«IL RESTO DI NIENTE» DI ENZO STRIANO: UN ROMANZO STORICO DI STRAORDINARIA ATTUALITA’.

                Di Fulvio Tuccillo

 

Sorprendente ma forse emblematico il destino di scrittore di Enzo Striano (1927- 1987) : poco conosciuto e tagliato fuori dal circuito della grande editoria per lunghi anni, ha ottenuto poi con il suo maggiore romanzo Il resto di niente una fortuna postuma che tuttora non può considerarsi esaurita. Non sono solo le varie edizioni dell’opera e la recentissima e buona interpretazione cinematografica a decretare il successo di Striano, ma innanzitutto il giudizio dei lettori: Il resto di niente è uno dei romanzi più letti a Napoli e forse è anche divenuto – sempre per unanime consenso dei suoi lettori – un classico, un’opera che ormai fa parte di un patrimonio di cultura comune, in cui ritroviamo una parte di noi stessi, della nostra storia, delle nostre speranze, delle nostre angosce. La cosa è tanto più rilevante, perché il ‘99 è sicuramente un gran tema ma difficilmente suscita un interesse capace di estendersi al di là delle occasioni celebrative. In realtà la rivoluzione del ’99 fu un fenomeno ben più complesso e vitale di quanto si sia voluto vedere poi, un fenomeno che non trovò alimento solo nelle convinzioni politiche e negli entusiasmi di una piccola èlite intellettuale e nemmeno si ridusse esclusivamente alla professione di ideali astratti. Tutti gli studi più recenti sono concordi su questo punto e dimostrano con quale determinazione, anzi con quale disperata determinazione, i giacobini napoletani avessero tentato di far breccia in una realtà così difficile e degradata, di far penetrare il loro messaggio oltre il muro della rassegnazione e dell’indifferenza. Inoltre nel vasto movimento del ’99 si riversò anche una cultura che aveva radici più profonde ed antiche di quella illuministica: chi scorre la lunga lista dei martiri e delle vittime repubblicane, resta sorpreso dalla larghissima presenza di uomini di chiesa, di sacerdoti e dignitari ecclesiastici,  presenza che solo in parte può essere spiegata col fatto che gli uomini di cultura erano per lo più uomini di chiesa. E questo è solo un'altra delle cose che inducono a riflettere.

Uno dei grandi meriti del romanzo di Striano è quello di aver evocato efficacemente atmosfere molto lontane da noi,  di aver dato forma ed espressione a stati d’animo ormai irriconoscibili, confinati nella resa più o meno oleografica della tradizione storiografica,  soprattutto di aver rappresentato quella diffusa ed indistinta aspettativa carica di speranza, che animò la rivoluzione del ’99. Lo scrittore vi è riuscito anche perché Il resto di niente non è solo un romanzo sul ’99 ma pure un romanzo sul nostro tempo, sulla condizione umana, forse è un romanzo su una condizione umana particolare, quella del «rivoluzionario», intendendo questa parola nella sua accezione più ampia e vedendo nel «rivoluzionario» non il fanatico custode di una fede politica, ma l’uomo che non rinunzia alla propria umanità ed anzi cerca di  realizzarla nella maniera più piena, facendosi quindi portatore di speranza.

Anche per queste ragioni Il resto di niente  non è solo un romanzo storico, oppure un romanzo su Napoli e sull’Italia meridionale bensì qualcosa di più ampio, oltre che un romanzo nel senso più pieno del termine (quindi un’opera ricca di sentimenti, di storie, di personaggi, di vicende d’amore)  e Striano è sicuramente uno dei grandi interpreti contemporanei di una Napoli diversa tanto da quella «nobilissima» celebrata nei grandi momenti e nelle grandi espressioni della cultura napoletana quanto da quella dei lazzari e delle canzonette, delle ferocie quotidiane e delle volgari e caricaturali contraffazioni: la Napoli di Striano è una Napoli più vera, più nascosta, più autentica,  per certi versi marginale, periferica, di cui non si fatica troppo a riconoscere tratti sostanzialmente contemporanei. Come scrittore «napoletano», Enzo Striano (nato nel 1927 da un ferroviere e da una maestra di agiata famiglia sassarese) comunista inquieto negli anni dal ’47 al ’57 (fu collaboratore della redazione dell’Unità e poi gravitò intorno al gruppo di giovani intellettuali che facevano capo a Renato Caccioppoli), ha avuto il merito di infrangere con decisione il cerchio rituale della malinconia e dell’elegia, di sfuggire alle tentazioni della «filosofia» e della «pseudofilosofia» ed inoltre a quelle di un larvale «meridionalismo».  Il viaggio di Striano nel ’99 è anch’esso un «viaggio al termine della notte»: l’autore si mette in gioco totalmente, senza remore, senza riserve. «Scrittore libero e selvaggio, calcolato e casuale, forte e insieme fragile nelle risposte»[1], lo definisce con efficacia Francesco D’Episcopo. Proprio in quanto tale egli è autore dotato di una subliminale consapevolezza della complessità e della precarietà della sua stessa costruzione. Da questo punto di vista la breve nota finale che si può leggere ne’ Il resto di niente si configura come un’inconscio tentativo di «salvare» l’opera dai potenziali rischi derivanti dalla molteplicità dei suoi piani strutturali:

Questo è un romanzo “storico” (secondo la classificazione didascalica dei generi, in verità tutti i romanzi sono “storici”, così come tutti i romanzi sono “sperimentali”) non una biografia, né una vita romanzata. L’autore s’è quindi preso, nei confronti della storia, quelle libertà postulate da Aristotele («Lo storico espone ciò che è accaduto, il poeta ciò che può accadere, e ciò rende la poesia più significativa della storia, in quanto espone l’universale, al contrario della storia, che s’occupa del particolare» - Poetica, IX, 1451 b), dal Tasso («Chi nessuna cosa fingesse, poeta non sarebbe, ma historico» - Primo discorso sull’arte poetica), dal Manzoni («Lo scrittore deve profittare della storia, senza mettersi a farle concorrenza» - Lettera al Fauriel), da altri grandi[2].

 È significativo che l’altro termine di paragone evocato sia appunto il romanzo sperimentale: scrittore «sperimentale» Striano lo era stato davvero nei suoi romanzi precedenti, soprattutto in Indecenze di Sorcier, ove descrive in termini ironici, parodici e quasi surreali la crisi dell’intellettuale moderno, ridotto ad un ruolo cagliostresco d’illusionista in un mondo in cui di tutto si fa commercio, e ne’ Il delizioso giardino, che si configura come un viaggio di scoperta e d’iniziazione (quasi una moderna ipnerotomachia) attraverso uno spazio urbano degradato, ove l’accumulo di figurazioni e cifre mitico-simboliche si coniuga indifferentemente con quello degli arredi obsolescenti ed in rovina della civiltà tecnologica.

Il lungo tirocinio di scrittore sperimentale, la consapevolezza che al giorno d’oggi lo scrittore non può fare a meno di rigiocare il proprio ruolo con coraggio e generosità, costretto com’è a misurarsi con una realtà immane ed in continuo mutamento,  ben spiegano l’inquietudine che pervade costantemente la scrittura di Striano, sempre aperta a soluzioni innovative anche nella sua opera maggiore. Attraverso la narrazione scritta  Striano intendeva produrre  «effetti di narrazione per immagini»[3] e ciò spiega la riemergente vena espressionistica del suo stile, la stupefacente capacità di descrivere la realtà con un linguaggio quasi cinematografico fatto di carrellate rapidissime con campi lunghi ed improvvisi scorci più ravvicinati. Altro dato rilevante è il plurilinguismo del testo, con l’inserzione di lunghi brani in dialetto napoletano (ma all’inizio se ne ritrova pure qualcuno in romanesco), in portoghese oppure in francese. Però Striano ha vinto le tentazioni del pastiche linguistico, della contaminatio: l’io narrante si esprime in italiano, in una lingua nel complesso «neutra» pur se arricchita da un’attenta ricerca lessicale. Quando però lo scrittore si volge a rappresentare la realtà in presa diretta, quando entrano in scena personaggi minori, allora la sua pagina si anima e la sua lingua diventa più varia, accogliendo spesso le voci ed i suoni del dialetto o di altre lingue.

Comunque la varietà dei registri linguistici rivela anche la profondità del lavoro di ricerca di Striano  e la magistrale padronanza dello stile cui egli perviene nella sua opera maggiore, una padronanza che ne garantisce la salda misura realistica. In questa stessa prospettiva, il suo riuscito tentativo di costruire in forma modernissina un «romanzo storico» assume un senso emblematico, come se egli ad un certo punto avesse deciso di rompere gli indugi e rinunciare alle affascinanti tentazioni del gioco letterario per lasciarci un messaggio più forte e compatto; il fatto che egli abbia focalizzato la sua attenzione sul ’99 è altrettanto significativo, come se proprio quest’episodio potesse costituire la cifra più adatta per intendere anche la nostra realtà. Si badi bene poi al fatto che la data d’edizione de’ Il resto di niente  cade nel 1986, in pieno clima di riflusso politico ed ideologico. Di fatto nel romanzo anche la Napoli giacobina, illuminista, colta, la Napoli che era stata di Vico e di Tanucci, poi di Pagano, di Genovesi, di Filangieri è rappresentata come una realtà ormai in crisi, anzi direi strutturalmente in crisi. Striano è stato magistralmente bravo nel delineare l’ampio ventaglio delle ideologie e delle posizioni che vennero a determinarsi all’interno della «componente democratica» (se così la possiamo definire) nell’ultimo decennio della vita politica napoletana, ma più ancora nell’evidenziare la continua collisione con il drammatico susseguirsi degli eventi e con la concreta situazione storico-sociale, una collisione che finisce per rendere manifesta la debolezza di ognuna di queste posizioni: quella dei moderati che non possono più avvalersi della situazione favorevole che si era determinata in un recente passato con l’intelligente riformismo di un Tanucci, quella intrinsecamente sterile degli intransigenti come Vincenzo Russo ed altri (ma sterile si rivela pure la posizione di un interprete assai intelligente di quegli eventi, Vincenzo Cuoco, che appare chiuso nel suo atteggiamento critico, oltre che nella sua stessa nevrosi), quella ambigua ed enigmatica dei massoni. Del resto sono questi i dilemmi che travagliano ogni gruppo politico che tenti di operare un cambiamento profondo in una situazione di sconvolgimento politico-sociale e Striano li descrive con consapevolezza moderna: le iniziative di rottura, le posizioni consapevolmente «rivoluzionarie» non possono non implicare lacerazioni terribili, le posizioni moderate sono egualmente inefficaci, anche perché non possono giovarsi di tempi lunghi. In ogni caso nel romanzo di Striano i personaggi di maggior rilievo sono sottratti con decisione alle convenzioni storiografiche, alla marmorea rigidità dei profili ideali (pur se l’autore dimostra un’approfondita, minuziosa conoscenza degli eventi e delle fonti storiografiche) e riproposti in tutta la loro sorprendente e spesso contradditoria umanità. Soprattutto Eleonora De Fonseca Pimentel, anzi Lenòr (come Striano designa la sua protagonista, per ricordarne l’origine e per sottolineare l’originalità del suo ritratto rispetto a quello convenzionale) è personaggio rappresentato in tutta la sua squisita sensibilità ed affettività femminile. L’avventura di Lenòr e quella della repubblica risultano così indissolubilmente connesse e si consumano insieme, in un’alternativa di speranza e di disillusioni, di generosi slanci ed inevitabili sconfitte e Lenòr, sposatasi senza convinzione con un uomo interessato e volgare e poi separatasi, madre di un figlio morto in tenerissima età, si cura delle sorti di essa con lo stesso malinconico amore di cui ormai è intrisa tutta la sua vita. Come aveva ben intuito Benedetto Croce, il fascino di questo personaggio non restava affidato solo alla sua infaticabile opera politica di giornalista e sostenitrice della repubblica: « [...] noi troviamo — aveva scritto Croce — questa nobile tempra di donna sempre in prima linea nelle battaglie intellettuali e politiche dei suoi tempi: nella mente vigorosa di lei si rifletteva la migliore cultura allora viva e nel suo animo gentile acquistava calore di sentimento ed energia di volontà»[4]. Non a caso Charles Boulay, il grande biografo francese di Croce, citando Croce stesso, ci ricorda come egli, dall’inizio alla fine della sua attività intellettuale, si fosse soffermato su questo personaggio in ricerche «piene d’amore» considerandola quasi «persona di famiglia»[5], proprio perché la sua vita rappresentava per lui un modello esemplare di fusione di doti intellettuali e sentimentali, di totale ma cosciente dedizione ad una passione e ad una causa. 

Ma ciò che per il Croce storico costituisce una nascosta motivazione di commozione e di coinvolgimento, acquista ben altra forma e vita piena ed intensa nel romanzo di Striano. In esso la vicenda politica e quella esistenziale s’intrecciano così strettamente da costituire un tutt’uno: gli stessi ideali politici assumono il senso di una ricerca che trascende ogni dimensione puramente ideologica e che è fatta soprattutto di passione e dedizione, ma che poi va tingendosi sempre più di malinconia ed attonito smarrimento, attesa di un qualcosa che è ai confini del nulla, di quel nulla su cui misteriosamente si fonda la vita umana (non a caso «il resto di niente» è un’espressione rafforzativa tipicamente napoletana). Gli stessi miti rivoluzionari ormai assumono un altro senso, un altro valore, quello della problematica ricerca di un’umanità e di una solidarietà che sembrano venire meno, malgrado tutto, malgrado il carattere sostanzialmente caotico ed incomprensibile della realtà in cui ci troviamo a vivere, malgrado la fragilità delle ideologie e delle culture. Un ruolo particolarmente significativo in questo senso lo gioca un altro personaggio chiave, Domenico Cirillo, che nel romanzo di Striano non è più solo il medico-filantropo coinvolto per sua ingenuità nei problemi della politica ma una figura ben più enigmatica e significativa. Infatti, nella realtà Cirillo fu un grande medico, uno dei primissimi ad interessarsi dell’agopuntura allora praticata a Napoli dalla comunità dei cinesi, ma nello splendido ritratto che ne fa Striano è qualcosa di molto più, diviene un inquieto e sofferente scrutatore delle malattie del corpo e di quelle dell’anima. Segretamente innamorato della pittrice Angelica Kaufmann (autrice di quel bellissimo ed enigmatico ritratto di lui che si conserva ancora oggi), egli è anche portatore di una profonda amarezza esistenziale, che prende forma particolarmente incisiva in alcune pagine del romanzo, soprattutto nelle riflessioni sul divario fra realtà e sogno: «Una volta osservò  — scrive Striano riferendosi ad un colloquio fra Cirillo ed Eleonora — che esiste un divario fra realtà e sogno, per cui sarebbe molto utile alla salute umana vivere sempre e solo nell’una o nell’altro. Senza sconfinare: pena la malattia, la morte». Ma poi è la realtà (fatta della «miseria degli uomini», della «pochezza delle donne») a prevalere sul sogno ed alla sconsolata dichiarazione di Eleonora (appena uscita dalle tristi vicende del suo matrimonio, dalla perdita dell’unico figlio) che afferma di non avere più sogni, Cirillo replica così: «Non lo credo. Non avete consapevolezza di sogni. Ma ancora qualcosa v’alita nell’anima, altrimenti non sareste sopravvissuta. Con decoro»[6]. Senza sogni, senza speranza, senza amore non si può vivere, ci si ammala di quelle malattie del corpo e dell’anima, che sono impercettibili, tanto da non essere giudicate nemmeno tali: «Quando una persona non ha scopo per vivere — osserva Cirillo — spegne lentamente la fiamma dell’animo. La riduce all’essenziale. Ma il fenomeno veramente strano è un altro. Questa persona avvertirà, pian piano, disgustoso piacere, forse l’unico che ne accompagni la squallida esistenza: il piacere della degradazione. Gusto di sporcizia, di abbandono. È difficile spiegarlo, ma l’ho notato nella gente che vive nei vicoli, nei fondaci. Come se, nell’infimo,  si sentisse ad agio: senza responsabilità superiori»[7].

All’altro estremo di questa storia  v’è dunque l’umanità dei vicoli, il popolo, immerso nei suoi bisogni elementari, nella sua filosofia essenziale, un’umanità che Lenòr non percepisce come degradata e  che finisce per amare malgrado tutto, perché in fondo il problema di questa gente è il problema di tutti: vivere, sfuggire al dolore, carpire gioia alla vita, in qualche caso cercare un senso per essa. D’altronde Il resto di niente è anche un grande romanzo d’amore al femminile e la genialità di Striano è stata quella di aver interpretato in questa chiave il personaggio, facendone una protagonista di assoluto rilievo, indimenticabile. Per chi abbia letto il sonetto di Altidora Esperetusa (nome arcade di Eleonora De Fonseca Pimentel) per il figliolino morto, sonetto nel quale  – come osserva Croce – «singhiozza il disperato dolore materno»[8], non vi può essere alcun dubbio in proposito. E la femminilità di Lenòr si manifesta anche in quella «pietà universale», che ella sente per tutti, pure  per il volgarissimo marito da cui si è separata, per i genitori che non ci sono più, per l’amatissimo bambino scomparso ad otto mesi e per se stessa. «Tu sei donna, Lenòr. Una donna non può sentire che così. Perché essa è la vita. Deve dare vita»[9], le risponde allora Vincenzo Sanges, cui ha confessato questo sentimento. Ed essa rifulge anche nel rapporto con Primicerio, l’ardente innamorato cui si è negata da giovane e cui invece si concede negli ultimi tragici momenti della repubblica in un impulso di abbandono e di fraternità; e nel rapporto con Graziella, la domestica per la quale nutre un affetto quasi materno, da lei poi ricambiato nel tempo (è proprio Graziella a portare ogni giorno qualche dono ad Eleonora, quando viene incarcerata). Alla fine Eleonora-Lenòr non si sente tanto diversa da Graziella ed in quest’amicizia forse inizia a realizzarsi quel miraggio che aveva ispirato tutto il suo operato politico. Del resto uno dei grandi motivi di questo romanzo è proprio il sentimento di una comune vicenda umana, sentimento che si afferma di fronte alla tragicità della storia e degli eventi e poi si risolve in un senso di compassione profonda. È invece questa tragicità che sembra azzerare tutto, riportare anche la storia umana al suo alveo biologico, prestorico.

Vi sarebbe tanto altro da dire su questo splendido romanzo, uno dei pochi  — fra quelli apparsi negli ultimi anni — che assurgono ad una dimensione di assoluta autenticità e  riescono quindi a sfuggire alle tentazioni dell’affabulazione e della costruzione letteraria (d’altronde la grande letteratura ha sempre il coraggio di negarsi per qualcosa d’altro, in nome di qualcosa d’altro), uno dei pochi che riescono a proporci grandi interrogativi sul nostro tempo, sulla nostra epoca, sulla sua nascosta ferocia, sullo squallore intrinseco dei riti del potere, governati sempre dalla paura e spesso dalla stupidità, e sulla vita in sé. Non mi stancherò di ripeterlo: Il resto di niente  non è solo un romanzo storico, che reinterpreta magistralmente ed in chiave moderna la tipologia del romanzo storico, è soprattutto un romanzo sul nostro tempo, sulla sua intrinseca precarietà e proprio per questo sperimentale, come rivela la sua relativa incompiutezza, testimoniata da quel sempre riemergente bisogno dell’autore di concludere un ritratto con tratti rapidi e sfumati, a volte apparentemente stereotipi e quasi sincopati. Rivelatori sono pure i tanti nascosti segnali e le volute ingenuità e disattenzioni disseminate in tutta l’opera:  i giacobini tra loro si chiamano «compagni» e la loro stessa socialità interna per certi versi è quella tipica di una qualsiasi delle tante «comunità» sessantottine, improvvisamente pervasa quindi da un senso profondo di smarrimento di fronte alla terribile complessità di un mondo, che si era creduto di poter dominare  e cambiare con facilità. Ma fra i tanti segnali che l’opera ci manda ve n’è uno che considero particolarmente significativo. Una consolidata tradizione storica vuole che Eleonora, andando verso il  supplizio, pronunziasse il verso virgiliano: «Forsan et haec olim meminisse juvabit». Non v’è traccia di quest’episodio nell’opera di Striano, sempre molto attento ai dati della tradizione storiografica. Anzi v’è una significativa variazione, quasi un’inversione rispetto ad essa, come rivela la scena conclusiva:

Dopo un po’ della folla s’ode solamente il respiro. Lei resta sbalordita a guardarla. Il gran mare di teste. Abbassando gli occhi coglie, in dettaglio, visi d’uomini, donne, ragazzi. Per un istante una povera faccia segnata, quattro peli grigiastri su una testa: Graziella? Tutti mortificati, obbedienti all’ordine del prete. Come ragazzini. Di lì a poco, finita la festa, si sparpaglieranno in mille direzioni. Sulla sabbia della Marinella, verso Santa Lucia, a Toledo, per rosicare spassatiempi, inghiottire frutti di mare, sbocconcellare pollanchelle. O a guardare il passeggio, a cercarsi un posto per la notte. Le donne si rificcherano nei bassi lerci, puzzolenti, a sfacchinare, sudare. Domani avranno già scordato quanto succede adesso: ora però si stanno divertendo, innocenti e crudeli come infanzia. Ma tutti siamo infanzia: questi qui, noi che moriamo, il re, la regina [...] Quante assurdità, meu Deus! Servirà, poi, ricordare queste cose? Appaiono nuovamente impazienti, vede correre fremiti. Si stancano presto, come, appunto, succede ai bambini, non possono sopportare impegni presi troppo a lungo. Per un attimo fissa lo sguardo su uno vestito da marinaio. Accigliato, anche lui la fissa. Ma, forse, sono le allucinazioni di chi sta per morire. È Vincenzo Sanges? È lui? Addio, addio anche a te, Vincenzo. Caro Vincenzo della mia giovinezza in questa cara città. Amore mio tu pure, ovunque ti trovi adesso. Speriamo che riesca a salvarti. Alza gli occhi verso il mare, che s’è fatto celeste tenero. Come il cielo, come il Vesuvio grande e indifferente. Un piccolo sospiro di rimpianto. Non osa chiedere: vorrebbe, però. Ritrovarli tutti nell’abbraccio di Dio sarebbe bello. Così, invece, che rimane? Niente. Il resto di niente[10].

Nella tragedia della storia sembrano accomunati tutti; non la memoria  sembra invocare Eleonora ma l’oblio e forse il sopravvento di un’amore e di una consapevolezza che unisca tutti, anche quel popolo che è infanzia, feroce ed innocente allo stesso tempo. Però la tragedia della storia e della vita cancella tutto e sembra che nel cuore non resti nulla, anzi il resto di niente: non v’è ideologia, non v’è progetto politico, non v’è esempio eroico che possa resistere a questo. Ma forse nella realtà storica — dobbiamo chiedercelo — Eleonora veramente ha pronunciato quelle parole, forse veramente ha creduto nell’esempio del sacrificio. Questa disperazione, questo correre della storia verso l’anno zero, verso la negazione di qualsiasi speranza di cambiamento, è invece un sentimento terribilmente attuale e moderno. E viene voglia, tanto per non allontanarsi troppo da scenari a noi vicini, di chiedersi se siano veramente meno crudeli i nostri tempi: se la ragione di stato che ha consentito e promosso la feroce repressione del ‘99 sia più crudele di quella che ha consentito la strage di Ustica od altri eventi consimili; se i lazzari e le orde del cardinale Ruffo fossero più feroci di coloro che promuovono, giustificano ed attuano le pulizie etniche. Non si può dare facilmente una risposta: probabilmente il nostro mondo è destinato a conoscere una rinnovata barbarie, capace di travolgere e sconvolgere le sorti di tutta l’umanità, a meno che non sia capace di compiere un salto di civiltà, di dar vita a qualcosa di diverso. Il senso vero ed ancora attuale dell’utopia del ‘99, di questa strana rivoluzione quasi incruenta che coinvolse la parte migliore dell’intellettualità napoletana, è forse questo. Striano lo sapeva e ci ripropone questi stessi interrogativi.

                                                                     

 

 

 

 

Questo lavoro nasce dalla rielaborazione di un saggio già pubblicato ne “Il Belli. Quadrimestrale di poesia e di studi sui dialetti”, Nuova serie,”, a. II, n. 1, aprile 2000, col titolo «Il resto di niente  di Enzo Striano: un romanzo sul ‘99 oppure un romanzo sul nostro tempo?», che può leggere in forma pressocché integrale sul sito LATERRADELMARE(www.sitoflash.it/luciacriscuoli/).

 

INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE: ormai la bibliografia riguardante Enzo Striano si fa sempre più vasta. Fondamentale resta la bella ed incisiva monografia di F. D’Episcopo, che ci offre anche un’efficacissima ricostruzione dell’intero percorso di scrittore di Enzo Striano: F. D’EPISCOPO, Enzo Striano, Napoli, Liguori, 1992.

 

 



[1] F. D’EPISCOPO, Enzo Striano, Napoli, Liguori, 1992, p. 39.

[2] E. STRIANO, Il resto di niente, Cava de’ Tirreni, Avagliano, 1997, p. 411.

[3] Lo affermava nell’articolo «... Il romanzo è l’unico genere letterario in divenire...», in «Uomini e libri», set. ott. 1986, p. 51 (cfr. F. D’EPISCOPO, op. cit. , p. 161).

[4] B. CROCE, La rivoluzione napoletana del 1799. Biografie- racconti- ricerche, Bari, Laterza, 19485, p. 4.

[5] Cfr. C. BOULAY, Benedetto Croce jusq’en 1911. Trente ans de vie intellectuelle, Paris, Droz, 1981,  p. 173.

[6] E. STRIANO, Il resto di niente  cit., p. 218.

[7] Ivi, p. 219.

[8] B. CROCE, La rivoluzione napoletana del 1799, ed. cit., p. 16.

[9] E. STRIANO, Il resto di niente cit., p. 163.

[10] Ivi, pp. 407-08