SARDEGNA
Il contatto profondo con la natura e le relazioni semplici
e sane sono le ragioni per cui non riesco a stare lontana
dalla mia adorata Sardegna per molto tempo. Pur non
essendoci nata, è una terra che sento fortemente mia.
Dall’ estate del 1988 mi è entrata subito
nell’anima, diventando sempre più una parte di me
anche se ci vivo in prevalenza solo d’estate per un
mese o poco più. Spesso, durante l’anno, mi assale la
nostalgia della Sardegna, non riesco a non pensare in
particolar modo a Baja Sardinia d’estate, alla nostra
casetta in multiproprietà così accogliente nella sua
spartanità, così luminosa e solare… la nostra casa a
luglio diventa un porto di mare, amici e parenti vanno e
vengono e condividono con noi la nostra semplice vita, le
nostre emozioni e il miracolo della natura che ci avvolge;
il vialetto di casa, costruito sulle rocce ed immerso nella
fitta vegetazione mediterranea, mirto, pini, ulivo,
rosmarino è sempre frequentato da molti animali: gechi,
lucertole, gatti, cani, uccellini e rondini in visita
occasionale o permanente, sempre alla richiesta di cibo e
di coccole. La presenza degli animali riempie e movimenta
la nostra vita e la nostra casa diventa quella del buon
pastore, ove chiunque arriva non vuole più andare
via…
non riesco a non sentire la mancanza di tutte queste
atmosfere, non riesco a non pensare con struggente
nostalgia ai miei infiniti straordinari e sempre
chissà perché ? solitari momenti magici a contatto con la
natura che vorrei condividere anche con le persone che amo
e con quelle che sono lontane perché so che sanno
apprezzare quei momenti…..quei momenti unici ed
irripetibili di contatto con l’infinito, di cui cerco
di cogliere al volo le atmosfere, scattando foto o
raccontando in diretta telefonica o scrivendo e-mail o sms
al cellullare o tentando di descrivere nei miei racconti
con parole limitate che non possono esprimere il miracolo
dell’infinito che ogni volta vivo… Quanto
vorrei condividere il sentimento di gratitudine che mi
assale nella contemplazione della perfezione della natura
ancora rispettata ed amata dai sardi, quanto vorrei far
contemplare a tutti quei tramonti sempre bellissimi con i
voli festosi delle rondini e il richiamo dei gabbiani che
salutano e ringraziano gli ultimi raggi di sole, le
incantate notti d’estate, il chiarore scintillante
della luna, i notturni silenziosi e magici bagni di luna
piena sul terrazzo della casa sul mare con il mare
illuminato a giorno dalla luce della luna, la brezza tenera
e dolce del vento, la brezza fresca e rigenerante del
vento, l’imponenza dei maestrali che purificano
l’aria ed illuminano il cielo, lo spettacolo
delle prime stelle cadenti e l’immenso cielo
stellato in cui sono visibili tutte le costellazioni, che
quasi puoi toccarle con la mano ….o quanto vorrei
regalare l’emozione delle passeggiate sulle
spiagge dei tre monti, incantate e deserte al tramonto,
rese magiche dagli ultimi raggi di luce del sole o la magia
delle escursioni sulle rocce dalle forme particolari a
ridosso del Forte Cappellini, immerse nel silenzio e nella
quiete, cullate dal respiro del mare, in particolare alla
roccia nel mare che io chiamo la testa
dell’indiano dove vorrei che le mie ceneri fossero
sparse alimentando nuove forme di vita, quanto vorrei far
scoprire, toccare con mano e far vivere sulla pelle la
magia di quella bellezza nascosta di quei luoghi in cui sto
tanto bene a dispetto del caldo torrido da clima impazzito,
delle caldane violente e improvvise, del sudore eccessivo,
della sofferenza da menopausa e degli acciacchi
dell’età…..stranamente solo là riesco a
rilassarmi, a dormire un po’ di più e a sognare, solo
là riesco a sopportare le mie mille piccole limitazioni,
solo vicino al mare in quella piccola casa senza aria
condizionata e senza la lavatrice per me diventata sempre
più indispensabile con il passare degli anni….
credo che solo allora sarei compresa fino in fondo dagli
altri nel mio desiderio di vita e di comunione con la
natura e di comunicazione semplice ma allo stesso tempo
profonda con le persone, bisogni vitali costantemente
delusi e mortificati nella vita di relazione cittadina
fatta di frettolosi fuggenti incontri scanditi dai ritmi
frenetici di lavoro che uccidono la spiritualità e
distruggono il tempo dell’anima…..
credo sempre più che vadano scoperte e ri-scoperte le
molteplici dimensioni dell’anima e il contatto con la
natura nei luoghi in cui viene ancora rispettata ed amata,
è la sola chiave di accesso alla ricchezza di quel mondo
interiore che, se solo se vissuto pienamente, è fonte di
gioia interiore e di unità con il divino che ci
circonda….solo vivendo in modo semplice e
alimentando la nostra spiritualità in questa dimensione, le
relazioni umane diventano più “sane” e le
persone sanno come essere vicine le une con le altre nel
modo giusto…..
Sono portata per natura ad instaurare sempre con gli altri
un rapporto aperto e semplice. Non so perché ma la gente
con me si apre, specie chi soffre mi confida le sue pene,
sapendo o intuendo di trovare accoglienza, comprensione e
conforto.
La difficoltà maggiore di “incontro” è con le
persone molto corazzate o con quelle che si aprono e
chiudono come un rubinetto a tempo.
Osservo da anni che perfino nelle relazioni affettive più
strette o spiritualmente più forti, in cui esiste la
consapevolezza reciproca di mancare l’uno
all’altra, e finanche quando questa mancanza viene
comunicata, esiste sempre una zona d’ombra, una
resistenza a vivere il rapporto con immediatezza e
semplicità. Chissà perchè non ci abbandoniamo mai del tutto
alla nostra “essenza”, restiamo in attesa ad
aspettare un segno che parta dall’altro per
poter entrare in una relazione vera, autentica, più
profonda, più intima e sentirci liberi di aprire e
spalancare le porte del cuore e dell’anima…
Questo è il limite presente nelle relazioni della grande
città o del piccolo paese dall’asfittico respiro
culturale in cui le persone presentano o rappresentano al
mondo esterno un’immagine di sé totalmente diversa e
separata dalla propria essenza, “corazzate”
nella loro vuota , a volte apparente, superficialità.
In questi contesti vivo il forte disagio nella
comunicazione di qualità a senso unico. Negli anni ho
imparato a tagliare subito sulle cose che mi fanno
soffrire. Evito di alimentare gli scontri, le polemiche e
le tensioni inutili. Preferisco lasciare posto al silenzio
e al tempo per osservarmi e per osservare. Vivo il tempo
del silenzio necessario alla chiarezza che porta
nuova luce nei rapporti e nella vita.
Nell’universo femminile, dotato di maggiore
sensibilità, le relazioni sono sempre più semplici e si
instaura subito un forte rapporto di solidarietà che
raramente si stabilisce con l’universo maschile, e
quando avviene è solo con persone estremamente sensibili.
Dall’ incontro con G. a Baja Sardinia è nato un
rapporto di amicizia. G. ha 35 anni, sposata, ha due
figlie, lavora in estate come donna delle pulizie nei
residences. E’ una piccola donna in miniatura, ma sul
lavoro è un mostro di efficienza e di inventiva. Ha
alleggerito la mia sofferenza fisica quest’estate,
aiutandomi nelle faccende di casa e mi ha telefonato spesso
per sapere come stavo. E’ un tipo di
compassione, una manifestazione di solidarietà che
ritrovo solo nelle donne, specie in quelle più
sensibili e mazziate dalla vita. G. mi ha raccontato
tutta la sua vita al secondo giorno, vedendomi sudare in
permanenza e faticare con un braccio solo. La figlia
primogenita, ora diciottenne, fin da piccola
-dall’età di sei anni - vive con un rene solo.
E’ stata operata più volte con il risultato di avere
da tanti anni e- ahimè per tutta la sua vita- un catetere
in pianta stabile, che solo da poco tempo, i medici che la
seguono le hanno insegnato come svuotare da sola più
volte nella giornata. I controlli medici ai quali si deve
sottoporre periodicamente sono complicati e costosi e
soprattutto lontani dalla Sardegna. La malasanità nel sud
Italia e nelle isole colpisce ancora! Per questo motivo G.,
che prima era casalinga, è stata costretta a triplicare il
suo lavoro e a lavorare fuori casa. Suo marito è muratore
ed è molto spesso a lavorare in zone molto lontane da casa.
Per questa ragione, G., prima di andare a lavorare, deve
preparare il pasto al marito, occuparsi della sua casa e
del pranzo per gli altri familiari. Per fortuna ha una
mamma anziana che le guarda le figlie. G. lavora,
spostandosi spesso con la sua macchina, causa di altre
spese, alle dipendenze di un’agenzia di pulizie, la
cui titolare prende 15 euro l’ora e a lei al
massimo dà dai 5 ai 7 euro all’ora, in
relazione al tipo di lavoro e alle tariffe concordate con i
residences e con gli alberghi. G. mi raccontava, con le
lacrime agli occhi, che ha dovuto lasciare per un intero
anno la seconda figlia di pochi mesi, abbandonare la sua
famiglia per restare vicino alla primogenita per tutto il
tempo della sua operazione e della successiva lunga
riabilitazione, avvenuta nel ‘continente’,
ovviamente nel nord Italia. Mi confidava con una indignata
rassegnazione che, di recente, l’ha dovuta perfino
ritirare dalla scuola, all’ultimo anno di liceo
perché i professori, ancorché informati del suo problema di
salute, non le consentivano di uscire dalla classe per
andare nel bagno a svuotare il catetere. Comportamenti da
denuncia penale! Nell’arco di un mese è nata tra noi
una profonda amicizia. G. mi portava ogni settimana le
verdure buonissime colte la sera prima dal suo orto.
Abbiamo in comune molte cose, compresa la passione
per i fiori, per la natura, per la campagna e
per l’orto, lo stesso modo di pulire la casa in modo
accurato e in tempi veloci. Abbiamo condiviso gran parte
dei problemi di salute, ci siamo confrontate sulle nostre
esperienze di malattia e di rieducazione settentrionale. Le
ho raccontato le esperienze dei molti afasici incontrati
nel lavoro dell’associazione e abbiamo parlato a
lungo delle leggi che tutelano o dovrebbero tutelare le
persone invalide. G. era informata ma, allo stesso tempo,
era molto rassegnata e passiva all’inizio della
nostra relazione. Credo che in un mese di contatto qualcosa
in lei sia cambiato, in lei sono comparse la forza di
reagire e la combattività necessaria a garantire alla
figlia il suo diritto alla salute e ad una vita il più
possibile dignitosa. Quanta tenerezza mi faceva sentirla
parlare al cellulare con la figlia che la chiamava per
chiederle istruzioni e seguiva i suoi suggerimenti per
stirare le camicie. Vibravo la commozione che passava
nelle sue parole e nei suoi occhi di madre preoccupata ma
contenta dell’iniziativa della figlia che stirava per
la prima volta. Solo una madre sa comprendere la figlia,
soffrire e gioire insieme a lei. G. temeva che la sua
bambina, che aveva visto trasformarsi in giovane donna,
fosse destinata ad avere una vita a metà, a non essere
forse madre né a conoscere la gioia di un rapporto amoroso.
Ogni incontro nella vita non è mai casuale. E’ come
se fosse predisposto dall’alto per mettere in
contatto due persone al momento giusto perché possano
aiutarsi reciprocamente.
Una mattina al mare, mentre ero in acqua, sono
rimasta molto sorpresa dalla improvvisa confessione di una
pena segreta, fattami da un anziano signore, nostro vicino
di ombrellone che conosciamo superficialmente da molti
anni. Abbiamo in comune la passione per i bambinj e
vedendolo felice giocare nell’acqua con due bambine,
che credevo fossero le sue nipotine, gli ho detto:
“che bello…oggi è molto felice, è ritornato ad
essere bambino, con le sue nipotine!!!”. Lui ha
guardato me e Carlo mio marito, è diventato subito serio e
ci ha spiegato che quelle bambine non erano le sue
nipotine, per sua sfortuna. Subito dopo ha sentito il
bisogno di aprirci il suo cuore. Ci ha raccontato,
con nostro sommo stupore, il perché non aveva nipotini:
aveva perso un figlio, il primogenito, con una rarissima
malattia dal nome complicato, che lo faceva sempre mangiare
in modo ossessivo e gli portava momenti di stranezza
mentale alternati ad altri di profonda lucidità. Con
questa malattia non si vive a lungo. La moglie del
signore è un medico e si sa che i medici sono
più sempre severi con l’alimentazione, per cui il
figlio si rivolgeva al padre, sempre più indulgente e
tenero con lui, per farsi dare da mangiare qualcosa in più,
guardandolo con occhi supplicanti e non lo lasciava finchè
non era stata esaudita la sua richiesta. Un giorno, per
fargli uno scherzo innocente, gli hanno nascosto il panino
che aveva tanto insistentemente aveva richiesto. Il figlio
è andato a chiudersi a chiave nella sua camera e con un
accendino ha dato fuoco a se stesso e al materasso .
E’ stato soccorso subito, ma il tempo di sfondare la
porta della stanza il giovane era già in fin di vita, aveva
profonde e gravissime ustioni dalle quali è poi
guarito, superando il coma e nel tempo ha subito vari
interventi. E’ sopravvissuto all’incidente ed è
vissuto ancora per tanti anni fino a morire all’età
di 35 anni. Questa tragedia ha segnato profondamente i
familiari e in particolar modo il padre che a quel figlio
sfortunato, era particolarmente legato. Si sentiva
responsabile dell’incidente e ripeteva molto spesso:
“capisce? per uno scherzo… sono malattie
terribili dalle quali non si guarisce”. Ma questo non
è il solo motivo per cui non diventerà mai nonno, un vero
peccato perché il signor G. sarebbe stato e forse
sarà un nonno eccezionale. Ci ha raccontato della seconda e
unica figlia che non vuole sposarsi perché ha paura
di mettere al mondo un figlio con la stessa malattia del
fratello. Ancorché le sia stato assicurato che è
impossibile – “chissà tutta la sicurezza medica
su che cosa si fonda” ho pensato subito, ma non ho
osato dirlo al signor G.- lui e la moglie sono
convinti che non diventeranno mai nonni. Ci ha
confidato che è diventato un problema anche la sua
passione per i bambini che, in tempi come
questi molto difficili, non può esternare tanto facilmente
come gli verrebbe naturale anche per la strada, per non
insospettire i genitori ed essere scambiato per un
pedofilo. Così il signor G. si reprime e si limita a
parlare o a giocare con loro a distanza e a comprare
continuamente gelati e caramelle che regala ai
bambini sempre in presenza dei loro genitori. Ovviamente
siamo tutti e due impazziti per quel bambolotto senegalese
di Ismail di appena 4 mesi, che ti veniva voglia di
toccarlo, di mangiarlo di baci tanto era sodo, buonissimo,
così solare e sempre sorridente. Nei suoi occhi molto
scuri, quasi blu, si rifletteva sempre la luce del cielo e
i riflessi dell’acqua del mare. Occhi luminosi,
luccicanti e sorriso smagliante nella sua boccuccia
sdentata e sempre sorridente. La mamma di Ismail si chiama
Fani è una senegalese che vende un po’ di
tutto sulla spiaggia e fa anche acconciature africane ai
capelli con vari tipi di treccine. Fani ed Ismail
arrivavano ogni mattina alle 9.30 sulla spiaggia di
Baja Sardinia e vi restavano fino alle 17, anche nei giorni
in cui il caldo era insopportabile. Venivano in pullman da
Olbia in un percorso che durava quasi un’ora. Fani
aveva in braccio Ismail che è nato
in Sardegna e avrà la cittadinanza italiana.
Appena arrivava sulla spiaggia col suo piccino, tutti
i vicini di ombrellone facevano a gara per
contenderselo. Ismail appena mi vedeva, non so
perché, mi sorrideva e subito dopo si metteva a ridere di
gusto, la mamma me lo metteva molto spesso in braccio, a
volte me lo lanciava dall’alto, dicendogli:
”vai un po’ dalla tua amica che ti vuole tanto
bene, Ismail” e lui subito si accoccolava, mi
prendeva le dita e se le infilava in bocca. Il piccolo
angioletto non aveva mai niente con sé, nemmeno il
ciucciotto in una fase di dentizione e di abbondante
salivazione… questa cosa mi ha colpita
molto… riflettevo sul diverso valore che attribuiamo
agli oggetti considerati non essenziali e soprattutto non
indispensabili per altre culture più povere materialmente
ma più ricche spiritualmente e con maggiore dignità. Il
ciucciotto, oggetto di consumo, divenuto sempre più
indispensabile per i bambini italiani che frignano ore e
ore quando lo perdono, è un oggetto “non
essenziale” per gli africani. Ismail era talmente
buono, osservava tutto e tutti con attenzione, non piangeva
mai, veniva messo dalla sua mamma sotto l’ombrellone
in mezzo alla merce da vendere in compagnia del clan di
senegalesi, quasi tutti parenti di Fani che facevano da
balia ad Ismail. Il piccolo se ne stava tranquillo nel suo
sediolino sbavando e mordendosi le dita delle sue manine o
mordendo la mano a chi gli capitava sotto tiro. I bambini
più grandi si mettevano sotto l’ombrellone dei
senegalesi, in adorazione di Ismail che osservava
attentamente tutto e tutti o giocava col nulla o
dormiva. Gli ho regalato dei giochini colorati che
suonavano e che poteva mettersi in bocca e mordere. Fani,
nel suo abituale giro di vendita sulla spiaggia, era solita
sedersi a terra accanto a me e fare una breve
chiacchierata, a volte in compagnia di Ismail, prima di
riprendere il suo lavoro con il suo piccolo dietro le
spalle o in braccio. Nel congedarsi, diceva sempre al suo
piccolo: “Andiamo a lavorare Ismail, non possiamo
stare tutto il tempo a giocare!” e Ismail la guardava
e sembrava capire la situazione e senza fare un capriccio
andava via. Fani mi diceva che il bimbo non si separava mai
da quei giochini e ci giocava sempre anche in piena notte.
Fani aveva raccontato di me a suo marito che le aveva
chiesto la provenienza di quei giochini che piacevano
tanto ad Ismail e gli aveva detto: “glieli ha
regalati una grande amica di Ismail che è tanto buona e
brava e che gli vuole molto bene”. Ho chiesto a mio
figlio Ivan e alla sua ragazza Marcella di ricordarsi di
portare con loro la loro macchina fotografica digitale,
avendo dimenticato a casa la mia, per immortalare Ismail,
la cui foto più bella troneggia a tutto schermo sul mio
computer. I ragazzi non credevano possibile tanta
bellezza, pensavano che io e Carlo esagerassimo. Appena
l’hanno visto e toccato con mano e ammirati i suoi
occhi splendidi e splendenti non volevano lasciarlo più.
Marcella, tenendo in braccio Ismael, diceva a Ivan:
” o un figlio così o niente”.
Ismail è stato per un mese la mia luce celeste,
il mio angioletto preso in prestito, quel secondo
figlio preso in prestito per pochi minuti, quel
bambino o bambina che avrei tanto voluto dopo Ivan e
che non è mai più arrivato…..
Carlo Shen hu, il tenero ventunenne massaggiatore cinese,
invece, mi è stato mandato dalla Provvidenza dopo due
settimane che cercavo e chiedevo a
Salvatore, gestore dello stabilimento balneare,
che fine avessero fatto i massaggiatori cinesi e perché
quest’anno non c’erano sulla spiaggia. Pensavo
ad un controllo che vietava loro la pratica abusiva.
Invece Salvatore mi ha spiegato che tutti quelli che
conoscevo avevano trovato occupazione stabile in ristoranti
come cuochi o in albergo o nei mercati o avevano aperto
delle attività commerciali e avevano portato in Sardegna
anche la loro famiglia. Mi ero già rassegnata a
convivere con il mio mal di schiena e con il dolore alle
ginocchia quando una mattina vedo avanzare verso il mio
ombrellone un giovane cinese, piccolo di statura,
molto bello, timido, molto educato e con un
sorriso gioioso. Mi si presenta con uno smagliante
sorriso e mi dice che è un amico ed allievo di Chen che lo
ha mandato da me per i massaggi. La sua comparizione
era l’effetto di una conversazione telefonica del
tutto casuale tra Salvatore il mio angelo custode sardo
(che mi aiuta sempre e quando stette molto male Carlo
anni fa, e fu ricoverato all’ospedale di Olbia, senza
Salvatore me la sarei vista brutta) e Chen al quale era
stata segnalata la mia richiesta. Anche questo evento
l’ho interpretato come un segno della divina
Provvidenza.
In pochi giorni Carlo Shen hu ha superato la sua timidezza,
essendo la sua prima paziente da coccolare. Il cucciolo era
agli inizi del suo lavoro e non aveva avuto ancora contatto
con la difficile e particolare utenza della spiaggia.
Abbiamo parlato a lungo e scambiato conoscenze. Carlo aveva
degli amici che praticavano terapie shiatsu alla Maddalena
ed era sempre molto curioso di conoscere e di apprendere le
cose che non sapeva ancora. Mi parlava del Qi-gong
praticato quotidianamente in Cina da tutti e mi ha spiegato
il perché sia stata dal governo cinese proibita e messa al
bando l’antica arte del Falun–gong da cui
discende il Qi - gong. Secondo Carlo Shen hu questo era un
grave sbaglio, frutto della dittatura comunista, originato
dal miope bisogno del governo di tenere sotto controllo
tutti quei movimenti che portano alla libertà interiore e
dello spirito. Infatti il Falun-gong non è affatto morto,
ha radici fortissime in Cina, sopravvive nella
clandestinità e circola anche fuori della Cina.
Carlo Shen hu è umorista e gli piace scherzare, ma mai
fuori tono e con educazione. Mi chiamava sempre maestra, mi
trattava con profondo rispetto e diceva sempre
“grazie” anche quando non era necessario, cosa
non comune in questi tempi. Gli piaceva molto il mio
cognome Fiore dettogli per semplificargli la comunicazione
e mi chiamava a gran voce anche sulla spiaggia. Veniva
spesso a sedersi sotto il nostro ombrellone nelle pause del
suo lavoro dalle 14 alle 16 nelle ore in cui il sole ed il
caldo erano più torridi, quando nessuno gli chiedeva
il massaggio e conversava con me e con
mio marito o mi chiedeva consigli. Si era prefisso
l’obiettivo di fare il massimo per me. Il massaggio
con me era sempre più lungo - più di un’ora -
mentre quelli che faceva sulla spiaggia duravano 30-40
minuti; mi regalava oli speciali, mi massaggiava anche nei
punti che di solito non vengono trattati mai nei massaggi
fatti sulla spiaggia.
Carlo mi parlava spesso delle difficoltà economiche
dei tanti giovani che gli chiedevano quanto costasse il suo
massaggio e vi rinunciavano perchè 20 euro era un prezzo
eccessivo per il loro modestissimo budget in vacanza. Gli
consigliavo, se voleva venire incontro alle esigenze dei
giovani, considerandolo come una esperienza di tirocinio
per lui molto utile, di abbassare il prezzo del suo
massaggio terapeutico a 15 euro o di offrirne uno gratis di
prova, cosa che nella mia lunga esperienza di massaggi
terapeutici ha funzionato sempre. Il primo trattamento
regalato invogliava le persone che lo ricevano a ripetere
l’esperienza. Quando offrì in regalo un massaggio di
prova anche a Ivan e a Marcella ebbe la dimostrazione che
la cosa funzionava. Anche Marcella, che non aveva ricevuto
un massaggio in vita sua, tantomeno aveva mai fatto
l’esperienza di un massaggio cinese, divenne cliente
di Carlo di cui apprezzava molto la competenza.
Spesso si rilassava tanto profondamente da andare spesso in
stato di trance. Il rilassamento era favorito dal silenzio
e dalla confortevolezza del terrazzo della nostra casa
diventata anche centro di benessere. Quando chiesi a Carlo
se poteva venire a massaggiarmi a casa tutte le
mattine,prima di iniziare la sua attività sulla spiaggia,
lui fu contentissimo. Arrivava ogni mattina, puntualissimo
come un orologio svizzero, sempre sorridente. Doveva fare
un viaggio di più di un’ora in motorino e imbarcarsi
dalla Maddalena dove viveva ed abitava da tre anni
con due suoi fratelli sposati e con le loro mogli,
solo parte della sua famiglia che viveva a Shangai. Un
fratello di Carlo aveva alla Maddalena un negozio di
abbigliamento e l’altro era titolare di una impresa
di pulizie con sede a Olbia. Ogni mattina, appena arrivava
tutto sudato, su quel terrazzo che gli piaceva tanto, gli
offrivo sempre il tè verde e dopo il massaggio, sempre
l’acqua. Gli regalavo spesso una”
formaggella” un pasticcino sardo molto buono che lui
era solito mangiare nella pausa pranzo. Apprezzava molto
che dopo il massaggio potesse rinfrescarsi in bagno
dove aveva la sua asciugamano. Lo colpiva molto la mia
gentilezza, per me naturale e abituale, si sorprendeva ogni
volta e non la finiva più di ringraziarmi. Le prime
volte ho acceso io l’incenso. Gli piaceva
così tanto questo rituale che le volte seguenti era
sempre lui a volerlo fare. Mi leggeva nel pensiero, mi
preveniva in ogni mio gesto, mi massaggiava lavorando con
l’intuizione e mi chiedeva sempre dopo il
massaggio se aveva fatto la giusta pressione. A volte
lo guidavo ad allenarsi con me nella giusta pressione
su certi punti importanti perché la sua pressione
all’inizio o era troppo forte o troppo debole.
Usava molto i gomiti come nello shiatsu. Mi controllava con
lo sguardo perfino quando ero a mare. Era sempre
preoccupato per le mie ginocchia e la mia schiena sempre
dolente nella zona lombare. Mi diceva sempre per quanto
tempo ero stata a passeggiare e a fare esercizi in acqua,
era contento di vedermi nuotare, cosa che non faccio più
tanto, perché mi vengono i crampi….un’altra
rinuncia, e pensare che anni fa nuotavo a lungo andando
anche al largo, ora mi limito a fare la papera o ad imitare
le anziane signore che camminano per ore nell’acqua
andando avanti e indietro. Quando la sua clientela
aumentò, mi raccontava che preferiva fare anche 20 massaggi
consecutivi alle donne, dalla muscolatura più dolce anche
se bloccate, che agli uomini molto rigidi sui quali doveva
esercitare una pressione maggiore per farsi sentire e
dopo aveva forti dolori alle dita e ai polsi. Si stancava
molto. Gli ho dato dei consigli che lui ha messo subito in
pratica. Si era prefisso di farmi un regalo. Voleva donarmi
a tutti i costi un vestito dal suo negozio, avendo
assistito più di una volta ai miei battibecchi con Lal un
giovane e bel pakistano molto furbo che nascondeva i
suoi occhi molto belli sempre dietro un paio di occhiali da
sole molto scuri, solo una volta le si tolse. Acquistavo da
lui sempre vestiti di cotone leggero quasi una garza,
sempre molto mal rifiniti. Ogni volta glieli restituivo
pretendendo la loro rifinitura e il furbo Lal mi riportava
il vestito che aveva aggiustato male, lasciandomelo
sul lettino mentre Carlo mi massaggiava, proprio nel
momento in cui non potevo controllare. In questo
andirivieni di vestiti sempre rifiniti male, Carlo si
dispiaceva per me che ero irritata e dispiaciuta perché non
mi piaceva fare come gli altri acquirenti che sono soliti
contrattare sul prezzo ingaggiando con tutti i venditori
lunghe trattative per pagare di meno. Pagavo sempre quello
che mi veniva richiesto senza discutere e senza controllare
prima dentro e fuori come facevano gli altri clienti che
magari dopo avergli fatto perdere del tempo, non compravano
niente. Mi dispiaceva essere tradita nella fiducia
che davo e dò sempre alle persone. Carlo censurava il
comportamento scorretto di Lal e mi invitava a non
comprare più niente da lui e a farmi ridare i soldi
dei vestiti. Solo con questa minaccia virtuale ottenni dal
pakistano furbo una rifinitura fatta per bene dei tre
vestiti acquistati da lui scoprendo in seguito che me li
aveva cuciti a macchina tagliandoli su misura per me. Ma
non riesco mai ad arrabbiarmi veramente, nemmeno con chi fa
il furbo, mi fanno sempre tanta tenerezza gli
extracomunitari e penso sempre a quello che hanno dovuto e
devono affrontare per venire in Italia per lavorare
duramente un’estate per poter sfamare le loro
famiglie. E anche il rapporto tempestoso con Lal si è
subito ricomposto.
Quanta tenerezza mi faceva Carlo ogni volta che arrivava
tutto contento portandomi un vestito dal colore che
gli piaceva per me azzurro o bianco, guarda caso i
miei colori preferiti, e puntualmente restavamo lui
ed io delusi dalla taglia troppo piccola. Avrei voluto
diventare per magia magra come un alice per farlo contento.
Fino all’ultimo giorno ci ha provato, invano. Si
apriva molto con con me, gli piaceva la nostra famiglia e
mi ha raccontato la sua vita, della sua fidanzata che
studia informatica all’università e che lo
raggiungerà in Sardegna tra due anni, dei suoi progetti,
dei suoi genitori che vivono a Shangai. Mi manca
moltissimo quel cucciolo di Carlo….
Quando mi ha chiamata al telefono a Natale, rispondendo a
un mio sms di auguri, non credevo alle mie
orecchie…sono queste cose semplici che ti riempiono
il cuore….
Sarà per questo mio modo di essere? che riscuoto
l’interesse, la sollecitudine, la compassione e
l’aiuto concreto di quanti mi conoscono, condividono
la mia vita nel quotidiano e mi vedono ridotta a girare
come uno zombi soprattutto d’estate, vogliosa di fare
nonostante tutto, sempre attenta ai bisogni degli altri e
premurosa nel dare loro sollievo se posso, come
posso. Vibro a distanza la sofferenza delle persone, sono
come una calamita che attira un certo tipo di persone. La
sofferenza è ineliminabile, è una parte di noi e ci aiuta a
crescere. La sofferenza è dovunque. E’ nel modo di
affrontarla, la differenza importante. Basta entrare in
contatto con il terzo mondo, con chi non ha niente di
niente e soffre come noi, e molto peggio di noi perché gli
manca anche quello che a noi risulta indispensabile come il
ciucciotto, eppure in quella sofferenza quanta dignità,
quanto coraggio, quanta nobiltà, quanta accettazione che
non è rassegnazione ma consapevolezza di essere parte di un
tutto più grande, che nasce dalla fede. I poveri del terzo
mondo che noi occidentali abbiamo reso sempre più poveri,
vivono ancora nei villaggi di cui conservano le tradizioni
anche quando emigrano, salvaguardano le loro radici
religiose e comunitarie e conservano i loro valori e questa
è la loro salvezza, la loro grande forza….. si
imbarcano come clandestini, muoiono da clandestini ma
quanta solidarietà e quanto sostegno reciproco si danno
l’un l’altro e quanta solidarietà e sostegno
sono capaci di esprimerci, ricordandocela…. e quanta
fede anima le loro vite che a noi sembrano così
disperate, quanta gioia nei loro sorrisi che noi non
abbiamo più, pur avendo tutto e volendo sempre di
più, e non siamo nemmeno più capaci di regalarci un
sorriso o di riscaldarci con un abbraccio o di donare
all’altro una parte del nostro tempo
prezioso…basta pensare a questi valori qualche volta
in più, guardarsi intorno, osservare chi non ha niente e
riflettere ….solo chi non ha niente, possiede la
gioia …come nel film La città della gioia. La gioia
non viene dal possesso delle cose materiali che sono
passeggere o dall’esclusività di un affetto che
sentiamo importante o dall’esistenza di un lavoro al
quale subordiniamo tutto o sacrifichiamo tutto ma dalla
condivisione di tutto quello che abbiamo, ricchezze
materiali e qualità spirituali con i nostri
fratelli…con quelli che non ci chiedono
nient’altro che lavoro e rispetto del loro mondo,
soprattutto interiore….hanno tanto da
insegnarci………Il legame fortissimo
della comunità senegalese si è manifestato in un episodio
accaduto a Baja Sardinia. Per tre giorni non solo tutti i
venditori senegalesi ma tutti gli africani sono scomparsi
dalla spiaggia, compresa Fani e il piccolo Ismail. Tutti si
chiedevano la ragione. Al quarto giorno è ricomparso Alì,
il mio amico senegalese di vecchia data, che porta da
sempre all’anulare un bellissimo anello
d’argento su cui ha fatto incidere
un’iscrizione del Corano che augura buona sorte e
protegge chi lo porta. Alì ha moglie e 4 figli che vivono
nel Senegal. Viene ogni estate a Baja Sardinia per vendere
orologi importanti come i Rolex ma falsi che compra sempre
e solo il signor G. il nostro vicino di ombrellone,
diventato, ovviamente, intimo amico di Alì. Gli ho chiesto
il motivo della loro assenza in quei giorni. Alì, sedendosi
tutto triste accanto a me, mi ha raccontato che un
loro connazionale di 21 anni, venditore anche lui che
anch’io conoscevo, aveva deciso verso le 15
nell’ora di riposo di andare a fare un bagno per il
gran caldo che neppure gli stessi africani sopportano. Quel
pomeriggio il giovane senegalese, stranamente, era solo e
si era comprato anche un asciugamano da un venditore
marocchino, (un altro Alì che mi considera sua sorella e
battibecca vivacemente con mio marito quando gli contesta
che mi fa troppi complimenti) per andarsene sugli scogli.
Deve essersi tuffato dove l’acqua era poco profonda e
con gli scogli in superficie perché quando
l’hanno ripescato dopo molte ore
dall’incidente, già privo di vita, si sono accorti
che aveva una ferita profonda alla tempia, questa era
l’ipotesi che faceva Alì. Forse ha avuto un malore,
un colpo di caldo, si è sentito male nell’acqua ed ha
battuto la testa, non si sa, fatto sta che alcuni ragazzi
passando sulla scogliera qualche ora dopo, hanno visto un
braccio galleggiare e subito hanno chiamato i soccorsi, ma
era troppo tardi. Alì con la tutta la comunità africana è
andato all’ospedale, hanno organizzato il funerale
dell’amico che hanno portato prima in chiesa poi al
cimitero dove gli hanno dato l’ultimo saluto e
accompagnato la sua bara fino all’aereoporto e
salutato a distanza la salma dell’amico che
l’aereo che riportava nella terra natia dai suoi
genitori. Questa forte solidarietà e questo eccezionale
spirito di gruppo appartiene a tutte le comunità di
extracomunitari, anche gli indiani e i cingalesi si
comportano così ma rispetto agli africani sono più
chiusi , più diffidenti e meno comunicativi. Per
testimoniare la loro solidarietà lasciano tutto,
perfino il lavoro che li nutre, per eventi come la malattia
o un incidente grave di un loro connazionale, figurarsi
quando si tratta della morte di un loro amico. Fanno
collette per il funerale, collette per sostenere
economicamente i parenti della vittima, collette per
riportare la salma a casa e vegliano e pregano sempre in
gruppo, stanno tutti insieme lì ad aspettare la risoluzione
di un evento. Questo loro senso di appartenenza, questo
loro vivere in gruppo anche quando sono fuori della loro
patria, questo aiutarsi e sostenersi l’un
l’altro senza nessuna invidia, nessuna gelosia
o competizione, questo loro forte sentimento di
aggregazione, questo sentirsi tutt’uno tra di loro mi
ha sempre colpito e commosso. Non sono come noi occidentali
che non abbiamo mai tempo per nessuno, nemmeno per chi
amiamo di più o per gli amici che vediamo raramente, non
sono come noi che trascuriamo gli affetti per farci
stressare dai ritmi insani del nostro lavoro, non sono come
noi che abbiamo dimenticato i veri valori della vita, non
sono come noi che viviamo come tante monadi nel
nostro splendido isolamento e siamo sempre infelici e ci
lamentiamo delle nostre vite così comode e
sicure….forse è proprio questo che ci manca, il
senso di appartenenza, lo spirito della comunità che non è
solo limitato alla famiglia di appartenenza….e forse
è questa la ragione per cui sono diventata negli anni una
loro grande amica, perché forse sentono a distanza che è
questa la dimensione che più mi manca nella vita e
quando sto a contatto con loro mi sento a casa mia, non ho
più sofferenza, né nostalgia, né bisogni
pratici…
Anche se la mia vita religiosa non è un esempio da imitare,
nonostante non vada regolarmente a messa per i miei
acciacchi e l’ascolti spesso in televisione,
nonostante non preghi come le persone mistiche o i bravi
cattolici, coltivo la mia spiritualità in privato e nei
rapporti con il prossimo. Ho in me una fede fortissima nel
Signore e trovo la mia forza interiore solo nel Suo
esempio di vita e nelle Sue parole. Con tutti i sacerdoti,
fin da piccola, mi piace confrontarmi e porre a nudo la mia
anima e parlare delle cose che mi turbano. E tutti mi
ascoltano con grande attenzione e mi dicono che sono fin
troppo sincera, diretta e immediata nel parlare di
argomenti scottanti. Ma ogni volta resto sorpresa dal
registrare una loro difficoltà pubblica, non privata, a
coniugare il Vangelo con i grandi problemi sociali di
integrazione che hanno a che fare con l’economia
mondiale sempre più globalizzata . Ascolto sempre più
sgomenta le loro omelie che fanno a cazzotti con
l’insegnamento di Gesù. E’ capitato anche
quest’estate in una messa ascoltata a Baja Sardinia
nell’omelia di Padre C. che pure mi è stato vicino a
distanza e che per un periodo della mia vita ho scelto come
padre spirituale. Ma nel corso del tempo, anche lui è
cambiato, è come se si fosse incupito, intristito e chiuso
in sé, rendendosi meno disponibile agli altri ed avesse
preso quella solarità e quell’allegria che lo
contraddistingueva quando l’ho conosciuto.
Padre C. è un personaggio che vale la pena di incontrare ,
ex-missionario che ha girato il mondo, artista, scrittore,
pittore, scultore, adora la Sardegna dove è nato e vive,
ama la natura, la gente e tutti gli animali. Dove c’è
lui, ci sono sempre gatti, lo ascoltano perfino accoccolati
sui finestroni della chiesa. Gli piace cantare. Grande
osservatore e attento psicologo ti legge dentro, conosce e
riconosce la natura delle persone a distanza. Gira in
motorino, assiste i malati e le persone anziane e
all’occorrenza spazza con la scopa il pavimento della
chiesa, innaffia le ortensie gigantesche che circondano la
chiesa e si presta anche a fare da giardiniere volontario
nei giardini delle case dei suoi vicini; è molto curioso,
vuole conoscere le persone a fondo e fa conversazioni con i
turisti storici seduto al bar e regala con una grande
generosità sempre a tutti caramelle , dolci, miele e vino
che gli regalano perché sanno tutti che è un buongustaio
che non sa cucinare. Spesso i suoi parrocchiani lo invitano
a pranzo. Ogni volta che lo incontro, non sa più che
regalarmi, libri, immagini sacre, quadri anche
d’autore… il nostro rapporto è di vecchia
data….
L’incontro
con Padre C. risale al luglio 1998, all’estate
torrida dei turisti con le gambe ingessate…quella
domenica ero andata in chiesa mezz’ora prima della
messa delle 8.30 per recitare il Rosario. Avevo impiegato
10 minuti da casa alla chiesa e lungo il percorso mi ero
immersa nell’aria fresca e pulita del paese, ancora
addormentato. Ero arrivata che era da poco incominciato il
Rosario; la porta della chiesa era accostata per il sole
che, già a quell’ora, batteva forte sulla chiesa e,
all’interno, i grandi ventilatori, appesi al
soffitto, erano già in funzione. C’erano poche
persone sedute sulle panche e il sacerdote, come sempre,
era seduto in fondo. La sua voce era forte e chiara, una
sorta di guida verbale. Sempre all’ultimo posto, sarà
senz’altro al primo posto in quell’altra vita!
pensai, osservandolo….
Il Vangelo di quella domenica parlava della fede di Marta e
di Maria, dei loro due modi diversi di viverla. Mi aveva
colpito nella sua omelia la novità
dell’interpetrazione. A dispetto di quanto
affermavano i teologi e gli studiosi della Bibbia, che
privilegiano solo l’aspetto della contemplazione,
sottolineando l’importanza dell’isolamento
fatto di studio e di preghiera, Padre C. era
dell’opinione che venivano usate troppo alla lettera
le parole di Gesù. Il risultato era una immagine falsata di
Marta, donna molto operosa, ma con poca fede rispetto a
Maria che, invece, ascoltava rapita i discorsi di Gesù. Il
sacerdote invitava a cercare un giusto equilibrio tra
lavoro e preghiera, a scegliere una vita di unione tra
operosità e preghiera viva, tradotta in azione concreta nel
mondo. Sottolineava che il peccato maggiore era restare
nell’ignoranza e ribadiva l‘importanza della
ricerca della conoscenza per cui bisogna sapere, conoscere,
approfondire e leggere tutto e di tutto per crescere in
sapienza e per poter divulgare la parola del Signore. Aveva
usato una similitudine molto bella tra credente e natura
che mi aveva fatto sentire sulla strada giusta (se mai
avessi avuto ancora qualche dubbio). Aveva parlato del
credente come “portatore in sé stesso
dell’infinito”, soprattutto quando il credente
ha un buon rapporto con la natura e con gli esseri viventi,
che non siamo solo noi. Raccontava che tutte le mattine,
alle 6 precise, quando lui pregava, entrava in chiesa un
gatto nero che gli faceva compagnia, guardando fisso
l’altare. Poi, dopo un quarto d’ora, lo toccava
con la sua zampetta perché si era annoiato e voleva uscire.
Il sacerdote lo accompagnava fuori e si rimetteva a
pregare. Un giorno, una persona che aveva visto la scena,
gli aveva chiesto sorpreso ed incredulo: “Padre, che
mò anche i gatti pregano? Non si era ancora visto
mai!!!” e gli fu risposto che anche i gatti, come gli
altri animali, sono esseri viventi e, come tali, partecipi
e grati, a modo loro, della bellezza del creato. Aveva poi
parlato dell’entusiasmo che anima il credente, che lo
spinge ad aiutare gli altri con impegno forte, vigoroso ed
instancabile, animato dalla fede in ciò in cui crede.
Missionari e volontari ne sono un esempio. L’invito
all’ “ora et labora” alla preghierA ma
anche al lavoro, avevano mitigato un po’ il mio
continuo, intenso desiderio di fuggire su una montagna per
stare in pace a pregare, a contemplare.
In tutto c’è la ricerca di un equilibrio che è
difficile conseguire. Troppo spesso ci dimentichiamo della
necessità di stare un po’ di tempo nel raccoglimento
interiore, anche con la sola preghiera, per ricaricarci
spiritualmente ed energicamente. Troppo spesso ci
preoccupiamo eccessivamente del lavoro soltanto, ci
annulliamo in carichi eccessivi perdendo di vista
l’importanza del raccoglimento. Ho potuto constatare
personalmente che i giorni, non preceduti da un minimo di
tempo (trovato anche in bagno, se necessario) passato in
raccoglimento interiore, in meditazione, in preghiera, o
semplicemente a riflettere su un passo del Vangelo, sono,
almeno per me, più convulsi, all’insegna
dell’irritabilità e del conflitto. Che differenza,
invece, con quelli preceduti da un momento, anche minimo
come durata, di comunione col tutto. Sono giorni più
tranquilli, più distesi, come in pace e questo stato
d’animo influenza non solo l’andamento della
giornata, ma anche i rapporti con gli altri.
Mi sento sempre più in pace appena sono a contatto con la
natura. Mi sento come rinata, i miei sensi si affinano
sempre di più, allenati a cogliere subito le diversità e le
mutevolezze dell’ambiente che mi circonda. Sentivo la
profonda verità contenuta nelle parole di quel semplice
Padre che divenne il mio punto di riferimento.
L’ultima domenica del mio soggiorno a Baia Sardinia,
non ero scesa a mare. Avevo rassettato la casa, pulito e
disinfettato il terrazzo che “odorava” di gatti
e dato loro da mangiare, e scritto il mio diario estivo,
aspettando l’orario della messa delle 11.30, sempre
affollatissima di turisti in villeggiatura. Ero arrivata
prima per recitare il Rosario insieme a cinque fedeli,
oltre il sacerdote. Ero rimasta inginocchiata tutto il
tempo tentando di raccogliermi, nonostante le frequenti
distrazioni causate dalla gente che entrava in chiesa,
insolitamente fresca, con le grandi porte di legno
leggermente accostate ed i ventilatori del soffitto in
azione. Contemplavo la estrema semplicità di quella chiesa,
fatta solo di pietre di roccia, messe insieme dalla calce e
dalla mano dell’uomo come un puzzle ad incastro e i
vetri colorati con le scene del Vangelo, illustranti la
vita di Gesù, sui finestroni in alto che corrono sui due
lati verticali della chiesa. Appresi, in seguito, che erano
opera del genio artistico di Padre C. come la grande
scultura lignea del Crocifisso che pende dal soffitto
dietro l’altare. Anche l’altare era in pietra,
ricoperto da una tovaglia bianca ricamata.
Sul lato destro ci sono le statue di S. Antonio di Padova,
cui è dedicata la chiesa, che regge il bambinello la cui
manina sinistra gli accarezza la guancia; a sinistra del
santo c’è la statua della Madonna che regge in
braccio il bambino presentandolo quasi ai fedeli, nella sua
totale e serena apertura di braccia.
Davanti e tutto intorno alle statue di legno, poggiate su
un tavolo di legno, ricoperto da una tovaglia bianca di
pizzo, ci sono parecchi vasi di vetro trasparente con dei
lunghi rami di incredibili, gigantesche ortensie tra il
rosa e il lilla. Davanti alle ortensie c’è un
portacandele in ferro battuto dove sono riposte le lunghe e
sottili candele bianche che i fedeli accendono,
preferibilmente, su consiglio di Padre C., prima o dopo la
messa, per non sottrarre ossigeno.
Dietro all’altare e lungo tutta la sua
semicirconferenza, ci sono delle sedie in legno colorato e
decorate a mano, destinate ai chierichetti e a chi legge i
salmi o le letture che precedono il Vangelo.
Sul lato sinistro, un angolo di piante verdi ed alte
circondate da altre gigantesche ortensie dello stesso
colore delicato e bellissimo a vedersi, protegge il
tabernacolo, sempre in legno scolpito, che ospita il corpo
di Cristo.
Di lato a destra, la piccola sacrestia con un armadio in
legno che ospita i paramenti sacri, un mobile- tavolo con
una sedia e un inginocchiatoio; accanto alla sacrestia una
porta piccola che si apre su un cortile interno,
costituisce l’ingresso secondario della chiesa.
In fondo, al centro, la porta principale della chiesa con
accanto una grande acquasantiera a forma di conchiglia
aperta, bianca di marmo simile alla madreperla.
Sul retro della porta principale, è affisso un poster della
Sacra Sindone, col solo volto di Gesù, talmente bello ed
intenso che, ogni volta che lo guardo, entro in rapimento
estatico., sopratttutto guardandolo negli occhi penetranti
e dolcissimi da cui emana una luce che illumina il Suo viso
così dolce, così mite. Soprattutto mi colpisce lo sguardo
vivo, penetrante, che ti legge dentro.
Prima di recitare il Rosario, quella domenica fui colpita
da una conversazione tra Padre C. e una signora che
guardava i rosari appesi ad una mensola di legno. La
signora doveva forse avergli chiesto il prezzo e lui le
aveva risposto: “Da dove viene, Signora?” e lei
: “Da Bologna” e il sacerdote di rimando:
“Ma a Bologna non si regala niente? Qui c’è
pure scritto, sono in omaggio insieme alle immaginette
della Madonna con le indicazioni per recitare il Rosario.
Le prenda pure, Signora, vada tranquilla!”
Anche io ne presi uno, mi attirava da parecchi giorni quel
Rosario tutto bianco, di semplice plastica ma sembrava di
madreperla ed era luminoso di notte e tra le mani diventava
quasi etereo e trasparente.
Nel banco davanti a me c’era una signora con la gamba
sinistra ingessata. Pensai a Tiziana,
l’efficientissima ragazza della gestione della nostra
multiproprietà, che era stata investita da una macchina che
correva a folle velocità mentre lei era alla guida della
sua macchina. Le avevano prima ingessato la gamba destra e
poi operato anche il ginocchio. In giro per Baia Sardinia
si vedevano solo turisti con le gambe ingessate! Quanta
paura dei cambiamenti profondi c’era in giro
quell’estate!
Mentre recitavo il Rosario fissavo le statue che mi
sembravano animarsi, soprattutto S.Antonio. Mi commuoveva
quella carezza della manina del piccolissimo bambin Gesù in
braccio al santo. Rimasi in ginocchio tutto il tempo,
chiudendo spesso gli occhi quando la commozione mi saliva
in gola, sentendomi in pace.
Peccato –pensai – che non riesca a dirlo anche
da sola più spesso, da dopo l’ictus non mi ricordo
più le preghiere e sto anche un vita per recitare il
Rosario da sola mentre come per magia quando lo recito
insieme ad altre persone, le preghiere non si inceppano
mai, sono come il suono di un mantra che sale
dall’anima e si fonde con gli altri in un amalgama
perfetto fino a diventare un unico suono che sale diritto
al cielo….
La messa non fu celebrata da Padre C., ma da un altro
sacerdote molto anziano, le cui mani tremavano
continuamente, tantochè, quella volta, per la prima volta,
temendo che l’ostia consacrata potesse cadergli a
terra, tanto le sue mani tremavano, misi le mie mani a
coppa per riceverla.
Era soltanto un pezzettino d’ostia ma quanto mi
saziò!
L’omelia non a caso, era sull’invito alla
preghiera, fatta in un certo modo perché si avverasse il
desiderio di chi prega e fosse messo in atto il :”
chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto, cercate
e troverete” ,come commento alla preghiera semplice
ed affettuosa che Gesù insegnò ai suoi discepoli, il Padre
nostro.
Il sacerdote anziano, tremando, rinnovava l’invito a
guardare Dio negli animali e nelle piante, la cui varietà
di specie non si conta, invitava ad osservare le foglie di
un albero o di una pianta: sembrano uguali ma, in realtà, è
ognuna diversa dall’altra e ne ce sono due uguali.
Dopo la messa, andai in sacrestia per salutare Padre C. che
in quelle tre settimane mi aveva accompagnato con le sue
parole in quella mia rinascita interiore, esplosa in
quell’isola, a noi tanto cara.
Mi accolse con grande calore chiamandomi
“sorella”.
Mi guardai intorno velocemente chiedendomi: “ a chi
dice?” credendo che stesse parlando ad un’altra
persona, ma c’ero solo io mentre lui mi ripeteva
“cara sorella”, guardandomi negli occhi e
sorridendomi. Timidamente gli dissi: “Padre, volevo
salutarla….” lui mi interruppe, pregandomi di
scusarlo e di aspettarlo fuori un paio di minuti che mi
voleva parlare e salutare come si deve.
Aspettai pazientemente che congedasse altri fedeli ed
ascoltasse le loro richieste pratiche. Poi mi accolse,
stringendomi forte le mani e dicendomi: “Ti ho vista
così raccolta prima nel Rosario! Spesso osservo le persone
e tu non potevi essere che una sorella! Da dove
vieni?”. “Da Napoli” gli risposi. E lui:
“Mi parli un po’ in napoletano?” ed io:
” Non lo parlerei bene come lei se l’aspetta,
per esiti di ictus”. Lui, subito diventò serio e mi
disse: “ Ma ora stai bene!” e poi volle sapere
tutto, quando, come, il perché, le cause e commentò:
“ Sono problemi che nascono dalla tua emotività, devi
startene più tranquilla ee pensare di più a te! “
Mentre mi diceva queste parole, pensavo dentro di me:
“E sono due! Anche don Oreste me l’ha detto
quest’anno”.
Poi mi parlò di lui, mi disse che era un missionario.
“Che invidia” mi dissi, ma subito dopo
l’altra parte di me prese il sopravvento dicendomi
“finalmente sii contenta di averne incontrato uno
vero, in carne ed ossa, e di stare qui a parlare con lui
che rappresenta quello che è stato sempre un tuo sogno, fin
da bambina. Goditi fino in fondo quello che questo incontro
ti dà!”
Mi raccontò che ha studiato per cinque anni ad Aversa
“in mezzo ai pazzi” ,come si suol dire di
Aversa per battuta per il suo manicomio e, per sette anni a
Napoli, città che ricordava ancora con molto affetto e
nostalgia e dove, a suo dire, è presente e vivo un forte
sentimento religioso.
Gli parlai di me, di quello che facevo prima
dell’ictus, l’insegnante di storia
all’Università e, dopo l’ictus, a partire dalla
mia malattia, precisandogli che mi ritenevo
“miracolata” dal Signore più di una volta,
nella mia vita, che mi aveva fatto scattare dentro qualcosa
per cui, avevo cominciato ad occuparmi in vario modo, del
mio prossimo, dalla rieducazione motoria,
all’assistenza, alla consulenza e ero approdata al
volontariato con i disabili, esperienza bellissima che
avevo appena iniziato,
Padre Giacomino mi guardava contento ed era interessato a
sapere ancora di più quando gli dissi che ero stata colpita
in una sua omelia dal suo invito a trasferirsi a vivere
nell’isola e che stavo pensando seriamente di andare
a vivere lì, proprio a Baja Sardinia.
Volle sapere come mai ero lì, dove, per quanto tempo e se
la casa era mia. Gli risposi: “E’ mia, ma solo
per tre settimane all’anno, in luglio” .
Nel salutarlo, tentai di baciargli le mani e lui me lo
proibì ogni volta che insistevo perché me lo lasciasse
fare, perché attraverso lui, baciavo le mani del Signore,
mi rispose :”Il Signore è con te!” e mi baciò
per più volte lui entrambe le mie mani. In ultimo,
baciandomi la mano destra, quella paretica, mi disse:
“Ci vuole molta forza d’animo e molto coraggio
per superare tutto ciò; era commosso. Figurarsi io, sono
ancora esterrefatta al solo ricordo.
Poi iniziò la serie di regali, ogni anno, sempre diversi.
Quella volta mi regalò un libretto “Una vita per la
missione” e varie immaginette proprio della statua di
S.Antonio che mi aveva tanto colpito e di cui non gli avevo
raccontato.
Nell’uscire dall’ingresso secondario della
chiesa, mi accorsi,in ritardo che c’era uno scalino
alto dal quale stavo cadendo, dopo aver offerto il mio
aiuto alla signora con la gamba ingessata. Meno male che lo
rifiutò gentilmente essendo diventata bravissima a
camminare con le sue stampelle. Ancora una volta, mi
ritrovai con Padre C. che, prontamente, come me, era
accorso ad offrire aiuto alla signora.
Erano passate oltre due ore da quando era iniziata la messa
che sarà durata tre quarti d’ora. Non mi ero resa
conto del tempo trascorso. Troppo tempo per la pazienza di
Carlo, che è diventato negli anni anche lui amico di Padre
C. e che, però, si lascia volentieri benedire da me quando
gli faccio il segno della croce sulla fronte, sulle labbra
e sul cuore con l’acqua benedetta. Anche questo modo
scherzoso tra di noi è diventato nel tempo un rituale per
convivere questa dimensione.
Con Padre C. iniziò una corrispondenza ed ogni volta che lo
rivedevo trovavamo il tempo per farci una lunga
chiacchierata. Spesso non eravamo d’accordo sulle
valutazioni in particolare per quanto riguardava il
comportamento degli extra comunitari che vendevano un
po’ di tutto sulle spiaggia e che, secondo lui,
almeno quelli che conosceva bene, non erano affatto poveri,
anzi erano implicati nella malavita. Io restavo perplessa e
sentivo che nelle sue parole c’era qualcosa di
profondo che strideva con quel Padre C. del primo incontro.
Più di una volta sono stata in disaccordo con lui ed ho
continuato a fare come sentiva la mia coscienza e a seguire
il mio cuore ispirato dall’insegnamento di Gesù. Ho
capito nel tempo e in particolar modo quest’estate
che perfino Padre Giacomino è affetto da una forma larvata
e non violenta di xenofobia, e pur essendo
stato missionario, per gran parte della sua vita, non
riesce ad accettare proprio l’idea e il fatto
che sempre più gli extracomunitari, o quelli di loro che vi
riescono, vengano in Italia e soprattutto in Sardegna che è
già così povera con un elevatissimo tasso di emigrati circa
4000 l’anno, a suo dire, a fare concorrenza a
chi è già precario e a togliere il poco lavoro che
c’è. Nella sua visione utopistica ha la giustissima
convinzione – proprio perché teoricamente giusta non
è realizzabile facilmente in un mondo dominato da logiche
di profitto e da ingiustizie sociali- che si debba
lavorare, combattere e sudare là nel terzo mondo per
consentire una crescita economica e la tutela del
sacrosanto alla vita, al lavoro, alla salute,
all’istruzione…. In teoria è la stessa
visione del mondo e lo stesso principio di vita che
animava la vita di Santa Madre Teresa di Calcutta nella sua
scelta di lavorare in India per l’India, ma in lei
non c’erano sentimenti di avversione, risentimento e
sospetto verso i clandestini, solo Amore, mentre Padre
Giacomino è del parere che i clandestini vadano rimandati a
casa loro…..ma è risaputo che nella chiesa cattolica
ci sono grandi contrasti e mille contraddizioni e centomila
modi di pensare… Madre Teresa era consapevole che
quell’utopia molto contagiosa per la quale ha speso
tutta la vita per vedere una concreta realizzazione
di mondo più giusto, non si sarebbe realizzata tanto
presto e tanto facilmente …questa consapevolezza era
così forte in lei che mentre le cantava all’ONU e ai
potenti della terra, nel frattempo fondava in tutto il
mondo centri di accoglienza per i poveri di qualsiasi
nazionalità fossero, seguendo le orme di Cristo che
accogliendo tutti, non metteva paletti o filo
spinato….anche in questo mio modo di essere, di
sentire, di pensare, di fare mi sento molto
sola , ogni giorno di più…ho dentro di me la
certezza di essere nel giusto, ma avrei bisogno di
sentirmi attorno un contesto di persone che sentono,
pensano ed agiscono come me, di sentimi parte di una
comunità cementata da valori autentici….che ancora
una volta ritrovo negli extracomunitari, i poveri affamati,
ammalati, calpestati, sfruttati, umiliati ma tanto amati da
Gesù. Nelle loro culture c’è un modo diverso di
affrontare la malattia, la vecchiaia, la nascita e la
morte; c’è una diversa solidarietà fatta di dignità e
presenza corale che unisce e non divide, che costruisce e
non distrugge, che parla di vita, di armonia e unità con il
tutto non di morte e di distruzione del pianeta. Quanta
differenza con la nostra cultura occidentale, altamente
specializzata ma sempre più disumana nel suo essere
tecnologicamente all’avanguardia, fonte solo di tante
ingiustizie sociali, e sempre più responsabile dell’
abisso che separa le cosiddette “civiltà
occidentali” guerrafondaie opulente, sempre più
ricche ma sempre più colpite da malattie terminali, da
violenze di ogni tipo, da depressione, suicidi, droga,
abbandoni e di solitudine dalle culture di quei popoli
affamati e sfruttati che, nonostante tutto, non hanno perso
il sorriso e la gioia per le semplici e piccole cose della
vita.
Mi rattrista e mi addolora profondamente la prospettiva di
attraversare uno stato di sofferenza sempre più limitante
della mia autonomia, in assenza di un contesto comunitario
e di valori etici e solidali, in una società come la nostra
che costringe a vivere in solitudine e a far sentire le
persone disabili, malate, poco autonome o non più
efficienti solo “un peso “scomodo da
“sopportare” non avendo il coraggio di
garantire un’assistenza dignitosa e adeguata alle
esigenze o all’opposto di sterminarle come soluzione
radicale del problema.
Nel mio sentirmi in pericolo di vita ogni giorno sempre più
come se vivessi a Beirut, mi assale un senso di enorme
fatica e l’angoscia del vivere in un mondo che mi
piace sempre meno e che diventa ogni giorno sempre più
violento, un mondo dominato dalla guerra, dalla povertà,
dallo sfruttamento, dalla precarietà, da ingiustizie
sociali e da malattie devastanti, dalla pornografia, dalla
tratta delle donne, dagli abusi sessuali, omicidi efferati
e stupri dei minori, esattamente da quelle cose
contro le quali ho tanto lottato nella mia
giovinezza. Respiro ogni giorno la agonia di un mondo che
sta morendo, non vorrei assistere alla sua fine, vorrei che
mi fosse risparmiato l’ennesimo dolore. Siamo
molto prossimi alla distruzione della nostra madre terra,
assistiamo impotenti alla sua morte. Abbiamo inquinato con
sostanze tossiche il mare, i fiumi sono diventati depositi
di spazzatura, abbiamo procurato con i nostri
veleni malattie terribili agli animali, gli stessi che poi
mangiamo, abbiamo portato alla pazzia perfino i pesci che
si nutrono della nostra plastica buttata nel mare, abbiamo
distrutto le foreste ed alterato l’ecosistema,
siamo responsabili del clima impazzito e sempre più
torrido, abbiamo contribuito con la nostra cecità e
con il nostro miope ed egoistico consumismo da ricchi
ad accrescere il buco nell’ozono, responsabile della
malattia del sole e del processo avanzato di
desertificazione già in atto sulla terra e se non ci
affrettiamo a cambiare rotta, a mutare la nostra coscienza
e le nostre abitudini di vita, a rimboccarci le maniche
ciascuno di noi chiuso nel suo piccolo mondo ovattato,
molto presto non avremo più nemmeno le risorse energetiche
per sopravvivere e sarà la fine del mondo che ci è stato
donato con tanto amore. Mi sento sono responsabile
anch’io della distruzione del mondo nella misura in
cui, con il mio silenzio e la mia passività non ho fatto
più niente per ostacolare questo processo di morte, ho
avallato un certo sistema per stanchezza e smesso di
lottare per la salvezza del mondo. Rispettare la natura,
fare la raccolta differenziata dei rifiuti, risparmiare
l’energia e sviluppare una attenzione maggiore nella
scelta dei prodotti che non inquinano è davvero troppo poco
come impegno. Ma sono troppo stanca per fare altre
lotte contro i mulini al vento, non ho più
l’energia di un tempo né la baldanza per aggredire la
vita e la lotta contro il potere è sempre devastante
e lascia l’amaro in bocca…
La ricerca del “trascendente”, del senso più
alto della nostra vita, mi accomuna ad altre
anime in pena che hanno sete di giustizia nella nostra
perenne tristezza fatta di nostalgia dell’armonia
perduta, all’inseguimento di una stabile ed effimera
felicità che non è di questa terra … forse è
quel tipo di amore-carità-fede vissuta, il carisma più
grande che manca nelle nostre
vite….quell’amore di cui parla San Paolo nella
Prima Lettera ai Corinzi: “Se anche parlassi le
lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la
carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che
tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi
tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la
pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non
avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi
tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser
bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. La
carità è paziente, è benigna la carità, non si vanta, non
si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo
interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto,
non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della
verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto
sopporta. La carità non avrà mai fine.” Non mi spiego
diversamente la dilagante sofferenza da mancanza o
insufficienza di amore- carità- fede vissuta che
caratterizza il nostro universo di relazioni….
Ma ho dentro di me la certezza che solo la fede nel Signore
può darci la forza di resistere e di affrontare e superare
la nostra sofferenza fino alla prossima prova in cui la
sofferenza sarà più grande della precedente. Solo Dio ci
può stare vicino, sostenerci e portarci in braccio quando
non ce la facciamo più, ma non può toglierci la sofferenza,
non può farla sparire, specie quella sofferenza
aggiuntiva che in tanta parte abbiamo concorso a creare noi
stessi con il nostro modo di vivere e con le nostre
scelte di vita, frutto del nostro libero arbitrio.
Dio lo ritrovo nella bellezza della natura in qualunque
posto mi trovi…..nel silenzio, negli occhi dei
bambini, nel sorriso della gente semplice, nelle mani di
chi aiuta, nella preghiera semplice, nella meditazione
improvvisa che sale dal profondo dell’anima e
soprattutto nel cuore di chi ama senza riserve, senza
condizioni, senza pregiudizi.
“Ho imparato nella vita che le lacrime aiutano a
crescere….
che i ricordi non si dissolvono mai…
che spesso le parole feriscono….
che è più importante amare che essere amati…
che perdonare non è facile….
che i vuoti non sempre possono essere colmati…
che le grandi cose si vedono dalla piccole cose…
che amare vuol dire a volte rinunciare….
che i nostri sogni nessuno li può rubare…
che volare non impossibile…..”
non so di chi siano queste parole ma mi risuonano come
grandi verità!!!
Olimpia Casarino
