Per Adriano Sofri libero

UNA SPECIE DI GUSTO INERTE
di ERNESTO

Sono favorevole alla liberazione di Adriano Sofri, che stimo per quanto scrive, di cui ho conosciuto la grande umanità, il coraggio e la serietà professionale in tante occasioni e grazie anche al bel "Il Prigioniero" di Mattia Feltri. Ritengo che sia un peccato che un uomo come lui sia rinchiuso in un carcere, considerato quanto potrebbe fare una volta fuori.

E non penso questo perché credo sia innocente: non posso certo saperlo io.
Moltissimi indizi fanno pensare che sia così, le dichiarazioni del pentito Marino fanno acqua da tutte le parti, e ci sono tanti punti oscuri nel processo; molti suoi illustri amici sono convinti che sia innocente e lo gridano a destra e manca (ma io un amico lo difenderei anche se fosse colpevole); inoltre c'è una questione non da poco, ovvero che Sofri, colpevole o meno, è diventato una sorta di capro espiatorio finendo in carcere e pagando per tutti quelli che facevano e dicevano le stesse cose in quegli anni.

Erano anni in cui l'ideologia mangiava il cuore di quasi tutti e rendeva possibili comportamenti disumani in nome di ideali che si credevano grandiosi ed eterni.
Non possiamo non notare che se anche Sofri non fosse stato il mandante dell'omicidio del commissario Calabresi, era pur sempre il capo di Lotta Continua, ovvero del movimento di estrema sinistra che, se pure non da solo, più si scagliò contro il commissario accusandolo di un omicidio che non aveva commesso, quello dell'anarchico Pinelli. Lotta Continua alimentò un feroce linciaggio a mezzo stampa comprensivo di minacce e piuttosto esplicite istigazioni all'eliminazione di un uomo, tra l'altro innocente, con tanto di pubblicazioni di foto del "colpevole" e dell'indirizzo di casa. E sappiamo come in quegli anni non fosse nemmeno necessario assoldare qualcuno per compiere un omicidio, in quanto bastava la causa a muovere a qualsiasi delitto.
In quegli anni sul quotidiano Lotta Continua si lessero queste parole:

"Siamo stati troppo teneri con il commissario di PS Luigi Calabresi. Egli si permette di continuare a vivere tranquillamente, di continuare a fare il suo mestiere di poliziotto, di continuare a perseguitare i compagni. Facendo questo, però, si è dovuto scoprire, il suo volto è diventato abituale e conosciuto per i militanti che hanno imparato ad odiarlo; la sua funzione di sicario è stata denunciata alle masse che hanno incominciato a conoscere i propri nemici di persona, con nome, cognome e indirizzo. È chiaro a tutti, infatti, che sarà Luigi Calabresi a dover rispondere pubblicamente del suo delitto contro il proletariato. E il proletariato ha già emesso la sua sentenza: Calabresi è responsabile dell'assassinio di Pinelli e Calabresi dovrà pagarla cara.
[…]
È per questo motivo che nessuno, e tantomeno Calabresi, può credere che quanto diciamo siano facili e velleitarie minacce.
[…]
Ma dentro l'aula della prima sezione, dentro il tribunale, attorno ad esso, nelle strade e nelle piazze, il proletariato emetterà il suo verdetto, lo comunicherà, e ancora là, nelle piazze e nelle strade, lo renderà esecutivo.
Calabresi ha paura ed esistono validi motivi perché ne abbia sempre di più. Quando gli sfruttati rompono le catene dell'ideologia borghese e praticano le proprie idee, la forza dell'esempio diventa dirompente; i proletari di Trento che hanno rifiutato la legalità borghese per assumere quella rivoluzionaria, hanno compiuto il primo processo e la prima esecuzione. L'imputato e vittima del secondo è già da tempo designato: un commissario aggiunto di PS, torturatore e assassino: Luigi Calabresi.
Sappiamo che l'eliminazione di un poliziotto non libererà gli sfruttati; ma è questo, sicuramente, un momento e una tappa fondamentale dell'assalto del proletariato contro lo Stato assassino."


Dopo l'assassinio di Calabresi, lo stesso giornale il 18 maggio titolava: "Ucciso Calabresi, il maggior responsabile dell'assassinio Pinelli". E nel testo diceva che l'uccisione di Calabresi era "un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia".

Ma, come dicevamo, erano gli anni in cui l'ideologia triturava tutto, in cui gente come Umberto Eco, Paolo Mieli, Cesare Zavattini, Natalia Ginzburg, Tullio De Mauro, Manfredo Tafuri, Giulio Carlo Argan e altri 43 intellettuali e artisti nell'ottobre del '71 firmavano una lettera al procuratore di Torino in difesa dei militanti di Lotta Continua denunciati per istigazione a delinquere.
Tra le altre cose scrivevano: "Quando essi gridano 'lotta di classe, armiamo le masse', lo gridiamo con loro. Quando essi si impegnano a 'combattere un giorno con le armi in pugno contro lo Stato fino alla liberazione dai padroni e dallo sfruttamento', ci impegniamo con loro."

Erano gli anni in cui i morti di destra se lo meritavano, quelli di sinistra erano innocenti vittime, i grandi quotidiani come il Corriere della Sera sembravano organi della sinistra extraparlamentare, e quasi tutti i giornalisti approvavano o semplicemente chinavano la testa.

Ma tutto questo ora è lontano.
Sofri già molto tempo fa, parlando di Lotta Continua in uno dei suoi interrogatori definì "veramente abominevole il linguaggio di quegli articoli".

"Gli articoli che hanno accompagnato la campagna sul Commissario Calabresi sono indubbiamente orribili. Cioè, sono indubbiamente testimonianza […] di una posizione che noi condividevamo e non avevamo da soli, in particolare di un'incapacità, diciamo, di un sospetto nei confronti di un qualunque umanitarismo, di un qualunque umanesimo. Noi vedevamo l'affermazione del valore della vita umana, diciamo in astratto, come una specie di mascheratura degli interessi di chi comandava e di chi sfruttava e così via. Ancora più gravemente noi avevamo paura, pronunciandoci contro un episodio di questo genere [il comunicato di Lotta Continua seguìto all'assassinio], di disarmare e di diseducare le masse a quello che un giorno sarebbe stato il loro compito nei confronti di un destino che vedevamo inevitabile di lotta armata, di resistenza a una reazione armata e così via.

Diciamo, da questo punto di vista il giudizio su quelle cose non può che essere drastico e non solo oggi. Quelle cose erano orrende anche prima.
Naturalmente spiegare perché noi siamo arrivati a pensare e sentire così, cosa che adesso eviterò certamente di fare, non cambia molto del problema, ma è molto importante.

L'ultima cosa che vorrei aggiungere è che gli articoli della campagna che Lotta Continua condusse per l'incriminazione del commissario Calabresi e, poi, dopo che si era aperto il processo, sono a loro volta testimonianza, secondo me, di una parabola degenerativa che ha accompagnato non solo questo caso. E cioè, all'inizio, la violenza e la crudezza e anche la brutalità delle cose che scrivemmo (in questo caso non mi riferisco a me: non le scrissi di persona, però fa poca differenza per quello che eravamo allora), delle cose che noi scrivemmo aveva decisamente a che fare con la volontà di ottenere veramente giustizia. Di ottenere che si andasse in un tribunale ad affrontare questo problema. Di non lasciare che quello che era avvenuto, secondo noi, nella questura di Milano
[la morte di Pinelli] passasse impunito e senza il rispetto che gli era dovuto. Nel corso di questa campagna, questa posizione diventò una posizione abitudinaria, compiaciuta. Una specie di gusto inerte, diciamo, dell'insulto, del linciaggio, della minaccia, si è impadronito di noi e non solo di noi".

Insomma, se Sofri deve stare in carcere, allora dovrebbero fargli compagnia centinaia di personcine di quelle che si mettevano in prima fila per ottenere un po' di luce della ribalta, ma a cosa fatte si sono nascoste dietro la schiena di Adriano.
Se Sofri deve marcire a Pisa, dovrebbero seguire il suo destino anche quanti, magistrati, giornalisti o altro, hanno riportato in auge ancora una decina di anni fa e fino ai giorni nostri quella "specie di gusto inerte, diciamo, dell'insulto, del linciaggio, della minaccia" che ai tempi si era impadronito di Adriano e compagni, ma ha lasciato sul campo solo lui.


(Le citazioni sono tratte dal libro "L'eskimo in redazione" di Michele Brambilla, Bompiani, 1993)

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