Hiroshima


HIROSHIMA MON AMOUR (1959)
di ALAIN RESNAIS
con Emmanuelle Riva, Eiji Okada

[recensito da Ernesto nel 1996]


Difficile restare indifferenti davanti a questo film, nonostante gli anni trascorsi dalla sua realizzazione ci abbiano offerto centinaia di opere che in un modo o nell’altro hanno tratto giovamento da questo esordio di Resnais (da cui la difficoltà di recensire un film a oltre trent’anni dalla sua uscita). Tuttavia, dicevo, colpisce e affascina ancora. Del resto (come sa bene anche Spielberg) esistono degli argomenti la cui enormità resta immutata nel tempo e il cui apporto alla riuscita di un film può essere decisivo.

Resnais parte con due corpi avvinghiati in un amplesso, ma ricoperti di cenere. In realtà potrebbe essere anche sabbia, o altro, visto che siamo appena all’inizio e non ci è stato mostrato ancora nulla, ma il nome di Hiroshima incombe fin dal titolo: difficile non capire. Poi si odono i due amanti, le cui parole evocano sullo schermo immagini di orrori ben noti: immagini in parte false, in parte dichiaratamente false (i film girati dagli stessi giapponesi), in parte tratte da filmati di repertorio. Questa mistura di realtà, realismo e finzione è sottolineata più volte, come quando vediamo l’allestimento di luci, carrelli e macchine da presa e pensiamo di star vedendo qualcosa che non dovremmo, per poi scoprire che si tratta di un altro film (ma sarà così veramente?) la cui realizzazione non ci viene mostrata (una delle poche ellissi di un’opera che, senza uso di pianosequenze, dà spesso l’impressione di svolgersi in tempo reale). Tutto quello che vediamo di quel film, in un’altra “scena-documentario”, è un corteo anti-nucleare (ma va considerato come i cartelli contro la bomba scritti in francese, da affiancare ad altre scene da cui emerge l’impegno sociale del regista, siano una forzatura accettabile solo con l’espediente del film, una sorta di “doppio” del film che stiamo guardando: stesse scene, stessa interprete, stessa ambientazione, un film sulla pace perché “a Hiroshima non si può girare altro che un film sulla pace”).

Che Resnais venga dal documentario si vede: in tutto il film si ha spesso l’impressione di essere condotti in una visita guidata della città, nella sua memoria e nella memoria dei suoi abitanti, siano giapponesi o francesi di passaggio. E in questa visita a volte sono i protagonisti stessi a farci da guida, e a volte in modo scoperto: all’interno del suo dialogo con l’amante, nella sequenza iniziale in cui ci vengono mostrate le conseguenze delle radiazioni, Lei ci dice che le donne, “le capigliature, svegliandosi al mattino, le ritrovavano COSI’ [e noi, solo noi, vediamo come], intere, perdute”. Poi continua con dati numerici precisi, chiusi da un inverosimile, per la situazione, “queste cifre sono ufficiali”.

Dunque un documentario e insieme un film sulla memoria, storica e personale. Sulla difficoltà di dimenticare, sulla volontà di farlo, ma soprattutto sulla “evidente necessità del ricordo”. Perché “tutto si ripeterà”. E Hiroshima è l’emblema dell’impossibilità di dimenticare. Non a caso al contrario dei nomi dei due amanti, che non sapremo mai (ma ci importa saperli?), la città è nominata continuamente, con compiacimento direi. Non dicono “E’ stato facile ritrovarti”, ma “E’ molto facile ritrovarti a Hiroshima. Invece Nevers è una parola come un’altra, come la città”. In realtà non è così, come sottolineerà il montaggio, analogico, che accompagna una passeggiata tra le vie di quella che sembra essere contemporaneamente Hiroshima e Nevers. Non si tratta semplicemente di flashback, di cui pure è ricco questo film, ma di un processo di identificazione che la protagonista attua tra l’amante giapponese e il suo primo amore in tempo di guerra (tedesco, la razza nemica, come nemici erano i giapponesi), tra la città teatro del suo antico amore e Hiroshima. La donna vive di ricordi; l’amore che le fu strappato in gioventù e che per questo non ha potuto evolversi, non ha potuto nemmeno finire, rivelare la sua probabile labilità, è rimasto in quella cantina di Nevers che lei si porta dentro, illudendosi con forza che possa reincarnarsi ancora.

Non c’è speranza per questi due sopravvissuti (lui era fuori città quando cadde la bomba, e non è convinto che fu una fortuna): la sterile memoria è il loro pane, unico argomento dei loro discorsi, del resto gli unici che ci è dato di capire poiché tutti gli altri personaggi parlano, realisticamente, solo giapponese. Se si parla di futuro è per dire che per allora si avrà perso il ricordo del passato. Non si prendono decisioni per il presente: meglio desiderare che fosse stato quel che non è stato: “Vorrei che tu fossi morta a Nevers”.

Alla fine li lasciamo così: incapaci di amarsi veramente per quel che sono in realtà, ma innamorati di un ricordo, di un’idea, di una città sconosciuta: -“Hiroshima è il tuo nome” -”E il tuo nome è Nevers”.

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