Siena1


VERSO SIENA
di MICHIKO (30 anni, studentessa di italiano a Tokyo)

Dopo che ho girato in Svizzera sono partita per Siena da Milano. Ho organizzato di cambiare l’autobus a Firenze. Avevo promesso alla famiglia che avrebbe abitato insieme a me, di arrivare da loro alle sette. Allora ho fissato di prendere l’autobus da Firenze alle sei meno un po’.

L’autobus era pieno di gente. Non ho potuto sedermi. L’autobus correva bene quasi fino a metà strada, però improvvisamente si è fermato. Non ho capito che è successo, ma le altre persone non facevano chiasso, così ho deciso di guardare questa situazione un po’.

L’autobus si era fermato alla banchina, l’autista non diceva niente, ma credevo che la gente avesse capito questa situazione. Delle persone sono scese, si sono rilassate, e hanno cominciato a fumare, parlare, o telefonare. Mi sembrava che tutti erano calmi, oppure forse erano rassegnati.

Ho sentito la conversazione che l’autista faceva con delle persone: “Non va bene questa macchina. È naturale, perché c’è così tanta gente, vero? Ho chiesto un altro autobus, aspettiamo”.
Lui parlava ridendo, e anche le altre persone non si erano arrabbiate. Pensavo che non era male, non c’era un incidente. Immaginavo che gli italiani sono abituati, anche: forse in Giappone innanzitutto l’autista si sarebbe scusato subito, tante volte, e la gente si sarebbe arrabbiata di più. O forse gli italiani sono più accondiscendenti.
A proposito, questa situazione l’ho vista altre due volte: gli autobus italiani non vanno bene? È vero o falso?



Quando sono arrivata vicino a Siena, il sole era già tramontato. Era verso le sette. Ero molto in ritardo. Lo sapevo che la casa è lontana dalla stazione di Siena, perché mi era stato detto dalla segreteria della scuola che è meglio prendere un tassì dalla stazione per andare alla casa. Allora ho deciso di prendere un tassì.

Mentre ero nell’autobus, non ho potuto vedere fuori nulla perché era sera; non ho capito neanche le indicazioni di fermata, e poi ho chiesto alla signorina che si era seduta accanto a me di indicarmi quando l’autobus sarebbe arrivato alla stazione. In quel momento, ora che ci penso, mi è sembrato che fosse un po’ confusa. Mi ha chiesto: “Significa ‘in centro’?”. Non ho capito che ha detto esattamente, però ho risposto “Sì”. Lei ridendo ha annuito.

È passato un po’ di tempo. Lei mi ha insegnato come arrivarci e io, ringraziandola, sono scesa dall’autobus. All’inizio mi sono stupita che era molto buio. Le strade erano buie, i palazzi erano bui, inoltre mi sembrava che la gente fosse scura come un’ombra. Anche non c’erano treni, banchine, non c’era la stazione! Ho pensato: “Dov’è qui?! Non posso vedere niente!! Come si fa?!”. Ho pensato un po’, allora, e per prendere un tassì ho deciso di camminare nella direzione dove le persone scorrevano.



Dopo che ho camminato un po’ seguendo la gente che camminava, ho trovato una piazza piccola. Ma non ho trovato la fermata di tassì, ancora. E, nonostante avessi paura della gente, perché mi sembrava come un’ombra, ho deciso di chiedere a qualcuno dove fosse la fermata di tassì.

Mi sono avvicinata a un uomo che passava nella piazza con un bambino, perché ho pensato che è gentile una persona che è con un bambino. Gliel’ho chiesto e lui mi ha risposto: “Lì! Lì!”, indicando con il suo dito dall’altra parte della piazza. Ma io non ho potuto vedere niente di speciale. Gli ho detto: “Grazie”.

A proposito, durante quel momento, il piccolino che era con lui, forse suo figlio, ha stretto il mio dito dolcemente. Era molto carino. Lui era gentile, però non ho capito. Non ho saputo che fare, e allora ho telefonato alla famiglia per dire che avrei fatto tardi

La signora: “Dove sei? Ci siamo preoccupati per te!”
Io: “Sono alla stazione. Sto cercando un tassì, però non c’è.”
La signora: “Alla stazione? Allora ti vengo a prendere. La nostra casa è vicino alla stazione. Aspettami alla fermata di tassì, va bene?”
Io: “Ho capito. Grazie mille!”

Così ho dovuto cercare la fermata di tassì, ancora.



Ho provato a chiedere: “Dov’è la fermata di tassì?”, altre due volte. Ma tutti hanno detto: “Lì! Ora non c’è il tassì, però lo troverai.” Ho guardato bene “lì”: c’erano dei negozi chiusi e la strada. E poi ho guardato in quei negozi dalla vetrina. Certamente non c’era la fermata.

In quel momento ho notato che sulla strada era scritta la parola “Taxi”. Allora ho capito: non c’è il palo della fermata! Credevo ci fosse un palo, come in Giappone! Ma come si fa la fila?

C’era una donna che mi sembrava aspettare un tassì. Mentre ero in piedi, all’improvviso la signora mi ha parlato: “Stai aspettando un tassì?”. E io le ho risposto: “Sì”. Mi ha parlato tanto, però non ho capito bene quello che mi ha detto. Mi pare che abbia detto che di solito domenica non c’è il tassì, è difficile trovarlo subito. Poi quella signora ha rinunciato a prendere il tassì, e se n’è andata.



Mentre parlavo con la signora, una donna era in piedi vicino a noi, e ho pensato che quella donna fosse la prima della fila per prendere il tassì. Sono passati circa 15-20 minuti, da quando ho cominciato ad aspettare, e non è venuto nessun tassì. Dopo un po’ la signora mi ha detto che rinunciava a prendere un tassì, e se n’è andata. E poi è venuta una coppia giovane, e poi un uomo. Senza fare la fila, l’uomo ha domandato: “Chi è il primo?”. Il ragazzo della coppia ha risposto: “Lei (cioè la donna) è la prima. Lei (cioè io) è la seconda, e noi”. Ascoltandolo mi sono rassicurata: loro si ricordano il turno.

Un tassì è venuto, la donna l’ha preso. In realtà io alla fermata di tassì aspettavo la signora della famiglia, ma non arrivava ancora. Ero incerta su cosa fare, però in quel momento è venuto un tassì. Il ragazzo mi ha detto con gentilezza: “Tocca a te. Ciao!”. L’ho preso.

Indicando un foglio con su scritto l’indirizzo della casa, ho pregato il tassista di andarci. Quando sono arrivata di fronte alla casa, la signora è venuta fuori correndo e ha gridato: “Sei Michiko? Dove eri?! Ti ho cercato tanto alla stazione! Ho chiesto a tante persone! Mi sono preoccupata!”. Mi ha abbracciato e mi ha dato un bacio.

Siamo entrate in casa, e ho incontrato altre persone della famiglia. E poi abbiamo cominciato la cena. È stata buonissima. Finalmente mi sono tranquillizzata.

Durante la cena abbiamo parlato di perché non abbiamo potuto incontrarci. E l’ho capito: io le avevo detto che ero alla stazione, però in realtà ero in centro. Immaginavo che fosse uguale “il centro” e “la stazione”, come in Giappone, perché in Giappone il centro è dove c’è la stazione.

Comunque la famiglia è stata familiare, ho avuto fortuna. Così è cominciata la mia vita a Siena.


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