un’ora in motorino e imbarcarsi dalla Maddalena dove  viveva ed abitava da tre anni con due suoi fratelli sposati e con le loro mogli,  solo parte della sua famiglia che viveva a Shangai. Un fratello di Carlo aveva alla Maddalena un negozio di abbigliamento e l’altro era titolare di una impresa di pulizie con sede a Olbia. Ogni mattina, appena arrivava tutto sudato, su quel terrazzo che gli piaceva tanto, gli offrivo sempre il tè verde e dopo il massaggio, sempre l’acqua. Gli regalavo spesso una” formaggella” un pasticcino sardo molto buono che lui era solito mangiare nella pausa pranzo. Apprezzava molto che dopo il massaggio  potesse rinfrescarsi in bagno dove aveva la sua asciugamano. Lo colpiva molto la mia gentilezza, per me naturale e abituale, si sorprendeva ogni volta  e non la finiva più di ringraziarmi. Le prime volte ho acceso io l’incenso. Gli piaceva  così  tanto questo rituale che le volte seguenti era sempre lui a volerlo fare. Mi leggeva nel pensiero, mi preveniva in ogni mio gesto, mi massaggiava lavorando con l’intuizione e mi chiedeva  sempre dopo il massaggio se aveva fatto la giusta pressione.  A volte lo guidavo  ad allenarsi con me nella giusta pressione su certi punti importanti perché la sua pressione all’inizio  o era troppo forte o troppo debole. Usava molto i gomiti come nello shiatsu. Mi controllava con lo sguardo perfino quando ero a mare. Era sempre preoccupato per le mie ginocchia e la mia schiena sempre dolente nella zona lombare. Mi diceva sempre per quanto tempo ero stata a passeggiare e a fare esercizi in acqua, era contento di vedermi nuotare, cosa che non faccio più tanto, perché mi vengono i crampi….un’altra rinuncia, e pensare che anni fa nuotavo a lungo andando anche al largo, ora mi limito a fare la papera o ad imitare le anziane signore che camminano per ore nell’acqua andando  avanti e indietro. Quando la sua clientela aumentò, mi raccontava che preferiva fare anche 20 massaggi consecutivi alle donne, dalla muscolatura più dolce anche se bloccate, che agli uomini molto rigidi sui quali doveva esercitare una pressione maggiore per farsi sentire  e dopo aveva forti dolori alle dita e ai polsi. Si stancava molto. Gli ho dato dei consigli che lui ha messo subito in pratica. Si era prefisso di farmi un regalo. Voleva donarmi a tutti i costi un vestito dal suo negozio, avendo assistito più di una volta ai miei battibecchi con Lal un giovane e bel pakistano molto furbo  che nascondeva i suoi occhi molto belli sempre dietro un paio di occhiali da sole molto scuri, solo una volta le si tolse. Acquistavo da lui sempre vestiti di cotone leggero quasi una garza, sempre molto mal rifiniti. Ogni volta glieli restituivo pretendendo la loro rifinitura e il furbo Lal mi riportava il vestito  che aveva aggiustato male, lasciandomelo sul lettino mentre Carlo mi massaggiava, proprio nel momento in cui non potevo controllare. In questo andirivieni di vestiti sempre rifiniti male, Carlo si dispiaceva per me che ero irritata e dispiaciuta perché non mi piaceva fare come gli altri acquirenti che sono soliti contrattare sul prezzo ingaggiando con tutti i venditori lunghe trattative per pagare di meno. Pagavo sempre quello che mi veniva richiesto senza discutere e senza controllare prima dentro e fuori come facevano gli altri clienti che magari dopo avergli fatto perdere del tempo, non compravano niente. Mi dispiaceva essere tradita nella fiducia  che davo e dò sempre alle persone. Carlo censurava il comportamento scorretto di Lal e mi invitava a non comprare  più niente da lui e a farmi ridare i soldi dei vestiti. Solo con questa minaccia virtuale ottenni dal pakistano furbo una rifinitura fatta per bene dei tre vestiti acquistati da lui scoprendo in seguito che me li aveva cuciti a macchina tagliandoli su misura per me. Ma non riesco mai ad arrabbiarmi veramente, nemmeno con chi fa il furbo, mi fanno sempre tanta tenerezza gli extracomunitari e penso sempre a quello che hanno dovuto e devono affrontare per venire in Italia per lavorare duramente un’estate per poter sfamare le loro famiglie. E anche il rapporto tempestoso con Lal si è subito ricomposto.
Quanta tenerezza mi faceva Carlo ogni volta che arrivava tutto contento  portandomi un vestito dal colore che gli piaceva per me  azzurro o bianco, guarda caso i miei colori  preferiti, e puntualmente restavamo lui ed io delusi dalla taglia troppo piccola. Avrei voluto diventare per magia magra come un alice per farlo contento. Fino all’ultimo giorno ci ha provato, invano. Si apriva molto con con me, gli piaceva la nostra famiglia e mi ha raccontato la sua vita, della sua fidanzata che studia informatica all’università e che lo raggiungerà in Sardegna tra due anni, dei suoi progetti, dei suoi genitori che vivono a Shangai. Mi manca  moltissimo quel cucciolo di Carlo….
Quando mi ha chiamata al telefono a Natale, rispondendo a un mio sms di auguri, non credevo alle mie orecchie…sono queste cose semplici che ti riempiono il cuore….
Sarà per questo mio modo di essere? che riscuoto l’interesse, la sollecitudine, la compassione e l’aiuto concreto di quanti mi conoscono, condividono la mia vita nel quotidiano e mi vedono ridotta a girare come uno zombi soprattutto d’estate, vogliosa di fare nonostante tutto, sempre attenta ai bisogni degli altri e premurosa nel dare loro sollievo  se posso, come posso. Vibro a distanza la sofferenza delle persone, sono come una calamita che attira un certo tipo di persone. La sofferenza è ineliminabile, è una parte di noi e ci aiuta a crescere. La sofferenza è dovunque. E’ nel modo di affrontarla, la differenza importante. Basta entrare in contatto con il terzo mondo, con chi non ha niente di niente e soffre come noi, e molto peggio di noi perché gli manca anche quello che a noi risulta indispensabile come il ciucciotto, eppure in quella sofferenza quanta dignità, quanto coraggio, quanta nobiltà, quanta accettazione che non è rassegnazione ma consapevolezza di essere parte di un tutto più grande, che nasce dalla fede. I poveri del terzo mondo che noi occidentali abbiamo reso sempre più poveri, vivono ancora nei villaggi di cui conservano le tradizioni anche quando emigrano, salvaguardano le loro radici religiose e comunitarie e conservano i loro valori e questa è la loro salvezza, la loro grande forza….. si imbarcano come clandestini, muoiono da clandestini ma quanta solidarietà e quanto sostegno reciproco si danno l’un l’altro e quanta solidarietà e sostegno sono capaci di esprimerci, ricordandocela…. e quanta fede anima le loro  vite che a noi sembrano così disperate, quanta gioia nei loro sorrisi che noi non abbiamo più, pur avendo tutto e volendo sempre di più,  e non siamo nemmeno più capaci di regalarci un sorriso o di riscaldarci con un abbraccio o di donare all’altro una parte del nostro tempo prezioso…basta pensare a questi valori qualche volta in più, guardarsi intorno, osservare chi non ha niente e riflettere ….solo chi non ha niente, possiede la gioia …come nel film La città della gioia. La gioia non viene dal possesso delle  cose materiali che sono passeggere o dall’esclusività di un affetto che sentiamo importante o dall’esistenza di un lavoro al quale subordiniamo tutto o sacrifichiamo tutto ma dalla condivisione di tutto quello che abbiamo, ricchezze materiali e qualità spirituali con i nostri fratelli…con quelli che non ci chiedono nient’altro che lavoro e rispetto del loro mondo, soprattutto interiore….hanno tanto da insegnarci………Il legame fortissimo della comunità senegalese si è manifestato in un episodio accaduto a Baja Sardinia. Per tre giorni non solo tutti i venditori senegalesi ma tutti gli africani sono scomparsi dalla spiaggia, compresa Fani e il piccolo Ismail. Tutti si chiedevano la ragione. Al quarto giorno è ricomparso Alì, il mio amico senegalese di vecchia data, che porta da sempre all’anulare un bellissimo anello d’argento su cui ha fatto incidere un’iscrizione del Corano che augura buona sorte e protegge chi lo porta. Alì ha moglie e 4 figli che vivono nel Senegal. Viene ogni estate a Baja Sardinia per vendere orologi importanti come i Rolex ma falsi che compra sempre e solo il signor G. il nostro vicino di ombrellone, diventato, ovviamente, intimo amico di Alì. Gli ho chiesto il motivo della loro assenza in quei giorni. Alì, sedendosi tutto triste  accanto a me, mi ha raccontato che un loro connazionale di 21 anni, venditore anche lui che anch’io conoscevo, aveva deciso verso le  15 nell’ora di riposo di andare a fare un bagno per il gran caldo che neppure gli stessi africani sopportano. Quel pomeriggio il giovane senegalese, stranamente, era solo e si era comprato anche un asciugamano da  un venditore marocchino, (un altro Alì che mi considera sua sorella e battibecca vivacemente con mio marito quando gli contesta che mi fa troppi complimenti) per andarsene sugli scogli. Deve essersi tuffato dove l’acqua era poco profonda e con gli scogli  in superficie perché quando l’hanno ripescato dopo molte  ore dall’incidente, già privo di vita, si sono accorti che aveva una ferita profonda alla tempia, questa era l’ipotesi che faceva Alì. Forse ha avuto un malore, un colpo di caldo, si è sentito male nell’acqua ed ha battuto la testa, non si sa, fatto sta che alcuni ragazzi passando sulla scogliera qualche ora dopo, hanno visto un braccio galleggiare e subito hanno chiamato i soccorsi, ma era troppo tardi. Alì con la tutta la comunità africana è andato all’ospedale, hanno organizzato il funerale dell’amico che hanno portato prima in chiesa poi al cimitero dove gli hanno dato l’ultimo saluto e accompagnato la sua bara fino all’aereoporto e salutato a distanza la salma dell’amico che l’aereo che riportava nella terra natia dai suoi genitori. Questa forte solidarietà e questo eccezionale spirito di gruppo appartiene a tutte le comunità di extracomunitari, anche gli indiani e i cingalesi si comportano così ma rispetto agli africani sono più chiusi , più diffidenti e meno comunicativi. Per  testimoniare la loro solidarietà lasciano tutto,  perfino il lavoro che li nutre, per eventi come la malattia o un incidente grave di un loro connazionale, figurarsi quando si tratta della  morte di un loro amico. Fanno collette per il funerale, collette per sostenere economicamente i parenti della vittima, collette per riportare la salma a casa e vegliano e pregano sempre in gruppo, stanno tutti insieme lì ad aspettare la risoluzione di un evento. Questo loro senso di appartenenza, questo loro vivere in gruppo anche quando sono fuori della loro patria, questo aiutarsi e sostenersi l’un l’altro senza  nessuna invidia, nessuna gelosia o competizione, questo loro forte sentimento di aggregazione, questo sentirsi tutt’uno tra di loro mi ha sempre colpito e commosso. Non sono come noi occidentali che non abbiamo mai tempo per nessuno, nemmeno per chi amiamo di più o per gli amici che vediamo raramente, non sono come noi che trascuriamo gli affetti per farci stressare dai ritmi insani del nostro lavoro, non sono come noi che abbiamo dimenticato i veri valori della vita, non sono come noi che viviamo come tante  monadi nel nostro splendido isolamento e siamo sempre infelici e ci lamentiamo delle nostre vite così comode e sicure….forse è proprio questo che ci manca, il senso di appartenenza, lo spirito della comunità che non è solo limitato alla famiglia di appartenenza….e forse è questa la ragione per cui sono diventata negli anni una loro grande amica, perché forse sentono a distanza che è questa la dimensione che più  mi manca nella vita e quando sto a contatto con loro mi sento a casa mia, non ho più  sofferenza, né nostalgia, né bisogni pratici…


Anche se la mia vita religiosa non è un esempio da imitare, nonostante non vada regolarmente a messa per i miei acciacchi e l’ascolti spesso in televisione, nonostante non preghi come le persone mistiche o i bravi cattolici, coltivo la mia spiritualità in privato e nei rapporti con il prossimo. Ho in me una fede fortissima nel Signore e trovo la mia  forza interiore solo nel Suo esempio di vita e nelle Sue parole. Con tutti i sacerdoti, fin da piccola, mi piace confrontarmi e porre a nudo la mia anima e parlare delle cose che mi turbano. E tutti mi ascoltano con grande attenzione e mi dicono che sono fin troppo sincera, diretta e immediata nel parlare di argomenti scottanti. Ma ogni volta resto sorpresa dal registrare una loro difficoltà pubblica, non privata, a coniugare il Vangelo con i grandi problemi sociali di integrazione che hanno a che fare con l’economia mondiale sempre più globalizzata . Ascolto sempre più sgomenta le loro omelie che fanno a cazzotti con l’insegnamento di Gesù. E’ capitato anche quest’estate in una messa ascoltata a Baja Sardinia nell’omelia di Padre C. che pure mi è stato vicino a distanza e che per un periodo della mia vita ho scelto come padre spirituale. Ma nel corso del tempo, anche lui è cambiato, è come se si fosse incupito, intristito e chiuso in sé, rendendosi meno disponibile agli altri ed avesse preso quella solarità e quell’allegria che lo contraddistingueva quando l’ho conosciuto.
Padre C. è un personaggio che vale la pena di incontrare , ex-missionario che ha girato il mondo, artista, scrittore, pittore, scultore, adora la Sardegna dove è nato e vive, ama la natura, la gente e tutti gli animali. Dove c’è lui, ci sono sempre gatti, lo ascoltano perfino accoccolati sui finestroni della chiesa. Gli piace cantare. Grande osservatore e attento psicologo ti legge dentro, conosce e riconosce la natura delle persone a distanza. Gira in motorino, assiste i malati e le persone anziane e all’occorrenza spazza con la scopa il pavimento della chiesa, innaffia le ortensie gigantesche che circondano la chiesa e si presta anche a fare da giardiniere volontario nei giardini delle case dei suoi vicini; è molto curioso, vuole conoscere le persone a fondo e fa conversazioni con i turisti storici seduto al bar e regala con una grande generosità sempre a tutti caramelle , dolci, miele e vino che gli regalano perché sanno tutti che è un buongustaio che non sa cucinare. Spesso i suoi parrocchiani lo invitano a pranzo. Ogni volta che lo incontro, non sa più che regalarmi, libri, immagini sacre, quadri anche d’autore… il nostro rapporto è di vecchia data….
L’incontro con Padre C. risale al luglio 1998, all’estate torrida dei turisti con le gambe ingessate…quella domenica ero andata in chiesa mezz’ora prima della messa delle 8.30 per recitare il Rosario. Avevo impiegato 10 minuti da casa alla chiesa e lungo il percorso mi ero immersa nell’aria fresca e pulita del paese, ancora addormentato. Ero arrivata che era da poco incominciato il Rosario; la porta della chiesa era accostata per il sole che, già a quell’ora, batteva forte sulla chiesa e, all’interno, i grandi ventilatori, appesi al soffitto, erano già in funzione. C’erano poche persone sedute sulle panche e il sacerdote, come sempre, era seduto in fondo. La sua voce era forte e chiara, una sorta di guida verbale. Sempre all’ultimo posto, sarà senz’altro al primo posto in quell’altra vita! pensai, osservandolo….
Il Vangelo di quella domenica parlava della fede di Marta e di Maria, dei loro due modi diversi di viverla. Mi aveva colpito nella sua omelia la novità dell’interpetrazione. A dispetto di quanto affermavano i teologi e gli studiosi della Bibbia, che privilegiano solo l’aspetto della contemplazione, sottolineando l’importanza dell’isolamento fatto di studio e di preghiera, Padre C. era dell’opinione che venivano usate troppo alla lettera le parole di Gesù. Il risultato era una immagine falsata di Marta, donna molto operosa, ma con poca fede rispetto a Maria che, invece, ascoltava rapita i discorsi di Gesù. Il sacerdote invitava a cercare un giusto equilibrio tra lavoro e preghiera, a scegliere una vita di unione tra operosità e preghiera viva, tradotta in azione concreta nel mondo. Sottolineava che il peccato maggiore era restare nell’ignoranza e ribadiva l‘importanza della ricerca della conoscenza per cui bisogna sapere, conoscere, approfondire e leggere tutto e di tutto per crescere in sapienza e per poter divulgare la parola del Signore. Aveva usato una similitudine molto bella tra credente e natura che mi aveva fatto sentire sulla strada giusta (se mai avessi avuto ancora qualche dubbio). Aveva parlato del credente come “portatore in sé stesso dell’infinito”, soprattutto quando il credente ha un buon rapporto con la natura e con gli esseri viventi, che non siamo solo noi. Raccontava che tutte le mattine, alle 6 precise, quando lui pregava, entrava in chiesa un gatto nero che gli faceva compagnia, guardando fisso l’altare. Poi, dopo un quarto d’ora, lo toccava con la sua zampetta perché si era annoiato e voleva uscire. Il sacerdote lo accompagnava fuori e si rimetteva a pregare. Un giorno, una persona che aveva visto la scena, gli aveva chiesto sorpreso ed incredulo: “Padre, che mò anche i gatti pregano? Non si era ancora visto mai!!!” e gli fu risposto che anche i gatti, come gli altri animali, sono esseri viventi e, come tali, partecipi e grati, a modo loro, della bellezza del creato. Aveva poi parlato dell’entusiasmo che anima il credente, che lo spinge ad aiutare gli altri con impegno forte, vigoroso ed instancabile, animato dalla fede in ciò in cui crede. Missionari e volontari ne sono un esempio. L’invito all’ “ora et labora” alla preghierA ma anche al lavoro, avevano mitigato un po’ il mio continuo, intenso desiderio di fuggire su una montagna per stare in pace a pregare, a contemplare.
In tutto c’è la ricerca di un equilibrio che è difficile conseguire. Troppo spesso ci dimentichiamo della necessità di stare un po’ di tempo nel raccoglimento interiore, anche con la sola preghiera, per ricaricarci spiritualmente ed energicamente. Troppo spesso ci preoccupiamo eccessivamente del lavoro soltanto, ci annulliamo in carichi eccessivi perdendo di vista l’importanza del raccoglimento. Ho potuto constatare personalmente che i giorni, non preceduti da un minimo di tempo (trovato anche in bagno, se necessario) passato in raccoglimento interiore, in meditazione, in preghiera, o semplicemente a riflettere su un passo del Vangelo, sono, almeno per me, più convulsi, all’insegna dell’irritabilità e del conflitto. Che differenza, invece, con quelli preceduti da un momento, anche minimo come durata, di comunione col tutto. Sono giorni più tranquilli, più distesi, come in pace e questo stato d’animo influenza non solo l’andamento della giornata, ma anche i rapporti con gli altri.
Mi sento sempre più in pace appena sono a contatto con la natura. Mi sento come rinata, i miei sensi si affinano sempre di più, allenati a cogliere subito le diversità e le mutevolezze dell’ambiente che mi circonda. Sentivo la profonda verità contenuta nelle parole di quel semplice Padre che divenne il mio punto di riferimento.
L’ultima domenica del mio soggiorno a Baia Sardinia, non ero scesa a mare. Avevo rassettato la casa, pulito e disinfettato il terrazzo che “odorava” di gatti e dato loro da mangiare, e scritto il mio diario estivo, aspettando l’orario della messa delle 11.30, sempre affollatissima di turisti in villeggiatura. Ero arrivata prima per recitare il Rosario insieme a cinque fedeli, oltre il sacerdote. Ero rimasta inginocchiata tutto il tempo tentando di raccogliermi, nonostante le frequenti distrazioni causate dalla gente che entrava in chiesa, insolitamente fresca, con le grandi porte di legno leggermente accostate ed i ventilatori del soffitto in azione. Contemplavo la estrema semplicità di quella chiesa, fatta solo di pietre di roccia, messe insieme dalla calce e dalla mano dell’uomo come un puzzle ad incastro e i vetri colorati con le scene del Vangelo, illustranti la vita di Gesù, sui finestroni in alto che corrono sui due lati verticali della chiesa. Appresi, in seguito, che erano opera del genio artistico di Padre C. come la grande scultura lignea del Crocifisso che pende dal soffitto dietro l’altare. Anche l’altare era in pietra, ricoperto da una tovaglia bianca ricamata.
Sul lato destro ci sono le statue di S. Antonio di Padova, cui è dedicata la chiesa, che regge il bambinello la cui manina sinistra gli accarezza la guancia; a sinistra del santo c’è la statua della Madonna che regge in braccio il bambino presentandolo quasi ai fedeli, nella sua totale e serena apertura di braccia.
Davanti e tutto intorno alle statue di legno, poggiate su un tavolo di legno, ricoperto da una tovaglia bianca di pizzo, ci sono parecchi vasi di vetro trasparente con dei lunghi rami di incredibili, gigantesche ortensie tra il rosa e il lilla. Davanti alle ortensie c’è un portacandele in ferro battuto dove sono riposte le lunghe e sottili candele bianche che i fedeli accendono, preferibilmente, su consiglio di Padre C., prima o dopo la messa, per non sottrarre ossigeno.
Dietro all’altare e lungo tutta la sua semicirconferenza, ci sono delle sedie in legno colorato e decorate a mano, destinate ai chierichetti e a chi legge i salmi o le letture che precedono il Vangelo.
Sul lato sinistro, un angolo di piante verdi ed alte circondate da altre gigantesche ortensie dello stesso colore delicato e bellissimo a vedersi, protegge il tabernacolo, sempre in legno scolpito, che ospita il corpo di Cristo.
Di lato a destra, la piccola sacrestia con un armadio in legno che ospita i paramenti sacri, un mobile- tavolo con una sedia e un inginocchiatoio; accanto alla sacrestia una porta piccola che si apre su un cortile interno, costituisce l’ingresso secondario della chiesa.
In fondo, al centro, la porta principale della chiesa con accanto una grande acquasantiera a forma di conchiglia aperta, bianca di marmo simile alla madreperla.
Sul retro della porta principale, è affisso un poster della Sacra Sindone, col solo volto di Gesù, talmente bello ed intenso che, ogni volta che lo guardo, entro in rapimento estatico., sopratttutto guardandolo negli occhi penetranti e dolcissimi da cui emana una luce che illumina il Suo viso così dolce, così mite. Soprattutto mi colpisce lo sguardo vivo, penetrante, che ti legge dentro.
Prima di recitare il Rosario, quella domenica fui colpita da una conversazione tra Padre C. e una signora che guardava i rosari appesi ad una mensola di legno. La signora doveva forse avergli chiesto il prezzo e lui le aveva risposto: “Da dove viene, Signora?” e lei : “Da Bologna” e il sacerdote di rimando: “Ma a Bologna non si regala niente? Qui c’è pure scritto, sono in omaggio insieme alle immaginette della Madonna con le indicazioni per recitare il Rosario. Le prenda pure, Signora, vada tranquilla!”
Anche io ne presi uno, mi attirava da parecchi giorni quel Rosario tutto bianco, di semplice plastica ma sembrava di madreperla ed era luminoso di notte e tra le mani diventava quasi etereo e trasparente.
Nel banco davanti a me c’era una signora con la gamba sinistra ingessata. Pensai a Tiziana, l’efficientissima ragazza della gestione della nostra multiproprietà, che era stata investita da una macchina che correva a folle velocità mentre lei era alla guida della sua macchina. Le avevano prima ingessato la gamba destra e poi operato anche il ginocchio. In giro per Baia Sardinia si vedevano solo turisti con le gambe ingessate! Quanta paura dei cambiamenti profondi c’era in giro quell’estate!
Mentre recitavo il Rosario fissavo le statue che mi sembravano animarsi, soprattutto S.Antonio. Mi commuoveva quella carezza della manina del piccolissimo bambin Gesù in braccio al santo. Rimasi in ginocchio tutto il tempo, chiudendo spesso gli occhi quando la commozione mi saliva in gola, sentendomi in pace.
Peccato –pensai – che non riesca a dirlo anche da sola più spesso, da dopo l’ictus non mi ricordo più le preghiere e sto anche un vita per recitare il Rosario da sola mentre come per magia quando lo recito insieme ad altre persone, le preghiere non si inceppano mai, sono come il suono di un mantra che sale dall’anima e si fonde con gli altri in un amalgama perfetto fino a diventare un unico suono che sale diritto al cielo….
La messa non fu celebrata da Padre C., ma da un altro sacerdote molto anziano, le cui mani tremavano continuamente, tantochè, quella volta, per la prima volta, temendo che l’ostia consacrata potesse cadergli a terra, tanto le sue mani tremavano, misi le mie mani a coppa per riceverla.
Era soltanto un pezzettino d’ostia ma quanto mi saziò!
L’omelia non a caso, era sull’invito alla preghiera, fatta in un certo modo perché si avverasse il desiderio di chi prega e fosse messo in atto il :” chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto, cercate e troverete” ,come commento alla preghiera semplice ed affettuosa che Gesù insegnò ai suoi discepoli, il Padre nostro.
Il sacerdote anziano, tremando, rinnovava l’invito a guardare Dio negli animali e nelle piante, la cui varietà di specie non si conta, invitava ad osservare le foglie di un albero o di una pianta: sembrano uguali ma, in realtà, è ognuna diversa dall’altra e ne ce sono due uguali.
Dopo la messa, andai in sacrestia per salutare Padre C. che in quelle tre settimane mi aveva accompagnato con le sue parole in quella mia rinascita interiore, esplosa in quell’isola, a noi tanto cara.
Mi accolse con grande calore chiamandomi “sorella”.
Mi guardai intorno velocemente chiedendomi: “ a chi dice?” credendo che stesse parlando ad un’altra persona, ma c’ero solo io mentre lui mi ripeteva “cara sorella”, guardandomi negli occhi e sorridendomi. Timidamente gli dissi: “Padre, volevo salutarla….” lui mi interruppe, pregandomi di scusarlo e di aspettarlo fuori un paio di minuti che mi voleva parlare e salutare come si deve.
Aspettai pazientemente che congedasse altri fedeli ed ascoltasse le loro richieste pratiche. Poi mi accolse, stringendomi forte le mani e dicendomi: “Ti ho vista così raccolta prima nel Rosario! Spesso osservo le persone e tu non potevi essere che una sorella! Da dove vieni?”. “Da Napoli” gli risposi. E lui: “Mi parli un po’ in napoletano?” ed io: ” Non lo parlerei bene come lei se l’aspetta, per esiti di ictus”. Lui, subito diventò serio e mi disse: “ Ma ora stai bene!” e poi volle sapere tutto, quando, come, il perché, le cause e commentò: “ Sono problemi che nascono dalla tua emotività, devi startene più tranquilla ee pensare di più a te! “
Mentre mi diceva queste parole, pensavo dentro di me: “E sono due! Anche don Oreste me l’ha detto quest’anno”.
Poi mi parlò di lui, mi disse che era un missionario. “Che invidia” mi dissi, ma subito dopo l’altra parte di me prese il sopravvento dicendomi “finalmente sii contenta di averne incontrato uno vero, in carne ed ossa, e di stare qui a parlare con lui che rappresenta quello che è stato sempre un tuo sogno, fin da bambina. Goditi fino in fondo quello che questo incontro ti dà!”
Mi raccontò che ha studiato per cinque anni ad Aversa “in mezzo ai pazzi” ,come si suol dire di Aversa per battuta per il suo manicomio e, per sette anni a Napoli, città che ricordava ancora con molto affetto e nostalgia e dove, a suo dire, è presente e vivo un forte sentimento religioso.
Gli parlai di me, di quello che facevo prima dell’ictus, l’insegnante di storia all’Università e, dopo l’ictus, a partire dalla mia malattia, precisandogli che mi ritenevo “miracolata” dal Signore più di una volta, nella mia vita, che mi aveva fatto scattare dentro qualcosa per cui, avevo cominciato ad occuparmi in vario modo, del mio prossimo, dalla rieducazione motoria, all’assistenza, alla consulenza e ero approdata al volontariato con i disabili, esperienza bellissima che avevo appena iniziato,
Padre Giacomino mi guardava contento ed era interessato a sapere ancora di più quando gli dissi che ero stata colpita in una sua omelia dal suo invito a trasferirsi a vivere nell’isola e che stavo pensando seriamente di andare a vivere lì, proprio a Baja Sardinia.
Volle sapere come mai ero lì, dove, per quanto tempo e se la casa era mia. Gli risposi: “E’ mia, ma solo per tre settimane all’anno, in luglio” .
Nel salutarlo, tentai di baciargli le mani e lui me lo proibì ogni volta che insistevo perché me lo lasciasse fare, perché attraverso lui, baciavo le mani del Signore, mi rispose :”Il Signore è con te!” e mi baciò per più volte lui entrambe le mie mani. In ultimo, baciandomi la mano destra, quella paretica, mi disse: “Ci vuole molta forza d’animo e molto coraggio per superare tutto ciò; era commosso. Figurarsi io, sono ancora esterrefatta al solo ricordo.
Poi iniziò la serie di regali, ogni anno, sempre diversi. Quella volta mi regalò un libretto “Una vita per la missione” e varie immaginette proprio della statua di S.Antonio che mi aveva tanto colpito e di cui non gli avevo raccontato.
Nell’uscire dall’ingresso secondario della chiesa, mi accorsi,in ritardo che c’era uno scalino alto dal quale stavo cadendo, dopo aver offerto il mio aiuto alla signora con la gamba ingessata. Meno male che lo rifiutò gentilmente essendo diventata bravissima a camminare con le sue stampelle. Ancora una volta, mi ritrovai con Padre C. che, prontamente, come me, era accorso ad offrire aiuto alla signora.
Erano passate oltre due ore da quando era iniziata la messa che sarà durata tre quarti d’ora. Non mi ero resa conto del tempo trascorso. Troppo tempo per la pazienza di Carlo, che è diventato negli anni anche lui amico di Padre C. e che, però, si lascia volentieri benedire da me quando gli faccio il segno della croce sulla fronte, sulle labbra e sul cuore con l’acqua benedetta. Anche questo modo scherzoso tra di noi è diventato nel tempo un rituale per convivere questa dimensione.
Con Padre C. iniziò una corrispondenza ed ogni volta che lo rivedevo trovavamo il tempo per farci una lunga chiacchierata. Spesso non eravamo d’accordo sulle valutazioni in particolare per quanto riguardava il comportamento degli extra comunitari che vendevano un po’ di tutto sulle spiaggia e che, secondo lui, almeno quelli che conosceva bene, non erano affatto poveri, anzi erano implicati nella malavita. Io restavo perplessa e sentivo che nelle sue parole c’era qualcosa di profondo che strideva con quel Padre C. del primo incontro. Più di una volta sono stata in disaccordo con lui ed ho continuato a fare come sentiva la mia coscienza e a seguire il mio cuore ispirato dall’insegnamento di Gesù. Ho capito nel tempo e in particolar modo quest’estate che perfino Padre Giacomino è affetto da una forma larvata e non violenta di  xenofobia, e pur essendo stato  missionario, per gran parte della sua vita, non riesce ad accettare proprio l’idea e il fatto  che sempre più gli extracomunitari, o quelli di loro che vi riescono, vengano in Italia e soprattutto in Sardegna che è già così povera con un elevatissimo tasso di emigrati circa 4000 l’anno, a suo dire, a  fare concorrenza a chi è già precario e a togliere il poco  lavoro che c’è. Nella sua visione utopistica ha la giustissima convinzione – proprio perché teoricamente giusta non è realizzabile facilmente in un mondo dominato da logiche di profitto e da ingiustizie sociali- che si debba lavorare,  combattere e sudare là nel terzo mondo per consentire una crescita economica e la tutela del sacrosanto alla vita, al lavoro, alla salute, all’istruzione….  In teoria è la stessa visione del mondo e lo stesso  principio di vita che animava la vita di Santa Madre Teresa di Calcutta nella sua scelta di lavorare in India per l’India, ma in lei non c’erano sentimenti di avversione, risentimento e sospetto verso i clandestini, solo Amore, mentre Padre Giacomino è del parere che i clandestini vadano rimandati a casa loro…..ma è risaputo che nella chiesa cattolica ci sono grandi contrasti e mille contraddizioni e centomila modi di pensare… Madre Teresa era consapevole che quell’utopia molto contagiosa per la quale ha speso tutta la vita per  vedere una concreta realizzazione di mondo più giusto,  non si sarebbe realizzata tanto presto e tanto facilmente …questa consapevolezza era così forte in lei che mentre le cantava all’ONU e ai potenti della terra, nel frattempo fondava in tutto il mondo centri di accoglienza per i poveri di qualsiasi nazionalità fossero, seguendo le orme di Cristo che  accogliendo tutti, non metteva paletti o filo spinato….anche in questo mio modo di essere, di sentire,  di pensare, di fare  mi sento molto sola , ogni giorno di più…ho dentro di me la certezza di essere nel giusto, ma avrei  bisogno di sentirmi attorno un contesto di persone che sentono, pensano ed agiscono come me, di sentimi parte di una comunità cementata da valori autentici….che ancora una volta ritrovo negli extracomunitari, i poveri affamati, ammalati, calpestati, sfruttati, umiliati ma tanto amati da Gesù. Nelle loro culture c’è un modo diverso di affrontare la malattia, la vecchiaia, la nascita e la morte; c’è una diversa solidarietà fatta di dignità e presenza corale che unisce e non divide, che costruisce e non distrugge, che parla di vita, di armonia e unità con il tutto non di morte e di distruzione del pianeta. Quanta differenza con la nostra cultura occidentale, altamente specializzata ma sempre più disumana nel suo essere tecnologicamente all’avanguardia, fonte solo di tante ingiustizie sociali, e sempre più responsabile dell’ abisso che separa le cosiddette “civiltà occidentali” guerrafondaie opulente, sempre più ricche ma sempre più colpite da malattie terminali, da violenze di ogni tipo, da depressione, suicidi, droga, abbandoni e di solitudine dalle culture di quei popoli affamati e sfruttati che, nonostante tutto, non hanno perso il sorriso e la gioia per le semplici e piccole cose della vita.
Mi rattrista e mi addolora profondamente la prospettiva di attraversare uno stato di sofferenza sempre più limitante della mia autonomia, in assenza di un contesto comunitario e di valori etici e solidali, in una società come la nostra che costringe a vivere in solitudine e a far sentire le persone disabili, malate, poco autonome o non più efficienti solo “un peso “scomodo da “sopportare” non avendo il coraggio di garantire un’assistenza dignitosa e adeguata alle esigenze o all’opposto di sterminarle come soluzione radicale del problema.
Nel mio sentirmi in pericolo di vita ogni giorno sempre più come se vivessi a Beirut, mi assale un senso di enorme fatica e l’angoscia del vivere in un mondo che mi piace sempre meno e che diventa ogni giorno sempre più violento, un mondo dominato dalla guerra, dalla povertà, dallo sfruttamento, dalla precarietà, da ingiustizie sociali e da malattie devastanti, dalla pornografia, dalla tratta delle donne, dagli abusi sessuali, omicidi efferati e stupri  dei minori, esattamente da quelle cose contro le quali  ho tanto lottato nella mia giovinezza. Respiro ogni giorno la agonia di un mondo che sta morendo, non vorrei assistere alla sua fine, vorrei che mi fosse risparmiato  l’ennesimo dolore. Siamo molto prossimi alla distruzione della nostra madre terra, assistiamo impotenti alla sua morte. Abbiamo inquinato con sostanze tossiche il mare, i fiumi sono diventati depositi di spazzatura, abbiamo procurato  con i  nostri veleni malattie terribili agli animali, gli stessi che poi mangiamo, abbiamo portato alla pazzia perfino i pesci che si nutrono della nostra plastica buttata nel mare, abbiamo distrutto le foreste ed  alterato l’ecosistema, siamo responsabili del clima impazzito e  sempre più torrido, abbiamo contribuito  con la nostra cecità e con il nostro miope ed egoistico consumismo  da ricchi ad accrescere il buco nell’ozono, responsabile della malattia del sole e del processo avanzato di desertificazione  già in atto sulla terra e se non ci affrettiamo a cambiare rotta, a mutare la nostra coscienza e le nostre abitudini di vita, a rimboccarci le maniche ciascuno di noi chiuso nel suo piccolo mondo ovattato, molto presto non avremo più nemmeno le risorse energetiche per sopravvivere e sarà la fine del mondo che ci è stato donato con tanto amore. Mi sento sono responsabile anch’io della distruzione del mondo nella misura in cui, con il mio silenzio e la mia passività non ho fatto più niente per ostacolare questo processo di morte, ho avallato un certo sistema per stanchezza e smesso di lottare per la salvezza del mondo. Rispettare la natura, fare la raccolta differenziata dei rifiuti, risparmiare l’energia e sviluppare una attenzione maggiore nella scelta dei prodotti che non inquinano è davvero troppo poco come impegno. Ma sono troppo stanca  per fare altre lotte contro  i mulini al vento, non ho più l’energia di un tempo né la baldanza per aggredire la vita e la lotta contro il potere è  sempre devastante e lascia l’amaro in bocca…
La ricerca del “trascendente”, del senso più alto della nostra vita, mi accomuna  ad altre anime in pena che hanno sete di giustizia nella nostra perenne tristezza fatta di nostalgia dell’armonia perduta, all’inseguimento di una stabile ed effimera felicità che non è  di questa terra … forse è quel tipo di amore-carità-fede vissuta, il carisma più grande che manca nelle nostre vite….quell’amore di cui parla San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi: “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è paziente, è benigna la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine.” Non mi spiego diversamente la dilagante  sofferenza da mancanza o insufficienza di amore- carità- fede vissuta che caratterizza il nostro universo di relazioni….
Ma ho dentro di me la certezza che solo la fede nel Signore può darci la forza di resistere e di affrontare e superare la nostra sofferenza fino alla prossima prova in cui la sofferenza sarà più grande della precedente. Solo Dio ci può stare vicino, sostenerci e portarci in braccio quando non ce la facciamo più, ma non può toglierci la sofferenza, non può farla sparire, specie quella sofferenza aggiuntiva che in tanta parte abbiamo concorso a creare noi stessi con il nostro modo di vivere  e con le nostre scelte di vita, frutto del nostro libero arbitrio.

Dio lo ritrovo nella bellezza della natura in qualunque posto mi trovi…..nel silenzio, negli occhi dei bambini, nel sorriso della gente semplice, nelle mani di chi aiuta, nella preghiera semplice, nella meditazione improvvisa che sale dal profondo dell’anima e soprattutto nel cuore di chi ama senza riserve, senza condizioni, senza pregiudizi.
“Ho imparato nella vita che le lacrime aiutano a crescere….
che i ricordi non si dissolvono mai…
che spesso le parole feriscono….
che è più importante amare che essere amati…
che perdonare non è facile….
che i vuoti non sempre possono essere colmati…
che le grandi cose si vedono dalla piccole cose…
che amare vuol dire a volte rinunciare….
che i nostri sogni nessuno li può rubare…
che volare non impossibile…..”
non so di chi siano queste parole ma mi risuonano come grandi verità!!!

Olimpia Casarino