Con l'uscita del nuovo numero di
Tempi
prosegue il discorso sugli OGM. In
"La grande bufala
doc" di
Piero
Morandini si parla di selezione naturale, delle
piante curate dall'uomo che sono sempre più deboli di quelle selvatiche,
di quanto bassi siano i rischi di produrre "super-erbacce", del fatto che tutte
le piante coltivate - anche quelle biologiche - non sono veramente naturali, e
di come il terrore di una "contaminazione" tra piante Ogm e piante tradizionali
sia immotivato.
Diffido molto
dell’agricoltura biologica. Fa bene alla grande distribuzione, ho i miei
forti dubbi che faccia bene al consumatore. Primo costa di più, secondo
ci riporta ai metodi di agricoltura della fine del 1800 quando la gente moriva
per intossicazioni alimentari, intossicazioni fungine, salmonella
sull’insalata. Secondo me, la vera agricoltura biologica sarà
quella Ogm. Sembra una bestemmia, ma se io ho un riso Carnaroli, sensibile ad un
fungo, non posso produrlo biologico perché diventa pericolosissimo in
quanto contenente aflatossine, che provocano tumori. Al contrario se io lo
faccio Ogm non ha bisogno di essere spruzzato con fungicidi, divenendo
così veramente adatto all’agricoltura biologica.
Affronta anche un argomento molto
importante, ovvero: come può la "gente normale" rendersi conto se un
prodotto agricolo fa bene o fa male? Come fa a sapere se il livello di ogm
segnalato su un'etichetta è alto o basso? Come fa a sapere se un prodotto
vegetale privo di etichetta non contiene tossine o non è stato cresciuto
in ambiente radioattivo (faccio per dire), e che quindi è da preferire ad
uno ogm? O si basa su dei dati concreti e si affida al giudizio di chi su queste
cose è competente, oppure si fa irretire dalle campagne di demonizzazione
lanciate dalle associazioni ambientaliste, che si appoggiano più sulla
paura di quanto è sconosciuto che su fatti
comprovati.
In novembre in
Oregon
i Verdi hanno promosso un referendum per chiedere se la gente voleva
l’etichettatura che distinguesse Gm e non Gm. Risultato: il 79 % ha votato contro l’etichettatura[anche se la percentuale esatta sembra essere
intorno al 71%, vedi anche qui.
NdE]. Il principio americano è: ci
deve proteggere l’ente pubblico. Spetta
all’Fda
(Food and Drug Administration) accertare la sostanziale equivalenza, gli organi
di controllo cioè devono stabilire se il mais transgenico è
equivalente a quello non Ogm. Se sì, si vende; altrimenti no. Come posso
io consumatore capire se l’Ogm è tossico? Deve esserci una
struttura superiore che mi dica se va bene o meno, come si fa con i farmaci. Per
me è più valido il sistema americano, perché
l’etichettatura ti dice se c’è o meno Ogm, ma quanti sanno
capire se Ogm può essere dannoso per la salute o meno? Essa serve solo a
Greenpeace e agli altri per fare il banchetto fuori dai supermercati e dire:
“non comprate i prodotti che hanno questa etichettatura perché sono
velenosi”.
Bassoatesino
ha dei link a un
trailer del
terzo capitolo del "Signore Degli
Anelli". La qualità non è il
massimo, visto che si tratta di un filmato non proprio ufficiale, ma si vede
abbastanza da desiderare la pronta uscita del film.
Esce un numero speciale della rivista
Studi
Cattolici dal titolo
"L'esperimento americano. Verso un nuovo ordine
mondiale", che diventa anche un
libro, ed è una sorta di primo compendio del pensiero neo conservatore
cattolico italiano, in quanto gli 8 autori (tra l'altro non tutti cattolici)
guardano all'amministrazione
Bush con ammirazione e benevolenza.
“Non tutti i lettori di
‘Studi Cattolici’ si troveranno d’accordo con le opinioni
raccolte nel quaderno. È logico che sia così, e in seguito
ospiteremo opinioni anche di segno contrario, purché analogamente
documentate. Il servizio che intendevamo svolgere era di superare
l’antiamericanismo, spesso irrazionale e talvolta isterico, serpeggiante
in alcuni settori dell’opinione pubblica. Queste pagine sono un invito a
pensare più in grande e più
oltre”. (dalla
prefazione)
Tra gli autori figura
Sandro Magister,
il brillante vaticanista
dell'Espresso,
che già in passato ha prodotto testi atti a sfatare il mito secondo cui
il Papa
avesse condannato la guerra nel modo in cui ce lo presentavano i giornali (qui); aveva presentato il pensiero dei cattolici
americani
neoconservative
in opposizione ai gesuiti di
Civiltà
Cattolica (qui); e del cui spirito affine al pensiero
neocon
avevo ricevuto anche personale conferma in un colloquio avuto dopo la sua conferenza all'Istituto
Italiano di Cultura di
Tokyo il 18 giugno
scorso. Magister cura un ottimo sito, www.chiesa, che pur appartenente alla famiglia
dell'Espresso on
Line, ne è comunque perfettamente
indipendente.
Il suo intervento nel libro
sopra citato è riportato integralmente sul suo sito,
e vale la pena di leggerlo per avere un'idea chiara e non polemica del rapporto
tra Chiesa e Stati
Uniti. Come si legge ancora nell'introduzione
del libro, riguardo all'intervento di
Magister:
“Mentre il Papa,
secondo il suo alto magistero, ha sempre impetrato la pace come dono di Dio,
senza dichiarazioni direttamente antiamericane, alcuni alti esponenti vaticani
hanno espresso pareri dissonanti che hanno creato divisioni anche
all’interno del mondo cattolico. Si tratta di opinioni, legittime nel
pluralismo delle materie opinabili, che naturalmente non implicano giudizi
né sulle persone, né sull’intera politica estera della Santa
Sede”.
LoSpino nel
Deretano segnala un nuovo
sito
dell'Università di Ca'
Foscari relativo ai media orientali. Potete
immaginare la mia (non) sorpresa nell'accorgermi che il nuovo progetto
dell'università che mi ha laureato sia curato da
Maria Roberta
Novielli, ovvero la relatrice della
mia tesi di laurea, ovvero probabilmente il più grande esperto italiano
di cinema giapponese (e non uso il femminile altrimenti sembrerebbe solo la
più esperta tra le donne).
Non per
niente, sebbene lo scopo del sito sia quello di
"fornire informazioni e strumenti di
comprensione utili per avvicinarsi all'Asia attraverso le sue rappresentazioni
di cinema, teatro, musica, televisione, radio, animazione, pubblicità e
danza", in realtà al momento si parla
quasi esclusivamente di cinema, e soprattutto di cinema
giapponese.
Speriamo solo che la Novielli
tenga in mano ben salde le redini del comando, e il sito non diventi l'ennesimo
dedicato principalmente all'animazione giapponese (come la
pagina delle news, TUTTE riguardanti i cartoni animati giapponesi, fa
temere).
Bassoatesino
ha un post in cui elenca le sequenze non presenti
nell'edizione cinematografica de
"Le Due
Torri" di
Peter
Jackson, ma che saranno inserite nel DVD in
versione estesa. Spero che, una volta che l'avrà visto nella sua
completezza, il mio amico
Andrea possa
giudicare più benevolmente questo film.
Da leggere questo
fondamentale pezzo di
1972
sulla
Liberia e
sulla priorità che ha sempre l'antiamericanismo rispetto alla soluzione
di un problema
reale.
E oggi come
domani continueremo ad assistere al triste spettacolo di coloro che dopo aver
tacciato di criminali gli
Stati
Uniti per essere
intervenuti in
Iraq
adesso riservano loro lo stesso epiteto per il semplice sospetto che gli stessi
Stati Uniti non abbiano l'intenzione di intervenire in Liberia. Salvo poi
eventualmente scendere in piazza contro l'imperialismo yankee quando l'azione si
concretizzerà.
In questo post dello
Spino In Quel
Posto, il link a un articolo del
Manifesto
sui suicidi in
Giappone.
Non avevo ancora avuto il tempo di parlarne, ma il signor
Pio D'Emilia
lo fa bene. Quel che mi aveva colpito subito quando avevo saputo dei siti
internet per aspiranti suicidi era proprio il fatto che lo scopo di tali siti
fosse quello di mettere in contatto persone con il medesimo desiderio di morte.
Il fatto, cioè, che non si voglia morire da soli, che si desideri la
compagnia di qualcuno, che si voglia condividere qualcosa, fosse anche l'ultimo
respiro.
«E' comprensibile che
chi è stato solo per tutta la vita, e deve continuare a farlo senza
coinvolgere la famiglia, cerchi il conforto di un compagno per l'ultimo
viaggio».
Quando diventerò una persona importante e
disporrò di dati riservati di estremo interesse, accederò al mio
Mac tramite questo lettore di impronte digitali. A quando lo
scanner di retine da scrivania?
Ho letto questo post
dell'Escapista,
e mi trovo perfettamente d'accordo con lui per quanto riguarda la critica al
nuovo doppiaggio di "C'era una
volta in America", fatto apposta per la
versione in DVD. Quando si conoscono i personaggi di un film, le loro battute e
il modo in cui le dicono, attraverso certe voci, è praticamente uno shock
rivedere lo stesso film con altre voci, e a maggior ragione quando si tratta di
doppiatori del calibro di Ferruccio
Amendola. Se però solitamente
si può parlare più che altro di una questione di abitudine,
stavolta si tratta di un vero scempio perché questo film è diretto
da uno dei maggiori registi italiani, Sergio
Leone, che avendo ovviamente a cuore la versione
italiana aveva scelto personalmente i
doppiatori.
La
Warner
americana ha fatto registrare un nuovo doppiaggio senza consultarsi con la sua filiale italiana
nè con la famiglia Leone. Che la traccia in mono originale non fosse
adatta ad un riversamento in DVD non è vero: qualunque traccia audio
può essere inserita in un DVD, purché le si dedichi un po' di
tempo e un buon tecnico del suono. Ovvio che non se ne potesse trarre una
colonna sonora cristallina e a 6 canali, ma la scelta ideale sarebbe stata
quella di offrire anche l'originale in mono insieme alla traccia nuova, cosa che
è già stata fatta diverse
volte.
Quello su cui però non sono
d'accordo con
l'Escapista
è il modo in cui tratta Stefano De
Sando, che lungi dal voler paragonare
ad Amendola, ritengo però un bravo doppiatore. Oltretutto era la scelta
più ovvia, dal momento che De Sando ha doppiato gli ultimi film di
De Niro e
l'aveva già fatto anche prima della morte di Amendola (ad esempio in
"Mission"
e
"Ronin").
Io l'avevo apprezzato anche in
"Titanic",
dove aveva dato la voce all'ingegnere Thomas
Andrews, da un dialogo del quale ho tratto un piccolo esempio (in mp3). Un altro clip con
la sua voce si trova qui, tratto da questo
sito. Tra gli altri nuovi doppiatori di questa edizione, va
segnalato anche il bravo Luca Ward,
ovvero la voce, tra gli altri, di Samuel L.
Jackson,
Russell
Crowe e
Pierce
Brosnan. Qui c'è un mp3
con la sua voce.
"John Connor,
it is time". Con queste parole si
(ri)presenta Arnold
Schwarzenegger, nuovamente nei panni di un
cyborg che
torna indietro nel tempo per proteggere un giovane umano e permettergli
così nel futuro di guidare la resistenza contro l'oppressione delle
macchine. L'analoga scena in "Terminator 2: Judgment
Day" era memorabile:
Schwarzenegger cammina con una scatola di rose sotto il braccio, la apre al
ralenti mentre avanza verso un bambino che intuisce una terribile minaccia, la
scatola rivela un fucile, le rose cadono, gli stivali le calpestano...
In questo terzo episodio mancano certi
esempi di perfezione stilistica che si trovano nel precedente (e in diversi
altri) film di James
Cameron, come manca l'inventiva del
primo film, ma Jonathan Mostow,
il nuovo regista, già autore del solido
"Breakdown - La
trappola", ci offre comunque un
buon film d'azione, dove sono ancora metallo e cemento, per lo più
schiantati, a farla da padroni. Se la trama non è originale, ci sono
però alcuni tocchi divertenti, diverse strizzate d'occhio ai fan della
serie, personaggi secondari parodici come l'anziano psicanalista, e tuttavia
anche tocchi inquietanti e una terribile idea di
destino. Inoltre, contrariamente a quanto ci si
potrebbe aspettare, il film riesce a mantenersi coerente rispetto ai precedenti,
senza aggiungere fastidiose integrazioni o negare quanto dichiarato in passato.
Per usare l'espressione del mio amico
Martin, non
è ai livelli dei precedenti, ma è un gran bel
B-movie.
Sempre di più le fosse comuni, ma loro
vogliono le armi
I Love
America martedì segnalava la scoperta dell'ennesima fossa comune
piena di donne e bambini trovata in
Iraq. Va
ribadito una volta di più che le famose armi di distruzione di massa si
chiamavano
Hussein (e
un paio le hanno trovate proprio
l'altroieri).
Magari
ha ragione la
Bbc
sul “dossier uranio”. Però non vi sembra un po’
esagerato tutto questo casino
anti-Blair
a fronte di quest’altra notizia, magari un po’ silenziata, la cui
fonte è, tra le altre, il partito comunista irakeno: “Irak: 300.000
cadaveri in 65 fosse comuni”?
[...] “Esistono
fosse comuni di ogni tipo, le più grandi corrispondono ai massacri dei
kurdi negli anni ‘80 e agli scitti giustiziati dopo le rivolte popolari
del 1991: in molte fosse sono state ritrovate intere famiglie e i responsabili
sono convinti che molte donne e bambini sono stati probabilmente sotterrati
vivi”, aggiunge El
Mundo.
Si continua a parlare di Ogm, cominciando con un
interessante articolo di Gianni
Riotta segnalato da
Lo
Spino In Quel Posto, per
proseguire con l'editoriale del
Foglio di
mercoledì 23, che citando i risultati della commissione governativa
inglese rivela la sicurezza totale dimostrata per gli Ogm al momento, e auspica
approfondite ricerche per scovare eventuali pericoli
futuri:
Dice sir
King
che, a priori, non si può escludere che i futuri prodotti Ogm possano
avere effetti nocivi, ma quelli che già esistono sono sicuri per
l’alimentazione sia degli uomini sia degli animali. Ed è
inverosimile che possano prorogarsi spontaneamente soppiantando le coltivazioni
organiche.
[...] Un
prodotto “organico” ottenuto per innesto, ha la forma e dimensione
del San
Marzano ma non il
sapore. Quello Ogm, resistente ai parassiti, è invece identico a quello
originale. Seguendo il rapporto di sir King, si verifichi scientificamente se
esso non è dannoso alla salute. Se il verdetto sarà positivo,
avremo salvato una specie che la tradizionale agricoltura non riesce a
difendere.
Di ricerca, e
non di oscurantismo in nome di... (di cosa? di interessi di bottega?) hanno
bisogno gli Ogm. E tantomeno di studiosi che pretendono di criticare competenti
scienziati senza sapere di
cosa parlano: è il caso della "Commissione Agricoltura e produzione
agroalimentare" del Senato, i cui
componenti
[...] hanno contestato a
me e alla dr.ssa Anna
Benedetti
l’“illogicità” sia di una maggiore
trasmissibilità nel suolo del Dna transgenico rispetto a quello genico
sia di un potenziale inquinamento genico. Dalle banche dati della letteratura
antica o recente non risulta che nessuno degli illustri 8 professori sopra
citati abbia pubblicazioni sul comportamento del Dna nel suolo o una qualche
competenza in materia di suolo. Per contro, risultano già pubblicati
lavori recentissimi con tutti i crismi della validità scientifica che
impongono cautele, che esigono perlomeno validi approfondimenti e che agli otto
professori sono evidentemente sfuggiti.
(Prof.
Paolo
Sequi, Ordinario di Chimica del
Suolo, Presidente Società Italiana della Scienza del Suolo,
1997-2002)
Il
“principio di precauzione” si basa sulla ragionevolezza, si valutano
i rischi e benefici che derivano da una attività che si prende in
considerazione. Non esiste alcuna attività umana assolutamente esente da
rischi. La penicillina ha salvato, e salva tuttora, milioni di vite da gravi
infezioni, e la consideriamo per questo farmaco essenziale anche se ogni anno
uccide decine di persone (solo in Italia) per shock anafilattico. Ma accettiamo
anche la motorizzazione che provoca migliaia di lutti ogni anno, inquina
l’aria delle città e ne danneggia il patrimonio architettonico:
nella percezione comune i vantaggi dell’uso dell’auto supera
abbondantemente i suoi rischi! Spesso mi chiedono “è sicuro che le
piante transgeniche sono assolutamente esenti da rischi?”. La sicurezza
assoluta non si può garantire. Il cibo tradizionale ha i suoi rischi e
così il biologico (anzi, probabilmente sono superiori). E per il biotech?
Quando lo possiamo accettare? Valutiamo sempre caso per caso, ognuno fa storia a
sè; inserire un gene nel melo o un altro nell’insalata non è
la stessa cosa. Quindi non si può dire sì agli Ogm, no agli Ogm;
ma valutare rischi e benefici rispetto alla situazione
attuale.
Facciamo un esempio:
per coltivare il mais in modo tradizionale spruzzo insetticidi per contrastare
il fungo della piralide; se voglio fare coltura biologica non spruzzo
insetticidi ma, così facendo, troverò le aflatossine che mi
provocano un tumore. Se metto il gene Bt (Bacillus thuringiensis) avrò la
resistenza alla piralide. Confrontiamo i risultati: il mais Gm produce di
più e questo è un vantaggio, mi dà meno funghi, altro
vantaggio, potrebbe danneggiare l’ambiente, questo può essere uno
svantaggio. Tiriamo le somme, se il rapporto rischi benefici migliora, lo
accettiamo. Nel caso di ragionevoli dubbi, sono d’accordo a fermare tutto
e a controllare meglio. Il “principio di precauzione” viene oggi
inteso come “principio di blocco”. Questo è il primo caso
nella storia dell’agricoltura in cui una pianta selezionata geneticamente
deve essere controllata per gli effetti che può dare sull’ambiente
e alla salute umana, prima di essere messa sul mercato. Viceversa, se faccio un
incrocio o un mutante, lo registro a Roma, costa 1500 euro e lo posso vendere,
nessuno mi chiede di verificare se ci sono tossine, se produce allergie o se il
polline andando in giro può creare dei problemi. (...)
[...] siamo
persuasi che in
Italia
di polemica sulle cose serie non ce n’è mai troppa, ma semmai
troppo poca, poiché dagli Ogm alla grazia per
Sofri,
dall’Europa
all’amnistia, tutto sembra ormai ridotto a tatticismo politicienne,
schermaglia personalistica, sfogo verbale in funzione dei titoli dei quotidiani
del giorno dopo [...]
L'acuto
Grisoha scritto ieri un post che a mio parere opera
una piccola ma decisiva confusione. Paragona cioè il noto caso
dell'articolo del Financial
Timestradotto dal
Foglio
eliminandone alcune parti, con la ripubblicazione da parte dello
stesso
Foglio di
lunedì di un articolo tratto da
Micromega,
e che alla fine era privo di una frase sostituita da una parentesi quadra con
tre puntini, cioè questa [...]
Le due
cose a mio avviso non sono paragonabili, in quanto la traduzione pubblicata (qui in pdf) era priva di parentesi quadre, e
quindi induceva a pensare che il testo originale fosse tale e quale. Nel secondo
caso, invece, la parentesi indicante che qualcosa è stato tolto c'era; e
inoltre si tratta di un articolo riportato dal
Foglio del
lunedì, quello rosa, che è una cosa simile a un
weblog,
ovvero una sorta di rassegna stampa che pubblica quasi esclusivamente articoli
interi o parziali tratti da altri giornali o riviste, e spesso lo fa con
l'ausilio di quelle parentesi
quadre.
Omettere quello che non si vuole
citare, qualunque sia il motivo, mi sembra una pratica lecita e comprensibile,
fintanto che lo si rende manifesto. Se in un testo fortemente ideologizzato
trovo degli spunti interessanti posso benissimo riportarli, ma non sono certo
obbligato per questo a citare anche le parti che ritengo inutili o cretine o
contrarie al motivo che mi ha spinto a pubblicare quell'articolo. Lo faccio
anch'io nel mio blog, e lo fanno anche tutti gli altri. Se, per esempio, trovo
interessante un articolo che in una sua parte scade nel volgare o che compie un
ottimo ragionamento ma poi arriva a conclusioni a mio avviso errate, sono
liberissimo di citarlo escludendo la parte su cui ho delle riserve.
Citerò (o linkerò) la fonte originale, metterò un paio di
parentesi, e così chi vorrà andarsi a leggere l'originale
potrà farlo.
Analogamente (mai
avverbio fu più appropriato), è ciò che ha fatto proprio
Il Griso
occultando la parola "culo" nel nome di un famigerato
blog tra i suoi link. Forse che dobbiamo chiamarla censura? Qualunque
sia il motivo per cui l'ha fatto (perché
"è un blog per
famiglie", se non ricordo male), sul suo blog ha
e deve avere il sacrosanto diritto di farlo.
“Abbiamo
un barometro per misurare la sincerità dei magistrati italiani: dopo aver
chiamato in causa uomini politici e uomini d’affari, vedremo se
chiameranno in causa, nella società delle pastette generalizzate qual
è diventata l’Italia, il ruolo svolto dalla magistratura stessa,
senza la cui complicità nulla di tutto ciò sarebbe
avvenuto”. Libération, 24 luglio 1993.
Un ampio dossier su
questi eventi, da cui è tratto il pezzo di Feltri, si può leggere
in tre pagine del
Foglio
di martedì: qui,
qui
e qui
(in pdf).
Sugli stessi fatti
ha scritto anche diffusamente
Filippo
Facci, riportato da
Rolliqui,
e poi qui.
Qualche tempo fa parlavo con un'amica italiana, qui in
Giappone da
poco, di TV e personaggi televisivi. In particolare si discuteva dei
"talento",
ovvero di quei giovani che vivono in TV, passando da un programma all'altro. Una
caratteristica, infatti, che si nota subito nella TV giapponese è
l'assenza della "gente comune": nei quiz o nei vari programmi d'intrattenimento
non c'è mai la casalinga di
Voghera (o
il suo analogo nipponico), ma qualcuno dei numerosi personaggi che quando chiedi
a un giapponese chi sono e cosa fanno, ti rispondono che sono attori (di
sceneggiati TV, che sono tantissimi) o semplicemente che sono
"talento",
appunto. Perché li chiamino così però mi è del tutto
oscuro, visto che di talento non c'è quasi mai traccia. E, anzi, volendo
infierire ulteriormente, potremmo dire che la gente comune in TV c'è
eccome, ma ne ha fatto una professione.
La
mia amica, dunque, si era stupita del fatto che una giovane
talento
(essendo giapponese si usa così anche al femminile) vista la sera prima
avesse delle orecchie a sventola pazzesche. Le ho fatto subito notare che non
era affatto strano, e che il numero di donne giapponesi con le orecchie a
sventola è piuttosto elevato. Guardandosi attorno normalmente di solito
non ce ne si avvede, perché i capelli coprono bene, ma il fatto di avere
abbondanza di studentesse mi ha permesso di notare meglio questo particolare. O,
per meglio dire, forse non è che il numero di donne con le orecchie a
sventola sia maggiore che in altri paesi, ma semplicemente qui si nota di
più perché chi è dotata di tale caratteristica non se ne
vergogna, e si permette di raccogliere i capelli a crocchia esponendo i due
padiglioni come non farebbe mai una ragazza
italiana.
Sta di fatto che avere le orecchie
a sventola qui non è esteticamente riprovevole. Così, se in Italia
ci sono genitori preoccupati dei traumi psicologici che il loro bambino potrebbe
subire quando i compagni di scuola lo chiameranno
Dumbo, al
punto da pensare di rivolgersi a operazioni correttive, da queste parti il
problema non sussiste. Mi viene in mente un'amica italiana, studente e studiosa
di Giappone, che trovava poco bella Winona
Ryder perché, diceva, ha le orecchie a sventola. Può darsi che
la sua permanenza qui le abbia fatto cambiare idea.
Dire che è tutta colpa nostra è
facile, ma non è vero
Ho ricevuto via e-mail (grazie a
Mauro) la
segnalazione di un articolo di Lilli
Gruber su
Io
Donna del 12 luglio, in cui la giornalista
sparla di Ogm e poi se ne esce con questa
frase:
E in questo dibattito la
fame in
Africa
c'entra poco: è accertato che alla base di tale tragedia non c'è
la sottoproduzione agricola, ma l'iniqua ripartizione delle
risorse.
È un discorso non certo
nuovo, che sentiamo ripetere continuamente dal "popolo" no-global e dai suoi
portavoce. Ma è un anche un discorso falso, oltre che stantio, e la
Gruber per affermarlo ricorre a quel
"è
accertato", che mira a mettere da parte
l'argomento senza che ci sia bisogno di discuterne: se è accertato,
è così, è la verità, non c'è
smentita.
Noi sono anni che invece pensiamo
che sia più probabile il contrario (ecco, non osiamo neppure dire che "ne
siamo certi"). Si possono dire tante cose a confutazione di questa storia della
distribuzione delle risorse. Comincerò col citare un passo dal libro
"Davide e
Golia", di
Piero Gheddo e
Roberto
Beretta (pag.
66):
Quando si dice che il 20 per
cento della popolazione mondiale possiede l'80 per cento delle ricchezze e l'80
per cento della popolazione mondiale possiede solo il 20 per cento dei beni, si
bara con le parole. Bisognerebbe dire: il 20 per cento produce l'80 per
cento delle ricchezze e l'80 per cento degli uomini produce solo il 20 per
cento. Questa la realtà che non possiamo ignorare. Il problema è
produrre ricchezza: se non si produce si rimane poveri. La ricchezza non
è una torta da distribuire fra tutti i popoli in parti eguali, ma
anzitutto una torta da produrre: noi non ci rendiamo conto che gran parte dei
popoli poveri non sanno produrre, non sono educati a produrre. [...] e
l'educazione è opera a lunga scadenza, che l'Africa indipendente ha del
tutto trascurato. [...] Ma chi, fra i giovani del mondo ricco, va nel fondo
dell'Africa, a vivere nei villaggi di fango a insegnare ai contadini africani,
nella loro lingua, a produrre? Ci vanno i missionari, le suore e alcuni
volontari laici, e ci vanno gratis: ma quanti altri? Questo è il vero
problema della solidarietà fra Nord e
Sud!
Ancora Gheddo, che può
permettersi di dire queste cose in quanto è missionario dal 1953, in
questo articolo sulla rivista
Liberal di
aprile/maggio 2003 scrive tra
l'altro:
Abbiamo quindi gravi
responsabilità storiche e attuali, ma non si può dimenticare che
se oggi nel mondo «globalizzato» si sono affermati democrazia, diritti
dell’uomo e della donna, libertà di pensiero ed economica, medicina
moderna, libero mercato, giustizia sociale, industrializzazione, scienze e
tecniche che hanno aumentato enormemente la produzione di beni e di cibo, ecc.
questo è dovuto a null’altro che alla colonizzazione europea. Nella
sua Autobiografia (1946),
Nehru
si interrogava sul perché, nonostante cinquemila anni di grande
civiltà, tutto quel che di moderno c’è in
India
(dignità della persona, democrazia, industrie, treni, superamento delle
caste, ecc.) è venuto dall’Occidente. E diceva che
l’Occidente è mosso da un dinamismo interno misterioso, da una
continua rivoluzione delle idee, mentre l’India è rimasta immobile
per millenni, bloccata dal karma e dalle caste. Il filosofo giapponese
Okakura
scrive: «Nella nostra millenaria cultura non c’è nessun
principio che possa farci pensare alla donna come persona uguale all’uomo: questo
è il dono più grande che l’Occidente ci ha portato».
[...] Abbiamo certo usato anche modi condannabili, ma non possiamo dimenticare
che il mondo moderno è nato nell’Occidente cristiano. Nel mondo
buddhista e indù,
nell’Islam
e nell’Africa pre-coloniale, non potevano sbocciare i diritti
dell’uomo e della donna, la democrazia, le libertà
politico-economiche, la rivoluzione francese, il marxismo e la giustizia
sociale, la rivoluzione scientifica e industriale.
[...] Nessun
«complesso di colpa» deve bloccarci. In genere si spiega la
realtà dell’abisso fra Nord e Sud con motivazioni
economico-tecniche e con cause esterne (ingiustizie nel commercio
internazionale, debito estero, multinazionali, ecc.). Ma si trascurano le
motivazioni interne. [...] i popoli dell’Africa nera, in genere, sono
usciti dalla preistoria un secolo fa o poco più (non avevano la
scrittura) e praticano ancora un’economia di sussistenza: l’Africa
è passata da 280 milioni nel 1960 a circa 800 oggi, ma non è
aumentata adeguatamente la produzione agricola. Nel 1960 l’Africa nera
esportava cibo, oggi importa il 30% del cibo che consuma. La
Guinea-Bissau,
un milione di abitanti su un territorio pianeggiante ricco di acque, importa
riso! Grazie alla globalizzazione, il terzo mondo si è molto sviluppato.
In Asia il progresso è evidente anche in Paesi come il
Bangladesh
(l’ho rivisto nel settembre 2001), mentre sono rimasti indietro i Paesi
con dittature socialiste che non si sono aperti al libero mercato
(Corea del
Nord e
Birmania).
L’India ha avuto l’ultima carestia nel 1966: estesa meno di
Etiopia
e
Sudan,
con un miliardo di abitanti contro 80 milioni, esporta cibo (in Africa e Medio
Oriente), in Etiopia e in Sudan si muore di fame.
[...] Un
missionario italiano in
Tanzania
mi dice: «I pilastri del sottosviluppo africano sono quattro: fatalismo,
analfabetismo, governi corrotti e i militari». La causa radicale
dell’abisso fra ricchi e poveri non è il mercato mondiale, ma la
mancanza di istruzione e di crescita democratica dei popoli più poveri.
In Africa, la politica delle élites di governo, invece di puntare
sull’educazione e sulla sanità per le zone rurali, ha privilegiato
le città, col risultato di creare metropoli invivibili e campagne
abbandonate.
Quando ci sono
condizioni di questo genere, quando c’è corruzione, quando non ci
sono scuole, quando mancano le strade e le infrastrutture ecco che un Paese
viene marginalizzato nel mondo moderno. Esempio: il salvadanaio del
Congo
era il rame. Oggi però il rame nessuno lo estrae più.
Perché? Perché la guerriglia, la corruzione dei governi, la
mancanza di infrastrutture hanno reso sempre più difficile e pericolosa
la sua estrazione. Sto parlando delle cause interne del sottosviluppo africano
perché non se ne parla mai... Si dà invece tutta la colpa alle
cause esterne. Quando i Paesi africani danno il 2% dei bilanci
all’istruzione, l’1,5% alla sanità e il 30% alle forze armate
ecco che si spiegano molte
cose...».
Jean-Paul
Ngoupandé, ex primo ministro della
Repubblica
Centrafricana, ha scritto su
La Stampa
del 22 maggio 2002:
Durante i
secoli della tratta dei negri, eravamo senza alcun dubbio delle vittime. Oggi
siamo noi stessi i principali becchini del nostro presente e del nostro futuro.
Alla fine dell’era coloniale disponevamo di apparati statali certo
embrionali, ma che avevano il grande merito di assolvere efficacemente i compiti
elementari che erano stati loro affidati: sicurezza, sanità pubblica,
sistema scolastico nazionale, manutenzione delle vie di
comunicazione. [...] Più
di quarant’anni dopo l’ondata indipendentista degli anni Sessanta,
non possiamo più continuare a imputare la responsabilità esclusiva
delle nostre disgrazie al colonialismo, al neocolonialismo delle grandi potenze,
ai Bianchi, agli uomini d’affari stranieri, e chi più ne ha
più ne metta. Occorre che accettiamo finalmente la realtà: i
principali colpevoli siamo noi. Lo slittamento dei nostri paesi verso la
violenza, il lassismo nella gestione degli affari pubblici, il saccheggio su
grande scala, il rifiuto del riconoscimento reciproco da parte di etnie e
regioni: tutto questo ha cause prevalentemente endogene. Ammetterlo sarà
il punto di partenza della presa di coscienza, e dunque della
saggezza. [...] I
peggiori, per noi, sono quelli che giocano a lisciarci il pelo. La pacca sulla
spalla è certo un gesto amichevole, a condizione però che non ci
rafforzi nell’idea infantile secondo la quale siamo le gentili e innocenti
vittime di un complotto internazionale contro l’Africa. Non devono
adularci. Quanto a noi, guadagneremo in credibilità a partire dal momento
in cui saremo capaci di guardarci allo specchio, riconoscendo finalmente che
tutto quel che ci accade è innanzitutto colpa nostra.
Le anime belle
intonano il solito ritornello: «Colpa di noi ricchi e del nostro
egoismo». Ma non è così. Di aiuti al cosiddetto «terzo
mondo», specie ai paesi africani, ne diamo, in proporzione alle nostre
disponibilità. È la gestione di questi aiuti che non ha mai
prodotto i risultati sperati. Detta all'ingrosso, i benefici degli
«aiuti» possono essere così ripartiti: un terzo finisce nelle
tasche del satrapo di turno e dei suoi complici. Un terzo va all'acquisto di
armi da usare contro i sudditi che osino ribellarsi al tiranno di turno.
L'ultima parte torna, sotto forma di «tangenti», ai procuratori degli
altri due
terzi. [...] Per
soccorrere quei popoli disgraziati un mezzo ci sarebbe. Dare la gestione dei
miliardi di «aiuti» ai missionari di cui padre Gheddo scrive in questo
libro: quelli che da anni e decenni vivono laggiù, peones fra i peones,
sfidando lebbra e colera e tutto il resto, combattendo la fame non con la
distribuzione di farina, ma insegnando alla gente - nella sua lingua - come si
coltiva il grano, come si scavano i pozzi e i canali, condividendone, giorno
dopo giorno, rischi e
privazioni. [...] Per
aiutare i popoli poveri i miliardi non bastano. Ci vogliono i missionari alla
Marcello
Candia (industriale della
Milano
opulenta che vende tutto e va in
Amazzonia
a servire i poveri) e alla
Clemente
Vismara (eroe della prima guerra
mondiale che trascorre 65 anni fra i tribali della Birmania), di cui parla
questo libro. Ma i missionari sono difficili da stanziare nei bilanci dello
Stato. Dovrebbero produrli le nostre famiglie, la nostra scuola , la nostra
cultura cristiana. Temo che la vocazione profonda della civiltà cristiana
- la carità verso gli ultimi - sia in ribasso, almeno nelle cronache
quotidiane e nella «filosofia di vita» della nostra
società.
A costo di risultare noiosi, continuiamo a parlare di
OGM. Il numero di Tempi oggi
in edicola offre una serie di articoli sull'argomento, e mette bene in luce
l'assurdità dell'azione del governatore del
PiemonteGhigo, che
ha ordinato la distruzione di campi di mais in cui sono state trovate
percentuali di transgenico inferiori ai limiti decisi
dall'UE
(secondo le cui normative fino allo 0,9% non è nemmeno necessario
parlarne sull'etichetta del prodotto).
Di fatto
questi campi sono prima di tutto inquinati solo allo 0,1/ 0,3/0,5 %; secondo,
tutte le analisi fatte anche con obiettivi fiscali per rivelare la presenza di
transgenici si riferivano a dei metodi che rivelano la presenza di costrutti
molecolari relativi a degli ibridi di mais che erano permessi per la
coltivazione. Si tratta cioè di quattro ibridi di mais che in Italia
erano stati accettati ed avevano passato tutti i test di rilascio ambientale, di
valutazione per l’immissione nella rete commerciale, di utilizzazione
direttamente per l’alimentazione; hanno passato tutti questi test, sono
stati approvati dalla Ue e come tali potevano essere venduti.
Allora perché Ghigo, con il
completo appoggio del ministro dell'agricoltura
Alemanno li
ha fatti distruggere? E c'è di più:
da settembre (settembre: dicasi tra due, d-u-e, mesi) anche
l'Italia
recepirà la normativa europea, che tra l'altro avrebbe dovuto già
recepire.
Ma è l'inizio
dell'intervista che colpisce di più, dove si dice che
"quasi tutti i tecnici che si interessano
di Ogm sono stati bruciati in quanto ritenuti fiancheggiatori delle
multinazionali." È per questo che, come
recita l'inizio dell'articolo, "non agli
scienziati ma ai primi che passano al ministero dell’Agricoltura, nei
campi o in una stazione dei Carabinieri, viene chiesto un
“autorevole” parere sui terribili
Ogm."
Ma leggete tutta l'intervista, e capirete il perché
fosse impossibile che questo mais "contaminasse" i campi vicini; il
perché la soglia di "Ogm zero" voluta dal ministero dell'agricoltura
è assurda; e perché rivolgersi a paesi che praticano la stessa
soglia come il
Brasile o il
Canada sia
controproducente per la nostra
agricoltura.
Torniamo alla domanda di prima,
allora. Perché tutto questo? In
"Chi comanda al MIPAF?
Ambrosio?", tra le altre cose
apprendiamo che forse la ragione di questa politica di "Ogm zero" è
rinvenibile al Ministero delle Politiche
Agricole e Forestali, dove
"Pecoraro
Scanio e Alemanno sono due facce
di uno stesso programma. Quello che ha commissariato gli enti, abolito gli
organismi elettivi e quelli tecnici, introdotto una gestione diretta attraverso
commissari e una politica di
decreti.
Tanto accanimento contro gli
OGM, se non è solo ignoranza, ha forse anche questa
spiegazione:
[...] creare un
problema che non c’è, ma per il quale è stata realizzata una
risposta che c’è e che si chiama “filiera della
rintracciabilità”, ovvero l’esercito di “ghostbusters
delle sementi” incaricati dal Mipaf di controllare i prodotti e fare in
modo che non uno 0,1 di Ogm possa entrare nelle coltivazioni. [...] Il costo
sostenuto dallo Stato attraverso il Mipaf per questa filiera? Qualcosa come 100
miliardi di vecchie lire.
Ma forse i
vantaggi sono anche altrove, perché
"lo sanno anche i sassi che nel
Lazio
la destra sociale e i
Verdi,
con la costellazione di associazioni che gravitano attorno a loro, hanno sancito
un patto di collaborazione”. Di certo,
agendo in questo modo, se non altro si dà una mano all'economia cinese:
come apprendiamo, infatti, dalle parole del professor
Francesco
Sala,
il
pomodoro San
Marzano [...] sta scomparendo a
causa di un virus. Nell’80 rappresentava il 35% della produzione campana,
oggi è il 3%. Una piccola azienda biotech della regione
Basilicata
nel 1999 ha trovato il modo di proteggerlo con un elegante e intelligente
intervento genetico, ma prima Pecoraro Scanio e poi Alemanno hanno proibito di
utilizzare questa varietà transgenica. Così ora si mettono in
scatola pomodori prodotti con sementi americane e quando non bastano si importa
sugo di pomodoro dalla
Cina.
Mi guardo bene dal consumare prodotti dell’agricoltura biologica: non sono
controllati, la loro qualità è garantita solo
dall’autocertificazione di chi li vende. I vegetali coltivati senza
interventi chimici sono aggrediti da batteri e funghi che rilasciano
tossine.
L'appello per la liberazione
di Adriano Sofri
iniziato dai blog ha negli ultimi tempi ricevuto ampia eco, ed è stato
poi ripreso da mezzi più autorevoli. Sul blog di
Rolli
l'aggiornamento della situazione, e su quello del
Grisouno, e poi un altro post a riguardo. Se non l'avete ancora
fatto, cominciate da oggi a mandare la mail giornaliera al presidente
Ciampi.
Singolare coincidenza.
Proprio mentre si discute di siccità arriva la notizia della messa al
bando in Piemonte di coltivazioni di mais transgenico. E’ appunto con le
biotecnologie che si pensa di poter far crescere le piante anche in terreni
aridi. L’Italia vuole autoescludersi anche da questo prezioso terreno di
ricerca? L’attuale governo non parrebbe di questo avviso (per fortuna) e
adesso sembra che anche l’Europa voglia ripensarci.
Ma un certo catastrofismo
ambientalista che alimenta paure irrazionali ha trovato finora ascolto acritico
nell’Unione europea che degli Ogm ha fatto anche un terreno ulteriore di
scontro con gli Stati Uniti. Sarebbe il caso di decidere sulla base di vere
informazioni scientifiche se vogliamo risolvere i problemi dei nostri paesi e
del pianeta.
Sull'argomento interviene
anche BloggerVins,
che tra le altre cose cita un interessante articolo di
Amicone sul
Foglio
che trovate qui in pdf:
"Ogm, Alemanno chiede il parere agli
scienziati e poi lo nasconde".
Sul blog innominabile la storia delle 12 stelle su
sfondo blu. L'Unione
Europea ha eliminato il cristianesimo dalla sua
costituzione, ma si fa bella di un vessillo mariano.
Naturale che non sempre è buono, e
sintetico che spesso lo è
Molto interessante questo post su
I Love
America, che affronta un grosso problema
contemporaneo, l'assurdità e la pericolosità del principio di precauzione. Secondo tale
principio, ratificato anche dall'Unione
Europea, quando un'attività o un prodotto
hanno una possibilità di essere nocivi alla salute umana, devono essere
prese misure precauzionali, anche se non ci sono prove scientificamente certe
della sua nocività. Per gli ambientalisti
questo è diventato sinonimo di "se c'è una pur minima
possibilità di rischio, va evitato". Inutile far notare che non esiste
niente a questo mondo che non contenga una possibilità di rischio,
nemmeno restare qui seduto a battere sulla tastiera nel momento in cui un
fulmine decidesse di raggiungermi attraverso la presa della corrente (il che qui
in Giappone
è più probabile che altrove). Di quello che pensiamo di questo
principio, se non si è capito, l'abbiamo anche scritto tempo addietro
tramite una citazione di
Ferrara.
Il punto è che al
giorno d'oggi stiamo così bene che ci siamo dimenticati che una volta si
moriva di colera per aver bevuto un po' d'acqua o per altre centinaia di
malattie, che sono sparite grazie alla farmacologia moderna e ai pesticidi
sintetici. Così, guardando sempre e solo
ai lati negativi del nostro progresso, sogniamo un mondo idillico a contatto con
la natura, e lo collochiamo in un passato lontano ma non troppo che ha l'aspetto
di uno spot del Mulino
Bianco, ma che non ci rendiamo conto non essere
mai stato realtà. Soprattutto, è
l'assurda equivalenza "naturale=buono" a fregarci, perché non è
affatto vero che quello che è naturale sia per questo anche positivo, e
anzi è probabilmente vero il contrario. L'uomo ha sempre dovuto
combattere contro la natura per difendere la propria esistenza, ed è
proprio grazie a malattie molto naturali che fino a un centinaio di anni fa
assistere alla morte di un paio di fratellini era esperienza comune quasi a
tutti.
Vale la pena di approfondire
seriamente l'argomento. Sulla confutazione del "naturale=buono" suggerisco la
lettura di una serie di articoli di Piero
Morandini, dal primo dei quali mi limito a
citare un estratto in
chiusura.
[... ]
Ricapitolando: 1 - i test ci dicono che le sostanze naturali sono pericolose
quanto quelle di sintesi; 2 - se crediamo ai test, allora dobbiamo preoccuparci
innanzitutto delle sostanze naturali perchè ne ingeriamo in
quantità molto più elevate. Se invece al contrario diamo ai test
un valore relativo, in quanto falsati dalle condizioni particolari
(concentrazione elevata), possiamo tirare un sospiro di sollievo, ma la
conclusione è una sola: siamo comunque costretti a ricrederci
sull'affermazione "naturale=buono". Anzi, spesso i veleni più potenti
sono proprio quelli di origine naturale come ad esempio la tossina contenuta nel
seme del ricino. L'uomo ha imparato a convivere con questi veleni, selezionando
le cose commestibili o trattando il cibo in maniera opportuna, come ad esempio
le arachidi (che vengono tostate altrimenti sono velenose) o la soia (che va
tostata o bollita).
L'uomo nel
corso dei millenni ha continuamente selezionato, tra la varie specie che la
natura gli proponeva, quelle che avevano le migliori caratteristiche di
commestibilità e di resa. Inoltre con metodi tutto tranne che naturali,
come gli innesti, gli ibridi e tutte le altre tecniche (alcune delle quali
vecchie di circa 50 anni e che sono da considerarsi manipolazione genetica a
tutti gli effetti anche se non sono fatte tramite ingegneria genetica), l'uomo
ha generato egli stesso nuove specie o varietà "innaturali". In pratica
le specie che noi mangiamo non sono naturali, e quindi ne deduco che anche
ciò che non è naturale può essere buono.
Dal blog
Bassoatesino,
il link per scaricare il trailer dell'ultimo film di
Mel
Gibson (cliccate col tasto destro per
salvare su disco) "The
Passion". È un film dedicato alle
ultime ore della vita terrena di
Cristo, e a
giudicare da quel che si può vedere, e che ci si poteva aspettare dal
regista di
"Braveheart",
è piuttosto sanguigno. Inizialmente
Gibson aveva comunicato che il film, sebbene parlato tutto in latino e aramaico,
non avrebbe avuto i sottotitoli, mentre ora a quanto pare si dice che ci saranno. Sulla base di questo
trailer si capisce comunque che punta molto sull'aspetto visivo e sulla
conoscenza della storia da parte degli spettatori, tanto che qualcuno di chi ha
potuto vedere la versione preliminare sottotitolata dice che ora i sottotitoli
sono pure troppi, e che rischiano di distogliere dalla forza delle
immagini.
Sono 30 anni che i Berlusconi controllano
l'informazione in Italia
Da un articolo dello scrittore
Eugenio Corti in
L'Ordine,
quotidiano di
Como, 26
gennaio 1978 (millenovecentosettantotto), citato nell'ultimo numero di
Tempi con il
titolo che vedete qui sopra.
In che
modo funziona la censura? Anzitutto come filtro che impedisce di far arrivare
alla gente le idee e le notizie che non garbano... Poi impedendo che
l’attenzione generale si fermi debitamente sugli accadimenti mondiali a
loro sgraditi, dei quali sia comunque pervenuta alla collettività qualche
notizia; a tal fine l’attenzione di tutti viene deviata di continuo su
obiettivi distorcenti. Certo non si manca d’impostare, ogni tanto, anche
qualche polemica avversa al marxismo, ma sempre accuratamente addomesticata;
sì finisce così con l’instaurare sul piano nazionale un
discorso a senso unico, i cui argomenti vengono ripetuti all’infinito.
Vogliamo fare un esempio
pratico? Alcuni anni or sono in due piccoli paesi stranieri ugualmente lontani
da noi, il
Cile
e la
Cambogia,
si sono imposte due diverse dittature: fascista in Cile e comunista in Cambogia.
Da allora quasi tutti i grandi giornali, nonché la televisione italiana
(inclusa la rete 1, che dovrebbe essere “cattolica”) hanno scritto
migliaia di articoli e spese centinaia e centinaia di ore di trasmissione, per
metterci in guardia contro la dittatura cilena e i suoi crimini. Non diciamo che
giornali e Tv non debbano combattere il fascismo; però quanto spazio essi
hanno nello stesso tempo dedicato, sull’altro versante, ai misfatti della
dittatura comunista cambogiana? Quasi nessuno spazio. Ebbene, quante sono state
finora le vittime reali delle due dittature? In Cile, per dichiarazione fatta
dal capo del partito Comunista
Corvalan
alla nostra televisione, 6.800 in tutto (cioè 3.300 morti riconosciuti,
2.500 scomparsi, e 1.000 altri circa di sorte non conosciuta). Mentre in
Cambogia nello stesso tempo (anzi in un tempo alquanto minore: tra
l’aprile ‘75, data della vittoria militare dei Khmer rossi, e il
settembre ‘77 - quattro mesi fa, ultima data per cui esistono i computi)
le vittime sono state più di due milioni. Ripetiamo, perché il
lettore non pensi a un refuso: dopo aver preso il potere in Cambogia, i
comunisti hanno ucciso più di due milioni di persone inermi su sette
milioni d’abitanti, e gli stermini sono tuttora in corso. Ma chi le sa
queste cose in
Italia?
Chi ne è al corrente? Pochissimi, e anche costoro in modo confuso.
Sopratutto non le sanno i giovani, per i quali una simile terrificante
realtà verrebbe davvero a costituire un importante motivo di riflessione.
Ho scoperto solo ieri che il nuovo film della
Pixar, in
uscita a fine 2004, si chiama"The
Incredibles". Ho anche visto questo
video promozionale che con ogni
probabilità non farà parte del film, ma che rende bene
l'idea.
Con
"The
Incredibles" per la prima volta il protagonista
di una pellicola dello studio che ha prodotto capolavori come
"Toy
Story" e
"Monsters
Inc" sarà un essere umano. La sfida
per gli animatori è notevole.
Credo
che questo film piacerà ai fan dei supereroi classici, a quelli che hanno
apprezzato le rivisitazioni come il
Batman di
Frank Miller, a
quelli che hanno amato Watchmen e ora
leggono Tom Strong di
Alan
Moore, e naturalmente agli estimatori
di Ratman. In altre
parole, a me piacerà moltissimo.
Ho trovato sul weblog di
Gokachuquesto post, e dopo aver guardato una volta il
video da lui segnalato, che ho trovato veramente geniale (e peccato che sia
così piccolo e in quella ciofeca di
Windows
Media), l'ho mostrato a mia moglie che ne ha
subito capito la provenienza. Si tratta di un
programma TV che esiste da almeno una ventina d'anni chiamato
"Kinchan no kasoo
taisho", qualcosa come "La gara di
camuffamento/simulazione di Kin-chan", dove Kin-chan è il nome di un noto
comico. I concorrenti, che attraversano delle
selezioni regionali per poi approdare alla trasmissione nazionale, si esibiscono
in una breve performance che con l'aiuto di costumi e di una piccola coreografia
ricrei il più realisticamente possibile una certa situazione o imiti il
comportamento di un oggetto, di un animale, di... di qualunque cosa. Ma è
più facile vederlo da sè che tentare di
spiegarlo.
Il caso citato all'inizio è
il vincitore dell'ultima edizione, del marzo scorso. Sono un gruppetto di
persone che riproduce dal vivo una partita di ping pong sulla falsariga di
quelle che si vedono in un film giapponese di qualche mese fa,
"Ping Pong"
appunto, in cui grazie al massiccio uso del computer assistiamo ad acrobazie da
manga e inquadrature alla
"Matrix".
Stavolta invece è tutto "fatto in casa". In particolare trovo grandioso
il modo in cui giocano con la prospettiva per simulare i movimenti della
macchina da presa.
Una piccola nota:
gli uomini vestiti tutti di nero sono una caratteristica di un certo teatro
giapponese, come il bunraku, il
teatro delle marionette, in cui gli aiutanti di scena si muovono sul palco resi
invisibili dai costumi neri su sfondo nero e dalla mente degli spettatori,
abituati ad ignorarli.
[NB: Se cliccando sui
link non succede niente, significa che il vostro browser ha scaricato un piccolo
file nella sua cartella di download, dal nome tipo "hkzkt10.asf". Cercatelo e
cliccateci sopra.]
Da tempo si va dicendo che il 25 dicembre per la
nascita di
Cristo
è una data falsa, e che fu decisa nel quarto secolo per ragioni
ideologiche, ovvero per sostituirsi alla festa romana del
"Natale Solis
Invicti". Possiamo invece dire che la data
corretta sia proprio quella.
In un articolo sul
Corriere della
SeraVittorio
Messori ha svelato ieri l'arcano, citando uno
studio del professore israeliano Shemaryahu
Talmon che è riuscito a
verificare le date in cui
Zaccaria,
padre di Giovanni il
Battista, era di servizio al tempio di
Gerusalemme.
Dato che sappiamo dal Vangelo che il concepimento di Giovanni avviene in quel
periodo, e che precede di sei mesi l'annuncio a
Maria, e
considerati altri riferimenti incrociati, possiamo affermare con una certa
sicurezza che
Gesù
nacque proprio il 25 dicembre.
Leggendo
l'articolo di Messori (di cui potete saltare a piè pari il preambolo
anti-consumistico) sembra che il professor Talmon abbia fatto questa scoperta
delle date di Zaccaria l'altroieri, ma in realtà va detto che il suo
studio risale addirittura al 1958, anche se la sua portata è stata presa
in seria considerazione solo recentemente.
In
particolare, la vera "disvelazione" di questa storia del 25 dicembre avvenne
alla vigilia di Natale del 1998, quando
sull'Osservatore
Romano apparve l'articolo
"24 giugno, 23 settembre, 25 dicembre: date
storiche" del professor
Tommaso
Federici, che vi suggerisco di leggere
completamente perché rispetto a quello di Messori dà un quadro
più completo e documentato.
Quello che
viene fuori da tutto questo, però, è anche un'altra cosa: la
conferma che, prendendo a prestito le parole di Federici,
"il 23 settembre e il 24 giugno per
l’annuncio e la nascita di Giovanni il Battista, e il 25 marzo e il 25
dicembre per l’annunciazione del Signore e per la sua nascita, non furono
arbitrarie, e non provengono da ideologie di riporto. Le Chiese avevano
conservato memorie ininterrotte, e quando decisero di renderle celebrazioni
“liturgiche” non fecero che sanzionare un uso immemoriale della
devozione popolare."
In altre parole, il
fatto che attraverso studi lunghi e accurati finiamo per confermare quello di
cui la vecchina del paese è certa da sempre, dimostra per l'ennesima
volta che il cristianesimo non è soltanto, o meglio, non è affatto
costituito dalla devozione a delle scritture, per cui quello che non è
scritto nella
Bibbia
non è ortodosso. La
Chiesa
è invece un popolo che ha tramandato per migliaia di anni, anche "solo"
attraverso quel medium che si chiama tradizione, verità e credenze che
il Papa non
fa altro che riconoscere e avallare nel momento in cui rischiano di essere
dimenticate o confuse. Vedi il caso dell'Immacolata Concezione, o di tutti quei
dogmi che, tutt'altro che essere imposti dall'alto, erano verità
conosciute da sempre ai fedeli e a cui mancava semplicemente la "carta da
bollo".
"La Commissione giunge pertanto alle
seguenti conclusioni: nessuno è stato finora in grado, pur utilizzando le
tecniche più avanzate, di dimostrare la dannosità alimentare degli
Ogm e modificazioni rilevanti ad ecosistemi da loro causate. L’analisi dei
benefici e dei rischi deve continuare intensamente, sia per gli Ogm che per le
varietà vegetali convenzionali, e caso per caso, al fine di proporre
opportuni interventi, informare l’opinione pubblica e fornire
all’autorità politica motivati giudizi scientifici e
tecnici." [...] La
Commissione? Ma quale commissione, forse un direttorio di grand commis di Stato
con importanti interessi nel campo del biotech? Forse una consorteria
internazionale che punta alla distruzione dell’agricoltura tradizionale
per dare il via a un nuovo mondo artificiale, una sorta di
Blade
Runner del tubero? Niente di tutto
questo. La Commissione in questione è composta da componenti
dell’Accademia Nazionale dei
Lincei e
dell’Accademia Nazionale
delle Scienze, detta dei
Quaranta, un simposio di scienziati e massimi specialisti sull’argomento.
Ciò che abbiamo proposta in virgoletto sono soltanto le conclusioni del
rapporto “Biotecnologie vegetali: benefici e rischi delle
varietà Ogm”, una relazione scientifica di 34 pagine
classificata come “riservato” e che qualche mese fa (anche grazie
alla notizia dell’esistenza di quel documento fatta filtrare da
Tempi
e poi ripresa da
Excalibur)
finalmente è stata resa nota al mondo politico. Risultato? Zero, il
rapporto è finito diritto in un cassetto: non una conferenza stampa di
presentazione, non un cenno di discussione pubblica degli indirizzi forniti, non
una parola sulla grande stampa. Nessuna informazione. Nulla: gli esperti delle
massime istituzioni scientifiche italiane hanno lavorato per niente, il loro
sforzo di ricerca è terminato su un binario morto. Perché?
Sospettate che lo strano silenzio compensato dall’eccesso contrario
(cioè dal moltiplicarsi della propaganda anti-transgenico) abbia a che
vedere con interessi economici legati al grande business del
“biologico”, settore che lentamente è passato da nicchia di
difesa della coltivazione tradizionale a industria della grande distribuzione,
con profitti a sei zeri e controlli poco severi? Avete colto nel
segno.
È l'inizio
di"Non si uccide così la
ricerca", un articolo di
Mauro
Bottarelli pubblicato sul numero di
Tempi oggi
in edicola. E ora andate a leggervi il
resto.
Su OGM e suoi oppositori, anche detti
"coloro che vogliono mantenere poveri i più poveri" consiglio un paio di
articoli di Antonio
Gaspari che parla del punto di vista africano:
"I poveri vogliono gli
OGM" e
"OGM, una lezione
dall'Africa".
L'Escapistadedica un post al mitico
Ahmad Shah
Massoud, il comandante afghano eroe della
resistenza contro i sovietici prima e i talebani poi, assassinato da sicari di
Bin Laden
due giorni prima dell'11 settembre 2001.
Mi permetto di segnalare (per modo di dire) alla
Lietta
Tornabuoni che in questo articolo scritto in occasione della morte
di Katharine
Hepburn ha sbadatamente attribuito a
George
Cukor un film che, essendo una delle
mie pellicole preferite di tutti i tempi, mi sento in dovere di restituire al
suo legittimo autore. Si tratta di
"Susanna"
("Bringing Up
Baby",
1938), diretto dal grande
Howard
Hawks (che la Tornabuoni non nomina
nemmeno), e che è una delle commedie sofisticate più belle e
vivaci di sempre, con un Cary
Grant in gran forma e molto
divertente.
Come altre commedie di
Hawks, è la storia di una progressiva perdita di libertà da parte
del maschio: la concatenazione di cause ed effetti, cui un riassunto farebbe
torto, tocca però vertici irresistibili e insuperati nel genere della
screwball comedy. [...] Grant e la Hepburn al loro meglio.
(Il
Mereghetti, Dizionario dei Film
2002)
Un
modello di ritmo, intelligenza, lucidità nell'assurdo, mancanza di tempi
morti, ferrea concatenazione di cause-effetti comici, tecnica della caricatura
che non esclude l'affetto per i caricaturati. [...] Troppo divertente e
intelligente per avere sostenitori agli Oscar.
(Il
Morandini,Dizionario dei
film, da qui)
La cosa
più buffa è che cercando in rete una filmografia della Hepburn ne
ho trovata una, questa, che nella lista completa attribuisce
invece
"Susanna"
a George Stevens.
Dev'essere una maledizione.
Recentemente
"Susanna"
è uscito in un'edizione in 2 DVD con versione originale in
b/n, colorizzata (che potevano risparmiarsi), e qualche extra.
Consigliato.
Oggi Giuseppe
Granieri mi ha invitato a partecipare al suo
Blog
Aggregator, che come dice il nome
stesso è un aggregatore di blog, ovvero un blog che contiene link ai post
degli altri blog, organizzati per genere e
argomento. Ringrazio per l'onore concessomi e
invito tutti a visitare l'aggregatore cliccando QUI, o sul banner che ho messo in fondo alla
colonna di sinistra.
Andrew Sullivan
oggi ha un post dedicato alla possibile candidatura di
Schwarzenegger
a governatore della
California,
cosa di cui si parla ormai da tempo. Se ne dice molto contento, gli fa
sperticati elogi, e conclude con un
"Arnold's my
man". Segnala poi
questo post, che entra meglio nel merito della
questione, spiegando perché l'attore austriaco possa essere un ottimo
politico.
Nota: Nel titolo ho usato il
nomignolo con cui Schwarzy è comunemente chiamato in
Giappone.
Se non l'avete ancora fatto vi consiglio di leggere
questo articolo di
Anatole
Kaletsky del
Times,
riportato dal Corriere della
Sera, che attraverso il punto di vista
britannico parla del vero reato commesso da
Berlusconi.
Val la pena leggerlo tutto, ma ne posto uno
stralcio:
Ciò che
l'establishment politico europeo detesta veramente non è la
personalità di Berlusconi ma la sua ideologia politica, in particolare,
il suo atteggiamento riguardo alla posizione
dell'Italia
in
Europa.
Berlusconi è il primo leader italiano moderno che non è visto come
un alleato naturale dalla
Germania
e dalla
Francia
ma dalla
Spagna
e dalla Gran
Bretagna, per le riforme
economiche, la politica estera e il rapporto transatlantico.
[...] E'
dunque il primo a mettere in questione il dogma che prevede il ruolo di supporto
dell'Italia nella «locomotiva franco-tedesca» anche se questa sembra
che stia spingendo l'Europa continuamente verso un'integrazione sempre
più totale, governata da uno Stato centralizzato burocratico.
[...] Per
Parigi,
Berlino
e
Bruxelles,
la possibilità che un governo italiano aggressivamente indipendente possa
schierarsi con
Londra
e
Madrid
sarebbe sufficiente a cambiare la bilancia del potere su molti argomenti,
specialmente dopo l'allargamento. L'asse franco-tedesco ha dato per scontato
l'appoggio italiano negli ultimi cinquant'anni. Come risultato questo appoggio
italiano indiscusso ha permesso alla Francia ed alla Germania di orientare
l'Europa in qualsiasi direzione, a loro piacimento. Adesso, dopo cinquant'anni,
non possono più dare per scontato il sostegno italiano, una lezione che
hanno appreso con loro sommo orrore durante il dibattito
sull'Iraq.
Di conseguenza, il futuro
dell'Europa dovrà essere concordato con il consenso generale delle
nazioni europee. Senza l'appoggio automatico dell'Italia, l'asse franco-tedesco
non potrà più dominare l'Europa. Questo è il vero
«reato» che ha commesso Berlusconi, e il suo vero successo.
Ritorna sull'argomento oggi
Luigi
Castaldi su
Capperi, con
questo
post (il cui inizio è sulla pagina principale, ma non ha il
permalink). Ancora
stralcio:
L'articolo lascia
intendere che la sconsiderata e arrogante aggressione verbale di
Schulz
è stata una mossa tutt'altro che estemporanea e personale, ma che
anzi quasi certamente è stata studiata a tavolino fino all'ultimo
aggettivo. [...] Da
un lato, le stanche e inette burocrazie dell'asse franco-tedesco che del vecchio
prestigio in ambito Ue conservano solo l'abito tronfio della cerimonia;
dall'altro, il progetto cui, in vario tono e grado, Roma, Madrid e Londra
concorrono, facendosi garanti e interpreti delle nazioni recentemente entrate a
far parte dell'Europa allargata. Il progetto è quello di una Ue non
già subalterna agli
Usa,
ma conscia del comune destino che la lega all'altra riva dell'Atlantico. Una Ue
finalmente capace di riconoscere nella comune radice giudaico-cristiana e nel
fondante patrimonio della democrazia e della libertà il segno di una
cerniera atlantica che non può e non deve esaurirsi nel vivacchiare
all'ombra del tetto
americano. [...] Nelle
mani della regia franco-tedesca, la Ue si è ridotta ad una graziosa e
pomposa nullità autoreferenziale. Incapace di fronteggiare le più
elementari emergenze di sicurezza, si è spesso trovata impreparata a
gestire innovazione e crescita, scontrandosi ad ogni passo con elementi di
rivendicazione e malessere nazionale che erano la negativa di un dato di fatto:
non si può creare un'entità politica sovranazionale a partire da
un'oligarchia di burocrati targati Parigi e Berlino. Militarmente inetta,
tecnologicamente ed economicamente impreparata alle sfide della
globalizzazione, culturalmente stagnante, diplomaticamente ambigua, cinica e
imprevidente. Questa Europa in cui Francia e Germania, finche poterono,
dettarono il bello e cattivo tempo è finita. A Berlusconi, ad
Aznar,
a
Blair
il merito di averlo capito per tempo, modificando rapidamente la rotta delle
rispettive politiche estere e prendendo coraggiosamente sulle spalle il carico
di ciò che era ostilità interna dovuta a inerzia
intellettuale e/o a interesse leso di
lobby. [...] Se
un asse deve guidare la nuova e grande Ue, questo deve avere una consacrazione
rapprentativa che venga dal basso, non già dal diploma di bon ton che
Parigi e Berlino concedono a chi avalla i loro nascosti affari con la peggiore
Africa
e la peggiore
Asia.
Lomborg
è uno scienziato danese che si impuntò nel tentativo di confutare
a suon di dati le teorie di
Julian
Simon, secondo il quale la
condizione del mondo non sarebbe cattiva come la descrivono gli ambientalisti,
per poi scoprire che costui aveva
ragione.
Dopo mesi
di dura fatica, ore e ore passate sul computer a elaborare dati (gli stessi dati
in base ai quali gli ecologisti scandiscono la loro mesta via crucis di
catastrofi prossime venture), Lomborg s’avvede che Julian Simon aveva
ragione. Il mondo sta, tutto sommato, benino. Non benone, benino. Di sicuro,
meglio di quanto stesse decenni e secoli fa. Il vagheggiato "ritorno al
passato", a una vita "in armonia con la natura" è, con rispetto parlando,
un pacco. Oggi
l’aspettativa di vita alla nascita è maggiore, il tenore della vita
è superiore, l’inquinamento minore e meno grave. Insomma: la storia
dell’uomo è la storia della sua prodigiosa lotta contro la morte;
che, nell’arco dei millenni, ha dovuto mordere la polvere e fare tanti
passi indietro. In Occidente, nessuno soffre più di malattie quali la
malaria, il tifo, il colera; nessuno muore per infezioni all’alluce e al
dito mignolo. E anche i paesi in via di sviluppo sono incamminati su questa
strada, pur tra mille difficoltà.
La lezione,
allora, è che, se solo abbiamo la forza di toglierci le proverbiali fette
di salame dagli occhi, osserveremo un mondo assai più gradevole di quel
che ci viene dipinto dai "profeti di sventura" ambientalisti. Per giunta,
comprenderemo che i problemi sono problemi, non tragedie; e che dunque possono
essere affrontati e risolti grazie alla crescita economica, al progresso
scientifico, all’evoluzione tecnologica. Infine, capiremo che le cose
vanno analizzate per quello che sono, non per quello che sembrano. Che cause ed
effetti non possono essere deliberatamente
confusi.
(dalla
recensione di
Carlo
Stagnaro)
Consiglio
dunque la lettura del libro di Lomborg, ma per chi volesse saperne di più
sul reale stato del mondo alla faccia dei profeti di sventura ecologisti,
suggerisco innanzitutto la visione dell'intervista rilasciata a
Excalibur dallo stesso
Lomborg un anno fa. Qui il link diretto al
video (in Real
Player)
Altri articoli
interessanti a riguardo possono essere questi di
Tempi
(che QUI
consiglia anche diverse fonti di informazione in
rete): "WWFatwa contro
Lomborg" di
Marco
Respinti "Il mondo sta
bene" di
Antonio
Gaspari
Ieri sera, uscito da un ristorante a
Yotsuya
(Tokyo), ho
visto sulla strada di fronte le transenne che chiudevano una parte della
carreggiata per dei lavori di manutenzione, ma soprattutto il cartello che
invitava a fare attenzione, in cui un omino di punti luminosi sbandierava
ininterrottamente.
In Iran arrestano pericolosi criminali: i critici
cinematografici
Con un certo ritardo ho letto questo articolo da
OpenDemocracy,
in cui un giovane iraniano parla dei numerosi arresti di critici musicali e
cinematografici, e racconta in particolare dell'amico
Mahmoud
Vakili, che oltre a scrivere su una rivista di
cinema
[...] divenne un filmi, una
professione che può esistere solo in questa terra desolata. Raccoglieva
film su cassetta e DVD, li infilava nel suo zaino e li noleggiava alla gente. Ma
c'era una gran differenza tra lui e gli altri che noleggiavano film: nel suo
archivio potevi trovare i film di
Ford,
Hawks,
Von
Sternberg e
Griffith,
come quelli di
Lynch,
Jarmusch,
Kusturica,
Aronofsky,
Almodovar
e Von
Trier. Potevi scegliere i film per
genere, o scegliere un periodo storico da studiare; potevi vedere i film della
New Wave o il cinema indipendente americano; potevi cominciare dal
Messico
o dal
Brasile
e arrivare fino in
Grecia
e
Georgia
o
Kazakistan,
attraverso film sempre belli e che facevano pensare. Anche dopo aver scelto una
professione tanto umile, Mahmoud rimase fedele a sè stesso. Non si
vendette mai. Quello che fece per i suoi clienti, per noi, fu di creare un
istituto cinematografico e culturale mobile. [traduzione
mia]
Val la pena di leggere tutto
l'articolo originale, ma mi riservo di presentare ancora almeno il
finale:
I giovani frustrati e
disoccupati di questo paese, anche loro frutto della rivoluzione, possono ora
trovare ogni genere di film porno agli angoli delle strade. Eppure, poco
più in là ci sarà sempre un criminale in uniforme che
tormenterà una donna a cui è sfuggito qualche capello dal foulard,
mentre un giovane che passeggia con un'amica dovrà dare spiegazioni per
evitare di essere condannato alla frusta. Lì vicino una prostituta
salirà sull'auto lussuosa di qualche uomo devoto e si venderà in
cambio della misera somma di 10 o 20 mila toman per non morire di fame. Intanto
i mullah pregano e compiangono l'imam
Hossein.
Portano le mogli alla
Mecca
e in
Siria
e accompagnano le amichette nei porti franchi a fare le spese. Contrabbandano,
acquisiscono diritti esclusivi, esportano ragazze e il venerdì pregano e
cantano "morte
all'America".
Noi, privati della nostra vita, abbiamo citato spesso
Osip
Mandelstam, secondo cui in questo
mondo si può riconquistare tutto tranne la speranza. La speranza ci ha
abbandonato. Abbiamo tra 20 e 30 anni ma siamo già vecchi. [traduzione di
"Internazionale", citata da Il Foglio di lunedì 30 giugno
2003]
QuiMattia
Feltri, dopo aver ricordato a tutti che i
"kapò" non erano nazisti ma vittime del nazismo, detenuti nei campi di
concentramento che diventavano delatori e collaborazionisti feroci per salvarsi
dall'inferno, conclude in questo modo
magistrale:
Schulz
si è comportato da Kapò, si è preso del Kapò e se lo
tenga. Un socialista tedesco che il primo giorno di presidenza italiana chiede
conto a
Berlusconi
delle sue vicende giudiziarie, che sostanzialmente gli dice che starebbe meglio
in tribunale che al Parlamento, che tira fuori argomentazioni travagliesche,
marginali (almeno rispetto all'evento di mercoledì), e le esprime con
quei toni di disprezzo, è uno che sta facendo il gioco sporco. E' uno che
provoca, che sta facendosi bello agli occhi di qualcuno. Neanche sotto tortura
si può credere che a un socialista tedesco possa interessare della fedina
penale di Berlusconi, e sia sinceramente in ansia per i sei mesi (sei mesi!)
europei. Magari mi preoccuperei un po' di più ma soltanto un
pochino se ad affiancare
Romano
Prodi ci fosse
Carlo De
Benedetti, piuttosto che
Berlusconi. In tre giorni lo hanno
definito corrotto, mafioso, immorale, incapace. Queste belle faccine di
accusatori sono grosso modo gli stessi pacifisti in affari petroliferi con
Saddam
Hussein. Adesso gli tremano le
ginocchia e gli manca il fiato perché è arrivato il losco
capobastone italiano. Ma vadano al diavolo. Quando uno si ritrova davanti un
Kapò glielo dice: "Sei un Kapò".
L'altro giorno avevo citato
en passantin questo post il caso di un membro del partito
comunista giapponese che si era dovuto dimettere per aver violentato una
ragazza. Il fattaccio era successo ad una festa, dove il parlamentare aveva
bevuto un po' troppo.
Interrogato riguardo a
che cosa intendano fare per evitare l'accadere di simili "incidenti" in futuro,
il segretario del partito ha detto che dagli
anni '70, in seguito ad analoghi scandali legati all'eccessivo consumo di
alcolici, è in vigore una regola interna secondo cui ogni membro che
abbia intenzione di consumare alcolici fuori da casa sua deve avvisare prima il
partito. Questa regola talvolta viene violata, come nell'ultimo caso in
questione, quindi d'ora in poi andrà resa più restrittiva.
Sono il primo ad essere tentato dal fare
ironia su questi provvedimenti, ma abitare qui in
Giappone mi
ha fatto sperimentare quanto alto sia il consumo di alcolici: a
Milano non
mi era mai capitato di vedere così tante ragazze, ancora con l'abito
dell'ufficio, barcollare vistosamente sulle banchine della metropolitana,
impiegati in doppio petto vomitare sui binari, altri dormire per terra
perché non ce la fanno a reggersi in piedi, studenti e studentesse poco
più che ventenni e niente affatto "trasgressivi" che mi dicono di
ubriacarsi con gli amici almeno una volta alla settimana. Chi come me anni fa
seguiva il cartone animato "Maison
Ikkoku" ricorderà la signora
Ichinose, quella
bassa cicciona che un giorno sì e uno pure si scolava bottiglioni di sake
e ubriaca ballava sul tavolo, cantando a squarciagola in compagnia del signor
Yotsuya e
della signorina
Roppongi,
completamente ciucchi anche loro. Beh, credevo si trattasse di esagerazioni
partorite dalla mente dell'autrice, e invece scopro che darsi da fare per
organizzare il maggior numero di festini a base di sonore bevute e conseguente
ubriacatura pesante, è un passatempo molto
gettonato.
Solitamente si dà la colpa
a due fattori concomitanti. Il primo è di natura biologica, ovvero allo
stomaco dei giapponesi mancherebbe un enzima che li rende troppo
sensibili all'alcool. Il secondo riguarda il
lavoro: oppressi da straordinari che lo sono sempre meno e dal solito ambiente
multi-stratificato in cui senso del dovere e rispetto per superiori ed etichette
mettono i nervi a dura prova, gli impiegati non trovano di meglio da fare che
sublimare i loro desideri di maggior libertà dandosi alle bottiglie. Come
dice un passo dell'articolo che cito qui sotto, "l'unico momento in cui un
giapponese può parlare con sincerità al proprio capo è
quando sono entrambi ubriachi".
Per un solo
ma significativo esempio di quello che ho appena detto, potete leggere questo articolo (in inglese) in cui un
praticante di
Aikido
parla in modo disincantato dei diversi casi in cui ha avuto a che fare con
vecchi maestri giapponesi ubriachi, in un mondo in cui a parole dovrebbero
prevalere misura e rettitudine.
In questi giorni (mesi? anni?) di polemiche contro un
cavaliere solitario che continua a fare dell'ironia in risposta ad accuse
infamanti, ho trovato interessante questa citazione dall'intervista a
Tobias
Piller, corrispondente in Italia della tedesca
Frankfurter
Allgemeine. (da
Il Venerdì di
Repubblica, “Visti da vicino”,
27 giugno 2003)
«Repubblica?
Io non sono di quelli che copiano il vostro giornale per essere poi citati il
giorno dopo con frasi contro
Berlusconi...». È
così che
funziona? «Insomma. Capita,
sì. Personalmente credo che parte della stampa estera sia eccessivamente
influenzata da quella italiana di opposizione e dai pregiudizi contro questo
governo».
Quelli di
Repubblica
adesso ci vorrebbero dare a intendere che il caso Telekom-Serbia è tutto
un polverone. Però non ci spiegano per quale ragione loro han fatto il
primo scoop, loro l’hanno insabbiato, loro ora ne parlano con massima
delegittimazione dei testi d’accusa, neanche fossero dei Lupus in fabula
(il riferimento al giornalista di Rep. inseguito da querele di Tv olandesi e dal
Foglio
per una faccenda di articoli sulla
Cina,
vuoi scopiazzati, vuoi falsificati, ma di cui Rep., per il trentesimo giorno
tace e nemmeno si scusa con i lettori, è puramente causale). In
realtà, i lettori disattenti alle veline debenedettiane e al solito
casino montato dai
Colombo&Mauro
International Co sognando Ribaltone California del ’94 (roba da ridere se
non fosse che a ottant’anni anche
Biagi
potrebbe cominciare a pensare seriamente a cosa scrivere da grande) sanno almeno
due tre cose di un ennesimo colossale affare realizzato sotto le ali del governo
morale&giusto
dell’Ulivo
mondiale, anni 1996-2001.
Leggo oggi che riguardo a questa iniziativa qualcuno ha inteso il nome "Il
movimento dei blogger per Adriano
Sofri" in questo senso: IL MOVIMENTO DEI BLOGGER
(cioè tutti i blogger italiani) per Adriano
Sofri. Faccio notare che in realtà
trattasi di "Il movimento dei BLOGGER PER ADRIANO SOFRI (cioè costituito
dai blog in favore della liberazione di
Sofri)".
A me sembrava piuttosto chiaro che
nessuno tentasse di parlare a nome di "tutta la categoria". Ci sono in giro
parecchie centinaia di blog, un numero tale da impedire un'interpretazione del
genere. E invece...
A parte questo, da quando
è partita questa campagna se ne sono sentite di tutti i colori: da chi
dice "bella iniziativa, ma volete solo farvi notare" a chi opta per un "ma chi
credete di essere", a chi ritiene che "non serve a niente perché non
è servito prima", a chi dice addirittura "vi prendete troppo sul
serio".
Sulle prime critiche passo
perché comunque ognuno è libero di pensarla come vuole, come noi
siamo liberi di scrivere sui nostri blog quello che ci pare senza che nessuno
debba venirci a dire come dovrebbe essere e come dovrebbe comportarsi un vero
blog.
Sull'ultima, quella del "prendersi
troppo sul serio" mi piacerebbe invece far notare che se non ci si prende sul
serio che cosa si sta al mondo a fare?
In Giappone la lotta della
broadband,
la banda larga, è iniziata da quasi due anni ormai, e non accenna a
calmarsi.
YahooBB, il
mio ex-provider, ha per primo offerto una
ADSL da
8Mbps potenziali a prezzi stracciati, per poi passare a una nuova offerta da 12
Mbps, per arrivare infine in questi giorni ai 26 Mbps. Gli altri provider di
ADSL sono stati costretti a ridurre i prezzi anche loro, e la battaglia continua
con offerte che portano a zero la spesa di installazione iniziale, o i primi
mesi di utilizzo. Il prezzo al mese, uso
illimitato 24 ore al giorno, è intorno ai 3000 yen (poco più di 20
Euro).
Ma ultimamente è apparso un
altro concorrente, la fibra ottica. Esisteva anche prima, ma ora i prezzi si
stanno abbassando, e con circa 6000 yen al mese (sui 45 Euro) si ottiene una
linea da 100 Mbps potenziali, e la possibilità di affrancarsi dalla
NTT (la
Telecom
locale) passando al telefono via IP. In altre parole si può avere una
linea molto più veloce spendendo solo un migliaio di yen in più
che con l'accoppiata ADSL+NTT.
Il risultato
ce l'ho sotto gli occhi, avendo fatto il passaggio in questi giorni, optando per
la fibra di USEN Broad
Networks. La prima cosa che posso
notare è che non arrivo ai 100 Mbps "promessi", ma del resto anche la
ADSL da 8Mbps che avevo prima raggiungeva solo 1/8 della velocità
massima, causa distanza dalla centralina NTT. La
seconda cosa è che non mi posso proprio lamentare, e potete vederlo anche
voi in questo confronto tra il prima e il
dopo.
Prendo spunto dalla bravata del 29 giugno del
Griso, che cita
questo articolo del
New York
Times (serve registrazione gratuita) su una
sedicenne giapponese violentata da un insegnante. Nel pezzo in questione si dice
che in
Giappone lo
stupro non è mai stato considerato un grosso crimine, che i colpevoli a
volte vengono solo sgridati, che spesso la colpa ricade sulle vittime, e infatti
la madre della ragazza non rivela il suo nome per paura di essere ostracizzata e
addirittura di perdere il lavoro. Si cita anche il caso di un'altra ragazza
violentata da un professore che ha insistito per denunciarlo, e che poi si
è vista accusare di volergli rovinare la vita, è stata derisa dai
compagni, e ha visto tutti gli altri insegnanti scrivere una petizione a favore
del docente una volta che questo è stato condannato a due anni di
carcere.
Fatti salvi i casi di ragazzine
consenzienti che poi dichiarano di non esserlo state, sempre possibili tanto
più in un paese dove è molto alta la percentuale di liceali che si
prostituiscono per avere i soldi necessari a stare al passo con la moda,
è un dato di fatto che la violenza sulle donne è in Giappone
piuttosto diffusa.
È proprio di questi
giorni il caso del "Super Free", il club studentesco della
Waseda, un'importante università di
Tokyo, che
tra i suoi obiettivi aveva quello di stuprare in gruppo le ragazze. E chi non
accettava era pestato, minacciato e costretto a farlo, con il capo che scattava
foto o riprendeva le scene in modo da costringere tutti al
silenzio. Questa notizia ha avuto maggior risalto
a causa dell'ambiente "nobile" in cui è avvenuta, ma è analoga a
tante altre che si sentono sempre più spesso. Il 24 giugno era stato il
caso di un leader del partito comunista locale, costretto a dimettersi
perché si è scoperto che a una festa aveva - indovinate un po' -
violentato una ragazza.
Anche in Giappone,
infatti, la violenza, non solo sessuale, sulle donne sta diventando qualcosa di
cui si parla e comincia ad essere presa sul serio. Fa impressione leggere un articolo
della signora Hiromi Ikeuchi, che da anni si occupa di questo
argomento, e scoprire che "Il termine
'violenza domestica' ha cominciato ad essere usato dai media giapponesi nel
1998. Fino ad allora la violenza domestica era stata nascosta dalla cultura
della vergogna
giapponese".
La
"cultura della vergogna" è quella che gli antropologi attribuiscono al
Giappone, contrapposta a quella occidentale di matrice cristiana indicata come
"cultura del peccato". In altre parole, nel primo tipo un'azione sbagliata non
lo è, o per lo meno non pesa come tale, finché non lo viene a
sapere "la gente", al che subentra la vergogna che spesso e volentieri viene o
veniva eliminata col suicidio; nel secondo caso un'azione sbagliata lo è
anche se non lo sa nessuno. Si tratta di
distinzioni che spesso si intersecano e lasciano spazio a eccezioni e distinguo,
ma il punto è che in una società dove "quello che pensa la gente"
è tutto, anche una donna che le violenze le subisce, si sente per questo
inibita e piuttosto che affrontare la vergogna di una tale situazione, sopporta
e tace.
Si dice che
"una donna su 20 in Giappone sia stata
soggetta a una violenza che ha messo a repentaglio la sua
vita". L'articolo della Ikeuchi cita il caso del
console giapponese a
Vancouver,
che nel 1999 è stato arrestato per percosse alla moglie, e che si
è difeso dicendo che fin dall'antichità in Giappone non è
mai stato male picchiare la moglie, e che si tratta semplicemente di una
differenza culturale.
Non ho
difficoltà a credere a queste statistiche visto che mi è capitato
di vedere un uomo schiaffeggiare la sua donna per strada, a un amico è
successa la stessa cosa più volte, a un suo amico idem, ma lui è
intervenuto a "salvare" la ragazza ed è stato picchiato da entrambi.
Ancora meno se penso a una mia amica italiana il cui (ora ex-) ragazzo la
picchiava.
Io e quanti con me ritengono che
l'uomo possegga qualcosa che lo rende uguale in tutto il mondo, e che aborriamo
ogni tentativo di "rispettare" quei lati culturali disumani presenti nelle
culture diverse dalla nostra (cfr. tanti "tolleranti" nostrani in materia di
Islam), possiamo renderci ben conto di quanto ci sia ancora da fare in materia
dei diritti delle donne, quaggiù. È
un paese dove i camerieri (di ogni sesso) servono prima gli uomini, dove
lasciare la precedenza a una ragazza all'uscita dall'ascensore è qualcosa
che sempre le stupisce e le fa sospirare che gli italiani sono gentili, dove i
livelli di superiorità e inferiorità sono tanti e tali che dire
"no", anche alla violenza, è qualcosa consentito a
pochi.
Per l'ennesima volta, inoltre, non
posso fare a meno di pensare che chiunque dice male della concezione cristiana
della donna, non ha mai messo il naso fuori dal suo piccolo
mondo.