«L’ALTA PACE CUI NON GIUNGE LA STERILE SAGGEZZA»: NOTE SULLA POESIA DI LIBERA CARELLI.

                                            Di Fulvio Tuccillo

 

Ho avuto la fortuna di conoscere di persona Libera Carelli e le due sorelle Luce e Vera. Formavano quasi un tutto indissolubile, unite nello stile di vita e nei sentimenti e diverse nel carattere. Ma tutte e tre donne di rara generosità ed affettuosità ed eccezionali per alcune doti che le accomunavano, prima fra tutte una perpetua, sorprendente giovinezza dell'anima, che le spingeva ad affrontare con intemerato entusiasmo le varie circostanze della vita.

Ho del resto frequentato abbastanza casa Carelli e ne conservo dei ricordi veramente molto belli. Quanto mi tocchi oggi voler bene nella memoria a Libera, Vera e Luce Carelli non è facile spiegare e dire. Del resto con queste righe tento non solo di alleviare quella fitta di nostalgia che sempre si accompagna al ricordo di coloro che non ci sono più ma anche di assolvere – nel mio piccolo - a quello che sento quasi come un dovere: ricordare una delle voci poetiche più limpide e profonde del nostro tempo, oggi quasi completamente dimenticata. Devo aggiungere inoltre che nemmeno io nel tempo in cui frequentavo casa Carelli (eravamo sul finire degli anni ’60), allora preso da tutti i giovanili entusiasmi, i giovanili ardori (ed anche dalle giovanili angosce), ho apprezzato appieno certe cose, ne ho compreso il vero ed autentico valore. Soprattutto allora non comprendevo la grande e solo apparentemente ingenua lezione che veniva dalla poesia di Libera, che ci insegnava il valore dell’infinitamente piccolo, la complessità e la bellezza del mondo vivente; si trattava di un’insegnamento che passava attraverso l’amore e la raffinata conoscenza di autori come Pascoli, Gozzano ed anche Dante ma aveva poi un tono ed un’originalità tutta sua. Oltretutto in quel tempo l'attività culturale di Libera, intensa e significativa con le riunioni degli «Amici del libro italiano», mi pareva  un po' limitata da una destinazione particolare, dal fatto che apparentemente sembrava riproporre una visione della poesia concepita come una specie di benefico sortilegio che potesse esorcizzare i grandi problemi e consentisse di evadere dal mondo e dalle sue contraddizioni. Sempre, però, leggendo qualcosa di Libera, si ravvivava un sentimento di intenso affetto e mi restava una sensazione di unicità ed autenticità in contrasto con l'idea di cui sopra. Ho ripreso successivamente più volte in mano le sue poesie e sempre ho potuto scoprire quanto fosse ingannevole il pregiudizio cui accennavo.

D’altronde la prima straordinaria sensazione che si ha leggendo i versi di Libera Carelli è quella dell'autenticità, di una grande fedeltà e coerenza interiore, di un timbro lieve ed originalissimo che ravviva e colora un mondo poetico maturato in una grande cultura letteraria, caratterizzata da presenze assai significative (Dante, Leopardi, Gozzano, soprattutto Pascoli, come accennavo, e non solo essi). Anche il ricorso alla rima chiusa non decade mai nel cantabile e nemmeno in un crepuscolare accumulo di oggetti e situazioni simboliche, accostate per analogia fonetica e musicale. Perfino l'«ideologia» (se così si può dire) del «canta e cammina», che parrebbe riproporre ancora una volta l'illusione di una poesia edulcoratrice delle sofferenze e delle asprezze della vita, si rivela invece qualcosa di assai diverso. Il «camminare» assume un'importanza assai maggiore del «cantare», non è il «cantare» che riscatta il «camminare», ma il camminare (cioè il vivere) che dà un senso al cantare. E vita e poesia si confondono, si identificano nella misura in cui la poesia rinuncia proprio a quelle velleità metamorfiche che apparentemente parevano esserne lo scopo.

Anche il camminare di Libera esprime l'angoscia del nostro tempo, senza rinunciare del tutto al conforto del «cantare» e comunque a quello dell'espressione, ma senza rinunciare nemmeno a scoprire ed a vivere il senso del dolore.

D’altronde la poesia di Libera Carelli si incontra ad un livello veramente molto alto con certi valori della classicità, ma in modo umile, dimesso, seguendo la traiettoria pascoliana (ed anche crepuscolare) della scoperta del mondo delle cose piccole e minime, però con una limpidezza, una semplicità, soprattutto una purezza conosciuta solo dal Pascoli sognante (quello de «La tessitrice», ad esempio). Della classicità del resto la poesia di Libera ha tutti i valori più alti e significativi: la leggerezza, la luminosità, l'essenzialità, l'armonia, la capacità naturale di accedere al mondo dei grandi sentimenti. D'altronde la «classicità» della Carelli è da interpretare anche in un altro senso molto particolare, come capacità di restituirci certe tematiche e certe situazioni ricorrenti e cruciali nell'universo poetico contemporaneo in modo originalissimo. Si veda come è risolto, ad esempio, un tema tipicamente gozzaniano, quello dei «fiori non colti», dalla scrittrice napoletana: «Ho camminato solitària / per la tua via primaverile / o Vita, in lente ore lontane, / fra i voli obliqui delle rondini, nel riso fresco dell'aprile, /tremante in onde di campane. / Sulla mia strada innumerevoli / giardini tesero le braccia / onuste di fioriti rami./ Guardai. Passai. Senza rivolgermi, / nell’ansia di seguir la traccia / di te, fantasma che mi chiami. / Non sono giunta. Infaticabile / sei tu, pensiero, che non lasci / di voler me per la tua via, / pur se a posare aneli l'anima / stanca ed il muto cuor mi fasci / di grigio la malinconia. / E vò superba e sola e pallida. / Ma qualche volta sento grande / pena del bene in me sepolto; / e nel mio vano sogno appaiono / legati in funebri ghirlande / i fiori che non ho raccolto» (Libera Carelli, «I fiori non colti», in Canta e cammina cit., p. 51).

Qui il rimpianto rispetto a quello gozzaniano ha una purezza quasi greca. Non sfuggirà nemmeno qualche eco petrarche­sco e petrarchista in quel «vò superba e sola», ma il tono è particolare, inconfondibile. I giardini che hanno teso le loro braccia su Libera ci fanno pensare ai pergolati fioriti di quella costiera amalfitana che lei amava tanto. E ciò che più conta è la semplicità, è questo straordinario amore per «i fiori non colti», che sottrae il tema, tardoromantico e crepuscolare, a toni di abbandono sentimentalistico e lo riporta nella dimensione di una toccante vicinanza, di un eterno presente.

Un altro punto di riferimento preciso, cui la poesia di Libera Carelli si avvicina non attraverso la lenta osmosi delle reminiscenze ma per naturale consonanza, può essere l'opera di Saba, di quell'Umberto Saba che sfida impavidamente le complicazioni dell'ermetismo e di tanta parte della poesia moderna amando «trite parole che non uno / osava...» e la «...verità che giace al fondo, / quasi un sogno obliato, che il dolore / riscopre amica...» (Umberto Saba, «Amai», in Antologia del Canzoniere, Torino, Einaudi, 1972; p.3). Questa è, come si suol dire, la saggezza della vita, ma non è facile dire quanto dolore e quante sofferenze essa comporti, ivi compresa una certa dose di follia (ben lo sapeva Saba stesso!). Del resto v’è una delle cose più belle di Libera Carelli, La parabola della vergine buona, ove si disvela proprio la rischiosa, ma indispensabile e vitale follia della vita (e della poesia). «E cinque erano stolte e cinque sagge / ed una saggia forse no ma buona...». V’è sicuramente anche un'immedesimazione in questa figura della vergine buona:  la trasgressione ed in questo caso l'inusuale generosità, il dono che essa fa dell'olio utile per tener viva la fiamma delle lampade alle cinque stolte ci addita l'unica via per giungere alla vera saggez­za, quella che riemerge dal dolore, dall'irrazionalità ed anche dalla crudeltà della vita: «...Lo Straniero dal volto luminoso /questo disse e riprese il suo viaggio. / E un che di bianco palpitò nell'aria. / Come un soffio di grandi ali che s'aprono / portò nel cuore delle sei fanciulle, / quasi pioggia di manna, oblio del male. / E udirono nel sonno melodie / più soavi di quelle della festa; / e attinsero nel sonno l'alta pace / cui non giunge la sterile saggezza» (Libera Carelli, «La parabola della vergine buona», in Canta e cammina cit., p. 146).

Quanto sia difficile scrivere cose come questa veramente è forse quasi impossibile spiegare, ma questo sognante racconto in versi che non ha bisogno di metafore o di accensioni  liriche o di una agonistica contrapposizione dei sentimenti e dei toni, da cui far scaturire poi una pacificazione, è veramente il segno di una grande poesia. E questa levità, che tanto tempo fa mi appariva una simpatica ma un po' ingenua evasione dalle contraddizioni del mondo, mi appare oggi come una delle poche vie (anche se certo non l'unica) per cui si possano ancora far versi, una via fatta non solo di oblìo ma anche di presenza. D'altronde, se abbiamo scelto non solo quel Pascoli che fu carissimo a Libera come uno dei punti di riferimento, ma anche ed un po' provocatoriamente Saba, occorre aggiungere dire che la poesia della Carelli si avvicina a quella del grande poeta triestino proprio nel suo ritornare ostinatamente alle radici, nel suo ritrovarsi in un sentimento della vita quasi primigenio, che dà un senso ad ogni cosa.

Un sentimento  che viene poi a coincidere con un'altra delle ragioni originarie, archetipiche del suo scrivere, il riaffermarsi di una femminilità intensa, ricca, che è uno dei toni assoluti, costanti che accompagnano il chiudersi del circolo magico della sua poesia. Né voglio in proposito cercare prove tra i suoi versi perché troppe ve ne sono. Anche in questo conchiudersi dell'itinerario mentale e dei sentimenti in una perfetta ed autosufficiente circolarità la poesia di Libera Carelli si incontra del resto con i valori della classicità ed io torno a chiedermi se questo sforzo così difficile, così inattuale, operato dalla scrittrice non abbia poi un senso che va ben oltre certe disposizioni naturali, non costituisca anche un’intemerata sfida a viso aperto alle perversioni di un mondo sempre più avvinto dall’adorazione feticistica di falsi valori, ai tanti odierni Moloch cui vengono sacrificati i beni autentici della vita, più semplicemente al dolore. Si veda un'altra cosa bellissima, come il Canto del gallo: «Non avrà / più fine questa notte? / Tutte le stelle sono tramontate. / E non v'è luna. Tenebra / ove annegano gli occhi e annega l'anima. / Solo il rombar del cuore odo, che sembra/ colmi il mondo di sé. / Non avrà fine / più questa notte? Non dirai Signore / più Tu: La luce sia?  / Squilla lontana / la voce, ecco, d'un gallo, inconsapevole / messaggero di gioia. Va col vento / al ciel la voce. L'ode / l'alba e mette i suoi sandali d'argento» (Libera Carelli, «Canto del Gallo», in Canta e cammina cit., p. 58). Quanti meravigliosi echi in questo mettere i sandali d'argento, quale sensuale ed ignota grazia viene a sciogliere il dolore e l'angoscia!

Ecco, per quanto possa essere poco piacevole cercare di rinchiudere la poesia e qualunque espressione artistica nella più o meno stolta schematica delle definizioni, nell'inutile prigione degli «ismi», si potrebbe parlare per molte cose di Libera Carelli del prevalere, su tutto, di un grande afflato vitalistico, sottolineando però che esso non si configura come il risvolto dionisiaco della catastrofe tragica della coscienza moderna, ma come una specie di meravigliosa ed inattuale capacità che era peculiare del suo temperamento. Per questo il suo sguardo e la sua atten­zione sembrano, come quelli di molti poeti moderni, ostinatamente rivolti verso paesaggi dell'anima, fissati, contemplati e descritti con amorosa ostinazione. Anche la natura descritta dalla Carelli sembra quasi non contaminata dal mondo moderno ma non è nemmeno un paesaggio arcadico, irreale; è piuttosto un mondo contemplato con mistico amore, come quello dantesco del paradiso, quindi allo stesso tempo con sensuale realismo e con rarefatta, sognante dolcezza. Antagonismo ed inattualità appaiono del resto due funzioni complementari e necessarie della poesia dei nostri tempi. Prova dell'autenticità di questo sforzo è proprio la rinuncia a molte di quelle illusioni metamorfiche o trasfiguranti che pur appartengono alla poesia. Poesia e vita s'identificano, coincidono in maniera assoluta. E da questo deriva un'altra sorprendente caratteristica, cui ho già accennato: la carenza di similitudini, metafore, momenti riflessivi alternati ad effusioni liriche. «Con innumerevoli mani / la vita mi attanaglia ...», scrive Libera.

Una delle testimonianze più alte e migliori è Lasciatemi là dove io cada: "Dissi un tempo «Quando sarò / morta, portatemi al mio paese, / al paese dell'anima mia, / dove dormono il padre e la ma­dre» /... Un tempo. Ed era il sereno/tempo della giovinezza, / quando la vita e la favola / sono una sola meraviglia / e morire altro non è / che il puro suono di tre sillabe / dalla facile rima. / Poi venne la vita vera / che alla favola poco somiglia. / E nei libri dei poeti / ritrovai quello che m'era / nel cuore: Oh! che pia la materna / terra nel grembo ci chiuda /... Dove mi coglierà / la morte? Nella mia casa / fra le sorelle e gli amici / cuori? O lungo la via, / chi sa dove, chi sa dove? Non importa, uomini. Sia / fatta la volontà del Signore. / E lasciatemi là dove io cada. / Buona è tutta la terra, / atomo nello spazio infinito; se non ai vivi, ai morti buona. / Patria degli uomini è la terra. / E voi lasciatemi, uomini, / là dove io cada» (Libera Carelli, «Lasciatemi là dove io cada», in Canta e cammina, p. 214). La reminiscenza pascoliana da X agosto si risolve qui in una conclusione opposta a quella del poeta romagnolo: la terra non è più un «atomo opaco del male», ma «buona», «patria di tutti gli uo­mini», e la scrittrice non chiede se non di potersi pacificare con essa.

Ecco, con questa lunga, anche se incompleta, citazione da Lasciatemi là dove io cada, ove ritroviamo, detto in tono lievissimo, l'alto messaggio della poesia di Libera Carelli (v'è tutto: il senso del mistero e del dolore, ma anche il fortissimo amore per la vita) mi avvio alla conclusione; uno studio più approfondito non mancherebbe di dare risultati forse sorprendenti, tale è la ricchezza di quest’opera poetica. Sento però di aver sciolto solo in piccola parte il debito d'affetto con queste mie righe. Vorrei però aggiungere solo un'altra cosa e cioè che ogni volta che rifletto su questi versi penso quanto sia inconciliabilmente diverso il nostro mondo da quel mondo che amava Libera Carelli. E ripensando a Libera, ed alle sorelle, mi vengono in mente certi artigiani ancora nascosti fra i vicoli di Napoli (grande straordinaria artigiana era anche Libera, capace di cesellare e levigare un verso con lo stesso amore con cui si cesella e si leviga il legno) e mi monta dentro una certa, indefinibile rabbia, un cupo scontento.

Ed allora sciolgo quel dubbio e quell'interrogativo, che mi ero posto tanto tempo fa: la poesia di Libera Carelli veramente ci fa un po’ più liberi, veramente con le sue cose lievissime ci restituisce il senso della nostra umanità, dato che ha pure il potere di renderci così inquieti, e come sempre la grande poesia, che per essere tale accetta di farsi piccola, ci fa riscoprire una dimensione essenziale di noi stessi.

 

 

ALCUNE POESIE DI LIBERA CARELLI

 

Pensiero da Dostoievski

 

Vedere il sole.

E nemmeno vederlo;

sentirlo sulla mano

quando si tende nel raggio la mano.

Ma nemmeno sentirlo;

basta, in fondo, sapere che ci sia.

 

E il diavolo ti porti,

filosofia.

 

(Da: L. CARELLI, Poesie postume e traduzioni, con una premessa di Lanfranco Orsini, Napoli, Tirrena, 1975,  p. 10.)

 

Versi per nessuno

Se un giorno, all’improvviso,

mentre l’anima è assorta,

udissi alla mia porta

lo squillo del tuo riso…

 

se, volti non invano

gli occhi alla soglia, a un tratto

vedessi  te nell’atto

di tendermi la mano…

 

se al cuor che muto ascolta

nel battito veloce

potesse  la  tua voce

sonar  come una  volta…

 

se…

 

(Da:  Canta  e cammina, Napoli, Agar, 1970, p. 57)

 

Saggezza

 

L’altra che amasti e che t’amò tu senti

Sempre vicina  a te quand’io  ti  sono

Vicina. Non negarlo. Ti perdono,

ma non negarlo. T’amo  anche  se menti.

 

Il freddo che ci prende d’improvviso

È l’alito dell’altra che riappare  fra noi.

Lo so. Per questo nel parlare

Che fai con me tu non mi guardi in viso.

 

Per questo – oh!, non negarlo – tu mi chiami

Piccola, ma non dici il nome mio.

L’altro nome t’è in cuore – so ben  io

Leggere  nel  tuo spirito -  , non m’ami.

 

Credi d’amarmi; forse sì. Ma poi?…

Tu non pensi al domani di dolore

Che ci sovrasta? Quando nel tuo cuore

Verrà la luce, che sarà di noi?…

 

(da:  Canta  e cammina, Napoli, Agar, 1970,  p. 87).

 

 

Nata con me

 

Non t’amo. Non t’amerò.

Fino ai palpiti estremi

Dell’esistenza.

 

Non t’amo. So che sei quella

che non abbandoni

quella sei che non tradisci.

Eppure non t’amo. Verrò

al convegno rassegnatamente.

 

Dio pregherò che mi doni

il dono che concede al forte:

che il  piccolo cuore non tremi

all’invisibile presenza

e, come San Francesco,

io ti saluti sorella,

o nata con me, mia Morte

(da:  Canta  e cammina, Napoli, Agar, 1970, p. 192)

 

 

Lascia soltanto…

Lascia che il capo stanco senza parlare

io poggi sul tuo petto, amico, una sera,

dimentica di tutto quello che c ‘era

nella mia vita, un tempo, di bene e di male.

 

E solo io senta il ritmo uguale del cuore

Che amo, mia segreta dolcezza e pena

segreta. Lascia, amico, lascia che appena

un’ora io dorma sull’ignaro tuo cuore.

 

Un’ora…E la memoria ne resti, incanto

che poi colori di sé tutta la vita;

e nell’incanto ritrovi io la smarrita

certezza. Oh! Lascia amico, lascia soltanto…

 

(da:  Canta  e cammina, Napoli, Agar, 1970, p. 168)

 

 

 

 

DA: Rime chiuse. Noterelle su Guido Gozzano di Libera Carelli

«Intendiamoci: se abbiamo parlato fin qui di influsso musicale da poeta a poeta, è perché è piaciuto a noi studiare solo questo influsso, che noi giudichiamo di massima importanza. Ma questo non vuol dire certo che non debba tenersi conto dell’influsso del pensiero. Oggi che la tecnica e i modi della poesia sono così liberi e le regole così caotiche da offrire a tutti la comoda libertà di non studiare e di non regolarsi, oggi è venuto a noi lo strano ghiribizzo di ritrovare nei libri che Guido Gozzano ha scritto in versi le leggi del suo contrappunto. Ma il pensiero è il pensiero: E, comunque si parli delle due raccolte poetiche di Guido Gozzano,  bisogna, credo, assolutamente far cenno di quanto nel sentimento e nel pensiero è venuto a lui da Giacomo Leopardi: il Leopardi di taluni canti fra quelli di più vasto respiro, di stesura più ampia: Le ricordanze, Amore e morte, il Canto notturno d’un pastore errante dell’Asia.

 

Le ricordanze:

…invidia tace,

non desta ancora ovver benigna; e quasi

(inusitata meraviglia!) il mondo

La destra soccorrevole gli porge.

 

E in Guido, nella lirica I colloqui che chiude il volume de I colloqui:

 

Meglio tacere, dileguare in pace

Or che fiorito ancora è il mio giardino,

or che non punta ancora invidia tace.

 

Meglio sostare a mezzo del cammino,

or che il mondo alla mia Musa maldestra,

quasi a mima che canta il suo mattino,

 

soccorrevole ancor porge la destra

 

ed ora Amore e morte:

 

Fratelli, a un tempo stesso, Amore e morte

Ingenerò la sorte.

Cose quaggiù si belle

Altre il mondo non ha, non han le stelle.

 

Forse nessuno dei canti del recanatese desta nello spirito di Guido Gozzano un’eco più profonda e più frequente.

Da Il responso (La via del rifugio):

 

Fanciullo, e verrai tu, compagno alato della

Seconda cosa bella (il non essere più).

 

Da Convito  (I colloqui):

« Fratello triste, cui mentì l’Amore,

che non ti menta l’altra cosa bella!»

 

Da Convito (I colloqui):

 

Reduce dell’Amore e della Morte

gli hanno mentito le due cose belle!

 

[…]

Quante volte Guido adolescente, in quella sua vecchia Torino a lui così cara, in quell’accolita di gente/ che ha la tristezza di una stampa antica… quante volte, estraniandosi al mondo che lo circondava, ha dolorosamente gioito in sé, sentendosi fratello in ispirito al prodigioso adolescente recanatese.

Non  soffre. Ama quel mondo senza raggio

Di bellezza, ove cosa di trastullo

È l’Arte. Ama quei modi e quel linguaggio

E quell’ambiente sconsolato e brullo.

Non soffre. Pensa Giacomo fanciullo

e la «siepe» e il « natio borgo selvaggio».

 

Sono versi di Torino, nell’ultima parte de I colloqui. E per noi che tendiamo l’orecchio affascinati dalle vibrazioni musicali, ancora un’eco; non possiamo trascurar di notarla, tanto più che a proposito del Leopardi abbiamo parlato sin qui di riflessi di pensiero e non di echi:

 

quel mondo senza raggio

di bellezza, ove cosa di trastullo

è l’Arte…

 

L’eco viene da le Ricordanze:

 

Argomento di riso e di trastullo,

son dottrina e saper…

 

Certo son le finali cadenze di ogni verso che restano e vibrano nella memoria sensibilissima; e, in virtù della potenza musicale della parola, da endecasillabi sciolti possono anche nascere, per suggerimento, giochi di rime. Qualcuno mi accuserà probabilmente di cedere alla suggestione di un’idea fissa; ma voglio notare che, come nella poesia di Guido troviamo in rima trastullo e fanciullo, così pure a molta distanza l’uno dall’altro, due endecasillabi terminanti in fanciullo e trastullo si trovano negli sciolti leopardiani».

da: L. CARELLI, Rime chiuse (noterelle su Guido Gozzano), Napoli, Agar, 1967, pp. 69-71.

 

 

BREVE  NOTA BIBLIOGRAFICA:

Forse sarebbe abbastanza difficile, per un lettore che volesse accingersi oggi a scoprire e leggere Libera Carelli, reperire i tanti volumi e volumetti che raccolgono le sue opere. Quelli citati erano già a disposizione dello scrivente, ultima testimonianza di un’antica amicizia familiare. Anche per questo si è ritenuto opportuno lasciare un notevole spazio in queste righe alla voce di Libera stessa. L’opera che raccoglie la maggior parte delle poesie di Libera è appunto la già citata raccolta Canta e cammina. Ma la Carelli, oltre che instancabile promotrice di cultura, fu anche dotata di un talento critico finissimo. Come sempre accade per i poeti, si accostava alla poesia ed agli scritti degli altri con estrema discrezione e delicatezza, e con straordinaria sensibilità. Alcuni capitoli del suo libro dedicato a Guido Gozzano (Rime chiuse, Noterelle su Guido Gozzano, Napoli, Agar, 1967, pure esso già citato) sono degli autentici capolavori. Si veda ad esempio quello che riguarda la presenza di Leopardi in Gozzano, di cui per esigenze di tempo e di chiarezza ho potuto riportare solo un brano molto breve. Ma Libera ha dedicato anche molta attenzione a Giovanni Pascoli ad iniziare dal suo Giovanni Pascoli lettore di Dante, Napoli, Rondinella, 1939, cui si aggiunge poi Virgilio e Orazio nella poesia di Dante, Marcianise, La Diana, 1962. Si potrebbe anzi dire che è proprio Giovanni Pascoli la grande e misteriosa luce sempre presente nel suo orizzonte: un Pascoli ben diverso da quello che siamo abituati a conoscere oggi, un Pascoli trascendentale rispetto al pascolismo ed ai suoi stessi traumi, quel Pascoli che, per la sua contemporanea familiarità col decadentismo e con la tradizione classica, è forse uno degli interpreti più profondi della modernità. Ed anche quel Pascoli che fu un critico ed un interprete straordinario e sensibilissimo, nelle cui pagine conoscenza ed esperienza della letteratura divenivano un tutt’uno. Molte di queste pagine – sia detto per inciso – resistono benissimo al tempo.

Ma nel quaderno di traduzioni della Carelli (L. CARELLI, Poesie postume e traduzioni, con una premessa di Lanfranco Orsini, Napoli, Tirrena, 1975), oggi veramente prezioso per chi voglia conoscere la scrittrice napoletana, figurano innanzitutto Virgilio e poi Francis Jammes, Goethe, Heine, Unamuno, Péman ed altri. Il che è un’ulteriore testimonianza dell’ampiezza e della complessità degli interessi di Libera Carelli, della vastità del suo mondo, rispetto alla quale queste brevi note possono avere solo valore indicativo e costituire – lo spero – un incentivo per ulteriori ricerche.