nota di Fulvio Tuccillo
Il mondo letterario ed umano di George
Orwell ha dimensioni veramente sorprendenti, tanto più sorprendenti se ne confrontiamo
l’estensione con la relativa semplicità della sua scrittura; come tutti i
grandi scrittori Orwell sa essere estremamente semplice, senza perdere nulla
della sua complessità. Orwell non è solo l’autore di 1984 e di Omaggio alla Catalogna ma di tanti altri romanzi, di saggi ed
articoli giornalistici (fu anche commentatore della BBC durante la guerra). Tra
le cose che forse possono
contribuire meglio alla comprensione del grande scrittore inglese vi sono
alcuni ricordi autobiografici, come Shooting an elephant ed anche A hanging, che risalgono al periodo in cui il
giovane Eric Arthur Blair, nato nel 1903 a Motihari in India da una famiglia di
origine scozzese (il padre era un funzionario britannico), prestava servizio
nella polizia imperiale in Birmania. In entrambe queste esperienze descritte
Orwell si trova ad affrontare una
realtà atroce. In Shooting an elephant lo scrittore, che allora vestiva la divisa della polizia
imperiale (come si accennava), deve abbattere un elefante impazzito che ha già
fatto varî gravi danni ed anche una vittima umana in un mercato ma che ora si
aggira pacifico in una radura; egli non ha alcuna voglia di ucciderlo e tuttavia alla fine deve farlo. Infatti
la folla immensa che lo segue,
tutta una popolazione pochi minuti prima inerme di fronte alla furia
dell’elefante, ora attende con infantile curiosità che il sahib detentore del potere delle armi porti
a compimento il rito sacrificale. Non può deluderli, se li deludesse potrebbero
derivarne altre vittime e conseguenze peggiori. Ed allora mira ed inizia a
sparare. L’elefante, colpito, all’inizio quasi non risente dei colpi e nemmeno
si piega sulle gambe ma sembra
quasi corrugarsi in tutte le pieghe della sua pelle e paralizzarsi in
tutta la sua senilità di animale antichissimo, nella sua millenaria vecchiaia
(«He neither stirred nor fell, but every line of his body had altered. He
looked suddenly stricken, shrunken, immensely old, as though the frightful
impact of the bullet had paralysed him without knocking him downÉAn enormous
senility seemed to have settled upon him. One could have imagined him thousands
of years old»). Nel
secondo scritto, ancora più impressionante, è descritta un’impiccagione e
l’orrore deriva proprio dal fatto che tutto sembra normale, ordinario, quotidiano,
tutto nel lunghissimo tempo che precede l’evento sembra svolgersi normalmente,
comunemente, senza scosse, eccezion fatta per il lungo, ritmico singulto di
dolore del condannato e per l’irrequieta presenza di un cane, infiltratosi nel
piccolo gruppo dei presenti e degli «addetti ai lavori» ed apostrofato dal sovrintendente come
«that bloody brute» (l’ironia ovviamente non è involontaria).
Qui v’è un po’ tutto Orwell, il «grandangolo» fotografico del suo
sguardo di scrittore, capace di cogliere tutti i particolari di una scena, ma
anche di rappresentarne con fredda lucidità i riflessi psicologici, e contemporaneamente l’irruzione di
un elemento quasi visionario e fantastico, che si sovrappone alla realtà
potenziandone ancora di più i lineamenti (ad esempio nel primo scritto la
descrizione dell’elefante come un animale vecchissimo che rivela tutta la sua senilità). V’è anche la sua ribellione
libertaria contro gli orrori e le convenzioni della società, una ribellione
apparentemente fredda e razionale ma proprio per questo più incisiva, che si
manifesta soprattutto in una sottile e penetrante analisi psicologica che mette
a nudo certe contraddizioni e la stessa tragicità della condizione umana:
l’uomo che deve morire è una persona il cui corpo continua a vivere nella sua
normale condizione fisiologica, il protagonista uccide l’elefante senza averne
alcuna voglia ma pressato dall’oscura, incombente volontà della folla, e lo fa
non senza aver riflettuto a lungo sull’opportunità anche economica della sua
decisione, dato che un elefante vivo vale molto di più di un elefante
morto.
Insomma qui siamo alle origini del
grande percorso orwelliano. E certo in questa sede sarà possibile solo una
brevissima ed esterna ricognizione dell’immenso pianeta Orwell (a questa nota seguirà tuttavia un
contributo dedicato specificamente a 1984). Ma occorre
anche iniziare a dare risposta ad un interrogativo, che forse tutti gli
appassionati del grande scrittore inglese si sono posti ed è questo: a
vent’anni di distanza dal 1984, dopo la caduta del muro di Berlino e la fine
della «guerra fredda», cosa sopravvive delle «predizioni» di Orwell, cosa
sopravvive del suo messaggio umano e politico (intendendo quest’espressione in
modo estensivo, ovviamente)? Forse molto più di quanto si pensi. La grande
stagione di scrittore di George Orwell va dal 1933 al 1948 e lo scrittore muore
nel gennaio del ’50. Forse è il periodo più travagliato e difficile della
storia d’Europa, che vede susseguirsi uno dopo l’altro una serie di eventi
terribili: la guerra di Spagna, l’affermazione trionfante dei grandi
totalitarismi di questo secolo (fascismo, nazismo e stalinismo), poi la
divisione del mondo in due blocchi e la guerra fredda. L’allucinata fantasia di
Nineteen Eighty-Four
si confronta con questa situazione, nasce da un’esasperazione profonda, anche
dalla personale constatazione che in Ispagna non era stata combattuta solo una
lotta terribile contro Franco ma pure una specie di seconda guerra civile,
interna alla Repubblica stessa, tra quella parte del movimento comunista fedele
alle direttive di Stalin e dell’Internazionale e le forze che sfuggivano a
questo controllo (anarchici, trotzskisti, P.O.U.M. e le varie componenti
libertarie e liberalsocialiste). Orwell Ð malgrado ciò Ð resta un socialista
che continua a denunciare come iniquo un sistema fondato su profonde
diseguaglianze sociali e sullo sfruttamento dei lavoratori (questo occorre non
dimenticarlo). La sua però è una posizione critica ed Orwell Ð col suo lavoro
di scrittore Ð tenta appunto di esplorare la situazione nella sua complessità,
va in profondità. Ciò che avversa anche esplicitamente è proprio una concezione
utopica, palingenetica, facilmente ottimistica del socialismo, che ignori la
complessità della condizione e della natura umana. Anche per questa ragione con
Nineteen Eighty-Four
ci propone una distopia o Ð se si preferisce Ð un’«utopia negativa». Questa è
forse una delle più grandi ed attuali lezioni che ci vengono dallo scrittore
inglese.
D’altronde una delle obiezioni che più
di frequente vengono rivolte ad Orwell è proprio quella di aver creduto nel brainwashing o per meglio dire nella possibilità
del lavaggio dei cervelli. Il tema è molto aperto ma si può anche dire che ciò
che egli non ha immaginato e non poteva immaginare è proprio la sottigliezza e
la complessità della odierna manipolazione mediatica, della odierne tecniche di
persuasione occulta.
Anche su altri scenari delineati in 1984 occorre riflettere. Ad esempio, quel
mondo diviso in tre grandi superpotenze transnazionali, Oceania, Eurasia ed
Estasia, non rischia forse di assomigliare sempre più al nostro in cui sono
presenti ormai tre grandi blocchi (USA, Europa e forse Cina), pur se ovviamente
grandi sono le diversità ed esistono oggi realtà diverse da queste?
Direi però che in un’altra cosa Orwell
è attualissimo e geniale, nell’aver immaginato una specie di «salto nella storia», anzi quella che
si potrebbe definire una profonda rottura della continuità storica, intesa
anche come continuità culturale, e questo è un sentimento, una paura, una
situazione che caratterizza proprio la modernità; e soprattutto nell’aver
immaginato e descritto magistralmente lo smarrimento dell’uomo di fronte a
questa situazione.
QUALCHE SUGGERIMENTO BIBLIOGRAFICO.
Le indicazioni fornite ovviamente non hanno alcun
carattere di esaustività ed intendono solo fornire qualche notizia utile per la
lettura di Orwell. Pertanto Ð per
comprensibili esigenze di brevità - si tralascia di far menzione delle edizioni
in lingua originale e di quelle straniere, e così pure del vastissimo dibattito
critico internazionale. Per ciò che riguarda le edizioni italiane, fondamentale
è l’edizione mondadoriana delle opere nella collana «I Meridiani»: G. ORWELL, Romanzi
e saggi, a cura e
con un saggio introduttivo di Guido Bulla. 2. ed. Milano, Mondadori, 2001. La
stessa casa editrice ha pubblicato i Romanzi nella collana «Oscar Grandi
Classici» e recentissimamente, nel 2005, La figlia del reverendo, romanzo giovanile dello scrittore
inglese negli «Oscar scrittori del Novecento»; inoltre ha pubblicato a più
riprese singolarmente i maggiori romanzi dello scrittore inglese ad iniziare da
1984. Ma i più
importanti editori italiani hanno curato edizioni delle opere e degli scritti
di George Orwell. Tra l’altro, sono da ricordare, tra le edizioni italiane,
almeno: G. ORWELL, Omaggio alla Catalogna, Milano, Il Saggiatore, 1984; Giorni in Birmania, Milano, Longanesi, 1981; Nel ventre della balena e
altri saggi,
Firenze, Bompiani, 2002; Cronache
di guerra, a cura
di W. J. West, Milano, Leonardo, 1991. Tra i lavori a carattere critico in
italiano: R. WILLIAMS, Orwell, traduzione di Maria Rosaria Zannini, Milano, Mondadori,
1990; S. MANFERLOTTI, Antiutopia: Huxley, Orwell, Burgess, Palermo, Sellerio, 1984; G. BULLA,
Il muro di vetro. Nineteen Eighty Four e l’ultimo Orwell, Roma, Bulzoni 1989.
RISORSE SU INTERNET: Sono veramente moltissime le
risorse consultabili per George Orwell, inclusi alcuni siti italiani: in
particolare per le buone pagine biografiche si vedano http://biografieonline.it/ e http://www.riflessioni.it/enciclopedia/orwell.htm
; utili sono anche http://www.intercom.publinet.it/Orwell.htm
e poi http://www.thebigbrother.altervista.org/,
sito molto originale ed un po’ insolito). Tra i siti non in lingua italiana,
fondamentale è http://www.netcharles.com/orwell,
che fornisce anche l’indicazione di tutti i link utili; utilissimo anche perché
riporta vari testi in lingua originale è poi http://www.k-1.com/Orwell/ ; invece http://www.online-literature.com/orwell/1984/
riporta il testo di 1984.
1984: UN'UTOPIA NEGATIVA
di
Fulvio Tuccillo
II romanzo di Orwell è
stato giustamente definito un'utopia negativa. Com'è noto il mondo creato dalla
fantasia dello scrittore inglese e descritto in «1984» ha caratteri quasi
allucinanti: si tratta di un mondo dominato da un sistema totalitario capace di
controllare non solo l'economia e i gangli vitali della società ma anche i
sentimenti ed i pensieri, un mondo in cui il senso delle realtà e dei valori
umani non esiste più, perché è stato definitivamente perso e intenzionalmente
distrutto al fine dell'autoconservazione e dell'espansione di un sistema
politico in cui tutto è sacrificato al grande Moloch del Potere. «Noi siamo i
sacerdoti del potere dice O' Brien a Wilson, il protagonista ...La prima
cosa che tu devi capire è che il potere è collettivo, L’individuo raggiunge il
potere solo in quanto cessa di essere individuo...Ogni essere umano è
condannato a morire...Ma se egli riesce ad evadere dalla sua stessa identità,
se si può completamente immedesimare nel partito solo allora egli riesce
onnipotente e immortale...La seconda cosa che tu devi capire è che il potere
significa potere sugli uomini. Sul corpo...ma soprattutto sulla mente. Il
potere sulla materia, su quella che tu chiami realtà esterna, non è importante.
Il nostro controllo sulla materia è già assoluto e totale...» (G. Orwell, 1984, Milano, Mondadori, 1983, pp.
292-293.).
Basterebbe questa breve
citazione a farci riflettere su alcune cose assai importanti di 1984. La prima è questa: il sistema
inquisitorio immaginato da Orwell ha alcune caratteristiche proprie di tutti i
sistemi inquisitorii antichi e moderni, ad incominciare dai prototipi della
Inquisizione vera e propria per finire al modello staliniano, che poi è quello
più o meno direttamente tirato in gioco da Orwell, ed «in primis» ha la
caratteristica di tendere soprattutto al controllo delle idee e delle
coscienze, obiettivo rispetto al quale la soppressione materiale del dissenso e
degli oppositori è fatto quasi secondario. Del resto, ove esistessero dei dubbi
sui «prototipi» - contemporanei e non - del sistema orwelliano basterebbe
ricordare tutta l'importanza che ha, nel romanzo dello scrittore inglese, il
«bispensiero», cioè la possibilità del l'affermazione di una verità e del suo
contrario da parte del Partito, ai fini dell'adeguamento di ogni idea, di ogni realtà
alle necessità ideologiche; il che è qualcosa che non può non far venire in
mente la teoria della «doppia verità» cinquecentesca, i processi staliniani e
tutte le più assurde coartazioni culturali e distorsioni scientifiche praticate
sotto il regime stalinista e quello nazista.
La seconda cosa
importante, poi, è che il Potere assume caratteri occultamente e negativamente
metafisici, sacrali; è qualcosa di assurdo ed estraneo, come «la Legge» in
Kafka, ma allo stesso tempo è qualcosa che, a differenza di quanto succede per
Kafka, ha una genesi storica precisa e si manifesta attraverso una prassi
oggettiva. Ed è proprio in questo salto, in questo passaggio dal mondo della
necessità storica ad una metafisica del potere (e viceversa) che sta una delle
chiavi del romanzo di Orwell; in questo salto si definisce anche il suo
carattere di utopia negativa. Del resto non è la prima volta che alla
letteratura moderna sembra restare affidato il compito di predire, magari
attraverso le immagini dell’inconscio, un futuro terribile ed oscuro. Chi non
ricorda le ultime pagine de «La Coscienza di Zeno» ove Svevo predice lo
sviluppo di terribili ordigni distruttivi, che alla fine un uomo, «un po' più
malato degli altri» adopererà, portando il mondo alla sua fine?
La «coscienza infelice»
dell'uomo moderno, la consapevolezza di non avere più fini e mete sicure, il
senso di estraneità rispetto ad un mondo in cui non riesce a ritrovare più il
senso del proprio operare, anche di quello più immediato, che è alienato a fini
«altri» (ad esempio la sopravvivenza di un sistema economico e politico)
sembrano essersi riflessi con costanza nella letteratura e nell’arte della
nostra epoca, producendo utopie positive e molto più spesso utopie
negative, sogni di evasione edenica e incubi futuribili. Tuttavia, se questa è
una delle chiavi del romanzo di Orwell, non mi pare che si possano dimenticare
né le circostanze storiche che sono retrostanti a 1984 né mi pare possa essere accantonato il
discorso sull'attualità o inattualità delle «predizioni» orwelliane e
soprattutto sul loro recondito significato. II romanzo di Orwell dal punto di
vista storico-politico infatti può essere sinteticamente inteso come la
protesta di un uomo, che sinceramente aveva creduto negli ideali del
socialismo libertario, e per essi aveva combattuto in Ispagna, contro i crimini
e gli errori dello stalinismo ed in genere del totalitarismo, come un'opera che
nasce non solo da un'esperienza umana eccezionale, ma anche in una temperie
culturale particolare, nel secondo dopoguerra, quando, alfine sconfitto il
nazismo, nuovi spettri e nuove paure si affacciavano all'orizzonte, mentre man
mano, nel clima dell'incipiente guerra fredda, diventavano sempre più esigue le
speranze di vedere attuati progetti politici di ampio respiro, che andassero al
di là della politica dei blocchi (di cui v'è traccia nel romanzo di Orwell, che
immagina il mondo dominato da tré grandi superpotenze, Oceania, Eurasia ed
Estasia).
Nel senso più stretto le
predizioni di Orwell non si sono avverate: fortunatamente il Labour Party non ha prodotto il Socing, cioè il socialismo inglese stalinista
che Orwell immagina essersi già affermato nel 1984 anche se prima ha dovuto
cedere il posto al partito conservatore ed alla Thatcher, poi ha subìto una sostanziale
involuzione. Tuttavia al di là dei confronti con precise realtà politiche,
determinatesi e determinabili, al di là dei complessi problemi riguardanti gli
autentici connotati ideologici del messaggio orwelliano, bisogna dire che 1984 esprime qualcosa che va al di là di
tutto ciò, qualcosa per cui non è possibile ascrivere quest'opera sotto la
cifra del «racconto filosofico». Infatti in Orwell l'attenzione e la
sensibilità ai problemi dell'uomo e della società, testimoniata anche dagli
altri suoi grandi lavori (da Animal farm a Homage to Catalonia) e dalla vasta messe di saggi ed articoli giornalistici
e si trasforma in una spesso
travagliata attitudine ad una scrittura simbolica, in cui il riemergere di
immagini universali ed archetipiche dell'umano, spesso sotto la specie di
immagini dolorose e frammentate dell'inconscio, rappresenta un drammatico
tentativo di recupero di consapevolezze e di salvezza, che si proietta al di là
di condizioni storiche negative, inagibili (è lo stesso territorio per intenderci
in cui si potrebbero ambientare La Nuova Colonia e gli ultimi racconti di Pirandello, Conversazione
in Sicilia di
Vittorini, e per certi versi La Cognizione del dolore di Gadda).
Certo 1984, a differenza delle opere appena
citate, fruisce di una dimensione narrativa quasi spoglia, descrittiva, ma ciò
a volte serve ad occultarne meglio l'intima tensione ed a non farla disperdere.
E come sempre succede in simili casi, se il raffronto immediato con la realtà
storico-politica di quei tempi appare spesso inadeguato e quasi carente,
estremamente significativi sono i riscontri che si possono fare sul piano della
sensibilità collettiva, del costume sociale e sorprendenti sembrano essere
certe potenzialità «profetiche» del grande romanzo orwelliano.
«La Tragedia scrive
Orwell apparteneva al tempo antico, a un tempo in cui c'erano ancora
segretezza, amore, amicizia... Il ricordo della madre gli diede una fitta al
cuore perché essa era morta amandolo, in un'epoca in cui era troppo giovane ed
egoista per ricambiarla di quello stesso amore...Quelle stesse cose, come si
accorgeva, non potevano accadere oggigiorno. Oggi c'era la paura, odio, dolore,
ma nessuno provava più la dignità di commuoversi, né la forza di un dolore
profondo, complesso. Gli parve di leggere tutto ciò nei grandi occhi di sua
madre e di sua sorella che riguardavano attraverso l'acqua verde, a centinaia
di leghe di profondità, mentre andavano man mano affondando » (G. ORWELL, 1984
cit., p. 53). Questo è
uno dei non pochi bellissimi brani lirici di 1984, che ne confermano la profonda
vicinanza al mondo dell’inconscio e le intense valenze simboliche. Peraltro
questa «discesa alle madri», che si risolve nella consapevolezza di
un’immedicabile perdita ed è rappresentata simbolicamente nell'affondare,
cioè nel ritornare ad una condizione equorea, amniotica, prenatale (l’immagine
è riferita alla madre ed alla sorella del protagonista, ma appunto in quanto
espressione dell’inconscio ha una sua specularità), ed i frequenti ritorni di
Orwell al mitico Paese d'Oro dell'infanzia servono a sottolineare l'alterità
del protagonista rispetto ai riti disumani della società in cui vive (è
significativo il fatto che il primo titolo di 1984 fosse The last man in Europe), alterità purtroppo vinta e definitivamente
perduta quando, sotto tortura, Wilson denuncia la donna amata, Julia. Ma Orwell, quando afferma che nel nuovo
mondo permangono paura, odio, dolore ma non il senso della tragedia, veramente mette a fuoco, con la sua
immaginazione d’artista, la condizione del nostro tempo: dove non esiste più il
senso della tragedia, il sentimento profondo del dolore, non può esistere più
nemmeno quello dell’amore e della speranza, e neanche una possibile redenzione.
Ed il nostro mondo tende appunto a rimuovere ed occultare ciò che è dolore,
sofferenza, tragedia oppure a lenirne gli effetti, ma non sa più dare un
significato a tutto ciò, narcotizzato com’è dai feticci del consumo e del
benessere.
Sorprendenti sono poi
certe intuizioni dello scrittore inglese inerenti il costume e la vita
quotidiana: ad esempio Orwell parla della diffusione di una pornografia
immiserita e ripetitiva, che serve a soddisfare i bisogni d'amore frustrati e
negati. Ed un ruolo importante è riservato anche alla Neolingua, cioè una lingua meccanicamente
composta, impoverita della sua ricchezza e della sua libertà semantica,
tendente ad una semplificazione estrema delle funzioni grammaticali e
sintattiche (questo è del resto un processo che interessa sia pure in misura
minore di quella indicata da Orwell particolarmente l'inglese giornalistico e
l'inglese normativizzato della comunicazione internazionale).
*Questo lavoro è stato pubblicato in passato, con medesimo titolo, in «Politica Popolare», a. XXX, n. 190, gen.-feb. 1984. Il testo che si può leggere qui è stato rivisto ed integrato
|
|