“È stato nelle fiabe che per
la prima volta, ho scoperto la potenza delle parole e la meraviglia di cose come
la pietra, il legno, il ferro, la casa e il fuoco, il pane e il vino”
(J.R.R.Tolkien,“Albero e
foglia”).
Grazie
all'informatissimo Tongue Tied,
apprendiamo l'ultima sciocchezza dei sociologi americani: le fiabe dei fratelli
Grimm
farebbero male ai bambini, più o meno quanto le immagini sessiste che si
vedono in TV. Il problema starebbe nel fatto che in molte storie come
Biancaneve,
Cenerentola,
Cappuccetto
Rosso, o
Hansel e
Gretel i buoni sono belli e i cattivi sono
brutti. Anzi, ancora peggio è che a essere belle sono quasi sempre le
donne. Questo spingerebbe i piccoli a credere che "bello" equivale
automaticamente a "bene", e "brutto" a "male"; e le bambine a sentirsi frustrate
se non sono affascinanti come le eroine delle fiabe. Si critica inoltre il fatto
che fiabe del genere sono troppo
stereotipate.
Stereotipate?! Ma che
genialata! Mi viene in mente giusto uno studioso che deve la sua
notorietà agli studi sulla fiaba e i suoi personaggi caratterizzati da
una funzione più che da un'individualità. Certo, le obiezioni
all'utilità della fiaba nella nostra società moderna ci sono da
tempo (vedi questo interessante intervento), ma sono molti
di più gli studi che confermano e sostengono l'utilità della fiaba
nella crescita psicologica del
bambino.
Personalmente trovo facile smontare
le assurde tesi dei suddetti sociologi. Il
"messaggio" delle fiabe (se di messaggio si può effettivamente parlare,
vedi sotto) non è che le persone belle sono di conseguenza anche buone e
vanno premiate (e viceversa), ma esattamente il contrario: la principessa
è bella perché è buona, e il mostro è tale
in quanto è cattivo. Un bambino non interpreta questo secondo le
teorie lombrosiane, ma impara in un modo a lui adatto a distinguere il bene dal
male e a parteggiare per il bene.
Gli eroi e
le eroine delle fiabe sono belli perché l'uomo è attratto dal
bello, desidera la bellezza. Una principessa brutta può funzionare
nell'ambito della parodia (alla
Shrek),
ma non è certo attraente nella realtà. Il politicamente corretto
imperante finirà forse con il condannare chi spera di non sposare una
racchia?
Il bambino quando si
identifica con i personaggi non sceglie in base alla loro posizione rispetto al
bene, ma in base a chi gli suscita maggior simpatia. Più il personaggio
buono è semplice e schietto, più è facile per il bambino
identificarsi con lui e respingere quello cattivo: a guidare la sua scelta non
è la domanda "Voglio essere buono?", ma "Come chi voglio essere?", e se
questo personaggio è una persona buona, allora il bambino decide che
anche lui vuole essere buono. (da qui)
Credo
sia utile ricordare che a un bambino deve essere concesso di apprendere la
realtà per gradi: se gli si mostrano personaggi ambigui il risultato
è soltanto la confusione, perché non avendo ancora interiorizzato
un'idea di bene o di male stabile, non ha nemmeno i mezzi necessari a
interpretarne la possibile
ambiguità.
La studiosa che dichiara di
leggere ancora le fiabe alle figlie, ma "discutendone le trame e i personaggi con loro" e
facendo domande per vedere cosa hanno capito dei messaggi presenti in esse,
oltre ad essere sicuramente una mamma pallosissima, cade nell'errore di
considerare un bambino come un adulto in miniatura. Le consigliamo queste
righe:
Nella fiaba
non c'e' scopo moralista
esplicito: l'essenza delle fiabe
non è la morale, ma il
piacere
derivato dall'esito della vicenda, che dona al bambino la fiducia che lui
stesso, come il protagonista potrà riuscire nella sua vita. A dare questa
speranza è il fatto che il protagonista "conquista il suo regno" e che il
cattivo viene punito. Il senso di giustizia del bambino viene così
soddisfatto e gli dà sicurezza. Nella fiaba regna la polarità nei
giudizi morali, il buono si contrappone al cattivo e in nessun personaggio vi
è
ambivalenza. [...] Bettelheim
sottolinea come l'unidimensionalità dei personaggi (non ambivalenti, non
sia buoni che cattivi allo stesso tempo) domina nelle fiabe come nella mente del
bambino. Questa semplicità permette al bambino che ascolta la fiaba, di
comprendere facilmente le proprie azioni e
reazioni.
[...] la fiaba
aiuta il bambino a trovare il proprio equilibrio interiore, a comprendere quello
che può o dovrebbe essere il significato della propria vita, cioè
a maturare. Per un individuo in fase di crescita risiede in qualcosa di diverso
dall’insegnamento sui modi corretti di comportarsi. Le fiabe non
pretendono di descrivere il mondo così com’è, né
consigliano sul da farsi; nella fiaba i processi interiori sono esteriorizzati e
diventano comprensibili in quanto rappresentati dai personaggi della storia e
dai suoi eventi.
La giornalista che su
Tempi
si firma Mamma
Oca, e che solitamente racconta delle sue
avventure con numerosi pargoli, ha parlato spesso di fiabe. In particolare, mi
ha colpito una volta in cui, riguardo alla figlia, ha scritto che 6 anni
è
[l']età in cui
l’educazione a fiabe ti fa, ancora, totalmente realista e
pragmatico.
Concludo allora con un
altro dei suoi commenti:
A
proposito di fiaba e realtà parla per noi il nostro alleato Bruno
Bettelheim: “La bambina ama immaginare di essere una principessa che vive
in un castello e intesse elaborate fantasie dove è lei la Principessa, ma
quando sua madre le dice di andare a tavola sa di non esserlo. Storie che si
avvicinano maggiormente alla realtà iniziando nel soggiorno o nel cortile
della casa di un bambino, invece che nella capanna di un povero taglialegna al
limitare di un grande bosco, e dove i personaggi sono molto simili ai genitori
del bambino e non a boscaioli ridotti alla fame o re e regine, ma che mescolano
questi elementi realistici a espedienti volti al soddisfacimento di desideri e
meccanismi fantastici, tendono a confondere il bambino circa quello che è
reale e quello che non lo è” (B.B. “Il mondo
incantato”). (da qui)
Per la serie non sono anti-americano ma gli idioti non
mi piacciono, segnalo una notizia molto simile ad altre che si
sentono spesso anche da noi. Scuole di
New York
permettono lo sfoggio di oggetti tradizionali ebraici e islamici ma vietano i presepi. La scusa è che
i primi avrebbero una "dimensione secolare" mentre la natività di
Gesù
è "qualcosa di puramente religioso" e non è "la rappresentazione
accurata di un evento storico".
A parte
l'idiozia della scusa, non posso fare a meno di considerare che questo tipo di
"tolleranza" non porterà ad altro che a maggiori separazioni tra le
diverse culture e a sempre più numerosi casi di vera
intolleranza.
Sono completamente d'accordo con questo post del
Griso
(e con diverso altro che scrive in questi giorni) che riporto quasi totalmente
in fondo a questo mio. Aggiungo solo una cosa: da quanto sta succedendo negli
ultimi giorni, o meglio negli ultimi anni, mi sembra che non si tratti di essere
di destra o di sinistra, filo-americani o anti-imperialisti, global o no-global,
patriottici o meno. Non è questione di punti di vista. Qui si tratta di
saper osservare la realtà senza filtri ideologici, senza quelle che si
chiamano "fette di salame sugli occhi", e di prendere un decisione per il
proprio futuro. Come dicono i miei amici, molta osservazione e poco ragionamento
(inteso come dialettica in funzione di un'ideologia) portano alla verità,
il contrario conduce
all'errore.
Riepilogherò la
mia posizione, a beneficio dei non-capenti:
- Questa è una guerra.
- Questa guerra (anche se ha avuto
un'escalation preparatoria nel corso di tutti gli Anni '90) è scoppiata
l'11 settembre di 2 anni fa, con un'aggressione proditoria, come tutte le
aggressioni naziste. - Questa
guerra coinvolge anche noi: molti se ne stanno accorgendo solo adesso.
- Questa è una guerra
contro le democrazie. La più grande e potente di queste democrazie viene
vista da alcuni come 'l'Impero'. Forse a volte si comporta come tale. Ma
dall'altra parte, là fuori (e purtroppo qualcuno anche qui dentro) ci
sono i barbari. E quelli non fanno prigionieri.
- In questa guerra, io ho scelto
da che parte stare. Chi pensa di poter stare in mezzo a guardare, è un
povero illuso. Chi tifa per l'altra parte, è un mio nemico.
In questo
post di
1972
leggiamo dell'intervista della
BBC a un
ex-ministro palestinese che ha parlato di lauti stipendi pagati
dall'Autorità
Palestinese alle brigate di
Al-Aqsa. In
un'altra intervista, Ata Abu
Rumaileh e
Zakariah
Zubaidi, rispettivamente capi del braccio
politico e armato di Al-Fatah hanno dichiarato che tra
Al-Fatah e
Al-Aqsa non c'è alcuna differenza e
Arafat le
comanda
entrambe.
Officially Fatah,
Arafat’s dominant faction in the
PLO,
is coy about its relationship with the brigades. But Fatah fixed up the
interview, which was supervised by the local Fatah boss.
JEREMY BOWEN - So you’re
the Chief of Fatah
here?
TRANSLATOR - He’s
the General Secretary of Fatah
here
JEREMY BOWEN - So explain
to me, Fatah and the Al-Aqsa Martyrs Brigade, are they part of the same
organisation? Are you separate, are you together, how close are
you?
ATA ABU RUMAILEH
(translation) - Fatah has two sections: a military wing, led by the military and
a political wing led by the politicians. But there is no difference between
Fatah and the Al-Aqsa Martyrs
Brigades.
[...]
JEREMY
BOWEN - One’s a politician and one’s a soldier? OK, so who’s
more important now – the politician or the
soldier?
ATA ABU RUMAILEH
(translation) - During this period of Israeli aggression, the military has the
upper hand. We are defending our people and we cannot defend them using speeches
and demonstrations.
JEREMY
BOWEN - And who is in charge of both of these two parts of the organisation, is
it Arafat?
ATA ABU RUMAILEH -
Yasser Arafat
ATA ABU RUMAILEH
(translation) - He’s the only leader of the Palestinian people. We only
recognise Arafat as our
leader.
Riguardo alla questione dei
finanziamenti, poco dopo c'è stata l'ovvia smentita di Al-Fatah, che sembra
disporre di ottimi PR in
Europa.
Scusate l'assenza, ma mi ha tenuto lontano dal blog un
feroce mal di denti, con la collaborazione di un dentista che non sa
devitalizzare bene. E non è ancora finita...
Grazie al Gino, segnalo
anch'io Iraqi, il blog di un giovane
soldato italiano in
Iraq, appassionato di
beach volley,
che si collega a internet grazie al campo degli
americani. Ha cominciato a tenere un blog per tenere informati gli amici, ma ora
che è stato scoperto sta rapidamente guadagnando popolarità. Non
può scrivere direttamente del lavoro che svolge, ma i suoi racconti ci
forniscono un'idea di cosa significhi lavorare per aiutare un paese a tornare in
piedi, e soprattutto dà una voce e un volto a tutti i nostri ragazzi di
stanza laggiù, per noi che siamo lontani (io anche più di altri).
Paolo
Attivissimo ha messo on-line (anche se non
ancora raggiungibile dalla sua home page), le 12 regole utili a rendere più sicuro il proprio
computer, in tempi di massicci attacchi di virus, allegati
sospetti, e posta indesiderata. È un'ottima summa di quanto è bene
sapere sull'argomento, e come ha scritto lui nella sua newsletter è
consigliabile stamparli e appenderli al muro come
promemoria.
La regola più
interessante, divertente e - oserei dire - saggia è la numero zero, di
cui riporto un estratto:
Se
potete, non usate Windows: usate
sistemi operativi alternativi come Linux, Mac, BSD, QNX e altri
ancora.
Le ragioni di questa
regola sono fondamentalmente due:
•
Praticamente tutti gli
attacchi informatici sono mirati a sfruttare le vulnerabilità del
software Microsoft, perché
è il più diffuso e quindi offre il maggior numero di vittime
potenziali, e perché è intrinsecamente più difficile creare
un virus per Linux per una lunga serie di ragioni tecniche. Non è un caso
che tutti i virus più famigerati, per esempio, funzionino soltanto con
Windows e non intacchino Linux, Mac, eccetera.
Usando i sistemi operativi
alternativi evitate sostanzialmente il problema
virus (con eccezioni talmente rare
da essere
trascurabili).
•
Il software Microsoft è
notoriamente più ricco di
vulnerabilità rispetto alle
alternative. Lo testimonia il numero di patch di correzione che Microsoft
è costretta a sfornare per i componenti vitali di Windows (incluso
Internet Explorer, che è parte integrante del sistema
operativo).
In questa pagina potete vedere un piccolo video
propagandistico sul Grande
Leader della
Corea del Nord, con traduzione in inglese, che
lo presenta come una forza della natura. È semplicemente
ridicolo.
Qui invece ci sono delle studentesse che
marciano e cantano inni di guerra.
Cliccando qui vedrete un video musicale
anti-americano dall'inequivocabile titolo di
"Fucking
USA".
Passando
a qualcosa di quasi normale, qui e qui potete vedere due clip relativi a
Mo Kin, una
bambina prodigio di 3 anni, che suona e
canta.
Tutti i video sono tratti dalla TV
giapponese, che li riceve probabilmente da quella sud-coreana, e si trovano sul
sito di RobPongi.
Su
Panorama,
Silvia
Grilliparla della proposta inviata da
Woody Allen
a diverse case editrici per una sua autobiografia.
Scrive:
Negli ambienti
dell'editoria si dice che Allen abbia chiesto un anticipo di 6 milioni di
dollari, il quotidiano New York
Post ha parlato di 10, più
di quanto abbia domandato
Hillary
Clinton per la storia della sua
vita.
E allora? Vogliamo paragonare
Hillary Clinton con Woody Allen? La vita di un'ambiziosa moglie di un presidente
con quella di un genio del cinema e
dell'umorismo?
Ieri con un paio di mie studentesse più
attempate,
N. e
Y., ed un
ragazzo si parlava di cinema. Lui sarebbe andato a vedere il nuovo
Matrix
(Matorìkkusu) in serata, in un cinema
vicino alla scuola, ma io l'ho avvisato che lì vendono più
biglietti dei posti disponibili, e che quindi bisogna mettersi in coda un bel
po' di tempo prima dell'ingresso, se ci si vuole sedere. Gli ho poi consigliato
di chiedere alla cassa, per avere un'idea di quando avrebbe dovuto cominciare a
fare la coda. Loro lo sapranno, ho detto. Ma N. mi ha smentito:
"Se c'è una ragazza giovane alla
cassa gli dirà che non ne ha idea e non proverà nemmeno a
pensarci. Di questi tempi quasi tutti i giovani sono dei
'Manual
Ningen'".
"Manual
Ningen" (di cui chi legge il giapponese
può trovare qui qualche definizione) significa letteralmente
"Uomo-manuale", dove "manuale" è sostantivo, e sta per "guida, libro di
istruzioni". È un neologismo che indica quelle persone che non sanno fare
niente senza un manuale: si va dai casi più comuni (anche da noi) come
l'incapacità di tirar su un bambino senza un libro che spieghi come fare,
ai casi di quei commessi che hanno memorizzato la frase da dire in certe
circostanze, e che di fronte a una situazione diversa continuano imperterriti a
ripetere quanto imparato senza pensare.
Come
le ragazze che lavorano da
McDonalds,
diceva ancora N., che anche davanti a un bambino piccolo gli parlano usando un
giapponese molto cortese, che oltre ad essere inadatto quando ci si rivolge a un
bimbo, è anche per lui incomprensibile. Sono quelli che davanti alla
richiesta di 20 hamburger da parte di un cliente, gli chiederebbero come niente
fosse se li consuma lì o li porta
via.
A questo proposito ho anch'io i miei
begli esempi da fare, un paio su tutti: ho recentemente comprato una bicicletta via internet, e il giorno in
cui è arrivata ho risposto al citofono e mi sono precipitato giù
per le scale del condominio. Credevo che il fattorino mi avrebbe aspettato
all'ingresso, dove oltrepassato il portone c'è un piccolo spiazzo con
qualche bicicletta. E invece no. Me lo sono trovato davanti che veniva su per le
strette scale, con questa bicicletta intera impacchettata nel cartone. Ma cosa
pensava?! Che avrei tenuto la bici nel mio minuscolo
appartamento?! Quella volta mia moglie aveva riso
e aveva detto: "Si vede che nel manuale
dei corrieri c'è scritto che la merce va sempre consegnata sull'uscio di
casa".
Altro
esempio: una mia collega italiana ha traslocato da poco. In cucina voleva
mettere una sorta di fornello a metano di fabbricazione italiana, e ha chiesto
al tecnico del gas se glielo collegava lui. "Ma certo!", fa questo.
Senonché, appena vede che l'attacco per il tubo non è delle
dimensioni consuete viene preso dal panico:
"Questo non si può usare in
Giappone! Non va bene! Il gas giapponese è diverso! È
impossibile!". Lei gli ha fatto notare che lo
usava anche prima, e che si trattava solo di usare un adattatore, ma non
c'è stato verso. Alla fine ha dovuto telefonare a un tecnico in
Italia e si
è fatta spiegare come fare.
Se anche
alcuni commessi italiani, vedi quelli di McDonalds, sono abituati a ripetere
meccanicamente le stesse frasi, mi sembra però che abbiano ancora la
capacità di discernere se la situazione in cui sono non corrisponde al
manuale, e a reagire di conseguenza. I giapponesi no (o, almeno, raramente).
Analogamente a quanto scriveva
Michiko alla
fine del suo ultimo intervento, i giapponesi hanno grandi
difficoltà ad affrontare una situazione imprevista. Se capiscono che
è necessaria una rapida decisione inattesa vanno in panico, e per cercare
di risolverla finiscono per coinvolgere altre persone, con il risultato che
spesso in due, tre o quattro continuano a confabulare tra loro senza riuscire a
decidere il da farsi.
Abituati ad avere
sempre tutto previsto e organizzato, incapaci di reagire a un fatto non
previsto, finiranno per temere la propria libertà di
scelta.
In questa pagina potete trovare il nuovo spot
Nintendo
(qui in QuickTime). Fa parte della nuova campagna
"Who are you", e dal punto di vista visivo
è ben fatta, come si addice a uno spot per il cinema, e divertente.
Tuttavia a me fa un po' impressione,
perché nonostante l'intenzione della campagna sia quella di sottolineare
che Nintendo offre la più vasta gamma di personalità che un
giocatore può desiderare di assumere, lo spot sembra un inno
all'omologazione. Alla fine, i giocatori che si radunano di fronte al nuovo
punto vendita Nintendo, allo stesso orario fanno tutti la stessa cosa e hanno
quasi tutti la faccia di
Mario (si
vedono poi due
Luigi, tre
Yoshi, un
Donkey Kong
e poco altro).
Già che ci siamo,
faccio un altro passo. Questo è il testo che illustra la campagna,
tradotto in italiano (in inglese lo trovate andando
qui e poi cliccando sulla volpe all'estrema
destra):
"Chi sei tu? Sei
ciò con cui sei nato? Sei ciò che possiedi? O sei, forse, le tue
azioni? Sei quello che i tuoi amici pensano di te? O sei di più? Per te
ci sono vite alternative da vivere. E personalità alternative da
assumere. Nintendo ti fornisce la possibilità di esplorare
un'identità più coraggiosa, più intelligente, più
capace. Una possibilità di cogliere sfide e liberare quello che hai
dentro. Nintendo ti offre la più vasta gamma di personalità
attraverso cui vivere la tua altra vita, la tua vita ludica (game
life)".
Niente di nuovo, però in
poche parole è spiegato il motivo del successo dei videogiochi e
soprattutto il perché abbiano potuto prosperare e svilupparsi in
Giappone,
una delle società in cui i ritmi di studio e lavoro massacranti, il peso
delle convenzioni sociali, l'imperativo dell'eccellenza a tutti i costi e lo
spettro del fallimento come un'onta indelebile, creano continuamente uomini e
bambini frustrati e stressati: i videogiochi come valvola di sfogo e
possibilità di rivincita sulla realtà. Comprensibile ma piuttosto
triste, perché poi si ritorna sempre alla realtà, ed è con
essa che bisogna fare i conti. La Nintendo fa il suo mestiere, vende un
prodotto, anche molto curato e fatto con passione, niente da dire. Ma ci vuole
anche qualcuno che insegni ai bambini (e ai grandi) che ci sono mondi, reali, in
cui la scuola non è solo noia e attesa di uscirne, e che la vita, quella
vera, può essere quella grande avventura che dice
Chesterton
(e mi scuserete se non mi azzardo a
tradurre):
A man has control over
many things in his life; he has control over enough things to be the hero of a
novel. But if he had control over everything, there would be so much hero that
there would be no novel. And the reason why the lives of the rich are at bottom
so tame and uneventful is simply that they can choose the events. They are dull
because they are omnipotent. They fail to feel adventures because they can make
the adventures. The thing which keeps life romantic and full of fiery
possibilities is the existence of these great plain limitations which force all
of us to meet the things we do not like or do not expect. It is vain for the
supercilious moderns to talk of being in uncongenial surroundings. To be in a
romance is to be in uncongenial surroundings. To be born into this earth is to
be born into uncongenial surroundings, hence to be born into a
romance.
(da Heretics)
La
Sony con la
Playstation
offre videogiochi inferiori a quelli Nintendo (a mio giudizio personale), ma
il suo
slogan"Live in your world. Play
in ours" (Vivi nel tuo mondo. Gioca nei nostri),
almeno a parole mi sembra un po' più ragionevole. Mi piacciono i
videogiochi, ma la vita è un'altra cosa.
Paolo
Attivissimo, in una delle sue
grandi indagini anti-bufala sbugiarda la leggenda secondo cui
l'Italia
intenderebbe comprare armi chimiche, balla che a quanto pare è partita da
un articolo di D, La Repubblica
delle Donne (qual fonte autorevole!), ed
è stato poi ripreso da Jacopo
Fo e famiglia (idem),
megafonato da Indymedia
(idem al quadrato) ed è diventato anche un'interrogazione parlamentare di
un Verde. Perché è una
bufala?
Perché la
Gazzetta Ufficiale
numero 171 del 25 luglio 2003 citata dall'appello non pubblica un
elenco di armi chimiche e radioattive da
acquistare,
ma un elenco di armi da
includere fra quelle soggette a
restrizioni di esportazione, importazione e transito,
operazioni"regolamentate dallo Stato secondo
i princìpi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come
mezzo di risoluzione delle controversie
internazionali".
In altre
parole, non è una lista
della spesa: è una lista di restrizioni.
Da nessuna parte si autorizza
l'acquisto
come affermato irresponsabilmente dall'appello e dai giornalisti che l'hanno
raccolto e pubblicato, come al solito, senza controllarne minimamente
l'esattezza.
L'indagine al completo con
tutti i dettagli la trovate qui.
Grazie a
Liberopensiero
ho letto questo bell'articolo di
Marco
Travaglio, che per essere scritto
sull'Unità
è molto coraggioso. Ne riporto qualche
brano:
Io non ho nulla contro i
palestinesi: nel
Bananas
dell’altro giorno non c’è una sola parola - né
«feroce» né blanda - contro quel popolo sfortunato e
martoriato. Ho scritto contro una parte della sua leadership politico-militare,
quella che da quarant’anni fa della corruzione, del terrorismo e della
doppiezza tre robuste ragioni di vita. Penso che, prim’ancora che della
occupazione israeliana, i palestinesi siano vittime delle classi dirigenti
arabe: quelle degli Stati «amici» che li hanno sempre perseguitati
(dal Settembre Nero in
Giordania
alla cacciata sanguinosa dal
Libano,
e così via) e quelle
dell’Olp-Anp
che li hanno sempre usati come merce di scambio.
[...] Non
ho mai scritto né pensato che «non bisogna censurare
Israele».
Lo fanno tanti israeliani, figuriamoci noi. Credo che si possa e si debba
criticarlo anche duramente, quando è il caso. Ma sempre ricordando quel
dato: Israele, da anni, subisce una strage delle proporzioni di
piazza
Fontana ogni settimana. Pensiamo a
come reagiremmo noi, al suo posto. Altro che muri. La contabilità dei
morti dell’una e dell’altra parte non è una risposta: le
rappresaglie e i raid d’Israele, per quanto tragici, sono atti di guerra
che mirano a stanare e colpire terroristi veri. Gli attentati degli uomini-bomba
puntano alle popolazioni civili e uccidono soltanto cittadini inermi, ebrei e
arabi. Sugli autobus, nei ristoranti, nelle
discoteche...
L’occupazione
dei Territori non è frutto di una «abitudine» di Israele, ma di
una serie di guerre difensive contro gli Stati arabi che per quattro volte in
trent’anni tentarono di cancellare lo Stato ebraico dalla carta
geografica, violando la risoluzione
Onu
n.181 del 1947 che spartiva la
Palestina
in due stati: quello ebraico (che nacque) e quello arabo (che non nacque
perché arabi e palestinesi aggredirono subito Israele per annientarlo e
«ricacciare a mare gli ebrei»). Infatti i Territori non sono stati mai
annessi, e quando qualcuno - come
l’Egitto
- ha voluto fare la pace, sono stati restituiti. La Storia, purtroppo, è
lunga e complicata. Oggi sarebbe il caso di ripartire da zero e tutti auspicano
la nascita dei due Stati. Ma è significativo che nel 2003 i palestinesi
lottino ancora per avere ciò che avevano già nel 1948 e
rifiutarono armi in pugno. E chi conosce quei luoghi sa che oggi gran parte
degli israeliani ha accettato l’idea dello Stato palestinese, mentre la
maggior parte dei palestinesi non ha ancora accettato l’idea dello Stato
ebraico.
Grande pezzo del
Griso su
Massimo
Fini e il suo odioso e insensato
anti-occidentalismo. Fini è uno che a studiare tanto
Nietzsche deve
essersi un po' fuso il cervello. L'anno scorso scriveva queste cose, che a leggerle mi sono
chiesto se stesse scherzando o fossi io a vivere nel mondo
sbagliato:
Parimenti ipocrita, anzi
contradditorio fino all'idiozia, è legare il miglioramento delle
condizioni ambientali al miglioramento delle condizioni dei popoli del Terzo
Mondo, aiutandoli ad essere meno poveri. [...] E' inutile girarci intorno: il
problema si risolve — se si vuole risolverlo — solo riducendo
drasticamente il nostro sviluppo (e magari distribuendo meglio, all'interno del
mondo occidentale, la ricchezza così rimasta) e convincendo i popoli
del Terzo Mondo a non adottare i nostri stili di vita e, meglio ancora,
lasciandoli al loro destino che non potrà mai essere tanto atroce
quanto quello che gli ha procurato la globalizzazione economica. Ma l'Occidente
industriale a questo non pensa affatto. Al contrario, se si imbatte per caso in
un Paese che non vuole svilupparsi (poniamo
l'Afganistan
del mullah
Omar,
[...] che proponeva qualcosa di un po' più intelligente di uno 'sviluppo
sostenibile': un medioevo sostenibile') lo si spiana con le bombe per
potergli vendere musicassette, videocassette, Rayban, pile, Coca cola e
democrazia.
La sconfitta della tecnologia da parte del
pregiudizio
Con l'aiuto dell'ultimo
Green Watch
News (n. 30, non ancora on-line)
torniamo a parlare di OGM.
Il 31 ottobre
scorso 114 scienziati inglesi hanno scritto una lettera a
Tony Blair (la
trovate qui) in cui criticano duramente l'atteggiamento
del governo nel dibattito sugli Ogm, che è decisamente vinto dalle
ragioni scientifiche ma perso sul piano delle pubbliche relazioni, in quanto -
scrivono - "rischiamo di vedere la
sconfitta della tecnologia da parte del
pregiudizio".
Gli
scienziati condannano la risposta isterica dei media ai recenti test sui
raccolti Ogm e sottolineano che il governo non ha fatto niente per spiegare ai
cittadini i benefici di questa tecnologia. [...] "Il governo ha sempre ignorato
le opportunità che aveva per rispondere a qualsiasi affermazione priva
di fondamento sulle procedure di modificazione genetica", prosegue la lettera.
[...] Gli
scienziati inglesi stanno convincendosi che in
Gran
Bretagna sia ormai impossibile
lavorare perché la situazione è al limite della psicopatologia:
attentati contro aziende in cui si stavano attuando sperimentazioni, minacce ai
dipendenti ed alle loro famiglie, danni economici ingenti. Pare che le varie
comunità scientifiche occidentali non riescano a riportare alla ragione i
deliranti, i governanti si lasciano soggiogare da un'opinione pubblica
disinformata e non di rado isterica.
Ma ciò che più ha
fatto insorgere gli scienziati transalpini è la violenza antiscientifica
sempre più evidente. [...] Il discorso va riportato al piano razionale e
scientifico e la soppressione dei risultati delle ricerche, prima che potessero
essere valutati è bieco oscurantismo ed irrazionalità. [...]
Chissà cosa avrebbero potuto dirci i risultati delle ricerche andate in
fumo? E come possiamo venire a capo della disputa sugli OGM se non tramite la
ricerca e la sperimentazione?
Intanto in
casa nostra, la Confederazione Italiana
Agricoltori di
Pordenone ha
recentemente affermato per bocca del suo presidente,
Giorgio
Fidenato, che
"La CIA di Pordenone vede di buon
grado e con atteggiamento laico lo sviluppo degli organismi ogm perché
conosce le motivazioni principali che hanno spinto la ricerca in quel senso...
L'atteggiamento positivo verso gli ogm è dovuto anche alla
consapevolezza che l'alternativa all'agricoltura tradizionale non può
essere l'adozione di agricoltura biologica o biodinamica su larga scala. Per i
costi e per le difficoltà tecniche queste potranno restare solamente
produzioni di nicchia". [...] Fidenato rivolge anche un appello al
presidente della Regione
Friuli,
Illy,
che ha recentemente espresso interesse nei confronti degli sviluppi del biotech:
"il prossimo anno a Pordenone potremmo organizzare la prima festa della polenta transgenica per far conoscere, a chi lo
volesse, che le piante transgeniche non sono poi i mostri che si
dipingono".
Concludiamo con un
ottimo articolo del prof. Tullio
Regge, dalla
Stampa
del 29 ottobre, che si apre con un ragionamento senza
grinze:
Un signore nelle prime file
mi interrompe con la prece sacrale «Gli Ogm sono strumento delle
multinazionali», ripetuta ossessivamente tutte le volte che si svolge un
dibattito pubblico sull'ambiente. Altre litanie: «I brevetti sugli Ogm sono
delle multinazionali», oppure che gli Ogm distruggono la
biodiversità. La creazione di un Ogm non necessita di attrezzatura
particolarmente onerosa ed è alla portata di un laboratorio universitario
pur che ci sia personale qualificato, ma per giungere al brevetto occorono
prove di sperimentazione sul campo che sono vietate. Niente prove niente
brevetti. Chi si oppone alle prove? Gli stessi attivisti che ora inveiscono
contro il monopolio delle multinazionali da loro amorosamente
protetto.
Sono trascorsi
decenni da Primavera
Silenziosa della
Carson,
il libro manifesto che ha denunciato le malefatte dei pesticidi: caso strano, ma
non troppo, il fatto che gli Ogm ne facciano a meno non è considerato
dagli ambientalisti una virtù, chi lo cita manca di buone
maniere. [...]
In Italia [...] non è
permessa la coltivazione all'aperto di varietà Ogm, la ricerca
scientifica è bloccata da demagoghi che campano sulle paure e pregiudizi
altrui. Coltiviamo in tutta Italia il popolare grano duro
Creso,
una mutazione ottenuta nel 1974 irraggiando la
varietà Cappelli
con raggi gamma provenienti da scorie di reattori, bestia nera degli
ambientalisti. Gli stessi ambientalisti mangiano la pasta fatta con il Creso ma
evitano accuratamente di parlarne.
Gianlugi Da
Roldscrive aGiampaolo
Pansa, quello che ha dato alle stampe un molto
discusso libro sulla
Resistenza,
quello che nei primi anni '70 era tra i pochissimi a denunciare il pericolo
delle Brigate
Rosse, mentre la maggior parte dei giornalisti
affermava che le "sedicenti Brigate Rosse" non esistevano,
e che se c'erano non potevano essere rosse (e questi, che non si arrendono
nemmeno di fronte alla realtà, questi per cui il terrorismo è
sempre strategia della tensione, ci sono ancora, leggere qui per
credere). Pansa, che il 29 giugno del '74 scrisse
sul
Corriere
parole che venti anni dopo sono ancora
attualissime:
"Non viviamo in un
regime fascista, e la Repubblica italiana non è - come sembrano pensare i
tupamaros delle Brigate Rosse - una dittatura militare sudamericana. Il loro
è puro delirio politico... E, prima o poi, saranno questa follia e questo
isolamento a perderli sino in fondo."
Ma
ecco la lettera di Da Rold:
Non
vorrei nuocerti con questa mia, che è un atto di solidarietà per
il coraggio con cui hai scritto
Il sangue dei
vinti. Non vorrei
nuocerti perché, come tu sai fin troppo bene, sono un ex comunista che
è diventato e rimasto craxiano, neppure socialista; perché sono un
fissato, probabilmente un involontario provocatore,
sull’affare Tobagi;
perché sono un pubblicano carico di tanti peccati pubblici e privati.
Ho letteralmente divorato il
tuo libro, non per soddisfare un antico livore anticomunista, ma per apprendere
sistematicamente. Il merito che hai nell’aver scritto Il sangue dei vinti
non è solo quello di aver dato dignità storica, ripeto storica, a
una vicenda tanto tragica, ma anche quello di esserti esposto, di averci messo
la firma e la faccia di un coerente uomo di
sinistra.
Anche nel tuo ultimo
“Bestiario”
sull’EspressoComunicare con una calibro 9, fai benissimo
a rivendicare quello che scrivevi e insegnavi (a
Walter
soprattutto) alla metà degli anni Settanta sulle
Brigate
rosse di fronte alla sufficienza
sarcastica del
Pci
e del
Psi,
e dei loro giornali, nel negare l’evidente radice poltica delle Br. Caro
Pansa, fai bene a ricordare «Ho conservato una raccolta di corsivi contro i
miei articoli di allora sulla
Stampa
di Alberto
Ronchey e sul
Corriere della
Sera di
Piero
Ottone». Anche questo ti
verrà rimproverato. A
Yves
Montand, quando ruppe con il
comunismo, un grande scrittore spiegò: «Non le perdoneranno mai di
aver capito prima degli
altri». Credo che sia questo
che non ti perdonano adesso: aver scritto, con Il sangue dei vinti, il primo
libro di storia su un periodo cruciale della vita italiana e aver avuto un
grande successo editoriale. Non te lo perdonano, a quanto sembra, non solo le
vestali che contestarono uno storico come
Renzo De
Felice, ma neppure alcuni semper
liberal (di sinistra, di centro e di
destra).
Sul Corrierone di
sabato 1 novembre c’erano ben due articoli di questi liberal
(E. Galli Della
Loggia e
P.
Ostellino, ndr) che, tra lodi e
amichevoli riconoscimenti, sfruculiavano un po’ sulla lettera di
Otello
Montanari: insomma, Pansa avrebbe
dovuto scriverlo 13 anni fa! Mi chiedo perché non lo hanno fatto loro! Ma
forse il primo non si ricorda di come venne “definito” da
Craxi
e il secondo come venne redarguito, più recentemente, da
Vladimir
Bukovskij su questioni di
comunismo. In altri tempi gli
stessi due liberal si disinteressavano della vita di un grande giornale come il
Corriere. Mentre tu, già grande inviato e scrittore, ti esponevi insieme
a Tobagi e a me contro l’imperialismo del comitato di
redazione.
Di Mattia
Feltri, dal
Foglio,
trovato leggendo lo
Spino:
“Se
Sharon...
l’intellighenzia ebraica, la finanza ebraica, non sapranno operare
concretamente per una significativa correzione di rotta, allora temiamo per ogni
ragionevole speranza di
pace”, www.islam-online.it, aprile
2002.
“Se la finanza ebraica
internazionale
d’Europa
e fuori d’Europa dovesse arrivare, ancora una volta, a far precipitare i
popoli in una
guerra...”. Adolf
Hitler, al Reichstag,
1939.
Fabio
Cavallari, il comunista di
Tempi,
due settimane fa ha scritto un editoriale sulla situazione
politica italiana che è il caso di riportare per
intero:
Osservata da
un’ottica di “sinistra” sembra una deriva autodissolutoria.
Sto parlando del modo con cui
L’Unità
ha fatto della polemica con
Giuliano
Ferrara una battaglia ad personam.
Liberazione
ne ha discusso con cauta equidistanza e Ferrara ha scritto al direttore
Sandro
Curzi non lamentandosi del
quotidiano comunista in quanto «l’amicizia o l’inimicizia in
politica ha le sue leggi... che non escludono quel minimo di fair play che mi ha
sempre legato ai miei avversari. Sopporto tutto, spero che tu e
Fausto
verrete al mio funerale, ma non vorrei essere commemorato da
Tabucchi».
Curzi ha augurato «lunga vita all’amico Ferrara». Non
c’è nulla di reazionario in ciò.
Anzi.
Ma sia quelle a
L’Unità, sia le lettere a Liberazione non approvano. «Un bel
fegato dare dell’amico a Ferrara», «...siamo irreconciliabili
nemici del capitalismo imperialista e soprattutto di quei dirigenti del
movimento operaio che passano al fronte opposto della lotta di classe», e
altre facezie del genere. La definizione di “nemico” corrisponde a
una situazione di “guerra”. E Ferrara è parte della
“guerra” a
Berlusconi.
Una guerra d’odio.
Perché?
Perché negli ultimi due anni le campagne denigratorie e demonizzanti
gli uomini in carne e ossa hanno preso il posto del confronto politico. Nel
linguaggio di certa stampa il “nemico” da abbattere non è
più il capitalismo, l’alternativa politica non si chiama
“socialismo”, il rimedio da adottare non è
“l’abolizione della divisione del lavoro”. Il nemico
è Berlusconi, Ferrara,
Previti.
La sinistra radicale, quella capeggiata da
Bertinotti,
non ha mai utilizzato questa pratica, anche se ora si trova impantanata in un
clima che svilisce e deprime le ragioni della politica. Le accuse di regime, la
reiterata “fissazione” fascista, il parossismo antiberlusconiano
hanno reciso il confine tra politica e
psichiatria.
Cosa dice di
politico la “sinistra”? Che sulle privatizzazioni la pensa “un
po’ meno” del centrodestra. Che sulla flessibilità nel lavoro
è “un po’ meno” disponibile. Però si augura la
“scomparsa fisica” dell’uomo di
Arcore.
Io dico: «Lunga vita al Presidente e all’Elefante!» E lo dico
convinto dall’estrema sinistra del panorama politico. Non è una
svendita d’ideali. è la speranza di poter sconfiggere un
avversario con una politica che sappia coinvolgere il popolo in un’ipotesi
“per” e non semplicemente con un’opzione “contro”.
La mia presenza qui è la testimonianza che gli avversari politici possono
essere amici umanamente. E a volte anche complici nel difendere gli interessi
dei più deboli.
Il grande
Vincino a
modo suo commenta il
sondaggio secondo cui la maggioranza degli europei ritiene
Israele la
maggiore minaccia per la pace mondiale. Qui la vignetta.
Ieri ho preso uno
Shinkansen, il
treno superveloce giapponese, per la precisione un
Nozomi,
classe 700 (che in questa pagina è quello in basso,
mentre il mio preferito è quello al centro). L'orario di partenza era
alle 18:05, ma alle 17.58 avrebbe dovuto arrivare e ripartire un altro treno,
sullo stesso binario. Questo treno era previsto in ritardo di 5 minuti.
Significa che sarebbe partito alle 18:03, praticamente quando il treno
successivo, il mio, avrebbe dovuto trovarsi sulla banchina. Vista
l'impossibilità di sovrapporsi al treno precedente, anche il mio è
arrivato in ritardo. Durante il viaggio il capotreno, all'altoparlante, si
è scusato con i passeggeri per il disagio arrecato dai 3 minuti (t-r-e
m-i-n-u-t-i) di ritardo accumulati dal
treno. Inutile dire che li ha recuperati prima
che giungessi a
destinazione.
P.S. È
strano vivere in un mondo in cui, correndo trafelati verso la stazione per
prendere il mezzo che ci porterà al lavoro, speriamo che almeno oggi sia
in ritardo, ma sappiamo già che non sarà
così...