Stasera sono passato davanti a un grande magazzino da
poco rinnovato, e ho dato un'occhiata ai nuovi ristoranti che ospita, cercando
se ve ne fossero di italiani. Beh, sono abituato
alle denominazioni un po' strane di certi locali, ma accanto a due nomi normali
come Ristorante
Incontro e
Bar caffè del
Doge ho letto il wertmulleriano
Isola
vi dedica la sua splendida trattoria vicino al
fiume. Non
vorrei essere nei panni del cameriere che riceve le prenotazioni per telefono:
"Ristorante
Isolavidedicalasuasplendidatrattoriavicinoalfiume,
buonasera!".
L'altro giorno, parlando con due ragazze dello staff
della mia scuola, l'argomento è caduto su occhi azzurri, capelli castani,
e tutte quelle caratteristiche fisiche e somatiche che i giapponesi non hanno e
spesso tentano di imitare tingendosi i capelli e (in realtà piuttosto di
rado) applicando lenti colorate.
E. ha detto
che se potesse nascere ancora vorrebbe essere un'occidentale, con occhi grandi e
capelli chiari, e
K. ha
approvato. A me piacciono molto i capelli neri
giapponesi, e pure gli occhi scuri, e tra l'altro sia E. che K. sono due gran
belle ragazze, anche piuttosto alte rispetto alla media nazionale. Eppure gli
piacerebbe essere diverse da quello che
sono.
È comprensibile che in un paese
in cui tutti hanno lo stesso colore di capelli e pressoché gli stessi
occhi, si desideri un po' di varietà, ma in realtà qui gioca anche
una sorta di inferiorità psicologica dei giapponesi nei confronti di
europei e americani. Si vedono spesso spot televisivi in cui i protagonisti sono
occidentali, idem per molti modelli e modelle sulle riviste di moda o sui
cartelloni pubblicitari. Se da noi la "famiglia del
Mulino
Bianco" è comunque italiana, qui lo
stesso "ideale" è incarnato da una famiglia non giapponese.
Proprio in questi giorni ho visto una
pubblicità della Japan
Tobacco, con protagonisti dei sommellier del
fumo dotati di nasi spropositati, con cui selezionano
i fumi che contengono meno odori cattivi. Guardandola mi ero proprio chiesto
perché non avrebbe funzionato se i protagonisti fossero stati giapponesi.
La risposta sta forse nel fatto che dei giapponesi sono meno credibili nelle
vesti di sommellier di quanto non lo siano dei francesi, ad esempio, ma questo
discorso lo si può applicare a qualunque altro argomento: sono meno
credibili come indossatori di capi d'abbigliamento occidentali, come autisti di
macchine straniere, come amanti, come sportivi, come... e il bello è che
se lo dicono da soli.
Questo complesso
è sicuramente di lunga data: da quando, mezzo millennio fa, questo popolo
ha scoperto che in paesi lontani esistevano uomini alti e pelosi con grandi
occhi chiari, dotati di conoscenze scientifiche e capacità artistiche che
loro non si sognavano neanche. Da qui il timore e l'ammirazione che li ha spinti
a studiarli e imitarli il più fedelmente possibile. E questa ammirazione
continua tuttora, ed è alimentata anche dal successo di film e artisti
stranieri, che in tutti i paesi del mondo offrono gli stessi ideali estetici:
anche qui, come in
Italia,
tante ragazze sognano Brad
Pitt, ma le possibilità che conoscano un
uomo che gli somiglia, o - da parte dei ragazzi - le possibilità di
somigliargli anche solo vagamente, sono ben misere.
A pensarci bene è quasi assurdo: è
come se in un posto in cui tutti sono bassi per natura, si imponesse l'ideale
dell'uomo alto, con conseguente frustrazione generale per la propria situazione.
Ecco una bella lettera a
Tempi
di una signora italiana sposata con un inglese, residente in Inghilterra, e in
Italia per le vacanze:
Oltre alle
bandiere della “pace” causa di irritazione per il mio britannico
marito in quest’estate italiana sono i commenti di amici e conoscenti sul
caso Kelly. Premetto che in Italia tutti i giornali o quasi hanno presentato una
visione distorta o parziale dei fatti e soprattutto rivelato ignoranza dei
documenti, dell’inchiesta
Hutton
e così via, quindi non è tanto una questione di parte quanto di
atteggiamento e di forma mentis. Il cittadino italiano cresciuto nella
mentalità dei “complotti” e dei misteri mai risolti di
omicidi e stragi dà per scontato che tutto il mondo sia uguale e puoi
dimostrargli matematicamente il contrario: niente, non ci vede e non ci sente.
Dal che discende mancanza di fiducia nella propria classe dirigente e
convinzione che i servizi segreti esistano ovunque solo per intorbidire le
acque, ordire trame nere e organizzare golpe fascistoidi. Ecco quindi
un’altra causa di irritazione: che non ci sia nessuna forma di
patriottismo, di orgoglio nazionale e quindi, di fatto, di unità.
L’idea che metà dell’Italia gioisca del fatto che il proprio
Presidente del Consiglio sia svillaneggiato all’estero e si bei degli
insulti e delle brutte figure del suo Paese lo rende scettico e perplesso
rispetto a molto altro. Da dove partire se non c’è un punto fermo?
Erica Scroppo
Non è proprio cinema, ma un po' ci somiglia.
Sto parlando delle serie TV americane che il
Bassoatesinoha rievocato parlando di un film dedicato a
Magnum
P.I.
Il nostro cita
Donald P.
Bellisario, come l'entità
mitica che produceva quasi tutti i telefilm che ci sciroppavamo una ventina
d'anni fa, ma commette l'imperdonabile errore di dimenticare l'ancor più
mitico Glen A.
Larson. Costui, infatti, oltre ad
essere un nome molto più presente del primo sugli schermi degli anni '80,
era addirittura il co-creatore di Magnum
P.I. Inoltre, tanto per mettere i puntini sulle
i, certamente Bellisario ha lavorato su qualche serie famosa, ma non ha niente a
che fare con l'A-Team o
Supercar
(Knight
Rider in originale), il primo
creato da Frank
Lupo e il secondo appunto da
Larson. Oltre che di
Magnum
P.I. e
Supercar,
Larson è stato anche creatore e produttore delle serie
Galactica,
Automan,
Manimal,
Quincy, o
semplice produttore di altre serie come quella dello sceriffo
Lobo, o
Buck
Rogers. Ha anche scritto
sceneggiature per diverse serie, tra cui
L'uomo da
sei milioni di dollari.
Addirittura Larson è anche il compositore della musica che fa da tema principale a
Supercar. A
me sembra chiaro a chi dovrebbe essere conferito il titolo di "dio dei
telefilm".
In fondo alla colonna dei delitti sull'ultimo
Foglio
del lunedì, ho letto del suicidio di un'anziana coppia di
coniugi: 77 anni
lui, 73 lei. Le ultime righe recitano così:
Vivevano a
San
Sepolcro
(Arezzo),
in un grande appartamento al primo piano, non distante dalle abitazioni dei
quattro figli, ai quali non volevano esser di
peso.
Mi è venuto spontaneo
pensare a quello che succederebbe se anche in
Italia
dovessero legalizzare l'eutanasia: molte persone anziane, che se pur malate e
sofferenti vorrebbero continuare a vivere, si troverebbero nella situazione di
poter facilmente sollevare figli e parenti dal peso economico e psicologico che
la loro condizione comporta, e finirebbero per accettare di "togliersi di mezzo"
per il bene dei propri figli, che magari glielo chiederebbero anche
direttamente: i primi se ne andrebbero convinti, da una società che
disprezza il dolore, di essere ormai inutili; i secondi farebbero passare per
gesto d'amore quello che è soltanto un atto egoistico che non dovrebbe
mai essere di loro competenza.
Come già con
Michiko e il
suo viaggio (vedi la prima e la seconda parte), pubblico qui un'altra
composizione di una mia studentessa. Stavolta non ho avuto il permesso di
scrivere il suo nome per intero, quindi la chiameremo
Emme (per la
cronaca, attualmente ho ben 11 studentesse con il nome che inizia per
emme). Dal momento che si tratta di una
composizione breve, la trascrivo direttamente qui
sotto:
UN
GIORNO...
Un giorno sono uscita con la
mia macchina carina. Sono andata al grande magazzino Ebisu Mitsukoshi per
cambiare la batteria dell’orologio da polso. A mezza strada mi sono
accorta che c’era un piccolo insetto sul parabrezza
interno. “Che cos’è?
Una mosca? Aprirò il finestrino e lo farò
fuggire”, ho pensato
guidando. Ho aperto il finestrino e ha tirato il
vento, ma il piccolo non è uscito, e
camminava. Dovevo guardare davanti e non ho
potuto osservarlo. Alla fine, mi sono fermata al semaforo rosso e ho avuto
un’occasione di guardarlo.
Mi sono
sorpresa. Era un ragno!! Mamma mia! Inoltre veniva verso di
me! Il semaforo ha segnato verde. Ho dovuto far
avanzare la macchina, ma ero sconvolta. Non dovevo investire degli
uomini! Ho parcheggiato la macchina sulla strada
e ho escogitato un espediente. Ho provato a incalzarlo con un foglio, ma ha
dondolato con il filo. Non ho potuto sopportarlo, e sono uscita dalla macchina.
Povera Peugeot!
Per caso c’era un
poliziotto con la moto bianca sul lato opposto della strada. Bene! Ho alzato la
mano e l’ho chiamato, ma non è venuto da
me... C’era poco da fare! Ho deciso di
sistemare la cosa, e sono tornata alla macchina.
Dopo il combattimento, finalmente ce
l’ho fatta. L’ho portato fuori dalla macchina con un fazzolettino.
Che sollievo! Quindi potevo andare a Ebisu. Poi
il poliziotto è venuto e ha detto:
“Dica
pure”.
“Ormai è troppo
tardi!”, ho pensato, e l’ho
insultato in fondo al cuore. Gli ho detto:
“C’era un ragno, ma ora
è andato via”. Mi ha detto:
“Buon
viaggio!”. Mi è sembrato che
contenesse il riso. È stata una giornata
faticosa.
[...]
le parole senza oneri per lo
stato furono proposte dagli on.
Corbino
,Marchesi, Preti, Pacciardi, Mario
Rodinò, Codignola,
Bertini e altri. L'on.
Gronchi -
il futuro Presidente della
Repubblica, quello dei Gronchi rosa n.d.r. -
obiettò
che: "è estremamente
inopportuno precludere per via costituzionale allo Stato la ogni
possiblità di venire in aiuto a istituzioni le quali possono concorrere a
finalità di così alta importanza sociale"; e fece tra l'altro
l'esempio di scuole che siano istituite dai Comuni, e quindi non statali (A.C.
pag. 3377). Ma, anche a nome
degli altri firmatari
l'emendamento,
l'on Corbino
- Epicarmo Corbino, gruppo misto,
un liberale che i preti se li mangiava a colazione. n.d.r. - chiarì la
portata dell'emendamento: " Noi
non diciamo che lo Stato non potrà mai intervenire a favore degli
istituti privati ; diciamo solo
che nessun istituto privato potrà sorgere con il diritto di avere aiuti
da parte dello Stato".
Cancella il debito? Ma restituiscano i soldi
rubati!
Sullo stesso numero di
Tempi
citato nel post precedente, troviamo tre argomenti su cui i
No Global
dovrebbero riflettere.
Uno riguarda i
brevetti farmaceutici, gran nemico dei poveri del mondo e dei loro difensori:
apprendiamo che quelli ritenuti essenziali
dall'Organizzazione Mondiale della
Sanità non sono che il 5% del
totale.
Il secondo riguarda la
privatizzazione dell'acqua, o meglio della sua erogazione, altro cavallo di
battaglia no global: l'esempio di città boliviane e filippine in cui
è stata sperimentata, dimostra che può rivelarsi un sistema per
impedire che solo i ricchi abbiano accesso all'acquedotto pubblico, mentre i
poveri la devono comprare a caro prezzo da privati.
Il terzo vale la pena di incollarlo qui
sotto per intero, e magari di appenderlo al
balcone:
I No-New global hanno
marciato tante volte per la cancellazione del debito estero dei paesi poveri, ma
mai nemmeno una volta per la restituzione dei prestiti illegalmente esportati
all’estero dai governanti del Terzo mondo. Eppure non si tratta di cifre
di poco conto. Un rapporto della
Commissione delle Nazioni Unite
per l’Africa ha stabilito
che fra il 1970 ed il 1996 sono stati esportati illegalmente
dall’Africa
nera 297,7 miliardi di dollari.
Cioè una cifra prossima a tutto il Pil dell’Africa nera nel 2001
(307 miliardi di dollari). Se da questa cifra sottraessimo quella del debito
estero attuale dei paesi africani, avanzerebbero 85 miliardi di dollari,
cioè i paesi sarebbero in attivo anziché debitori! Se non
credete a questi dati incredibili, che i No-New global tacciono sempre, andate a
leggerveli al seguente indirizzo: www.uneca.org/era2003 alle pagine
44-46[è un file
pdf]
dell’Economic Report on
Africa 2003.
Al vertice di
Cancun un
sindacalista coreano si è tolto la vita. Alla strumentalizzazione che
è seguita alla sua morte, con la colpa attribuita al
WTO, alla
globalizzazione, alle multinazionali e per vie traverse sicuramente anche ad
Ariel
Sharon, potremmo rispondere che ci sono al mondo
tante persone che compiono gesti simili per motivi da poco, che un
quattordicenne che si suicida perché non va bene a scuola non rende la
sua scuola colpevole della sua morte, o anche - e non è poco - che uno
che già 10 anni prima aveva tentato il suicidio è quantomeno
sospetto di instabilità.
Potremmo dire
queste cose, o potremmo invece far notare a tutti quelli che hanno letto il
gesto come se l'avesse compiuto Josè
Bovè, che nonostante la globalizzazione
esistono ancora le differenze culturali: per lo stesso motivo per cui un
attentato suicida compiuto da un palestinese non ci stupisce come se ad
imbottirsi di tritolo fosse un milanese, un suicidio compiuto da un coreano va
interpretato anche nel suo contesto
culturale.
Rodolfo
Casadei su
Tempi
di questa settimana scrive un interessante articolo su queste cose, e
riporta le parole di uno specialista di questioni
estremo-orientali:
«Non
è stato il gesto di un pazzo o un dramma provocato dall’ingiustizia
nel senso che possiamo intendere noi occidentali. C’è una
connotazione culturale molto forte in quello che è accaduto. La
Corea,
come altri paesi asiatici, ha una tradizione di forme di protesta estreme e di
manifestanti che compiono gesti estremi. Queste società non sono abituate
a conflitti sociali protratti, perché sono centrate su di un concetto di
armonia dove la società e i gruppi sociali vengono prima
dell’individuo. Quando l’armonia viene infranta e le forme
tradizionali di dialogo non risolvono la crisi, l’individuo si sente in
dovere di affermare le ragioni del proprio gruppo con gesti estremi, compreso il
suicidio. In una società dove l’individuo esiste solo in
relazione al gruppo, ad essere inaccettabile è la disarmonia, non il
suicidio, che è il gesto estremo con cui si tenta di sbloccare una
situazione bloccata, di fare accettare le proprie ragioni alla controparte.
Infatti spesso in Asia le crisi si risolvono dopo gesti come questi. Ma
così non è stato, né poteva essere, a Cancun, dove le
controparti non sono asiatiche. A tutto questo c’è da aggiungere un
complesso di inferiorità specificamente coreano che porta ad esasperare
le tensioni: da sempre i coreani vivono un senso di frustrazione dovuto
all’invadenza dei loro grandi vicini,
Cina
e
Giappone.
Sono stati soggiogati alternativamente da giapponesi e cinesi, e da mezzo secolo
il loro paese è diviso in due. La frustrazione, il senso di incompletezza
spingono i coreani ad esasperare i toni, come se dovessero continuamente
dimostrare qualcosa a qualcuno».
Ma
se anche volessimo tralasciare questo aspetto, e ci limitassimo alla fredda
analisi dei fatti, noteremmo che la protesta coreana è molto simile a
quella del sopracitato Bové: rispettabile quanto si vuole, ma scavando
sotto lo strato di chiacchiere in difesa dei paesi poveri appare volta a
proteggere il mercato interno al paese.
Come
scrive Casadei:
Il sindacalista
sud-coreano aveva certamente buoni motivi per battersi contro il Wto, ma essi
non coincidevano affatto con quelli dei “contadini poveri mondiali”:
benchè tenti di proteggersi dietro a barriere doganali pari al 66% del
valore del prodotto, l’agricoltura sud-coreana perde quote di mercato per
la pressione non solo delle esportazioni sovvenzionate di
Ue
ed
Usa,
ma anche per quelle in provenienza dai paesi poveri, destinate a conquistare
ulteriori spazi se fosse passata la posizione liberista che il G21, il fronte
composto da
Brasile,
Cina,
India,
Sudafrica,
ecc. cercava di far passare a Cancun. Ha detto le cose come stanno, e
perciò merita un encomio,
Virginia
Lori
su l’Unità:
«La Corea, la cui agricoltura è una delle più protette al
mondo, ha tutto da temere dall’apertura dei mercati. Avverte in
particolare, come
l’Europa
e gli Stati Uniti, la pressione di grandi paesi esportatori come
l’Australia
ed il Brasile, che [...] assieme ad altri venti grossi paesi esportatori hanno
depositato un testo di dichiarazione finale in concorrenza con quello della
presidenza della
conferenza». Insomma,
Kyang-Hae
è morto per affermare le ragioni dei “suoi” poveri contro
quelle di altri poveri. La realtà, come al solito, è più
complicata dell’utopia.
Chi aveva visitato il blog
Sorvegliato
Speciale, tra i miei link, e se ne
era ritratto inorridito dall'aspetto grafico e dalla conseguente
difficoltà di lettura (aveva anche scritte blu su sfondo blu!),
può ora ripassarci senza
rischi. Caldamente invitato a dare una ripulita
al
template,
il nostro ha optato per un design semplice, ma finalmente fruibile.
Consiglio a tutti la lettura di queste piccole regole, che se pure riguardanti
la creazione di negozi on-line, possono benissimo adattarsi anche ad altre
pagine, soprattutto quelle che, come i blog, richiedono lettura di testi
prolungata.
Per chi poi volesse imparare
qualcosa di più sull'HTML può cominciare consultando questa
guida.
Diversi miei lettori mi hanno scritto riguardo alla
mail dell'assistente di
Taylor, e mi
hanno segnalato che piuttosto che di spam, si tratta di una truffa, e pure ben
nota da tempo. Mauro mi ha
indicato questo articolo sul sito di
Severgnini,
il Giuda
Maccablog mi ha indirizzato qui,
Pio mi ha
rimandato al sito Nigerianscams e a quest'altro. Grazie a
tutti.
Se volete una descrizione
particolareggiata (e in italiano) di questa truffa potete rivolgervi al sito che
avrei dovuto consultare fin da subito, ovvero il
Servizio
Antibufala di
Paolo
Attivissimo. Leggendo questa pagina avrei scoperto subito che questo
tipo di raggiro proviene davvero dalla
Nigeria (ma
anche da altri paesi africani), esiste da diversi anni, agisce anche tramite
posta ordinaria, e che soltanto col denaro proveniente dalle vittime
statunitensi frutta ai truffatori ben 100 milioni di dollari
all'anno. Tra le varie tragedie di cui è
costellata la vicenda, leggerete anche dell'assassinio del console nigeriano
nella Repubblica
Ceca, vittima innocente della disperazione
dell'ennesimo gabbato.
Per chi rispetta l'ambiente senza essere
ecologista
Per coloro che hanno apprezzato i miei post sugli ogm
e sono interessati al modo in cui
Green Watch
News (in italiano, nonostante il
nome) affronta l'argomento ecologico, segnalo un bellissimo
Master in Scienze
Ambientali attivato già con
successo l'anno scorso dall'Ateneo
Pontificio Regina Apostolorum. Il coordinatore
del progetto è Antonio
Gaspari, direttore del
Green Watch
News, e tra i docenti c'è anche quel
Piero
Morandini di cui ho citato qualche articolo in
passato.
L'accresciuta
sensibilità nei confronti del creato è sicuramente un fenomeno che
indica un maggiore livello di civiltà e una maggiore attenzione ai
diritti di esseri non umani.
Quello a cui assistiamo oggi
però fa parte di quella babele dei diritti in cui per moda o per
ideologia si propongono utopie radicali in cui la difesa degli animali, della
flora e del mondo inanimato viene molte volte contrapposto alla vita umana.
Assistiamo ad un ritorno dell'utopismo romantico, dove prevalgono
irrazionalità, emotività, trasgressione, pensiero magico. Tutto
quanto è razionale viene condannato. E l'uomo e le sue attività
vengono indicati come la principale causa della morte del
pianeta.
Così l'adorazione delle
piante, degli animali, della terra, favorisce addirittura lo sviluppo di forme
di intolleranza contro la specie umana.
Per questi motivi è
necessario elaborare ed approfondire una diversa concezione della difesa
dell'ambiente.
Un'ecologia
fondata su un'idea ottimista dell'uomo e delle sue potenzialità.
C'è bisogno di ristabilire
una concezione dell'uomo e delle sue attività come parte di un disegno
che mira non solo a conservare la natura selvaggia, ma che interviene
positivamente nel processo di sviluppo e governo della flora e della fauna.
L'iscrizione al Master costa 200 Euro ed
è effettuabile fino al 30 ottobre. La durata complessiva è di un
anno accademico, ma le lezioni si svolgono solo il lunedì e possono
essere seguite in videoconferenza in diverse città italiane. Richiede
come minimo il diploma di scuola
superiore. Trovate tutte le informazioni
necessarie e il programma dei corsi in questa pagina.
Oggi ho ricevuto una e-mail da qualcuno che dice di
chiamarsi David
Alete e di essere l'assistente personale di
Charles
Taylor, il famigerato ex-presidente della
Liberia.
Descrive la situazione in cui si trovano lui e il presidente, e chiede l'aiuto
di collaboratori oltreoceano per trasferire in un posto sicuro i soldi di Taylor
prima che siano tutti confiscati.
Ho pensato
subito a un qualche strano tipo di spam, molto intellettuale e poco divertente,
ma la cosa più buffa è che nonostante l'indirizzo e-mail indicato
sia un "katamail.com", analizzando l'intestazione completa ho scoperto che
l'indirizzo IP (80.88.129.18) da cui si direbbe provenga appartiene alla
Emperion, una
ditta danese che fornisce internet via satellite
all'Africa e
al Medio
Oriente. In particolare, la persona da
contattare in caso di problemi relativi a quello e ad altri numeri IP
consecutivi risulta essere un signore che sta in
Nigeria,
ovvero il paese in cui al momento si trova Taylor.
Boh, per ora ho trovato solo una e-mail
simile alla mia a questo indirizzo. Se qualcuno ha notizie
relative a questa cosa, mi scriva pure. Qui di seguito, riporto la
lettera:
Hello, A very good day to
you. It may amaze you to be unduelly contacted this way for a pending
transaction, and more especially that you do not know me
personally. I am DAVID
ALETE,Personal assistance to Charles Taylor, the former President of Liberia. As
you may know, he has recently stepped down from power and is presently on
assylum in Nigeria. The purpose of
my letter is to ask if you can render the assistance requested, and to bring you
to bear my present position and the very need for a true and solicited help with
respect to Ex President,
Taylor. View these
websites: http://www.cnn.com/2003/WORLD/africa/08/11/taylor.warcrimes/index.html http://www.cnn.com/2003/WORLD/africa/08/11/liberia.1300/index.html
Your
assistance is needed in the sense that some funds derived from Diamond sales
during his tenure needs to be transferred/moved from its present location to a
place or an account that you may hopefully provide or
arrange. The reason for this is
that plans are underway to confiscate not only his known fixed assets but also
liquid assets. I have been mandated
to seek and find a relaible person, based overseas, that can offer the help of
securing some or all of the funds in
question. We all have been confined
to Calabar, and all our calls are
monitored. So i will use all the
available contact to give you all the information you will need.Only few weeks
ago, the international body insisted that all our guards be disarmed and
security measures for our movements
tightened. If this proposal
satisfies you, do respond to this letter and forward to me your phone and fax
number to facilitate contacts,Otherwise no offence meant. Please treat as urgent
and confidential. Sincerely
yours, DAVID
ALETE.
Sempre in ritardo, segnalo l'ottimo editoriale del
Foglio
di sabato, "Le conseguenze della
mediocrazia". In particolare
sottoscrivo in pieno quanto
segue:
Una volta eletti per
governare in sistemi che prevedono controlli ed equilibri tra istituzioni, una
volta scelti per difendere la sicurezza della società e dello Stato, i
governi democratici hanno il diritto di convocare ogni giorno l’assemblea
globale, sondarla e decidere di conseguenza? E’ razionale che sia
così? E’ un arricchimento della democrazia la mediocrazia
plebiscitaria che domanda, a te cittadino, l’aggiornamento ad horas del
consenso su materie come l’intelligence, la pianificazione bellica, la
diplomazia segreta? Secondo noi, la risposta è un bel “no”,
nell’interesse della democrazia stessa che deve cautelarsi dal pericolo
della manipolazione mediatica e difendersi dagli abusi naturali e legittimi del
quarto potere.
Non ho mai fumato in vita mia e sono convinto che
fumare molto faccia male alla salute, ma la guerra totale ai fumatori che si
è scatenata ultimamente mi pare un'esagerazione. Se considero sensata
l'apposizione della scritta "Nuove
gravemente alla salute" sui pacchetti, reputo
però eccessivo il terrorismo verbale di frasi come
"Il fumo
uccide" o magari
"Fumare può portare a una morte
lenta e dolorosa". Le fotografie shock che con le nuove scritte
dovrebbero coprire il 30% della parte anteriore del pacchetto e il 40% di quella
posteriore, poi, sono il massimo del cattivo
gusto.
Che però qualcuno pretenda
addirittura di impedire l'uso dei copripacchetti,
perché in questo modo si rischia che gli annunci funebri non vengano
recepiti da chi sta accanto al fumatore, non è semplicemente follia, ma
è un intollerabile impedimento alla libertà altrui. Allora, come
ha scrittoLo
Spino, tanto vale che facciano i pacchetti
direttamente a forma di bara.
C'è chi
per queste cose si indigna, e chi satireggia. Grazie
all'Escapista ho
scoperto che i Fratelli
Mattioli hanno creato una
serie di copripacchetti stupendi con scritte adatte ad ogni individuo.
A me piace molto la "versione moderata", su cui campeggia una verità
sacrosanta: "Anche chi non fuma
muore".
Ecco, ho l'impressione che questa mania di
salutismo sia come la reazione disperata e schizofrenica di un mondo moderno
che, sempre meno in grado di tenere testa al mistero del dolore e della morte,
da una parte tenta per legge di allontanarne il più possibile l'accadere,
mentre dall'altra spinge per la cosiddetta libertà dei cittadini ormai
"inutili" di togliersi la vita.
Il Bassoatesino
e diversi altri blog hanno segnalato in questi giorni il prossimo voto a
Strasburgo
sulla brevettabilità del software. In pratica il Parlamento Europeo vuole
rendere legale la brevettabilità di idee astratte legate al software
come, per esempio, l'idea di un programma che permetta di navigare su internet,
il brevetto del metodo di acquisti su internet tramite un click unico, o il
brevetto della barra colorata che indica lo stato di un download. Tutto questo
ha provocato proteste soprattutto da parte dei sostenitori del software libero,
che vedono nei brevetti il rischio di una limitata libertà, se non di una
completa impossibilità di creare ancora
shareware
o
freeware.
Fatto
sta, però, che negli
USA i
brevetti sul software esistono già da 20 anni (quello dell'acquisto con
un solo click è del 1999 ed appartiene ad
Amazon) e
non mi sembra per questo di aver notato riduzioni nella produzione di software
libero o altri problemi analoghi, anzi:
l'open
source e lo sviluppo di applicazioni non
commerciali è oggi più vivo che mai.
E, tra l'altro, se pur non ancora avallati da un
legge ad hoc, i brevetti software sono già decine di migliaia anche in
Europa, e la
barra di stato citata sopra è appunto già un brevetto
europeo.
Sposo quindi la causa di
Paolo
Attivissimo, che in questo articolo spiega come, con questo
sistema, a perderci non siano i pesci piccoli, ma i colossi come
Microsoft, e
ritiene che il problema si giochi non sull'idea di brevetto in sé, che
è idealmente volta a tutelare il creatore di qualcosa di originale,
quanto sui metodi e i criteri adottati per accettare e ratificare tali
brevetti:
Il vero problema non
è l'esatta formulazione delle leggi europee sui brevetti software;
è il criterio con il quale vengono concessi i brevetti per le cose
più stupide e si gestiscono le dispute sulle invenzioni. Questo è
un ragionamento valido anche al di fuori del software: sta diventando sempre
più difficile e costoso innovare, perché si rischia di sudare
sette camicie per poi trovarsi addosso qualcuno che con pretesti futili
rivendica una paternità brevettuale che è legalmente sua fino a
prova contraria . E' come se il vostro salumiere, notoriamente infecondo a causa
di un tragico incidente con l'affettatrice in gioventù, venisse a dirvi
che vostra figlia è in realtà sua, ha un certificato che lo
dimostra, e spetta a voi pagare il test del DNA.
E' questa la vera sfida che
attende l'Europa: anziché adeguarsi agli USA, che ora si trovano
impegolati in cataste di cause brevettuali che aiutano non poco ad affossare
l'economia, qui si tratta di prendere la leadership e proporre un nuovo sistema
di esame dei brevetti, più equo e davvero favorevole al piccolo
inventore. Il resto è soltanto folklore.
Dall'editoriale del
Foglio
dell'8 settembre, una citazione dallo storico greco
Dione Cassio
(155-235 d.C.), autore di una monumentale
Storia
Romana, che dimostra come in quasi duemila
anni i rapporti tra potere e informazione non siano affatto
cambiati:
"Ma negli ultimi tempi la
maggior parte dei fatti è entrata a forza nell’area del segreto e
sfugge alla pubblica conoscenza, e anche quando accada che alcune cose siano
rese note, le cronache sono screditate perché non si può
investigare oltre, e cresce il sospetto che ogni fatto sia raccontato e prodotto
secondo i desiderata della gente al potere pro tempore. Di conseguenza, molti
avvenimenti che non si materializzano mai diventano chiacchiera corrente, mentre
molto di quel che indubitabilmente è avvenuto resta sconosciuto, e in
ciascuno dei casi, o quasi, la cronaca resa di pubblico dominio non corrisponde
a ciò che effettivamente è
accaduto".
[Storia
romana, LIII-19]
Leggo nel blog
Zanzarina,
via Gino, un
post dedicato all'atleta afghana Lima
Azimi. Il
Gino si
chiede se i media le avessero dato spazio, e gli rispondo linkandogli questo articolo da
Repubblica
e una piccola citazione dal
Corriere,
ripresa dal
Foglio
dell' 1 settembre:
L'afghana Lima
Azimi, che ha gareggiato nei 100 metri ai Mondiali di
Parigi,
il giorno della partenza ha perso le sue scarpe da ginnastica nel taxi che
dall'albergo la portava all'aeroporto. La federazione gliene ha comprato un
nuovo paio da 60 euro, «splendide ma terribilmente care»: «Mio
padre guadagna 2mila afghani al mese, suppergiù 45 dollari (quasi 42
euro). Mia madre un po' meno»
(Elisabetta
Rosaspina, Corriere della Sera,
25/8/2003)
Sorvolo sul solito confronto
tra due monete e due livelli di vita che non ha nemmeno senso paragonare, e
torno all'articolo di
Repubblica
e al post della
Zanzarina:
se pure sono d'accordo che le altre partecipanti avrebbero almeno potuto
aspettarla all'arrivo e salutarla, tuttavia vorrei ricordare che stiamo parlando
di una competizione di livello mondiale con atlete che hanno trascorso anni per
prepararsi al meglio ad una corsa di 10 secondi. Gara in cui la concentrazione
prima della partenza è importante forse anche più della corsa
stessa, dove se ti distrai un istante e i tuoi riflessi sono una frazione di
secondo più lenti di quelli degli altri sei già
finito.
Ricordo che nelle gare scolastiche
(non ai mondiali!), nelle fasi finali del salto in alto pensavo solo a quella
maledetta asta da superare senza sfiorarla, e a concentrarmi sul mio corpo nel
tentativo di controllarne al massimo l'inarcamento. In quei momenti non vedi
niente e nessuno. Figuriamoci per un professionista, nel momento in cui anni di
fatica, di sudore, anche di frustrazioni e sconfitte si compiono in un istante,
e dove da un risultato si può decidere il futuro di una carriera, e anche
i soldi, sì, perché a questi livelli è un lavoro, e va
fatto al meglio.
L'articolo di
Repubblica
è piuttosto fastidioso nel modo in cui tratta le grandi atlete, neanche
fossero delle veline, ironizzando sul fatto che siano ricche, abbiano degli
sponsor, corpi statuari e belle divise. Dovrebbero essere delle sciattone
trasandate, non allenarsi, negarsi alle TV, regalare tutto ai
poveri?
Diciamo le cose come stanno: lo
sappiamo tutti che lo sport a questi livelli non è un semplice
divertimento tra amici, e che il peso che grava su questi atleti è
enorme, perciò non mi sembra proprio il caso di prendersela con loro se
in un momento di tale stress hanno ignorato una ragazzina che dalla reclusione
sotto i talebani qualcuno ha deciso di mettere sotto gli occhi di tutto il
mondo, e senza nemmeno averle mai fatto provare i blocchi di partenza (questo
secondo me è molto significativo), l'ha gettata in una gara a cui,
francamente, non aveva alcuna ragione di partecipare.
Reduce da una piccola vacanza in
Svizzera, la
mia studentessa già nota ai frequentatori di questo blog stavolta
racconta il suo tentativo di raggiungere la famiglia di
Siena presso
cui avrebbe trascorso 3 mesi.
Ulteriori
spiegazioni e la prima parte le trovate qui. Per leggere il secondo episodio
del suo viaggio, invece CLICCATE QUI.
Qualcuno ricorderà di quando scrissi del
McDonald's a
Shibuya che
si era trasformato nel più raffinato
M Dining.
Beh, l'avventura è finita dopo soli 4 mesi: la settimana scorsa è
apparso un cartello che annuncia il ritorno alla normalità. Ho chiesto il
perché a un commesso, e mi ha detto che "non va tanto bene".
Probabilmente il cambiamento non è piaciuto ai soliti frequentatori del
ristorante: c'era stato un innalzamento nella qualità di certi cibi, i
panini erano serviti su piatti veri e la coca cola in bicchieri di vetro con
fetta di limone, ma anche il prezzo era più alto, non c'era
possibilità di scegliere diversi formati di patate o bevande, e in fondo
gli hamburger, per quanto migliorati, non erano paragonabili a quelli di
Mos Burger,
Freshness
Burger, o di
Kua'aina, la
catena hawaiana che rappresenta il top dell'hamburger a
Tokyo (e
già "Pulp
Fiction" insegnava che gli hawaiani
sono bravi nel campo).
Così da questa
settimana tornano i menù speciali a prezzi bassi, come si è
premurato di spiegare il cartello, e tutte quelle altre cose che si trovano in
tutti i McDonald's usuali. E capisco che è perché la gente vuole
da McDonald's soltanto che faccia il McDonald's. Quando vuole di più,
allora va giustamente altrove.
Qui trovate una recensione in anteprima del
nuovo film di Mel
Gibson.
Già
che ci sono, aggiungo un piccolo commento a una notizia che ho letto in diversi
siti, come anche qui (grazie al
Bassoatesino):
ovvero il presunto antisemitismo di
"The
Passion". Si dice che il film potrebbe
rinfocolare l'odio contro gli ebrei perché li descrive come i
responsabili della morte di
Gesù.
Io
vorrei far notare due cose: innanzitutto chi ha richiesto la morte di
Gesù è stata effettivamente una moltitudine di ebrei aizzata da
sommi sacerdoti ebrei, come si legge nel vangelo, e se il film lo tacesse
sarebbe semplicemente ridicolo. In secondo luogo,
faccio presente che anche quelli che seguivano Gesù erano ebrei, e anche
i suoi amici, e anche gli apostoli, e anche il padre e la madre di Gesù,
e - udite udite - persino lo stesso Gesù.
Analogamente, e con le dovute differenze,
chi ha avuto molto a cuore la vicenda di
Enzo Tortora
dovrebbe prendere in odio gli italiani in quanto lui fu accusato da pentiti
italiani e condannato da giudici italiani? Ma mi facciano il
piacere!
Un po' mi sorprende l'uscita di
Luca Sofri
così contraria al finanziamento alle famiglie che scelgono la scuola
libera. Sì, lo so che Sofri è di sinistra, e che quindi fa forse
fatica ad accettare che non debba essere sempre e solo lo Stato a decidere,
creare, promuovere, gestire un servizio di utilità pubblica. Però
non capisco perché non si debba guardare positivamente a questa
novità, che se pur con diversi difetti, rappresenta un tentativo lodevole
e importante. Perché a me l'idea di dare un aiuto finanziario a chi non
può permettersi di pagare tutta la retta di una scuola privata sembra un
piccolo passo verso la pari opportunità dei giovani italiani di
frequentare una buona scuola. Credo che uno di sinistra dovrebbe esultare di
fronte anche alla minima possibilità di una maggiore uguaglianza tra
figli dei ricchi e figli dei poveri. Siamo abituati al fatto che i figli di chi
ha i soldi possono frequentare le scuole migliori, e quindi sfruttare al meglio
quei primi anni scolastici che decidono molto del futuro di una persona, mentre
chi i soldi non li ha deve accontentarsi di quel che passa il convento. Beh,
adesso si comincia a profilare la possibilità che la scuola privata non
sia più solo appannaggio dei ricchi, ed ecco che invece si alzano le
proteste.
Certo, siamo solo agli inizi, il
buono alle famiglie non è molto alto, e ci sono aggiustamenti da fare
come l'introduzione di fasce di reddito, ma negare la bontà di un
intervento simile mi appare quasi dettato da un assurdo desiderio di livellare
tutto verso il basso. Ricordo quando anni fa sentii dire dalla
Rosy Bindi,
allora ministro della sanità, che il suo ideale era che
Berlusconi
fosse curato nella clinica dove va l'ultimo dei poveri. Cioè, non si
rendeva nemmeno conto che il contrario, cioè la possibilità che
l'ultimo dei poveri potesse farsi curare nella clinica di Berlusconi, sarebbe
stato un obiettivo decisamente
migliore!
Comunque, a prescindere dai
concetti socialisti, credo che lo Stato dovrebbe permettere il più
possibile a soggetti privati di creare opere di pubblica utilità,
agevolandole e sostenendone il lavoro, anziché ostacolandolo e
vessandolo. A maggior ragione se si tratta di qualcosa di tanto importante come
l'educazione di un bambino o di un ragazzo, che è una delle questioni
più importanti che esistano al mondo. Paradossalmente, una scuola
pubblica, o anche una sanità pubblica, cioè gestita direttamente
dallo Stato, non sarebbe nemmeno necessaria, una volta che lo Stato si mettesse
più da parte e si limitasse a vegliare sul corretto funzionamento di
qualcosa che il popolo fa da solo.
L'ottimo blog
Ginoriporta brani da un articolo del
Corriere
in cui si scrive che, grazie alla pubblicazione di documenti del 1939 del
Dipartimento di Stato Americano, sappiamo che
Pio XII
negli anni '30 aveva denunciato il pericolo nazista e espresso chiaramente la
sua posizione. La stessa notizia la dava
Avvenire
qualche giorno prima.
Che la storia del
"silenzio" del Papa sull'Olocausto, o addirittura di una sua benevolenza nei
confronti del nazismo, fosse una delle tante leggende nere che circolano
riguardo alla Chiesa lo sapevamo, e ne avevamo anche già
parlato.
Da appassionati di cinema,
cogliamo l'occasione per segnalare gli articoli che
Tempi
aveva pubblicato in occasione dell'uscita del film
"Amen"
di Costa
Gravas.
Qualche mese fa avevo avuto problemi nella
visualizzazione di Newblog
Newblog con
Safari e altri
browser (tranne
Explorer), e
avevo consigliato a
Umberto una
leggera correzione del codice, che aveva messo a posto le
cose. In questi giorni è apparso un nuovo problema sullo stesso blog, ma prima
ancora che potessi cercare di capire di che si tratta il
GeraBlogè intervenuto non solo con una competenza
che io mi sogno, ma addirittura proponendo
un ri-design della pagina che, con tutto il rispetto, fa impallidire
l'originale. Spero di vederla presto on-line.
Sandro
Magisterpresenta qui il nuovo islamologo di
Repubblica,
Khaled Fouad
Allam, che contrariamente alla linea del
giornale su cui scrive, tende a mettere in rilievo le cose positive del
dopo-guerra, e parla in termini elogiativi del lavoro che gli americani stanno
compiendo in Iraq nei rapporti con l'islamismo sciita, rivelando dettagli anche
poco noti.
Poi, essendo Allam un essere
umano, capita pure che faccia qualche errore, ma glielo perdoniamo
volentieri.
Il
Bassoatesino
è tornato dalle vacanze con un altro link a un trailer de
"Il Ritorno del
Re" di
Peter
Jackson. La qualità è finalmente
buona, e all'inizio ci sono brevi interviste ai protagonisti e al
regista.
Mentre attraverso senza danni l'ennesima ondata di
virus per computer (perché, come disse anche un membro del Congresso
americano di cui non trovo più gli estremi, "il miglior antivirus al
mondo è un Macintosh"),
leggo grazie a Random Bits
che giapponesi, cinesi e coreani stanno pensando di crearsi un nuovo sistema
operativo per non dipendere più da
Windows, che
quanto a sicurezza lascia troppo a desiderare.
Come documenta
Paolo
Attivissimo, con questa divertente carrellata di schermate,
nemmeno la stabilità è proprio la caratteristica principale
dell'OS di Bill
Gates. Tra i link trovate anche l'ormai storico
filmato con il crash di sistema di Windows
98 avvenuto durante la sua presentazione
ufficiale al
Comdex
di
Chicago.
Notizia ghiotta per studenti e studiosi di giapponese:
dopo lunga, lunghissima, attesa, la settimana scorsa è finalmente apparso
nei negozi (di qui) il primo dizionario elettronico portatile che include la
lingua italiana. Sono anni che esistono decine di modelli contenenti vari
vocabolari di inglese-giapponese e viceversa, e buon ultimo dopo l'apparire
quest'anno dei modelli con dizionari di cinese, francese e tedesco, è ora arrivato anche quello per la nostra
lingua.
Come per la maggior parte delle
ultime generazioni di questo tipo di apparecchi, contiene la versione
elettronica di una decina di dizionari cartacei tra cui, fondamentali, i due
noti dizionari pubblicati da
Shogakukan:
quello rosso giapponese-italiano, e quello verde italiano-giapponese. Oltre a questi
ci sono: un dizionario italiano-inglese e viceversa, un monolingue inglese, un
giapponese-inglese e viceversa, un monolingue encicolopedico giapponese (il
kojien), un dizionario di kanji, uno di parole in katakana, e altro che non
ricordo. Una utilissima funzione "jump" permette
di selezionare una voce in un dizionario ed effettuarne la ricerca in uno
qualunque degli altri, il che è un considerevole vantaggio sull'edizione
di carta: se infatti cercate il corrispettivo giapponese di una parola italiana,
la definizione e le varie traduzioni che ottenete sono sempre in giapponese
senza la lettura della pronuncia dei kanji (il che significa che se non
conoscete quei kanji in questione non siete in grado di pronunciarli, e a meno
di non ricorrere ad un dizionario di kanji, nemmeno di cercarli su un dizionario
giapponese-italiano). In questa versione elettronica, invece, potete selezionare
il primo kanji della parola che vi interessa, e cercarla
subito.
Il prezzo è alto, ma poco
più della norma per questo tipo di prodotti: 45.000 yen di listino, che
significa circa 35.000 nei negozi. Considerato che i dizionari di italiano che
contiene sono i migliori attualmente in circolazione, che la velocità di
ricerca - anche incrociata - è incomparabile con quella di un dizionari
di carta, che in un formato quasi-tascabile vi portate dietro il corrispettivo
di chili e chili di libri... beh, è chiaro che ci sto facendo un bel
pensierino.
A scanso di equivoci e problemi,
faccio presente che non sono disponibile a inviarne degli esemplari in Italia.
Sorry.