Di Fulvio Tuccillo
Ho
del resto frequentato abbastanza casa Carelli e ne conservo dei ricordi
veramente molto belli. Quanto mi tocchi oggi voler bene nella memoria a Libera,
Vera e Luce Carelli non è facile spiegare e dire. Del resto con queste righe
tento non solo di alleviare quella fitta di nostalgia che sempre si accompagna
al ricordo di coloro che non ci sono più ma anche di assolvere nel mio
piccolo - a quello che sento quasi come un dovere: ricordare una delle voci
poetiche più limpide e profonde del nostro tempo, oggi quasi completamente
dimenticata. Devo aggiungere inoltre che nemmeno io nel tempo in cui
frequentavo casa Carelli (eravamo sul finire degli anni 60), allora preso da
tutti i giovanili entusiasmi, i giovanili ardori (ed anche dalle giovanili
angosce), ho apprezzato appieno certe cose, ne ho compreso il vero ed autentico
valore. Soprattutto allora non comprendevo la grande e solo apparentemente
ingenua lezione che veniva dalla poesia di Libera, che ci insegnava il valore
dellinfinitamente piccolo, la complessità e la bellezza del mondo vivente; si
trattava di uninsegnamento che passava attraverso lamore e la raffinata
conoscenza di autori come Pascoli, Gozzano ed anche Dante ma aveva poi un tono
ed unoriginalità tutta sua. Oltretutto in quel tempo l'attività culturale di
Libera, intensa e significativa con le riunioni degli «Amici del libro
italiano», mi pareva un po' limitata da
una destinazione particolare, dal fatto che apparentemente sembrava riproporre
una visione della poesia concepita come una specie di benefico sortilegio che
potesse esorcizzare i grandi problemi e consentisse di evadere dal mondo e
dalle sue contraddizioni. Sempre, però, leggendo qualcosa di Libera, si
ravvivava un sentimento di intenso affetto e mi restava una sensazione di
unicità ed autenticità in contrasto con l'idea di cui sopra. Ho ripreso
successivamente più volte in mano le sue poesie e sempre ho potuto scoprire
quanto fosse ingannevole il pregiudizio cui accennavo.
Daltronde la prima straordinaria
sensazione che si ha leggendo i versi di Libera Carelli è quella
dell'autenticità, di una grande fedeltà e coerenza interiore, di un timbro
lieve ed originalissimo che ravviva e colora un mondo poetico maturato in una
grande cultura letteraria, caratterizzata da presenze assai significative
(Dante, Leopardi, Gozzano, soprattutto Pascoli, come accennavo, e non solo
essi). Anche il ricorso alla rima chiusa non decade mai nel cantabile e nemmeno
in un crepuscolare accumulo di oggetti e situazioni simboliche, accostate per
analogia fonetica e musicale. Perfino l'«ideologia» (se così si può dire) del
«canta e cammina», che parrebbe riproporre ancora una volta l'illusione di una
poesia edulcoratrice delle sofferenze e delle asprezze della vita, si rivela
invece qualcosa di assai diverso. Il «camminare» assume un'importanza assai
maggiore del «cantare», non è il «cantare» che riscatta il «camminare», ma il
camminare (cioè il vivere) che dà un senso al cantare. E vita e poesia si
confondono, si identificano nella misura in cui la poesia rinuncia proprio a
quelle velleità metamorfiche che apparentemente parevano esserne lo scopo.
Anche il camminare di Libera esprime
l'angoscia del nostro tempo, senza rinunciare del tutto al conforto del
«cantare» e comunque a quello dell'espressione, ma senza rinunciare nemmeno a
scoprire ed a vivere il senso del dolore.
Daltronde la poesia di Libera Carelli
si incontra ad un livello veramente molto alto con certi valori della
classicità, ma in modo umile, dimesso, seguendo la traiettoria pascoliana (ed
anche crepuscolare) della scoperta del mondo delle cose piccole e minime, però
con una limpidezza, una semplicità, soprattutto una purezza conosciuta solo dal
Pascoli sognante (quello de «La tessitrice», ad esempio). Della classicità del
resto la poesia di Libera ha tutti i valori più alti e significativi: la
leggerezza, la luminosità, l'essenzialità, l'armonia, la capacità naturale di
accedere al mondo dei grandi sentimenti. D'altronde la «classicità» della
Carelli è da interpretare anche in un altro senso molto particolare, come
capacità di restituirci certe tematiche e certe situazioni ricorrenti e
cruciali nell'universo poetico contemporaneo in modo originalissimo. Si veda
come è risolto, ad esempio, un tema tipicamente gozzaniano, quello dei «fiori
non colti», dalla scrittrice napoletana: «Ho camminato solitària / per la tua
via primaverile / o Vita, in lente ore lontane, / fra i voli obliqui delle
rondini, nel riso fresco dell'aprile, /tremante in onde di campane. / Sulla mia
strada innumerevoli / giardini tesero le braccia / onuste di fioriti rami./
Guardai. Passai. Senza rivolgermi, / nellansia di seguir la traccia / di te,
fantasma che mi chiami. / Non sono giunta. Infaticabile / sei tu, pensiero, che
non lasci / di voler me per la tua via, / pur se a posare aneli l'anima /
stanca ed il muto cuor mi fasci / di grigio la malinconia. / E vò superba e
sola e pallida. / Ma qualche volta sento grande / pena del bene in me sepolto;
/ e nel mio vano sogno appaiono / legati in funebri ghirlande / i fiori che non
ho raccolto» (Libera Carelli, «I fiori non colti», in Canta e cammina cit., p. 51).
Qui il rimpianto rispetto a quello
gozzaniano ha una purezza quasi greca. Non sfuggirà nemmeno qualche eco
petrarchesco e petrarchista in quel «vò superba e sola», ma il tono è
particolare, inconfondibile. I giardini che hanno teso le loro braccia su
Libera ci fanno pensare ai pergolati fioriti di quella costiera amalfitana che
lei amava tanto. E ciò che più conta è la semplicità, è questo straordinario
amore per «i fiori non colti», che sottrae il tema, tardoromantico e
crepuscolare, a toni di abbandono sentimentalistico e lo riporta nella
dimensione di una toccante vicinanza, di un eterno presente.
Un altro punto
di riferimento preciso, cui la poesia di Libera Carelli si avvicina non
attraverso la lenta osmosi delle reminiscenze ma per naturale consonanza, può
essere l'opera di Saba, di quell'Umberto Saba che sfida impavidamente le
complicazioni dell'ermetismo e di tanta parte della poesia moderna amando
«trite parole che non uno / osava...» e la «...verità che giace al fondo, /
quasi un sogno obliato, che il dolore / riscopre amica...» (Umberto Saba,
«Amai», in Antologia del Canzoniere,
Torino, Einaudi, 1972; p.3). Questa è, come si suol dire, la saggezza della vita, ma non è
facile dire quanto dolore e quante sofferenze essa comporti, ivi compresa una
certa dose di follia (ben lo sapeva Saba stesso!). Del resto vè una delle cose
più belle di Libera Carelli, La parabola
della vergine buona, ove si disvela proprio la rischiosa, ma indispensabile
e vitale follia della vita (e della poesia). «E cinque erano stolte e cinque
sagge / ed una saggia forse no ma buona...». Vè sicuramente anche
un'immedesimazione in questa figura della vergine buona: la trasgressione ed in questo caso l'inusuale
generosità, il dono che essa fa dell'olio utile per tener viva la fiamma delle
lampade alle cinque stolte ci addita l'unica via per giungere alla vera saggezza,
quella che riemerge dal dolore, dall'irrazionalità ed anche dalla crudeltà
della vita: «...Lo Straniero dal volto luminoso /questo disse e riprese il suo
viaggio. / E un che di bianco palpitò nell'aria. / Come un soffio di grandi ali
che s'aprono / portò nel cuore delle sei fanciulle, / quasi pioggia di manna,
oblio del male. / E udirono nel sonno melodie / più soavi di quelle della
festa; / e attinsero nel sonno l'alta pace / cui non giunge la sterile
saggezza» (Libera Carelli, «La parabola della vergine buona», in Canta
e cammina cit., p. 146).
Quanto sia
difficile scrivere cose come questa veramente è forse quasi impossibile
spiegare, ma questo sognante racconto in versi che non ha bisogno di metafore o
di accensioni liriche o di una
agonistica contrapposizione dei sentimenti e dei toni, da cui far scaturire poi
una pacificazione, è veramente il segno di una grande poesia. E questa levità,
che tanto tempo fa mi appariva una simpatica ma un po' ingenua evasione dalle
contraddizioni del mondo, mi appare oggi come una delle poche vie (anche se
certo non l'unica) per cui si possano ancora far versi, una via fatta non solo
di oblìo ma anche di presenza. D'altronde, se abbiamo scelto non solo quel
Pascoli che fu carissimo a Libera come uno dei punti di riferimento, ma anche
ed un po' provocatoriamente Saba, occorre aggiungere dire che la poesia della
Carelli si avvicina a quella del grande poeta triestino proprio nel suo
ritornare ostinatamente alle radici, nel suo ritrovarsi in un sentimento della
vita quasi primigenio, che dà un senso ad ogni cosa.
Un sentimento che viene poi a coincidere con un'altra delle
ragioni originarie, archetipiche del suo scrivere, il riaffermarsi di una
femminilità intensa, ricca, che è uno dei toni assoluti, costanti che
accompagnano il chiudersi del circolo magico della sua poesia. Né voglio in
proposito cercare prove tra i suoi versi perché troppe ve ne sono. Anche in
questo conchiudersi dell'itinerario mentale e dei sentimenti in una perfetta ed
autosufficiente circolarità la poesia di Libera Carelli si incontra del resto
con i valori della classicità ed io torno a chiedermi se questo sforzo così
difficile, così inattuale, operato dalla scrittrice non abbia poi un senso che
va ben oltre certe disposizioni naturali, non costituisca anche unintemerata
sfida a viso aperto alle perversioni di un mondo sempre più avvinto
dalladorazione feticistica di falsi valori, ai tanti odierni Moloch cui
vengono sacrificati i beni autentici della vita, più semplicemente al dolore.
Si veda un'altra cosa bellissima, come il Canto
del gallo: «Non avrà / più fine questa notte? / Tutte le stelle sono
tramontate. / E non v'è luna. Tenebra / ove annegano gli occhi e annega
l'anima. / Solo il rombar del cuore odo, che sembra/ colmi il mondo di sé. /
Non avrà fine / più questa notte? Non dirai Signore / più Tu: La luce sia? / Squilla lontana / la voce, ecco, d'un
gallo, inconsapevole / messaggero di gioia. Va col vento / al ciel la voce.
L'ode / l'alba e mette i suoi sandali d'argento» (Libera
Carelli, «Canto del Gallo», in Canta e cammina cit., p. 58). Quanti
meravigliosi echi in questo mettere i sandali d'argento, quale sensuale ed
ignota grazia viene a sciogliere il dolore e l'angoscia!
Ecco, per quanto possa essere poco
piacevole cercare di rinchiudere la poesia e qualunque espressione artistica
nella più o meno stolta schematica delle definizioni, nell'inutile prigione
degli «ismi», si potrebbe parlare per molte cose di Libera Carelli del
prevalere, su tutto, di un grande afflato vitalistico, sottolineando però che esso
non si configura come il risvolto dionisiaco della catastrofe tragica della
coscienza moderna, ma come una specie di meravigliosa ed inattuale capacità che
era peculiare del suo temperamento. Per questo il suo sguardo e la sua attenzione
sembrano, come quelli di molti poeti moderni, ostinatamente rivolti verso
paesaggi dell'anima, fissati, contemplati e descritti con amorosa ostinazione.
Anche la natura descritta dalla Carelli sembra quasi non contaminata dal mondo
moderno ma non è nemmeno un paesaggio arcadico, irreale; è piuttosto un mondo
contemplato con mistico amore, come quello dantesco del paradiso, quindi allo
stesso tempo con sensuale realismo e con rarefatta, sognante dolcezza.
Antagonismo ed inattualità appaiono del resto due funzioni complementari e
necessarie della poesia dei nostri tempi. Prova dell'autenticità di questo
sforzo è proprio la rinuncia a molte di quelle illusioni metamorfiche o
trasfiguranti che pur appartengono alla poesia. Poesia e vita s'identificano,
coincidono in maniera assoluta. E da questo deriva un'altra sorprendente
caratteristica, cui ho già accennato: la carenza di similitudini, metafore,
momenti riflessivi alternati ad effusioni liriche. «Con innumerevoli mani / la
vita mi attanaglia ...», scrive Libera.
Una delle testimonianze più alte e
migliori è Lasciatemi là dove io cada:
"Dissi un tempo «Quando sarò / morta, portatemi al mio paese, / al paese
dell'anima mia, / dove dormono il padre e la madre» /... Un tempo. Ed era il
sereno/tempo della giovinezza, / quando la vita e la favola / sono una sola
meraviglia / e morire altro non è / che il puro suono di tre sillabe / dalla
facile rima. / Poi venne la vita vera / che alla favola poco somiglia. / E nei
libri dei poeti / ritrovai quello che m'era / nel cuore: Oh! che pia la materna
/ terra nel grembo ci chiuda /... Dove mi coglierà / la morte? Nella mia casa /
fra le sorelle e gli amici / cuori? O lungo la via, / chi sa dove, chi sa dove?
Non importa, uomini. Sia / fatta la volontà del Signore. / E lasciatemi là dove
io cada. / Buona è tutta la terra, / atomo nello spazio infinito; se non ai
vivi, ai morti buona. / Patria degli uomini è la terra. / E voi lasciatemi,
uomini, / là dove io cada» (Libera Carelli, «Lasciatemi là dove io cada», in Canta
e cammina, p. 214). La reminiscenza pascoliana da X agosto si risolve qui in una conclusione opposta a quella del
poeta romagnolo: la terra non è più un «atomo opaco del male», ma «buona»,
«patria di tutti gli uomini», e la scrittrice non chiede se non di potersi
pacificare con essa.
Ecco, con questa lunga, anche se
incompleta, citazione da Lasciatemi là
dove io cada, ove ritroviamo, detto in tono lievissimo, l'alto messaggio
della poesia di Libera Carelli (v'è tutto: il senso del mistero e del dolore,
ma anche il fortissimo amore per la vita) mi avvio alla conclusione; uno studio
più approfondito non mancherebbe di dare risultati forse sorprendenti, tale è
la ricchezza di questopera poetica. Sento però di aver sciolto solo in piccola
parte il debito d'affetto con queste mie righe. Vorrei però aggiungere solo
un'altra cosa e cioè che ogni volta che rifletto su questi versi penso quanto
sia inconciliabilmente diverso il nostro mondo da quel mondo che amava Libera
Carelli. E ripensando a Libera, ed alle sorelle, mi vengono in mente certi
artigiani ancora nascosti fra i vicoli di Napoli (grande straordinaria
artigiana era anche Libera, capace di cesellare e levigare un verso con lo
stesso amore con cui si cesella e si leviga il legno) e mi monta dentro una
certa, indefinibile rabbia, un cupo scontento.
Ed allora sciolgo quel dubbio e
quell'interrogativo, che mi ero posto tanto tempo fa: la poesia di Libera
Carelli veramente ci fa un po più liberi, veramente con le sue cose lievissime
ci restituisce il senso della nostra umanità, dato che ha pure il potere di
renderci così inquieti, e come sempre la grande poesia, che per essere tale
accetta di farsi piccola, ci fa riscoprire una dimensione essenziale di noi
stessi.
ALCUNE POESIE DI LIBERA
CARELLI
Vedere il sole.
E nemmeno vederlo;
sentirlo sulla mano
quando si tende nel raggio la mano.
Ma nemmeno sentirlo;
basta, in fondo, sapere che ci sia.
E il diavolo ti porti,
filosofia.
(Da: L. CARELLI, Poesie postume e traduzioni, con una
premessa di Lanfranco Orsini, Napoli, Tirrena, 1975, p. 10.)
Se un giorno, allimprovviso,
mentre lanima è assorta,
udissi alla mia porta
lo squillo del tuo riso
se, volti non invano
gli occhi alla soglia, a un tratto
vedessi te nellatto
di tendermi la mano
se al cuor che muto ascolta
nel battito veloce
potesse la tua voce
sonar come una volta
se
(Da: Canta e cammina, Napoli,
Agar, 1970, p. 57)
Saggezza
Laltra che amasti e che tamò tu senti
Sempre vicina a te
quandio ti sono
Vicina. Non negarlo. Ti perdono,
ma non negarlo. Tamo
anche se menti.
Il freddo che ci prende dimprovviso
È lalito dellaltra che riappare
fra noi.
Lo so. Per questo nel parlare
Che fai con me tu non mi guardi in viso.
Per questo oh!, non negarlo tu mi chiami
Piccola, ma non dici il nome mio.
Laltro nome tè in cuore so ben
io
Leggere nel tuo spirito -
, non mami.
Credi damarmi; forse sì. Ma poi?
Tu non pensi al domani di dolore
Che ci sovrasta? Quando nel tuo cuore
Verrà la luce, che sarà di noi?
(da: Canta e cammina, Napoli,
Agar, 1970, p. 87).
Nata con me
Non tamo. Non tamerò.
Fino ai palpiti estremi
Dellesistenza.
Non tamo. So che sei quella
che non abbandoni
quella sei che non tradisci.
Eppure non tamo. Verrò
al convegno rassegnatamente.
Dio pregherò che mi doni
il dono che concede al forte:
che il piccolo cuore non
tremi
allinvisibile presenza
e, come San Francesco,
io ti saluti sorella,
o nata con me, mia Morte
(da: Canta e cammina, Napoli,
Agar, 1970, p. 192)
Lascia soltanto
Lascia che il capo stanco senza parlare
io poggi sul tuo petto, amico, una sera,
dimentica di tutto quello che c era
nella mia vita, un tempo, di bene e di male.
E solo io senta il ritmo uguale del cuore
Che amo, mia segreta dolcezza e pena
segreta. Lascia, amico, lascia che appena
unora io dorma sullignaro tuo cuore.
Unora
E la memoria ne resti, incanto
che poi colori di sé tutta la vita;
e nellincanto ritrovi io la smarrita
certezza. Oh! Lascia amico, lascia soltanto
(da: Canta e cammina, Napoli,
Agar, 1970, p. 168)
DA: Rime chiuse. Noterelle su
Guido Gozzano di Libera Carelli
«Intendiamoci: se abbiamo parlato fin qui di influsso musicale da
poeta a poeta, è perché è piaciuto a noi studiare solo questo influsso, che noi
giudichiamo di massima importanza. Ma questo non vuol dire certo che non debba
tenersi conto dellinflusso del pensiero. Oggi che la tecnica e i modi della
poesia sono così liberi e le regole così caotiche da offrire a tutti la comoda
libertà di non studiare e di non regolarsi, oggi è venuto a noi lo strano
ghiribizzo di ritrovare nei libri che Guido Gozzano ha scritto in versi le
leggi del suo contrappunto. Ma il pensiero è il pensiero: E, comunque si parli
delle due raccolte poetiche di Guido Gozzano,
bisogna, credo, assolutamente far cenno di quanto nel sentimento e nel
pensiero è venuto a lui da Giacomo Leopardi: il Leopardi di taluni canti fra
quelli di più vasto respiro, di stesura più ampia: Le ricordanze, Amore e morte, il Canto notturno dun pastore errante
dellAsia.
Le ricordanze:
invidia tace,
non desta ancora ovver benigna; e quasi
(inusitata meraviglia!) il mondo
La destra soccorrevole gli porge.
E in Guido, nella lirica I
colloqui che chiude il volume de I
colloqui:
Meglio tacere, dileguare in pace
Or che fiorito ancora è il mio giardino,
or che non punta ancora invidia tace.
Meglio sostare a mezzo del cammino,
or che il mondo alla mia Musa maldestra,
quasi a mima che canta il suo mattino,
soccorrevole ancor porge la destra
ed ora Amore e morte:
Fratelli, a un tempo stesso, Amore e morte
Ingenerò la sorte.
Cose quaggiù si belle
Altre il mondo non ha, non han le stelle.
Forse nessuno dei canti del recanatese desta nello spirito di Guido
Gozzano uneco più profonda e più frequente.
Da Il
responso (La via del rifugio):
Fanciullo, e verrai tu, compagno alato della
Seconda cosa bella (il non essere più).
Da Convito (I
colloqui):
« Fratello triste, cui mentì lAmore,
che non ti menta laltra cosa bella!»
Da Convito (I colloqui):
Reduce dellAmore e della Morte
gli hanno mentito le due cose belle!
[
]
Quante volte Guido adolescente, in quella sua vecchia Torino a lui
così cara, in quellaccolita di gente/
che ha la tristezza di una stampa antica
quante volte, estraniandosi al
mondo che lo circondava, ha dolorosamente gioito in sé, sentendosi fratello in
ispirito al prodigioso adolescente recanatese.
Non soffre. Ama quel mondo
senza raggio
Di bellezza, ove cosa di trastullo
È lArte. Ama quei modi e quel linguaggio
E quellambiente sconsolato e brullo.
Non soffre. Pensa Giacomo fanciullo
e la «siepe» e il « natio borgo selvaggio».
Sono versi di Torino,
nellultima parte de I colloqui. E
per noi che tendiamo lorecchio affascinati dalle vibrazioni musicali, ancora
uneco; non possiamo trascurar di notarla, tanto più che a proposito del
Leopardi abbiamo parlato sin qui di riflessi di pensiero e non di echi:
quel mondo senza raggio
di bellezza, ove cosa di trastullo
è lArte
Leco viene da le Ricordanze:
Argomento di riso e di trastullo,
son dottrina e saper
Certo son le finali cadenze di ogni verso che restano e vibrano
nella memoria sensibilissima; e, in virtù della potenza musicale della parola,
da endecasillabi sciolti possono anche nascere, per suggerimento, giochi di
rime. Qualcuno mi accuserà probabilmente di cedere alla suggestione di unidea
fissa; ma voglio notare che, come nella poesia di Guido troviamo in rima trastullo e fanciullo, così pure a molta distanza luno dallaltro, due
endecasillabi terminanti in fanciullo
e trastullo si trovano negli sciolti
leopardiani».
da: L. CARELLI, Rime chiuse
(noterelle su Guido Gozzano), Napoli, Agar, 1967, pp. 69-71.
BREVE NOTA BIBLIOGRAFICA:
Forse sarebbe abbastanza difficile, per un lettore che volesse
accingersi oggi a scoprire e leggere Libera Carelli, reperire i tanti volumi e
volumetti che raccolgono le sue opere. Quelli citati erano già a disposizione
dello scrivente, ultima testimonianza di unantica amicizia familiare. Anche
per questo si è ritenuto opportuno lasciare un notevole spazio in queste righe
alla voce di Libera stessa. Lopera che raccoglie la maggior parte delle poesie
di Libera è appunto la già citata raccolta Canta
e cammina. Ma la Carelli, oltre che instancabile promotrice di cultura, fu
anche dotata di un talento critico finissimo. Come sempre accade per i poeti,
si accostava alla poesia ed agli scritti degli altri con estrema discrezione e
delicatezza, e con straordinaria sensibilità. Alcuni capitoli del suo libro
dedicato a Guido Gozzano (Rime chiuse,
Noterelle su Guido Gozzano, Napoli, Agar, 1967, pure esso già citato) sono
degli autentici capolavori. Si veda ad esempio quello che riguarda la presenza
di Leopardi in Gozzano, di cui per esigenze di tempo e di chiarezza ho potuto
riportare solo un brano molto breve. Ma Libera ha dedicato anche molta
attenzione a Giovanni Pascoli ad iniziare dal suo Giovanni Pascoli lettore di Dante, Napoli, Rondinella, 1939, cui si
aggiunge poi Virgilio e Orazio nella
poesia di Dante, Marcianise, La Diana, 1962. Si potrebbe anzi dire che è
proprio Giovanni Pascoli la grande e misteriosa luce sempre presente nel suo
orizzonte: un Pascoli ben diverso da quello che siamo abituati a conoscere
oggi, un Pascoli trascendentale rispetto al pascolismo ed ai suoi stessi
traumi, quel Pascoli che, per la sua contemporanea familiarità col decadentismo
e con la tradizione classica, è forse uno degli interpreti più profondi della
modernità. Ed anche quel Pascoli che fu un critico ed un interprete
straordinario e sensibilissimo, nelle cui pagine conoscenza ed esperienza
della letteratura divenivano un tuttuno. Molte di queste pagine sia detto
per inciso resistono benissimo al tempo.
Ma nel quaderno di traduzioni della Carelli (L. CARELLI, Poesie postume e traduzioni, con una
premessa di Lanfranco Orsini, Napoli, Tirrena, 1975), oggi veramente prezioso
per chi voglia conoscere la scrittrice napoletana, figurano innanzitutto
Virgilio e poi Francis Jammes, Goethe, Heine, Unamuno, Péman ed altri. Il che è
unulteriore testimonianza dellampiezza e della complessità degli interessi di
Libera Carelli, della vastità del suo mondo, rispetto alla quale queste brevi
note possono avere solo valore indicativo e costituire lo spero un
incentivo per ulteriori ricerche.