Ancora un paio di link illuminanti rispetto alle bugie
di Michael
Moore nel suo ultimo film. Il primo è il
blog Fahrenheit Fact dedicato completamente a
sbugiardare, con ricchezza di documentazione, il vincitore
dell'ultimo
Cannes.
Il
secondo è un bel pezzo dal periodico
brasiliano Primeira
Leitura (tradotto in italiano, non
preoccupatevi). Il suo autore, Olavo de
Carvalho, ci spiega perché quello di
Moore non è un documentario, ma un "porcumentario" (e non credo sia
necessaria una cattedra in etimologia per cogliere il senso del
neologismo).
Non ho visto
Vera
Drake, e non so se mi capiterà
l'occasione. Ho letto qualcosa di quel che se ne è detto durante il
Festival di
Venezia, e recentemente anche qualche commento
di parte cattolica. Per esempio,
Radio
Vaticanapare abbia
detto:
"Bravo
Mike
Leigh: evita la propaganda, pone
domande, non trae alcuna facile e scontata
conclusione.
Leigh tratta
la dolente e terribile storia di Vera, paurosamente allibita davanti al suo
operato dettato da un misto di ignoranza e di
ingenuità, con pudico distacco e assoluto rigore. Per
questo, pur nelle inevitabili riflessioni etiche che innesca, il
regista è capace di non offendere il credente e portarlo, anzi, ad
una maggiore presa di coscienza.
Un
giudizio fondamentalmente positivo,
dunque.
Dall'agenzia
Zenit.org
apprendo poi che il signor Peter
Malone, presidente della SIGNIS, una
"Associazione cattolica mondiale per le comunicazioni", ha detto che Leigh
è un regista eccellente, ne riferisce un'intervista in cui dichiara che i
suoi film non forniscono risposte inequivocabili, continua dicendo che non
presenta semplicemente dei giudizi morali e che affermare che questo film
è a favore dell'aborto non rende giustizia al film, perché
l'aborto è solo uno degli argomenti del film, mentre invece l'importante
in un film non è l'argomento, ma "come questi argomenti vengono
presentati".
Sì, esatto. L'ultimo
è proprio il punto cruciale, quando parliamo di cinema. Per questo mi
sono andato a vedere il trailer del film, che trovate qui (in inglese). So abbastanza di
linguaggio cinematografico da poter dire che se il film è impostato allo
stesso modo del trailer, questo è un prodotto a favore dell'aborto senza
ombra di dubbio.
Per metà si vede
questa brava e simpatica signora, gran lavoratrice, che aiuta e ama tutti, viene
lodata da tutti, in un tripudio di balli, risate, brindisi e gioia. Poi spunta
la macchina nera dei poliziotti, che arrivano a spezzare tanta felicità.
Lunghissimo primo piano del volto di lei incredula. La seconda metà
è tutto per lei che parla coi poliziotti con voce spezzata e occhi umidi,
e cerca di spiegargli come volesse solo fare del bene. La macchina nera la porta
via, sotto la neve, tra gli sguardi addolorati degli amici e una musica triste.
Appaiono le didascalie che la definiscono "...la storia di una donna... che ha
sacrificato tutto... per quello in cui credeva". E intanto vediamo questa povera
nonnina sempre più piccola, triste e tremolante, mentre viene messa in
carcere o se ne sta seduta a guardare nel vuoto. Infine il poliziotto che le
chiede: "Si rende conto che si tratta di un crimine?", e lei - perennemente con
lo sguardo umido e la voce incrinata - che risponde: "No, caro. Siete voi che lo
chiamate così."
Il messaggio mi sembra
chiaro: è solo una questione di punti di vista personali. Per me è
così, per te non è così. Come se la vita e la morte fossero
opinioni. Non credo ci sia bisogno di essere dei geni per accorgersene. Era
già abbastanza chiaro anche da certe interviste rilasciate da Leigh,
in cui diceva di reputare incredibile che ci fossero ancora paesi che condannano
l'aborto, e sostanzialmente di considerarlo un metodo utile per il controllo
delle nascite.
Invece si vuole giocare a
credere che si tratta di un film che non emette il suo giudizio, solo
perché "il regista è capace di non offendere il credente". Ma chi
se ne frega del credente?! Vediamo piuttosto che Leigh non offenda la ragione!
Si considera sempre l'opposizione all'aborto come qualcosa di cattolico,
questione di fede e balle varie, quando invece l'accorgersi che quella che
è iniziata nel ventre di una donna è già una vita
insostituibile dovrebbe essere una capacità semplicemente
umana.
Finisce così che uno dei film
più anti-abortisti degli ultimi anni sia il sanguinoso
Kill Bill di
Tarantino.
In cui la spietata killer protagonista, "la donna più letale al mondo",
il giorno stesso in cui scopre di essere incinta decide di lasciare il suo
rischioso mestiere, perché: "Ho paura per il mio bambino".
Naturalmente il film non entra nel merito di
tale decisione con un discorso sui perché e i percome, ma il fatto che
un'assassina professionista si renda conto che quel microscopico grumo che ha in
pancia sia già il suo bimbo, mentre una brava e simpatica signora inglese
di mezza età pensi che uccidere bambini sia utile e giusto, mi sembra
quantomeno bizzarro.
Pur se con grande ritardo, vi devo linkare l'articolo
di Luca
Sofri (da Vanity Fair) dedicato a
Michael
Moore (sì, ancora lui). Nel pezzo,
intitolato "La
sinistra che è uguale alla
destra", Sofri critica da sinistra
quello che è ormai diventato un'icona della sinistra (non di tutta la
sinistra, ma solo di quella "uguale", e se non capite cosa sto dicendo è
perché non avete ancora letto il suo pezzo, quindi cosa state
aspettando?).
Sempre riguardo al nostro (si
fa per dire, mio non è di certo), e sempre grazie al Sofri più giovane segnalo
un pezzo del Wall Street Journal in cui si
spiega perché Moore sta sicuramente mentendo quando parla degli aerei
sauditi che avrebbero lasciato gli
USA come
ospiti stranamente
privilegiati.
Sull'argomento, grazie a
BloggerVins,
segnalo anche l'uscita per il 5 ottobre (in America è la stessa data di
uscita di "Fahrenheit
9/11") del DVD
"FahrenHYPE
9/11", un video che si dedica allo
smontaggio del film di Moore, e introdotto dallo slogan: "Sapevate che si
trattava di una menzogna... Ora saprete perché".
Leggo oggi che è stata ritrovata un'altra
sindone con l'immagine del volto di
Gesù.
E che sembra autentica. Qui trovate la notizia dal sito del
Corriere.
Ma
quel che è stupefacente, è che sul sito del
Resto del
Carlino, e quindi anche di
Google News,
che segnala i siti in automatico, questa notizia è riportata nella
sezione "Spettacoli". Appena sopra
Bonolis che
parla del suo futuro in RAI.
Cliccando qui potete vedere le schermate
prese dai due siti.
Lo squillo del telefono non era lo squillo
del telefono, ma la rumorata del tràpano di un dentista impazzito che
aveva deciso di fargli un pirtùso nel cervello. Raprì a fatica gli
occhi, taliò la sveglia sul comodino, erano le cinque e mezzo della
matinata. Sicuramente qualcuno dei suoi òmini del commissariato lo
cercava per dirgli di una cosa seria, non poteva essere diversamente data l'ora.
Si susì dal letto santiando, andò nella càmmara da pranzo,
sollevò il ricevitore. «Salvo, lo conosci a
Potocki?»
Grazie al mio amico
Luca R.,
siciliano - o meglio ragusano - DOC, sono immerso nella lettura di
"Un mese con
Montalbano", raccolta di racconti
di Andrea
Camilleri. E mi sta piacendo
molto.
Vedo che nel sito di
InternetBookshop
(a cui venite rimandati se cliccate sul titolo del libro, qui sopra), le
recensioni dei lettori in un paio di casi tirano in ballo la "scorrevolezza".
Per esempio, il signor
Picasso
dice: "Andando avanti la lettura diventa un pò meno scorrevole", mentre
il signor
Lillo lo
definisce un "libro abbastanza scorrevole, ma con scarsa comprensione a causa
del siciliano italianizzato adoperato da
camilleri". Personalmente, non vedo perché
questa "scorrevolezza" debba essere presa come parametro di valutazione di
un'opera. O meglio, che venga pure tenuta in considerazione, ma allora che
vadano anche definite le esigenze (o non esigenze) del lettore: "Poco scorrevole
per essere un libro da treno", magari potrebbe andare. Oppure: "Non abbastanza
scorrevole paragonato all'ultimo numero di
Topolino".
Non
sia presa, la mia, come un'offesa. E non si pensi che io tenga in poco conto i
libri da treno o le pubblicazioni
Disney
(tutto il contrario), ma voglio dire invece che il bello dei libri di Camilleri
è anche quel suo linguaggio un po' siciliano vero e un po' artefatto, che
oltre ad essere molto divertente, contribuisce enormemente a caratterizzare i
personaggi ma soprattutto a immergerci un po' in un mondo che, se pure dietro
l'angolo, è già altro da noi. Un mondo in cui assistiamo a vicende
regolate da leggi diverse, caratterizzato da tempi diversi, e di cui non
riusciamo a capire sempre tutto, proprio come se fossimo lì presenti.
Presenti ma un po' estranei. Un po'
stranieri.
Detto questo, non vorrei che chi
non avesse mai letto Camilleri equivocasse le mie parole, e pensasse di trovarsi
di fronte a un emulo di
Verga, o alla versione letteraria di
"La terra
trema" di
Visconti.
Sinceramente io trovo questa raccolta anche fin troppo scorrevole. I vocaboli
non italiani non sono tanti: alcuni si apprendono subito in poche pagine, altri
si deducono facilmente per assonanza con l'italiano, e alla fine si riesce a
capire fondamentalmente tutto. Ma, come non mi stanco mai di ripetere ai miei
alunni, non è quasi mai necessario dover capire tutto, per poter
apprezzare un testo.
Ne approfitto infine per
segnalare un sito che riporta tutto quello che vorreste sapere su questo
scrittore e i suoi libri: citazioni, interviste, coltissime analisi dei testi, e
persino registrazioni audio di programmi radiofonici dedicati al "sommo", come
viene chiamato Camilleri dai suoi fan. L'indirizzo è, oserei dire
"ovviamente": www.vigata.org. Ah,
e naturalmente ci troverete anche un dizionario
camillerese-italiano.
Come già successo qualche mese fa, il
contatore in fondo alla home page si è di nuovo azzerato. Il sistema che
ho usato per riportare il conteggio alla cifra corretta è stato lo stesso
usato la vota scorsa, ma adesso mi sono abbastanza seccato di avere un contatore
inaffidabile. Se qualcuno ha da segnalarmene uno
che funzioni bene, non dipenda dal server su cui è pubblicato il blog
(che è solo un spazio web e non può far girare software o script),
e sia possibilmente gratuito, sarà presenza gradita nella mia casella di
posta.
Velo come simbolo di dignità? O anticamera
dell'inferno?
Nello stesso reportage dal
Cairo citato nel
post precedente, leggiamo anche del progressivo
aumento dei veli tra le donne egiziane.
Casadei,
l'autore, ci dà qualche dato, una sua impressione, e l'opinione di una
femminista egiziana. Io riporto qui sotto questi brani, ma mi riservo un
commento e una considerazione
finale.
[...] l’80-90 per
cento (a seconda dei quartieri) delle donne porta il velo e un abbigliamento che
copre braccia e gambe: non importa se giovani o anziane, abbienti o di modesta
condizione; la grande maggioranza veste l’hijab, un foulard avvolto
attorno al capo, un 5-10 per cento veste il niqab, un abito che ricopre
l’intero corpo tranne una sottile fessura all’altezza degli occhi.
«Non era così quando sono arrivato qua», racconta padre
Christiaan Van
Nispen, gesuita olandese che vive
al Cairo da 40 anni. «A quel tempo le donne velate erano una minoranza.
Quindici anni fa, all’inizio degli anni Novanta, la proporzione era
già 50-50. Oggi, come lei può vedere, le donne senza velo sono
molto poche, quasi tutte appartanenti alla minoranza cristiana copta».
[...] Ma
viste da vicino, le donne egiziane, soprattutto le giovanissime, sono tutto
tranne che sciatte e pudibonde: il rimmel intorno agli occhi è perfetto,
ciglia e sopracciglia sono curatissime; il colore del foulard è sempre
perfettamente in tinta con quello del rossetto o con lo smalto delle dita di
mani e piedi, oggetto di cura maniacale. Non che reprimere, il velo e
l’abbigliamento castigato esaltano la sensualità della loro figura,
per la studiatissima combinazione fra visibile e non visibile, proibito e
permesso (haram e halal, direbbero i teologi giuristi dell’autorevolissima
università islamica di
Al
Azhar). La civetteria è al
diapason, solo i distratti e gli ottusi possono vedere in queste donne scrupolo
religioso, modestia, senso di colpa e autopunizione del corpo femminile.
[...]
Heba Raouf, ambigua figura di
“femminista islamista” [è] docente di teoria politica
all’università del Cairo. A 13 anni appena, Heba creò un
caso presso la scuola cattolica a cui genitori (musulmani) l’avevano
iscritta pretendendo di indossare il velo durante le lezioni nonostante la
perplessità delle suore tedesche che gestivano l’istituto. «Il
velo -mi dice- è un segno del ritorno alla religione, ma non solo.
È il mezzo che ci permette di essere presenti e attive nella
società senza subire molestie sessuali e di sottolineare la nostra
identità culturale. Noi donne non vogliamo più essere semplici
oggetti del desiderio maschile, vogliamo essere cittadine a pieno titolo, e il
velo ci permette di partecipare alla vita pubblica senza essere
“mobbizzate”. È un’ottima cosa che in Egitto ci siano
vagoni riservati alle donne nella metropolitana, perché questo ci
permette di viaggiare senza subire
molestie».
Nel leggere l'ultima
citazione, mi sono reso conto di aver già letto in passato qualcosa di
simile, e sono andato a consultare la mia libreria. Nell'interessantissimo
"Karim, mio fratello terrorista", in cui la tunisina
Samia Labidi
racconta le vicende del fratello alle prese con il reclutamento e l'ingresso in
una organizzazione terroristica sciita, ci sono dei passaggi dedicati alla
mutazione di un'altra sorella,
Samira:
costei era una studentessa modello, brillante e dal futuro promettente, una
ragazza vivace che si vestiva con gusto e di colori accesi. Frequentava anche
un'organizzazione per i diritti della donna, ma poco a poco iniziò a
cambiare. I vestiti si allungavano sempre di più, i colori sparivano, e i
suoi discorsi vertevano ormai solo sulla religione. Cominciò a denunciare
i vicini come traditori dell'Islam, ad accusare la madre di non credere
abbastanza in Dio, e il padre di dare troppa libertà alla moglie e non
tenerla sottomessa come vuole il
Corano,
e così via in un'escalation che portò l'inferno in famiglia e fece
del fratello Karim una preda della sue
farneticazioni.
Ed ecco, tratto da pag. 60,
l'acuto commento della
sorella:
All'inizio della sua
conversione intellettuale alla religione islamica, Samira non si era resa conto
della dimensione politica che una certa élite avrebbe impresso al
movimento delle donne. All'inizio il loro gruppo cercava unicamente di
combattere il culto della donna-oggetto di marca ideologica occidentale. Si
trattava insomma di un movimento pseudofemminista, del tipo di quelli che erano
sorti nei paesi europei già dall'inizio degli anni sessanta. Le
fondatrici di questa corrente di pensiero si distinguevano per le loro
qualità intellettuali. Vedevano - a torto - nel ritorno ai valori
dell'islam un modo efficace di rendere alle donne la loro dignità. Il
fatto di incitare a portare il velo, a indossare l'abito tradizionale,
rispondeva innanzitutto a un atto politico. Era necessario annientare l'immagine
della donna «oggetto sessuale» al fine di imporre il suo
riconoscimento in quanto persona totale. Da questo punto di vista la religione
era al servizio della rivoluzione femminile, e non di quella integralista. Ma in
questo movimento si sarebbe infiltrato poco a poco il pensiero religioso
estremista, che avrebbe operato il suo sabotaggio. Colmo dell'ironia, il
femminismo politico sarebbe diventato un fanatismo religioso per volere degli
uomini!
L'ascesa dell'islamismo, il risultato di una
crisi morale
Diversi articoli interessanti sulla questione islamica
(nonché russo-cecena), nel penultimo
Tempi.
In particolare segnalo la prima parte di un lungo "diario" di
viaggio in
Egitto,
"alle radici del fondamentalismo
islamico".
Tra i numerosi spunti di
interesse, ho trovato notevole il seguente giudizio di
Wael Farouq,
"giovane insegnante che ha abiurato i
Fratelli
Musulmani e
Jihad
egiziano, nei quali ha militato per alcuni
anni":
Per Farouq l’ascesa
dell’islamismo è l’esatto contrario di un revival religioso;
è piuttosto il risultato di una crisi del senso religioso e morale:
«Gli egiziani vivono un vuoto spirituale e si sentono in colpa per una
serie di comportamenti privati che non possono ammettere in pubblico. Hanno
bisogno di placare il senso di colpa e di affermare la loro
rispettabilità sociale, e gli islamisti offrono la risposta a questo
duplice bisogno. La tua vita personale è priva di senso religioso, e
compi molte azioni che sono contrarie alla norma religiosa ed ai valori morali,
ma puoi metterti in pace la coscienza e salvare le apparenze sociali con gli
atti esteriori che gli islamisti ti indicano: portare il velo, o meglio ancora
il niqab, farti crescere la barba, pregare per strada, elogiare i combattenti
del jihad, disprezzare gli infedeli, accusare i governanti di apostasia. La
gente ha bisogno di ritrovare un equilibrio, per questo fa quello che gli
islamisti le dicono di fare. È molto facile manipolare la gente a partire
dalla crisi del suo senso religioso, e gli islamisti, che sono dei politici e
non degli spiriti religiosi, se ne approfittano».
Segnalo la prossima uscita (23 settembre) del libro
"Le bugie degli
ambientalisti", scritto da
Riccardo
Cascioli e
Antonio
Gaspari,
che
svela le
origini e gli obiettivi dei "profeti di sventura" e demolisce le basi
scientifiche dei miti ambientalisti: deforestazione, riscaldamento globale,
esplosione demografica, inquinamento atmosferico, esaurimento delle risorse,
cibi ogm... Gli sos lanciati dalle organizzazioni ambientaliste profetizzano la
fine prossima del pianeta. Una documentazione schiacciante, ricca di dati e
casi concreti - e suffragata dalla prefazione di uno dei maggiori
scienziati italiani,
Tullio
Regge - dimostra
che il solo scopo di queste organizzazioni è raccogliere fondi per
operazioni demagogiche, ideologiche e politiche che nulla hanno a che fare con
la salvaguardia della Terra.
Ne
approfitto per segnalare anche un nuovo sito, già entrato a far parte dei
miei link, a riguardo di questi ed altri temi analoghi. Si tratta di SVIPOP, il cui
bizzarro nome è spiegato nel sottotitolo: magazine su ambiente, sviluppo
e popolazione.
Cito dalla pagina che illustra
le ragioni della sua
nascita:
L’originalità
di SVIPOP sta anche nel fatto che tratteremo insieme tre argomenti –
popolazione, ambiente, sviluppo – che normalmente vengono considerati
separatamente. Ma con le Conferenze
dell’ONU
iniziate nel 1992 con quella di
Rio de
Janeiro sull’ambiente, si
è affermato per la prima volta un legame di causa-effetto che vede la
presunta eccessiva popolazione all’origine della distruzione
dell’ambiente e del sottosviluppo. Oggi ogni politica globale, piaccia o
meno, si basa su questa concezione. Solo così si comprende come mai, ad
esempio, i fondi
dell’Unione
Europea per gli aiuti allo
sviluppo vanno in misura sempre crescente per promuovere l’aborto nel
Terzo Mondo.
[...] siamo al
culmine di una guerra contro l’uomo, una guerra lanciata nel secolo scorso
e che oggi mostra sempre più apertamente il suo volto. Lo dimostra anche
il Rapporto sullo Stato della
Popolazione presentato ieri a 10
anni dalla Conferenza del Cairo
su popolazione e sviluppo.
L’unico interesse di questi potentati economici, politici e culturali che
hanno in mano le agenzie
dell’ONU,
è quello di limitare la presenza dell’uomo sulla faccia della
Terra. Anzi, solo la presenza degli uomini poveri o inadatti per qualsiasi
motivo, così che gli altri – i ricchi, gli intelligenti, i
privilegiati – possano vivere tranquillamente, senza seccature. Non a caso
nel dossier che abbiamo preparato a 10 anni
dalla Conferenza del Cairo, il nunzio apostolico presso l’ONU di
Ginevra,
Silvano
Tomasi, parla di “barbarie
culturale e giuridica” che si è affermata grazie a quella
Conferenza. E il demografo
Giancarlo
Blangiardo parla di
“incapacità” che queste agenzie hanno “di concepire
l’uomo come risorsa” e non come causa di tutti i mali, o
“cancro del pianeta”, come molti ambientalisti l’hanno
definito.
Giovedì sera, mentre tornavamo da scuola verso
la stazione,
Michiko mi
ha chiesto se avessi visto la partita di calcio Giappone-India,
giocata il giorno prima. Dal momento che
purtroppo io non avevo assistito a tale imperdibile evento, le ho chiesto come
fosse finita. "Ha vinto il Giappone, naturalmente!", è stata la sua
risposta. Ho pensato che, sì, aveva ragione, la mia domanda era stata un
po' ingenua. I giapponesi non sono ancora i giocatori più forti del
mondo, ma farsi battere dagli indiani sarebbe stato effettivamente un po'
troppo.
Poi mi racconta che tra il primo e
il secondo tempo sullo stadio sono calate le tenebre perché, per
un'improvvisa mancanza di corrente, tutte le luci si sono spente. Giocatori e
spettatori hanno così dovuto attendere 20 minuti prima che tornasse la
luce e il gioco riprendesse. Al che ho fatto la mia seconda domanda: "Dove
giocavano? In Giappone o in India?". E lei: "Ma in India, naturalmente! Ti
sembra che in Giappone avrebbe potuto succedere una cosa del
genere?!"
Di nuovo ho pensato che, sì,
aveva ragione, la mia domanda era stata molto ingenua.
E per quella sera ho deciso che era meglio non
fare altre domande...
Agitano il feticcio del Grande Satana a scopo
sedativo
Su La
Stampa del 2
settembre, Massimo
Gramellini descrive in poche parole la
situazione attuale nei paesi musulmani e il rapporto tra estremismo terrorista e
gente comune:
Quando
all'inaugurazione di un magazzino
Ikea in
Arabia
Saudita accorrono
settantamila clienti, si ha la prova lampante di come gli integralisti ci
vendano ogni giorno una realtà immaginaria, che il linguaggio dell'orrore
rende forse più persuasiva, ma non per questo più vera. Nessuna
comunità islamica è costretta a subire lo stile di vita
occidentale contro la propria volontà. La possibilità di un minimo
di benessere a bun mercato fa gola a tutti, anche a chi deve conciliare una
libreria componibile con le pratiche del
Corano. Ma
se a quell'inaugurazione succede che muoiano due pachistani e un saudita,
calpestati nella ressa dantesca per acciuffare una manciata di buoni-sconto da
pochi dollari, allora il trucco dell'integralismo diventa ancora più
scoperto. Neanche
l'Inghilterra
di
Dickens
era una società tanto squilibrata come quella araba, dove i pochi hanno
tutto e gli altri, cioè quasi tutti, niente. Si sono consumati alberi di
carta per vivisezionare le ragioni che inducono
Bush
a usare la guerra a fini interni di conservazione del
potere. Ne bastano molti di meno
per dire che i veri nemici delle masse truciolate d'Arabia non siamo noi
occidentali, ma quei loro fratelli di fede che agitano il feticcio del Grande
Satana a scopo sedativo, pur di continuare a tenerle in una condizione di
miseria che le induce ad ammazzarsi - letteralmente, purtroppo - per il
bracciolo di un divano.
Come molti di voi sapranno (e molti no, naturalmente,
ma mi piaceva cominciare così il mio post), in
Giappone
è molto popolare leggere le riviste a sbafo. Se entrate
in un conbini, o
anche se solo gli passate vicino e guardate attraverso la vetrina, noterete
sempre qualcuno (anche gruppi di una decina di persone, se c'è abbastanza
spazio) intento a leggere giornali e fumetti, in piedi davanti allo scaffale dei
periodici. E infatti i giapponesi hanno pure creato una parola per definire
questo fenomeno, cioè quella che dà il titolo a questo post:
"tachiyomi", che letteralmente significa "lettura in piedi".
Volete leggere l'ultimo episodio di quel
manga che vi piace tanto, ma non avete voglia di comprare il malloppone
settimanale che lo contiene in mezzo a tante altre serie che non vi interessano?
Andate nel punto vendita più vicino e leggetevelo. Nessuno mi dirà
nulla. Vi piacciono le donnine discinte di quella rivista di auto, ma non vi va
di spendere i soldi per comprarla perché dopotutto le macchine non vi
interessano? Andate al conbini, o in una qualsiasi libreria, e lustratevi gli
occhi quanto tempo vi pare. Nessuno vi disturberà.
A uno come me, abituato a frequentare
in Italia
negozi di fumetti in cui, se ti soffermi troppo su una pagina, ti chiedono la
percentuale sul prezzo dell'albo, o in cui campeggiano geniali cartelli del tipo
"Questa non è una biblioteca", devo dire che fa un certo
effetto. Ma evidentemente anche qui la pratica
deve essersi diffusa un po' troppo, perché da qualche tempo le librerie
tengono quasi tutti gli albi a fumetti incellofanati. Non le riviste (di fumetti
o d'altro), comunque, né tutti gli altri libri, perciò chi vuole
leggersi Il Signore degli Anelli comodamente in piedi può farlo
liberamente.
Ma perché vi ho spiegato
tutto questo? Perché l'altro giorno, nel conbini vicino a casa, ho
trovato un cartello nuovo, che alla prima occhiata mi ha spaventato: "No!
Proibiscono il tachiyomi!!", ma un istante dopo, a lettura completa, mi ha
rassicurato sulle buone usanze locali. Il cartello recitava pressappoco
così: "Si pregano i signori
clienti di asternersi dal fare tachiyomi davanti al frigo dei gelati,
perché impediscono agli altri clienti di servirsene. Firmato: la
direzione."
Trovo interessante questo post di
Paolo di
I Love
America sulla
Tobin Tax,
soprattutto dove dice che chi vuole questa tassa fondamentalmente appartiene a
una visione ideologica che considera "come un reato e una colpa il guadagno", e
dove fa notare che "il neomarxismo è passato alla funzione di controllore
etico".
Però più che guardare
alla Tobin Tax come a un progetto errato perché - riassumendo il pensiero
di Paolo - obbliga tutti a fare la carità per legge, io preferisco far
notare che la suddetta tassa è semplicemente una boiata pazzesca. Non sta
né in cielo né in terra. Sarebbe controproducente per
tutti.
Qui di seguito qualche stralcio da
articoli della rivista Tempi
dedicati in passato alla questione, seguiti da un
mio commento finale.
Tanto per
cominciare, il capitale che circola nelle transazioni è molto diverso dal
capitale che si possiede stabilmente: un dollaro che cambia di mano mille volte
nel corso di una giornata sarà contato come 1.000 dollari di transazioni
finanziarie. Una tassa di un millesimo, allora, costituirebbe un'espropriazione
totale della ricchezza introdotta nel sistema. L'effetto sarebbe quello di
ridurre brutalmente la circolazione finanziaria e forse di interromperla
completamente. L'economia reale ne risentirebbe tanto quanto quella finanziaria.
Ma anche l'obiettivo di combattere la speculazione e stabilizzare i cambi
è aleatorio. Supponiamo che io debba vendere i dollari che ho guadagnato
con le esportazioni per pagare in euro i miei dipendenti. Se gli operatori
esitano ad acquistarmeli perché la tassa li scoraggia dall'effettuare un
acquisto seguito da una vendita (hanno bisogno anche loro di vendere subito i
dollari), sarò costretto ad abbassare il prezzo a cui cedo i miei
dollari, per accelerare una vendita di cui ho assolutamente bisogno. La
fluttuazione dei cambi, in questo caso, risulterà accentuata
anziché ridotta, e gli speculatori faranno festa. Questi difetti della
"Tobin Tax" sono noti da anni. Perché allora gli antiG8 e alcuni governi
la propongono, anziché limitarsi a chiedere maggiori stanziamenti per gli
aiuti al Terzo mondo? Per cieco odio teologico nei confronti dell'economia
finanziaria i primi, per mettere le mani su nuove imposte i secondi.
[Il vecchio equivoco della Tobin
Tax, di
Rodolfo
Casadei, giugno
2001]
Purtroppo, anche se
l'attrattiva etica della proposta è di grande suggestione, è
inapplicabile. È una notizia nuova? No, si sa da più di vent'anni.
Lo dicono i cattivissimi G8? No, lo ricorda l'economista che la escogitò
agli inizi degli anni '70,
James
Tobin, 83enne, Premio Nobel '81,
che spiega (cfr. La Stampa, 12 luglio): «la mia proposta è stata
usata per più ampie campagne, che vanno oltre le sue ragioni originarie,
che erano di ridurre la volatilità dei tassi di cambio» nella fase
di instabilità seguita alla rottura del rapporto oro-dollaro. All'Ocse
rincarano la dose: «È stato un grande equivoco. Allora Tobin temeva
che l'instabilità valutaria danneggiasse i commerci. Oggi quel pericolo
non esiste più».
[La settimana
29, luglio
2001]
La cifra non basterebbe,
si favorirebbero gli off-shore finanziari, si creerebbero, soprattutto,
distorsioni nei Paesi beneficiati: tutte le ricerche in materia mostrano che
afflussi di capitale assistenziale in Paesi poveri distruggono i mercati locali,
creano dipendenze e bloccano lo sviluppo invece di favorirlo. Nei Paesi ricchi,
il nuovo capitalismo genera opportunità crescenti, ma che possono essere
colte solo da sistemi ed individui forti, cioè dotati di
concorrenzialità. Gli eccessi sindacali, protezionistici e consociativi,
cioè i modelli redistributivi pesanti, tolgono tale competitività
ai territori e ai singoli. Per esempio, finanziando un dipendente pubblico
inutile piuttosto che investire su un'educazione più raffinata, e quindi
costosa, dei giovani. Così come le alte tasse, in regime di
libertà di circolazione del capitale, semplicemente lo spingono a
trasferirsi dove il profitto è maggiore. Ciao investimenti. Il metodo
redistributivo-assistenziale impoverisce, invece di arricchire, pur pretendendo
il monopolio morale della tutela dei deboli. Una così evidente
imbecillità tecnica rende vuota la missione di compensazione sociale.
L'etica della giustizia sociale deve prendere atto che la sua tecnica
redistributiva non funziona né per i Paesi ricchi né per quelli
poveri. Si sta riformando? No, viene continuamente riproposta come salvezza
nonostante i fatti. O la sinistra centrista e pragmatica la abbandona del tutto,
ma senza costruire una nuova teoria di solidarietà più efficiente
e compatibile con il mercato. Quando vi tenta, resta parola oscura (la Terza
via). Fuffa inutilizzabile in ambedue i casi.
[Solidarietà? Valore di
mercato, di
Carlo
Pelanda, agosto
2001]
Per ultimo metto un link a una
pagina di
Attac,
l'associazione che ha cominciato la campagna a favore della Tobin Tax. Leggetevi
questo pezzo, e poi ditemi se lo scopo di
questa associazione, e dunque anche di questa tassa, non è distruggere
l'economia mondiale. Anzi, il mondo come lo conosciamo. Per crearne un altro
più bello e puro e giusto. Perché "un altro mondo è
possibile". Lo stesso identico pensiero di
Lenin,
Stalin,
Mao,
Pol Pot,
Kim Il Sung
(e figlio),
Castro e
compagnia bella. Tutti noti per aver creato dei paradisi in
terra...
Sul
Foglio
di venerdì 23, Stefano
Pistolini fa una carrellata sugli spot
elettorali di George
Bush, con tanto di voto su una scala di 10 per
ogni spot "recensito". Assegna addirittura un 9, anche se la maggioranza sta sul
6 o 7. A leggere l'articolo (che trovate nell'archivio del sito del
Foglio, a
pagina "Inserto 1") sembra che si tratti in buona parte di spot molto efficaci e
ben studiati. Ma ad andarli a vedere sul sito del presidente americano, in questa
pagina (colonna "Television Ads"), si scopre che non sono poi
così interessanti. Direi anzi che sono quasi tutti piuttosto banali.
Anche una delle immagini che per Pistolini pare suggestiva, cioè la
bambina bionda che corre su una collina verde a simboleggiare l'"andare avanti
con George", è semplicemente scontata e
stantia.
In generale, a parte pochi casi come
forse "Wacky", che per
lo meno è simpatica, e "Weapons", che
mi sembra efficace, ma ha la qualità tecnica di un video in flash creato
da un maghetto del PC per il suo sito internet amatoriale, gli altri spot
assomigliano a quelle pubblicità
dell'Enel
che vedevo anni fa in
Italia (ma
le fanno ancora?): immagini patinate di centrali elettriche, operai che
lavorano, impiegati in camicia che esultano soddisfatti per il successo appena
ottenuto, e tutto quel genere di scenette che ti fanno dire: "Sì, bella
fotografia...", ma alla seconda volta che le vedi ti
annoiano.
Sull'ultimo numero del
The
Atlantic c'è un articolo che parla proprio degli spot
elettorali, del fatto che siano quasi tutti uguali e noiosi e che
grossomodo le tecniche utilizzate non siano cambiate molto dagli anni '50, con
la differenza che adesso la capacità degli spettatori di farsi colpire
è molto diminuita, al punto che se una volta bastavano due o tre passaggi
a imprimergli il video nella mente, adesso ce ne vogliono anche venti, cosa che
spinge i committenti a un bombardamento spietato sui
telespettatori.
Ma il punto è che ci
vogliono moltissimi passaggi per ricordare uno spot fatto male e troppo ricco di
messaggi, mentre ne sarebbero sufficienti molti di meno se fosse più
semplice e
originale.
L'Atlantic
porta l'esempio della Brabender
Cox, un'agenzia pubblicitaria che
da anni crea spot politici, ma li fa come se fossero spot pubblicitari normali,
di quelli che solitamente permettono ai creativi di sbizzarrirsi in trovate
divertenti e accattivanti.
Guardate i video
di Bush, e passate poi a dare un'occhiata a spot come
"Quicker picker
upper" o
"Scooter", per
avere un'idea di quanto le presidenziali sarebbero più interessanti, se
ai copyrighter fosse concesso di lavorare come quando devono lanciare una nuova
marca di birra o di preservativi.
In questo lungo e interessante pezzo del
New York
Times (ricordo che serve registrazione
gratuita), si parla del futuro (prossimo e meno prossimo) delle armi non-letali,
ovvero di quelle armi che un esercito dovrebbe utilizzare quando la situazione
è critica, ma non al punto da dover sparare con armi che uccidono (ad
esempio, nell'affrontare gruppi di civili, come spesso accade in
Irak). Si
tratta di situazioni sempre più frequenti, in un mondo in cui gli
eserciti devono cercare di fare sempre meno vittime
possibili. Si parla di armi a raggi d'energia o
al plasma, di armi che provocano dolore senza causare danni, di altre che grazie
a un commutatore passano dalla modalità mortale a quella non letale, di
proiettili lanciati verso un bersaglio ma rallentati prima che lo raggiungano, e
diverse altre possibilità.
La settimana scorsa due prefetture giapponesi,
Niigata e
Fukui, sono
state colpite da un'alluvione che, a causa di piogge senza precedenti, ha
devastato le regioni. Purtroppo ci sono stati dei morti, e migliaia di persone
hanno dovuto abbandonare le proprie case.
Davanti a questa situazione, però, la bella notizia è che un paio di
giorni fa qualcuno (che è rimasto anonimo) ha inviato al governatore di
Fukui una busta contenente il biglietto vincente di una lotteria: 200 milioni di
Yen (circa 1.600.000 Euro). Il biglietto allegato diceva più o meno
così: "Se questo può aiutare almeno un po' chi è stato
colpito da un disastro tanto doloroso, ne sarò molto
felice".
Grazie a
Camillo,
un altro articolo molto interessante sulle
falsità di Michael
Moore, che in gioventù censurò
un'inchiesta che riportava fedelmente quanto fosse antidemocratico e brutale il
regime sandinista di
Ortega.
L'inchiesta era di Paul
Berman, l'autore di
Terrore e
Liberalismo, uomo di sinistra senza il classico salame sugli
occhi.
Cliniche come macellerie, bambini come rifiuti e
feto in 3D
Una delle cose più belle che ho visto
quest'anno su internet sono le immagini delle ecografie in 3D realizzate dalla
Create Health London
Clinic. Qui sul sito del
Corriere
potete leggere un breve pezzo, ma soprattutto guardare i video e le foto, oppure
potete andare direttamente alla pagina dedicata sul sito della clinica di
Londra.
Una
delle cose più brutte che ho letto quest'anno è la notizia di una
clinica di
Yokohama che
buttava i bambini abortiti con i rifiuti comuni. Ecco una mia traduzione da questa
pagina:
Un'ex-infermiera
della clinica per donne
Isezaki:
"Quando smembravamo i feti abortiti facevano un rumore come "crack crack".
Dopotutto le ossa si sono già formate, sono come quelle dei pesci e
perciò fanno quel rumore. Quelli abortiti alla 15esima o 16esima
settimana di gravidanza avevano mani e piedi. Ci era stato detto (dal direttore
dell'ospedale) di smembrarli in pezzi più piccoli prima di buttarli via."
Un ex impiegato della clinica ha
spiegato che le infermiere usavano forbici e altri attrezzi per spezzettare le
membra dei feti abortiti dalla 12esima settimana di gravidanza in poi, in modo
da gettarli con la normale spazzatura. La persona in questione ha detto che la
pratica era in linea con le istruzioni del direttore della clinica ed è
continuata fino ad almeno due anni fa. In
Giappone
c'è una legge che permette di abortire feti fino alla 22esima settimana
di gravidanza. In ogni caso, un'altra legge stabilisce che quelli abortiti nella
12esima settimana o oltre devono essere cremati e seppelliti alla stessa maniera
dei corpi
umani. [...] Il
governo municipale di Yokohama e altre autorità hanno condotto ispezioni
sul campo per determinare se la clinica ha violato la legge sul trattamento
dei rifiuti o altre leggi.
Consiglio
a tutti di dare un'occhiata ai video del sito di cui ho scritto più
sopra, in cui potete vedere un feto di 11 settimane e uno da 25 settimane, poco più grande di
quello da 22.
Basta avere due occhi (anzi, ne
basta anche uno solo) per rendersi conto che il cosiddetto "feto" è
semplicemente un bambino che cresce piano piano. Che non è un pupazzo che
al quinto, decimo, quindicesimo mese viene sostituito per magia con un bambino
vero. Che è esattamente lo stesso individuo che da lì a qualche
mese uscirà (se glielo permetteranno) a vedere la luce.
Questo è forse l'unico motivo per cui
a volte sono tentato di pensare che la nostra civiltà moderna, sempre
pronta a stracciarsi le vesti per difendere i diritti dei cani, dei vermi e
delle muffe si meriterebbe una cura alla Bin
Laden.
Adesso tocca a noi. Dopo che l'anno scorso qui in
Giappone
abbiamo avuto l'estate più fresca degli ultimi 10
anni, in contrapposizione ad
un'Europa
rovente, quest'anno sembra che le cose siano ben diverse. Oggi il termometro a
Tokyo ha
raggiunto i 39.5 gradi. Si tratta di un record, perché è la
temperatura più alta registrata in città dal 1923, ovvero da
quando l'istituto che effettua le rilevazioni ha cominciato il suo lavoro.
Mentre io mi sciolgo al sole, voi potete leggere maggiori dettagli qui.
A settembre esce negli
USA il film
"Sky Captain and the World of
Tomorrow", di cui potete vedere qui il trailer e un
clip.
Forse non rappresentano più una
novità, ma personalmente adoro le ambientazioni retrò-art
deco-anni '30 che caratterizzano questo film, ma anche - e molto prima - cartoni
animati come quelli di
Superman
dei fratelli
Fleischer, o
fumetti come il Tom Strong
di Alan
Moore o il
Batman
animato della
Warner, solo
per citare i più recenti.
Come in
Tom Strong
il film ci porta in un universo alternativo che assomiglia a quello americano
pre-seconda guerra mondiale, con tanto di cattivoni simil-nazisti. È un
po' un'atmosfera alla Indiana
Jones, anche se qui siamo decisamente su un
registro più fantastico: anche tecnicamente, siamo di fronte a una sorta
di incrocio tra un film d'animazione e uno dal vivo. Gli ambienti sono stati
creati completamente al computer
(Macintosh
G5 e G4, e software
Pixar, per
la precisione), e gli attori hanno recitato sempre davanti al blue screen, quel
sistema che permette poi di "ritagliare" le sagome delle persone e applicarle su
un fondale creato apposta per loro. È lo stesso sistema usato
massicciamente anche negli ultimi
"Guerre
Stellari", ma permettetemi di dire che il
risultato ottenuto in "Sky
Captain" mi sembra decisamente più
intrigante, come anche l'uso di quel colore che non è bianco e nero pur
avvicinandovisi. Gli stessi attori, Jude
Law e
Gwyneth
Paltrow, hanno un perfetto volto d'altri
tempi.
I più attenti nipponofili tra
di voi noteranno nel trailer dei robot che paiono di chiara ispirazione
Miyazakiana (dal nome del più grande animatore giapponese vivente,
Hayao
Miyazaki), per la precisione simili a quelli che
si vedono in
"Laputa", e ancora prima in un episodio di
Lupin
III, ma a mio avviso la citazione risalte a
molto prima, probabilmente a questo cartone animato della serie di
Superman.
Per
maggior dettagli su Sky Captain potete leggere questa pagina, e cliccare in basso sui tre
articoli.
Intanto, per restare sul versante
nipponico, domani esce qui in
Giappone"Steamboy",
il nuovo film d'animazione di Katsuhiro
Otomo, il regista (nonché autore del
fumetto originale) di
"Akira".
Anche questo film è ambientato in un passato alternativo in cui la
tecnologia è superiore a quello che è stata realmente, ma in
questo caso siamo in un filone differente, quello del cosiddetto "steampunk", quel sottogenere della fantascienza
in cui ad avere il sopravvento è stata l'energia a vapore anziché
quella elettrica. A giudicare dal trailer ho il sospetto che si tratti di
qualcosa di molto interessante. Spero solo che la storia sia un po' più
comprensibile di quella di "Akira", che dal punto di vista visivo era un cartone
animato eccellente, ma in cui il plot lasciava molto a desiderare e risentiva di
un inevitabile taglia-e-cuci della versione a fumetti.
L'altro giorno (che ormai è più di un
mese fa, ma non fateci caso), ero da
McDonald's a
Shibuya, e
mentre io tentavo di ingrassare, due ragazzine si sono avvicinate al tavolo
accanto al mio apprestandosi a sedersi. Una delle due indossava scarpe con
tacchi piuttosto alti, che la facevano barcollare vistosamente (qui potremmo
aprire una parentesi sul fatto che la stragrande maggioranza delle ragazze
giapponesi non sa camminare sui tacchi). Un
barcollìo di troppo, e il vassoio, anziché posarsi delicatamente
sul tavolino, ha rovesciato sulla sedia tutte le patatine fritte. Le due ragazze
si sono guardate, e una fa all'altra: "Pensi che se vado a dirglielo me le
cambiano?". E l'altra: "Non credo proprio". In
ogni caso, la colpevole va a chiamare una delle ragazze del locale e le mostra
il disastro appena compiuto. Questa, con mio grande stupore comincia a scusarsi,
e a scusarsi ancora, dice "Aspettate un momento", se ne va, e torna subito con
una confezione di patatine nuova. Sempre scusandosi la consegna alla colpevole,
che pure lei - come me - non crede ai suoi occhi, e le invita a trovare posto ad
un altro tavolo pulito. Le due ragazze cambiano
posto stupite e contente.
Ecco, la prima
reazione che ho avuto di fronte a questa scena è stata del tipo: "Ma che
ti scusi a fare?! Non è mica colpa tua se un'oca precipita da due
centimetri di tacchi!", ma poi ho pensato che è tutto coerente con la
concezione di cliente che esiste da queste parti, e che si può riassumere
con la nota frase che dà il titolo a questo post. Perché questa
frase sia poi così nota anche da noi resta per me un mistero, visto che
non mi sembra poi così aderente alla realtà italiana, però
qui in
Giappone
è sicuramente un pilastro dei rapporti sociali. Il concetto è che
se tratti bene il cliente, questi tornerà da te, e magari ci
porterà anche gli amici. Cosa che ha un senso, ma che in
Italia
troppe volte sembra non interessare
affatto.
Quel cliente puzzolente, antipatico
e rumoroso forse ha torto, ma a meno che non abbia commesso un reato, va sempre
trattato con i guanti. In altre scene a cui ho assistito (per esempio da Bic Camera una
volta ho visto una signora che con fare piuttosto arrogante si lamentava per un
piccolo sgarbo subìto, davanti a tre commessi che a capo chino la
ascoltavano in silenzio e annuivano contriti), in altre occasioni - dicevo - ho
sperimentato sempre questo tipo di comportamento: non importa quello che sei sul
posto di lavoro o a casa tua, quando sei in un negozio e intendi fare un
acquisto conti qualcosa, e il commesso deve solo stare al suo posto e servirti.
È un atteggiamento che, da parte del cliente, porta spesso a trattare con
freddezza il povero commesso, che per esempio non viene mai salutato nemmeno con
un "salve", e normalmente nemmeno ringraziato, perché si presume che
quello che fa sia dovuto.
Non starò
adesso a parlare del fatto che non mi piace per niente questo atteggiamento
supponente che vedo così spesso, ma mi limiterò a notare come qui
in Giappone per la prima volta mi sono reso conto che essere il fruitore di un
servizio, essere quello che paga, essere uno di quelli grazie al quale un
esercizio guadagna dei soldi e sopravvive, è una posizione giustamente
importante.
Ancora non mi sono abituato
totalmente a questa condizione, però adesso, quando mi stupisco per un
servizio straordinariamente efficiente e mia moglie mi dice: "Ma è
normale. Sei il cliente!", capisco bene cosa vuole
dire.
Chiudo con un consiglio di letttura e
un aneddoto. Per il primo vi rimando a una vecchia pagina di
Luca Accomazzi
in cui ci racconta della sua avventura con
Amazon
americana, e fa delle considerazioni interessanti affini a quanto scritto
qui.
L'aneddoto invece è questo: ho
parlato a una mia amica italiana, che vive da diversi anni qui a
Tokyo, della
crisi
dell'Alitalia.
La sua risposta è stata: "Non mi stupisce! Visto il modo in cui ti
trattano sugli aerei, è chiaro che la gente sceglie altre compagnie!".
A prescindere dalle vere cause della crisi,
indice di ben altri italici usi, la sua è
un'opinione condivisa da buona parte dei miei colleghi residenti qui, che se
possono preferiscono sempre tornare in patria con
JAL o
ANA, dove le
hostess e il servizio sono, in tutto e per tutto, perfettamente
giapponesi.
Ricordate quel che avevamo detto riguardo alla nuova
versione restaurata del film di
Leone?
Fatevi un ripasso al post "Il buono, il brutto, il cattivo (2)" e poi
tornate.
La copertina presenta una
etichetta marrone con la scritta "My
Favorite Movie! -
Quentin
Tarantino (The Hollywood
Reporter)", confezione robusta e
5 locandine di varie lingue (la
più bella è quella giapponese). Il
formato audio è Inglese 5.1
e Italiano mono originale, credo la versione Region
2 della
MGM
(United Kingdom) sia solo in inglese. La versione presenta
una scena in più rispetto a
quella della CVC
Italia: sarebbe la scena
della grotta ossia "l'ingaggio" dei
tre banditi da parte di
Tuco
(subito prima che entrino nella
stanza d'albergo del "buono"). Quindi, la versione
dovrebbe essere come quella della
presentazione a
Roma
del 1966. Gli extra sono veramente
interessanti (la realizzazione del DVD, interviste varie
ecc). L'età di
Clint
e
Eli
si fa sentire nei doppiaggi delle scene mancanti
della versione USA precedente, ma
non importa! Credo che l'interessamento
della MGM e di altri esperti
cinematografici sia un grande onore per il
cinema italiano, peccato che per
avere un film di questa qualità bisogna
ordinarlo su mercati esteri... Ho
notato anche una grande differenza nelle
musiche rispetto alla versione
italiana.
Riguardo alla versione inglese
della MGM, c'è da notare che i siti che la vendono riportano una durata
inferiore a quella che dovrebbe essere corretta (ovvero 179 minuti circa). Play.com dice che il film dura 2 ore e 41,
altri siti (come questo o questo) dicono che dura 171 minuti, ma se
così fosse significherebbe che non si tratta della versione completa. O
forse è solo un errore di
trascrizione.
Per chi fosse interessato
all'acquisto di una delle due versioni ricordo una cosa: il DVD inglese NON ha
la colonna sonora italiana; il DVD americano ce l'ha, ma è Region 1
(quindi, se non disponete di un lettore DVD multi-regione è meglio che
lasciate perdere).
Spero comunque che prima o
poi esca anche una versione nostrana.
Il mio blog è stato silenzioso per oltre un
mese, e qualcuno mi ha scritto preoccupato (?). Ho avuto e ho ancora molto da
fare, ma non ho abbandonato la mia creatura. In questi giorni conto di
aggiornarlo più spesso. Un grazie a chi mi segue.