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Ven - Novembre 28, 2003

In difesa della fiaba

“È stato nelle fiabe che per la prima volta, ho scoperto la potenza delle parole e la meraviglia di cose come la pietra, il legno, il ferro, la casa e il fuoco, il pane e il vino” (J.R.R.Tolkien, “Albero e foglia”).

Grazie all'informatissimo Tongue Tied, apprendiamo l'ultima sciocchezza dei sociologi americani: le fiabe dei fratelli Grimm farebbero male ai bambini, più o meno quanto le immagini sessiste che si vedono in TV. Il problema starebbe nel fatto che in molte storie come Biancaneve, Cenerentola, Cappuccetto Rosso, o Hansel e Gretel i buoni sono belli e i cattivi sono brutti. Anzi, ancora peggio è che a essere belle sono quasi sempre le donne. Questo spingerebbe i piccoli a credere che "bello" equivale automaticamente a "bene", e "brutto" a "male"; e le bambine a sentirsi frustrate se non sono affascinanti come le eroine delle fiabe. Si critica inoltre il fatto che fiabe del genere sono troppo stereotipate.

Stereotipate?! Ma che genialata! Mi viene in mente giusto uno studioso che deve la sua notorietà agli studi sulla fiaba e i suoi personaggi caratterizzati da una funzione più che da un'individualità. Certo, le obiezioni all'utilità della fiaba nella nostra società moderna ci sono da tempo (vedi questo interessante intervento), ma sono molti di più gli studi che confermano e sostengono l'utilità della fiaba nella crescita psicologica del bambino.

Personalmente trovo facile smontare le assurde tesi dei suddetti sociologi. Il "messaggio" delle fiabe (se di messaggio si può effettivamente parlare, vedi sotto) non è che le persone belle sono di conseguenza anche buone e vanno premiate (e viceversa), ma esattamente il contrario: la principessa è bella perché è buona, e il mostro è tale in quanto è cattivo. Un bambino non interpreta questo secondo le teorie lombrosiane, ma impara in un modo a lui adatto a distinguere il bene dal male e a parteggiare per il bene.

Gli eroi e le eroine delle fiabe sono belli perché l'uomo è attratto dal bello, desidera la bellezza. Una principessa brutta può funzionare nell'ambito della parodia (alla Shrek), ma non è certo attraente nella realtà. Il politicamente corretto imperante finirà forse con il condannare chi spera di non sposare una racchia?

Il bambino quando si identifica con i personaggi non sceglie in base alla loro posizione rispetto al bene, ma in base a chi gli suscita maggior simpatia. Più il personaggio buono è semplice e schietto, più è facile per il bambino identificarsi con lui e respingere quello cattivo: a guidare la sua scelta non è la domanda "Voglio essere buono?", ma "Come chi voglio essere?", e se questo personaggio è una persona buona, allora il bambino decide che anche lui vuole essere buono. (da qui)

Credo sia utile ricordare che a un bambino deve essere concesso di apprendere la realtà per gradi: se gli si mostrano personaggi ambigui il risultato è soltanto la confusione, perché non avendo ancora interiorizzato un'idea di bene o di male stabile, non ha nemmeno i mezzi necessari a interpretarne la possibile ambiguità.

La studiosa che dichiara di leggere ancora le fiabe alle figlie, ma "discutendone le trame e i personaggi con loro" e facendo domande per vedere cosa hanno capito dei messaggi presenti in esse, oltre ad essere sicuramente una mamma pallosissima, cade nell'errore di considerare un bambino come un adulto in miniatura. Le consigliamo queste righe:

Nella fiaba non c'e' scopo moralista esplicito: l'essenza delle fiabe non è la morale, ma il piacere derivato dall'esito della vicenda, che dona al bambino la fiducia che lui stesso, come il protagonista potrà riuscire nella sua vita. A dare questa speranza è il fatto che il protagonista "conquista il suo regno" e che il cattivo viene punito. Il senso di giustizia del bambino viene così soddisfatto e gli dà sicurezza. Nella fiaba regna la polarità nei giudizi morali, il buono si contrappone al cattivo e in nessun personaggio vi è ambivalenza.
[...]
Bettelheim sottolinea come l'unidimensionalità dei personaggi (non ambivalenti, non sia buoni che cattivi allo stesso tempo) domina nelle fiabe come nella mente del bambino. Questa semplicità permette al bambino che ascolta la fiaba, di comprendere facilmente le proprie azioni e reazioni.

E ancora:

[...] la fiaba aiuta il bambino a trovare il proprio equilibrio interiore, a comprendere quello che può o dovrebbe essere il significato della propria vita, cioè a maturare. Per un individuo in fase di crescita risiede in qualcosa di diverso dall’insegnamento sui modi corretti di comportarsi. Le fiabe non pretendono di descrivere il mondo così com’è, né consigliano sul da farsi; nella fiaba i processi interiori sono esteriorizzati e diventano comprensibili in quanto rappresentati dai personaggi della storia e dai suoi eventi.

La giornalista che su Tempi si firma Mamma Oca, e che solitamente racconta delle sue avventure con numerosi pargoli, ha parlato spesso di fiabe. In particolare, mi ha colpito una volta in cui, riguardo alla figlia, ha scritto che 6 anni è

[l']età in cui l’educazione a fiabe ti fa, ancora, totalmente realista e pragmatico.

Concludo allora con un altro dei suoi commenti:

A proposito di fiaba e realtà parla per noi il nostro alleato Bruno Bettelheim: “La bambina ama immaginare di essere una principessa che vive in un castello e intesse elaborate fantasie dove è lei la Principessa, ma quando sua madre le dice di andare a tavola sa di non esserlo. Storie che si avvicinano maggiormente alla realtà iniziando nel soggiorno o nel cortile della casa di un bambino, invece che nella capanna di un povero taglialegna al limitare di un grande bosco, e dove i personaggi sono molto simili ai genitori del bambino e non a boscaioli ridotti alla fame o re e regine, ma che mescolano questi elementi realistici a espedienti volti al soddisfacimento di desideri e meccanismi fantastici, tendono a confondere il bambino circa quello che è reale e quello che non lo è” (B.B. “Il mondo incantato”). (da qui)

Novembre 28, 2003 1:45  Permalink   Educazione


Mer - Novembre 26, 2003

Niente presepi, siamo americani

Per la serie non sono anti-americano ma gli idioti non mi piacciono, segnalo una notizia molto simile ad altre che si sentono spesso anche da noi. Scuole di New York permettono lo sfoggio di oggetti tradizionali ebraici e islamici ma vietano i presepi. La scusa è che i primi avrebbero una "dimensione secolare" mentre la natività di Gesù è "qualcosa di puramente religioso" e non è "la rappresentazione accurata di un evento storico".

A parte l'idiozia della scusa, non posso fare a meno di considerare che questo tipo di "tolleranza" non porterà ad altro che a maggiori separazioni tra le diverse culture e a sempre più numerosi casi di vera intolleranza.

Novembre 26, 2003 3:34  Permalink   Educazione


Siamo in guerra e basta

Sono completamente d'accordo con questo post del Griso (e con diverso altro che scrive in questi giorni) che riporto quasi totalmente in fondo a questo mio. Aggiungo solo una cosa: da quanto sta succedendo negli ultimi giorni, o meglio negli ultimi anni, mi sembra che non si tratti di essere di destra o di sinistra, filo-americani o anti-imperialisti, global o no-global, patriottici o meno. Non è questione di punti di vista. Qui si tratta di saper osservare la realtà senza filtri ideologici, senza quelle che si chiamano "fette di salame sugli occhi", e di prendere un decisione per il proprio futuro. Come dicono i miei amici, molta osservazione e poco ragionamento (inteso come dialettica in funzione di un'ideologia) portano alla verità, il contrario conduce all'errore.

Riepilogherò la mia posizione, a beneficio dei non-capenti:
- Questa è una guerra.
- Questa guerra (anche se ha avuto un'escalation preparatoria nel corso di tutti gli Anni '90) è scoppiata l'11 settembre di 2 anni fa, con un'aggressione proditoria, come tutte le aggressioni naziste.
- Questa guerra coinvolge anche noi: molti se ne stanno accorgendo solo adesso.
- Questa è una guerra contro le democrazie. La più grande e potente di queste democrazie viene vista da alcuni come 'l'Impero'. Forse a volte si comporta come tale. Ma dall'altra parte, là fuori (e purtroppo qualcuno anche qui dentro) ci sono i barbari. E quelli non fanno prigionieri.
- In questa guerra, io ho scelto da che parte stare. Chi pensa di poter stare in mezzo a guardare, è un povero illuso. Chi tifa per l'altra parte, è un mio nemico.

Sul resto, su tutto il resto, possiamo discutere.

Novembre 26, 2003 2:58  Permalink   Mondo


Soldi ai terroristi, e il potere tutto a lui

In questo post di 1972 leggiamo dell'intervista della BBC a un ex-ministro palestinese che ha parlato di lauti stipendi pagati dall'Autorità Palestinese alle brigate di Al-Aqsa. In un'altra intervista, Ata Abu Rumaileh e Zakariah Zubaidi, rispettivamente capi del braccio politico e armato di Al-Fatah hanno dichiarato che tra Al-Fatah e Al-Aqsa non c'è alcuna differenza e Arafat le comanda entrambe.

1972 cita un commento del Jerusalem Post (che chi non è registrato può leggere anche qui), ma visto che una notizia riportata da un giornale israeliano potrebbe sembrare di parte, qui trovate la notizia dal sito della BBC, qui la trascrizione (fin troppo) completa della puntata di Correspondent dedicata ad Arafat e in cui si trovano le interviste citate, di Jeremy Bowen.

Riporto un piccolo brano dalla trascrizione:

Officially Fatah, Arafat’s dominant faction in the PLO, is coy about its relationship with the brigades. But Fatah fixed up the interview, which was supervised by the local Fatah boss.

JEREMY BOWEN - So you’re the Chief of Fatah here?

TRANSLATOR - He’s the General Secretary of Fatah here

JEREMY BOWEN - So explain to me, Fatah and the Al-Aqsa Martyrs Brigade, are they part of the same organisation? Are you separate, are you together, how close are you?

ATA ABU RUMAILEH (translation) - Fatah has two sections: a military wing, led by the military and a political wing led by the politicians. But there is no difference between Fatah and the Al-Aqsa Martyrs Brigades.

[...]

JEREMY BOWEN - One’s a politician and one’s a soldier? OK, so who’s more important now – the politician or the soldier?

ATA ABU RUMAILEH (translation) - During this period of Israeli aggression, the military has the upper hand. We are defending our people and we cannot defend them using speeches and demonstrations.

JEREMY BOWEN - And who is in charge of both of these two parts of the organisation, is it Arafat?

ATA ABU RUMAILEH - Yasser Arafat

ATA ABU RUMAILEH (translation) - He’s the only leader of the Palestinian people. We only recognise Arafat as our leader.


Riguardo alla questione dei finanziamenti, poco dopo c'è stata l'ovvia smentita di Al-Fatah, che sembra disporre di ottimi PR in Europa.

Novembre 26, 2003 2:36  Permalink   Mondo


Un iracheno sugli italiani

Grazie al Gino, segnalo un intervento di un blog iracheno dedicato ai nostri carabinieri uccisi a Nassiryah. Qui trovate il testo originale in inglese, mentre qui c'è una traduzione.

Novembre 26, 2003 1:40  Permalink   Mondo


Comunicazione di servizio

Scusate l'assenza, ma mi ha tenuto lontano dal blog un feroce mal di denti, con la collaborazione di un dentista che non sa devitalizzare bene. E non è ancora finita...

Novembre 26, 2003 1:25  Permalink   Computer


Mer - Novembre 19, 2003

Il blog italiano in Iraq

Grazie al Gino, segnalo anch'io Iraqi, il blog di un giovane soldato italiano in Iraq, appassionato di beach volley, che si collega a internet grazie al campo degli americani. Ha cominciato a tenere un blog per tenere informati gli amici, ma ora che è stato scoperto sta rapidamente guadagnando popolarità. Non può scrivere direttamente del lavoro che svolge, ma i suoi racconti ci forniscono un'idea di cosa significhi lavorare per aiutare un paese a tornare in piedi, e soprattutto dà una voce e un volto a tutti i nostri ragazzi di stanza laggiù, per noi che siamo lontani (io anche più di altri).

Novembre 19, 2003 2:50  Permalink   Italia


Mar - Novembre 18, 2003

Dodecalogo di sicurezza

Paolo Attivissimo ha messo on-line (anche se non ancora raggiungibile dalla sua home page), le 12 regole utili a rendere più sicuro il proprio computer, in tempi di massicci attacchi di virus, allegati sospetti, e posta indesiderata. È un'ottima summa di quanto è bene sapere sull'argomento, e come ha scritto lui nella sua newsletter è consigliabile stamparli e appenderli al muro come promemoria.

La regola più interessante, divertente e - oserei dire - saggia è la numero zero, di cui riporto un estratto:

Se potete, non usate Windows: usate sistemi operativi alternativi come Linux, Mac, BSD, QNX e altri ancora.

Le ragioni di questa regola sono fondamentalmente due:
Praticamente tutti gli attacchi informatici sono mirati a sfruttare le vulnerabilità del software Microsoft, perché è il più diffuso e quindi offre il maggior numero di vittime potenziali, e perché è intrinsecamente più difficile creare un virus per Linux per una lunga serie di ragioni tecniche. Non è un caso che tutti i virus più famigerati, per esempio, funzionino soltanto con Windows e non intacchino Linux, Mac, eccetera. Usando i sistemi operativi alternativi evitate sostanzialmente il problema virus (con eccezioni talmente rare da essere trascurabili).

Il software Microsoft è notoriamente più ricco di vulnerabilità rispetto alle alternative. Lo testimonia il numero di patch di correzione che Microsoft è costretta a sfornare per i componenti vitali di Windows (incluso Internet Explorer, che è parte integrante del sistema operativo).

Novembre 18, 2003 10:50  Permalink   Computer


Video Nord Coreani

In questa pagina potete vedere un piccolo video propagandistico sul Grande Leader della Corea del Nord, con traduzione in inglese, che lo presenta come una forza della natura. È semplicemente ridicolo.

Qui invece ci sono delle studentesse che marciano e cantano inni di guerra.

Cliccando qui vedrete un video musicale anti-americano dall'inequivocabile titolo di "Fucking USA".

Passando a qualcosa di quasi normale, qui e qui potete vedere due clip relativi a Mo Kin, una bambina prodigio di 3 anni, che suona e canta.

Tutti i video sono tratti dalla TV giapponese, che li riceve probabilmente da quella sud-coreana, e si trovano sul sito di RobPongi.

Novembre 18, 2003 10:37  Permalink   Mondo


Sab - Novembre 15, 2003

Comici e comiche

Su Panorama, Silvia Grilli parla della proposta inviata da Woody Allen a diverse case editrici per una sua autobiografia. Scrive:

Negli ambienti dell'editoria si dice che Allen abbia chiesto un anticipo di 6 milioni di dollari, il quotidiano New York Post ha parlato di 10, più di quanto abbia domandato Hillary Clinton per la storia della sua vita.

E allora? Vogliamo paragonare Hillary Clinton con Woody Allen? La vita di un'ambiziosa moglie di un presidente con quella di un genio del cinema e dell'umorismo?

Dai, ma stiamo scherzando?!

Novembre 15, 2003 23:33  Permalink   Cinema


Manual Ningen

Ieri con un paio di mie studentesse più attempate, N. e Y., ed un ragazzo si parlava di cinema. Lui sarebbe andato a vedere il nuovo Matrix (Matorìkkusu) in serata, in un cinema vicino alla scuola, ma io l'ho avvisato che lì vendono più biglietti dei posti disponibili, e che quindi bisogna mettersi in coda un bel po' di tempo prima dell'ingresso, se ci si vuole sedere. Gli ho poi consigliato di chiedere alla cassa, per avere un'idea di quando avrebbe dovuto cominciare a fare la coda. Loro lo sapranno, ho detto. Ma N. mi ha smentito: "Se c'è una ragazza giovane alla cassa gli dirà che non ne ha idea e non proverà nemmeno a pensarci. Di questi tempi quasi tutti i giovani sono dei 'Manual Ningen'".

"Manual Ningen" (di cui chi legge il giapponese può trovare qui qualche definizione) significa letteralmente "Uomo-manuale", dove "manuale" è sostantivo, e sta per "guida, libro di istruzioni". È un neologismo che indica quelle persone che non sanno fare niente senza un manuale: si va dai casi più comuni (anche da noi) come l'incapacità di tirar su un bambino senza un libro che spieghi come fare, ai casi di quei commessi che hanno memorizzato la frase da dire in certe circostanze, e che di fronte a una situazione diversa continuano imperterriti a ripetere quanto imparato senza pensare.

Come le ragazze che lavorano da McDonalds, diceva ancora N., che anche davanti a un bambino piccolo gli parlano usando un giapponese molto cortese, che oltre ad essere inadatto quando ci si rivolge a un bimbo, è anche per lui incomprensibile. Sono quelli che davanti alla richiesta di 20 hamburger da parte di un cliente, gli chiederebbero come niente fosse se li consuma lì o li porta via.

A questo proposito ho anch'io i miei begli esempi da fare, un paio su tutti: ho recentemente comprato una bicicletta via internet, e il giorno in cui è arrivata ho risposto al citofono e mi sono precipitato giù per le scale del condominio. Credevo che il fattorino mi avrebbe aspettato all'ingresso, dove oltrepassato il portone c'è un piccolo spiazzo con qualche bicicletta. E invece no. Me lo sono trovato davanti che veniva su per le strette scale, con questa bicicletta intera impacchettata nel cartone. Ma cosa pensava?! Che avrei tenuto la bici nel mio minuscolo appartamento?!
Quella volta mia moglie aveva riso e aveva detto: "Si vede che nel manuale dei corrieri c'è scritto che la merce va sempre consegnata sull'uscio di casa".

Altro esempio: una mia collega italiana ha traslocato da poco. In cucina voleva mettere una sorta di fornello a metano di fabbricazione italiana, e ha chiesto al tecnico del gas se glielo collegava lui. "Ma certo!", fa questo. Senonché, appena vede che l'attacco per il tubo non è delle dimensioni consuete viene preso dal panico: "Questo non si può usare in Giappone! Non va bene! Il gas giapponese è diverso! È impossibile!". Lei gli ha fatto notare che lo usava anche prima, e che si trattava solo di usare un adattatore, ma non c'è stato verso. Alla fine ha dovuto telefonare a un tecnico in Italia e si è fatta spiegare come fare.

Se anche alcuni commessi italiani, vedi quelli di McDonalds, sono abituati a ripetere meccanicamente le stesse frasi, mi sembra però che abbiano ancora la capacità di discernere se la situazione in cui sono non corrisponde al manuale, e a reagire di conseguenza. I giapponesi no (o, almeno, raramente).
Analogamente a quanto scriveva Michiko alla fine del suo ultimo intervento, i giapponesi hanno grandi difficoltà ad affrontare una situazione imprevista. Se capiscono che è necessaria una rapida decisione inattesa vanno in panico, e per cercare di risolverla finiscono per coinvolgere altre persone, con il risultato che spesso in due, tre o quattro continuano a confabulare tra loro senza riuscire a decidere il da farsi.

Abituati ad avere sempre tutto previsto e organizzato, incapaci di reagire a un fatto non previsto, finiranno per temere la propria libertà di scelta.

Novembre 15, 2003 1:58  Permalink   Giappone


Gio - Novembre 13, 2003

Avventure virtuali e avventure reali

In questa pagina potete trovare il nuovo spot Nintendo (qui in QuickTime). Fa parte della nuova campagna "Who are you", e dal punto di vista visivo è ben fatta, come si addice a uno spot per il cinema, e divertente.

Tuttavia a me fa un po' impressione, perché nonostante l'intenzione della campagna sia quella di sottolineare che Nintendo offre la più vasta gamma di personalità che un giocatore può desiderare di assumere, lo spot sembra un inno all'omologazione. Alla fine, i giocatori che si radunano di fronte al nuovo punto vendita Nintendo, allo stesso orario fanno tutti la stessa cosa e hanno quasi tutti la faccia di Mario (si vedono poi due Luigi, tre Yoshi, un Donkey Kong e poco altro).

Già che ci siamo, faccio un altro passo. Questo è il testo che illustra la campagna, tradotto in italiano (in inglese lo trovate andando qui e poi cliccando sulla volpe all'estrema destra):

"Chi sei tu? Sei ciò con cui sei nato? Sei ciò che possiedi? O sei, forse, le tue azioni? Sei quello che i tuoi amici pensano di te? O sei di più? Per te ci sono vite alternative da vivere. E personalità alternative da assumere. Nintendo ti fornisce la possibilità di esplorare un'identità più coraggiosa, più intelligente, più capace. Una possibilità di cogliere sfide e liberare quello che hai dentro. Nintendo ti offre la più vasta gamma di personalità attraverso cui vivere la tua altra vita, la tua vita ludica (game life)".

Niente di nuovo, però in poche parole è spiegato il motivo del successo dei videogiochi e soprattutto il perché abbiano potuto prosperare e svilupparsi in Giappone, una delle società in cui i ritmi di studio e lavoro massacranti, il peso delle convenzioni sociali, l'imperativo dell'eccellenza a tutti i costi e lo spettro del fallimento come un'onta indelebile, creano continuamente uomini e bambini frustrati e stressati: i videogiochi come valvola di sfogo e possibilità di rivincita sulla realtà. Comprensibile ma piuttosto triste, perché poi si ritorna sempre alla realtà, ed è con essa che bisogna fare i conti. La Nintendo fa il suo mestiere, vende un prodotto, anche molto curato e fatto con passione, niente da dire. Ma ci vuole anche qualcuno che insegni ai bambini (e ai grandi) che ci sono mondi, reali, in cui la scuola non è solo noia e attesa di uscirne, e che la vita, quella vera, può essere quella grande avventura che dice Chesterton (e mi scuserete se non mi azzardo a tradurre):

A man has control over many things in his life; he has control over enough things to be the hero of a novel. But if he had control over everything, there would be so much hero that there would be no novel. And the reason why the lives of the rich are at bottom so tame and uneventful is simply that they can choose the events. They are dull because they are omnipotent. They fail to feel adventures because they can make the adventures. The thing which keeps life romantic and full of fiery possibilities is the existence of these great plain limitations which force all of us to meet the things we do not like or do not expect. It is vain for the supercilious moderns to talk of being in uncongenial surroundings. To be in a romance is to be in uncongenial surroundings. To be born into this earth is to be born into uncongenial surroundings, hence to be born into a romance. (da Heretics)

La Sony con la Playstation offre videogiochi inferiori a quelli Nintendo (a mio giudizio personale), ma il suo slogan "Live in your world. Play in ours" (Vivi nel tuo mondo. Gioca nei nostri), almeno a parole mi sembra un po' più ragionevole. Mi piacciono i videogiochi, ma la vita è un'altra cosa.

Novembre 13, 2003 1:7  Permalink   Giappone


Mer - Novembre 12, 2003

L'italia compra armi chimiche? Una balla

Paolo Attivissimo, in una delle sue grandi indagini anti-bufala sbugiarda la leggenda secondo cui l'Italia intenderebbe comprare armi chimiche, balla che a quanto pare è partita da un articolo di D, La Repubblica delle Donne (qual fonte autorevole!), ed è stato poi ripreso da Jacopo Fo e famiglia (idem), megafonato da Indymedia (idem al quadrato) ed è diventato anche un'interrogazione parlamentare di un Verde.
Perché è una bufala?

Perché la Gazzetta Ufficiale numero 171 del 25 luglio 2003 citata dall'appello non pubblica un elenco di armi chimiche e radioattive da acquistare, ma un elenco di armi da includere fra quelle soggette a restrizioni di esportazione, importazione e transito, operazioni "regolamentate dallo Stato secondo i princìpi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali".

In altre parole, non è una lista della spesa: è una lista di restrizioni. Da nessuna parte si autorizza l'acquisto come affermato irresponsabilmente dall'appello e dai giornalisti che l'hanno raccolto e pubblicato, come al solito, senza controllarne minimamente l'esattezza.

L'indagine al completo con tutti i dettagli la trovate qui.

Novembre 12, 2003 23:57  Permalink   Italia


Lottano per avere quello che già avevano nel '48

Grazie a Liberopensiero ho letto questo bell'articolo di Marco Travaglio, che per essere scritto sull'Unità è molto coraggioso. Ne riporto qualche brano:

Io non ho nulla contro i palestinesi: nel Bananas dell’altro giorno non c’è una sola parola - né «feroce» né blanda - contro quel popolo sfortunato e martoriato. Ho scritto contro una parte della sua leadership politico-militare, quella che da quarant’anni fa della corruzione, del terrorismo e della doppiezza tre robuste ragioni di vita. Penso che, prim’ancora che della occupazione israeliana, i palestinesi siano vittime delle classi dirigenti arabe: quelle degli Stati «amici» che li hanno sempre perseguitati (dal Settembre Nero in Giordania alla cacciata sanguinosa dal Libano, e così via) e quelle dell’Olp-Anp che li hanno sempre usati come merce di scambio.
[...]
Non ho mai scritto né pensato che «non bisogna censurare Israele». Lo fanno tanti israeliani, figuriamoci noi. Credo che si possa e si debba criticarlo anche duramente, quando è il caso. Ma sempre ricordando quel dato: Israele, da anni, subisce una strage delle proporzioni di piazza Fontana ogni settimana. Pensiamo a come reagiremmo noi, al suo posto. Altro che muri. La contabilità dei morti dell’una e dell’altra parte non è una risposta: le rappresaglie e i raid d’Israele, per quanto tragici, sono atti di guerra che mirano a stanare e colpire terroristi veri. Gli attentati degli uomini-bomba puntano alle popolazioni civili e uccidono soltanto cittadini inermi, ebrei e arabi. Sugli autobus, nei ristoranti, nelle discoteche...

L’occupazione dei Territori non è frutto di una «abitudine» di Israele, ma di una serie di guerre difensive contro gli Stati arabi che per quattro volte in trent’anni tentarono di cancellare lo Stato ebraico dalla carta geografica, violando la risoluzione Onu n.181 del 1947 che spartiva la Palestina in due stati: quello ebraico (che nacque) e quello arabo (che non nacque perché arabi e palestinesi aggredirono subito Israele per annientarlo e «ricacciare a mare gli ebrei»). Infatti i Territori non sono stati mai annessi, e quando qualcuno - come l’Egitto - ha voluto fare la pace, sono stati restituiti. La Storia, purtroppo, è lunga e complicata. Oggi sarebbe il caso di ripartire da zero e tutti auspicano la nascita dei due Stati. Ma è significativo che nel 2003 i palestinesi lottino ancora per avere ciò che avevano già nel 1948 e rifiutarono armi in pugno. E chi conosce quei luoghi sa che oggi gran parte degli israeliani ha accettato l’idea dello Stato palestinese, mentre la maggior parte dei palestinesi non ha ancora accettato l’idea dello Stato ebraico.

Novembre 12, 2003 23:23  Permalink   Mondo


Dom - Novembre 9, 2003

La saggezza del Mullah Omar

Grande pezzo del Griso su Massimo Fini e il suo odioso e insensato anti-occidentalismo. Fini è uno che a studiare tanto Nietzsche deve essersi un po' fuso il cervello. L'anno scorso scriveva queste cose, che a leggerle mi sono chiesto se stesse scherzando o fossi io a vivere nel mondo sbagliato:

Parimenti ipocrita, anzi contradditorio fino all'idiozia, è legare il miglioramento delle condizioni ambientali al miglioramento delle condizioni dei popoli del Terzo Mondo, aiutandoli ad essere meno poveri. [...] E' inutile girarci intorno: il problema si risolve — se si vuole risolverlo — solo riducendo drasticamente il nostro sviluppo (e magari distribuendo meglio, all'interno del mondo occidentale, la ricchezza così rimasta) e convincendo i popoli del Terzo Mondo a non adottare i nostri stili di vita e, meglio ancora, lasciandoli al loro destino che non potrà mai essere tanto atroce quanto quello che gli ha procurato la globalizzazione economica. Ma l'Occidente industriale a questo non pensa affatto. Al contrario, se si imbatte per caso in un Paese che non vuole svilupparsi (poniamo l'Afganistan del mullah Omar, [...] che proponeva qualcosa di un po' più intelligente di uno 'sviluppo sostenibile': un medioevo sostenibile') lo si spiana con le bombe per potergli vendere musicassette, videocassette, Rayban, pile, Coca cola e democrazia.

Novembre 9, 2003 3:53  Permalink   Italia


La sconfitta della tecnologia da parte del pregiudizio

Con l'aiuto dell'ultimo Green Watch News (n. 30, non ancora on-line) torniamo a parlare di OGM.

Il 31 ottobre scorso 114 scienziati inglesi hanno scritto una lettera a Tony Blair (la trovate qui) in cui criticano duramente l'atteggiamento del governo nel dibattito sugli Ogm, che è decisamente vinto dalle ragioni scientifiche ma perso sul piano delle pubbliche relazioni, in quanto - scrivono - "rischiamo di vedere la sconfitta della tecnologia da parte del pregiudizio".

Gli scienziati condannano la risposta isterica dei media ai recenti test sui raccolti Ogm e sottolineano che il governo non ha fatto niente per spiegare ai cittadini i benefici di questa tecnologia. [...] "Il governo ha sempre ignorato le opportunità che aveva per rispondere a qualsiasi affermazione priva di fondamento sulle procedure di modificazione genetica", prosegue la lettera.
[...]
Gli scienziati inglesi stanno convincendosi che in Gran Bretagna sia ormai impossibile lavorare perché la situazione è al limite della psicopatologia: attentati contro aziende in cui si stavano attuando sperimentazioni, minacce ai dipendenti ed alle loro famiglie, danni economici ingenti. Pare che le varie comunità scientifiche occidentali non riescano a riportare alla ragione i deliranti, i governanti si lasciano soggiogare da un'opinione pubblica disinformata e non di rado isterica.

Questa protesta fa il paio con quella del mese predecedente, quando 1500 scienziati francesi, tra cui due Nobel, hanno firmato una petizione chiedendo la fine delle distruzioni di coltivazioni OGM.

Ma ciò che più ha fatto insorgere gli scienziati transalpini è la violenza antiscientifica sempre più evidente. [...] Il discorso va riportato al piano razionale e scientifico e la soppressione dei risultati delle ricerche, prima che potessero essere valutati è bieco oscurantismo ed irrazionalità. [...] Chissà cosa avrebbero potuto dirci i risultati delle ricerche andate in fumo? E come possiamo venire a capo della disputa sugli OGM se non tramite la ricerca e la sperimentazione?

Intanto in casa nostra, la Confederazione Italiana Agricoltori di Pordenone ha recentemente affermato per bocca del suo presidente, Giorgio Fidenato, che

"La CIA di Pordenone vede di buon grado e con atteggiamento laico lo sviluppo degli organismi ogm perché conosce le motivazioni principali che hanno spinto la ricerca in quel senso... L'atteggiamento positivo verso gli ogm è dovuto anche alla consapevolezza che l'alternativa all'agricoltura tradizionale non può essere l'adozione di agricoltura biologica o biodinamica su larga scala. Per i costi e per le difficoltà tecniche queste potranno restare solamente produzioni di nicchia". [...] Fidenato rivolge anche un appello al presidente della Regione Friuli, Illy, che ha recentemente espresso interesse nei confronti degli sviluppi del biotech: "il prossimo anno a Pordenone potremmo organizzare la prima festa della polenta transgenica per far conoscere, a chi lo volesse, che le piante transgeniche non sono poi i mostri che si dipingono".

Concludiamo con un ottimo articolo del prof. Tullio Regge, dalla Stampa del 29 ottobre, che si apre con un ragionamento senza grinze:

Un signore nelle prime file mi interrompe con la prece sacrale «Gli Ogm sono strumento delle multinazionali», ripetuta ossessivamente tutte le volte che si svolge un dibattito pubblico sull'ambiente. Altre litanie: «I brevetti sugli Ogm sono delle multinazionali», oppure che gli Ogm distruggono la biodiversità. La creazione di un Ogm non necessita di attrezzatura particolarmente onerosa ed è alla portata di un laboratorio universitario pur che ci sia personale qualificato, ma per giungere al brevetto occorono prove di sperimentazione sul campo che sono vietate. Niente prove niente brevetti. Chi si oppone alle prove? Gli stessi attivisti che ora inveiscono contro il monopolio delle multinazionali da loro amorosamente protetto.

Sono trascorsi decenni da Primavera Silenziosa della Carson, il libro manifesto che ha denunciato le malefatte dei pesticidi: caso strano, ma non troppo, il fatto che gli Ogm ne facciano a meno non è considerato dagli ambientalisti una virtù, chi lo cita manca di buone maniere.
[...]
In Italia [...] non è permessa la coltivazione all'aperto di varietà Ogm, la ricerca scientifica è bloccata da demagoghi che campano sulle paure e pregiudizi altrui. Coltiviamo in tutta Italia il popolare grano duro Creso, una mutazione ottenuta nel 1974 irraggiando la varietà Cappelli con raggi gamma provenienti da scorie di reattori, bestia nera degli ambientalisti. Gli stessi ambientalisti mangiano la pasta fatta con il Creso ma evitano accuratamente di parlarne.

Novembre 9, 2003 2:42  Permalink   Cultura


Ven - Novembre 7, 2003

Non te lo perdonano

Gianlugi Da Rold scrive a Giampaolo Pansa, quello che ha dato alle stampe un molto discusso libro sulla Resistenza, quello che nei primi anni '70 era tra i pochissimi a denunciare il pericolo delle Brigate Rosse, mentre la maggior parte dei giornalisti affermava che le "sedicenti Brigate Rosse" non esistevano, e che se c'erano non potevano essere rosse (e questi, che non si arrendono nemmeno di fronte alla realtà, questi per cui il terrorismo è sempre strategia della tensione, ci sono ancora, leggere qui per credere).
Pansa, che il 29 giugno del '74 scrisse sul Corriere parole che venti anni dopo sono ancora attualissime:

"Non viviamo in un regime fascista, e la Repubblica italiana non è - come sembrano pensare i tupamaros delle Brigate Rosse - una dittatura militare sudamericana. Il loro è puro delirio politico... E, prima o poi, saranno questa follia e questo isolamento a perderli sino in fondo."

Ma ecco la lettera di Da Rold:

Non vorrei nuocerti con questa mia, che è un atto di solidarietà per il coraggio con cui hai scritto Il sangue dei vinti. Non vorrei nuocerti perché, come tu sai fin troppo bene, sono un ex comunista che è diventato e rimasto craxiano, neppure socialista; perché sono un fissato, probabilmente un involontario provocatore, sull’affare Tobagi; perché sono un pubblicano carico di tanti peccati pubblici e privati.

Ho letteralmente divorato il tuo libro, non per soddisfare un antico livore anticomunista, ma per apprendere sistematicamente. Il merito che hai nell’aver scritto Il sangue dei vinti non è solo quello di aver dato dignità storica, ripeto storica, a una vicenda tanto tragica, ma anche quello di esserti esposto, di averci messo la firma e la faccia di un coerente uomo di sinistra.

Anche nel tuo ultimo “Bestiario” sull’Espresso Comunicare con una calibro 9, fai benissimo a rivendicare quello che scrivevi e insegnavi (a Walter soprattutto) alla metà degli anni Settanta sulle Brigate rosse di fronte alla sufficienza sarcastica del Pci e del Psi, e dei loro giornali, nel negare l’evidente radice poltica delle Br. Caro Pansa, fai bene a ricordare «Ho conservato una raccolta di corsivi contro i miei articoli di allora sulla Stampa di Alberto Ronchey e sul Corriere della Sera di Piero Ottone». Anche questo ti verrà rimproverato.
A Yves Montand, quando ruppe con il comunismo, un grande scrittore spiegò: «Non le perdoneranno mai di aver capito prima degli altri».
Credo che sia questo che non ti perdonano adesso: aver scritto, con Il sangue dei vinti, il primo libro di storia su un periodo cruciale della vita italiana e aver avuto un grande successo editoriale. Non te lo perdonano, a quanto sembra, non solo le vestali che contestarono uno storico come Renzo De Felice, ma neppure alcuni semper liberal (di sinistra, di centro e di destra).

Sul Corrierone di sabato 1 novembre c’erano ben due articoli di questi liberal (E. Galli Della Loggia e P. Ostellino, ndr) che, tra lodi e amichevoli riconoscimenti, sfruculiavano un po’ sulla lettera di Otello Montanari: insomma, Pansa avrebbe dovuto scriverlo 13 anni fa! Mi chiedo perché non lo hanno fatto loro! Ma forse il primo non si ricorda di come venne “definito” da Craxi e il secondo come venne redarguito, più recentemente, da Vladimir Bukovskij su questioni di comunismo.
In altri tempi gli stessi due liberal si disinteressavano della vita di un grande giornale come il Corriere. Mentre tu, già grande inviato e scrittore, ti esponevi insieme a Tobagi e a me contro l’imperialismo del comitato di redazione.

Novembre 7, 2003 3:51  Permalink   Italia


1939-2002

Di Mattia Feltri, dal Foglio, trovato leggendo lo Spino:

“Se Sharon... l’intellighenzia ebraica, la finanza ebraica, non sapranno operare concretamente per una significativa correzione di rotta, allora temiamo per ogni ragionevole speranza di pace”,
www.islam-online.it, aprile 2002.

“Se la finanza ebraica internazionale d’Europa e fuori d’Europa dovesse arrivare, ancora una volta, a far precipitare i popoli in una guerra...”.
Adolf Hitler, al Reichstag, 1939.

Novembre 7, 2003 3:3  Permalink   Mondo


Mar - Novembre 4, 2003

Diciamo qualcosa di sinistra

Fabio Cavallari, il comunista di Tempi, due settimane fa ha scritto un editoriale sulla situazione politica italiana che è il caso di riportare per intero:

Osservata da un’ottica di “sinistra” sembra una deriva autodissolutoria. Sto parlando del modo con cui L’Unità ha fatto della polemica con Giuliano Ferrara una battaglia ad personam. Liberazione ne ha discusso con cauta equidistanza e Ferrara ha scritto al direttore Sandro Curzi non lamentandosi del quotidiano comunista in quanto «l’amicizia o l’inimicizia in politica ha le sue leggi... che non escludono quel minimo di fair play che mi ha sempre legato ai miei avversari. Sopporto tutto, spero che tu e Fausto verrete al mio funerale, ma non vorrei essere commemorato da Tabucchi». Curzi ha augurato «lunga vita all’amico Ferrara». Non c’è nulla di reazionario in ciò. Anzi.

Ma sia quelle a L’Unità, sia le lettere a Liberazione non approvano. «Un bel fegato dare dell’amico a Ferrara», «...siamo irreconciliabili nemici del capitalismo imperialista e soprattutto di quei dirigenti del movimento operaio che passano al fronte opposto della lotta di classe», e altre facezie del genere. La definizione di “nemico” corrisponde a una situazione di “guerra”. E Ferrara è parte della “guerra” a Berlusconi. Una guerra d’odio.

Perché? Perché negli ultimi due anni le campagne denigratorie e demonizzanti gli uomini in carne e ossa hanno preso il posto del confronto politico. Nel linguaggio di certa stampa il “nemico” da abbattere non è più il capitalismo, l’alternativa politica non si chiama “socialismo”, il rimedio da adottare non è “l’abolizione della divisione del lavoro”. Il nemico è Berlusconi, Ferrara, Previti. La sinistra radicale, quella capeggiata da Bertinotti, non ha mai utilizzato questa pratica, anche se ora si trova impantanata in un clima che svilisce e deprime le ragioni della politica. Le accuse di regime, la reiterata “fissazione” fascista, il parossismo antiberlusconiano hanno reciso il confine tra politica e psichiatria.

Cosa dice di politico la “sinistra”? Che sulle privatizzazioni la pensa “un po’ meno” del centrodestra. Che sulla flessibilità nel lavoro è “un po’ meno” disponibile. Però si augura la “scomparsa fisica” dell’uomo di Arcore. Io dico: «Lunga vita al Presidente e all’Elefante!» E lo dico convinto dall’estrema sinistra del panorama politico. Non è una svendita d’ideali. è la speranza di poter sconfiggere un avversario con una politica che sappia coinvolgere il popolo in un’ipotesi “per” e non semplicemente con un’opzione “contro”. La mia presenza qui è la testimonianza che gli avversari politici possono essere amici umanamente. E a volte anche complici nel difendere gli interessi dei più deboli.

Novembre 4, 2003 14:20  Permalink   Italia


Mica siamo l'unione sovietica

Il grande Vincino a modo suo commenta il sondaggio secondo cui la maggioranza degli europei ritiene Israele la maggiore minaccia per la pace mondiale.
Qui la vignetta.

Novembre 4, 2003 14:5  Permalink   Mondo


RITARDI

Ieri ho preso uno Shinkansen, il treno superveloce giapponese, per la precisione un Nozomi, classe 700 (che in questa pagina è quello in basso, mentre il mio preferito è quello al centro). L'orario di partenza era alle 18:05, ma alle 17.58 avrebbe dovuto arrivare e ripartire un altro treno, sullo stesso binario. Questo treno era previsto in ritardo di 5 minuti. Significa che sarebbe partito alle 18:03, praticamente quando il treno successivo, il mio, avrebbe dovuto trovarsi sulla banchina. Vista l'impossibilità di sovrapporsi al treno precedente, anche il mio è arrivato in ritardo. Durante il viaggio il capotreno, all'altoparlante, si è scusato con i passeggeri per il disagio arrecato dai 3 minuti (t-r-e m-i-n-u-t-i) di ritardo accumulati dal treno.
Inutile dire che li ha recuperati prima che giungessi a destinazione.

P.S.
È strano vivere in un mondo in cui, correndo trafelati verso la stazione per prendere il mezzo che ci porterà al lavoro, speriamo che almeno oggi sia in ritardo, ma sappiamo già che non sarà così...

Novembre 4, 2003 2:18  Permalink   Giappone


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