Oggi ho visto un cartellone pubblicitario che annuncia
la prossima trasmissione dei campionati mondiali di judo. Gioco di parole e foto
da far rivoltare i
Beatles
nella tomba (anche quelli vivi).
Qui la foto (e scusate l'angolo e la luce, ma
ero sul treno e non nella posizione
migliore). Qui un
link per i più giovani o ignoranti (in senso etimologico,
naturalmente).
Immaginate di stare camminando per una zona molto
trafficata del centro (centro?!) di
Tokyo, sul
marciapiede. Avete fretta perché dovete essere al lavoro tra qualche
minuto, perciò procedete a passo sostenuto. Un bambino sbuca correndo da
un minimarket e per evitarlo scartate di lato. Madornale errore! In quel momento
una bicicletta vi entra nella schiena a cento
all'ora.
L'ultima parte di quanto sopra non
si è ancora verificata, ma vi assicuro che c'è mancato poco, e non
una volta sola. Da queste parti le biciclette vanno tutte sui marciapiedi, e
vanno sparate. Mi capita spesso (troppo spesso) di stare camminando tranquillo
pensando ai casi miei, quando un velocipedastro mi supera sfiorandomi a
velocità folli. E ogni volta mi viene un brivido a pensare che se in
quell'istante avessi visto una cacca per terra e l'avessi evitata all'ultimo
momento, mi sarei spiaccicato contro un idiota a
pedali. Tranquillo, dirà qualcuno, a Tokyo
non ci sono cacche per terra. È vero, e probabilmente ha a che fare con
questioni di incolumità dei pedoni. Se non sarà una cacca
sarà un insetto gigante, ma sto cominciando a temere
che quando morirò sarà per colpa di una bici.
L'ho visto per un paio di mesi quasi ogni giorno,
all'uscita della metropolitana, e ogni volta ho pensato che avesse un che di
affascinante. È un cartellone che spiega i pregi delle lattine in acciaio
e ha per testimonial uno dei più vecchi robot della storia del fumetto
giapponese, Tetsujin 28 go.
Alla fine non ho resistito, e l'ho fotografato.
Un documento importante, quello di
Paul Bremer
, sui risultati conseguiti nei primi 100 giorni
dell'Iraq
liberato. Vale la pena di spendere 5 minuti a leggerlo tutto, per rendersi conto
che l'ex proprietà privata di Saddam
Hussein sta rinascendo, e nemmeno così
lentamente come vogliono farci credere certi pennaioli nostrani. Per guardare
una volta tanto al positivo che emerge nonostante tanti bastoni tra le ruote, e
non a quel negativo che nasce dall'avere davanti agli occhi due fette di salame
ideologico. Riporto l'introduzione di
Rocca dal
Foglio
del 22 agosto:
Questo
documento che Il Foglio pubblica integralmente è stato
presentato l'8 di agosto, prima dell'attentato contro la sede
Onu
a
Baghdad
e del duplice arresto di due dei principali dirigenti del regime fascista di
Saddam, il vicepresidente
Yassin
Ramadan e, ieri, di
Alì il
chimico, il gasatore di migliaia
di sciiti. L'Iraq postfascista non è ancora un paese sicuro, non è
ancora il paese dei sogni della Casa Bianca (copyright
New York
Times), ma oggi ospita un popolo
che ha finalmente una speranza di futuro migliore (copyright
Washington
Post). Prima non c'era nemmeno
questa. Sergio Vieira de
Mello, ucciso con altri ventidue
funzionari Onu sbarcati a Baghdad per ricostruire un paese distrutto da una
delle più brutali dittature del mondo, nella sua ultima intervista,
riportata ieri da
Repubblica,
ha risposto così alla domanda se "a suo avviso l'intervento militare in
Iraq era giustificato": "Non abbiamo trovato armi di distruzione di massa, ma
sono state scoperte molte fosse comuni. Abbiamo le prove di migliaia di casi di
violazioni dei diritti umani, e questo basta. Gli iracheni hanno ricominciato a
vivere". Il documento, scritto da
Paul Bremer e dai suoi uomini, fa un primo bilancio di questo ritorno alla vita.
Parziale, incompleto, difficile e pericoloso quanto si vuole, ma alcuni
obiettivi sono stati raggiunti. Il testo si intitola enfaticamente "Risultati in
Iraq: 100 giorni per la conquista della sicurezza e della libertà". Il
sottotitolo spiega che si tratta di un elenco dei "principali successi
riguardanti il rinnovamento dell'Iraq e la fine del regime di Saddam". E' un
documento molto americano, scritto per punti, con le shortlist dei dieci motivi
o dei diecisegnali di miglioramento della vita quotidiana nazionale, economica e
culturale. Sostiene Bremer che
aver liberato l'Iraq abbia contribuito a indebolire il fronte terroristico e,
pur non sottovalutando i pericoli, anche a rafforzare giorno dopo giorno la
sicurezza interna. Gli attentati e le uccisioni dei marines americani
testimoniano di problemi enormi, ma certo non si tratta di "resistenza" popolare
irachena agli invasori yankee, come si legge spesso sui giornali nostrani. La
parola resistenza, quanto meno in Italia, dovrebbe ricordare altro. I resistenti
erano i partigiani, gli antifascisti che l'esercito alleato liberò dal
nazifascismo. Gli altri, i seguaci del regime, i fedeli al dittatore, i
nostalgici del totalitarismo, cioè gli avversari dell'esercito liberatore
e dei partigiani, combattevano per la
Repubblica
Sociale di
Salò.
I
Fedayn
di Saddam, se proprio si vuole fare il paragone, sarebbe meglio chiamarli
repubblichini, non resistenti.
Bremer, nel documento, elenca
puntigliosamente i programmi per l'infanzia irachena, per il ritorno a scuola,
per i vaccini, e le tonnellate di cibo distribuite. Si possono leggere i dati
sul miglioramento della condizione delle donne e sui centocinquanta giornali
liberi e indipendenti che sono stati fondati dal giorno della liberazione. Ci
sono i dati sulla nascente economia e su una parvenza di nuova vita culturale.
Sul piano politico sono
fondamentali i "Dieci segnali di democrazia", dalla nascita del Consiglio
direttivo rappresentativo dell'articolazione etnica, territoriale e politica del
nuovo Iraq, i primi sindaci, i lavori preparatori della Costituzione. E'
già tanto ma contemporaneamente ancora troppo poco. Servono impegno
maggiore, più uomini, più soldi, più cooperazione.
Il documento non fa cenno al
mancato ritrovamento delle armi di distruzione di massa. Ma, come diceva anche
Vieira de Mello, sono state trovate le fosse comuni di massa. "E questo basta".
Mi sta sorgendo il dubbio che anche
Christian Rocca
si sia dotato del fenomenale generatore automatico di articoli di cui certamente
dispone
Enzo Biagi.
Capisco i tormentoni e la loro funzione
umoristica, le sicurezze che danno ai lettori eccetera, ma oggi è stata
la ventesima volta che Redazionalmente
Corretto comincia con praticamente
le stesse 10 righe. E chissà come fischiano le orecchie al povero
Magdi
Allam!
A chi vuol vedere cosa si può fare quando si sa
usare sul serio Photoshop,
consiglio questa pagina di un grafico professionista (e
fotografo, e musicista) americano. Scegliete uno
dei suoi lavori, e poi selezionatene le varie parti. Passandoci sopra con il
mouse nella maggior parte dei casi vedrete com'era l'immagine prima di essere
ritoccata. Uno degli esempi più
impressionanti è questo.
In questo post il blog
Pensieri in
Prestito riporta stralci da un articolo che
affronta il tema di come la lotta di liberazione della
Palestina
sia contemporaneamente causa dell'arretratezza araba e scusa per non affrontare
tale arretratezza: c'è un nemico da sterminare,
Israele,
origine di ogni problema, quindi tutto il resto deve passare in secondo piano.
Come abbiamo già detto, e come viene
confermato continuamente in qualche autobus di
Gerusalemme,
a Hamas o
Al Fatah o a
quel genio dell'ipocrisia che è
Arafat non
interessa la pace. O meglio, interessa secondo la propria visione del mondo: non
ci può essere pace finché esiste
Israele.
La situazione palestinese è
comune a gran parte del mondo arabo. Si è detto spesso che se non fossero
impegnati in continue guerre contro qualche diabolico nemico, tutti quegli arabi
che danno la vita per una qualche causa fabbricata da chi li governa potrebbero
rendersi conto che la colpa dei loro mali non è di Israele nè
dell'occidente, ma semplicemente dei propri capi.
Consiglio la lettura dell'articolato
Arab
Human Development Report 2002, un
documento scritto per
l'ONU da
studiosi arabi, anche scaricabile completamente qui (pdf, 4.4 MB, in inglese). Una breve sintesi
la trovate in questo articolo di
Tempi,
da cui stralcio le righe
seguenti:
I Paesi arabi? Sono
“più ricchi che sviluppati”. La loro produttività
è in declino. La ricerca e l’innovazione tecnologica sono deboli o
inesistenti. Scienza e tecnologia sono dormienti. Gli intellettuali fuggono un
ambiente sociale e politico che, quando non è repressivo, appare
istupidito. Alle donne arabe è impedito quasi ovunque di progredire:
metà di esse non sanno né leggere, né scrivere: «il
mondo arabo purtroppo sta privando se stesso della creatività e della
produttività di metà dei suoi cittadini». In definitiva, le
società arabe sono paralizzate dalla mancanza di libertà politica,
dalla repressione delle donne e da un isolamento dal mondo delle idee che
soffoca la creatività. [...] Il rapporto non critica direttamente
l’islamismo militante, ma fa capire che buona parte dei problemi di
arretratezza del mondo arabo dipendono da esso.
In un altro pezzo riguardante lo stesso documento
leggiamo qualche altro dato, tra cui
questi:
La spesa per
l’educazione è la più alta fra tutte le aree in via di
sviluppo. Ma su 280 milioni di arabi 65 milioni di adulti sono analfabeti (due
terzi donne) e 10 milioni di bambini non vanno a scuola; la spesa per la ricerca
e l’innovazione tecnologica è un settimo della media mondiale; il
tasso di disoccupazione è del 15 per cento, il più alto fra i
Paesi in via di sviluppo. Il tasso di alfabetizzazione fra gli arabi è
circa lo stesso dell’Africa sub-sahariana, e nettamente inferiore a quelli
di America latina, Sud-Est asiatico e Asia orientale (le stesse aree del mondo
che, insieme ai Paesi industrializzati, hanno un Indice di sviluppo umano
superiore a quello arabo).
A pagina 78
del rapporto, dopo aver letto che si producono pochi libri, e la maggior parte
di argomento religioso, apprendiamo che (traduzione
mia):
Anche le cifre relative ai
libri tradotti sono scoraggianti. Il mondo arabo traduce circa 330 libri
all'anno, un quinto del numero tradotto dalla
Grecia.
Il numero complessivo di libri tradotti dai tempi del
Califfo
Maa'moun (nono secolo) è di
circa 100.000, quasi quanto la
Spagna
traduce mediamente in un anno.
Ora sono
curioso di leggere il rapporto di quest'anno, che verrà pubblicato il 15
ottobre, ma di cui sappiamo che
"starts where the first left off
and takes an in-depth look at how Arab societies can overcome their knowledge
deficits by liberating and leveraging their intellectual, cultural and knowledge
assets through good governance and social and economic
innovation."
Mentre in
Italia si
muore di caldo, e i giornali ci marciano inserendo nel computo
tutte quelle morti che sarebbero avvenute anche con 20 gradi in meno, gli
opinionisti commentano dando la colpa al riscaldamento globale e
all'inquinamento e, già che ci sono, anche al governo, in
Giappone
stiamo avendo l'estate più fresca degli ultimi 10
anni. Piove spesso, la settimana scorsa faceva
quasi freddo, e oggi abbiamo 26 gradi. Abituati a passare l'agosto a
Tokyo con un
caldo asfissiante e la solita umidità pazzesca, devo dire che siamo
piuttosto contenti. Non mancano naturalmente i problemi: a causa del clima
straordinariamente mite, la vendita di birra, condizionatori e abiti estivi
è stata decisamente inferiore alla media,
nuocendo all'economia locale.
Ho scoperto che se nella stringa di ricerca di
Google si
digita un'operazione matematica (es: "5200-1426", senza virgolette) e si preme
"invio" il motore di ricerca dà il risultato. È molto comodo per
chi ha Google integrato nel browser (come nel
Safari di
Apple).
Oppure se state leggendo questo blog e improvvisamente dovete fare un paio di
conti: senza cambiare pagina potete inserire le cifre nella stringa di Google
sulla sinistra. Maggiori informazioni qui.
In un'interessante intervista a
Repubblica
(riportata anche qui da
Dagospia),
Paolo
Villaggio parla di
Federico
Fellini. Alla domanda se il regista credesse in
Dio,
risponde:
"Naturalmente no. Chi mai
potrebbe? Però era ossessionato dall'aldilà. Si sa che la
religione cattolica è spaventosamente vaga sull'argomento. A parte
Dante,
nessuno che si sia preso la briga di spiegarci il paradiso. E per di
più il cattolicesimo ti prende in giro: adesso sei infelice, ma dopo la
morte vedrai che goduria! [...]"
A
parte quel "chi mai potrebbe?" che se Villaggio non fosse un comico si potrebbe
considerare un'uscita semplicemente idiota, è il caso di notare che
quest'idea che il cattolicesimo ti dice che qui sei triste ma la felicità
verrà in un altro mondo è una balla. Sicuramente è un'idea
diffusa anche per colpa di certi preti, ma è proprio il contrario di
quanto promette
Gesù
nel vangelo:
La ricompensa
ai seguaci di Gesù
Pietro allora gli disse:
"Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito". Gesù gli
rispose: "In verità vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato
casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa
del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case
e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel
futuro la vita eterna. [Marco 10, 28-31. Edizione
CEI]
È quel "centuplo quaggiù"
di cui parla una nota canzone parodiata da
Elio e le Storie
Tese,
"Esci dalla tua
terra":
Quello
che lasci tu lo conosci, il tuo
Signore cosa ti dà? - il
centuplo quaggiù e l'eternità -
parola di Gesù.
Ricordo che una volta sentii un uomo
parlare del perché era passato da essere un marxista militante al
cattolicesimo: i suoi "compagni" gli promettevano che quel che faceva era in
funzione di un futuro mondo migliore che forse lui non avrebbe nemmeno visto. Ma
io, pensava, voglio essere felice adesso! E voglio esserlo io, non altri al mio
posto! Nel cattolicesimo ha cominciato a trovare risposta al suo desiderio di
felicità qui e ora. Altro che tristezza!
Dal numero di agosto dell'albo a fumetti
"Il mitico Thor - Signore di
Asgard", un dialogo molto attuale, tratto
dalla storia "To Reach
Eternity", pubblicata in
America nel
novembre 2002. Thor, il dio del Tuono, ha appena consegnato alla responsabile di
un'associazione umanitaria di New
York un gruppo di uomini e donne africani (il
grassetto è
nell'originale):
-
Donna: Non riesco a
credere
che il generale D'Andaa ti abbia lasciato entrare e portare via i suoi
prigionieri! -
Thor: È mia politica
rispettare il governo di ogni nazione. Tuttavia D'Andaa è
indiscutibilmente un tiranno e un criminale, che ha preso il potere con le armi.
Non è un vero governante... ma un
dittatore. -
Donna: Hai... rovesciato il suo
governo? -
Thor: Come avrei sgominato un
delinquente comune. D'Andaa ha provocato più danni di mille criminali
insieme. -
Donna: E... hai deciso questo da
solo? -
Thor: Il male non può
nascondersi dietro cariche, titoli o uniformi. Che giustizia sia sempre
fatta. -
Donna: Sai,
apprezzo
il tuo operato. Ma... non so se il mondo sia
pronto
per un "grande
fratello"! -
Thor: Impedirei a un potenziale
assassino di mettere fine a una vita qui a Broadway... quindi perché non
dovrei fare lo stesso con un despota che tiranneggia su
migliaia
di esseri? I confini geografici non devono impedirci di sentire coloro che
soffrono. Coloro che chiedono
salvezza.
A
Kyoto per
una breve vacanza ho fatto un salto al Toei Uzumasa Eiga
Mura, un po' parco tematico e un po' teatro di posa dove una volta si
facevano i film di samurai e dove ancora oggi si girano gli sceneggiati in
costume per la TV. Si passeggia per le vie di un villaggio di una volta, si
entra in negozi e case antiche, si passa dal quartiere di piacere di
Yoshiwara ai
sobborghi più poveri. Alcuni attori simulano una scena con i samurai
cattivi e la ragazza in pericolo, altrove un venditore ambulante d'altri tempi
illustra agli astanti il suo miracoloso farmaco estratto da una rana. Si
può visitare una parte degli studi al coperto, assistere a uno spettacolo
che svela qualche trucco del cinema e simula la ripresa di una scena, farsi
vestire e truccare come un samurai o una geisha per scattare qualche foto,
oppure attraversare la casa infestata.
All'interno del parco c'è un piccolo
museo con schede e filmati su attori e registi, teche con oggetti appartenuti ai
grandi del cinema giapponese, locandine, alcuni attrezzi di scena e macchine da
presa. Io mi sono divertito, ho fatto delle
foto, ho passeggiato tra le vecchie case consapevole non tanto che si tratta di
ricostruzioni, quanto del fatto che in
Giappone
quasi tutto quanto è antico è una ricostruzione, è sempre
stato una ricostruzione, e che quindi questo villaggio non è poi
così diverso da altri luoghi
storici.
Un angolo di un edificio era
dedicato a "Mito
Komon", la serie TV di samurai più
lunga di tutti i tempi, iniziata nel '69 e che il 15 dicembre di quest'anno
raggiungerà le mille puntate totali. Secondo la leggenda a cui questa
storia si ispira, Tokugawa
Mitsukuni, chiamato anche
Mito
Mitsukuni, nipote dello Shogun
Tokugawa
Ieyasu, fingendosi un mercante a riposo girava
il Giappone aiutando la gente comune e punendo i cattivi che la sottomettevano.
Qualcuno dei miei coetanei ricorderà una serie animata che in italia si
chiamava "L'invincibile
Shogun", e che raccontava con ancor
più fantasia la stessa storia. La trama di base di tutte le versioni
è la stessa: il vecchietto raggiunge un villaggio, vi scopre qualche
ingiustizia, porta i cattivi a svelarsi, e nel momento culminante uno dei suoi
due aiutanti estrae un astuccio con lo stemma della casata dello shogun e invita
tutti a inchinarsi davanti al simbolo del potere, ivi incarnato da Mito
Mitsukuni (che nella serie animata in italiano, oltre a essere definito lui
stesso "shogun", diventava Mistukuni
Mito, nome che io avevo sempre creduto essere
Mitsu Kunimito).
CLICCATE QUI per tradurre in immagini qualcosa
di ciò che avete letto (cliccando sulle foto piccole le ingrandirete, e
potrete leggerne le didascalie).
Comunicazione di
servizio: Da domani sarò in vacanza per
quattro giorni (sì, i tempi di una vacanza giapponese, naturalmente). Nel
frattempo potete anche dare un'occhiata ai nuovi link sul
Giappone che
ho aggiunto alla colonna a sinistra: sono tutti in inglese tranne Nipponico, un
sito talmente colto che quasi fa paura. Gli ultimi due sono blog, di cui uno
è pieno di fotografie. Buon
Ferragosto!
Estate, tempo di vacanze e di bacarozzi. Qui in
Giappone i
bambini amano gli insetti, e in particolare allevano coleotteri. Nei negozi di
animali potete stare certi di trovarvi anche delle teche con qualche cervo
volante o essere affine, solitamente di dimensioni ragguardevoli. Naturalmente
più è grande e più il prezzo sarà alto. Nelle
librerie ci sono libri e libri sull'allevamento e la cura di tali insetti. Sui
treni o per la strada si vedono bambini piccoli portare a spasso il loro insetto
in una scatola trasparente con i manici. Una mia studentessa a cui non piacciono
nemmeno i gatti tiene un paio di cervi volanti nella sua camera, giusto per
quando il suo nipotino passa a trovarla.
A
riguardo ho anche un aneddoto personale: ero appena sceso dal treno alla mia
stazione, quando una ragazza ha cominciato a strillare. Mi sono avvicinato e da
una certa distanza ho visto che sulla spalla aveva un qualcosa di nero e grosso,
diciamo delle dimensioni di mezza dozzina di comuni scarabei. La ragazza
continuava a strillare senza osare toccarlo, e una sua amica cercava di buttarlo
giù con un giornale (ma si sa che questi cosi hanno delle prese piuttosto
salde). Allora un signore si è fatto avanti, l'ha afferrato con una mano,
l'ha delicatamente messo in una tasca dei pantaloni, e si è allontanato
senza neanche un cenno. Un esemplare così grande, che presumibilmente era
fuggito al suo padrone, deve costare un mucchio di soldi, e sicuramente
può costituire un regalo gradito da un
figlio.
Per chi ha pochi soldi da spendere
negli esemplari più ricercati però c'è un'alternativa: la
caccia alle cicale. In questa stagione gli alberi risuonano tutti del loro
canto, a decibel tali che si ha l'impressione che un calcio a un albero
provocherebbe una pioggia di insetti. Non dev'essere però così
semplice, se i bambini si muniscono di un retino e di un papà (o di una
mamma) e passano il pomeriggio a cercare e catturare tali insetti, anche questi
di dimensioni ragguardevoli, che chiudono nei loro cestini e portano a casa.
Da non dimenticare le libellule: delle
sberle volanti che ti sfrecciano accanto nei pressi di qualche parco, e alla cui
presenza non sono ancora abituato. I bambini però ci giocano, e tra le
cose più innocenti che ci fanno c'è quella di legargli alla coda
un piccolo filo e portarle in giro come cagnolini al
guinzaglio.
Non c'è da stupirsi che
buona parte dei personaggi nei film di mostri siano insetti giganti, e tra gli
eroi alla
Godzilla ce
ne sia uno, Mothra, che
è una falena colossale.
In ambito
domestico c'è da segnalare la notevole presenza di scarafaggi, grandi
ovviamente, che ogni estate arricchisce la TV di spot di insetticidi (anzi,
scarafaggicidi) di ogni genere. Qui da me siamo fortunati, e ne abbiamo visti
solo un paio in due anni (la casa è pulita, non crediate!), ma c'è
da dire che dopo il primo avvistamento abbiamo riempito gli angoli della casa di
scatolette anti-scaraffoni. Per maggiori dettagli
su quest'ultimo argomento, leggetevi questo.
Per chi se l'è perso, non posso fare a meno di
sparare pure io sulla Corazzata (ché dire "sulla Croce Rossa" sembrerebbe
che ce la prendiamo con i deboli).
Qui il
delirio di Enzo
Biagi sul
Corriere
di ieri seguito dal commento di
Facci, che
ci riporta anche numerose citazioni a conferma che il gran giornalista
probabilmente ormai utilizza un generatore automatico di articoli. Camillo
aveva già ieri comunicato la sua
incredulità.
Leggere questo pezzo di
Biagi mi ha portato alla mente ricordi lontani, di quando oltre dieci anni fa
leggevo certi editoriali di Fulvia
Serra sulla rivista
Corto
Maltese e mi domandavo che cosa si fosse
fumata prima.
Dal blog del vaticanista
Sandro
Magister, di cui abbiamo già parlato
qui, un bel commento all'ennesima stupidaggine pacifista
uscita dalle pagine di Famiglia
Cristiana, il periodico sempre meno
cristiano e sempre più no-global. Da notare anche come spesso il grafico
copra la parola "cristiano" nel titolo con parti della fotografia di copertina
(vedi ad esempio qui, qui, qui, qui, qui, qui e potete continuare voi). Ricordo anche che
quelli di StranoCristiano
durante la guerra in
Iraq avevano
per un po' commentato il settimanale (alla voce
"Cristianamente Corretto") sulla falsariga di ciò che fa
ChristianRocca con
Repubblica.
Su
Famiglia Cristianadel 10 agosto, nella seguitissima
rubrica "Colloqui col padre", un lettore scrive testuale:
"Trovo assurdo che
Giovanni Paolo
II urli 'Mai più la
guerra!' e poi beatifichi Pio
IX, che di guerre ne ha fatte
quattro per conservare il potere temporale, e
Marco
d'Aviano, che incitava i viennesi
a resistere contro i musulmani per difendere la civiltà cristiana".
Prima sorpresa: ma Pio IX non
cadde in disgrazia presso i liberali dell'epoca proprio per aver rifiutato di
far guerra anche lui contro l'Austria, come quelli volevano?
Seconda sorpresa: ma Pio IX
non proibì ai suoi soldati di combattere, quando i bersaglieri italiani
assaltarono Porta Pia e cancellarono quel che restava del potere temporale?
Terza sorpresa: e Marco
d'Aviano che cosa doveva dire ai viennesi? Di non resistere e di sottomettersi
agli ottomani?
Ma la sorpresa
più grossa è la risposta del direttore, don
Antonio
Sciortino.
In una dozzina di righe
tortuose egli non spende una parola né su Marco d'Aviano, né su
Pio IX, né soprattutto in difesa del malcapitato Giovanni Paolo II, vero
bersaglio del lettore.
Anzi,
si dice "positivamente stupito che l'imbambolamento generale creato dalla
diffusione della televisione e dei rotocalchi scandalistici lasci uno spazio per
dibattiti così seri".
In questi giorni di breve vacanza mi sono concesso la
visione del secondo DVD dal cofanetto italiano della serie di
"Ritorno al
Futuro". Ebbene, in certe scene ho avuto
l'impressione che l'immagine fosse stranamente sbilanciata (qualche mano fuori
campo, dettagli poco visibili...). Cercando su internet ho avuto la conferma di questo difetto, e ho
appreso che in tutto il mondo la
Universalha masterizzato i DVD 2 e 3 in un formato
sbagliato. Qualcuno ha detto addirittura che sia stata presa la
versione Pan &
Scan e le siano state apposte le barre nere, ma
è più corretto dire che il film è stato girato in formato
1.85:1 "soft matte": le riprese, cioè, sono state fatte in un formato
simile a quello della TV (4:3), ma con l'intenzione da parte del regista di
lasciare fuori dallo schermo, al momento della proiezione, porzioni d'immagine
in alto e in basso (per chi non sa niente di formati video, e quindi si sta
perdendo, dia un'occhiata a questa pagina in italiano, ma soprattutto
a
questa in inglese).
Quando in
ripresa viene adottato il "soft matte", al momento di riversare il film in
videocassetta non si opera nessun taglio all'immagine né si creano
movimenti di macchina fasulli che modificano il lavoro del regista (come avviene
invece nel caso del Pan &
Scan), però capita che in alto o in basso
appaiano dettagli che il regista aveva ripreso cosciente che al cinema non si
sarebbero visti. Succede che in questo modo divengano visibili i microfoni o che
semplicemente ci sia troppo spazio vuoto sopra le teste degli attori, o che
oggetti inutili, e a volte distraenti, si mostrino in basso. Ad un occhio
allenato e attento alla composizione dell'inquadratura un'immagine del genere
appare sbilanciata e "strana". Nella pagina in
inglese che ho linkato poco sopra potete vederne l'effetto nei
fotogrammi di "Big
Lebowski" e
"A Fish Called
Wanda". Nel secondo caso, in particolare,
notiamo che nella versione cinematografica l'attore sembra nudo, il che concorre
a dare senso alla gag, mentre nella versione in videocassetta si vede che in
realtà ha i pantaloni!
Nel caso
dell'edizione in DVD di "Ritorno al
Futuro" 2 e 3 è successo che la porzione
di schermo selezionata all'interno dell'immagine totale non sia corrisposta a
quella originale, ma sia stata spostata troppo in alto, nascondendo parte
dell'immagine che al cinema si vedeva, e mostrandone altra inutile (tanto spazio
sopra le teste, dunque). Tornate a vedere le immagini in cui
Doc preme il
pulsante sulla giacca di
Marty o
quando Marty corre davanti al Municipio, o l'inquadratura delle gambe sullo
skate volante. Se nei casi citati confrontate la foto centrale (il laser disc)
con quella a destra (il DVD) noterete come la prima sia molto più
centrata e la disposizione interna all'inquadratura più
sensata.
Bene, in
America la
casa produttrice ha fatto sapere che avrebbe ristampato i dischi e che avrebbe
sostituito gratuitamente le copie difettose. Idem in altre parti del mondo. In
Italia
all'inizio (8 mesi fa) semplicemente non si sapeva niente, poi si è
saputo che la Universal non avrebbe ristampato nè quindi
sostituito i DVD difettosi (cioè tutti), e successivamente invece si
è detto che la sostituzione ci sarebbe stata a partire da
aprile.
Siamo ad agosto, e come mi
è stato confermato anche dall'autore del link precedente, chi ha inviato
i propri DVD non ha ancora ricevuto non dico i DVD in versione corretta, ma
nemmeno alcuna risposta. Si è tentati di estrarre dal taschino i soliti
luoghi comuni sugli italiani...
Con colpevole ritardo segnalo un articolo fondamentale di Giovanna Jacob sulle
differenze tra pensiero medievale di stampo tomista (ovvero quello incarnato da
S.Tommaso
D'Aquino) e pensiero moderno. In particolare si
parla del concetto di economia e si confutano saggiamente le parole di
Umberto
Galimberti, secondo il
quale
«democrazia di per
sé è una parola vuota, un sottoprodotto dell’economia,
quando la gente sta bene è democratica, quando sta male si scanna. Noi
siamo democratici perché siamo ricchi, se fossimo poveri non lo
saremmo». Galimberti parlava dei popoli arabi, che a suo parere starebbero
male a causa dell’Occidente che «consuma l’87% delle risorse
del mondo» e guarda ai paesi arabi «con l’occhio di chi intende
accaparrarsi le loro ricchezze» (U. Galimberti, “Noi e l’Islam.
Che cosa ci divide?”, D la repubblica delle donne, 31/5/03).
L'affermazione di Galimberti, che prende
le mosse da un concetto di stampo marxista secondo cui tutto è
sovrastruttura dell'economia, è un'emerita sciocchezza, e l'autrice ce lo
conferma prendendo ad esempio proprio paesi arabi ricchi come
l'Arabia
Saudita, dove vige
"un regime liberticida che, nella
sostanza, è assolutamente coerente con la visione del mondo propugnata da
Al
Qaeda: «Riforme? E quali?
L'Arabia Saudita è una società tribale, non siamo ancora pronti
alle elezioni, se è questo che vuole suggerire», diceva
all'intervistatore di
RepubblicaTorki
Al-Sudairi, direttore del giornale
saudita Al
Riyadh
[...]."
Inoltre,
"con buona pace di tutti, la democrazia di
per sé, senza il supporto di una cultura adeguata, potrebbe anche mandare
al potere
Hitler
o Osama Bin
Laden",
che sappiamo godere di grande popolarità in molti paesi
arabi.
Si parla poi della solita balla dei
paesi ricchi che usufruendo del solito 80% delle risorse deprederebbero i paesi
poveri, e ancora si ripete (che non fa mai male) come quell'80% sia
prodotto, e non rubato, dai paesi ricchi. Altra verità mai
ripetuta abbastanza, è che il semplice aumento del distacco tra ricchi e
poveri non è automaticamente sinonimo di maggiore indigenza dei poveri,
perché "se raddoppiano sia i
redditi di Bill
Gates che i miei, il divario tra
noi sarà maggiore, ma non per questo sarò diventato meno
ricco".
L’Occidente
non è democratico perché è benestante, ma è
benestante perché è democratico. L’insieme dei valori
occidentali fa bene all’economia perché fa bene all’uomo, e
un uomo contento lavora meglio. E dove li ha imparati l’Occidente i valori
occidentali se non alla scuola del
Cristianesimo? “No!”,
esclama Galimberti, il cristianesimo c’entra poco con i valori
occidentali, che vengono tutti dalla
Grecia,
ed è addirittura incompatibile col progresso economico. «Come
conciliare l’etica della moderazione, che il cristianesimo ci ha insegnato
in tutta la sua storia caratterizzata da un’economia di
sussistenza, con l’opulenza offertaci dalla produzione e dal consumo
dei beni, dove la soddisfazione dei bisogni (e non la loro moderazione) è
un fattore economico, e dove la gratificazione dei desideri, quando non dei vizi
è il secondo fattore dopo che i bisogni sono stati soddisfatti?» (U.
Galimberti, risposta ai lettori, D 19/7/03).
Attenti bene alla seguente risposta
all'appena citata, ennesima, ignorante affermazione di
Galimberti:
Se il
Medioevo
è stato l’epoca più cristiana della storia, ebbene è
difficile parlare di economia di sussistenza di fronte ai ricchi commerci e
all’artigianato di livello superiore, spesso di lusso, dei comuni
italiani. I lucchesi avviavano in
Europa
la produzione della costosissima seta, i milanesi si specializzavano in armi e
corazze, i veneziani rivendevano in tutta Europa il cotone e lo zucchero
acquistati in Oriente, i fiorentini facevano concorrenza alle
Fiandre
nella produzione e nella rifinitura dei cosiddetti pannilana. La cattolicissima
Firenze
di Dante
Alighieri e del dolcestilnuovo era
diventata talmente ricca, col suo artigianato e i suoi commerci, che le banche
fiorentine potevano permettersi di prestare al re
d’InghilterraFilippo
III tanti soldi (mai restituiti)
quanti ne servirono per iniziare la guerra dei cent’anni contro la
Francia. L’epoca
feudale invece si era distinta per le intense opere di bonifica e colonizzazione
delle terre boschive e paludose. E all’origine di tanta laboriosità
c’è senza dubbio il cristianesimo. Erano stati i monaci ad
insegnare all’Occidente che il lavoro non è un fastidio da
consegnare agli schiavi (merce molto ricercata in tutte le civiltà tranne
che in quella cristiana) ma un dovere che nobilita l’uomo, il complemento
necessario della preghiera (“Ora et labora”). E il frutto del
lavoro, cioè la ricchezza, non è il male assoluto come pensano i
comunisti e i catto-comunisti. La
ricchezza è male solo se usata male. Gli uomini dei comuni la usavano
bene: per aiutare i poveri (nei registri di contabilità delle ditte
medievali si trova segnato un socio speciale: “Messer Domineddio”, i
cui utili finivano in opere pie) e per l’arte. Ve lo immaginate voi che
perdita per milioni di turisti contemporanei se nel Medioevo le Arti di Firenze
non si fossero date tanto da fare a produrre il “plusvalore”
necessario all’edificazione di
S. Maria del
Fiore o
S.
Croce e tutto il resto che attira
sguardi ammirati perfino dal Sol Levante?
Che i "colleghi" linkino il tuo blog fa sempre
piacere, ma che qualcuno apra un nuovo weblog in agosto e come
link abbia solo il tuo è lusinghiero ma un po'
preoccupante...
Aggiornamento di fine
agosto: ecco, il link qui sopra non funziona
perché il blog in questione è già
defunto...
In questa pagina la versione beta di un nuovo
servizio di
Google.
Voi gli segnalate gli argomenti di cui volete essere tenuti aggiornati, e quando
appariranno nuove notizie corrispondenti ai criteri dati troverete nella casella
di posta una o più comunicazioni, a seconda che scegliate di ricevere una
sola mail al giorno o una per ogni nuova notizia.
Il post del
Griso che
ho citato poc'anzi porta il titolo di un film di
Alain
Resnais e sotto il titolo anche la sua locandina
originale. Ne approfitto per pubblicare una mia recensione del film che avevo
scritto per un corso di storia e critica del cinema
all'università. Lo preciso per due motivi:
primo, perché il testo era rivolto all'insegnante, e quindi potrebbe non
risultare totalmente chiaro a chi il film non l'avesse visto; secondo,
perché questo celeberrimo film non mi piace affatto, lo ritengo noioso e
pretenzioso, pieno di dialoghi artefatti e a volte senza senso, con due
personaggi antipatici, piagnucolosi e vitali come delle amebe: tuttavia nella
recensione tale giudizio, se pur presente, è stemperato in modo da non
risultare troppo indigesto a colui che doveva assegnarmi un numero con la penna
rossa.
Il
Griso ha scritto un post interessante sulla bomba di
Hiroshima e
ritiene che senza di essa la guerra sarebbe proseguita con moltissimi morti in
più di quelli che l'atomica ha contribuito a salvare. È un'idea diffusa e quasi certamente corretta.
Oltretutto va notato che si viveva ancora in tempi di cui le guerre
coinvolgevano sempre un paese nella sua interezza e non si facevano
pressoché distinzioni tra militari e civili, quindi giudicare le
operazioni di guerra del passato con il metro odierno non ha alcun
senso.
Eppure non lascia tranquilli l'idea
che qualcuno decida di cancellare dalla faccia della terra un paio di
città nemiche con tutti i loro ignari abitanti per evitare un numero di
morti superiore. È inaccettabile l'idea della necessità del
sacrificio di pochi per il bene di molti, se questo sacrificio è imposto
alle vittime. Perché per quanto, poniamo,
10 persone siano un numero infinitamente inferiore a 10 milioni, questi numeri
non indicano un blocco indistinto di massa umana piccolo affiancato a un altro
blocco molto più grande: sono invece due somme, se pur di diversa
entità, di singoli e inimitabili individui. Non un semplice "10", dunque,
ma 1+1+1+1+1+1+1+1+1+1.
Se tra quei dieci ci
fosse la persona che amo non potrei mai accettare che qualcuno la sacrificasse
per il bene di altri. Chi sono quegli altri la cui vita vale più di
quella di lei?
Ho trovato notevole il film
di James
Cameron sulla tragedia del
Titanic,
oltre che per l'aspetto prettamente cinematografico, per il fatto che avvicina
all'esperienza di tutti un incidente le cui vittime non erano molto di
più di una grossa cifra. Un caso analogo a quelli in cui apprendiamo del
decesso di migliaia di persone in un attentato, ci colpisce il grande numero,
inorridiamo pure, ma che inseriamo presto nell'elenco degli inconvenienti della
vita a meno che tra quei morti non ci fosse il nostro migliore
amico. In
"Titanic"
una massa indistinta di "passeggeri" prende sempre più forma, e siamo
portati a conoscere e ad interessarci alle vicende dei due protagonisti, ma
anche di molte altre persone che dal momento dello scontro con l'iceberg vedremo
soffrire e morire. All'inizio conosciamo il freddo computo dei morti, alla fine
ci rendiamo conto che le esistenze di
Jack e
Rose
simboleggiano quelle di tutti gli altri passeggeri, centinaia di Jack e di Rose,
ognuno con una storia da raccontare, legami d'amore e d'affetto, sogni e
desideri.
Ho due impressioni
sul rapporto di noi occidentali con i giapponesi. La prima è che li
riteniamo assai più cretini e capaci di cretinate della media dei popoli
del mondo. Li trattiamo come dei buffi pirla: avendo peraltro ben presenti le
loro grandi capacità in alcuni settori come la tecnologia, ma anzi
trovando così distanti da noi persone normali queste loro
capacità, da accrescerne il sentimento di disumanità.
La seconda è che ci si
può capire. Il fatto è che i giapponesi hanno a lungo manifestato,
e manifestano tutt'ora, sintomi piuttosto forti a favore di questa nostra
imbarazzante opinione nei loro
confronti.
Dal canto mio, uno dei motivi
per cui decisi di studiare giapponese a
Venezia fu
proprio perché mi resi conto che la cultura giapponese è tanto
diversa dalla nostra da produrre più luoghi comuni che tentativi di
comprensione, e io invece volevo cercare di capirci
qualcosa.
Tuttavia nel post di Sofri
c'è un passo più notevole di tutto il discorso sui giapponesi: il
fatto che dica, se pure per scherzo (spero!), di aver sospettato che fossi
Delfo Zorzi,
cioè l'estremista di destra accusato tra le altre cose della strage di
Piazza
Fontana, "anche per certe mie opinioni"!
Dovrò stare attento a quello che
scrivo.
Quanto al suo desiderio che io scriva
di più sul
Giappone,
condiviso da molti, devo dire che dovermi imporre di scrivere periodicamente
sull'argomento rischierebbe di farmi parlare più a vanvera di quanto
già non faccia, e che questo blog è scritto da un italiano, non
terrorista, in Giappone, che ogni tanto parla anche del paese in cui vive, ma
senza farne l'argomento principale. Non vorrei trasformare anche questo in un
lavoro.
Ancora dal blog dell'aggiornatissimo
Bassoatesino,
un trailer più lungo e presentato
addirittura dal regista, per il nuovo film di
Mel Gibson
sulla morte di
Cristo.
Sul caso (caso?!) dell'incidente a
Mario
Placanica, il poliziotto che uccise
Carlo
Giuliani durante il famigerato
G8 di
Genova,
sottoscrivo in pieno questo post di
Pensieri in
Prestito (tranne che negli innumerevoli
errori di battitura, che nel mio estratto mi sono permesso di
correggere!).
[...] La stessa
sceneggiata si è vista a
Bologna,
il giorno della commemorazione dei morti della strage della Stazione, anche in
quel caso nessuno tranne i parenti piangeva i morti, ma i "professionisti della
sofferenza", come li ha chiamati Cossiga, erano tutti lì, militanti, a
compiere il loro dovere: fischiare il ministro degli interni e il Premier quando
nominato. Le affermazioni pronunciate dal rappresentante dei parenti delle
vittime alla fine, sommate, davano questa equazione: le varie leggi che questo
governo sta varando sono contro l'informazione, e siccome questo governo
è contro l'informazione significa che vuole nascondere, - ma nascondere
cosa? - ma chiaramente le verità - e quali? - in primis Bologna e
Ustica...
ed ecco automaticamente legato il governo attuale alle stragi di quindici e
venti anni fa. Non ho ancora letto sulla vicenda
Repubblica
e
L'Unità
che poi sono il vero collante delle mistificazioni prodotte a tavolino, quanto
pensate che passerà prima che un autorevole giornale straniero
chiederà conto al premier delle stragi di venti anni fa o di fare luce
sulla disgrazia di un giovane manifestante?
[...]
approfittando del mio status di giornalista, ho pubblicato una «lettera
aperta» su un noto quotidiano nazionale, allegando anche le dichiarazioni
del responsabile della raccolta rifiuti milanese (ripeto: di
Milano,
non di un qualsiasi comune di provincia), il quale non provvede alla
raccolta differenziata perché, parole sue, non solo non serve a nulla ma
addirittura ha, per l’erario, un costo superiore al guadagno. Qualche
tempo dopo apparve, sullo stesso foglio, la risposta del sindaco (della
cittadina di cui sopra): un puro politichese zeppo di cifre e statistiche di cui
confesso di non aver capito niente.
Tranne una frase:
«...educare il cittadino...». Che, data la mia professione, mi ha
subito evocato il giacobinismo. Occhio, perché la malattia sta a destra
come a sinistra. Prepariamoci a un’epoca in cui non eleggeremo più
«amministratori» bensì «educatori» della
collettività. Per amore o per forza. A spese della suddetta.
Già i prodromi ci sono
tutti: non fumare, non bere, non tirare tardi, metti il casco, allaccia le
cinture, dimagrisci, vai a piedi o in bici, ricicla, accogli, sii solidale. E
via obbligando e/o vietando. Ricordiamoci che anche i giacobini erano
«liberali».
Sono quasi 11 milioni gli utenti di connessioni
internet a banda larga in
Giappone.
Per la precisione, a fine giugno erano 10.939.411, con un aumento di 450.638
unità rispetto al mese precedente; le connessioni
DSL sono
8.257.118, i sottoscrittori di abbonamenti internet
via cavo
sono 2.224.000, quelli che come me hanno la
fibra ottica
sono 458.293. Qui un articolo che ne parla e qui i dati ufficiali.
Il
Foglio ha un bell'editoriale sulla morte di
Marie
Trintignant, l'attrice uccisa a
botte dal suo compagno, leader di un famoso gruppo musicale francese,
i Noir
Désir, in prima fila nella lotta alla
destra, alla globalizzazione, ai soprusi, alla
violenza.
[...]
Solo un ideologo fazioso e stupido potrebbe approfittare per una predica
bacchettona di questo evidente simbolismo, con le cause nobili, la rivolta, il
piacere di consacrare l’esistenza al sogno di un mondo migliore, e tutto
che finisce con una scarica di pugni sul volto di una donna libera, volitiva,
fragile. Ogni storia è una storia, e ogni morale non banalmente
sociologica è morale al singolare, riguarda individui responsabili,
cedimenti alle passioni irresponsabili, orrori non così facilmente
classificabili. Però è doveroso ripetersi che non esistono
scappatoie ideologiche alla condizione umana, che la distinzione antropologica
tra un mondo desiderante e un mondo arrogante non regge alla prova dei fatti.
Carlo
Giuliani era un
sognatore e un simbolo di debolezza umana, ma voleva colpire un carabiniere
della sua età che faceva il suo mestiere.
Volkert van der
Graaf era un
tenero animalista e un vegetariano integrale, ma ha ucciso senza scrupoli un
mite politico olandese che la pensava diversamente da lui. Sogni, illuminazioni,
desideri, pulsioni di bene assoluto non risparmiano all’uomo effetti di
male che gli spiriti religiosi chiamerebbero luciferino. L’unica lettura
possibile di questa tragedia che milioni di ragazzi francesi vivono come
prostrazione e malattia (“je suis malade depuis le début de la
semaine”) è nel rifiuto dell’insopportabile arroganza morale
di chi si sente cittadino di un mondo pulito in un mondo sporco.
Nel caso del post del
Giuda non
c'era alcun intento offensivo ma, come dice il Sofri, se avesse scritto di
senegalesi qualcuno, se non lui stesso, avrebbe considerato il post
razzista.
In pratica la questione verte su un
certo codice del politicamente corretto che bolla come razzisti o offensivi i
commenti verso le categorie protette (neri, gay, palestinesi, comunisti...),
mentre non considera tali quelli verso i giapponesi (o i leghisti, i cattolici,
il nostro Presidente del Consiglio...) che sono un argomento su cui giornali e
privati cittadini parlano e scrivono senza tema di essere accusati di alcuna
scorrettezza. Anzi, sappiamo bene che qualunque notizia strana o assurda diventa
credibile se i protagonisti sono dei giapponesi, e se leggiamo che in
Giappone
hanno inventato le calze spray non solleviamo il minimo dubbio (e infatti
è vero).
Quello del
politicamente corretto è un problema che mi sta molto a cuore,
perché nel tentativo di difendere certe categorie di persone si finisce
inevitabilmente per discriminarne altre e poi ci si affanna cercando di evitare
la minima possibilità di offendere chicchessia, fino a raggiungere
livelli demenziali e preoccupanti (vedi in uno dei miei primissimi
post).
Ricordo sempre con
divertimento un episodio: un mio amico gay aveva recensito su una rinomata
rivista di cinema un film che parlava di omosessuali, e ne aveva scritto male.
Dopo un po' in redazione arrivò la missiva di una lettrice indignata che
difendeva il film, e accusava il recensore di essere omofobo!
Il Sofri meno
saggio e meno anziano, come dice lui, continua a pubblicare il suo
"Sono seduto".
Stavolta si tratta del sesto capitolo, più un'aggiunta in coda
al terzo. Mancano il quarto e il quinto, che se
saranno riesumati con successo leggeremo con
piacere.
Da buon bloggatore aggiungo una
piccola appendice al suo testo, dove parlando del Palazzo di Giustizia di
Milano
dice:
[...] entravamo
nell’aula col mosaico di
Sironi,
un orrore che pretendeva di rappresentare la giustizia, esattamente come la
corte su cui incombeva.
Io aggiungerò invece
quel che ne scrisse poco più di una decina d'anni fa il Sofri grande (e
noto però che nella sua memoria confonde la destra con la
sinistra):
In aula, l'aula maggiore
dell'Assise, prestata per la spettacolarità del caso, la parete di fondo
è coperta da un gran mosaico di Sironi del 1936, intitolato "La Giustizia
fra la Legge e la Forza". Dapprincipio mi sembrava brutto, coi suoi orpelli
romani e l'atleta biondo. Poi è diventato un rifugio. Non so decifrarne
bene il programma. C'è
Veritas,
che è una giovane prosperosa seminuda e coi capelli sciolti, e
Lex,
che è una giovane efebica coperta di un'ampia tnica, coi capelli tirati
sul capo, che viene portando il gran volume della legge. Un'altra giovane donna
impugna la spada. Pende fra loro la bilancia, un po' più incline a Lex. A
sinistra c'è una delle rupi predilette da Sironi, e un tronco d'albero -
un ulivo? un alloro? A destra un capitello, un'aquila e altre insegne imperiali,
e la figura virile, seminuda a sua volta, coi calzari sui piedoni che all'epoca
scandalizzavano
Mussolini.
Tre chiazze maldestre color mattone sostituiscono gli emblemi dell'originale,
sicché il giovane guerriero non si appoggia più a un gran fascio
littorio, ma a una macchia. Fascista all'origine, grazie a quelle macchie ora il
mosaico è antifascista. Fa uno strano contrasto coi vibranti discorsi di
accusa che negano l'esistenza di una ragion di stato. C'è una sola
ragione, dicono, quella della legge; viene da interrograrsi sulle
modalità di concorso. Diventa giorno dopo giorno bello, il mosaico. La
legge, per durare, aveva bisogno di qualche cancellazione. Ancora un po', e non
ci sarà più bisogno delle macchie espiatrici, e si
restaurerà anche questo Sironi, a spese della vanità di qualche
ente. Del resto, se sono qui, è perché mi aspetto la giustizia
dello stato - né quella divina, né quella umanamente sostanziale.
Quella non riguardosa d'altro che delle regole, delle risultanze, delle
prove. (da Adriano Sofri,
"Memoria",
Sellerio, 1990, pag. 250)
Lo Spino
Eccetera ha deciso che è giunto il
momento di cambiare nome e accetta suggerimenti. Anzi, ha
indetto addirittura un concorso. Credo che la parola "Spino" o "Lo
Spino" debba restare, come anche quanto più possibile del significato che
aveva quel nome. Chi vuole mandargli le sue proposte gli scriva. La mia al
momento è "Lo Spino In Quel
Posto", ma vedrò di pensare anche ad
altre possibilità.
Perché come
dice qui
il Griso,
che ha davvero un bel nick, "i nomi sono
importanti, e vanno scelti e difesi con
cura".
E
mentre lui nel suo post saccheggia
Shakespeare
e De
Gregori, anch'io grazie ad un balenare di
associazioni mentali propongo la citazione adatta a commentare la sua frase.
È tratta dal XIV capitolo dei
"Promessi
Sposi", in cui
Renzo viene
fatto ubriacare dall'Ambrogio
Fusella, bellissimo nome falso che in
realtà cela uno sbirro, perché gli dica il suo nome. Renzo alla
fine cede, ma non rivela quello di
Lucia.
Per
buona sorte, in quel vaneggiamento, gli era però rimasta come
un'attenzione istintiva a scansare i nomi delle persone; dimodoché anche
quello che doveva esser piú altamente fitto nella sua memoria, non fu
proferito: ché troppo ci dispiacerebbe se quel nome, per il quale anche
noi sentiamo un po' d'affetto e di riverenza, fosse stato strascinato per quelle
boccacce, fosse divenuto trastullo di quelle lingue sciagurate.
Luca Sofri ha un
po' in sordina messo in rete i primi tre capitoli di un suo libro (o un suo
principio di libro) scritto qualche anno fa, che si chiama
"Sono
seduto" e parla di sé e del padre,
del carcere e di Lotta
Continua. Qui
c'è il primo capitolo e qui gli
altri due. Sperando di poter leggere presto anche il
seguito.
Mio fratello Nicola ed io,
con molti altri ragazzi, di solito più piccoli di noi (siamo nati che i
nostri avevano ventidue anni, quasi tutti i loro amici hanno aspettato un
po’ di più), siamo stati di Lotta Continua. Fino a undici anni, io,
e dieci mio fratello.
[...] Da
che avevamo tre e cinque anni, nostro padre divenne il “leader” di
Lotta Continua. Non avevamo la minima idea di che diavolo volesse dire
lìder, né sentivamo mai usare qualla parola in nessun altro caso.
[...] Qualcuno
lo chiamava “presidente” ogni tanto, ma si vedeva che era per
prenderlo in giro, e altri lo chiamavano “il capo” e chiamavano noi
– e qui veniva il bello - “i figli del capo”. I figli del
capo, non era male per niente.
[...] Tutta
la nostra infanzia è gremita di nomi che potevano essere luoghi, persone,
piatti tipici, movimenti, chi lo sa. I più misteriosi erano i nomi
multipli. Mira Fiori, Pietro Stefani, Piccoli, Storti e Malfatti, Magneti
Marelli, Carrero Blanco, Donat Cattin, Asor Rosa. Le manifestazioni per il
Vietnam, e per la Grecia, e per il Cile. E persone e persone, e tutti erano
buoni con noi e ci volevano bene. Tutto il repertorio, direte voi. No, voi non
avete la minima idea. Nessuno ha la minima idea di quello che mi ricordo io.
All’infuori di chi c’era e aveva la nostra età.
Ancora oggi, che sono passati
venticinque anni e niente di tutto quel periodo esiste più,
c’è qualcosa di intimo e di comune con i figli degli altri che
c’erano. Sappiamo di cosa stiamo parlando. Facciamo cose diversissime,
pensiamo cose diversissime, ma veniamo da lì. Forse parlano di questo
quando dicono delle persone uscite dalla stessa scuola, o dalla stessa caserma,
o dallo stesso giornale. Noi siamo ex di Lotta Continua: noi più di
tutti, nel senso di quello che siamo oggi. Tutto il resto è venuto dopo.