Consiglio inoltre la lettura di questa intervista a Padre
Di Noia,
della Congregazione per la dottrina della
Fede, che ha visto il film in
Vaticano e
dà il proprio saggio giudizio sulla fedeltà dell'opera al
Nuovo
Testamento, sulla sua necessaria
brutalità, sull'interpretazione di
Jim
Caviezel, e risponde alla domanda delle domande:
il film a chi dà la colpa per la morte di
Cristo? La
risposta è: a tutti tranne che alla
Madonna.
L'unica
pecca dell'articolo, dell'agenzia
Zenit.org,
è che toppa clamorosamente l'indirizzo del sito ufficiale del film. www.passion-movie.com è infatti
chiaramente un sito creato dai "fan" del film, e la cui versione italiana
è scritta in una lingua da traduttore
automatico. Figura ancora peggiore la fa
però Il
Riformista, che la settimana scorsa, tra deliri di
fantapolitica religiosa e semplici sciocchezze, è incorso nello stesso
errore e si è pure dilungato nella descrizione del "sito del film" (ma
questi giornalisti lo sanno fare il proprio
lavoro?!)
Riveliamo quindi a tutti i
disattenti che il vero sito ufficiale del film si chiama, ma guarda un po', www.thepassionofthechrist.com. E aggiungiamo
pure che la qualità del trailer è comunque migliore presso il link
indicato in cima a questo post.
Durante il
TG1 serale
del 26 gennaio ho visto il Presidente
Ciampi fare
il suo solito discorso annuale sul "Giorno della memoria": per non dimenticare,
perché non avvenga mai più, l'immane massacro che non ha eguali
nella storia, eccetera eccetera.
Eppure usare
tali parole significa sempre mantenere quelle azioni terribili in un remoto
passato, affermare più o meno esplicitamente che non c'è stato
nient'altro di tanto orrendo, godere dello spauracchio nazista come unico e
inimitabile simbolo del male assoluto. Come se le stesse cose non accadessero
anche oggi in Corea
del Nord, milioni di persone non
venissero massacrate in Congo, come
è accaduto da poco in
Ruanda e in
numerosi altri paesi africani, come se non fossero successe in
Jugoslavia,
nella Cambogia di
Pol Pot,
nell'Iraq di
Saddam
Hussein, per
(non) tacere dell'Unione
Sovietica dei tempi
d'oro.
Invece è sempre il nazismo ad
essere appeso alla gogna della storia, e se qualcuno gira un film con un
protagonista che sia l'incarnazione del maligno (vedi il talentuoso
Bryan Singer col
suo brutto "L'allievo")
gli basta farne un nazista, che subito pubblico e critica si inchinano di fronte
a tanta banalità.
Il nazismo è
diventato qualcosa di mitico, un racconto dell'orrore situato in un altrove
spielbergiano,
che sia quello fantastico di Indiana
Jones o quello in bianco e nero (e quindi
già fotograficamente "d'altri tempi") del pur splendido
"Schindler's
List".
E
così si perde di vista il fatto che non è solo appuntandosi la
croce uncinata al petto e camminando col passo dell'oca che si commettono
ingiustizie e assassinii immondi. Si dimentica che l'odio per gli ebrei non è mai finito, e anzi è tuttora
più vivo che mai, proprio nelle parole e nelle opere dei più
acerrimi avversari di quel nazismo che non esiste più. Così non si
vuole dimenticare quel che è accaduto 60 anni fa, ma si dimentica che lo
scopo di buona parte dei paesi del mondo arabo,
Palestina in testa, è quello di eliminare
Israele
dalla faccia della Terra.
La verità
è che far assurgere Hitler
a massimo esempio di disumanità,
significa evitare di guardarsi attorno e tantomeno in casa propria, significa
voler sfuggire scomodi contrasti politici, ma significa anche nascondere il
nostro proprio male, quello che abbiamo sempre davanti agli occhi, e gettarlo
indietro in un passato che ce lo cancelli alla vista. Diamo la colpa a lui,
puntiamo il dito su di lui, che noi siamo gli onesti campioni di
moralità.
Campioni che gridano allo
scandalo se gli si vieta di manipolare gli esseri umani a proprio piacimento, e
di eliminarli se non consoni ai canoni estetici e salutistici
attuali.
Sotto questo punto di vista, l'unica
differenza con la
Germania
degli anni '30 sta nel fatto che loro uccidevano vecchi, storpi e handicappati
senza farsi problemi di età, mentre noi pratichiamo la stessa eugenetica
sui nostri figli quando hanno ancora le dimensioni di una punta di spillo,
perché sparargli in testa una volta fuori dalla pancia o lanciarli
giù da una rupe è qualcosa che non si addice al buon gusto dei
nostri tempi.
Chiudo allora con una
bellissima riflessione del dottor Luigi
Frigerio, primario di ostetricia e ginecologia
agli Ospedali
riuniti di
Bergamo.
In questo articolo parla della
possibilità attuale, tramite diagnosi prenatale, di rilevare tracce della
Corea di
Hungtington, una rara forma di demenza a
trasmissione genetica che può manifestarsi intorno ai 40-50
anni.
La moglie di
Woody
Guthrie, il grande musicista
americano morto con la Corea di Hungtington, quando seppe che era stato
inventato il test prenatale per individuare questa malattia disse:
«Peccato! Se questo fosse stato possibile prima, la musica di mio marito
non ci sarebbe». Dato che i mezzi di diagnosi del bambino ancora in
utero diventano ogni giorno più sofisticati, non solo possiamo vedere
anomalie, malformazioni o problemi clinici già in essere, ma possiamo
persino vedere le predisposizioni, cioè tendenze a malattie che si
manifesteranno molto tardi nella vita.
Lo studio sequenziale del Dna
nei singoli cromosomi ha spalancato oggi possibilità che un tempo non
avremmo neppure immaginato. Attraverso gli esami genetici possiamo identificare
la predisposizione negli individui che svilupperanno un tumore fra i 50 e i 60
anni oppure i soggetti che manifesteranno ad una certa età
l’ipertensione arteriosa. Lo studio dei geni BRCA1 e BRCA2 individua, nel
genere femminile, chi potrà eventualmente ammalarsi di tumore al seno o
di tumore all’ovaio. Si può già intravedere nel feto il gene
del morbo di
Alzheimer,
che porterà la demenza senile nella quinta o sesta decade di vita.
Dovremo forse eliminare i soggetti riconosciuti portatori di queste
malattie?
Gli spartani non
avevano ancora certo inventato la diagnosi prenatale, però avevano deciso
di eliminare i neonati che apparivano loro incapaci di diventare nel futuro dei
bravi soldati o di generare poi altri soldati.
«Questo è
l’unico popolo della
Grecia
antica» ha scritto il genetista
Lejeune
«che sistematicamente abbia praticato questo spietato eugenismo. Di
tutte le città della Grecia,
Sparta
è anche l’unica a non aver lasciato all’umanità
né un poeta, né uno scienziato e nemmeno i resti di qualche
monumento. Forse gli spartani, senza saperlo, eliminando i loro neonati
imperfetti o troppo fragili, hanno ucciso i loro musici, i loro artisti, i loro
filosofi?».
Qualcuno di voi avrà sentito
dire che in
Giappone
è considerato molto poco educato soffiarsi il naso in pubblico. E che
soprattutto le donne dovrebbero evitare di farlo il più possibile. Beh,
è vero: è visto come un gesto poco elegante e dà fastidio
il rumore connesso a tale operazione. "Grande!" - direte voi. "Ecco un caso in
cui la rumorosità nipponica tanto vituperata dal
Buroggu cede
il posto a una molto giapponese sopportazione di un impulso socialmente
sconveniente, espressa tramite ascetico silenzio e aggraziata
postura!" No, vi sbagliate di
grosso.
Secondo voi, un qualunque individuo a
cui comincia a prudere il naso ed è sul punto di farsi scappare una
goccia cosa fa? Esatto, tira su col naso. Una, due, tre, quattro, mille volte,
prima piano, poi più forte, e continua così finché non ce
la fa più e a quel punto prende il fazzoletto e comincia a tamponarsi il
naso, ma sempre senza soffiarselo. Quando la quantità di liquido che
cerca di venire giù aumenta ancora e implora un fazzoletto, la tirata
diventa quel rumore sordo che mette in gioco anche la gola: per capirci, una
specie di scatarrata all'interno del cavo
orale. Un impiegato di mezza età,
semi-calvo e con la pancetta che si esibisce in simili delicatezze seduto in
treno di fianco a me è già quanto di più fastidioso possa
immaginare, tanto che dopo qualche minuto devo alzarmi e cambiare posto. Ma
quando a farlo è una ragazza vestita benino e molto carina, ci si rende
conto di quanto possano essere diverse due
culture. E lo fanno perché quell'unico,
rapido, sano rumore di una soffiata di naso dà
disturbo!
Mando quindi un appello a tutti gli
insegnanti di italiano in questa terra, o aspiranti tali: non appena i vostri
studenti e studentesse cominciano il rito della tirata su col naso, insegnategli
che in
Italia, o di fronte a italiani in qualunque
paese, usare un fazzoletto non solo non è vietato, ma è fortemente
consigliato, pena l'esclusione da ogni compagnia buona o cattiva; parlategli
della mamma che da piccoli e grandi ci diceva sempre "Non tirare su col naso!" e
degli amici che alla seconda tirata ti dicono "Ma non hai il fazzoletto?" e te
ne offrono uno. E perché comincino subito ad abituarsi, costringeteli a
soffiarsi il naso lì, seduta stante. Lo
shock culturale è anche questo.
Ho ovviato artigianalmente al problema del contatore degli accessi che si era
azzerato inspiegabilmente durante le vacanze. Ho aggiunto a mano un +22669, in
modo da ottenere il numero corretto di accessi totali, come riportato dal sito
che mi fa le statistiche: Extreme
Tracking. Per ora è
tutto ok.
Da un'intervista a
Lester
Thurow, economista del
Mit e
divulgatore:
Domanda: "Ma non trova
che in
Europa
ci sia un deficit di
innovazione?"
"Ah, non
c'è dubbio. Nel mio ultimo
libro l'ho scritto chiaramente. Il vero guaio dell'Europa sta nel
suo rifiuto della biologia, inclusi gli Ogm e gli esperimenti sugli animali in
laboratorio. Se il Ventesimo secolo stato il secolo della fisica, il
Ventunesimo sarà il secolo della biologia. Qui al Mit stiamo assistendo a
un boom: c'è chi è al lavoro sul primo bio-computer o chi studia
le ragnatele per scoprire nuovi materiali. E intanto le iscrizioni ai corsi di
biologia hanno superato quelle in informatica. Ma l'Europa ha deciso di non fare
niente per dieci anni, aspettando di capire che cosa può essere dannoso e
cosa no. Ma nella storia la ricerca scientifica non si è mai rivelata
dannosa a priori. Sarebbe come se, nel passato, si fosse deciso di non usare il
vapore o l'elettricità. Temo che l'Europa stia perdendo il treno del
Ventunesimo
secolo." [...]
Domanda:
"[...] il suo ultimo libro si chiama
"Fortune Favors the
Bold", un titolo preso a prestito
dal latino: audaces fortuna
juvat..."
"Era un motto
dell'esercito romano: chi è coraggioso potrà vincere o perdere, ma
chi è codardo perderà di sicuro. È un motto perfetto per la
competizione biologica che è già cominciata. L'Europa prende tempo
sugli Ogm, ribattezzati «Frankenstein Food». Al momento, però,
non ci sono prove che siano cibo da mostri. E così, con questo atteggiamento attendista, il Vecchio
Continente finirà per consegnare agli
Stati
Uniti un vantaggio di 50 anni in
questo strategico settore industriale." (Il Sole-24 Ore,
26/11/2003)
Quando si dice "la scoperta dell'acqua calda".
Istituti di ricerca e media che ne riportano i risultati, a volte sembrano
mettercela tutta per uscirsene con "scoperte" assolutamente
ovvie. Leggo sul
Foglio
di lunedì 1 dicembre (non on-line), citato da
Avvenire
del 26/11, del
Risultato della
ricerca "Violenza televisiva e subculture dei minori nel Meridione", realizzata
dall'Osservatorio su violenza, media e minori dell'Università di
Salerno.
Per l'81 per cento dei bambini meridionali dagli 8 ai 14 anni fa più
paura la cronaca trasmessa in tv della violenza che si vede nelle fiction e nei
cartoni animati.
Ma dai?! Che cosa
dimostra questo? Che i bambini (fino ai 14 anni, tra l'altro) non sono degli
idioti? Che sono in grado di distinguere la realtà dalla fantasia? Che
sanno discernere tra ciò che è pericoloso e quello che è
innocuo? Che arrivano addirittura a capire che un terrorista suicida che si fa
esplodere a sorpresa in una pizzeria è più temibile di un alieno
munito di raggi fotonici? Avevamo proprio bisogno che la scienza ce lo
confermasse.
"Non possiamo rimanere
sulla
Terra,
sarebbe troppo noioso. E ci lasceremo alle spalle le guerre, così come
quando siamo arrivati in
America
500 anni fa ci siamo lasciati alle spalle le futili politiche europee e abbiamo
formato una nuova nazione." (Silvia Bizio, La Repubblica,
5/1/2004)
A parte il condivisibile
accenno alle futili politiche europee, quantomai attuale, il resto è
coerente con il lavoro di tutta la sua vita: fantascienza pura.
I giapponesi sono rumorosi. Forse sono gentili,
educati, veloci, puntuali, e tutto quello che volete, ma di certo non sono
silenziosi. Nelle strade di
Tokyo, tra
negozi e esercizi vari è una guerra a chi grida più forte:
c'è l'omino sulla soglia del negozio di cravatte che si sgola al megafono
presentando rauco ai passanti l'offerta del giorno, e il grande magazzino
dell'elettronica che fin da prima di entrare ti stende un tappeto sonoro che
incessantemente replica il
jingle del
negozio (e se resti per 10 minuti sotto l'altoparlante ad aspettare un amico, o
diventi pazzo o passi la giornata senza riuscire a estrarre dalla testa quella
musichetta).
I treni sono un altro esempio:
non puoi viaggiare per un minuto senza sentire la voce dell'addetto in fondo al
treno che avvisa, ricorda, segnala, consiglia. Un esempio
reale:
«Grazie per aver scelto
di viaggiare con la nostra linea. Ricordiamo che questo è il treno
espresso per
Oshiage,
che fino a
Shibuya
effettua solo la fermata di
Sangenjaya.
Dopo Shibuya effettua tutte le fermate. Si avvisano inoltre i signori
viaggiatori che il treno potrebbe essere costretto a frenare bruscamente,
perciò si consiglia ai signori viaggiatori di reggersi ai pali o agli
appositi sostegni. Ricordiamo anche ai signori passeggeri le nuove norme
sull'uso dei cellulari nei treni, in vigore dallo scorso mese: vicino ai posti
per gli anziani bisogna tenere il cellulare spento, mentre negli altri posti va
messo in modalità silenziosa per non arrecare disturbo agli altri
passeggeri. Contiamo sulla vostra collaborazione. Inoltre ricordiamo che le
borse vanno messe sopra le cappelliere per non recare disturbo agli altri
passeggeri. E si pregano anche i signori viaggiatori di non lasciare riviste,
giornali o altro sulle cappelliere ma di portarle con voi quando scendete dal
treno. Ricordiamo inoltre che in caso notiate qualche cosa di strano o
comportamenti sospetti, di segnalarlo prontamente agli addetti in stazione. Nel
caso in cui l'aria nel treno sia pesante e troppo calda in presenza di tante
persone consigliamo di aprire un po' i finestrini. Prossima fermata Sangenjaya,
cambio sulla linea
Setagaya.
Le porte cambiano lato e si aprono sulla sinistra. Sangenjaya. Questa è
Sangenjaya. Cambio sulla linea Setagaya. Lasciar scendere i passeggeri prima di
salire. Attenzione. Treno in partenza. Si pregano i viaggiatori di non prendere
il treno di corsa, in quanto è pericoloso. Attenzione, chiusura delle
porte. Fare attenzione. Porte chiuse. Partenza. Prossima fermata
Shibuya...»
e così via fino
alla prossima stazione. Certo, non sempre dice tutte queste cose tutte insieme,
ma faccio notare che si tratta di treni della metropolitana, con distanze di un
paio di minuti da una stazione all'altra, quindi potete immaginare per quanti
secondi tacciano. Va comunque detto che su alcune
linee i messaggi sono un po' più concisi che su altre.
Io
ne trascrivo qui alcuni passaggi, ma vale la pena di leggerla tutta, per
trovarvi un'opinione fortemente laica e
ragionevole.
«Ho parlato di
tre diritti: il primo, quello del concepito, è fondamentale; gli altri,
quello della donna e quello della società, sono derivati. Inoltre, e
questo per me è il punto centrale, il diritto della donna e quello della
società, che vengono di solito addotti per giustificare l'aborto, possono
essere soddisfatti senza ricorrere all'aborto, cioè evitando il
concepimento. Una volta avvenuto il concepimento, il diritto del concepito
può essere soddisfatto soltanto lasciandolo
nascere». [...] «Dice
ancora Stuart
Mill: "Su se stesso, sulla sua
mente e sul suo corpo, l'individuo è sovrano". Adesso le femministe
dicono: "Il corpo è mio e lo gestisco io". Sembrerebbe una perfetta
applicazione di questo principio. Io, invece, dico che è aberrante farvi
rientrare l'aborto. L'individuo è uno, singolo. Nel caso dell'aborto
c'è un "altro" nel corpo della donna. Il suicida dispone della sua
singola vita. Con l'aborto si dispone di una vita
altrui». [...] «Vorrei
chiedere quale sorpresa ci può essere nel fatto che un laico consideri
come valido in senso assoluto, come un imperativo categorico, il "non uccidere".
E mi stupisco a mia volta che i laici lascino ai credenti il privilegio e
l'onore di affermare che non si deve uccidere».
Grazie ancora al
Bassoatesino
ho scoperto l'esistenza del blog di
Roy
Menarini, critico della rivista
Segnocinema,
saggista, insegnante universitario (di cinema, ovviamente). Non è il mio
critico di riferimento, ma mi sono spesso trovato d'accordo con i suoi giudizi
ed i suoi gusti. E poi scrive cose interessanti senza costringere il lettore ad
impugnare un manuale di semiotica o un compendio di
filosofia.
Solo, potrebbe anche eliminare il
"Roy Menarini scrisse" all'inizio di tutti i post...
Praticamente la stessa
cosa me l'aveva raccontata mio fratello (che abita in
Francia)
più di un anno fa: una bambina aveva trovato un portafogli pieno di
soldi; aveva telefonato al proprietario, un arabo; si erano incontrati; lei
aveva rifiutato una ricompensa; lui in cambio le aveva detto di tenersi lontana
da un grosso centro commerciale di
Lione il tal
giorno di dicembre; lei aveva avvisato la
polizia.
Appena scopro se era una notizia
vera o se era già una leggenda, vi faccio
sapere.
Aggiornamento: Mio
fratello mi ha mandato questo link dal sito francese antibufala www.hoaxbuster.com, in cui troviamo conferma
del fatto che è una leggenda metropolitana, oltre ad apprendere che la
data dell'attentato era il 15 dicembre 2002 e che la storia veniva di volta in
volta ambientata a Lione,
Parigi,
Marsiglia e
in diverse altre città francesi. A mio fratello era stata raccontata da
un suo collega di lavoro, e stando a lui il portafoglio in questione era stato
ritrovato dalla figlia di un collega di sua moglie...
Grazie al Bassoatesino, un
imperdibile trailer (in quicktime) del film
"The Hebrew
Hammer", che un po' parodia un po'
omaggio alla
blacksploitation
degli anni '70 (cinema americano di genere con eroi di colore, molto citato da
Tarantino),
porta sugli schermi il primo eroe della
jewxploitation
e si fa beffe di tutti gli stereotipi che da sempre accompagnano la
rappresentazione degli ebrei.
Dalla rivista Film
TV di un paio di settimane fa, copio e
sottoscrivo il giudizio di Enrico
Magrelli, che dà un bello
zero
[...] alle garbate, in rari
casi, e lamentose, nella maggior parte, fotocopie di discorsi (fatti
novemilasettecentoventidue volte) sui film italiani che incassano poco
perché poco difesi, smontati rapidamente, non agevolati nel circuito
virtuoso del passaparola. Vale la
pena ripetere, per la novemilasettecentoventiduesima volta, che mai come in
questo momento ci sono molti denari a disposizione per i film italiani; i
prodotti, anche mediocri e insulsi, arrivano su un numero di schermi
inimmaginabile fino a quattro o cinque anni fa; i giornali e i quotidiani si
occupano con grande simpatia del cinema italiano; molti recensori sono diventati
fin troppo buoni con i racconti di casa nostra. Che cosa bisogna fare di
più? Imporre agli italiani una tassa? Pagare un canone annuale
sull'esempio del canone Tv? Fare un prelievo arbitrario dai conti correnti?
Costringere il pubblico a vedere un film italiano almeno una volta al mese come
una medicina da ingerire dopo i pasti?
Rieccomi a casa, dopo un seminario di una settimana a
Venezia, il
matrimonio di mio fratello in
Francia e
Natale e
Capodanno in
famiglia. Buon anno a tutti.
Come al solito,
quando torno a
Milano dopo
un anno passato in
Giappone la
metropolitana mi sembra buia e sporca (lo è davvero, comunque); ci sono
in giro più extra-comunitari che milanesi; i commessi non sono tutti
forzatamente gentili e alcuni sono anche sanamente antipatici; si può
rivolgere la parola e scherzare con gli sconosciuti senza che ti guardino male;
i fast-food non sono fast (il Burger
King di
Campo S.
Luca a Venezia mi ha colpito per la sua lentezza
mortale); Venezia è stata invasa da negozi di kebab, di cui uno ha
sostituito una delle mie librerie preferite, la
Patagonia
(qualcuno sa se si è trasferita o è semplicemente defunta?); i
prezzi sono davvero quasi raddoppiati rispetto a quelli di un paio d'anni fa; i
distributori automatici di biglietti fanno la solita fatica a ingoiare
banconote, mentre quelli di
Lione
tagliano la testa al toro e accettano solo monete o carte di credito. Ah, e
Enrico
Ghezzi presenta ancora i film parlando fuori
sincrono.
Tra le altre cose ho trovato in
edicola un albo a fumetti edito dalla
Repubblica
che contiene il primo manga da me tradotto all'incirca 5 anni
fa. Altri tempi.
Nel frattempo
Saddam
è stato preso (e proprio quel giorno ho avuto occasione di brindare
all'evento con amici blogghisti); Libici, Iraniani, Nord
Coreani, Pakistani sembrano aver cominciato a ragionare, e a casa nostra
Sofri tra le
solite polemiche è quasi libero. Niente male, come inizio dell'anno
nuovo.
Chiedo pubblicamente scusa a quanti mi
hanno scritto durante queste vacanze, e a cui non avevo risposto per astinenza
da internet. Ora si
ricomincia.
P.S. Durante
la mia assenza il contatore degli accessi che era a ventimila un mese fa, si
è azzerato. Non ne capisco il motivo, ma devo ancora decidere se
eliminarlo o correggerlo.
Scusate, ma nell'ultima settimana sono stato
occupatissimo a concludere diverse cose e a preparare il mio ritorno
semi-vacanziero in Italia. Ci rivedremo (si fa per dire) dopo il 6 gennaio,
perché da oggi questo blog è CHIUSO PER FERIE.
Domenica 30 novembre ha aperto il primo
Apple Store
fuori dagli
USA. Sono
stato sul posto, ma purtroppo la fila era così lunga che per entrare
avrei dovuto attendere ore. Ho preferito desistere, ma ho comunque scattato
qualche foto e raccontato la mia esperienza in questa pagina di
MacProf
(cliccate sulle foto per ingrandirle).