In questi giorni ho installato il nuovo sistema
operativo di
Apple, il
10.3 conosciuto con il nome di Panther, e ho
fatto le pulizie sul mio Hard Disk. Come avevo già pregustato assistendo alla sua
presentazione, qualche mese fa, Exposé
è una delle nuove caratteristiche che trovo più utili, come anche
l'evoluzione dell'applicazione Anteprima in
rapidissimo lettore di pdf con altrettanto rapida ricerca all'interno del
testo.
Ecco, oltre al centinaio e passa di
innovazioni sostanziali, "rapidità" è la parola che meglio
definisce questa nuova versione di
OSX, che da
quando è nato è diventato sempre più agile e scattante, e
contrariamente a quanto avviene di solito con l'aggiornamento dei sistemi
operativi, a ogni upgrade ha dato all'utente l'impressione di possedere un
computer sempre più veloce: tutte le applicazioni si lanciano più
in fretta, l'usabilità di Mail è
migliorata sensibilmente, gli aiuti in linea sono finalmente utilizzabili, e al
contrario dell'amico Vincenzo trovo
il nuovo Finder molto utile (e sensato il fatto
che la vista a colonne a partire da una cartella non permetta di scorrere verso
sinistra, cosa che in
Jaguar a
volte disorientava).
Da appassionato di
cinema, inoltre, sono molto contento della funzione di bookmark del nuovo
DVD Player,
che permette di far partire un DVD da qualunque punto a nostra scelta. L'ho
appena provato su un film di
Hong Kong che
prima di farvi accedere al menù vi costringe a vedere un avviso in due
lingue, loghi vari, un filmato di presentazione del film, una pubblicità
del MD Sony in cinese, e solo allora vi porta al menù: ho messo un
bookmark in quel punto, l'ho settato come default, e al successivo inserimento
del DVD è partito esattamente da lì. Era ora.
Newblog
Newblog ha finalmente il suo nuovo
template, ed è bellissimo. Sembra però ancora in rodaggio,
perché la colonna di destra non contiene quello che dovrebbe (sono
spariti anche tutti i link agli altri blog...).
Grazie ad Antonio
Gaspari, riporto un interessante articolo di
Rita
Bettaglio tratto dall'ultimo
Green Watch
News (n.28, non on-line), a cui ho aggiunto i
link.
Dubbi su
Greenpeace Nell'immaginario
collettivo
Greenpeace
appare essere il difensore dell'ambiente e riunire volontari animati da sincero
interesse per l’ambiente: ragazzi in t-shirt qualche volta duri, ma puri
che combattono per grandi ideali. Ma siamo sicuri sia proprio così? Chi
organizza e finanzia campagne costose ed azioni non di rado poco pacifiche?
[...] Greenpeace non è una semplice associazione, è una galassia od un impero, come
preferite. Vediamo di esplorarne la geografia e potremmo rimanere
stupiti di un’architettura tanto
complessa.
Recentemente negli
Stati
Uniti Greenpeace è stata
oggetto di polemiche da parte di
Public
Interest Watch (PIW) che
ha accusato il colosso ambientalista di violazione delle leggi fiscali (qui il pdf relativo, NdE) e paragonato
Greenpeace ad una delle tante corporation, come
Enron
o
Tyco,
divenuto ormai sinonimo di corruzione. Non vogliamo entrare nel merito delle accuse mosse ma, a onor del
vero, il problema, per ammissione dello stesso PIW, interessa in generale il
mondo del no-profit.
La
struttura organizzativa di Greenpeace consiste in entità multiple,
associate fra di loro e con fisionomia diversa. Vediamo di esaminarle
brevemente. Anzitutto troviamo
Greenpeace
International: ha sede
ad
Amsterdam
ed è la più grande organizzazione dell'universo di Greenpeace. Nel
2000 il suo budget è stato di 34 miliardi di dollari, provenienti dalle
organizzazioni nazionali di Greenpeace. I campi d'interesse di Greenpeace
International vanno dal cambiamento climatico agli oceani, dall’ingegneria
genetica al disarmo nucleare. Le Greenpeace nazionali sono circa 40,
distribuite in tutto il mondo. Alcune sono entità indipendenti, come
Greenpeace,
Inc. e
Greenpeace Fund,
Inc. negli Usa;
altre, invece, sono satelliti di Greenpeace International. Nel 2000 il budget
totale di tutte le organizzazioni Greenpeace, incluso la International, è
stato di 143 miliardi di
dollari.
Vale la pena
soffermarsi sulle strutture americane di Greenpeace, quelle, fra l'altro messe
sotto accusa recentemente. Negli USA le entità principali sono
Greenpeace, Inc. e Greenpeace Fund, Inc. Entrambe sono organizzazioni no-profit
ma con differente profilo. La legge statunitense prevede due tipi di no-profit,
designate come 501(c)(3) e 501(c)(4). La principale differenza tra i due
è che nel caso di 501(c)(3) i contributi sono deducibili dalle tasse per
i benefattori ma possono essere impiegati solo per attività educative,
caritative, religiose ed altre, ma mai per intraprendere azioni legali o
partecipare a campagne pro o contro candidati politici. Per contro le
organizzazioni di tipo 501(c)(4) hanno possibilità di utilizzare i fondi
per scopi più ampi, inclusi quelli non consentiti alle 501(c)(3), ma i
contributi non sono deducibili: questo rende più difficile il reperimento
di fondi da parte dei
donatori.
Greenpeace Fund, Inc.
è un'organizzazione 501(c)(3), mentre Greenpeace, Inc. è
501(c)(4). Nel 2000, ultimo anno di cui sono disponibili i bilanci, Greenpeace
Fund, Inc. ha raccolto 7,5 miliardi di dollari e ne ha passati 4,5 a Greenpeace, Inc., 3,7 a
Greenpeace International ed i restanti 0,8 ad organizzazioni Greenpeace di
alcuni altri paesi. Greenpeace, Inc. ha il suo quartier generale a
Washington,
D.C., ma è stata fondata in
California
e, quindi, è soggetta alla legislazione di quello stato in materia
fiscale. La sua attività, più ampia di quella di Greenpeace Fund,
Inc., è quasi esclusivamente di campagne di pressione verso compagnie o
governi per modificare procedure o politiche. Molte azioni poste in atto dagli
attivisti, inoltre, sono contrarie alle leggi vigenti: parecchi attivisti sono
già stati arrestati nel mondo e qualcuno ha sostenuto le loro spese
legali (!). Per scopi pubblici essa utilizza il nome di
Greenpeace
USA. Essa è
finanziata in modo significativo da Greenpeace Fund, Inc. che può
raccogliere contributi fiscalmente deducibili. Nel 1999 le sue entrate sono
state pari a 14,2 miliardi di dollari di cui il 30% da Greenpeace Fund, Inc.
Greenpeace Fund, Inc. ha la sua principale sfera d’azione nel raccogliere
fondi da destinare ad altre Greenpeace e non svolge attività in proprio.
Nel panorama statunitense
merita un cenno anche Greenpeace
Foundation, Inc. Si
tratta di una delle prime organizzazioni Greenpeace, con base nelle
Hawaii.
Essa è in aperto contrasto con Greenpeace USA e Greenpeace International.
Ad esse rimprovera spregiudicatezza nella raccolta dei fondi, antiamericanismo
ed insufficiente devozione alla causa della difesa degli animali. E’ una
organizzazione di tipo 501(c)(3) e non spende più di 250mila dollari
all'anno. Il fatto che Greenpeace Fund, Inc. si occupi esclusivamente di
raccolta di fondi deducibili e delle loro successiva distribuzione ad
organizzazioni collegate ma con diverso regime fiscale è alla base
dell'accusa di essere una centrale di "lavaggio" di denaro, anche perché
non si capisce il motivo dell'esistenza di organizzazioni a diverso statuto per
uno scopo apparentemente unico, come '’asserita tutela
dell’ambiente.
Molte
fondazioni indipendenti finanziano Greenpeace Fund, Inc.: la lista è
lunga e compaiono nomi molto noti negli USA. Riportiamo qui una lista parziale
delle fondazioni più importanti che hanno finanziato Greenpeace Fund,
Inc., quale compare in un recente rapporto (il pdf già
segnalato, NdE) di Public Interest
Watch:
- The David and Lucile
Packard Foundation - John D. and
Catherine T. MacArthur Foundation -
Rockefeller Brothers Fund, Inc -
Turner Foundation, Inc. - Charles
Stewart Mott Foundation - Lannan
Foundation EUR The Joyce
Foundation - W. Alton Jones
Foundation, Inc - The Trust for
Mutual Understanding - The Scherman
Foundation, Inc. - Columbia
Foundation - Public Welfare
Foundation, Inc. - Wallace Global
Fund - Reiman Charitable
Foundation, Inc. - The New York
Community Trust - HKH
Foundation - Joyce Mertz-Gilmore
Foundation - The Wilburforce
Foundation - The John Merck Fund
EUR Town Creek Foundation, Inc. -
The Rockefeller Foundation -
Foundation for Deep Ecology -
Wallace Genetic Foundation, Inc -
The Capital Group Companies Charitable Foundation
- The Max and Victoria Dreyfus
Foundation, Inc. - The Overbrook
Foundation - Stephen and Tabitha
King Foundation, Inc.
Non avrei mai immaginato che un giorno avrei citato
con totale approvazione un articolo di Piero
Ostellino, ma tant'è: come citato dal redivivo
Spino, il
giornalista non sospetto di paggerie cattoliche ha dato un suo giudizio sulla
sentenza
dell'Aquila riguardo
l'esposizione del crocifisso, che merita grande attenzione.
E, allora, in che cosa consiste la
pericolosità della sentenza dell’Aquila? E’ presto detto: se,
in omaggio a un malinteso relativismo culturale ed etico, rinunciamo ad
affermare i nostri valori, anche attraverso i simboli che li rappresentano,
l’integrazione degli immigrati di altra civilizzazione diventa più
difficile e la frammentazione della nostra società democratico-liberale
rischia di trasformarsi in un fattore di conflitto e quindi di
instabilità.
Lo
Spino
riporta quasi tutto il pezzo, e un link a un articolo di
Magdi Allam
sul
Corriere
in cui diversi (veri) rappresentanti musulmani criticano severamente
l'atteggiamento anti-cristiano e intollerante di un uomo che
Ali F.
Schuetz, segretario del centro culturale
Il Fondaco dei
Mori di
Milano, un
paio d'anni fa aveva definito "un tale
Adel Smith,
fenomeno da baraccone del peggiore horror
anti-cristiano".
Molti suoi colleghi la
pensano allo stesso modo (dall'articolo di
Allam):
«Smith non lo
consideriamo parte della comunità musulmana. Non frequenta nessuna
moschea. Vuole sollevare un polverone per farsi della pubblicità. Sta
lanciando una provocazione per coinvolgere i musulmani in una vicenda che per
noi non è una preoccupazione. E’ un provocatore».
[Ali Abu
Shwaima, emiro del
Centro islamico di Milano e
Lombardia]
«A
me quell’uomo disturba molto. Con due sparate rovina il lavoro della gente
moderata che vuole la pacifica convivenza. Perché lo invitano in
televisione? Forse che si vuole accreditare l’immagine di un Islam
intollerante? Togliamogli la parola».
[Rula
Jebreal, palestinese, giornalista
di
La7]
«Dobbiamo
isolare Smith. Rappresenta soltanto se stesso. Non è nostro diritto
chiedere di togliere il crocifisso. Non possiamo assolutamente pretendere di
cambiare una cultura millenaria che sta andando verso la tolleranza e il
dialogo». [Younis
Tawfik, autore di «La
città di Iram» e «La straniera», italo-iracheno di
Torino]
Una e-mail dal mio amico
Christian
riguardo a un film su cui avevo qualche aspettativa, ma che invece pare sia
molto deludente:
Non posso dire che
mi sia piaciuto "La leggenda
degli uomini straordinari",
adattamento del fumetto di Alan
Moore "La lega degli
straordinari gentiluomini". Del fumetto è rimasto solo lo spunto
iniziale, ma tutto è stato molto banalizzato. Quelli che potevano essere
i due punti di forza del film (l'estrazione "letteraria" e colta dei
protagonisti, e l'ambientazione inglese di fine ottocento) sono stati ignorati,
riempiendo il film esclusivamente di inseguimenti, esplosioni e combattimenti,
perdipiù non fatti particolarmente bene, e spiegando ogni cosa almeno tre
volte a bene a beneficio di un pubblico ritenuto così ignorante da non
sapere nemmeno chi siano Dorian
Gray o il dottor
Jekill
(non che importi saperlo, nel film: si comportano come supereroi qualsiasi, e ci
si chiede allora perché scomodare personaggi e nomi così
illustri). A peggiorare le cose, il solito gusto hollywoodiano per gli
anacronismi post-moderni: automobili, bazooka, e via dicendo. La sceneggiatura,
poi, è farcita di personalità piatte e una trama
inverosimile.
Da notare la
"traduzione" del titolo italiano: in un primo trailer che avevo visto
quest'estate, si parlava di "Lega degli uomini straordinari" (evidentemente i
gentiluomini non sono più di moda, e così in Italia si perde un
altro riferimento all'epoca vittoriana), poi è diventata "Leggenda" (e
nei dialoghi del film, "la squadra") evidentemente per non scomodare suggestioni
politiche...
Grazie alla segnalazione di
4
Banalitaten ho scoperto anch'io la
nuova, incredibile funzione di Amazon. Adesso
si può effettuare una ricerca anche all'interno del testo dei libri (non
tutti, "solo" 120.000, per il momento).
Ho
appena fatto una prova inserendo una porzione di una frase scelta a caso dal
libro "The Skeptical
environmentalist", precisamente
"anything from wrecking
tourism", e il primo risultato è stato
appunto quel libro. Sotto copertina e dati mi dice che la frase è
presente a pagina 40, me ne riporta qualche riga, e se voglio mi fa anche vedere
tutta la pagina in questione. Stupefacente.
Si
chiama "The Hidden Gulag. Exposing
North Korea's prison camps" ed è la
prima, grande, organica documentazione, corredata anche di foto satellitari, di
una realtà già nota da molto tempo, ma di cui non si conoscono
ancora bene le effettive dimensioni.
Nel
documento, oltre alle fotografie, c'è un'ampia descrizione preceduta da
un inquadramento storico, e arricchita da numerose testimonianze di
sopravvissuti, alcune decisamente agghiaccianti. Tra i testimoni anche
quel Kang Chol
Hwan che ha scritto il primo racconto
dettagliato pubblicato in occidente sull'argomento, da tempo già disponibile anche in
italiano.
Scaricate e leggete. Vi renderete conto che la
prima parte di "007: La morte può
attendere", con l'arresto, la
tortura e la detenzione di James
Bond da parte delle guardie nord-coreane,
è un racconto di fantasia solo perché quello che veramente succede
laggiù è ben peggiore.
Michiko oggi ci
racconta di una lezione un po' particolare e indubitabilmente ambientata in
Italia:
Quando
il mio corso di italiano è cominciato, c'erano undici studenti nella mia
classe: una australiana, due norvegesi, due americani, una canadese, tre
svizzeri e due giapponesi, inclusa io. Di solito in questa scuola cambiano gli
studenti in classe ogni due settimane: dipende dalla durata del soggiorno e
dalla loro abilità. L'età di tutti mi sembrava dai venti ai
cinquanta anni.
Un giorno c'era
uno sciopero, per cui durante le lezioni era molto rumoroso. Da fuori si sentiva
una musica animata e delle grida. Credo che fosse una manifestazione.
È passato un po', una
studentessa non ha avuto pazienza, e ha detto alla insegnante: "Vorrei guardare
fuori, posso?". Mi è sembrato che l'insegnante si sia stupita un po',
però ha detto: "Allora vai, vai". E quasi tutti gli studenti sono andati
via dalla classe. Infine siamo rimasti solo in due, tutti e due giapponesi.
L'insegnante ci ha detto:
"È sempre così. I giapponesi rimangono. Siete educati,
eh!".
Io penso che magari sono
anche educata, ma invece il fatto è che non ho come il coraggio di fare
qualcosa di irregolare. Non mi può venire in mente di andare via durante
la lezione. Tu cosa ne pensi?
Dopo averne visti tanti qua e là ho provato
anch'io a fare uno di quei numerosi test della personalità che ti
assimilano a un personaggio di fantasia. In questo caso si tratta del
Which Fantasy/SciFi
Character Are You? di cui ho
trovato il link sul Bloggervins. Non
so se essere più contento o preoccupato per il
risultato.
Mentre il sempre ottimo
Magdi Allam
sul
Corriere
ci annuncia (o ci ricorda) che siamo tutti in guerra, anche noi italiani,
ho letto delle interessanti riflessioni dello studioso e scrittore tunisino
Abdelwahab
Meddeb, in un'intervista a
Repubblica
del 9 ottobre scorso (citata dal
Foglio
di lunedì 13, non on-line), in cui parla dell'argomento che dà il
titolo al suo libro: "La malattia
dell'Islam":
Qual
è la malattia dell'Islam?
«È l'integralismo che si fonda su una interpretazione letterale e
semplicistica del
Corano,
un'interpretazione che non ammette discussioni presentandosi come eterna e
assoluta. Per gli integralisti il testo deve essere applicato alla lettera,
senza essere contestualizzato. In questo modo la religione diventa follia che
pratica la jihad, taglia le mani, lapida e impone il velo alle
donne. [...] Nell'islam
chiunque può leggere e interpretare il testo. Ciò permette agli
integralisti di autorizzarsi come esegeti. In passato, i pochi che si
avvicinavano al Corano erano persone colte che sapevano risolvere le questioni
tecniche dell'interpretazione. Gli integralisti non hanno assolutamente questa
preparazione, sono i figli dell'alfabetizzazione di massa, sono dei
semi-letterati incapaci di affrontare i problemi dell'esegesi. La loro è
una lettura semplicistica e schematica, che banalizza il testo, forzandone
persino il significato. Ciò avviene per la questione della jihad o anche
per l'identificazione tra sfera politica e religiosa, che è considerata
da tutti come un elemento proprio dell'islam In realtà il Corano
può dar luogo ad una lettura diversa da quella oggi dominante. Non era
quindi inevitabile che l'islam diventasse quello che è diventato, vale a
dire una religione
guerriera. [...] La
modernizzazione dei paesi islamici è stata condotta da despoti che hanno
ignorato totalmente la democrazia. La gente ha imparato a leggere e a scrivere
senza ottenere alcun diritto politico e sociale. Il populismo ha fatto disastri.
Si è formata una classe di semi-letterati frustrati e pieni di
risentimento, perché le loro aspirazioni sociali e culturali non sono
state soddisfatte. Costoro nutrono di religione la loro voglia di rivolta,
sognando nostalgicamente di restaurare gli antichi splendori
dell'islam». Nel X secolo
«i musulmani erano i padroni del mondo [...]. In seguito, da dominatore
l'islam è diventato dominato. Questa decadenza è vissuta molto
male dai fondamentalisti, i quali, attraverso l'antioccidentalismo, designano un
nemico esterno, evitando di riconoscere il proprio fallimento. La guerra delle
civiltà non l'ha inventata
Huntington
ma gli integralisti islamici nella prima metà del secolo
scorso». [...] Si
deve ingaggiare una vera e propria battaglia dei testi, per contrapporsi alle
letture semplicistiche e folli degli integralisti. Nei prossimi anni, l'islam
sarà teatro di una terribile guerra intestina, e uno dei fronti di questa
guerra sarà quello dell'interpretazione del Corano». Bisognerebbe
poi «riformare l'insegnamento scolastico che ha prodotto l'islamismo
diffuso oggi dominante, quell'islamismo che, quando passa all'azione, dà
luogo al terrorismo. Naturalmente si tratta di un programma enorme, che
necessita di una vera e propria rivoluzione culturale di lungo periodo. Alla
lunga, l'integralismo è destinato alla sconfitta, ma ci vorranno ancora
dieci o vent'anni prima che il suo ciclo storico si esaurisca. E saranno anni
dolorosi».
Si vede che oggi è giornata. Grazie ad
Antonio
Gaspari segnalo un altro appuntamento
interessante:
Il giorno 25 ottobre
a
Milano
si terrà un convegno dal titolo:
"Alimenti geneticamente
modificati tra paure, incertezze e aspettative. È possibile una scelta
ragionevole?" ideato per
contribuire a capire meglio quale sia il nuovo scenario che attende tutti noi,
quali cittadini e consumatori, con l'utilizzo degli organismi geneticamente
modificati in alcune tipologie di
alimenti. Gli alimenti
tradizionali presenti da generazioni sulla nostra tavola sono, per la maggior
parte, frutto dell'applicazione delle biotecnologie. La birra, il sidro, il
vino, il formaggio e il pane sono ad esempio il risultato di processi di
fermentazione che coinvolgono lieviti, muffe e
batteri.
A poco a poco
l'uomo ha imparato a governare i processi biologici allo scopo di migliorare la
qualità degli alimenti. Molti prodotti, tra i quali alcuni "tipici"
come ad esempio: il pomodoro
San
Marzano, il riso
Carnaroli
e alcuni famosi vitigni, sono l'esito di ricerche dei nostri genetisti agrari
nell'ultimo secolo. Tutti questi prodotti sono perciò frutto di incrocio,
esso stesso una manipolazione
genetica. Negli ultimi decenni
la ricerca nel campo delle biotecnologie vegetali ha fatto molta strada: le
piante propriamente dette "geneticamente modificate" sono state ottenute per la
prima volta circa quindici anni fa negli
Stati
Uniti. A partire dal 2004 tutti i
prodotti alimentari che contengano più dello 0.9% di ogm (organismi
geneticamente modificati) dovranno presentare un'etichettatura particolare al
fine di renderli riconoscibili dai consumatori. Crediamo sia utile saperne di
più per poter scegliere tra differenti prodotti.
Segnalo che dal 23 al 25 ottobre a
Roma si
terrà il secondo Forum Mondiale
Nord-Sud. Mi sembra un'iniziativa
interessante, in quanto si allontana saggiamente sia dalla demonizzazione
dell'Occidente e dell'economia di mercato, che dal suo
opposto.
L'obiettivo del Forum
è quello di superare la visione troppo economicista di
Davos
e quella utopica e contraddittoria di
Porto
Alegre, proponendo una
visione cristiana che tiene in gran conto lo sviluppo delle persone. Il Forum
punterà a diffondere la conoscenza delle iniziative positive che hanno
arrecato benessere o diminuito la povertà in alcune regioni del pianeta;
a individuare gli errori commessi nel tempo per la promozione dello sviluppo; a
rinvenire nuovi metodi per lo sviluppo economico e sociale che, superata la
logica dell'assistenzialismo, favoriscano una cooperazione fondata sul valore
della solidarietà, responsabilizzando gli operatori economici e i
consumatori.
Il Forum Nord-Sud
viene proposto dal Movimento
mondiale delle Scuole di Etica ed
Economia che dal Nord-Est italiano
si sta diffondendo in tutto il mondo, promuovendo una visione economica fondata
sulla condivisione delle conoscenze e la valorizzazione delle peculiarità
culturali (solidarietà), nel rispetto delle regole tecniche del mercato
(efficienza).
Mentre il
Bassoatesino
latita, vi segnalo un breve filmato relativo al prossimo film della
Pixar,The
Incredibles. È la registrazione di
uno speciale andato in onda durante un passaggio di
Toy
Story sulla
ABC.
Diversamente dal trailer, che avevo già segnalato, vi si vedono
spezzoni del film, qualche scena del doppiaggio, disegni
preparatori. Promette molto ma molto
bene.
Visto che non lo trovo in rete da nessuna parte, ho
deciso di riportare io l'ottimo l'articolo di
Paul Berman
pubblicato dal
Corriere
il 14 ottobre scorso, che come dice Christian
Rocca (che Berman l'aveva intervistato, e di cui aveva
recensito il libro ad aprile) spiega
tutto.
CLICCATE QUI per leggere le sei ragioni per cui
la sinistra non ha capito che la guerra contro
Saddam
Hussein era anti-fascista.
Il cacciatore di bufalePaolo
Attivissimo nella sua newsletter odierna ci
informa che
Repubblica
ha dato l'ennesimo esempio di scarsa professionalità. A pagina 28
dell'edizione odierna ha infatti pubblicato una fotografia satellitare
dell'Italia
durante il blackout, che da tempo si sa essere un falso. In questa pagina trovate la relativa inchiesta
anti-bufala, risalente al primo ottobre. Conclude
Attivissimo:
Ho telefonato adesso a
Repubblica, redazione di
Roma,
e ho detto loro che si tratta di una
bufala. Pausa di imbarazzo. "Ah.
Grazie". Abbiamo sfogliato insieme la mia pagina antibufala che documenta la
loro figuraccia. Insomma, per
l'ennesima volta uno dei quotidiani più letti d'Italia pubblica, senza la
benché minima verifica, una foto che ha sicuramente pescato da un sito
inaffidabile di Internet. Un altro esempio luminoso di affidabilità del
giornalismo italiano. Viene da chiedersi quante altre bufale ci
rifilino. Pubblicheranno una
rettifica? Diranno chi li ha avvisati della gaffe? Accetto
scommesse.
È uscita la nuova relazione di
Paul Bremer sui
primi 6 mesi di presenza alleata in
Iraq, e
Christian
Roccane
ha scritto sul
Foglio
facendo notare che le cose laggiù stanno andando sempre meglio, ma
soprattutto che l'obiettivo degli attentati non sono gli
americani:
L'hotel
Baghdad, verso il quale si sono
lanciati i kamikaze, ospita anche le abitazioni e gli uffici di cinque membri
del Consiglio governativo iracheno e di parecchi ministri del governo
provvisorio. E' stato un attacco contro gli iracheni che iniziano ad
autogovernarsi, non contro i servizi segreti americani. La bomba voleva colpire,
e ha colpito, il nuovo Iraq libero, i morti sono iracheni, i nuovi poliziotti
iracheni. La differenza è importante, e mostra quale sia l'effettivo
problema oggi nel paese. C'è un manipolo di fedeli al dittatore che,
insieme ai fascisti arabo-islamici, vuole restaurare la dittatura e uccide chi
si impegna per un Iraq libero e democratico. Hanno già ucciso
Akila
Hashimi, una delle due donne del
Consiglio governativo, così come è stato assassinato un leader
sciita, così come sono state colpite le "pacifiche"
Nazioni
Unite.
Segue un bell'elenco dei progressi
dell'Iraq post-liberazione, che vi consiglio di leggere per intero (o, meglio
ancora, nel testo originale): è il quadro della
rinascita di un paese. Lo stesso Rocca riporta oggi un link ai risultati di un sondaggio condotto a
Baghdad: il 71% dei residenti nella capitale non vuole che le truppe americane
se ne vadano nei prossimi
mesi.
Donald
Rumsfeld, in questo
interessante intervento a Colorado
Springs la settimana scorsa (trovato grazie a
The Command
Post) non riesce a capacitarsi di
come la stampa possa continuare a trattare l'operazione in Iraq come un
fallimento.
I'll tell you, it's
beyond me. I just had a hearing before the
House of Representatives
Appropriations Committee on an
emergency supplemental budget. And that very day, 17 members of the
United States
Congress, Republicans and
Democrats alike, had just arrived back from Iraq. And six of them were on that
committee. And they went right down the line, every single one of them, saying
that what they see and read about Iraq in the
United
States and in the region does not
compare with what they personally saw and experienced with their own eyes.
These people went right down -- they were stunned by the difference between
what they experienced in that country and what they saw and what they were being
told in the press.
Now, it
should not surprise you that the next day there was not a single word in the
press about that hearing. Not one of those first eyewitness comments by
seven members -- six or seven members of the United States House of
Representatives of both parties -- not a single word of what they said about
what was taking place in Iraq appeared, to my knowledge, in -- at least in the
Washington press.
Rumsfeld ritiene che
un motivo possa essere il fatto che i giornalisti hanno sempre bisogno di
cattive notizie, e canali che trasmettono news 24 ore su 24 devono darsi da fare
a trovare una cattiva notizia ogni ora. Noi,
guardando la situazione in
Europa e in
Italia,
pensiamo che sia in gioco molto di più dello share di qualche emittente,
e che un'ottusa ideologia anti-americana sia alla base dell'atteggiamento
obiettivamente cieco di giornalisti nostrani e pacifinti (leggere questo importante articolo di
Magdi Allam
per rendersene conto).
Anche noi, con
Rumsfeld, non ci capacitiamo di certe cose, ma chiudiamo con le sue
parole:
Those folks, men and women
in uniform, civilians, our coalition partners, they have proceeded to do
thousands of projects. [...] They did a terrific job, and by golly, they deserve
a lot of credit. And the idea of calling it a quagmire is flat wrong.
Molta gente arriva su questo blog tramite i motori di
ricerca, e del resto è risaputo che la nascita dei blog, che spesso in
una sola pagina contengono riferimenti a quasi tutto, ha messo un po' in
difficoltà i suddetti motori e i loro utenti. Se consideriamo poi che
buona parte dei navigatori di internet non sa nemmeno che per cercare una serie
di parole in successione bisogna chiuderle tra virgolette, finisce che si arriva
su un blog tramite le ricerche più strane. In 7 mesi di attività
ho collezionato anch'io qualche chiave piuttosto bizzarra, che vi propongo qui
sotto.
C'è chi è arrivato sul
buroggu
cercando:
- divanetti anni 70
arredamento - donne famose che calpestano
cibo - esempi piega a
phon - fare
bomba - Festini porno
telecom - "la
ringrazio" - la cacca a
terra - teste tagliate dalla
mafia - veline donna che si
vende
P.S. Ho
parlato di "motori di ricerca" al plurale, ma da qualche anno l'affermarsi di
Google
come IL motore di ricerca ha posto gli altri in una situazione che definire
minoritaria è fin troppo generoso. A parte
Altavista,
che però ormai è ben lontano dai successi che quasi dieci anni fa
otteneva come primo grande motore di ricerca a chiave, gli altri motori che una
volta contavano qualcosa adesso si appoggiano anche loro a
Google
(vedi Infoseek o
WebCrawler)
come fa pure Yahoo.
Questo significa che buona parte degli utenti della rete usa un solo motore di
ricerca volontariamente, o lo fa senza saperlo: restando in
Italia, se
usate i motori di ricerca di Virgilio,
Libero,
Kataweb,
Jumpy e
diversi altri siti, state sempre usando
Google.
Mi scuserete se oggi cito tanto
1972,
ma a parte il fatto che è uno degli abitanti più interessanti
della blogosfera, i suoi post odierni mi hanno particolarmente colpito. Scrive
dunque:
Da laico l’autore di
questo blog ha sempre pensato che una razionale fiducia nella ragione umana (non
è un gioco di parole) debba saperne riconoscere anche i limiti, ammettere
la possibilità che qualcosa possa sfuggirle e che non tutto si esaurisca
al livello delle nostre conoscenze.
E
poi cita delle osservazioni sull'ateismo di
Dinesh
D'Souza, da questa pagina, in cui si argomenta che gli atei
non sono affatto più razionali dei credenti, ma anzi lo sono di
meno. Citando
Kant,
D'Souza dice che l'errore dell'illuminismo sta nel credere che la ragione
può conoscere tutta la realtà. Conosciamo la realtà
attraverso l'esperienza, dice Kant, che ci viene dai nostri sensi, limitati per
natura, e incapaci di cogliere tutti gli elementi del reale. Che cosa ci fa
credere che non ci sia una realtà ulteriore a quella che può
essere afferrata dai nostri sensi? Non c'è alcuna ragione sensata per
credere che possiamo conoscere tutto quello che esiste. La ragione deve
riconoscere i suoi limiti, per essere realmente
ragionevole.
Come mio contributo alla
questione, vorrei ricordare che Giovanni
Paolo II ha scritto estesamente di fede e
ragione in una sua enciclica del '98, chiamata appunto
"Fides et
ratio".
Il Papa rimanda in
nota [nota 28 della "Fides et Ratio", ndE] a un suo intervento del 1983 che vorrei leggere
brevemente: "In particolare, quando il perché delle cose viene indagato
con integralità alla ricerca della risposta ultima e più
esauriente, allora la ragione umana tocca il suo vertice e si apre alla
religiosità: in effetti la religiosità rappresenta
l’espressione più elevata della persona umana, perché
è il culmine della sua natura razionale. Essa sgorga
dall’aspirazione profonda dell’uomo alla verità, ed è
alla base della ricerca libera e personale che egli compie del divino". Il
vertice della ragione è questa esigenza di un significato ultimo. Non
è ragione, è ridotta, è mortificata se non si lascia aperta
questa possibilità che corrisponde profondamente alla natura
dell’uomo proprio come essere razionale. Impedire, escludere, come tante
posizioni soprattutto dell’età moderna e contemporanea hanno fatto,
impedire ed escludere questa dinamica della ragione, impedire l’accesso
alla verità in forza di un pregiudizio, in forza dell’affermazione
di una propria particolare visione, è la radice di ogni
alienazione.
Fondamentale, a riguardo,
anche l'articolo di
Luigi Giussani
da
Repubblica
del 24 ottobre 1998, da cui traggo l'ultima
citazione:
Quando nel '54 sono
entrato al
Berchet
di
Milano,
la prima ora di scuola - per rispondere alle domande dei giovani - mi pose
immediatamente nella necessità di far capire che cosa fosse la ragione,
perché senza ragione non c'è neanche la fede, non c'è
umanità che edifichi civiltà; c'è barbarie. Quei
ragazzi, pur vivi e impegnati personalmente, usavano in modo ridotto la ragione.
Ora, l'uomo parte sempre dall'esperienza per conoscere se stesso e camminare
nella realtà. E quando con la sua ragione scandaglia tutto il reale,
giunge all'esistenza di qualcosa che non si vede e che è la spiegazione
totale dell'uomo e del cosmo, ma che non è conoscibile dall'uomo:
è Mistero. Questo "punto di fuga" è in quell'originale e
insopprimibile slancio in cui la natura urge la conoscenza di tutti i fattori
dell'esperienza in cui l'uomo si desta. Questo soprattutto manca a tante
definizioni della ragione, proprio perché non cercano la ragione
nell'esperienza che l'uomo inevitabilmente fa. Di fronte alla totalità
del reale la ragione è impotente a esaurirla; si apre così alla
categoria che ne rappresenta il vertice espressivo: la possibilità.
Nell'orizzonte della ragione emerge la mendicanza dell'io creato che il Mistero
stesso si riveli. E' in questo che il cristiano partecipa alle lodi della
ragione e all'uso di essa meglio di altri.
Segnalo il post
di 1972 sulle
persecuzioni dei cristiani nel mondo islamico. Il maestro riporta un link a
un dibattito di
Frontpage
Magazine sull'argomento e - oltre a citarmi
in ottima compagnia - ne parla
così:
[...] un fenomeno di
cui si parla poco e malvolentieri ma che si ritiene coinvolga più di 120
milioni di persone. Espressione dell’intolleranza fondamentalista, questo
genere di discriminazione – oltre a rappresentare uno scandalo dal punto
di vista della violazione dei diritti umani - è ideologicamente legato
alla più generale minaccia integralista antioccidentale e pertanto
dovrebbe inserirsi a pieno titolo nella scala di priorità che alimentano
la lotta contro il terrorismo.
Trovo su
Sorvegliato
Specialela notizia dell'assassinio di
Annalena
Tonelli, uccisa lunedì scorso in
Somalia da
fondamentalisti islamici. Costruiva ospedali. La chiamavano la
Madre Teresa
italiana. Come potete immaginare, la sua unica colpa era di costruire ospedali
nel nome di
Cristo.
Riportiamo invece qui
sotto qualche riga dalla prefazione (pagg. 7-9), di
Ernesto Galli della
Loggia:
Il
passo che più mi ha colpito di questo libro che il lettore si trova tra
le mani non è di pugno dell’autore. È una citazione che egli
riporta in una nota. Si tratta di alcune righe di
Lévy-Strauss:
«Ho cominciato a riflettere – scrive autobiograficamente il grande
studioso francese – in un momento in cui la nostra cultura aggrediva le
altre culture, di cui perciò mi sono fatto testimone e difensore. Adesso
ho l’impressione che il movimento si sia invertito e che la nostra cultura
sia sulla difensiva di fronte alle minacce esterne e in particolare di fronte
alla minaccia islamica. Di colpo, mi sento etnologicamente e fermamente
difensore della mia cultura». [...] Il libro di Antonio Socci [...]
costituisce per l’appunto un momento importante di questa opera di
scoperta, o meglio, di vero e proprio recupero dall’oblio. Esso ci aiuta a
ricordare un grande rimosso: l’uccisione – vogliamo adoperare il
termine appropriato? Il martirio – nel Novecento di un enorme numero di
cristiani. Non so dire se le cifre riportate sono proprio quelle, esatte alla
decina e all’unità, ma la loro portata non può essere messa
in dubbio ed è tale da lasciare senza fiato: sono oltre 40.000.000 i
cristiani uccisi per la loro fede nell’arco del secolo appena terminato,
mentre si calcola che siano circa 160.000 le persone che ogni anno trovano la
morte per lo stesso motivo. Inutile aggiungere che molti di più sono
i perseguitati, coloro che subiscono restrizioni della loro libertà
religiosa: che non possono aprire una chiesa, non possono assistere ad una
funzione religiosa pubblica, non possono stampare i testi della propria
fede.
Guardando questa mappa (pdf) potete farvi un'idea di
quanto vaste siano al mondo le aree in cui la libertà religiosa è
assente o limitata.
Le citazioni che seguono sono state riportate in un
lungo articolo sul
Foglio
di lunedì 6 ottobre (non
on-line).
Dall'interrogatorio del
giudice Giuseppe
Casalbore allo juventino
Gianluca
Pessotto: «Lei
ha fatto uso anche di
creatina?» «Sì» «Continua
a farne
uso?» «No» «Non
ne fa più
uso?» «No» «E
che cosa le danno? Degli
integratori?» «Sì,
abbiamo il Gatorade, l'R2,
l'acqua...» «L'acqua,
sennò muore, se non le danno l'acqua, sarebbe il primo caso di
società che uccide i
giocatori». [Alessandra Anzolin, Paolo
Mondani,
Report,
30/9/2003]
***
«In Francia esce un libro inchiesta di
Eric
Maitrot, giornalista, profondo
conoscitore delle vicende della nazionale di calcio: racconta che sei mesi prima
del Mondiale vinto dalla
Francia,
i futuri campioni vennero sottoposti a un controllo antidoping a sorpresa che
suscitò irritazione e polemiche in seguito alle quali il ministero dello
Sport "suggerì" di non farlo mai
più». [Gianfranco Teotino,
Corriere della
Sera, 25/5/2003] (vedi anche qui)
***
La prossima frontiera
è il doping genetico. Il
professor
Salizzoni:
«Qualcuno lo sta già studiando, lo sappiamo; ma i rischi sono
enormi. Si stimola il patrimonio genetico a produrre gli ormoni che
arricchiscono il sangue o quelli della forza. Ma per quanto? È un salto
nel buio, nessuno sa cosa succederà al fisico umano in quei casi. E se la
macchina si inceppasse
all'improvviso?» [Eugenio Capodacqua,
La
Repubblica,
11/8/2003]
***
Controlli a
sorpresa. Barbi:
«Mi hanno chiesto: "Ti sta bene fare il controllo a sorpresa? E
quando?"» [Marco Gregoretti,
"GQ",
maggio 2003]
Oggi suggerisco la lettura di due post consecutivi del
Griso,
dal titolo "Balle
d'Egitto". Qui la prima parte, e qui la seconda (subito sopra la prima, per chi
volesse seguire solo il primo link).
Il sito www.statsmachine.com che mi forniva il conteggio
degli accessi totali al mio blog è fuori uso da qualche giorno. Dato che
la riga di codice che faceva riferimento a quel sito si trovava nelle prime
righe di ogni mia pagina html, per un paio di giorni aprire una pagina del
Buroggu
ha richiesto più tempo del solito, perché il browser attendeva di
ricevere dati che non arrivavano. Ora ho spostato il codice in fondo, in modo
che sia caricato per ultimo, e se anche ci sono problemi, almeno venga
visualizzato subito il resto della pagina. Se il vostro
Safari,
Camino,
Mozilla,
Omniweb,
iCab,
Opera,
Netscape,
Explorer, o
qualunque browser usiate, continua a rimuginare anche quando a voi sembra che la
pagina sia completa, ora sapete il perché.
Grazie a
Stranocristiano,
leggo che il quotidiano
Libero
di domenica ha pubblicato un articolo in cui si ripete
più estesamente quanto da noi già scritto riguardo ai paesi
africani indebitati fino al collo con l'occidente, ma possessori di conti
all'estero superiori al loro debito.
Tuttavia dall'articolo in questione
sembrerebbe quasi un problema del tipo: i ricchi in questi paesi poveri hanno
tanti soldi, loro, all'estero. Il pezzo si apre infatti con questa
affermazione:
[...] se i soldi che
gli africani ricchi tengono nelle banche occidentali rientrassero di colpo nei
rispettivi Paesi d’origine, il debito del Continente nero col resto del
mondo sarebbe azzerato.
E più
avanti si scrive che
In media, per
ogni dollaro che è entrato, nel giro di un anno 80 centesimi hanno preso
il volo «alimentando», scrivono gli esperti del Palazzo di Vetro,
«una vasta fuga di capitali a sua volta produttrice di debito»
Tutto vero, se non fosse che quei soldi
degli "africani ricchi" che sono entrati nel paese non sono proventi di affari,
o il risultato di fortunate giocate in borsa, ma sono per la maggior parte i
soldi degli aiuti esteri, come chiaramente spiega il documento
originale (pdf) citato
nell'articolo:
External
borrowing appears to be the single most important determinant of
capital flight (Ndikumana and Boyce
2002). In 1970-96 roughly 80 cents of every dollar
that flowed into the region from
foreign loans flowed back out as capital flight in the same year, suggesting
widespread debt-fueled capital flight. (Debt-fueled capital
flight occurs when funds
borrowed abroad are reexported as private assets.)
Sulla questione
dell'Africa
trattata come un bambino innocente e pure un po' idiota abbiamo già scritto qui, e anche oggi colgo
l'occasione per aggiungere un'altra tessera al
mosaico.
Riporto un paio di passi dal libro
"Davide e
Golia" di
Piero
Gheddo. I missionari sono tra le persone che
più si sporcano le mani con la povertà e le miserie di certi
paesi, quindi possono raccontare tante cose interessanti a riguardo. In
particolare riporto qualche passo sulla
Guinea.
"La
Guinea-Bissau, un milione di abitanti su un territorio pianeggiante esteso il
doppio del
Veneto
(che di abitanti ne ha 4,5 milioni), ricco di acque, con un mare pescosissimo,
non produce cibo a sufficienza per i suoi cittadini. Com'è
possibile? [...] «Il
vescovo di
Bissau,
il francescano veronese monsignor
Settimio
Ferrazzetta, mi diceva nel 1997
che le maggiori risorse della Guinea sono i diritti di pesca del suo mare e gli
aiuti che vengono dall'estero, dato che il Paese produce pochissimo al di fuori
della sussistenza. "Le navi che vengono a pescare nel nostro mare - diceva
Ferrazzetta - sono almeno un centinaio e pagano in media dai 150.000 ai 300.000
dollari l'anno a seconda del tonnellaggio: le navi europee firmano il contratto
attraverso la Comunità
Europea... Sono milioni di dollari
che arrivano ogni anno in Guinea: dove vanno a finire? Nei bilanci statali non
risultano. Il denaro che arriva dall'estero per il finanziamento dei piani
statali, dove va a finire?... Non c'è troppo da scandalizzarsi, l'Africa
è tutta così, c'è una corruzione tremenda che taglia le
gambe allo Stato perché la mentalità diffusa è questa: chi
va al potere deve guadagnare tanto e in fretta perché può cadere
da un momento all'altro.» (Pietro Gheddo, "Missione Bissau. I cinquant'anni
del Pime in Guinea", 1947-1997, Emi 1999, pagg.
290-291) Il vescovo di Bissau
raccontava che al convegno internazionale della
Fao
a
Roma
(ottobre 1996) avevano «partecipato 33 guineani, a spese dello Stato. Oltre
al Presidente è andata la moglie del Presidente, la sorella della moglie,
poi altre signore che, l'hanno pubblicato con risalto i giornali italiani di cui
ho avuto i ritagli, in via Condotti a Roma hanno firmato chèque di 42
milioni di lire per le loro spese!» Un missionario commentava: «La
Guinea-Bissau è un Paese del Terzo mondo, ma i suoi dirigenti hanno
esigenze da primo mondo, che cercano di soddisfare a spese del
popolo»."
Ancora sulla Guinea
(pag.73):
"Intervistatore: Ma nel
chiedere l'azzeramento del debito si chiede pure che i governi locali assumano
provvedimenti a favore delle classi più
deboli...
Gheddo: E tu pensi
che basti chiedere questo, quando tutto il sistema dell'amministrazione pubblica
e dei governi è basato sulla corruzione? Un esempio. In Guinea-Bissau la
Svezia
costruì nel 1976 l'unica strada lastricata dell'isola di
Bubaque
(isole
Bijagos),
lunga 18 km, e la donò al governo locale, impegnandosi ogni anno a
mandare un finanziamento per la manutenzione. Oggi la strada è disastrata
e impraticabile. Qualche anno fa il
governo svedese si è offerto di mandare sui tecnici per ripararla,
facendo lavorare personale locale e pagando tutte le spese. Il governo di Bissau
ringrazia per il dono ma risponde: dateci i soldi e ci pensiamo noi. Dalla
Svezia replicano: no, paghiamo noi e costruiamo la strada con la vostra
manodopera. Finora non s'è fatto niente. Naturalmente gli svedesi temono
che il denaro, una volta arrivato sul posto, come quello mandato per la
manutenzione, venga usato in tutt'altro modo."
Comincio da un bell'articolo di
Antonio
Socci su
Il
Giornale del 4 ottobre (grazie a
Stranocristiano),
in cui si parte dalle parole di De
Benedetti e
Benetton
sulla Cina,
su cui fa anche un po' di sano esercizio di memoria storica, e mette in guardia
dall'esaltare un paese che ha messo il piede sull'acceleratore dello sviluppo
economico, trascurando - da almeno cinquant'anni - quello umano. Socci consiglia
anche la lettura del libro di Bernardo
Cervellera,
"Missione Cina. Viaggio nell'impero tra mercato e
repressione".
Il
libro di Cervellera spiega in quale vicolo cieco si sia cacciata la leadership
cinese stretta nella contraddizione fra liberalizzazione economica e
totalitarismo comunista (la strage di
Piazza Tien an
men ha solo momentaneamente
rinviato l’esplosione del problema, ma non l’ha risolto). Cervellera
spiega anche quanto dirompente sia la situazione delle campagne, dove 700
milioni di contadini in semi-schiavitù sono al limite della fame e dove
non esiste alcun vero controllo sanitario (i contadini quindici anni fa non
parteciparono alle manifestazioni di piazza, ma oggi sono una bomba a
orologeria).
Si capisce da
queste pagine quanto è urgente che l’Occidente si affacci in quel
Paese non solo con la smania di vendere merci, ma esigendo il riconoscimento dei
diritti umani fondamentali come condizione per il commercio internazionale. Che
ne dice la sinistra noglobal? Da quelle parti le sole voci che si sentono sono
quelle di Benetton e De Benedetti. Sono loro la Sinistra?
Leggetelo tutto, che ne vale la
pena. Su argomento affine, se pure diverso, trovo
sul Ginoun
estratto dal Corriere
dello stesso giorno sulla feroce polemica seguita all'inaugurazione a Marghera
di una piazza dedicata alle vittime delle foibe.
Renato
Darsiè, consigliere dei
Comunisti in maggioranza ma non in giunta, è categorico: «E’
inaccettabile che una giunta di centro sinistra avvii una revisione storica con
iniziative anticomuniste.
Bettin
deve chiedere scusa alla comunità dalmato-giuliana e alla città.
E’ assurdo che vada a rivalutare i fascisti. Nessuno lo vuole mandare via,
ma certe cose devono essere messe in discussione. Noi abbiamo tentato una
mediazione, chiedendo di dedicare il piazzale agli "esuli" e non ai "martiri",
ma non c’è stato niente da fare».
Così commenta il
Gino:
Capito?
Celebrare le vittime di un genocidio è una "iniziativa
anticomunista", quindi non ammissibile, se i carnefici erano i
"rossi". I cattivi possono essere messi di fronte alle proprie
responsabilità solo se non sono comunisti. Le vittime del comunismo
poi non hanno diritto a essere chiamati "martiri", al massimo si possono
ricordare gli "esuli": le migliaia di persone torturate e gettate
vive nelle foibe, solo perché italiane, non esistono.
Chiudiamo con un commento di
Massimo De
Angelis ("ex
Pci, ex
ghostwriter di Achille
Occhetto, ex
Pds") al
film "Buongiorno
notte" di
Bellocchio,
trovato sul blog di Sandro
Magister. La chiusura è particolarmente
interessante:
[...] L'estremismo
del '68 ha radicalizzato l'ideologia dei padri comunisti e resistenti. Ma certo
la riluttanza di questi a seppellire i cattivi miti di
Lenin
e
Stalin
ha alimentato il pensiero terrorista. L'album di famiglia, appunto, di cui
parlò Rossana
Rossanda. Poi scattò l'idea
che gli antichi ideali erano stati dai padri traditi. E in questa idea di
tradimento, ricorrente nella nostra storia, è la porta che apre al
rifiuto e al sovvertimento di ogni valore, a partire da quello della famiglia, e
all'idea di salvare il mondo attraverso l'assassinio...".
Ringrazio il sempre ottimo
1972
per la notizia dell'apertura del sito ufficiale
della Repubblica Democratica Popolare di Corea. A leggere quanto scritto sul sito italiano
della KFA (Korean
Friendship Association, l'Associazione per Amicizia con la
Corea del
Nord), linkato nella pagina in questione,
vengono conati di vomito. È talmente intriso di propaganda di
quell'enorme campo di concentramento nelle mani del megalomane
Kim Jong Il,
da farmi sperare che gli italiani che hanno il coraggio di lavorare come suoi PR
ricevano dal loro caro Grande Leader almeno uno stipendio
faraonico.
Analizzare tutte le fandonie, le
panzane, le balle (e continuate voi con tutti i sinonimi che vi vengono in
mente) che promanano da questa pagina, in cui si spiega cosa sia la
Corea del Nord, richiederebbe la pubblicazione di un intero libro, e non ho
certo tempo di farlo. Di qualunque argomento si tratti, il paese è sempre
presentato come il paradiso in Terra, un luogo di pace, libertà,
giustizia, ricchezza, uguaglianza, e via inventando. Ma basta dare un'occhiata
alla bibliografia utilizzata, per farsi subito
un'idea del contenuto del sito. Così, ad esempio, la guerra del 1950
è presentata come una guerra di liberazione dall'invasione imperialista
americana, anziché come tentativo d'invasione della
Corea del
Sud, grazie al cielo sventato dagli americani
(ma voglio ricordare come, a quei tempi, molti italiani avessero creduto alla
propaganda comunista che diceva la stessa
cosa).
Ridicolo il paragrafo sui diritti
umani, dove si scrive, tra l'altro,
che
I cittadini hanno anche la
libertà di parola, di stampa, di assemblea, di associazione e di
manifestazione. Lo Stato garantisce le condizioni per le loro libere
attività di partiti politici democratici e di associazioni sociali.
[...] Ai
cittadini è garantita l' inviolabilità della persona e
dell'abitazione, oltre alla riservatezza della corrispondenza.
Seguono capitoli su come la Corea del
Nord si mantenga da sola, nell'ideale di un paese autosufficiente, ma
naturalmente si evita di citare i milioni di morti per carestia dovuti al
fallimento di tale sistema, né si accenna al fatto che in passato questa
autonomia era garantita dagli ingenti aiuti economici russi, che dopo la caduta
del Muro sono stati sostituiti da quelli cinesi: il 40%
del fabbisogno di cibo e il 90% di quello di combustibile è fornito dalla
Cina, senza
contare gli aiuti umanitari dagli altri paesi (300 milioni di dollari solo in aiuti alimentari
nel 2001 da parte di
USA, Corea
del Sud,
Giappone e
UE).
Degno
di nota, come tutto il resto, anche il paragrafo sulle religioni presenti nel
paese. Si dice che ci sono 4 organizzazioni religiose nel paese, di cui due
cristiane e una buddhista, e poi seguono queste
parole:
Il
Cristianesimo
è stato portato in Corea dai missionari americani nella seconda
metà del XIX secolo.
C'erano 117.000 cristiani prima
della guerra. Oggi il loro numero non supera le 10.000 unità.
La diffusione del
Buddhismo
in Corea è temporalmente indicabile fra la fine del IV secolo e l' inizio
del VI secolo. Prima della guerra vi erano più di 100.000 buddhisti,
oggi tale fede è professata da non più di 10.000 persone.
Sono sicuramente gli effetti della
"libertà religiosa".
Si parla poi
molto di come il paese fiorisca di artisti e opere
d'arte:
Nella RPDC gli operai, i
contadini e tutto il popolo lavoratore sono creatori e fruitori di letteratura
ed arte. Tutti sono impegnati in
attività letterarie ed artistiche, tutti fanno parte di circoli
amatoriali di letteratura e di arte che sono attivi ovunque, in tutti i luoghi
di lavoro. La loro attività
è guidata dal dipartimento della cultura di massa e della guida artistica
del Ministero della Cultura e dell'Arte sotto il consiglio amministrativo, il
comitato centrale della Federazione generale dell'Unione della Letteratura e
delle Arti, l'ufficio culturale del dipartimento dell' organo governativo locale
ad ogni livello e istruttori della cultura di massa nelle istituzioni. I circoli
hanno tutto ciò che serve alle loro attività letterarie ed
artistiche.
Sulle canzoni si dice, ad
esempio, che
Il popolo della RPDC
che ha attraversato l'arduo cammino rivoluzionario ama cantare le canzoni
rivoluzionarie "Marcia dell' armata di guerriglia", "La canzone della
Rivoluzione", "La canzone della fratellanza", "Seguiremo per sempre la strada"
che hanno come argomento fondante l'etica e la fratellanza rivoluzionarie. Il
popolo fa di queste canzoni dei veri e propri compagni di vita.
Ma, come dicevo, lasciamo anche perdere
tutto questo. I più attenti di voi avranno
notato che questo post è inserito nella categoria "Cinema". Il motivo
è che il Caro Leader è un appassionato di cinema, e perciò
chiudo con la citazione dal paragrafo dedicato alla Settima Arte. Non ho visto
nessuno dei film citati (e come avrei potuto?), ma dai titoli ho il sospetto che
tra i film ambientati in Corea del Nord il più realistico sia l'ultimo
"007: La morte può
attendere". Ammetto però
che sono incuriosito da un titolo come "Il
destino predeterminato di un uomo dei Corpi di
Auto-Difesa". Magari è un film d'azione.
Nell'ambito letterario e artistico
della RPDC un cambiamento radicale ha caratterizzato l'arte cinematografica.
L'opera che ha dettato i canoni
rivoluzionari dell'arte cinematografica è "Sull'arte del cinema" del Caro
Leader Compagno KIM JONG IL.
Quest'opera sancisce i principi
cui aderire nella produzione di film, in special modo la concezione della
centralità della figura del regista, la recitazione degli attori, le
scenografie e la musica ed altri problemi teorici e pratici che sorgono nella
regia di un film, il tutto in accordo con i bisogni della nostra epoca.
Recentemente sono stati prodotti
film eccellenti nella RPDC grazie al modello del Caro Leader Compagno KIM JONG
IL.
I classici immortali "Il
mare di sangue", "Il destino predeterminato di un uomo dei Corpi di
Auto-Difesa", "La ragazza dei fiori", che sono stati adattati per la versione
cinematografica possono essere citati come capolavori dell'arte cinematografica
della RPDC per i loro temi rivoluzionari, la rappresentazione verista e la
struttura originale. I film
rivoluzionari "La stella della Corea" (film in dieci parti), "Il sole della
Nazione" e "Mt. Paek du", danno una rappresentazione artistica della storia
delle attività rivoluzionarie del Leader Rispettato Compagno KIM IL SUNG,
sono capolavori che risolvono brillantemente la questione della rappresentazione
del Leader della classe lavoratrice.
Oltre a questi altri film con
temi diversi possono essere citati.
Fra questi "I cinque fratelli di
guerriglia" che tratta dei combattenti rivoluzionari anti-giapponesi; "Il
sentiero inesplorato" sulla lotta rivoluzionaria del popolo coreano nel periodo
della costruzione delle fondamenta democratiche; "La storia di un'infermiera",
"Gli eroi sconosciuti", "L'isola Wolmi" che descrivono gli eroismi dell'Armata
popolare nella guerra di Liberazione della Patria; "La via del risveglio" e "Il
destino di Gum Hui e Un Hui" che mostrano la lotta per la riunificazione
nazionale. I film "La famiglia del
lavoratore", "Il villaggio prosperoso", "Il quattordicesimo inverno", "La
garanzia" parlano dei diversi aspetti della costruzione del socialismo; "La
leggenda di Chun Hyang e Rim Gkok Jong" sono la versione cinematografica di
classici della letteratura nazionale.
Nell'ambito della
cinematografia per l' infanzia sono da segnalare i film animati "Il ragazzo
colpisce il ladro" e "Comandante
bambino". Molti film hanno avuto
riconoscimenti internazionali. [Come no. Forse
al Festival del cinema di
Pechino, se
pure esiste. N.d.E]
Contro i rapimenti di minori da parte della
Corea del
Nord o di semplici maniaci, i giapponesi della
città di
Murakami
hanno deciso di affidarsi al rintracciamento via
satellite.
Pare
che i bambini porteranno con sé apparecchi che indicheranno la propria
posizione, provvisti anche di un tasto per chiamare aiuto. Benissimo, ma quindi
basterà prendere il bambino, togliergli l'aggeggino calpestandolo bene
sotto i piedi, come si vede nei film quando scoprono una cimice, e andarsene
indisturbati. Suggerisco l'impianto sottocutaneo o la protesi
dentaria.
Ha ascoltato e si
è preso finalmente il rischio dell’impopolarità. Non si
governa lisciando il pelo alla demagogia. E ci vuole coraggio per metter mano
alle pensioni con i sindacati che minacciano tre mesi di sciopero. Però
così è, se vi pare. Come scrive l’economista spagnola in
copertina, non c’è più spazio per l’ideologia. Piace,
della dichiarazione a reti unificate, anche lo stile breve e senza fronzoli. Ha
detto che non è una novità,
Francia,
Germania,
Austria
stanno facendo la stessa cosa. C’è poco da scherzare con i dati
demografici e la spesa pubblica che divorano il Pil. è ora di finirla con
le balle di
Cofferati,
le furbizie di
Pezzotta,
la retorica del pansindaclismo che non sa distinguere i sogni dalla
realtà. Il sistema pensionistico italiano non regge. è cinico
mettere sulle spalle dei giovani il buco nero previdenziale e al tempo stesso,
in nome dei “diritti” (nostri), condannare (loro) a
un’anzianità senza pensioni. Finalmente una grande scommessa sul
futuro e una gran bella risposta a chi pensava che il governo avrebbe tirato a
campare (a nessuno piace fare riforme impopolari alla vigilia di un triennio di
campagne elettorali a ripetizione). Perciò, onore al
Cavaliere,
se rimarrà fedele all’impresa. E onore alle opposizioni se faranno
il loro mestiere senza giocare alla speculazione elettoralistica, ché
altrimenti per
l’Italia
sarà davvero blackout.
Fondamentale la lettura dell'articolo
dell'economista spagnola Barea
Maite, che descrive per filo e per segno la
situazione previdenziale italiana e spiega
"Perché
Berlusconi ha
ragione".
Allo
Spinosfugge qualcosa del comportamento dei nostri
governanti (leggetelo e poi tornate qui), ma la spiegazione è semplice:
non è per il bene del proprio popolo che agiscono, ma solo e
semplicemente per il potere. Certo, vi diranno che il potere è necessario
per agire in nome della gente e tutte quelle balle lì, ma la
verità è che non gliene frega niente.
È quello che pensavo oggi quando ho
letto delle polemiche seguite all'intervento di
Berlusconi
in TV. Primo: cosa c'è di strano in un capo di stato che parla in TV di
una riforma del governo? Forse che
Bush per
apparire in diretta TV deve essere preceduto e seguito da tutti i candidati alla
Casa Bianca? Forse che se
Blair decide
di apparire in TV per spiegare alla sua gente la necessità di tirare la
cinghia lo accuserebbero di farsi propaganda politica? A giudicare da quanto riportavamo l'altro giorno, credo proprio
di no. Invece in
Italia
Berlusconi non è considerato il premier, quale effettivamente è
checché se ne possa anche a buon diritto dire, ma sempre e soltanto il
leader di un partito nemico, da bombardare non appena se ne offra
l'occasione.
Ha ben ragione l'editoriale
del
Foglio di oggi, quando
scrive:
[...] a parte i soliti
esagitati, gli esponenti riformisti
dell’Ulivo
hanno lamentato che, con la sua proposta, Silvio Berlusconi, avrebbe frantumato
la pace sociale, che parlando in televisione avrebbe violato la “par
condicio” (che, almeno come legge, vale solo durante le campagne
elettorali), ma hanno detto poco o nulla sulla condizione dei conti
previdenziali. Nessuno, peraltro, si è impegnato, nel caso in cui
l’Ulivo vincesse le elezioni nel 2006 a cassare la riforma, come sarebbe
ovviamente possibile, visto che entrerà in vigore solo due anni dopo.
In sostanza prevale l’interesse propagandistico a far pagare alla
maggioranza il prezzo più alto per una scelta impopolare, che tuttavia si
sa essere indispensabile, salvo poi sperare di utilizzarne i vantaggi quando si
tornerà al governo.
Abbiamo
già visto numerose volte come un'idea nata all'interno di una coalizione
di governo venga criticata dall'opposizione per essere poi da essa adottata una
volta che questa va al governo; e allora è l'ex-coalizione di governo -
ora divenuta opposizione - a criticare gli avversari riguardo a quella proposta
che lei stessa aveva formulato. Roba da mal di testa. Ma perché succede
questo? Perché non gli interessa nulla di ciò che veramente
è utile e buono per il popolo: a quello ci penseranno forse un'altra
volta, una volta ottenuto il
potere.
“Si è riusciti
a far credere all’uomo che se
vive è solo per grazia dei
potenti. Pensi dunque a bere il
caffè e a dar la caccia alle
farfalle. Chi ama la res publica
avrà la mano mozzata.”
Czeslaw
Milosz