Il comunista - Contro-passato prossimo - Divertimento 1889 - Roma senza papa - Un dramma borghese - Dissipatio H.G. - Diario - La felicità non è un lusso

 

 

GUIDO MORSELLI

 

Premessa.

Guido Morselli non viene ricordato qui solo per le vicende tragiche e commoventi della sua vita, che poi hanno fatto di lui una «proiezione esemplare dello scrittore postumo», come ha scritto Giuseppe Pontiggia, ma soprattutto perché è uno degli interpreti più profondi del nostro tempo. Ad uno sguardo attento le sue storie, le costruzioni della sua vivacissima fantasia di scrittore, che in un primo momento possono sembrare soprattutto espressione di una particolare sensibilità, si rivelano essenziali per la comprensione del mondo in cui viviamo e dei suoi problemi. Vengono riproposte in questa sede, per gentile concessione dell’editore Liguori, alcune pagine tratte dalla monografia di Marina Lessona Fasano (Guido Morselli. Un inspiegabile caso letterario), che costituisce sicuramente una delle migliori guide per chi voglia addentrarsi nell’opera del grande scrittore scomparso. Esse sono precedute da un breve e sintetico profilo di Morselli a cura di Fulvio Tuccillo.

 

 

 

 

UN BREVE PROFILO DI GUIDO MORSELLI.

 

La prima immagine di Guido Morselli che prende forma ed evidenza, ogni volta che penso al grande scrittore scomparso, è quella di un uomo profondamente intelligente, sensibile, ironico, dotato di una naturale signorilità che si traduceva in una capacità di ascolto dell’altro di cui è testimonianza prima di tutto la sua opera; anche un uomo che era in perenne movimento verso il mondo esterno, ma in modo tanto discreto e silenzioso che era ben difficile rendersene conto. Come tutti coloro ai quali vengono dispensati questi doni, Morselli era particolarmente esposto,  era – per così dire - un soggetto a rischio.

Tanti anni ormai sono passati dal momento nel quale egli decise di chiedere aiuto alla «ragazza dall’occhio nero», decise di lasciarci. O forse di parlarci in altro modo. Altra sorpresa: che un uomo come Morselli disponesse di un revolver. Di ciò si possono pensare tante cose, anche che all’inizio si trattasse di un oggetto che egli custodiva  proprio per esorcizzare la possibilità di un atto come quello che poi ha compiuto: fin quando era lì, segnava una linea di confine, sembrava costituire un mezzo di virile dominio della violenza. Non è stato così. Un bel giorno i muri di contenimento dell’angoscia sono crollati ed un’onda anomala che aveva accumulato la sua energia per anni,  decenni,  per tutta una vita si è abbattuta su di lui.

Forse è inutile, è vano cercare di comprendere fino in fondo le ragioni di un gesto così tragico: il male, quello vero, ci aggredisce quasi sempre di sorpresa e – quando ce ne rendiamo conto – non possiamo fare quasi nulla per impedirlo (ce lo insegnava Francesco Jovine in quel bellissimo romanzo che è Signora Ava). Ma se da una parte il suicidio resta un gesto imperscrutabile,  irriducibile a quelle stesse motivazioni che talvolta sembrerebbero giustificarlo, tuttavia  non possiamo nemmeno evitare di interrogarci sulle sue ragioni, non possiamo fare a meno di scrutare lo scenario in cui esso è maturato.

Di fatto, fino a quando Morselli non decise di uccidersi, i suoi romanzi erano stati sistematicamente ignorati ed accantonati dagli addetti ai lavori,  avevano subìto il destino di tante altre opere,  sottoposte con fiducia e speranza all’esame ed al giudizio di chi si ritiene dotato delle capacità per interpretarle e che talvolta invece non riserva nemmeno un cenno di attenzione all’interlocutore.  Certo non ci si uccide solo per i dinieghi e l’indifferenza dell’establishment culturale (altrimenti il tasso dei suicidi subirebbe un rialzo veramente considerevole) e tuttavia v’è un punto sul quale non possiamo fare a meno di soffermarci: Morselli era profondamente felice quando scriveva,  forse la scrittura era l’unica autentica felicità della sua vita. Ce lo rivelano  tante sue pagine ironiche, allegre, illuminate dalla gioia dell’intelligenza e del paradosso (si veda ad esempio quel frizzante libricino che è Divertimento 1889). Non sono da sottovalutare  le conseguenze che possono scaturire quando si priva un uomo della possibilità di essere felice. Insomma «la felicità non è un lusso», tanto per parafrasare il significativo titolo del volumetto che raccoglie saggi ed articoli scritti da Guido Morselli negli anni che vanno dal 1937 al 1971, tutti lavori inediti oppure pubblicati su riviste di non grande risonanza. Eppure tutti lavori notevoli e talvolta notevolissimi, che rivelano la finezza e l’originalità della cultura di Morselli, l’acutezza del suo sguardo indagatore, la sua lucida capacità di scorgere certe radici profonde dei mali della nostra civiltà e della nostra società e che attestano anche – come i suoi romanzi – il suo destino di emarginazione e di autoemarginazione. Ciò che era incompatibile con il temperamento dell’uomo Morselli era soprattutto la banalità e l’ottusa freddezza di una cultura che sembra avere le idee chiare solo perché le sa manipolare con sapienza, con indifferenza. Morselli aveva un senso profondissimo della dignità e della serietà del lavoro di scrittore, tanto profondo ed assoluto da non consentirgli di vedere con chiarezza ciò che era quasi impossibile non vedere: le compromissioni, l’opportunismo, la vischiosa onnipotenza delle consorterie e dei gruppi di potere. O forse da convincerlo ad una sfida impossibile (ipotesi quest’ultima molto più probabile).  

Insomma non bisogna perdere di vista il fatto che Morselli fu un uomo non facilmente «omologabile», capace di guardare sempre oltre la superficie delle cose, in certo senso un «uomo contro». E questo lo dimostra un po’ tutta la sua opera, così centrale rispetto ai maggiori problemi del nostro tempo ma sempre così sfasata rispetto all’immediata contemporaneità. Si pensi solo ad un romanzo affascinante e geniale come Il comunista, che è scritto negli anni fra il ’63 ed il ’65 ed appare postumo nel 1975. È un romanzo che negli anni ’70 sarebbe stato facilmente considerato reazionario, piccolo-borghese, etc. ma che oggi deve essere considerato molto diversamente: Ferranini (il deputato emiliano che ne è protagonista) è in realtà quasi una controfigura dell’autore, un uomo in bilico tra due mondi e che in fondo non appartiene a nessuno di essi, ma che comunque è portatore di un’istanza di solidarietà umana viva, sofferta,  non convenzionale,  eppure proprio per questo destinata a non trovare riscontro. Il comunista è romanzo che non finisce di colpirci per la sua intelligenza,   per certi geniali guizzi della fantasia dell’autore,  per le sue capacità  di ritrarre personaggi ed ambienti. Come tutti i grandi scrittori, Morselli ha una stupefacente capacità di «viaggiare» con la fantasia, di vedere ciò che non ha davanti agli occhi,  che non conosce affatto o che conosce poco,  ad esempio l’America,  oppure il mondo del vecchio PCI, con i suoi rituali,  le sue ossessioni ideologiche e/o fideistiche, ma anche il suo tono sostanzialmente borghese.

Morselli aveva  affrontato il tema in uno dei primi romanzi da lui scritti, Incontro col comunista, che era una storia di amore, di passione, ma soprattutto di solitudine e di incomunicabilità, una storia nella quale «il comunista» non era certo un personaggio positivo,  ma ora con Ferranini (che invece lo è) per così dire passa il confine, entra in quel mondo e ne ritrae con lucidità, insieme alle tensioni positive e costruttive, anche i dilemmi, le forti contraddizioni. Ferranini non è un allineato, è un personaggio profondamente inquieto, che non si sa adattare al burocratismo, che non sopporta l’ambiente parlamentare ed il lavoro in parlamento,  anzi da certi punti di vista lo aborrisce perché gli impedisce di operare concretamente per i lavoratori, per la gente che soffre, come aveva fatto fino ad allora; né gli sfugge l’imborghesimento del partito, il carrierismo strisciante di molti suoi esponenti.

Per di più egli intuisce quanto sia angusta e contradditoria una cultura che vorrebbe cambiare tutto ma che si sviluppa sostanzialmente  da quello stesso tronco che vorrebbe abbattere,  una cultura che nel suo fondo resta profondamente idealistica e proprio per questo propone soluzioni troppo facilmente ottimistiche. Quando poi espone il suo pensiero di marxista in crisi in un articolo per una rivista culturale, Ferranini entra in tensione perché si aspetta una dura reprimenda da parte della direzione, che invece si limita ad una generica deplorazione, specie dopo aver appreso che l’articolo era stato lasciato all’Ufficio Stampa per un esame. I contenuti e le posizioni non interessano più a nessuno in un partito perfettamente burocratizzato; conta invece l’ossequio formale delle regole.

 Sarà proprio l’intima inquietudine, che ha radici esistenziali prima ancora che ideologiche, a indurre Ferranini – quando riceve un telegramma dell’ex moglie Nancy che desidera rivederlo – ad un improvviso ritorno negli Stati Uniti, dove era riparato negli anni del fascismo. Ma lì non ritrova più quel mondo che gli era familiare; la Filadelfia che Ferranini ricordava con rimpianto gli si presenta ora come una città freddissima, inospitale, quasi spettrale, ove egli rischia di soccombere ad un malore ricorrente. È un portorichegno (forse un dropout che vive ai margini dell’opulenta società americana) ad offrirgli il primo soccorso, maledicendo l’indifferenza di quel mondo, ove gli uomini non si occupano mai della vita del prossimo. Il successivo ricovero in ospedale e l’assistenza intelligente e benevola del dottor Newcomer (un personaggio che sembra anticipare il Karpinsky di Dissipatio H.G.), valgono a salvargli la vita, ma non possono colmare l’enorme senso di solitudine, il sentimento di irrimediabile dissipazione della propria esistenza, che ora afferra Ferranini.

 Non v’è un vero e proprio messaggio «politico» in quest’opera (non era nelle intenzioni e tanto meno nello stile di Morselli) ma è significativo che Morselli abbia sentito il bisogno di misurarsi a più riprese con quest’altra dimensione, con la maggiore utopia (o speranza) politica del secolo scorso, con quel mondo che allora sembrava poter sconvolgere o rifondare su basi diverse la nostra civiltà. Del resto proprio in uno dei saggi pubblicati ne La felicità non è un lusso, vale a dire Appunti sul marxismo, del 1949,  egli lamentava la sostanziale ignoranza del problema e lo affrontava, in tempo di guerra fredda, con grande acume ed originalità, ricordando che Marx era «uno studioso del Vico» (proprio per sottolineare l’ampiezza dei suoi orizzonti) e che la lettura di alcune sue pagine può facilmente smentire l'idea dell'assoluto e meccanico economicismo delle sue teorie, mentre invece lascia intravedere tutta la sua vivacità culturale ed umana; contemporaneamente Morselli individuava nel «radicale antropocentrismo», nel «soggettivismo tipico del pensiero ottocentesco e romantico» la lontana origine di certo dogmatismo marxista. Ne Il comunista forse si spinge oltre, verso l’orizzonte politico di un socialismo democratico, «critico» ed «autocritico», ma lo fa in modo molto morselliano: le vittorie dell’intelligenza, dell’umanità in Morselli corrispondono anche alle sconfitte nella vita. I personaggi di Morselli, quanto più giungono al fondo delle cose, tanto più sono destinati alla sconfitta esistenziale, all’indifferenza da parte dei loro simili.

Ma se Morselli proiettava il suo disagio esistenziale, il suo male oscuro sui suoi personaggi e per questo inconsapevolmente li destinava alla sconfitta, tuttavia non per questo era un «distruttore». E se in parte lo fu, lo fu per così dire in senso nicciano, in nome di una comprensione più piena, più profonda, più viva delle cose e degli altri. I più vivi lampi dell’intelligenza lucida ed acuta di Guido Morselli sono anche lampi d’amore ed è proprio l’intelligenza che accende la fiamma della benevolenza, della comprensione del prossimo. Basti leggere in questo senso la bellissima Conclusione del Guido Morselli di Marina Lessona Fasano per avere una misura di tutto ciò: i migliori personaggi creati da Guido Morselli – osserva la Fasano – sono caratterizzati da un «modo di amare fatto di comprensione, simpatia, benevolenza» è questo è un sentimento che nasce non «da volontà morale, non da senso del dovere, non da filantropia, né da carità nel senso cristiano» ma «è sentimento veramente universale esteso in potenza a tutto quanto esiste», secondo le parole di Morselli stesso (M. LESSONA FASANO, Guido Morselli, Napoli, Liguori, 2003, p. 147). Questo il senso più vero e struggente della sua missione di scrittore, questa l’autentica luce che rischiara un percorso esistenziale pur così travagliato e drammatico.

Ma torniamo per un attimo al Morselli «uomo contro», che è anche il Morselli di Contropassato prossimo, una straordinaria invenzione dello scrittore che immagina una diversa conclusione della prima guerra mondiale: questa volta sono gli imperi centrali a vincere, e vincono non tanto con le armi e la tattica militare quanto piuttosto con una geniale iniziativa, dovuta al maggiore austriaco Von Allmen, pittore ed appassionato d’arte. Von Allmen scopre una vecchia miniera di quarzo in territorio austriaco che originariamente era un tentativo di traforo destinato a sbucare in Valtellina. Con pazienza, meticolosità ed una buona dose di fortuna si riprende il progetto e le truppe austriache attraverso il traforo penetrano in Valtellina, aggirando lo schieramento italiano. Ad una pesante e sanguinosa guerra di posizione subentra quindi una veloce guerra di movimento: ben presto Italia ed Austria giungono ad un armistizio, con larghe concessioni del governo austriaco all’Italia. Rapida e relativamente indolore è anche l’invasione della Francia. Non mancano in tutto ciò i colpi di scena come il rapimento del Kaiser Guglielmo II, operato da uno squadrone dell’Air Force. Dopo la conferenza diplomatica, dominata da un politico tecnocrate e lungimirante come Rathenau (un riformatore che andava ben oltre l’angustia mentale di quello stesso mondo industriale e finanziario di cui era espressione), si verifica poi il tentativo di putsch  militare di Hindenburg, che accusa Rathenau di aver cospirato con i capi della sovversione socialcomunista. Ma è un tentativo reazionario destinato ad esaurirsi di fronte ad una compatta reazione delle forze di sinistra, anche perché ora non sono più i nazionalismi e gli odî a dominare la storia europea, bensì lo spirito di pacificazione. Così, nella fantastica costruzione di Morselli, la tragica storia europea della prima guerra mondiale, quella storia che produsse milioni di morti e fu all’origine della nascita dei totalitarismi, vede alla fine prevalere il buon senso, l’intelligenza, la volontà di pace. Pertanto riprende corpo il progetto di una federazione europea di nazioni, caratterizzata da un orientamento politico sostanzialmente socialdemocratico ed il criterio fondamentale che ispira la pace è quello del «né annessioni, né riparazioni» caro ai socialisti. Ma d’altronde, sull’altro versante, occorre battere anche l’ostinazione dei teorici del Socialismo Rivelato, di coloro che pensano che debba esistere un solo modello di socialismo, e non si rendono conto che «in politica come in natura, non c’è concorrenza possibile senza differenza»; questo è quanto sostiene Rathenau, sostenitore di un socialismo «dell’evoluzione» contro gli orientamenti leninisti e rivoluzionari. Ed è questa l’ultima uscita politica di Rathenau, che dopo un po’ preferisce ritirarsi a vita privata e dedicarsi allo studio ed alla meditazione,  pur se la sua azione ha comunque svolto una funzione positiva, temperando i conflitti. Il mondo che esce dalla I guerra mondiale – nella geniale costruzione di Morselli – non è un mondo perfetto, non è il regno del bene, è un mondo che conosce ancora conflitti ma sicuramente è molto migliore rispetto a quello reale che poi vide nascere i grandi totalitarismi ed attecchire i semi di un altro, terribile conflitto. L’utopismo politico di Morselli è tutt’altro che banale e sprovveduto e non è inopportuno sottolineare forse come Contropassato prossimo evochi inintenzionalmente il clima dei romanzi di un altro grande scrittore europeo,  Joseph Roth, socialista e nostalgico dell’impero asburgico, che nella finis Austriae vede anche la crisi terribile della civiltà europea. Però occorre anche percepirne il fondo amaro, doloroso: è come se Morselli ogni volta rammentasse al genere umano le occasioni che vengono perse e più ancora il suo tragico asservimento ai demoni dell’intolleranza, della presunzione, di una violenza ideologica ed intellettuale che produce danni non minori di quella materiale. Ed è anche come se Morselli rimproverasse all’umanità di non voler ascoltare la voce dei suoi figli migliori e più amorevoli. Un dramma al quale lo scrittore stesso si sentiva forse predestinato, e che rappresentava nelle sue opere con una consapevolezza sempre crescente: significativa in questo senso è proprio la « sfasatura» rispetto alle coordinate più accreditate della cultura contemporanea.

Non può sfuggire ad esempio come in Un dramma borghese sia implicita – per così dire – l’evasione dall’ottica psicoanalitica: niente più di questo amore totale, possessivo, infantile e primitivo, ed al tempo stesso innocente,  di una figlia per il padre si presterebbe ad una lettura oppure ad uno sviluppo di tipo psicoanalitico. Il problema è che il dramma rappresentato da Morselli non è tanto quello edipico dell’amore della figlia per il padre, o viceversa, ma quello dell’indifferenza, e si tratta di un dramma borghese perché le algide ed impenetrabili fortezze dentro le quali si arrocca l’Indifferenza sono proprio quelle della morale borghese, di uno stile di vita borghese. Nel romanzo egli descrive l’amore straripante, invasivo, assolutamente ingenuo di una figlia rimasta presto orfana di madre e poi cresciuta in collegio per un padre ritrovato quasi per caso ed all’improvviso. Contro quest’amore che invade la sua vita, che minaccia le sue abitudini, il padre, un uomo stanco che svolge un’attività poco soddisfacente di giornalista ed è  rassegnato ad un’esistenza grigia,  e che quella figlia l’aveva quasi dimenticata, cerca protezione proprio in soluzioni e giustificazioni di tipo borghese: la possibilità di mandare la figlia Mimmina a risiedere lontano da lui presso un parente, l’autoappello convenzionale alla necessità per un intellettuale - quale egli è - di non rinunciare alle sue abitudini di vita riservate e tranquille, alle buone letture, al raccoglimento necessario per lo studio e la meditazione. Ma nulla può mettere al riparo dall’amore e dai drammi che esso provoca. E Mimmina, esposta a questi stessi rischi molto più del padre, alla fine sceglie quella stessa soluzione che anni dopo avrebbe scelto Morselli stesso.

Se da una parte si dovrebbe parlare del leopardismo di Morselli, dall’altra non ci può sfuggire nemmeno il sostanziale ed involontario «pirandellismo» dello scrittore bolognese, che tuttavia non si giova dei paradossi della filosofia pirandelliana, che conosce bene il sorriso del buon umore e dell’ironia ma la pratica solo fino ad un certo punto: eppure Morselli, come Pirandello, si cala fino in fondo in una realtà contradditoria,  dolorosa, paradossale, talvolta incomprensibile e – come affermava Salinari parlando di Pirandello – finisce per gettare un fascio di luce su quella che è la vera essenza della nostra vita, sul suo carattere drammatico e vorticoso. E, come Pirandello, egli lo fa con la forza potente della sua fantasia, sottraendosi proprio a quegli schemi in cui la vita è imprigionata.

 Quello che andava conducendo l’uomo Morselli era anche un  tragico gioco: egli riversava la sua vitalità e la sua capacità d’amore, tutta l’intelligenza e la cultura di cui era dotato nelle sue storie, nei suoi romanzi, nei dattiloscritti che inviava agli editori. Probabilmente nei  confronti della realtà e del mondo della cultura egli aveva finito per assumere un atteggiamento inconsapevolmente provocatorio, evitando ogni compromesso, rinnovando in ogni momento la sfida dell’umanità e dell’intelligenza al conformismo intellettuale, a certe sorde ottusità, dislocandosi quindi in una nowhere land ed anticipando la condanna al silenzio. Morselli ha resistito a lungo in questa posizione, ma con sempre maggiore amarezza, e sviluppando una consapevolezza sempre più acuta e dolente delle cose. La testimonianza di questo stato d’animo è proprio Dissipatio H.G., un romanzo nel quale immagina un mondo da cui l’umanità è sparita completamente, un mondo vuoto, in cui il protagonista disperatamente ricerca il dottor Karpinsky, il medico buono ed intelligente, premuroso e disponibile, che l’ha curato sottraendolo ai suoi mali ed anche alle molteplici violenze del sistema medico; pare che ora Karpinsky sia morto, buscandosi una coltellata nel tentativo di sedare una lite tra due infermieri, ma la ricerca che il protagonista ne fa è quasi disperata. Documento drammatico della solitudine di Morselli e della sua stremante ricerca di umanità, Dissipatio H.G. è anche molto di più, è romanzo dalle valenze surreali e mitografiche. Anche il protagonista di Dissipatio, come quello di 1984, è l’ultimo uomo rimasto in un mondo in cui non può più riconoscersi (il primo titolo del romanzo di Orwell è appunto The last man in Europe), il tipo dell’uomo che non si arrende alla disumanizzazione della modernità. Dissipatio è al tempo stesso la ricerca dell’altro, una dichiarazione di doloroso amore per l’umanità ed uno sguardo lanciato sul deserto cui si sta riducendo la vita. Un’opera forse non pienamente riuscita, ma significativa proprio per certe discrasie e per il significato simbolico che essa assume: la dissipazione d’umanità, la dispersione del genere umano e la vanificazione del suo stesso esistere non è cosa che riguardi il singolo, l’individuo, è qualcosa che ci tocca tutti. Il senso più alto del lavoro di Morselli risiede proprio in questo, nella straordinaria capacità che egli ha di rappresentare il nostro mondo, i suoi grandi problemi con le sue storie che sembrano scritte quasi in punta di penna e che egli ci propone con discrezione, quasi temesse di dire troppo.

                                                                  (Fulvio Tuccillo)

 

 

 

 

 

 

L’OPERA DI MARINA LESSONA FASANO.

La monografia di Marina Lessona Fasano dedicata allo scrittore bolognese, pubblicata dall’editore Liguori e giunta ormai alla seconda edizione (M. LESSONA FASANO, Guido Morselli. Un inspiegabile caso letterario, 2° ed., Napoli, Liguori Editore, 2003), si legge tutta d’un fiato e sicuramente costituisce una delle migliori introduzioni all’opera di Morselli. La Fasano, autrice di opere di buona risonanza, come Le ragioni della letteratura, Scrittori allo specchio, Convergenze, che sono espressione di una cultura letteraria vastissima ed originale, è soprattutto un’acuta interprete  di testi moderni ed antichi, capace ­ come pochi ­ di «ascoltare» un autore,  di rappresentare il suo mondo senza sovrapporsi ad esso, di restituircene la complessa ricchezza, anche attraverso una serie di citazioni ampie ed attente. Di quest’opera, che è anche testimonianza significativa dell’amore che un critico può nutrire per gli autori prediletti e che andrebbe letta integralmente,  si riportano – per gentile concessione dell’editore Liguori – alcuni brani particolarmente  significativi; la titolazione dei singoli brani in corsivo è stata apposta solo a scopi di maggiore chiarezza. Una certa frammentarietà è dovuta alle inevitabili necessità di «taglio» del testo ed anche al fatto che l’autrice cita spessissimo Morselli. Ma proprio questo tipo di costruzione della trama testuale accresce l’interesse ed il fascino dell’opera.

 

 

 

IL COMUNISTA: RITRATTO DI WALTER FERRANINI.

[…] Del comunismo e delle teorie ottimistiche sul destino dell'uomo, Morselli parte alla critica, minando alla base il presupposto del raggiungimento della felicità, una volta verificatesi determinate situazioni politiche e sociali. Come nell’esistenza umana, così nella parabola delle idee, Morselli coglie i limiti dell’ottimismo nella contraddizione fra le aspirazioni e la realtà. Leopardianamente afferma che l'uomo non raggiungerà mai la felicità; la sua esistenza sarà sempre difficile e precaria, perché in competizione con i pericoli naturali e i tormenti della psiche.

Ma Il comunista non è soltanto un libro in cui si anticipano delle tesi che trionferanno di lì a pochi anni, è un romanzo profondo e dolente, con i tipici personaggi e temi morselliani. Di essi Walter Ferranini, il protagonista, ha la scontrosa malinconia, il tragico slittamento affettivo, che lo porta a trascurare chi lo ama e a consumarsi di nostalgia per un amore deludente e infelice. Figura morale e sdegnosa, solitaria e brusca, Walter Ferranini ha “fama di carattere difficile (onestissimo, d'un pezzo solo, ma non si sa come prenderlo; e così tanti gli stavano alla larga)”. In realtà Ferranini obbedisce a una sua interiore, costante convinzione di dover essere utile alla società, di “dare una mano a della povera gente che soffre”, proteggendo e tutelando chi lavora, e sente estraneo e negativo tutto ciò che allontana il partito da questa linea. Convinto com'è che “c'è una sola cosa importante: fare in modo che i lavoratori soffrano un poco meno di quanto hanno sempre sofferto, da quando esiste la collettività umana”, solo nel fare o proporre qualcosa di concreto si sente utile. La sua attività più importante e vera l'aveva svolta nella sede di Reggio Emilia, stando in mezzo alla sua gente, lottando per essa. Il rapporto si era interrotto quando lo avevano messo in lista per la Camera dei Deputati, “mandato in pensione”, come diceva  lui.

Da quando, eletto deputato, vive a Roma,  qualcosa è cambiato nell’animo di Ferranini. La base e il centro sono due mondi diversi, “come dire l'acqua e l'aria, e uno che vive nell’uno non è fatto per vivere nell'altro, gli mancano gli organi [...] Genuino elemento della base, abituato al contatto politico vivo e immediato, umano, della base” si sente ora lontano dalle sue radici. “Non privo di ambizioni personali, le aveva sempre ristrette al suo ambiente, soddisfatte lì”. A Roma viene a contatto con le alte sfere e con la ragion di stato del partito, “con la sua struttura enorme, complessa” […]. Schivo e modesto si sente un po' a disagio nella tribù dei notabili, non gli va di far parte del coro a bocca chiusa […]

Per sentirsi utile, si dedica all'elaborazione di un progetto sulla riforma della legislazione infortunistica, senza riuscire, però, a far convergere l’attenzione dei colleghi di partito su di esso. Le giustificazioni addotte […] non lo convincono. A lui sembra che gli infortuni siano “uno degli indici parlanti della condizione in cui seguita ad essere tenuto il mondo del lavoro”. Il rifiuto di alcuni parlamentari e lo scarso appoggio del partito su questo argomento sono per Ferranini “grandine secca”, un'amara delusione […]

Discreto e concreto, tuttavia, cerca di adattarsi alla nuova vita. Alle critiche non è mai stato incline. “Un buon comunista è anzitutto uno che si sottomette alla disciplina”. Un assioma di cui è stato sempre facile persuaderlo. “Su certi argomenti non voleva che si scherzasse; del resto lui non scherzava mai, su nessun argomento” […](da M. LESSONA FASANO, Guido Morselli. Un inspiegabile caso letterario, seconda edizione, Napoli, ©Liguori Editore S.r.l., 2003, ISBN 88-207-2821-4, pp. 70-71)

 

 

L’ANOMALIA ESISTENZIALE ED IDEOLOGICA DI WALTER FERRANINI.

Isolato nella vita e nel partito, roso da accidia e malinconia, scontento e spaesato, Ferranini si sente invadere da una “debilità profonda, rassegnata”, da un desiderio di solitudine intenso e progressivo. Anche quando si trova tra la gente, prova un bisogno “di distrarsi e riposare, una cosa di cui gli pareva sempre di essere in credito. E sempre era grato alla gente che non si occupava di lui, che gli permetteva di tacere. Se non lo disturbavano, gli riusciva meglio di stare chiuso così in se stesso, alla presenza di qualcuno, che non da solo. Uno starsene ad occhi aperti senza pensare, né sentire. Più che un appartarsi era veramente un ripiegarsi organico. Un’intermittenza. Strano in un individuo attento poi, e reattivo, qualche volta più del necessario” […]

Non solo quella vita non fa per lui, ma lo induce a meditare, a studiare con accanimento e pignoleria tutti i testi del socialismo, ora che ha più tempo di riflettere sull'ideologia e di aprire gli occhi sulla prassi. Ci sono cose che non lo convincono; ad esempio, l’ “ottimismo messianico che ispira la dottrina marxiana e comunistica”. Il suo atteggiamento nei confronti della vita e del lavoro era diverso: “la fatica lo aveva segnato in maniera definitiva, investendogli di una luce senza chiaroscuri certi aspetti e certi problemi del lavoro, che nessuno studio teorico ha mai insegnato”. Per lui il problema vero era questo: l’onerosità del lavoro, il suo  carattere di pena, per cui esso è sentito come una condanna, quando avrà fine? Si troverà la quadratura dei cerchio, un genere di lavoro che non costi pelle […] I classici prevedono una riduzione al minimo del lavoro dopo attuato il comunismo, [ma, secondo lui] il lavoro non potrà essere ridotto e tanto meno abolito. Lo impedisce una legge che non è economica, è biologica, o è semplicemente fisica , per cui la vita non può sorgere e non può mantenersi senza lottare e penare. Il lavoro è un aspetto di questa necessità […]

Marx definisce l'uomo 'sovrano' della natura e ipotizza una società senza classi in cui il lavoro può essere reso meno pesante. Il fatto è che Marx non si è sottratto neanche lui alle seduzioni “del pensiero speculativo d'Occidente: pensiero antropocentrico per vocazione, portato a compendiare ogni valore, ogni energia, ogni vera vita, nell'uomo considerato fine, se non anche principio dell’universo [...] Ora, questa visione suscita qualche riserva, perché l'esperienza quotidiana ci insegna che il mondo, esterno e fisico, non dipende da noi, ma proprio al contrario:  noi dipendiamo da esso, in ogni istante e atto del nostro esistere. Ci insegna inoltre che questo nostro dipendere non è ristretto all’occasione del lavoro, o di un certo regime di produzione. Se per un momento ci illudiamo di essere indipendenti, subito la realtà, prima di tutto ciò che chiamamo natura fìsica, ci fa sentire che siamo inclusi in lei, semplici elementi del suo sistema, ce lo fa sentire in noi stessi col freddo, la fame, la malattia, con la nostra debolezza e la nostra paura”.

La sua meditazione dal ristretto campo del marxismo si allarga alla storia dell’uomo e della terra. “La storia degli uomini non è la storia della natura, e volere spiegare la natura con i criteri nostri è antropomorfismo. Noi uomini siamo nati ieri, la nostra ‘Storia’ è cominciata ieri, mentre questa stessa piccola Terra che ci ospita esiste da miliardi di anni, e la vita evoluta vi è comparsa centinaia di milioni di anni prima di noi” (ivi, pp. 74-75)

 

LA CRISI DI FERRANINI ED IL RITORNO IN AMERICA.

La sua vocazione  all’autocritica era scomparsa. In lui scattano la delusione e la ribellione; credeva di “essere un gregario tranquillo. Docile. Si è ingannato [...] E venuto il momento della chiarezza”. Al posto del “Ferranini timido, rassegnato («che non chiedeva di meglio che farsi mostrare il suo torto») [..] un altro individuo monta a galla. O un altro istinto” [...]

In questo momento di crisi e di incertezza arriva come un fulmine, come un evento che squilibra, ma offre anche uno spunto nuovo, un telegramma da New York: l'ex moglie Nancy, gravemente ammalata, desiderava rivederlo. Nancy, la donna che lo aveva fatto tanto soffrire, ma aveva rappresentato la sua giovinezza in quell'America, dove lui aveva trascorso lunghi anni, vissuto quell'amore appassionato e travolgente, patito un disinganno profondo; dove si era imborghesito, e dove sarebbe rimasto se Nancy non avesse chiesto il divorzio. L'America dei grandi spazi verdi, delle enormi fattorie, esercita il suo richiamo: “là c'è più spazio. Là le campagne sono immense. Sembrano parchi. È un altro mondo. E lui era stanco, voleva cambiare, vivere liberamente”. Un'esistenza migliore.

L'anelito verso una società diversa, il rimpianto della moglie, l’esigenza inconscia di una soluzione alla sua insoddisfazione, di una dilazione ai suoi problemi, lo spingono, con un improvviso impulso, a tornare in America. L'America gli è mancata; ed ora, mentre si prepara la valigia, non gli sembra di partire, ma di ripartire. “Quei tredici anni passati non erano stati, con tutta la vita che racchiudevano, che un intervallo. Con tutte le cose che per tredici anni gli erano state essenziali”. Nell’aereo  che lo porta in America ripensa alla sua situazione: “quel non sentire un rimpianto, non avere un proposito, quell'affidarsi al caso”. Senza preoccuparsi, pensare, decidere. “Senza un piano, un programma immediato: sapere che cosa avrebbe fatto allo scadere del visto, di lì a otto, a sette giorni. Tornare a casa, a Roma? Macché. Gli veniva il ribrezzo a pensarci come uno che ripensa a un febbrone appena smorzato”.

L'avventura americana segna l'inizio di un'altra parabola, ma non ritrova più gli slanci di una volta, si sente abulico. Ricorda quando era andato in America la prima volta, con tanto entusiasmo e tanti sogni per la testa. “Venti anni prima, ed era un ragazzo, aveva passato il mare col cuore che gli si spaccava in due fra la nostalgia di quanto lasciava e la fierezza di quanto andava a fare. Avendola tutta chiara davanti la sua missione nell’impero capitalista, che sarebbe cominciata a Boston, sulle tombe dei martiri”. Quei Sacco e Vanzetti mito della sua infanzia e adolescenza. Che poi era finita, come era finita. Nella delusione e nel dolore. E adesso? “Adesso niente altro che rinuncia e ironia. In fondo, se nessuno lo prendeva sul serio, non c’era motivo che si prendesse sul serio lui”. Cosa farà adesso? Chiederà asilo all’America? Per essere considerato “un buffone voltagabbana [...] Tutto quello che si voleva. Ma [lui era] stanco. Stanco senza rimedio. Impossibilitato a continuare ... Un sistema nervoso con un cervello per accessorio... Ferranini il puro, l’intransigente. Roba da ridere  […]” (ivi, pp. 78-79)

 

LA DELUSIONE AMERICANA, IL MALORE.

A Boston una cruda delusione. Non trova Nancy presso la zia, che gli aveva mandato il telegramma, e dove era sicuro si fosse rifugiata. Nancy è a Filadelfia, in ospedale. “L’eccitamento che lo aveva tenuto su in quelle ore cade di colpo, adesso che si avvia a ripartire”. Sempre sospinto, senza tregua, sempre lontano dalla meta, sempre sbattuto dagli eventi. Nell’attesa del treno si sente affranto. “Un essere senza radici, per gli altri ci sono i teneri impegni della famiglia, per lui gli orari delle partenze. Ogni vita, dicono i biologi, ha l’habitat che si merita con la sua evoluzione. II suo era un mondo ferroviario, mutevole e sospeso, qualche ignoto peccato evolutivo lo condannava a questo [...] Subentrava la rassegnazione anche a quelle stracche attese nelle stazioni, che ora gli sembravano inevitabili e significanti come gli esiti di un destino”. Per far passare il tempo, cerca di dormire qualche ora, e poi nel ristorante, come altre volte, “si conforta mangiando”. Ad ogni modo, Nancy l’avrebbe riveduta. Ed era libero. Poteva ricominciare. "Si sente provvisoriamente tornato alla superficie delle cose, a respirare un senso ilare, nuovo, di quella situazione sospesa sì, ma anche aperta".

Dai titoli di un giornale apprende, però, che una doppia calamità sta per rovesciarsi sugli Stati dell’Est: il blizzard, la bufera di neve di provenienza artica, e lo sciopero degli addetti ai servizi di trasporto: il preannuncio dell’esperienza amara e deludente, che farà in una Filadelfia fredda e oscura, immobilizzata e spersonalizzata dallo sciopero, sferzata da un vento gelido, che manda giù e fa soffiare “una neve secca e obliqua, pungente”. Una Filadelfia in cui si consumerà la fine della brevissima parabola americana, il crollo delle residue speranze.

Nel livido e buio parco che, basandosi sui suoi ricordi, deve attraversare per raggiungere l’ospedale dove è ricoverata la moglie, Ferranini arranca a piedi, la valigia issata su una spalla, più solo e desolato che mai, sotto un ciclo nevoso, mentre le macchine sfilano meccaniche e indifferenti. Quando la luce dei fanali mancava, buio e silenzio erano totali. Una magistrale descrizione in cui lo sfinimento fisico e l'infinita tristezza del personaggio si accordano alla desolazione dell’ambiente. Un ambiente che sotto “la luce filtrata dei fanali [mantiene] il suo aspetto ingenuo e feroce, di foresta”. La città pareva scomparsa. La natura può essere fredda e ostile se la presenza umana non porta un elemento confortante. Di questa presenza Ferranini sente un tale bisogno, da toccare la lamiera di una macchina abbandonata per avere l’illusione di un contatto con i suoi simili. “La sua Filadelfia!”. Restituito così alla “città della sua nostalgia” al parco dei suoi passati ricordi!

In questa Filadelfia livida, spettrale, oscura, sempre più esausto  continua a camminare trascinando la valigia, stanco e intirizzito, mezzo accecato dalla neve; mentre incomincia a farsi sentire, sinistro preannuncio di un attacco del suo male, un dolore all'avambraccio e poi alla spalla, battendo fitto “con una diramazione di spasimi sin sotto l'orecchio, e poi di dietro, alla nuca” (ivi, pp. 80-82).

 

EPILOGO: IL RITORNO.

“ […] Non gli importava più di niente. Per essere precisi, non sentiva nessun impulso a guardarsi dentro o indietro, a fare il conto dì ciò che gli restasse”. Lui, che aveva sempre cercato l’occasione di fare il punto della sua vita, di “riepilogarsi, misurarsi, di decidere, che è la condizione e la sostanza del vivere”, ora si rende conto “con tristezza e dispetto” di avere bisogno di non pensare a se stesso.  “Le ultime giornate a Roma, il salto sull'Atlantico, l’incontro a precipizio con una desolata America nuova, sconosciuta, avevano soppresso tutto, livellato anche le rovine”. La mente si rifiutava di tornare sul suo passato, di mettere ordine, di spiegare cosa era successo. Un solo pensiero affiorava: di ricominciare non era capace. “L’intermezzo dell’ospedale era venuto al momento giusto. Era stato una proroga. Un pretesto per non vivere, lui che si era chiuso una vita alle spalle”. Ma ora?

Ora tuttavia è giocoforza ripartire per l'Europa, tornare in Italia. “Partire gli premeva dopo tutto. Gli interessava di andare. Andare e basta. Gente che lo aspettasse non ne aveva, scopi non ne aveva. C'era la sua valigia, lì con lui, tutto quello che era suo, tutto quello che gli occorreva”. Ferranini obbedirà alla necessità di andarsene dall'America, ma vorrebbe che quel viaggio non finisse più, che l'aereo che lo riporta in Europa si fermasse in mezzo all’Atlantico, a mezza strada. Fermo tra l’America e l’Europa, equidistante. Non mettere piede a terra, essere immobili. “Trovare un altro intervallo come quello dell'ospedale e che durasse. Non essere né di qua né di là, un assurdo che rispondeva al bisogno della sua stanchezza, l'equilibrio cui tendeva senza saperlo già partendo da Roma (e credeva di evadere). Ciò che lui cercava era il rinvio, o piuttosto la sospensione”.

Sospensione dalla pena di vivere, da una vita di cui non si riescono a conciliare le contraddizioni. Una forma di estraniamento nella quale si possano placare i contrasti e i tormenti che la vita ci infligge. “Un pensiero solo affiorava: ricominciare no, non ricomincio”. Non se la sente di riprendere la vita di prima, la sua esistenza parabolica. “Un avvicendarsi di cadute precedute da ascensioni speranzose [...], un disegno di parabole strette, ascensioni erte, iniziative e speranze e poi, inevitabile, la caduta”. Ad ogni salita era seguita una discesa nella disperazione e nella delusione, “salvo riemergere di slancio per un'altra salita, condannata a cambiarsi in precipizio”. Ma ora di slanci non ne ha più. Salite non ne può fare più. Cosa gli rimangono? Le necessità organiche. Come tante altre volte, confortarsi mangiando; “mangiare con il trasporto e l’ignara gratitudine dell’affamato”. Mangiare e poi dormire (ivi, pp. 88-89).

 

 

ROMA SENZA PAPA.

In Roma senza papa la vicenda e la visione blandamente ottimistica sono proiettate nel futuro, in un'umanità vicina agli anni 2000, dove, assieme a vecchi difetti italiani (il chiasso, la sporcizia), e a nuove usanze bislacche, si affermano concetti talvolta innovatori (la solidarietà sociale, un diffuso spirito ecumenico), talvolta strampalati. In questo ameno romanzo Mor­selli immagina un futuribile fanta-religioso, proiettando tendenze sociologiche e religiose in fieri, e profonde arguzia e ironia, oltre che una scaltrita preparazione in campo teologico. Cogliendo tendenze in atto e lievitan­dole con l’immaginazione e una logica intuitiva di possibili conseguenze e evoluzioni, nonché di altrettanti possibili ribaltamenti di situazioni e convinzioni, Morselli delinea in queste “cronache romane di fine ventesimo secolo” una proiezione aerea e godibile della vita teologico-ecclesiastica degli anni duemila.

Tutto è proposto in modo scherzoso e paradossale in questo libro, a cominciare dallo scenario della vicenda, una Roma degli anni 2000 non più “caput mundi, ma capitaletta di terzo ordine, sperduta nel MEC, un'orba Urbs”, abbandonata dal Papa che si è trasferito “in programma­tico esilio” a Zagarolo, mentre la Chiesa “sta ripudiando la sua romanità fastosa e festosa” e il Vaticano è ridotto a un Museo. Una avveniristica ricostruzione, ove la sorprendente competenza nella materia teologica ed ecclesiastica, impreziosita dalla conoscenza del dettaglio, viene piegata dalla fantasia travolgente di Morselli alla creazione di spunti caricatural­mente paradossali oltre che genialmente esilaranti.

Il libro è il resoconto di un soggiorno, in questa Roma degli anni prossimi al 2000, di un prete svizzero, don Walter, desideroso di ottenere un'udienza papale. L'ortodosso e conservatore prete assiste un po' allibito, un po' indifferente, un po' ammirato, ai cambiamenti decisivi avvenuti rispetto ad una sua visita precedente, di trenta anni prima.

Nel suo cammino verso l’ecumenismo la Chiesa cattolica ha bruciato le tappe: ormai abrogato il celibato dei preti (il papa è quasi fidanzato con una teosofa indiana di Bengalore, “pozzo di sciente vertiginose, autrice di quattro volumi sul neoplatonismo e suoi influssi sul misticismo orientale”), il cattolicesimo ha assunto un aspetto non lontano dal protestantesimo, mentre ci si prepara ad un'unificazione con il buddismo, e si elaborano progetti per l'evangelizzazione degli abitanti di Venere e per la conver­sione delle macchine pensanti Rand e Westinghouse.

L'atteggiamento delia Chiesa è caratterizzato da un'estrema tolle­ranza; sul territorio del Vaticano c'è un'assoluta libertà di espressione su qualunque argomento. Lo stesso ateismo può essere considerato “a sua volta una fede”, tanto che esiste il “G.I.D.M., «God is dead Movement». Eppure coloro che dichiarano che «Dio è morto» non sono materialisti o scettici, sono buoni cristiani”. Alla Gregoriana ormai un buon terzo è ateo, perché “la fede è risolta al 100% nella psicologia, o psicopatia”. Non tutti accettano ciò passivamente. Capita a volte di vedere per le strade cortei di preti con una fascia nera sul braccio che protestano per “la conclamata morte di Dio”. Non mancano innovazioni nel campo politico-economico (i Gesuiti si sono resi promotori di un regime collettivistico di tipo comunista) e tecnico (i confessionali automatici, il filmato dell'ingresso di Paolo sesto e del suo corteo in S. Pietro proiettato ad uso turistico ogni domenica. San Pietro stesso grazie agli amplificatori è un formidabile salone di conferenze o di concerti. Un Sant'Antonio elettronico, ideato da un ingegnere italiano della Siemens, risponde ai postulanti in italiano, latino, francese, inglese) […]

Si perpetuano anche vecchi stili di vita; predomina incontrastata la “bambinocrazia” (i bambini animano, dominano, ossessionano), il calcio continua ad essere “il supremo interesse e affare del paese..., la molla e il motore principale della vita nazionale”. Ci si è risparmiata per poco a metà degli anni settanta “una autentica rivoluzione (la prima, dacché  l’Italia esiste)” pronta a scoppiare per ribellarsi al tentativo del “governo che aveva deciso la riduzione allo stato dilettantistico, o 'deprofessionalizzazione', dei giocatori delle squadre di calcio, nonché un taglio del 60% nei loro emolumenti”.

Sempre uguale e insopportabile la rumorosità della vita di tutti i giorni, caratteristica peculiare del gusto italico (“Il bisogno che gli Italiani hanno di sonorizzarsi e profondo, la loro ingegnosità inesauribile”). Lo Stato italiano dovrebbe appropriarsi del motto Facciamo baccano,  inserirlo nel suo stemma, gli spetta di diritto […] Costanti anche sporcizia e dissesto stradale (“Per le strade le allegre scorribande di cartacce e le buche, dove dopo un temporale si affaccia il cielo bianco”). L’Italia del 2000 è, come sempre, “un paese adorabile che meriterebbe di essere meglio abitato”.

Pur continuando a esaminare ogni cosa con “occhio elvetico, e cioè gotico”, malgrado tutto, il buon Walter non sa come può essere stato lontano tanto tempo da questa città; non si sottrae ad una certa malìa, ad un “richiamo che gli si rivela ora dalla maniera di guardare di una ragazza, [ora] dal dialetto grosso, estraneo all'asciutto italiano che senti parlare a Arezzo o a La Spezia […]”

Fasci di luce ironica investono ogni argomento, mostrando un Mor­selli capace di esercitare l’ironia anche verso se stesso, verso i suoi più angosciosi e irrisolti problemi, a dimostrazione della fondamentale varietà della sua personalità e della capacità di letizia risorgente in lui, quando gli avvenimenti non gli erano troppo contrari, quando le pareti della sua vita erano ancora “in pendio”. Temi centrali della sua meditazione, affrontati con disperato sconforto tanto in Fede e critica che nel Diario, sono ora proposti con distacco e irriverenza, in tono semiserio, accompagnati da note scherzose, inseriti in situazioni paradossali, avanzati da personaggi eccentrici come qualcosa di bizzarro. Non cambia la sostanza intellettuale del problema, sono assolutamente diverse le risonanze  che esso provoca in Morselli (ivi, pp. 101-105).

 

DIVERTIMENTO 1889.

Il periodo felice di Morselli continua (e si conclude) con un piccolo capolavoro, Divertimento 1889, un unicum nel sussiegoso e asfittico panorama letterario italiano degli ultimi cinquanta anni, per lo più desolantemente uniforme e noioso, scleroticamente aderente a conformismi e anticonformismi alla moda.

Un Morselli diverso, uno dei più ameni libri della nostra letteratura è Divertimento 1889, una pausa “che consuma e gode l'evasione”, vissuta e narrata con animo rilassato e divertito. Scritto in un momento di felice e ilare vena immaginativa, di rarefatta grazia espressiva, di beffarda e sorniona contemplazione del passato e della storia, il libro è anche una rappresentazione indulgente e sorridente delle debolezze e ipocrisie umane, oltre che delle imprevedibili vicende che un caso burlone può mettere in moto.

Si tratta di un'immaginaria avventura del re Umberto I, che, recatosi in Svizzera per vendere una sua proprietà, vive per qualche giorno l’esperienza, per lui nuova e tonificante, della vita dell'uomo comune. Un annoiato e corrucciato Umberto I, rude e sbrigativo, che trae via via sempre più soddisfazione e vivacità dal profondo sollievo provato nel sottrarsi per pochi giorni alla gravosa routine del suo mestiere di re, dal fare tutte le cose semplici e quotidiane che gli sono normalmente negate; un Umberto I con le caratteristiche proprie del personaggio storico, ricostruite con arguta fantasia: concretezza ruvida e semplificatrice, passione per le donne e per la caccia, fastidio “di quel suo mestiere facchinesco e inutile, avanti e indietro per l’ingrata Italia, la sconnessa, scalcinata Italia, senza responsabilità né poteri, inseguito da carte e corrieri, lui che non c'entra niente, che non può cambiare niente...E poi la casa, la famiglia. Due case, due famiglie. E lui di mezzo, annoiato di tutte e due, con il suo bisogno di libertà, di isolamento”. Un Umberto I personaggio morselliano, stanco e diffidente, annoiato da “beghe e brighe”, desideroso di solitudine e di pace, compresso tra le due donne che lo assillano, la moglie e l’amante, tra le smanie esibizionistiche della moglie  Margherita e le tempestose ire dell’amante contessa Litta (ivi, pp. 139-40).

 

 

CONCLUSIONE.

Un suicidio, di cui molti furono i colpevoli. Perche molti furono coloro che si resero colpevoli di non riuscire a capire, non saper giudicare, non rico­noscere o non avere rispetto per la grandezza umana. Una colpa, che simboleggia uno dei significati di Dissipatio, quello di "incoerenza, peccato contro lo Spirito”. Una colpa (o un errore) di cui bisogna fare ammenda. Tutti prima o poi devono fare i conti con la necessità di attribuire alle cose la loro giusta definizione - afferma Fazil Iskander -   “colpevoli di aver sottovalutato o trascurato il significato della grandezza umana, ignari del rispetto che ognuno deve a se stesso, ai propri simili, alla vita”.

Se manca questo senso discernitivo, se l’uomo non è in grado di riconoscere i meriti intellettuali e morali di un altro uomo, se incapacità, conformismo, opportunismo, intimidazione, cancellano i segni distintivi tra intelligenza e idiozia, bontà e malvagità, valore e mediocrità, se cupe epoche di abbrutimento spirituale calano sull'umanità ed essa si appiatti­sce su manichini-automi incapaci di giudizio e di scelta, su ottusi gregari passivamente aderenti ad errori collettivi, la ragione sta dalla parte di Morselli, nel volere sottrarsi ad una massa di non-uomini, di marionette che mimano l’apparenza umana, di esseri spiritualmente evanescenti, automatizzati e massificati dalla mancanza di perni intellettuali e morali, dal conformismo e dai condizionamenti ideologici.

Quei manichini, che in una surreale scena di Dissipatio H.G. il protago­nista, colto da un soprassalto di nostalgia per la presenza umana, toglie dall’emporio e dispone sulla piazza del Municipio e nelle macchine. Ed ecco rimpiazzati, rimessi su piazza (e nelle macchine), gli uomini. Non erano simili a manichini? Non agivano come corpi senz’anima? Privi di spunti razionali e riflessivi, di autonomia di giudizio, di comprensione, di umanità. Una presenza puramente formale e illusoria; se non dannosa. Quando passività e irresponsabilità ottundono facoltà logiche e sentimenti umani, quando “virtù e conoscenza” non determinano le scelte, gli uomini assumono il comportamento rigido e meccanico, scontato e prevedibile, stolido e insensibile degli automi, imitano “lo sbracciarsi privo di senso delle linotypes. Poveri automi gesticolanti, prigionieri della loro fedeltà meccanica”. Ad un'umanità di manichini ottusi e insensibili Morselli sì sottrasse con il suicidio.

Morire diventa l’epilogo fatale di un rapporto conflittuale e deludente. È impossibile accettarli così come sono, divenire complici “di follie colletti­ve”, ed è doloroso e frustrante non essere accettati da loro. Tertium non datur. Isolarsi è un peccato di superbia, contraddice la nostra più intima natura, quella di esseri socievoli, impedisce il conseguimento di una vita armoniosa; l'armonia si realizza in un rapporto equilibrato, felice e solidale con gli altri, oltre che con se stessi. Non possiamo sentirci slegati dagli altri, chiusi nella Turris eburnea del nostro mondo di pensieri e di atti. “Tra noi individui ci sono legami invisibili e tuttavia reali...Noi veramente siamo uomini, esseri umani, in quanto la nostra esistenza non sia limitata al nostro essere particolare, ma sia estesa dalla nostra solidarietà con gli altri... Nel sottrarsi alla comunanza con loro è la colpa più grave”.

Vocazione al rapporto umano, alla comprensione, alla solidarietà, che percorre tutto il pensiero di Morselli e mostra quanto amare siano state le delusioni e le sensazioni dei personaggi morselliani e del loro creatore per votarli alla solitudine e all'isolamento. Isolamento-mutismo fatale a Morselli come uomo e come scrittore: gli impediva la comunanza di cui aveva bisogno come uomo, e la solidarietà che avrebbe voluto esprimere nel modo più congeniale alla sua natura, esercitando la funzione di scrittore, inviando messaggi razionali e illuminanti, comprensibili e condivisibili.

Questo autore che, in  controtendenza con le enfatiche esaltazioni romantiche, le abuliche confusioni decadentistiche (o farneticazioni superomistiche), tratteggia e teorizza la figura dell’uomo ideale, riportandola ad un modello di classica misura: l’uomo grande, l'uomo positivo, l'uomo vero, per Morselli, non è l'uomo dotato di eccezionali quanto improponibili caratteristiche intellettuali e caratteriali, ma è l’uomo 'medio, l'uomo come “lo si è immaginato nei secoli di civiltà classica, quando il genio, o l’eroe, era perfezionamento,  non negazione dell'uomo comune, e campione di virtù civili e civiche, uomo integralmente «sociale». Un uomo lontano tanto dall'uomo-massa conformista e ottuso, quanto dal ribelle, genio e sregolatezza; un uomo “riepilogo degli altri uomini”, punto di unione tra di essi […] Essere uomini, nel significato più consapevole e moderno, non significa essere perfetti, ma essere armoniosi, non abbandonarsi passivamente agli impulsi, ma non ignorarli. “La meta è l’armonia, non l’eccesso, in qualsivoglia senso”.

Intelligenza, buona volontà, costanza, deve possedere l'uomo morselliano. Ma soprattutto cuore e sensibilità; da essi scaturiscono la compassione e la simpatia per l’altro uomo (nel senso etimologico di patire insieme). “Compassione e simpatia, sinonimi nel loro significato fondamentale, nel nostro mondo morale sono «valori» molte volte decisivi, checché ne dica la filosofia classica. La più comune delle parole, il gesto più semplice, quando crediamo di sentirvi comprensione e rispondenza allo stato d'animo che ci occupa tutti, possono, anche all’insaputa della persona donde provengono, destare in noi un'eco illimitata di commozione e di gratitudine. Possono in un determinato momento e in determinate nostre condizioni (di sofferenza, soprattutto) produrre un effetto spirituale straordinariamente profondo e benefico […]”

Il 'divino' consiste nello stabilire un circuito di comprensione e solidarietà, nella presenza  dell’uomo quando questa presenza è Bontà, Soccorso. La solidarietà umana, non quella strombazzata col megafono o enunciata con “i verbalismi-gelatina del sociologismo”, ma sentita con sincerità e attuata con discrezione, ha un valore mistico, giustifica la fede verso gli uomini, la venerazione verso l'uomo che è grande con modestia, utile con bontà, indispensabile con discrezione e semplicità: verso l’uomo “necessa­rio e utile”. Quest'uomo è all’apice della gerarchia etica, anzi al di fuori di ogni gerarchia, ha una dimensione sovrumana […] C'e in Morselli un trasporto appassionato, un'esaltazione che sconfina nella venerazione per l’uomo buono e intelligente, perspicace e gentile, disponibile e pietoso. Questo uomo andrebbe riconosciuto, ascoltato, rispettato, amato. Bisognerebbe che si stabilisse tra gli uomini un rapporto nuovo, implicante “un superamento”  di quelli passati, che circolasse tra loro “un più intimo senso di fraternità e di simpatia”, di comprensione della grandezza e unicità di taluni, degli umani limiti e della costituzionale fallibilità  dei più. Bisognerebbe recuperare prima che sia troppo tardi "una naufraga solidarietà umana, una inconsueta pietà, vocazione inattesa a capire; a compatire [...] L’umanità non ha responsabilità, non ha colpe, subisce un destino” […]

Dai lontani Realismo e fantasia a Roma senza papa, da Contro-passato prossimo al Diario i messaggi di Morselli sono plurimi e convergenti nell’auspicare una solidarietà tra gli uomini, e si fondono nell'appassionato appello di Dissipatìo H.G.. Messaggi razionali e nobili, che allineano Morselli ai più grandi autori del nostro secolo, ai più responsabili e autorevoli, a quanti hanno cercato di sottrarre l’uomo all’irrazionalità e alla confusione, di impedirgli la Dissipatio spirituale e fisica, di avviarlo verso un senso più maturo ed elevato della vita. Un fine che non rende "inutile" la funzione di un vero scrittore (ivi, pp. 163-72).

 

NOTA BIBLIOGRAFICA. 

Le opere di Guido Morselli cui si è fatto riferimento e quelle citate nei brani della monografia di Marina Lessona Fasano presentati sono le seguenti: Roma senza Papa. Cronache romane di fine secolo ventesimo, Milano, Adelphi, 1974; Il comunista, Milano, Adelphi, 1975, poi pubblicato anche da Bompiani e da altri; Contro-passato prossimo. Un’ipotesi retrospettiva, Milano, Adelphi, 1975; Divertimento 1889, Milano, Adelphi, 1975; Dissipatio H. G., Milano, Adelphi, 1977; Fede e critica,  Milano,  Adelphi, 1977; Un dramma borghese, Milano, Adelphi, 1978; Incontro col comunista, Milano, Adelphi, 1980; Diario, Milano, Adelphi, 1988; La felicità non è un lusso, a cura di Valentina Fortichiari, Adelphi, 1994. Queste opere, per le quali si è fatto riferimento alle prime edizioni, hanno poi incontrato una notevole fortuna editoriale, come testimoniano le numerose riedizioni successive. L’opera di Fazil’ Iskander citata dalla Fasano è la seguente: La costellazione del caprotoro, Palermo, Sellerio, 1988.

 Tutte le opere di Guido Morselli sono state edite da Adelphi, ed alcune anche da altri editori, fra i quali Bompiani ed Euroclub.  È uscito di recente il primo volume dei Romanzi, a cura di Elena Borsa e Sara D'Arienzo, con la collaborazione di Paolo Fazio. Introduzione e cronologia di Valentina Fortichiari, Milano, Adelphi, 2002. Tra i contributi più o meno recenti alla conoscenza di Morselli, oltre a quello di Marina Lessona Fasano, sono da menzionare: Simona Costa, Guido Morselli, Firenze, La Nuova Italia, 1981;  Valentina Fortichiari, Invito alla lettura di Guido Morselli, Milano, Mursia, 1984; Francesco D’Episcopo, L’eresia del sentimento. Guido Morselli, Napoli, Oxiana, 1998; Paola Villani, Il caso Morselli. Il registro letterario-filosofico, Napoli, ESI, 1998; Guido Morselli. I percorsi sommersi: inediti, immagini, documenti, a cura di Elena Bo, Novara, Interlinea, ©1999; Guido Morselli: immagini di una vita, a cura di Valentina Fortichiari, con uno scritto di Giuseppe Pontiggia, Milano, Rizzoli, 2001; Maria Fiorentino, Guido Morselli tra critica e narrativa, Graus Editore, 2002.

Buone risorse si trovano sul web, si vedano in particolare: www.italialibri.net/dossier/morselli/morselli.html, per il saggio della D’Arienzo, poi la breve presentazione de I Romanzi, che si può leggere su www.italica.rai.it/, l’intervista a Valentina Fortichiari che si può leggere su Infinitestorie.it, il breve lavoro di F. Tuccillo La felicità non è un lusso (su www.bnnonline.it) ed i buoni contributi di Gianfranco Franchi, che si possono leggere su: www.kultunderground.org. I rimandi ad una serie molto ampia di contributi sul web si possono invece ritrovare su www.letteratura.it/guidomorselli/index.htm.