LA POESIA DEL NOVECENTO IN ITALIA-
BREVE GUIDA*.
di Fulvio Tuccillo
PARTE PRIMA (Gozzano-Ungaretti-Montale)
Se si volesse indicare una caratteristica comune
delle varie esperienze con cui inizia il nostro novecento poetico, dovremmo
forse dire che essa consiste nella diversa consapevolezza che il poeta ha del
suo ruolo, che non è più quello
del poeta-vate e nemmeno quello romantico di colui che ha il privilegio di
esprimere il mondo dell’interiorità e dei sentimenti. I poeti del novecento, ad
iniziare dai crepuscolari, sembrano essere consapevoli proprio della crisi di
questo ruolo, della necessità di trovare non solo nuovi moduli espressivi, ma
anche una nuova dimora interiore. «Perché tu mi dici: poeta?» si chiede
Corazzini, definendosi invece un «piccolo fanciullo» che non ha altro che
«lagrime da offrire al Silenzio» e trema d’amore e d’angoscia di fronte ai
«grandi angioli su le vetrate delle catedrali»[1].
Ma già Pascoli stesso aveva avvertito, sia pure in modo conflittuale, questo
problema; per questo egli conferisce centralità al mito del fanciullino ed
affida al poeta il compito di evidenziare «quella poesia che è nelle cose
stesse»[2].
Più tardi Montale negherà che il poeta possa essere artefice di
un’illuminazione sentimentale od intellettuale («Non chiederci la parola che
squadri l’animo nostro informe...non domandarci la formula che mondi possa
aprirti,/sì qualche storta sillaba e secca come un ramo./ Codesto solo oggi
possiamo dirti,/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo»[3]).
Dunque l’avventura della poesia del novecento inizia e prosegue nel segno della
sospensione, dell’interrogazione, di una ricerca rivolta soprattutto verso il
mondo interiore ma non più animata da alcuna delle antiche certezze. E quando
talvolta viene riscoperto il valore assoluto della poesia, ciò accade veramente come un evento straordinario, quasi miracoloso,
che tuttavia conferisce un problematico senso all’avventura esistenziale e
letteraria del poeta.
Un posto di tutto rilievo nella storia della poesia
novecentesca, e più precisamente del primo novecento, lo occupano i
crepuscolari: Corazzini, Moretti ed in particolare Guido Gozzano. L’universo poetico dei crepuscolari è
malinconico, dimesso, umile; anche gli elementi più tipici di esso (i giardini
e le ville abbondonate, le palme solitarie, gli organetti di Barberia e poi
l’«antica suppellettile forbita» e le «buone cose di pessimo gusto» tanto care
a Guido Gozzano) assumono un valore eminentemente simbolico, dato che in essi
si rispecchia una condizione interiore. La personalità di maggiore rilievo è
proprio quella di Guido Gozzano, torinese, morto anche egli molto giovane di
tisi. La poesia di Gozzano, per la sua stessa raffinata fattura, per i temi e
soprattutto gli scenari prescelti, per quell’aria di antico che in essa
circola, potrebbe sembrare a prima vista un prodotto di altri tempi; ma si
tratta solo di un’impressione, perché le immagini dell’antico non vengono
celebrate da Gozzano come immagini di bellezza o verità perenni, ma esprimono
invece la profonda malinconia di un animo rassegnato (pur se a volte
ironicamente o quasi giocosamente rassegnato) alla consapevolezza della
caducità delle cose, della fragilità della vita stessa. Il caso Gozzano è stato
anche definito un caso di «dannunzianesimo rientrato» (Edoardo Sanguineti); ma
si potrebbe aggiungere che è implicita nella poesia di Gozzano la contestazione
del dannunzianesimo, a volte aperta come in Totò Merumeni, una delle poesie più famose, divertente ritratto di un intellettuale[4],
che ha qualcosa di vagamente autobiografico. La musa di Gozzano è
sostanzialmente ironica, di un’ironia raffinatissima e lieve, leggibile già
nell’intrecciarsi delle rime, un abile gioco che trasmette al lettore
l’impressione di trovarsi di fronte a calligrafiche esercitazioni poetiche. Del
resto quasi analoga è l’impressione che possono comunicare certi scenarî della
sua poesia: il «giardino antico» della signorina Felicita, Vill’Amarena, il
salotto di nonna Speranza, la «bellezza riposata dei solai dove il rifiuto
secolare dorme». Ma questa apparente ovvietà di temi ed immagini già obsolete
costituisce solo il tramite che consente al poeta di rispecchiare in questo mondo
la sua stessa malinconia, l’altro tono, forse il più profondo, della sua
poesia. Si veda in particolare la Signorina Felicita ovvero la Felicità, forse il capolavoro di Gozzano. In essa il
poeta, abbandonandosi al ricordo («...a quest’ora/ scende la sera nel giardino
antico/ della tua casa. Nel mio cuore amico/scende il ricordo...»), accarezza
con la memoria quel piccolo e chiuso mondo provinciale in cui tutto pare
ripetersi sempre eguale ed in cui un giorno ha sognato di poter ritirarsi, di
poter ricostruire la sua esistenza intorno ad un affetto semplice e sicuro, ad
abitudini immutabili. Personaggio centrale è la signorina Felicita, il suo
umile e semplice amore, che il poeta ricorda con compiacimento ed una punta di
rimpianto:
Tu
m’hai amato. Nei begli occhi fermi
rideva
una blandizie femminina.
Tu
civettavi con sottili schermi,
tu
volevi piacermi, Signorina:
e più
d’ogni conquista cittadina
mi
lusingò quel tuo voler piacermi!
...Unire
la mia sorte alla tua sorte
per
sempre, nella casa centenaria!
Ah,
con te, forse, piccola consorte
vivace,
trasparente come l’aria,
rinnegherei
la fede letteraria
che fa
la vita simile alla morte...
Gozzano
forse ha veramente amato la signorina Felicita, purtuttavia descritta come
«quasi brutta, priva di lusinga nelle...vesti quasi campagnole», ed insieme a
lei ha amato quella sua casa, ove si potevano trovare «armadi immensi pieni di
lenzuola...» e la «cena d’altri tempi, col gatto e la falena/ e la stoviglia
semplice e fiorita...e la siesta e la partita», e la «bellezza riposata» dei
suoi solai; ma ha amato queste
persone e queste cose essenzialmente come una proiezione del suo sogno e della
sua malinconia. Il mondo poetico di Gozzano ha anche qualcosa di vagamente e
fuggevolmente fiabesco, perché a volte sembra che egli voglia fermare per
sempre il tempo, ritirarsi in una dimensione atemporale (com’è quella del
sogno); ma questo sentimento dura solo un attimo, perché poi rapidissima ed
inesorabile sopravviene la consapevolezza dello scorrere del tempo e del logoramento
che esercita sull’uomo e le cose. Esemplare è anche la scena dell’addio tra il poeta, che, ammalato,
parte per il suo lungo viaggio in India, e Felicita:
Signorina, s’io torni d’oltremare,
non
sarà d’altri già? Sono sicuro
di
ritrovarla ancora? Questo puro
amore
nostro salirà l’altare?
E vidi
la tua bocca sillabare
a poco
a poco le sillabe: giuro.
Giurasti
e disegnasti una ghirlanda
sul
muro, di viole e di saette,
coi
nomi e con la data memoranda:
trenta
settembre novecentosette...
Io non
sorrisi. L’animo godette
quel
romantico gesto d’educanda.
Giunse
il distacco, amaro senza fine,
e fu
il distacco d’altri tempi, quando
le
amate in bande lisce e in crinoline,
protese
da un giardino venerando,
singhiozzavano
forte, salutando
diligenze
che andavano al confine...
M’apparisti
così come in un cantico
del
Prati, lacrimante l’abbandono
per le
isole perdute nell’Atlantico;
ed io
fui l’uomo d’altri tempi, un buono
sentimentale
giovine romantico...
Quello
che fingo d’essere e non sono!
L’ingenuo romanticismo della situazione è al tempo stesso
condiviso dal poeta ma anche rappresentato con ironico distacco. Il gioco di
Gozzano, che potrebbe apparire a tratti perfino crudele, è in realtà molto
complesso: infatti oggetti della sua pur affettuosa e cordiale ironia sono
quello stesso mondo e quegli stessi sentimenti di cui egli è in certa misura
compartecipe, e che purtuttavia
sono rappresentati come già avvolti dalla polvere inesorabile del tempo,
già confinati in una dimensione separata, altra. Ma oltre quest’atteggiamento si leggono con
chiarezza l’angoscia e la malinconia, la consapevolezza tutta moderna del
limite intrinseco non solo delle cose, ma anche dei sentimenti, s’intravedono
gli spettri dell’aridità interiore e della «spaventosa chiaroveggenza» evocati
in Totò Merumeni.
Per altri versi la poesia gozzaniana sembra poi attuare
moduli molto moderni: particolarissima è la sua capacità di caricare gli
oggetti e le cose di un valore
simbolico ed evocativo. Sono proprio gli arredi e le presenze minime di questo
mondo quelle che servono a rappresentare un’atmosfera, uno stato d’animo. In
questo modo i crepuscolari e Gozzano soprattutto sono i primi a sperimentare
quella «poetica delle cose», che tanta fortuna incontrerà nella poesia del
novecento, soprattutto con gli ermetici.
Si deve inoltre segnalare facendo riferimento al
panorama della poesia del primo novecento come l’atteggiamento dei
crepuscolari e di Gozzano nei confronti della realtà, almeno apparentemente
così dimesso, sia alternativo rispetto a quello di D’Annunzio, nella cui poesia
è sempre viva la mitografia dell’esperienza eccezionale e sensuale e spesso
prevale la tentazione di una risoluzione puramente musicale del verso; e sia
alternativo anche rispetto a quello dei futuristi, come Marinetti, che
predicavano sì la necessità di una rivoluzione letteraria, che fosse anche
espressiva e comportasse il superamento dei tradizionali limiti sintattici e
grammaticali (l’immaginazione «senza fili...»), ma poi finivano spesso per
concepirla come pura trasgressione e come acritica adesione ai miti del
presente (ne è una manifestazione la celebrazione del mito delle macchine,
della velocità).
L’altro evento centrale nella storia del nostro novecento
poetico è quello rappresentato dall’affermarsi della poesia ermetica, nelle sue
diverse espressioni. Il fortunato aggettivo «ermetico» fu coniato da Francesco
Flora e sta ad indicare non tanto una scuola poetica (perché di una vera e
propria scuola ermetica si può parlare solo negli anni ‘40, mentre invece le
prime e più significative esperienze risalgono agli anni ‘20) quanto piuttosto
uno stato d’animo, un atteggiamento verso la realtà, che caratterizza molte
espressioni della poesia italiana tra gli anni ‘20 e ‘40. La parola ermetismo
etimologicamente indica una
chiusura: in effetti il sentimento della realtà e la visione del mondo che
svilupparono poeti come Montale, Ungaretti, Quasimodo appaiono caratterizzati
dal rifiuto di ogni fiducia ottimistica, dalla consapevolezza della difficile
condizione dell’uomo e del suo disagio esistenziale (il montaliano «male di vivere»), dalla
fuga verso un mondo di esperienze marginali, private, da una costante
attenzione verso eventi anche minimi. Il fatto che Ossi di seppia di Montale sia del 1925 ha poi un suo rilievo
perché l’angoscia esistenziale e la visione della realtà che caratterizzano la
raccolta hanno anche un’implicita valenza etico-intellettuale, esprimono una
sostanziale estraneità rispetto al clima retorico della cultura del ventennio.
Diversa fu la posizione di Ungaretti, che nel 1923 pubblicava il Porto
sepolto con prefazione di
Benito Mussolini, pur se di una vera e propria organica adesione al fascismo
non si può parlare. Nel complesso però l’esperienza ermetica, pur senza essere
quasi mai caratterizzata da precise intenzioni politiche, può considerarsi
(proprio per il suo silenzioso antagonismo) una delle più significative
espressioni letterarie di un tempo in cui come poi scrisse Pavese la poesia
italiana fatalmente tendeva a ridursi ad un «sofferto silenzio» e la prosa ad
un «colloquio estenuato» con se stessa. Anche per queste ragioni la poesia
ermetica fu caratterizzata da un bisogno profondo d’essenzialità, che si
tradusse nella ricerca di un linguaggio sostanzialmente nuovo, libero da condizionamenti
retorici, ridotto ai nessi logico-sintattici più essenziali. Pertanto gli
ermetici mirarono soprattutto alla riscoperta del valore intrinseco della
parola e dell’immagine, spesso della loro primitiva significatività, ed alla
tradizionale similitudine preferirono l’analogia: con l’analogia un’immagine, una situazione, un evento
rappresentano icasticamente uno stato d’animo oppure un particolare sentimento
della realtà senza che il nesso intercorrente tra loro venga spiegato
esplicitamente. Leggiamo la bellissima San Martino del Carso
di Ungaretti, che non a caso è fortemente influenzata come tutta la
sua prima poesia dall’esperienza della guerra di trincea, cui il poeta aveva
preso parte, e che ci può dare immediatamente una misura dell’efficacia di
questo nuovo linguaggio:
Di
queste case
non è
rimasto
che
qualche
brandello
di muro
Di
tanti
che mi
corrispondevano
non è
rimasto
neppure
tanto
Ma nel
cuore
nessuna
croce manca
È il
mio cuore
il
paese più straziato[5]
L’impatto di quell’immagine di rovina e di distruzione è
enorme, e l’effetto è tanto forte ed incisivo proprio perché il poeta la
presenta nella sua nuda essenzialità. Per la verità dopo l’esperienza di Allegria
di naufragi, che rappresenta
per Ungaretti la scoperta dell’ermetismo, la sua poesia evolve verso altre, più
complesse mete. Ungaretti riscopre tanto il linguaggio della tradizione
italiana (ad iniziare soprattutto da Leopardi), quanto una forma di commossa
religiosità, che nasce anche dalla coscienza della violenza e della crudeltà
della storia umana più recente, dalla ricerca di un «amore non vano» che sia un
tramite autentico di redenzione, che ridia all’esistere dell’uomo quel senso
che ad esso paiono negare i terribili eventi contemporanei. E’ questo in fondo
il senso della «preghiera» che Ungaretti rivolge al Cristo in Mio fiume
anche tu, una delle più belle
composizioni de Il dolore
:
...il
tuo cuore è la sede appassionata
dell’amore
non vano.
Cristo,
pensoso palpito,
astro
incarnato nell’umane tenebre,
fratello
che t’immoli
perennemente
per riedificare
umanamente
l’uomo,
Santo,
Santo che soffri...
d’un
pianto solo mio non piango più..
Più chiusa in se stessa, quasi rarefatta, caratterizzata
da soluzioni originalissime e da un lessico particolare è invece la poesia di
Eugenio Montale. Motivo centrale di essa è la consapevolezza dolorosa del «male
di vivere», cui fanno da contraltare improvvise illuminazioni ed un sentimento
di amore per la vita tenacemente legato ad un riservato universo di memorie, presenze, incontri. Proprio
grazie a questi straordinari momenti d’illuminazione, ad un faticoso, talvolta
doloroso, ma anche vitalissimo scavo interiore, la poesia montaliana si risolve
poi in una sofferta meditazione sulla condizione esistenziale dell’uomo. Al
centro della riflessione del poeta ligure resta comunque la consapevolezza del
male di vivere, che è consapevolezza del rischio dell’esistenza, del suo essere
inevitabilmente esposta alla
sofferenza ed al dolore, del suo consistere in un esile e tenace filo di vita,
che può essere reciso in qualunque momento. In una sua famosa composizione
Montale l’ha così descritto:
Spesso
il male di vivere ho incontrato:
era il
rivo strozzato che gorgoglia,
era
l’incartocciarsi della foglia
riarsa,
era il cavallo stramazzato.
Bene
non seppi, fuori del prodigio
che
schiude la divina Indifferenza:
era la
statua nella sonnolenza
del
meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato
Il male di vivere è colto in una serie di immagini
simboliche di grande efficacia, in quelle che sono le sue espressioni più
naturali e minute: l’inaridirsi di
un ruscello, lo stramazzare di un animale, l’accartocciarsi di una foglia poco
prima verde ed ora riarsa. Bellissima ed enigmatica la chiusa con una serie di
altre immagini, che costituiscono l’antidoto al dolore: la statua, a tutto
refrattaria nel sonnolento letargo pomeridiano, la nuvola e il falco, presenze
lontane ed al tempo stesso distaccate e quasi serene.
Anche la visione del mondo montaliana ha in sé qualcosa
di intimamente, seppur laicamente religioso[6],
come dimostrano alcuni motivi fondamentali della sua poesia: il sentimento del
mistero e del rischio dell’esistenza, il culto della memoria, la dolente ed affettuosa sollecitudine verso
gli altri, «i raminghi che il male del mondo estenua e che recano il loro
soffrire con sé come un talismano» (Ripenso il tuo sorriso), la comunanza essenziale con il mondo della
natura, specchio tenace e fedele dei sentimenti, ancora il senso profondo della
dignità dell’esistenza, di ogni esistenza.
V’è una delle più belle fra le poesie di Montale, Incontro, che inizia con una struggente invocazione
alla tristezza, perché non l’abbandoni (altrimenti si sentirebbe abbandonato
dalla vita stessa), e si chiude con un insolito dialogo del poeta (di tono
vagamente crepuscolare) con una povera pianta che «in un vaso s’alleva s’una
porta d’osteria». Nell’invocazione
alla tristezza brucia ancora il desiderio della vita, e la tristezza è la
materna custode dei ricordi, della memoria, del sentimento stesso di sé. V’è anche
in questa composizione qualcosa di rarefatto, l’intrecciarsi fitto e contorto
di una serie di sentimenti, immagini, impressioni, presenze, l’incombere di
un’angoscia che non riesce ad esprimersi ma pare pervadere di sé le cose ed al
tempo stesso il faticoso baluginare di una speranza:
Tu non
m’abbandonare mia tristezza
sulla
strada
che urta il vento forano
co’suoi
vortici caldi, e spare; cara
tristezza
al soffio che si estenua...
Se mi
lasci anche tu tristezza, solo
presagio
vivo in questo nembo, sembra
che
attorno mi si effonda
un
ronzio qual di sfere quando un’ora
sta
per scoccare...
Forse
riavrò un aspetto: nella luce
radente
un moto mi conduce accanto
a una
misera fronda che in un vaso
s’alleva
s’una porta di osteria.
A lei
tendo la mano, e farsi mia
un’altra
vita sento, ingombro d’una
forma che mi fu tolta...
La tua
vita è ancor tua: tra i guizzi rari
del
giorno sparsa già. Prega per me
allora
ch’io discenda altro cammino
che
una via di città,
nell’aria
persa, innanzi al brulichio
dei
vivi; ch’io ti senta accanto; ch’io
scenda
senza viltà.
L’imperativo che sembra ispirare la vita del poeta è
proprio quello di scendere «senza viltà», protetto solo dalla presenza della
«cara tristezza», di evitare la dissipazione della propria vita. Il tendere la
mano alla «misera fronda» è anch’esso un evento tipicamente montaliano,
commovente appunto perché non si tratta di un espediente letterario, ma di un
gesto profondamente sentito.
Il mondo montaliano del resto è
ricco di incontri minimi, di presenze, di «occasioni», per parafrasare il
titolo della sua seconda raccolta (Le occasioni). Personaggi come Dora Markus, su cui pare incombere un
destino d’esilio ed il peso di quell’oscura tragedia che di lì a poco si
sarebbe abbattuta sull’Europa con lo scoppio della seconda guerra mondiale,
sono indimenticabili:
La tua
irrequietudine mi fa pensare
agli
uccelli di passo che urtano ai fari
nelle
sere tempestose:
è una
tempesta anche la tua dolcezza,
turbina
e non appare...
Non so
come stremata tu resisti
in
questo lago
d’indifferenza
ch’è il tuo cuore ...
La tua
leggenda, Dora!
Ma è
scritta già in quegli sguardi
di
uomini che hanno fedine
altere
e deboli in grandi
ritratti
d’oro e ritorna
ad
ogni accordo che esprime
l’armonica
guasta nell’ora
che
abbuia, sempre più tardi
È
scritta là. Il sempreverde
alloro
per la cucina
resiste,
la voce non muta.
Ravenna
è lontana, distilla
veleno
una fede feroce
Che
vuole da te? Non si cede
voce,
leggenda o destino...
Ma è
tardi, sempre più tardi.
Il destino di Dora, su cui pare incombere la minaccia
adombrata negli ultimi versi, è al tempo stesso un destino d’esilio e di
tenace, ostinata, quasi tempestosa fedeltà esistenziale («non si cede voce,
leggenda, o destino»); in esso si riflette anche una profonda angoscia («Ma è
tardi, sempre più tardi»), che inerisce a particolari circostanze storiche ed
alla stessa condizione dell’uomo. In questo tenace attaccamento ad una vita di
cui non si conosce bene né la meta, né la misteriosa legge che la regola, ma
che pare acquistare un senso proprio per la sua stessa necessità, e di cui
limite e misura rimane il mondo della natura, sembra del resto consistere uno dei messaggi più profondi della
poesia montaliana.
*Questo
lavoro si può leggere anche sul sito La terra del mare(www.laterradelmare.it)
[1] S.
Corazzini, Desolazione del
povero poeta sentimentale, cit. Da Poeti italiani del
Novecento, a cura di Pier Vincenzo Mengaldo, Milano, Mondadori, 1981, p.
36.
[2] Nel
primo dei suoi saggi leopardiani, quello dedicato a Il Sabato,
che si può leggere in G. PASCOLI, Prose,
vol. I, Pensieri
di varia umanità, Milano, Mondadori, 1956, pp. 57-85.
[3] E. Montale,
Tutte le poesie, a cura di Giorgio Zampa, Milano,
Mondadori, 1984, p. 31. Per tutte
le altre citazioni da Montale cfr. questa stessa edizione.
[4]
«Totò ha venticinque anni, tempra sdegnosa, / molta cultura e gusto in opere
d’inchiostro, scarso cervello, scarsa morale, spaventosa chiaroveggenza: è il
vero figlio del tempo nostro...Gelido, consapevole di sé e dei suoi torti, non
è cattivo...La Vita si ritolse tutte le sue promesse./Egli sognò per anni
l’Amore che non venne, sognò pel suo martirio attrici e principesse/ ed oggi ha
per amante la cuoca diciottenne...» (cfr. G. Gozzano, Poesie. «La
via del rifugio», «I colloqui», «Le
farfalle» e le «Poesie sparse».
Revisione testuale, introduzione e commento di Edoardo Sanguineti,
Torino, Einaudi, 1973, pp. 174-76). Dall’ottima edizione appena citata sono
state tratte anche le altre citazioni da Gozzano.
[5]
G. UNGARETTI, Vita di un uomo. Tutte le poesie, a cura
di Leone Piccioni, Milano, Mondadori, 1970, p. 51. Da quest’edizione sono state
tratte anche le altre citazioni relative ad Ungaretti.
[6]
Il padre cui si rivolge il poeta in una sua composizione non è certamente il
Padre, così come è concepito da
alcuna confessione religiosa, piuttosto è una presenza positiva ed ancestrale,
viva nel profondo di ogni uomo: «Pur di una cosa ci affidi/padre, e questa è:
che un poco del tuo dono/ sia passato per sempre nelle sillabe/ che rechiamo
con noi, api ronzanti» (Noi non sappiamo quale sortiremo,
da Ossi di seppia).