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Le nuove leve del cinema francese
di Justine Bellavita
Klapisch, Kassovitz, Ozon e Assayas sono solo quattro dei moltissimi registi francesi che negli ultimi dieci anni hanno iniettato nuova linfa vitale nella Settima arte d'oltralpe. Realizzando oltre 200 film di qualita', queste nuove leve del cinema francese sono state identificate dalla critica nazionale come un vero e proprio movimento, il primo dai tempi della "Nouvelle Vague". Diversi tra loro per origine, ispirazione e linguaggio cinematografico, sono tutti accomunati dalla capacita' di coinvolgere pubblico e critica, superando i confini della Francia. Si sono imposti dapprima nelle coproduzioni televisive, poi nei circuiti "d'essai" e nei Festival europei, per poi raggiungere anche i multisala, coniugando arte e profitto.
Se alcuni di loro, come Olivier Assayas (Clean - 2004) e Xavier Beauvois (N'oublie pas que tu vas mourir - 1995) si sono evoluti partendo dal linguaggio di predecessori come Goddard o Truffaut, producendo film estetici, intensi e passionali, una parte di questi nuovi maestri del cinema ha invece deciso di rompere nettamente con la pesante eredita' del passato. Influenzata e talvolta anche prodotta da Luc Besson, una parte di questa nuova generazione e' partita da altrove, cercando ispirazione non nei grandi classici del cinema, ma nel mondo della pubblicita' e del fumetto. E non e' un caso che molti di questi registi, come Pitof (Vidoq - 2001) e Jean-Pierre Jeunet (Il favoloso mondo di Amelie - 2001) abbiano mosso i loro primi passi proprio tra spot e disegni.
Gli Intellettuali
Il cinema di Assayas, Beauvois e François Ozon e Arnaud Desplechin non cessa di entusiasmare la critica con opere intense e intimiste in grado mescolare ironia e gravita'. Se Desplechin (La Vie des morts - 1990, I re e la regina - 2004) ama concentrarsi sulla perdita dell'identita' e dei riferimenti e i misteri della femminilita', altri, come Assayas - ex critico della prestigiosa rivista Les cahiers du cinema - producono opere febbrili incentrate sul malessere generazionale (Il disordine - 1986, Il Paris, je t'aime - 2006). Ozon, dal canto suo, e' capace di firmare pellicole a volte estremamente teatrali, come "Gocce d'acqua su pietre roventi" (2000) o "8 donne e un mistero" (2002), e altre volte drammi ironici sulle trasgressioni sessuali (Les Amants criminels - 1998, Swimming Pool - 2003). Xavier Beauvois, infine, insegue il realismo brutale della vita. Con il suo primo film "Nord" (1992) denuncio' un'infanzia all'insegna dell'alcolismo e in "Selon Matthieu" (2000) racconto' la tragedia in seno ad una famiglia operaia.
Gli eredi di Besson
Difficile invece definire degli intellettuali nel senso tradizionale gli allievi di Besson. Con film come "Taxxi" (1998), "Wasabi" (2001) e "The Transporter" (2002), i registi Gerard Pire's, Gerard Krawczyk e Louis Leterrier non cercavano di certo di commuovere le platee ma, di sicuro, le hanno intrattenute riscuotendo un successo di pubblico notevole, non solo in patria. Desiderosi di portare sugli schermi qualcosa di nuovo, di energico e vitale, artisti come Jan Kounen (Dobermann - 1997, Blueberry - 2004), Jean-Pierre Jeunet (La citta' perduta - 1995) e Pierre Morel (Banlieue 13 - 2004) sono un fervido esempio di come il cinema francese sia evoluto, travalicando i suoi confini. Il linguaggio e' quello immediato e rapido degli spot, e l'immaginario onirico e' quello della "bande dessinee".
Il cinema sociale
In mezzo a queste due correnti di pensiero così diverse troviamo poi un terzo gruppo di talenti, che nel loro cinema hanno dato rilievo soprattutto alle tematiche sociali. Primo tra tutti spicca certamente Mathieu Kassovitz che con "L'odio" nel 1995 dipinse una Francia carica di tensioni sociali, vincendo la Palma d'oro a Cannes come Miglior regista a soli 28 anni. Ma anche Cedric Klapisch (L'appartamento spagnolo - 2002) ha saputo raccontare la realta' dei giovani francesi in modo originale e fresco, con film come "Le peril jeune" (1994) ha saputo fotografare un movimento generazionale come nessuno, divenendo un regista cult per i trentenni d'oltralpe. Accanto a loro spiccano poi Jacques Audiard (Sulle mie labbra - 2001, De battre mon coeur s'est arrête 2005), in grado di portare sugli schermi, senza veli e orpelli, le violenza di una societa' in costante mutamento, e Manuel Poirier che nel suo "Western" (1997) ha raccontato le peregrinazioni di due emigranti, uno catalano e l'altro russo, nella Francia rurale. E per finire Robert Guediguian così bravo a dipingere le difficolta' e le disillusioni della vita (Marius e Jeannette - 1997, Marie-Jo e i suoi 2 amori - 2002) e della citta' (La citta' e' tranquilla - 2000).
Esportati all'estero
Un panorama quindi ricco e variegato, quello del cinema francese attuale. Un fermento in grado di produrre opere intelligenti, creative e appassionanti. E un calderone che non poteva sfuggire allo sguardo attento di Hollywood, sempre a caccia di nuove idee e talenti. Così registi francesi come Christophe Gans (Il patto dei lupi - 2001) sono sbarcati negli States e si sono ritrovati a girare kolossal, come l'horror "Silent Hill" (2006). Kassovitz per due volte ha firmato produzioni americane (Assassins - 1997, Gothika - 2003) e il regista romantico di "Amelie" Jean-Pierre Jeunet ha addirittura diretto il quarto episodio della saga "Alien" (1997) iniziata da Ridley Scott.
E quando poi andiamo a guardare il botteghino francese, troviamo in prima fila sempre film autoctoni, come "Prête-moi ta main" di Eric Lartigau con Charlotte Gainsbourg e "Ne le dis a' personne" dell'attore Guillaume Canet, che da tre settimane dominano tutte le classifiche. Nella speranza che questo movimento sia contagioso, auguriamo anche ai giovani registi italiani di trovare l'energia e la forza di travalicare i confini nazionali ricevendo il successo che meritano in patria e all'estero.
24-novembre-2006
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