GUIDO MORSELLI
Premessa.
Guido
Morselli non viene ricordato qui solo per le vicende tragiche e commoventi
della sua vita, che poi hanno fatto di lui una «proiezione esemplare dello
scrittore postumo», come ha scritto Giuseppe Pontiggia, ma soprattutto perché è
uno degli interpreti più profondi del nostro tempo. Ad uno sguardo attento le
sue storie, le costruzioni della sua vivacissima fantasia di scrittore, che in
un primo momento possono sembrare soprattutto espressione di una particolare
sensibilità, si rivelano essenziali per la comprensione del mondo in cui
viviamo e dei suoi problemi. Vengono riproposte in questa sede, per gentile
concessione dell’editore Liguori, alcune pagine tratte dalla monografia di Marina
Lessona Fasano (Guido Morselli. Un inspiegabile caso letterario), che
costituisce sicuramente una delle migliori guide per chi voglia addentrarsi
nell’opera del grande scrittore scomparso. Esse sono precedute da un breve e
sintetico profilo di Morselli a cura di Fulvio Tuccillo.
UN BREVE PROFILO
DI GUIDO MORSELLI.
La prima immagine di
Guido Morselli che prende forma ed evidenza, ogni volta che penso al grande
scrittore scomparso, è quella di un uomo profondamente intelligente, sensibile,
ironico, dotato di una naturale signorilità che si traduceva in una capacità di
ascolto dell’altro di cui è testimonianza prima di tutto la sua opera; anche un
uomo che era in perenne movimento verso il mondo esterno, ma in modo tanto
discreto e silenzioso che era ben difficile rendersene conto. Come tutti coloro
ai quali vengono dispensati questi doni, Morselli era particolarmente
esposto, era – per così dire - un
soggetto a rischio.
Tanti anni ormai sono
passati dal momento nel quale egli decise di chiedere aiuto alla «ragazza
dall’occhio nero», decise di lasciarci. O forse di parlarci in altro modo.
Altra sorpresa: che un uomo come Morselli disponesse di un revolver. Di ciò si possono
pensare tante cose, anche che all’inizio si trattasse di un oggetto che egli custodiva proprio per esorcizzare la possibilità
di un atto come quello che poi ha compiuto: fin quando era lì, segnava una
linea di confine, sembrava costituire un mezzo di virile dominio della
violenza. Non è stato così. Un bel giorno i muri di contenimento dell’angoscia
sono crollati ed un’onda anomala che aveva accumulato la sua energia per
anni, decenni, per tutta una vita si è abbattuta su di
lui.
Forse è inutile, è
vano cercare di comprendere fino in fondo le ragioni di un gesto così tragico:
il male, quello vero, ci aggredisce quasi sempre di sorpresa e – quando ce ne
rendiamo conto – non possiamo fare quasi nulla per impedirlo (ce lo insegnava
Francesco Jovine in quel bellissimo romanzo che è Signora Ava). Ma se da una parte
il suicidio resta un gesto imperscrutabile, irriducibile a quelle stesse motivazioni che talvolta
sembrerebbero giustificarlo, tuttavia
non possiamo nemmeno evitare di interrogarci sulle sue ragioni, non
possiamo fare a meno di scrutare lo scenario in cui esso è maturato.
Di fatto, fino a
quando Morselli non decise di uccidersi, i suoi romanzi erano stati
sistematicamente ignorati ed accantonati dagli addetti ai lavori, avevano subìto il destino di tante
altre opere, sottoposte con
fiducia e speranza all’esame ed al giudizio di chi si ritiene dotato delle
capacità per interpretarle e che talvolta invece non riserva nemmeno un cenno
di attenzione all’interlocutore.
Certo non ci si uccide solo per i dinieghi e l’indifferenza dell’establishment culturale (altrimenti
il tasso dei suicidi subirebbe un rialzo veramente considerevole) e tuttavia
v’è un punto sul quale non possiamo fare a meno di soffermarci: Morselli era
profondamente felice quando scriveva,
forse la scrittura era l’unica autentica felicità della sua vita. Ce lo rivelano tante sue pagine ironiche, allegre,
illuminate dalla gioia dell’intelligenza e del paradosso (si veda ad esempio
quel frizzante libricino che è Divertimento 1889). Non sono da
sottovalutare le conseguenze che
possono scaturire quando si priva un uomo della possibilità di essere felice.
Insomma «la felicità non è un lusso», tanto per parafrasare il significativo
titolo del volumetto che raccoglie saggi ed articoli scritti da Guido Morselli
negli anni che vanno dal 1937 al 1971, tutti lavori inediti oppure pubblicati
su riviste di non grande risonanza. Eppure tutti lavori notevoli e talvolta
notevolissimi, che rivelano la finezza e l’originalità della cultura di
Morselli, l’acutezza del suo sguardo indagatore, la sua lucida capacità di
scorgere certe radici profonde dei mali della nostra civiltà e della nostra
società e che attestano anche – come i suoi romanzi – il suo destino di
emarginazione e di autoemarginazione. Ciò che era incompatibile con il
temperamento dell’uomo Morselli era soprattutto la banalità e l’ottusa
freddezza di una cultura che sembra avere le idee chiare solo perché le sa
manipolare con sapienza, con indifferenza. Morselli aveva un senso
profondissimo della dignità e della serietà del lavoro di scrittore, tanto
profondo ed assoluto da non consentirgli di vedere con chiarezza ciò che era
quasi impossibile non vedere: le compromissioni, l’opportunismo, la vischiosa
onnipotenza delle consorterie e dei gruppi di potere. O forse da convincerlo ad
una sfida impossibile (ipotesi quest’ultima molto più probabile).
Insomma non bisogna
perdere di vista il fatto che Morselli fu un uomo non facilmente «omologabile»,
capace di guardare sempre oltre la superficie delle cose, in certo senso un
«uomo contro». E questo lo dimostra un po’ tutta la sua opera, così centrale
rispetto ai maggiori problemi del nostro tempo ma sempre così sfasata rispetto
all’immediata contemporaneità. Si pensi solo ad un romanzo affascinante e
geniale come Il comunista, che è scritto negli anni fra il ’63 ed il
’65 ed appare postumo nel 1975. È un romanzo che negli anni ’70 sarebbe stato
facilmente considerato reazionario, piccolo-borghese, etc. ma che oggi deve
essere considerato molto diversamente: Ferranini (il deputato emiliano che ne è
protagonista) è in realtà quasi una controfigura dell’autore, un uomo in bilico
tra due mondi e che in fondo non appartiene a nessuno di essi, ma che comunque
è portatore di un’istanza di solidarietà umana viva, sofferta, non convenzionale, eppure proprio per questo destinata a
non trovare riscontro. Il comunista è romanzo che non finisce di colpirci per la
sua intelligenza, per certi
geniali guizzi della fantasia dell’autore, per le sue capacità
di ritrarre personaggi ed ambienti. Come tutti i grandi scrittori,
Morselli ha una stupefacente capacità di «viaggiare» con la fantasia, di vedere
ciò che non ha davanti agli occhi,
che non conosce affatto o che conosce poco, ad esempio l’America,
oppure il mondo del vecchio PCI, con i suoi rituali, le sue ossessioni ideologiche e/o fideistiche,
ma anche il suo tono sostanzialmente borghese.
Morselli aveva affrontato il tema in uno dei primi
romanzi da lui scritti, Incontro col comunista, che era una storia
di amore, di passione, ma soprattutto di solitudine e di incomunicabilità, una
storia nella quale «il comunista» non era certo un personaggio positivo, ma ora con Ferranini (che invece lo è)
per così dire passa il confine, entra in quel mondo e ne ritrae con lucidità,
insieme alle tensioni positive e costruttive, anche i dilemmi, le forti
contraddizioni. Ferranini non è un allineato, è un personaggio profondamente
inquieto, che non si sa adattare al burocratismo, che non sopporta l’ambiente
parlamentare ed il lavoro in parlamento,
anzi da certi punti di vista lo aborrisce perché gli impedisce di
operare concretamente per i lavoratori, per la gente che soffre, come aveva
fatto fino ad allora; né gli sfugge l’imborghesimento del partito, il
carrierismo strisciante di molti suoi esponenti.
Per di più egli
intuisce quanto sia angusta e contradditoria una cultura che vorrebbe cambiare
tutto ma che si sviluppa sostanzialmente
da quello stesso tronco che vorrebbe abbattere, una cultura che nel suo fondo resta
profondamente idealistica e proprio per questo propone soluzioni troppo
facilmente ottimistiche. Quando poi espone il suo pensiero di marxista in crisi
in un articolo per una rivista culturale, Ferranini entra in tensione perché si
aspetta una dura reprimenda da parte della direzione, che invece si limita ad
una generica deplorazione, specie dopo aver appreso che l’articolo era stato
lasciato all’Ufficio Stampa per un esame. I contenuti e le posizioni non
interessano più a nessuno in un partito perfettamente burocratizzato; conta
invece l’ossequio formale delle regole.
Sarà proprio l’intima inquietudine, che
ha radici esistenziali prima ancora che ideologiche, a indurre Ferranini –
quando riceve un telegramma dell’ex moglie Nancy che desidera rivederlo – ad un
improvviso ritorno negli Stati Uniti, dove era riparato negli anni del fascismo.
Ma lì non ritrova più quel mondo che gli era familiare; la Filadelfia che
Ferranini ricordava con rimpianto gli si presenta ora come una città
freddissima, inospitale, quasi spettrale, ove egli rischia di soccombere ad un
malore ricorrente. È un portorichegno (forse un dropout che vive ai margini
dell’opulenta società americana) ad offrirgli il primo soccorso, maledicendo
l’indifferenza di quel mondo, ove gli uomini non si occupano mai della vita del
prossimo. Il successivo ricovero in ospedale e l’assistenza intelligente e
benevola del dottor Newcomer (un personaggio che sembra anticipare il Karpinsky
di Dissipatio H.G.), valgono a salvargli la vita, ma non possono colmare l’enorme
senso di solitudine, il sentimento di irrimediabile dissipazione della propria
esistenza, che ora afferra Ferranini.
Non v’è un vero e proprio messaggio
«politico» in quest’opera (non era nelle intenzioni e tanto meno nello stile di
Morselli) ma è significativo che Morselli abbia sentito il bisogno di misurarsi
a più riprese con quest’altra dimensione, con la maggiore utopia (o speranza)
politica del secolo scorso, con quel mondo che allora sembrava poter
sconvolgere o rifondare su basi diverse la nostra civiltà. Del resto proprio in
uno dei saggi pubblicati ne La felicità non è un lusso, vale a dire Appunti
sul marxismo, del 1949, egli
lamentava la sostanziale ignoranza del problema e lo affrontava, in tempo di
guerra fredda, con grande acume ed originalità, ricordando che Marx era «uno
studioso del Vico» (proprio per sottolineare l’ampiezza dei suoi orizzonti) e
che la lettura di alcune sue pagine può facilmente smentire l'idea
dell'assoluto e meccanico economicismo delle sue teorie, mentre invece lascia
intravedere tutta la sua vivacità culturale ed umana; contemporaneamente
Morselli individuava nel «radicale antropocentrismo», nel «soggettivismo tipico
del pensiero ottocentesco e romantico» la lontana origine di certo dogmatismo
marxista. Ne Il comunista forse si spinge oltre, verso l’orizzonte
politico di un socialismo democratico, «critico» ed «autocritico», ma lo fa in
modo molto morselliano: le vittorie dell’intelligenza, dell’umanità in Morselli
corrispondono anche alle sconfitte nella vita. I personaggi di Morselli, quanto
più giungono al fondo delle cose, tanto più sono destinati alla sconfitta
esistenziale, all’indifferenza da parte dei loro simili.
Ma se Morselli
proiettava il suo disagio esistenziale, il suo male oscuro sui suoi personaggi
e per questo inconsapevolmente li destinava alla sconfitta, tuttavia non per
questo era un «distruttore». E se in parte lo fu, lo fu per così dire in senso
nicciano, in nome di una comprensione più piena, più profonda, più viva delle
cose e degli altri. I più vivi lampi dell’intelligenza lucida ed acuta di Guido
Morselli sono anche lampi d’amore ed è proprio l’intelligenza che accende la
fiamma della benevolenza, della comprensione del prossimo. Basti leggere in
questo senso la bellissima Conclusione del Guido Morselli di Marina Lessona
Fasano per avere una misura di tutto ciò: i migliori personaggi creati da Guido
Morselli – osserva la Fasano – sono caratterizzati da un «modo di amare fatto
di comprensione, simpatia, benevolenza» è questo è un sentimento che nasce non
«da volontà morale, non da senso del dovere, non da filantropia, né da carità
nel senso cristiano» ma «è sentimento veramente universale esteso in potenza a
tutto quanto esiste», secondo le parole di Morselli stesso (M. LESSONA FASANO, Guido
Morselli,
Napoli, Liguori, 2003, p. 147). Questo il senso più vero e struggente della sua
missione di scrittore, questa l’autentica luce che rischiara un percorso
esistenziale pur così travagliato e drammatico.
Ma torniamo per un
attimo al Morselli «uomo contro», che è anche il Morselli di Contropassato
prossimo,
una straordinaria invenzione dello scrittore che immagina una diversa
conclusione della prima guerra mondiale: questa volta sono gli imperi centrali
a vincere, e vincono non tanto con le armi e la tattica militare quanto
piuttosto con una geniale iniziativa, dovuta al maggiore austriaco Von Allmen,
pittore ed appassionato d’arte. Von Allmen scopre una vecchia miniera di quarzo
in territorio austriaco che originariamente era un tentativo di traforo
destinato a sbucare in Valtellina. Con pazienza, meticolosità ed una buona dose
di fortuna si riprende il progetto e le truppe austriache attraverso il traforo
penetrano in Valtellina, aggirando lo schieramento italiano. Ad una pesante e
sanguinosa guerra di posizione subentra quindi una veloce guerra di movimento:
ben presto Italia ed Austria giungono ad un armistizio, con larghe concessioni
del governo austriaco all’Italia. Rapida e relativamente indolore è anche
l’invasione della Francia. Non mancano in tutto ciò i colpi di scena come il
rapimento del Kaiser Guglielmo II, operato da uno squadrone dell’Air Force.
Dopo la conferenza diplomatica, dominata da un politico tecnocrate e
lungimirante come Rathenau (un riformatore che andava ben oltre l’angustia
mentale di quello stesso mondo industriale e finanziario di cui era espressione),
si verifica poi il tentativo di putsch
militare di Hindenburg, che accusa Rathenau di aver cospirato con i capi
della sovversione socialcomunista. Ma è un tentativo reazionario destinato ad
esaurirsi di fronte ad una compatta reazione delle forze di sinistra, anche
perché ora non sono più i nazionalismi e gli odî a dominare la storia europea,
bensì lo spirito di pacificazione. Così, nella fantastica costruzione di
Morselli, la tragica storia europea della prima guerra mondiale, quella storia
che produsse milioni di morti e fu all’origine della nascita dei totalitarismi,
vede alla fine prevalere il buon senso, l’intelligenza, la volontà di pace.
Pertanto riprende corpo il progetto di una federazione europea di nazioni,
caratterizzata da un orientamento politico sostanzialmente socialdemocratico ed
il criterio fondamentale che ispira la pace è quello del «né annessioni, né
riparazioni» caro ai socialisti. Ma d’altronde, sull’altro versante, occorre
battere anche l’ostinazione dei teorici del Socialismo Rivelato, di coloro che
pensano che debba esistere un solo modello di socialismo, e non si rendono
conto che «in politica come in natura, non c’è concorrenza possibile senza
differenza»; questo è quanto sostiene Rathenau, sostenitore di un socialismo
«dell’evoluzione» contro gli orientamenti leninisti e rivoluzionari. Ed è
questa l’ultima uscita politica di Rathenau, che dopo un po’ preferisce
ritirarsi a vita privata e dedicarsi allo studio ed alla meditazione, pur se la sua azione ha comunque svolto
una funzione positiva, temperando i conflitti. Il mondo che esce dalla I guerra
mondiale – nella geniale costruzione di Morselli – non è un mondo perfetto, non
è il regno del bene, è un mondo che conosce ancora conflitti ma sicuramente è
molto migliore rispetto a quello reale che poi vide nascere i grandi
totalitarismi ed attecchire i semi di un altro, terribile conflitto. L’utopismo
politico di Morselli è tutt’altro che banale e sprovveduto e non è inopportuno
sottolineare forse come Contropassato prossimo evochi inintenzionalmente
il clima dei romanzi di un altro grande scrittore europeo, Joseph Roth, socialista e nostalgico
dell’impero asburgico, che nella finis Austriae vede anche la crisi
terribile della civiltà europea. Però occorre anche percepirne il fondo amaro,
doloroso: è come se Morselli ogni volta rammentasse al genere umano le
occasioni che vengono perse e più ancora il suo tragico asservimento ai demoni
dell’intolleranza, della presunzione, di una violenza ideologica ed
intellettuale che produce danni non minori di quella materiale. Ed è anche come
se Morselli rimproverasse all’umanità di non voler ascoltare la voce dei suoi
figli migliori e più amorevoli. Un dramma al quale lo scrittore stesso si
sentiva forse predestinato, e che rappresentava nelle sue opere con una
consapevolezza sempre crescente: significativa in questo senso è proprio la «
sfasatura» rispetto alle coordinate più accreditate della cultura
contemporanea.
Non può sfuggire ad
esempio come in Un dramma borghese sia implicita – per così dire – l’evasione
dall’ottica psicoanalitica: niente più di questo amore totale, possessivo,
infantile e primitivo, ed al tempo stesso innocente, di una figlia per il padre si presterebbe ad una lettura
oppure ad uno sviluppo di tipo psicoanalitico. Il problema è che il dramma
rappresentato da Morselli non è tanto quello edipico dell’amore della figlia
per il padre, o viceversa, ma quello dell’indifferenza, e si tratta di un
dramma borghese perché le algide ed impenetrabili fortezze dentro le quali si
arrocca l’Indifferenza sono proprio quelle della morale borghese, di uno stile
di vita borghese. Nel romanzo egli descrive l’amore straripante, invasivo,
assolutamente ingenuo di una figlia rimasta presto orfana di madre e poi
cresciuta in collegio per un padre ritrovato quasi per caso ed all’improvviso.
Contro quest’amore che invade la sua vita, che minaccia le sue abitudini, il
padre, un uomo stanco che svolge un’attività poco soddisfacente di giornalista
ed è rassegnato ad un’esistenza
grigia, e che quella figlia
l’aveva quasi dimenticata, cerca protezione proprio in soluzioni e
giustificazioni di tipo borghese: la possibilità di mandare la figlia Mimmina a
risiedere lontano da lui presso un parente, l’autoappello convenzionale alla
necessità per un intellettuale - quale egli è - di non rinunciare alle sue
abitudini di vita riservate e tranquille, alle buone letture, al raccoglimento
necessario per lo studio e la meditazione. Ma nulla può mettere al riparo
dall’amore e dai drammi che esso provoca. E Mimmina, esposta a questi stessi
rischi molto più del padre, alla fine sceglie quella stessa soluzione che anni
dopo avrebbe scelto Morselli stesso.
Se da una parte si
dovrebbe parlare del leopardismo di Morselli, dall’altra non ci può sfuggire
nemmeno il sostanziale ed involontario «pirandellismo» dello scrittore
bolognese, che tuttavia non si giova dei paradossi della filosofia
pirandelliana, che conosce bene il sorriso del buon umore e dell’ironia ma la
pratica solo fino ad un certo punto: eppure Morselli, come Pirandello, si cala
fino in fondo in una realtà contradditoria, dolorosa, paradossale, talvolta incomprensibile e – come
affermava Salinari parlando di Pirandello – finisce per gettare un fascio di
luce su quella che è la vera essenza della nostra vita, sul suo carattere
drammatico e vorticoso. E, come Pirandello, egli lo fa con la forza potente
della sua fantasia, sottraendosi proprio a quegli schemi in cui la vita è
imprigionata.
Quello che andava conducendo l’uomo
Morselli era anche un tragico
gioco: egli riversava la sua vitalità e la sua capacità d’amore, tutta
l’intelligenza e la cultura di cui era dotato nelle sue storie, nei suoi
romanzi, nei dattiloscritti che inviava agli editori. Probabilmente nei confronti della realtà e del mondo
della cultura egli aveva finito per assumere un atteggiamento inconsapevolmente
provocatorio, evitando ogni compromesso, rinnovando in ogni momento la sfida
dell’umanità e dell’intelligenza al conformismo intellettuale, a certe sorde
ottusità, dislocandosi quindi in una nowhere land ed anticipando la
condanna al silenzio. Morselli ha resistito a lungo in questa posizione, ma con
sempre maggiore amarezza, e sviluppando una consapevolezza sempre più acuta e
dolente delle cose. La testimonianza di questo stato d’animo è proprio Dissipatio
H.G.,
un romanzo nel quale immagina un mondo da cui l’umanità è sparita
completamente, un mondo vuoto, in cui il protagonista disperatamente ricerca il
dottor Karpinsky, il medico buono ed intelligente, premuroso e disponibile, che
l’ha curato sottraendolo ai suoi mali ed anche alle molteplici violenze del
sistema medico; pare che ora Karpinsky sia morto, buscandosi una coltellata nel
tentativo di sedare una lite tra due infermieri, ma la ricerca che il
protagonista ne fa è quasi disperata. Documento drammatico della solitudine di
Morselli e della sua stremante ricerca di umanità, Dissipatio H.G. è anche molto di
più, è romanzo dalle valenze surreali e mitografiche. Anche il protagonista di Dissipatio, come quello di 1984, è l’ultimo uomo rimasto
in un mondo in cui non può più riconoscersi (il primo titolo del romanzo di
Orwell è appunto The last man in Europe), il tipo dell’uomo che non si arrende
alla disumanizzazione della modernità. Dissipatio è al tempo stesso la
ricerca dell’altro, una dichiarazione di doloroso amore per l’umanità ed uno
sguardo lanciato sul deserto cui si sta riducendo la vita. Un’opera forse non
pienamente riuscita, ma significativa proprio per certe discrasie e per il
significato simbolico che essa assume: la dissipazione d’umanità, la
dispersione del genere umano e la vanificazione del suo stesso esistere non è
cosa che riguardi il singolo, l’individuo, è qualcosa che ci tocca tutti. Il
senso più alto del lavoro di Morselli risiede proprio in questo, nella straordinaria
capacità che egli ha di rappresentare il nostro mondo, i suoi grandi problemi
con le sue storie che sembrano scritte quasi in punta di penna e che egli ci
propone con discrezione, quasi temesse di dire troppo.
(Fulvio Tuccillo)
La monografia di
Marina Lessona Fasano dedicata allo scrittore bolognese, pubblicata
dall’editore Liguori e giunta ormai alla seconda edizione (M. LESSONA FASANO, Guido
Morselli. Un inspiegabile caso letterario, 2° ed., Napoli, Liguori Editore,
2003), si legge tutta d’un fiato e sicuramente costituisce una delle migliori
introduzioni all’opera di Morselli. La Fasano, autrice di opere di buona
risonanza, come Le ragioni della letteratura, Scrittori allo specchio,
Convergenze, che sono espressione di una cultura letteraria vastissima ed
originale, è soprattutto un’acuta interprete di testi moderni ed antichi, capace come pochi di
«ascoltare» un autore, di
rappresentare il suo mondo senza sovrapporsi ad esso, di restituircene la complessa
ricchezza, anche attraverso una serie di citazioni ampie ed attente. Di
quest’opera, che è anche testimonianza significativa dell’amore che un critico
può nutrire per gli autori prediletti e che andrebbe letta integralmente, si riportano – per gentile concessione
dell’editore Liguori – alcuni brani particolarmente significativi; la titolazione dei singoli brani in corsivo è
stata apposta solo a scopi di maggiore chiarezza. Una certa frammentarietà è dovuta
alle inevitabili necessità di «taglio» del testo ed anche al fatto che
l’autrice cita spessissimo Morselli. Ma proprio questo tipo di costruzione
della trama testuale accresce l’interesse ed il fascino dell’opera.
IL COMUNISTA:
RITRATTO DI WALTER FERRANINI.
[…] Del comunismo e
delle teorie ottimistiche sul destino dell'uomo, Morselli parte alla critica,
minando alla base il presupposto del raggiungimento della felicità, una volta
verificatesi determinate situazioni politiche e sociali. Come nell’esistenza
umana, così nella parabola delle idee, Morselli coglie i limiti dell’ottimismo
nella contraddizione fra le aspirazioni e la realtà. Leopardianamente afferma
che l'uomo non raggiungerà mai la felicità; la sua esistenza sarà sempre
difficile e precaria, perché in competizione con i pericoli naturali e i
tormenti della psiche.
Ma Il comunista non è soltanto un
libro in cui si anticipano delle tesi che trionferanno di lì a pochi anni, è un
romanzo profondo e dolente, con i tipici personaggi e temi morselliani. Di essi
Walter Ferranini, il protagonista, ha la scontrosa malinconia, il tragico
slittamento affettivo, che lo porta a trascurare chi lo ama e a consumarsi di
nostalgia per un amore deludente e infelice. Figura morale e sdegnosa,
solitaria e brusca, Walter Ferranini ha fama di carattere difficile
(onestissimo, d'un pezzo solo, ma non si sa come prenderlo; e così tanti gli
stavano alla larga). In realtà Ferranini obbedisce a una sua interiore,
costante convinzione di dover essere utile alla società, di dare una mano a
della povera gente che soffre, proteggendo e tutelando chi lavora, e sente
estraneo e negativo tutto ciò che allontana il partito da questa linea.
Convinto com'è che c'è una sola cosa importante: fare in modo che i lavoratori
soffrano un poco meno di quanto hanno sempre sofferto, da quando esiste la
collettività umana, solo nel fare o proporre qualcosa di concreto si sente
utile. La sua attività più importante e vera l'aveva svolta nella sede di
Reggio Emilia, stando in mezzo alla sua gente, lottando per essa. Il rapporto si
era interrotto quando lo avevano messo in lista per la Camera dei Deputati,
mandato in pensione, come diceva
lui.
Da quando, eletto
deputato, vive a Roma, qualcosa è
cambiato nell’animo di Ferranini. La base e il centro sono due mondi diversi,
come dire l'acqua e l'aria, e uno che vive nell’uno non è fatto per vivere
nell'altro, gli mancano gli organi [...] Genuino elemento della base, abituato
al contatto politico vivo e immediato, umano, della base si sente ora lontano
dalle sue radici. Non privo di ambizioni personali, le aveva sempre ristrette
al suo ambiente, soddisfatte lì. A Roma viene a contatto con le alte sfere e
con la ragion di stato del partito, con la sua struttura enorme, complessa
[…]. Schivo e modesto si sente un po' a disagio nella tribù dei notabili, non
gli va di far parte del coro a bocca chiusa […]
Per sentirsi utile, si
dedica all'elaborazione di un progetto sulla riforma della legislazione
infortunistica, senza riuscire, però, a far convergere l’attenzione dei
colleghi di partito su di esso. Le giustificazioni addotte […] non lo
convincono. A lui sembra che gli infortuni siano uno degli indici parlanti
della condizione in cui seguita ad essere tenuto il mondo del lavoro. Il
rifiuto di alcuni parlamentari e lo scarso appoggio del partito su questo
argomento sono per Ferranini grandine secca, un'amara delusione […]
Discreto e concreto,
tuttavia, cerca di adattarsi alla nuova vita. Alle critiche non è mai stato
incline. Un buon comunista è anzitutto uno che si sottomette alla disciplina.
Un assioma di cui è stato sempre facile persuaderlo. Su certi argomenti non
voleva che si scherzasse; del
resto lui non scherzava mai, su nessun argomento […](da M. LESSONA FASANO, Guido
Morselli. Un inspiegabile caso letterario, seconda edizione, Napoli, ©Liguori
Editore S.r.l., 2003, ISBN 88-207-2821-4, pp. 70-71)
L’ANOMALIA
ESISTENZIALE ED IDEOLOGICA DI WALTER FERRANINI.
Isolato nella vita e
nel partito, roso da accidia e malinconia, scontento e spaesato, Ferranini si
sente invadere da una debilità profonda, rassegnata, da un desiderio di
solitudine intenso e progressivo. Anche quando si trova tra la gente, prova un
bisogno di distrarsi e riposare, una cosa di cui gli pareva sempre di essere
in credito. E sempre era grato alla gente che non si occupava di lui, che gli
permetteva di tacere. Se non lo disturbavano, gli riusciva meglio di stare
chiuso così in se stesso, alla presenza di qualcuno, che non da solo. Uno
starsene ad occhi aperti senza pensare, né sentire. Più che un appartarsi era
veramente un ripiegarsi organico. Un’intermittenza. Strano in un individuo
attento poi, e reattivo, qualche volta più del necessario […]
Non solo quella vita
non fa per lui, ma lo induce a meditare, a studiare con accanimento e
pignoleria tutti i testi del socialismo, ora che ha più tempo di riflettere
sull'ideologia e di aprire gli occhi sulla prassi. Ci sono cose che non lo
convincono; ad esempio, l’ ottimismo messianico che ispira la dottrina
marxiana e comunistica. Il suo atteggiamento nei confronti della vita e del
lavoro era diverso: la fatica lo aveva segnato in maniera definitiva,
investendogli di una luce senza chiaroscuri certi aspetti e certi problemi del
lavoro, che nessuno studio teorico ha mai insegnato. Per lui il problema vero
era questo: l’onerosità del lavoro, il suo carattere di pena, per cui esso è sentito come una condanna,
quando avrà fine? Si troverà la quadratura dei cerchio, un genere di lavoro che
non costi pelle […] I classici prevedono una riduzione al minimo del lavoro
dopo attuato il comunismo, [ma, secondo lui] il lavoro non potrà essere ridotto
e tanto meno abolito. Lo impedisce una legge che non è economica, è biologica,
o è semplicemente fisica , per cui la vita non può sorgere e non può mantenersi
senza lottare e penare. Il lavoro è un aspetto di questa necessità […]
Marx definisce l'uomo
'sovrano' della natura e ipotizza una società senza classi in cui il lavoro può
essere reso meno pesante. Il fatto è che Marx non si è sottratto neanche lui
alle seduzioni del pensiero speculativo d'Occidente: pensiero antropocentrico
per vocazione, portato a compendiare ogni valore, ogni energia, ogni vera vita,
nell'uomo considerato fine, se non anche principio dell’universo [...] Ora,
questa visione suscita qualche riserva, perché l'esperienza quotidiana ci
insegna che il mondo, esterno e fisico, non dipende da noi, ma proprio al
contrario: noi dipendiamo da esso,
in ogni istante e atto del nostro esistere. Ci insegna inoltre che questo
nostro dipendere non è ristretto all’occasione del lavoro, o di un certo regime
di produzione. Se per un momento ci illudiamo di essere indipendenti, subito la
realtà, prima di tutto ciò che chiamamo natura fìsica, ci fa sentire che siamo
inclusi in lei, semplici elementi del suo sistema, ce lo fa sentire in noi
stessi col freddo, la fame, la malattia, con la nostra debolezza e la nostra
paura.
La sua meditazione dal
ristretto campo del marxismo si allarga alla storia dell’uomo e della terra.
La storia degli uomini non è la storia della natura, e volere spiegare la
natura con i criteri nostri è antropomorfismo. Noi uomini siamo nati ieri, la
nostra ‘Storia’ è cominciata ieri, mentre questa stessa piccola Terra che ci
ospita esiste da miliardi di anni, e la vita evoluta vi è comparsa centinaia di
milioni di anni prima di noi (ivi, pp. 74-75)
LA CRISI DI
FERRANINI ED IL RITORNO IN AMERICA.
La sua vocazione all’autocritica era scomparsa. In lui
scattano la delusione e la ribellione; credeva di essere un gregario
tranquillo. Docile. Si è ingannato [...] E venuto il momento della chiarezza.
Al posto del Ferranini timido, rassegnato («che non chiedeva di meglio che
farsi mostrare il suo torto») [..] un altro individuo monta a galla. O un altro
istinto [...]
In questo momento di
crisi e di incertezza arriva come un fulmine, come un evento che squilibra, ma
offre anche uno spunto nuovo, un telegramma da New York: l'ex moglie Nancy,
gravemente ammalata, desiderava rivederlo. Nancy, la donna che lo aveva fatto
tanto soffrire, ma aveva rappresentato la sua giovinezza in quell'America, dove
lui aveva trascorso lunghi anni, vissuto quell'amore appassionato e
travolgente, patito un disinganno profondo; dove si era imborghesito, e dove
sarebbe rimasto se Nancy non avesse chiesto il divorzio. L'America dei grandi
spazi verdi, delle enormi fattorie, esercita il suo richiamo: là c'è più
spazio. Là le campagne sono immense. Sembrano parchi. È un altro mondo.
E lui era stanco, voleva cambiare, vivere liberamente. Un'esistenza migliore.
L'anelito verso una
società diversa, il rimpianto della moglie, l’esigenza inconscia di una
soluzione alla sua insoddisfazione, di una dilazione ai suoi problemi, lo
spingono, con un improvviso impulso, a tornare in America. L'America gli è
mancata; ed ora, mentre si prepara la valigia, non gli sembra di partire, ma di
ripartire. Quei tredici anni passati non erano stati, con tutta la vita che
racchiudevano, che un intervallo. Con tutte le cose che per tredici anni gli
erano state essenziali. Nell’aereo
che lo porta in America ripensa alla sua situazione: quel non sentire
un rimpianto, non avere un proposito, quell'affidarsi al caso. Senza
preoccuparsi, pensare, decidere. Senza un piano, un programma immediato:
sapere che cosa avrebbe fatto allo scadere del visto, di lì a otto, a sette
giorni. Tornare a casa, a Roma? Macché. Gli veniva il ribrezzo a pensarci come
uno che ripensa a un febbrone appena smorzato.
L'avventura americana
segna l'inizio di un'altra parabola, ma non ritrova più gli slanci di una
volta, si sente abulico. Ricorda quando era andato in America la prima volta,
con tanto entusiasmo e tanti sogni per la testa. Venti anni prima, ed era un
ragazzo, aveva passato il mare col cuore che gli si spaccava in due fra la
nostalgia di quanto lasciava e la fierezza di quanto andava a fare. Avendola
tutta chiara davanti la sua missione nell’impero capitalista, che sarebbe
cominciata a Boston, sulle tombe dei martiri. Quei Sacco e Vanzetti mito della
sua infanzia e adolescenza. Che poi era finita, come era finita. Nella delusione
e nel dolore. E adesso? Adesso niente altro che rinuncia e ironia. In fondo,
se nessuno lo prendeva sul serio, non c’era motivo che si prendesse sul serio
lui. Cosa farà adesso? Chiederà asilo all’America? Per essere considerato un
buffone voltagabbana [...] Tutto quello che si voleva. Ma [lui era] stanco.
Stanco senza rimedio. Impossibilitato a continuare ... Un sistema nervoso con
un cervello per accessorio... Ferranini il puro, l’intransigente. Roba da
ridere […] (ivi, pp. 78-79)
LA DELUSIONE
AMERICANA, IL MALORE.
A Boston una cruda
delusione. Non trova Nancy presso
la zia, che gli aveva mandato il telegramma, e dove era sicuro si fosse
rifugiata. Nancy è a Filadelfia, in ospedale. L’eccitamento che lo aveva
tenuto su in quelle ore cade di colpo, adesso che si avvia a ripartire. Sempre
sospinto, senza tregua, sempre lontano dalla meta, sempre sbattuto dagli
eventi. Nell’attesa del treno si sente affranto. Un essere senza radici, per
gli altri ci sono i teneri impegni della famiglia, per lui gli orari delle
partenze. Ogni vita, dicono i biologi, ha l’habitat che si merita con la sua
evoluzione. II suo era un mondo ferroviario, mutevole e sospeso, qualche ignoto
peccato evolutivo lo condannava a questo [...] Subentrava la rassegnazione anche
a quelle stracche attese nelle stazioni, che ora gli sembravano inevitabili e
significanti come gli esiti di un destino. Per far passare il tempo, cerca di
dormire qualche ora, e poi nel ristorante, come altre volte, si conforta
mangiando. Ad ogni modo, Nancy l’avrebbe riveduta. Ed era libero. Poteva
ricominciare. "Si sente provvisoriamente tornato alla superficie delle
cose, a respirare un senso ilare, nuovo, di quella situazione sospesa sì, ma
anche aperta".
Dai titoli di un
giornale apprende, però, che una doppia calamità sta per rovesciarsi sugli
Stati dell’Est: il blizzard, la bufera di neve di provenienza artica, e lo
sciopero degli addetti ai servizi di trasporto: il preannuncio dell’esperienza
amara e deludente, che farà in una Filadelfia fredda e oscura, immobilizzata e
spersonalizzata dallo sciopero, sferzata da un vento gelido, che manda giù e fa
soffiare una neve secca e obliqua, pungente. Una Filadelfia in cui si
consumerà la fine della brevissima parabola americana, il crollo delle residue speranze.
Nel livido e buio
parco che, basandosi sui suoi ricordi, deve attraversare per raggiungere
l’ospedale dove è ricoverata la moglie, Ferranini arranca a piedi, la valigia
issata su una spalla, più solo e desolato che mai, sotto un ciclo nevoso, mentre
le macchine sfilano meccaniche e indifferenti. Quando la luce dei fanali
mancava, buio e silenzio erano totali. Una magistrale descrizione in cui lo
sfinimento fisico e l'infinita tristezza del personaggio si accordano alla
desolazione dell’ambiente. Un ambiente che sotto la luce filtrata dei fanali
[mantiene] il suo aspetto ingenuo e feroce, di foresta. La città pareva
scomparsa. La natura può essere fredda e ostile se la presenza umana non porta
un elemento confortante. Di questa presenza Ferranini sente un tale bisogno, da
toccare la lamiera di una macchina abbandonata per avere l’illusione di un
contatto con i suoi simili. La sua Filadelfia!. Restituito così alla città
della sua nostalgia al parco dei suoi passati ricordi!
In questa Filadelfia livida,
spettrale, oscura, sempre più esausto
continua a camminare trascinando la valigia, stanco e intirizzito, mezzo
accecato dalla neve; mentre incomincia a farsi sentire, sinistro preannuncio di
un attacco del suo male, un dolore all'avambraccio e poi alla spalla, battendo
fitto con una diramazione di spasimi sin sotto l'orecchio, e poi di dietro,
alla nuca (ivi, pp. 80-82).
EPILOGO: IL
RITORNO.
[…] Non gli
importava più di niente. Per essere precisi, non sentiva nessun impulso a
guardarsi dentro o indietro, a fare il conto dì ciò che gli restasse. Lui, che
aveva sempre cercato l’occasione di fare il punto della sua vita, di
riepilogarsi, misurarsi, di decidere, che è la condizione e la sostanza del
vivere, ora si rende conto con tristezza e dispetto di avere bisogno di non
pensare a se stesso. Le ultime
giornate a Roma, il salto sull'Atlantico, l’incontro a precipizio con una
desolata America nuova, sconosciuta, avevano soppresso tutto, livellato anche
le rovine. La mente si rifiutava di tornare sul suo passato, di mettere
ordine, di spiegare cosa era successo. Un solo pensiero affiorava: di
ricominciare non era capace. L’intermezzo dell’ospedale era venuto al momento
giusto. Era stato una proroga. Un pretesto per non vivere, lui che si era
chiuso una vita alle spalle. Ma ora?
Ora tuttavia è
giocoforza ripartire per l'Europa, tornare in Italia. Partire gli premeva dopo
tutto. Gli interessava di andare. Andare e basta. Gente che lo aspettasse non
ne aveva, scopi non ne aveva. C'era la sua valigia, lì con lui, tutto quello
che era suo, tutto quello che gli occorreva. Ferranini obbedirà alla necessità
di andarsene dall'America, ma vorrebbe che quel viaggio non finisse più, che
l'aereo che lo riporta in Europa si fermasse in mezzo all’Atlantico, a mezza
strada. Fermo tra l’America e l’Europa, equidistante. Non mettere piede a
terra, essere immobili. Trovare un altro intervallo come quello dell'ospedale
e che durasse. Non essere né di qua né di là, un assurdo che rispondeva al
bisogno della sua stanchezza, l'equilibrio cui tendeva senza saperlo già
partendo da Roma (e credeva di evadere). Ciò che lui cercava era il rinvio, o
piuttosto la sospensione.
Sospensione dalla pena
di vivere, da una vita di cui non si riescono a conciliare le contraddizioni.
Una forma di estraniamento nella quale si possano placare i contrasti e i
tormenti che la vita ci infligge. Un pensiero solo affiorava: ricominciare no,
non ricomincio. Non se la sente di riprendere la vita di prima, la sua
esistenza parabolica. Un avvicendarsi di cadute precedute da ascensioni
speranzose [...], un disegno di parabole strette, ascensioni erte, iniziative e
speranze e poi, inevitabile, la caduta. Ad ogni salita era seguita una discesa
nella disperazione e nella delusione, salvo riemergere di slancio per un'altra
salita, condannata a cambiarsi in precipizio. Ma ora di slanci non ne ha più.
Salite non ne può fare più. Cosa gli rimangono? Le necessità organiche. Come
tante altre volte, confortarsi mangiando; mangiare con il trasporto e l’ignara
gratitudine dell’affamato. Mangiare e poi dormire (ivi, pp. 88-89).
ROMA SENZA PAPA.
In Roma senza papa la vicenda e la
visione blandamente ottimistica sono proiettate nel futuro, in un'umanità
vicina agli anni 2000, dove, assieme a vecchi difetti italiani (il chiasso, la
sporcizia), e a nuove usanze bislacche, si affermano concetti talvolta
innovatori (la solidarietà sociale, un diffuso spirito ecumenico), talvolta
strampalati. In questo ameno romanzo Morselli immagina un futuribile
fanta-religioso, proiettando tendenze sociologiche e religiose in fieri, e profonde arguzia e
ironia, oltre che una scaltrita preparazione in campo teologico. Cogliendo
tendenze in atto e lievitandole con l’immaginazione e una logica intuitiva
di possibili conseguenze e evoluzioni, nonché di altrettanti possibili
ribaltamenti di situazioni e convinzioni, Morselli delinea in queste cronache
romane di fine ventesimo secolo una proiezione aerea e godibile della vita
teologico-ecclesiastica degli anni duemila.
Tutto è proposto in
modo scherzoso e paradossale in questo libro, a cominciare dallo scenario della
vicenda, una Roma degli anni 2000 non più caput mundi, ma capitaletta di terzo
ordine, sperduta nel MEC, un'orba Urbs, abbandonata dal Papa che si è trasferito
in programmatico esilio a Zagarolo, mentre la Chiesa sta ripudiando la
sua romanità fastosa e festosa e il Vaticano è ridotto a un Museo. Una
avveniristica ricostruzione, ove la sorprendente competenza nella materia
teologica ed ecclesiastica, impreziosita dalla conoscenza del dettaglio, viene
piegata dalla fantasia travolgente di Morselli alla creazione di spunti
caricaturalmente paradossali oltre che genialmente esilaranti.
Il libro è il
resoconto di un soggiorno, in questa Roma degli anni prossimi al 2000, di un
prete svizzero, don Walter, desideroso di ottenere un'udienza papale.
L'ortodosso e conservatore prete assiste un po' allibito, un po' indifferente,
un po' ammirato, ai cambiamenti decisivi avvenuti rispetto ad una sua visita
precedente, di trenta anni prima.
Nel suo cammino verso
l’ecumenismo la Chiesa cattolica ha bruciato le tappe: ormai abrogato il
celibato dei preti (il papa è quasi fidanzato con una teosofa indiana di
Bengalore, pozzo di sciente vertiginose, autrice di quattro volumi sul
neoplatonismo e suoi influssi sul misticismo orientale), il cattolicesimo ha
assunto un aspetto non lontano dal protestantesimo, mentre ci si prepara ad
un'unificazione con il buddismo, e si elaborano progetti per l'evangelizzazione
degli abitanti di Venere e per la conversione delle macchine pensanti Rand
e Westinghouse.
L'atteggiamento delia
Chiesa è caratterizzato da un'estrema tolleranza; sul territorio del
Vaticano c'è un'assoluta libertà di espressione su qualunque argomento. Lo
stesso ateismo può essere considerato a sua volta una fede, tanto che esiste
il G.I.D.M., «God is dead Movement». Eppure coloro che dichiarano che «Dio è
morto» non sono materialisti o scettici, sono buoni cristiani. Alla Gregoriana
ormai un buon terzo è ateo, perché la fede è risolta al 100% nella psicologia,
o psicopatia. Non tutti accettano ciò passivamente. Capita a volte di vedere
per le strade cortei di preti con una fascia nera sul braccio che protestano
per la conclamata morte di Dio. Non mancano innovazioni nel campo
politico-economico (i Gesuiti si sono resi promotori di un regime
collettivistico di tipo comunista) e tecnico (i confessionali automatici, il
filmato dell'ingresso di Paolo sesto e del suo corteo in S. Pietro proiettato
ad uso turistico ogni domenica. San Pietro stesso grazie agli amplificatori è
un formidabile salone di conferenze o di concerti. Un Sant'Antonio elettronico,
ideato da un ingegnere italiano della Siemens, risponde ai
postulanti in italiano, latino, francese, inglese) […]
Si perpetuano anche
vecchi stili di vita; predomina incontrastata la bambinocrazia (i bambini
animano, dominano, ossessionano), il calcio continua ad essere il supremo
interesse e affare del paese..., la molla e il motore principale della vita
nazionale. Ci si è risparmiata per poco a metà degli anni settanta una
autentica rivoluzione (la prima, dacché
l’Italia esiste) pronta a scoppiare per ribellarsi al tentativo del
governo che aveva deciso la riduzione allo stato dilettantistico, o
'deprofessionalizzazione', dei giocatori delle squadre di calcio, nonché un
taglio del 60% nei loro emolumenti.
Sempre uguale e
insopportabile la rumorosità della vita di tutti i giorni, caratteristica
peculiare del gusto italico (Il bisogno che gli Italiani hanno di sonorizzarsi
e profondo, la loro ingegnosità inesauribile). Lo Stato italiano dovrebbe
appropriarsi del motto Facciamo baccano,
inserirlo nel suo stemma, gli spetta di diritto […] Costanti anche
sporcizia e dissesto stradale (Per le strade le allegre scorribande di
cartacce e le buche, dove dopo un temporale si affaccia il cielo bianco).
L’Italia del 2000 è, come sempre, un paese adorabile che meriterebbe di essere
meglio abitato.
Pur continuando a
esaminare ogni cosa con occhio elvetico, e cioè gotico, malgrado tutto, il
buon Walter non sa come può essere stato lontano tanto tempo da questa città;
non si sottrae ad una certa malìa, ad un richiamo che gli si rivela ora dalla
maniera di guardare di una ragazza, [ora] dal dialetto grosso, estraneo all'asciutto
italiano che senti parlare a Arezzo o a La Spezia […]
Fasci di luce ironica
investono ogni argomento, mostrando un Morselli capace di esercitare
l’ironia anche verso se stesso, verso i suoi più angosciosi e irrisolti
problemi, a dimostrazione della fondamentale varietà della sua personalità e
della capacità di letizia risorgente in lui, quando gli avvenimenti non gli
erano troppo contrari, quando le pareti della sua vita erano ancora in
pendio. Temi centrali della sua meditazione, affrontati con disperato
sconforto tanto in Fede e critica che nel Diario, sono ora proposti con
distacco e irriverenza, in tono semiserio, accompagnati da note scherzose,
inseriti in situazioni paradossali, avanzati da personaggi eccentrici come
qualcosa di bizzarro. Non cambia la sostanza intellettuale del problema, sono
assolutamente diverse le risonanze
che esso provoca in Morselli (ivi, pp. 101-105).
Il periodo felice di
Morselli continua (e si conclude) con un piccolo capolavoro, Divertimento 1889, un unicum nel sussiegoso e
asfittico panorama letterario italiano degli ultimi cinquanta anni, per lo più
desolantemente uniforme e noioso, scleroticamente aderente a conformismi e
anticonformismi alla moda.
Un Morselli diverso,
uno dei più ameni libri della nostra letteratura è Divertimento 1889, una pausa che
consuma e gode l'evasione, vissuta e narrata con animo rilassato e divertito.
Scritto in un momento di felice e ilare vena immaginativa, di rarefatta grazia
espressiva, di beffarda e sorniona contemplazione del passato e della storia,
il libro è anche una rappresentazione indulgente e sorridente delle debolezze e
ipocrisie umane, oltre che delle imprevedibili vicende che un caso burlone può
mettere in moto.
Si tratta di
un'immaginaria avventura del re Umberto I, che, recatosi in Svizzera per
vendere una sua proprietà, vive per qualche giorno l’esperienza, per lui nuova
e tonificante, della vita dell'uomo comune. Un annoiato e corrucciato Umberto
I, rude e sbrigativo, che trae via via sempre più soddisfazione e vivacità dal
profondo sollievo provato nel sottrarsi per pochi giorni alla gravosa routine del suo mestiere di
re, dal fare tutte le cose semplici e quotidiane che gli sono normalmente
negate; un Umberto I con le caratteristiche proprie del personaggio storico,
ricostruite con arguta fantasia: concretezza ruvida e semplificatrice, passione
per le donne e per la caccia, fastidio di quel suo mestiere facchinesco e
inutile, avanti e indietro per l’ingrata Italia, la sconnessa, scalcinata Italia,
senza responsabilità né poteri, inseguito da carte e corrieri, lui che non
c'entra niente, che non può cambiare niente...E poi la casa, la famiglia. Due
case, due famiglie. E lui di mezzo, annoiato di tutte e due, con il suo bisogno
di libertà, di isolamento. Un Umberto I personaggio morselliano, stanco e
diffidente, annoiato da beghe e brighe, desideroso di solitudine e di pace,
compresso tra le due donne che lo assillano, la moglie e l’amante, tra le
smanie esibizionistiche della moglie
Margherita e le tempestose ire dell’amante contessa Litta (ivi, pp. 139-40).
CONCLUSIONE.
Un suicidio, di cui
molti furono i colpevoli. Perche molti furono coloro che si resero colpevoli di
non riuscire a capire, non saper giudicare, non riconoscere o non avere
rispetto per la grandezza umana. Una colpa, che simboleggia uno dei significati
di Dissipatio, quello di "incoerenza, peccato contro lo Spirito. Una
colpa (o un errore) di cui bisogna fare ammenda. Tutti prima o poi devono fare
i conti con la necessità di attribuire alle cose la loro giusta definizione -
afferma Fazil Iskander -
colpevoli di aver sottovalutato o trascurato il significato della
grandezza umana, ignari del rispetto che ognuno deve a se stesso, ai propri
simili, alla vita.
Se manca questo senso
discernitivo, se l’uomo non è in grado di riconoscere i meriti intellettuali e
morali di un altro uomo, se incapacità, conformismo, opportunismo,
intimidazione, cancellano i segni distintivi tra intelligenza e idiozia, bontà
e malvagità, valore e mediocrità, se cupe epoche di abbrutimento spirituale
calano sull'umanità ed essa si appiattisce su manichini-automi incapaci di
giudizio e di scelta, su ottusi gregari passivamente aderenti ad errori
collettivi, la ragione sta dalla parte di Morselli, nel volere sottrarsi ad una
massa di non-uomini, di marionette che mimano l’apparenza umana, di esseri
spiritualmente evanescenti, automatizzati e massificati dalla mancanza di perni
intellettuali e morali, dal conformismo e dai condizionamenti ideologici.
Quei manichini, che in
una surreale scena di Dissipatio H.G. il protagonista, colto da un soprassalto
di nostalgia per la presenza umana, toglie dall’emporio e dispone sulla piazza
del Municipio e nelle macchine. Ed ecco rimpiazzati, rimessi su piazza (e nelle
macchine), gli uomini. Non erano simili a manichini? Non agivano come corpi
senz’anima? Privi di spunti razionali e riflessivi, di autonomia di giudizio,
di comprensione, di umanità. Una presenza puramente formale e illusoria; se non
dannosa. Quando passività e irresponsabilità ottundono facoltà logiche e
sentimenti umani, quando virtù e conoscenza non determinano le scelte, gli
uomini assumono il comportamento rigido e meccanico, scontato e prevedibile,
stolido e insensibile degli automi, imitano lo sbracciarsi privo di senso
delle linotypes. Poveri automi gesticolanti, prigionieri della loro fedeltà
meccanica. Ad un'umanità di manichini ottusi e insensibili Morselli sì
sottrasse con il suicidio.
Morire diventa
l’epilogo fatale di un rapporto conflittuale e deludente. È impossibile
accettarli così come sono, divenire complici di follie collettive, ed è
doloroso e frustrante non essere accettati da loro. Tertium non datur. Isolarsi è un peccato
di superbia, contraddice la nostra più intima natura, quella di esseri
socievoli, impedisce il conseguimento di una vita armoniosa; l'armonia si
realizza in un rapporto equilibrato, felice e solidale con gli altri, oltre che
con se stessi. Non possiamo sentirci slegati dagli altri, chiusi nella Turris
eburnea
del nostro mondo di pensieri e di atti. Tra noi individui ci sono legami
invisibili e tuttavia reali...Noi veramente siamo uomini, esseri umani, in
quanto la nostra esistenza non sia limitata al nostro essere particolare, ma
sia estesa dalla nostra solidarietà con gli altri... Nel sottrarsi alla
comunanza con loro è la colpa più grave.
Vocazione al rapporto
umano, alla comprensione, alla solidarietà, che percorre tutto il pensiero di
Morselli e mostra quanto amare siano state le delusioni e le sensazioni dei
personaggi morselliani e del loro creatore per votarli alla solitudine e
all'isolamento. Isolamento-mutismo fatale a Morselli come uomo e come
scrittore: gli impediva la comunanza di cui aveva bisogno come uomo, e la
solidarietà che avrebbe voluto esprimere nel modo più congeniale alla sua
natura, esercitando la funzione di scrittore, inviando messaggi razionali e
illuminanti, comprensibili e condivisibili.
Questo autore che,
in controtendenza con le enfatiche
esaltazioni romantiche, le abuliche confusioni decadentistiche (o
farneticazioni superomistiche), tratteggia e teorizza la figura dell’uomo
ideale, riportandola ad un modello di classica misura: l’uomo grande, l'uomo
positivo, l'uomo vero, per Morselli, non è l'uomo dotato di eccezionali quanto
improponibili caratteristiche intellettuali e caratteriali, ma è l’uomo 'medio,
l'uomo come lo si è immaginato nei secoli di civiltà classica, quando il
genio, o l’eroe, era perfezionamento,
non negazione dell'uomo comune, e campione di virtù civili e civiche,
uomo integralmente «sociale». Un uomo lontano tanto dall'uomo-massa conformista
e ottuso, quanto dal ribelle, genio e sregolatezza; un uomo riepilogo degli
altri uomini, punto di unione tra di essi […] Essere uomini, nel significato più
consapevole e moderno, non significa essere perfetti, ma essere armoniosi, non
abbandonarsi passivamente agli impulsi, ma non ignorarli. La meta è l’armonia,
non l’eccesso, in qualsivoglia senso.
Intelligenza, buona
volontà, costanza, deve possedere l'uomo morselliano. Ma soprattutto cuore e
sensibilità; da essi scaturiscono la compassione e la simpatia per l’altro uomo
(nel senso etimologico di patire insieme). Compassione e simpatia, sinonimi
nel loro significato fondamentale, nel nostro mondo morale sono «valori» molte
volte decisivi, checché ne dica la filosofia classica. La più comune delle
parole, il gesto più semplice, quando crediamo di sentirvi comprensione e
rispondenza allo stato d'animo che ci occupa tutti, possono, anche all’insaputa
della persona donde provengono, destare in noi un'eco illimitata di commozione
e di gratitudine. Possono in un determinato momento e in determinate nostre
condizioni (di sofferenza, soprattutto) produrre un effetto spirituale
straordinariamente profondo e benefico […]
Il 'divino' consiste
nello stabilire un circuito di comprensione e solidarietà, nella presenza dell’uomo quando questa presenza è
Bontà, Soccorso. La solidarietà umana, non quella strombazzata col megafono o
enunciata con i verbalismi-gelatina del sociologismo, ma sentita con
sincerità e attuata con discrezione, ha un valore mistico, giustifica la fede
verso gli uomini, la venerazione verso l'uomo che è grande con modestia, utile
con bontà, indispensabile con discrezione e semplicità: verso l’uomo necessario
e utile. Quest'uomo è all’apice della gerarchia etica, anzi al di fuori di
ogni gerarchia, ha una dimensione sovrumana […] C'e in Morselli un trasporto
appassionato, un'esaltazione che sconfina nella venerazione per l’uomo buono e
intelligente, perspicace e gentile, disponibile e pietoso. Questo uomo andrebbe
riconosciuto, ascoltato, rispettato, amato. Bisognerebbe che si stabilisse tra
gli uomini un rapporto nuovo, implicante un superamento di quelli passati, che circolasse tra
loro un più intimo senso di fraternità e di simpatia, di comprensione della
grandezza e unicità di taluni, degli umani limiti e della costituzionale
fallibilità dei più. Bisognerebbe
recuperare prima che sia troppo tardi "una naufraga solidarietà umana, una
inconsueta pietà, vocazione inattesa a capire; a compatire [...] L’umanità non
ha responsabilità, non ha colpe, subisce un destino […]
Dai lontani Realismo
e fantasia a Roma senza papa, da Contro-passato prossimo al Diario i messaggi di
Morselli sono plurimi e convergenti nell’auspicare una solidarietà tra gli
uomini, e si fondono nell'appassionato appello di Dissipatìo H.G.. Messaggi razionali e
nobili, che allineano Morselli ai più grandi autori del nostro secolo, ai più
responsabili e autorevoli, a quanti hanno cercato di sottrarre l’uomo
all’irrazionalità e alla confusione, di impedirgli la Dissipatio spirituale e fisica,
di avviarlo verso un senso più maturo ed elevato della vita. Un fine che non
rende "inutile" la funzione di un vero scrittore (ivi, pp. 163-72).
NOTA BIBLIOGRAFICA.
Le opere di Guido
Morselli cui si è fatto riferimento e quelle citate nei brani della monografia
di Marina Lessona Fasano presentati sono le seguenti: Roma senza Papa.
Cronache romane di fine secolo ventesimo, Milano, Adelphi, 1974; Il comunista, Milano, Adelphi, 1975,
poi pubblicato anche da Bompiani e da altri; Contro-passato prossimo.
Un’ipotesi retrospettiva, Milano, Adelphi, 1975; Divertimento 1889, Milano, Adelphi,
1975; Dissipatio H. G., Milano, Adelphi, 1977; Fede e critica, Milano, Adelphi, 1977; Un dramma borghese, Milano, Adelphi,
1978; Incontro col comunista, Milano, Adelphi, 1980; Diario, Milano, Adelphi,
1988; La felicità non è un lusso, a cura di Valentina Fortichiari, Adelphi,
1994. Queste opere, per le quali si è fatto riferimento alle prime edizioni,
hanno poi incontrato una notevole fortuna editoriale, come testimoniano le
numerose riedizioni successive. L’opera di Fazil’ Iskander citata dalla Fasano
è la seguente: La costellazione del caprotoro, Palermo, Sellerio,
1988.
Tutte le opere di Guido Morselli sono
state edite da Adelphi, ed alcune anche da altri editori, fra i quali Bompiani
ed Euroclub. È uscito di recente
il primo volume dei Romanzi, a cura di Elena Borsa e Sara D'Arienzo, con la
collaborazione di Paolo Fazio. Introduzione e cronologia di Valentina
Fortichiari, Milano, Adelphi, 2002. Tra i contributi più o meno recenti alla
conoscenza di Morselli, oltre a quello di Marina Lessona Fasano, sono da
menzionare: Simona Costa, Guido Morselli, Firenze, La Nuova Italia, 1981; Valentina Fortichiari, Invito alla
lettura di Guido Morselli, Milano, Mursia, 1984; Francesco D’Episcopo, L’eresia
del sentimento. Guido Morselli, Napoli, Oxiana, 1998; Paola Villani, Il
caso Morselli. Il registro letterario-filosofico, Napoli, ESI, 1998; Guido
Morselli. I percorsi sommersi: inediti, immagini, documenti, a cura di Elena Bo,
Novara, Interlinea, ©1999; Guido Morselli: immagini di una vita, a cura di Valentina
Fortichiari, con uno scritto di Giuseppe Pontiggia, Milano, Rizzoli, 2001; Maria
Fiorentino, Guido Morselli tra critica e narrativa, Graus Editore, 2002.
Buone risorse si
trovano sul web, si vedano in particolare: www.italialibri.net/dossier/morselli/morselli.html,
per il saggio della D’Arienzo, poi la breve presentazione de I Romanzi, che si può leggere
su www.italica.rai.it/,
l’intervista a Valentina Fortichiari che si può leggere su Infinitestorie.it,
il breve lavoro di F. Tuccillo La felicità non è un lusso (su www.bnnonline.it)
ed i buoni contributi di Gianfranco Franchi, che si possono leggere su:
www.kultunderground.org. I rimandi ad una serie molto ampia di contributi sul
web si possono invece ritrovare su www.letteratura.it/guidomorselli/index.htm.