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Mar - Settembre 28, 2004

L'arte del porcumentario

Ancora un paio di link illuminanti rispetto alle bugie di Michael Moore nel suo ultimo film. Il primo è il blog Fahrenheit Fact dedicato completamente a sbugiardare, con ricchezza di documentazione, il vincitore dell'ultimo Cannes.

Il secondo è un bel pezzo dal periodico brasiliano Primeira Leitura (tradotto in italiano, non preoccupatevi). Il suo autore, Olavo de Carvalho, ci spiega perché quello di Moore non è un documentario, ma un "porcumentario" (e non credo sia necessaria una cattedra in etimologia per cogliere il senso del neologismo).

Settembre 28, 2004 13:5  Permalink   Cinema


Vera Drake contro Black Mamba

Non ho visto Vera Drake, e non so se mi capiterà l'occasione. Ho letto qualcosa di quel che se ne è detto durante il Festival di Venezia, e recentemente anche qualche commento di parte cattolica. Per esempio, Radio Vaticana pare abbia detto:

"Bravo Mike Leigh: evita la propaganda, pone domande, non trae alcuna facile e scontata conclusione.

E ancora:

Leigh tratta la dolente e terribile storia di Vera, paurosamente allibita davanti al suo operato dettato da un misto di ignoranza e di ingenuità, con pudico distacco e assoluto rigore. Per questo, pur nelle inevitabili riflessioni etiche che innesca, il regista è capace di non offendere il credente e portarlo, anzi, ad una maggiore presa di coscienza.

Un giudizio fondamentalmente positivo, dunque.

Dall'agenzia Zenit.org apprendo poi che il signor Peter Malone, presidente della SIGNIS, una "Associazione cattolica mondiale per le comunicazioni", ha detto che Leigh è un regista eccellente, ne riferisce un'intervista in cui dichiara che i suoi film non forniscono risposte inequivocabili, continua dicendo che non presenta semplicemente dei giudizi morali e che affermare che questo film è a favore dell'aborto non rende giustizia al film, perché l'aborto è solo uno degli argomenti del film, mentre invece l'importante in un film non è l'argomento, ma "come questi argomenti vengono presentati".

Sì, esatto. L'ultimo è proprio il punto cruciale, quando parliamo di cinema. Per questo mi sono andato a vedere il trailer del film, che trovate qui (in inglese). So abbastanza di linguaggio cinematografico da poter dire che se il film è impostato allo stesso modo del trailer, questo è un prodotto a favore dell'aborto senza ombra di dubbio.

Per metà si vede questa brava e simpatica signora, gran lavoratrice, che aiuta e ama tutti, viene lodata da tutti, in un tripudio di balli, risate, brindisi e gioia. Poi spunta la macchina nera dei poliziotti, che arrivano a spezzare tanta felicità. Lunghissimo primo piano del volto di lei incredula. La seconda metà è tutto per lei che parla coi poliziotti con voce spezzata e occhi umidi, e cerca di spiegargli come volesse solo fare del bene. La macchina nera la porta via, sotto la neve, tra gli sguardi addolorati degli amici e una musica triste. Appaiono le didascalie che la definiscono "...la storia di una donna... che ha sacrificato tutto... per quello in cui credeva". E intanto vediamo questa povera nonnina sempre più piccola, triste e tremolante, mentre viene messa in carcere o se ne sta seduta a guardare nel vuoto. Infine il poliziotto che le chiede: "Si rende conto che si tratta di un crimine?", e lei - perennemente con lo sguardo umido e la voce incrinata - che risponde: "No, caro. Siete voi che lo chiamate così."

Il messaggio mi sembra chiaro: è solo una questione di punti di vista personali. Per me è così, per te non è così. Come se la vita e la morte fossero opinioni. Non credo ci sia bisogno di essere dei geni per accorgersene. Era già abbastanza chiaro anche da certe interviste rilasciate da Leigh, in cui diceva di reputare incredibile che ci fossero ancora paesi che condannano l'aborto, e sostanzialmente di considerarlo un metodo utile per il controllo delle nascite.

Invece si vuole giocare a credere che si tratta di un film che non emette il suo giudizio, solo perché "il regista è capace di non offendere il credente". Ma chi se ne frega del credente?! Vediamo piuttosto che Leigh non offenda la ragione! Si considera sempre l'opposizione all'aborto come qualcosa di cattolico, questione di fede e balle varie, quando invece l'accorgersi che quella che è iniziata nel ventre di una donna è già una vita insostituibile dovrebbe essere una capacità semplicemente umana.

Finisce così che uno dei film più anti-abortisti degli ultimi anni sia il sanguinoso Kill Bill di Tarantino. In cui la spietata killer protagonista, "la donna più letale al mondo", il giorno stesso in cui scopre di essere incinta decide di lasciare il suo rischioso mestiere, perché: "Ho paura per il mio bambino".
Naturalmente il film non entra nel merito di tale decisione con un discorso sui perché e i percome, ma il fatto che un'assassina professionista si renda conto che quel microscopico grumo che ha in pancia sia già il suo bimbo, mentre una brava e simpatica signora inglese di mezza età pensi che uccidere bambini sia utile e giusto, mi sembra quantomeno bizzarro.

Settembre 28, 2004 1:16  Permalink   Cinema


Sinistra diversa e sinistra uguale

Pur se con grande ritardo, vi devo linkare l'articolo di Luca Sofri (da Vanity Fair) dedicato a Michael Moore (sì, ancora lui). Nel pezzo, intitolato "La sinistra che è uguale alla destra", Sofri critica da sinistra quello che è ormai diventato un'icona della sinistra (non di tutta la sinistra, ma solo di quella "uguale", e se non capite cosa sto dicendo è perché non avete ancora letto il suo pezzo, quindi cosa state aspettando?).

Sempre riguardo al nostro (si fa per dire, mio non è di certo), e sempre grazie al Sofri più giovane segnalo un pezzo del Wall Street Journal in cui si spiega perché Moore sta sicuramente mentendo quando parla degli aerei sauditi che avrebbero lasciato gli USA come ospiti stranamente privilegiati.

Sull'argomento, grazie a BloggerVins, segnalo anche l'uscita per il 5 ottobre (in America è la stessa data di uscita di "Fahrenheit 9/11") del DVD "FahrenHYPE 9/11", un video che si dedica allo smontaggio del film di Moore, e introdotto dallo slogan: "Sapevate che si trattava di una menzogna... Ora saprete perché".

Settembre 28, 2004 0:18  Permalink   Cinema


Dom - Settembre 26, 2004

Le donne sono diverse, e non lo sapevamo

"Le donne sono diverse dagli uomini, non solo psicologicamente, ma fisiologicamente, e penso che sia necessario che capiamo queste differenze".

Sono le parole della dottoressa Catherine DeAngelis, direttrice del Journal of the American Medical Association.

Ecco l'ennesimo caso in cui la scienza arriva a scoprire con enorme ritardo, e inspiegabile sorpresa, quello che il buon senso ci dice da sempre.

Settembre 26, 2004 21:57  Permalink   Cultura


Ven - Settembre 24, 2004

Il volto di Cristo. Che spettacolo!

Leggo oggi che è stata ritrovata un'altra sindone con l'immagine del volto di Gesù. E che sembra autentica. Qui trovate la notizia dal sito del Corriere.

Ma quel che è stupefacente, è che sul sito del Resto del Carlino, e quindi anche di Google News, che segnala i siti in automatico, questa notizia è riportata nella sezione "Spettacoli". Appena sopra Bonolis che parla del suo futuro in RAI.

Cliccando qui potete vedere le schermate prese dai due siti.

Madornale errore o segno dei tempi?

Settembre 24, 2004 2:33  Permalink   Cultura


Gio - Settembre 23, 2004

Prossima fermata: Vigata

Lo squillo del telefono non era lo squillo del telefono, ma la rumorata del tràpano di un dentista impazzito che aveva deciso di fargli un pirtùso nel cervello. Raprì a fatica gli occhi, taliò la sveglia sul comodino, erano le cinque e mezzo della matinata. Sicuramente qualcuno dei suoi òmini del commissariato lo cercava per dirgli di una cosa seria, non poteva essere diversamente data l'ora. Si susì dal letto santiando, andò nella càmmara da pranzo, sollevò il ricevitore. «Salvo, lo conosci a Potocki?»

Grazie al mio amico Luca R., siciliano - o meglio ragusano - DOC, sono immerso nella lettura di "Un mese con Montalbano", raccolta di racconti di Andrea Camilleri. E mi sta piacendo molto.

Vedo che nel sito di InternetBookshop (a cui venite rimandati se cliccate sul titolo del libro, qui sopra), le recensioni dei lettori in un paio di casi tirano in ballo la "scorrevolezza". Per esempio, il signor Picasso dice: "Andando avanti la lettura diventa un pò meno scorrevole", mentre il signor Lillo lo definisce un "libro abbastanza scorrevole, ma con scarsa comprensione a causa del siciliano italianizzato adoperato da camilleri".
Personalmente, non vedo perché questa "scorrevolezza" debba essere presa come parametro di valutazione di un'opera. O meglio, che venga pure tenuta in considerazione, ma allora che vadano anche definite le esigenze (o non esigenze) del lettore: "Poco scorrevole per essere un libro da treno", magari potrebbe andare. Oppure: "Non abbastanza scorrevole paragonato all'ultimo numero di Topolino".

Non sia presa, la mia, come un'offesa. E non si pensi che io tenga in poco conto i libri da treno o le pubblicazioni Disney (tutto il contrario), ma voglio dire invece che il bello dei libri di Camilleri è anche quel suo linguaggio un po' siciliano vero e un po' artefatto, che oltre ad essere molto divertente, contribuisce enormemente a caratterizzare i personaggi ma soprattutto a immergerci un po' in un mondo che, se pure dietro l'angolo, è già altro da noi. Un mondo in cui assistiamo a vicende regolate da leggi diverse, caratterizzato da tempi diversi, e di cui non riusciamo a capire sempre tutto, proprio come se fossimo lì presenti. Presenti ma un po' estranei. Un po' stranieri.

Detto questo, non vorrei che chi non avesse mai letto Camilleri equivocasse le mie parole, e pensasse di trovarsi di fronte a un emulo di Verga, o alla versione letteraria di "La terra trema" di Visconti. Sinceramente io trovo questa raccolta anche fin troppo scorrevole. I vocaboli non italiani non sono tanti: alcuni si apprendono subito in poche pagine, altri si deducono facilmente per assonanza con l'italiano, e alla fine si riesce a capire fondamentalmente tutto. Ma, come non mi stanco mai di ripetere ai miei alunni, non è quasi mai necessario dover capire tutto, per poter apprezzare un testo.

Ne approfitto infine per segnalare un sito che riporta tutto quello che vorreste sapere su questo scrittore e i suoi libri: citazioni, interviste, coltissime analisi dei testi, e persino registrazioni audio di programmi radiofonici dedicati al "sommo", come viene chiamato Camilleri dai suoi fan. L'indirizzo è, oserei dire "ovviamente": www.vigata.org.
Ah, e naturalmente ci troverete anche un dizionario camillerese-italiano.

Settembre 23, 2004 12:39  Permalink   Cultura


Contatore che non conta

Come già successo qualche mese fa, il contatore in fondo alla home page si è di nuovo azzerato. Il sistema che ho usato per riportare il conteggio alla cifra corretta è stato lo stesso usato la vota scorsa, ma adesso mi sono abbastanza seccato di avere un contatore inaffidabile.
Se qualcuno ha da segnalarmene uno che funzioni bene, non dipenda dal server su cui è pubblicato il blog (che è solo un spazio web e non può far girare software o script), e sia possibilmente gratuito, sarà presenza gradita nella mia casella di posta.

Settembre 23, 2004 0:4  Permalink   Computer


Mar - Settembre 21, 2004

Velo come simbolo di dignità? O anticamera dell'inferno?

Nello stesso reportage dal Cairo citato nel post precedente, leggiamo anche del progressivo aumento dei veli tra le donne egiziane. Casadei, l'autore, ci dà qualche dato, una sua impressione, e l'opinione di una femminista egiziana. Io riporto qui sotto questi brani, ma mi riservo un commento e una considerazione finale.

[...] l’80-90 per cento (a seconda dei quartieri) delle donne porta il velo e un abbigliamento che copre braccia e gambe: non importa se giovani o anziane, abbienti o di modesta condizione; la grande maggioranza veste l’hijab, un foulard avvolto attorno al capo, un 5-10 per cento veste il niqab, un abito che ricopre l’intero corpo tranne una sottile fessura all’altezza degli occhi. «Non era così quando sono arrivato qua», racconta padre Christiaan Van Nispen, gesuita olandese che vive al Cairo da 40 anni. «A quel tempo le donne velate erano una minoranza. Quindici anni fa, all’inizio degli anni Novanta, la proporzione era già 50-50. Oggi, come lei può vedere, le donne senza velo sono molto poche, quasi tutte appartanenti alla minoranza cristiana copta».
[...]
Ma viste da vicino, le donne egiziane, soprattutto le giovanissime, sono tutto tranne che sciatte e pudibonde: il rimmel intorno agli occhi è perfetto, ciglia e sopracciglia sono curatissime; il colore del foulard è sempre perfettamente in tinta con quello del rossetto o con lo smalto delle dita di mani e piedi, oggetto di cura maniacale. Non che reprimere, il velo e l’abbigliamento castigato esaltano la sensualità della loro figura, per la studiatissima combinazione fra visibile e non visibile, proibito e permesso (haram e halal, direbbero i teologi giuristi dell’autorevolissima università islamica di Al Azhar). La civetteria è al diapason, solo i distratti e gli ottusi possono vedere in queste donne scrupolo religioso, modestia, senso di colpa e autopunizione del corpo femminile.

[...] Heba Raouf, ambigua figura di “femminista islamista” [è] docente di teoria politica all’università del Cairo. A 13 anni appena, Heba creò un caso presso la scuola cattolica a cui genitori (musulmani) l’avevano iscritta pretendendo di indossare il velo durante le lezioni nonostante la perplessità delle suore tedesche che gestivano l’istituto. «Il velo -mi dice- è un segno del ritorno alla religione, ma non solo. È il mezzo che ci permette di essere presenti e attive nella società senza subire molestie sessuali e di sottolineare la nostra identità culturale. Noi donne non vogliamo più essere semplici oggetti del desiderio maschile, vogliamo essere cittadine a pieno titolo, e il velo ci permette di partecipare alla vita pubblica senza essere “mobbizzate”. È un’ottima cosa che in Egitto ci siano vagoni riservati alle donne nella metropolitana, perché questo ci permette di viaggiare senza subire molestie».

Nel leggere l'ultima citazione, mi sono reso conto di aver già letto in passato qualcosa di simile, e sono andato a consultare la mia libreria. Nell'interessantissimo "Karim, mio fratello terrorista" , in cui la tunisina Samia Labidi racconta le vicende del fratello alle prese con il reclutamento e l'ingresso in una organizzazione terroristica sciita, ci sono dei passaggi dedicati alla mutazione di un'altra sorella, Samira: costei era una studentessa modello, brillante e dal futuro promettente, una ragazza vivace che si vestiva con gusto e di colori accesi. Frequentava anche un'organizzazione per i diritti della donna, ma poco a poco iniziò a cambiare. I vestiti si allungavano sempre di più, i colori sparivano, e i suoi discorsi vertevano ormai solo sulla religione. Cominciò a denunciare i vicini come traditori dell'Islam, ad accusare la madre di non credere abbastanza in Dio, e il padre di dare troppa libertà alla moglie e non tenerla sottomessa come vuole il Corano, e così via in un'escalation che portò l'inferno in famiglia e fece del fratello Karim una preda della sue farneticazioni.

Ed ecco, tratto da pag. 60, l'acuto commento della sorella:

All'inizio della sua conversione intellettuale alla religione islamica, Samira non si era resa conto della dimensione politica che una certa élite avrebbe impresso al movimento delle donne. All'inizio il loro gruppo cercava unicamente di combattere il culto della donna-oggetto di marca ideologica occidentale. Si trattava insomma di un movimento pseudofemminista, del tipo di quelli che erano sorti nei paesi europei già dall'inizio degli anni sessanta. Le fondatrici di questa corrente di pensiero si distinguevano per le loro qualità intellettuali. Vedevano - a torto - nel ritorno ai valori dell'islam un modo efficace di rendere alle donne la loro dignità. Il fatto di incitare a portare il velo, a indossare l'abito tradizionale, rispondeva innanzitutto a un atto politico. Era necessario annientare l'immagine della donna «oggetto sessuale» al fine di imporre il suo riconoscimento in quanto persona totale. Da questo punto di vista la religione era al servizio della rivoluzione femminile, e non di quella integralista. Ma in questo movimento si sarebbe infiltrato poco a poco il pensiero religioso estremista, che avrebbe operato il suo sabotaggio. Colmo dell'ironia, il femminismo politico sarebbe diventato un fanatismo religioso per volere degli uomini!

Settembre 21, 2004 0:47  Permalink   Mondo


Lun - Settembre 20, 2004

L'ascesa dell'islamismo, il risultato di una crisi morale

Diversi articoli interessanti sulla questione islamica (nonché russo-cecena), nel penultimo Tempi. In particolare segnalo la prima parte di un lungo "diario" di viaggio in Egitto, "alle radici del fondamentalismo islamico".

Tra i numerosi spunti di interesse, ho trovato notevole il seguente giudizio di Wael Farouq, "giovane insegnante che ha abiurato i Fratelli Musulmani e Jihad egiziano, nei quali ha militato per alcuni anni":

Per Farouq l’ascesa dell’islamismo è l’esatto contrario di un revival religioso; è piuttosto il risultato di una crisi del senso religioso e morale: «Gli egiziani vivono un vuoto spirituale e si sentono in colpa per una serie di comportamenti privati che non possono ammettere in pubblico. Hanno bisogno di placare il senso di colpa e di affermare la loro rispettabilità sociale, e gli islamisti offrono la risposta a questo duplice bisogno. La tua vita personale è priva di senso religioso, e compi molte azioni che sono contrarie alla norma religiosa ed ai valori morali, ma puoi metterti in pace la coscienza e salvare le apparenze sociali con gli atti esteriori che gli islamisti ti indicano: portare il velo, o meglio ancora il niqab, farti crescere la barba, pregare per strada, elogiare i combattenti del jihad, disprezzare gli infedeli, accusare i governanti di apostasia. La gente ha bisogno di ritrovare un equilibrio, per questo fa quello che gli islamisti le dicono di fare. È molto facile manipolare la gente a partire dalla crisi del suo senso religioso, e gli islamisti, che sono dei politici e non degli spiriti religiosi, se ne approfittano».

Settembre 20, 2004 1:13  Permalink   Mondo


Dom - Settembre 19, 2004

Le bugie degli ambientalisti, e un nuovo sito

Segnalo la prossima uscita (23 settembre) del libro "Le bugie degli ambientalisti", scritto da Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari, che

svela le origini e gli obiettivi dei "profeti di sventura" e demolisce le basi scientifiche dei miti ambientalisti: deforestazione, riscaldamento globale, esplosione demografica, inquinamento atmosferico, esaurimento delle risorse, cibi ogm... Gli sos lanciati dalle organizzazioni ambientaliste profetizzano la fine prossima del pianeta. Una documentazione schiacciante, ricca di dati e casi concreti - e suffragata dalla prefazione di uno dei maggiori scienziati italiani, Tullio Regge - dimostra che il solo scopo di queste organizzazioni è raccogliere fondi per operazioni demagogiche, ideologiche e politiche che nulla hanno a che fare con la salvaguardia della Terra. 

Ne approfitto per segnalare anche un nuovo sito, già entrato a far parte dei miei link, a riguardo di questi ed altri temi analoghi. Si tratta di SVIPOP, il cui bizzarro nome è spiegato nel sottotitolo: magazine su ambiente, sviluppo e popolazione.

Cito dalla pagina che illustra le ragioni della sua nascita:

L’originalità di SVIPOP sta anche nel fatto che tratteremo insieme tre argomenti – popolazione, ambiente, sviluppo – che normalmente vengono considerati separatamente. Ma con le Conferenze dell’ONU iniziate nel 1992 con quella di Rio de Janeiro sull’ambiente, si è affermato per la prima volta un legame di causa-effetto che vede la presunta eccessiva popolazione all’origine della distruzione dell’ambiente e del sottosviluppo. Oggi ogni politica globale, piaccia o meno, si basa su questa concezione. Solo così si comprende come mai, ad esempio, i fondi dell’Unione Europea per gli aiuti allo sviluppo vanno in misura sempre crescente per promuovere l’aborto nel Terzo Mondo.

[...] siamo al culmine di una guerra contro l’uomo, una guerra lanciata nel secolo scorso e che oggi mostra sempre più apertamente il suo volto. Lo dimostra anche il Rapporto sullo Stato della Popolazione presentato ieri a 10 anni dalla Conferenza del Cairo su popolazione e sviluppo. L’unico interesse di questi potentati economici, politici e culturali che hanno in mano le agenzie dell’ONU, è quello di limitare la presenza dell’uomo sulla faccia della Terra. Anzi, solo la presenza degli uomini poveri o inadatti per qualsiasi motivo, così che gli altri – i ricchi, gli intelligenti, i privilegiati – possano vivere tranquillamente, senza seccature. Non a caso nel dossier che abbiamo preparato a 10 anni dalla Conferenza del Cairo, il nunzio apostolico presso l’ONU di Ginevra, Silvano Tomasi, parla di “barbarie culturale e giuridica” che si è affermata grazie a quella Conferenza. E il demografo Giancarlo Blangiardo parla di “incapacità” che queste agenzie hanno “di concepire l’uomo come risorsa” e non come causa di tutti i mali, o “cancro del pianeta”, come molti ambientalisti l’hanno definito.

Settembre 19, 2004 23:45  Permalink   Cultura


Mar - Settembre 14, 2004

Naturalmente!

Giovedì sera, mentre tornavamo da scuola verso la stazione, Michiko mi ha chiesto se avessi visto la partita di calcio Giappone-India, giocata il giorno prima.
Dal momento che purtroppo io non avevo assistito a tale imperdibile evento, le ho chiesto come fosse finita. "Ha vinto il Giappone, naturalmente!", è stata la sua risposta. Ho pensato che, sì, aveva ragione, la mia domanda era stata un po' ingenua. I giapponesi non sono ancora i giocatori più forti del mondo, ma farsi battere dagli indiani sarebbe stato effettivamente un po' troppo.

Poi mi racconta che tra il primo e il secondo tempo sullo stadio sono calate le tenebre perché, per un'improvvisa mancanza di corrente, tutte le luci si sono spente. Giocatori e spettatori hanno così dovuto attendere 20 minuti prima che tornasse la luce e il gioco riprendesse. Al che ho fatto la mia seconda domanda: "Dove giocavano? In Giappone o in India?". E lei: "Ma in India, naturalmente! Ti sembra che in Giappone avrebbe potuto succedere una cosa del genere?!"

Di nuovo ho pensato che, sì, aveva ragione, la mia domanda era stata molto ingenua.
E per quella sera ho deciso che era meglio non fare altre domande...

Settembre 14, 2004 14:37  Permalink   Giappone


Agitano il feticcio del Grande Satana a scopo sedativo

Su La Stampa del 2 settembre, Massimo Gramellini descrive in poche parole la situazione attuale nei paesi musulmani e il rapporto tra estremismo terrorista e gente comune:

Quando all'inaugurazione di un magazzino Ikea in Arabia Saudita accorrono settantamila clienti, si ha la prova lampante di come gli integralisti ci vendano ogni giorno una realtà immaginaria, che il linguaggio dell'orrore rende forse più persuasiva, ma non per questo più vera. Nessuna comunità islamica è costretta a subire lo stile di vita occidentale contro la propria volontà. La possibilità di un minimo di benessere a bun mercato fa gola a tutti, anche a chi deve conciliare una libreria componibile con le pratiche del Corano.
Ma se a quell'inaugurazione succede che muoiano due pachistani e un saudita, calpestati nella ressa dantesca per acciuffare una manciata di buoni-sconto da pochi dollari, allora il trucco dell'integralismo diventa ancora più scoperto. Neanche l'Inghilterra di Dickens era una società tanto squilibrata come quella araba, dove i pochi hanno tutto e gli altri, cioè quasi tutti, niente. Si sono consumati alberi di carta per vivisezionare le ragioni che inducono Bush a usare la guerra a fini interni di conservazione del potere.
Ne bastano molti di meno per dire che i veri nemici delle masse truciolate d'Arabia non siamo noi occidentali, ma quei loro fratelli di fede che agitano il feticcio del Grande Satana a scopo sedativo, pur di continuare a tenerle in una condizione di miseria che le induce ad ammazzarsi - letteralmente, purtroppo - per il bracciolo di un divano.

Ne abbiamo parlato, tra l'altro, anche qui.

Settembre 14, 2004 13:37  Permalink   Mondo


Dom - Settembre 5, 2004

Tachiyomi

Come molti di voi sapranno (e molti no, naturalmente, ma mi piaceva cominciare così il mio post), in Giappone è molto popolare leggere le riviste a sbafo. Se entrate in un conbini, o anche se solo gli passate vicino e guardate attraverso la vetrina, noterete sempre qualcuno (anche gruppi di una decina di persone, se c'è abbastanza spazio) intento a leggere giornali e fumetti, in piedi davanti allo scaffale dei periodici. E infatti i giapponesi hanno pure creato una parola per definire questo fenomeno, cioè quella che dà il titolo a questo post: "tachiyomi", che letteralmente significa "lettura in piedi".

Volete leggere l'ultimo episodio di quel manga che vi piace tanto, ma non avete voglia di comprare il malloppone settimanale che lo contiene in mezzo a tante altre serie che non vi interessano? Andate nel punto vendita più vicino e leggetevelo. Nessuno mi dirà nulla. Vi piacciono le donnine discinte di quella rivista di auto, ma non vi va di spendere i soldi per comprarla perché dopotutto le macchine non vi interessano? Andate al conbini, o in una qualsiasi libreria, e lustratevi gli occhi quanto tempo vi pare. Nessuno vi disturberà.

A uno come me, abituato a frequentare in Italia negozi di fumetti in cui, se ti soffermi troppo su una pagina, ti chiedono la percentuale sul prezzo dell'albo, o in cui campeggiano geniali cartelli del tipo "Questa non è una biblioteca", devo dire che fa un certo effetto.
Ma evidentemente anche qui la pratica deve essersi diffusa un po' troppo, perché da qualche tempo le librerie tengono quasi tutti gli albi a fumetti incellofanati. Non le riviste (di fumetti o d'altro), comunque, né tutti gli altri libri, perciò chi vuole leggersi Il Signore degli Anelli comodamente in piedi può farlo liberamente.

Ma perché vi ho spiegato tutto questo? Perché l'altro giorno, nel conbini vicino a casa, ho trovato un cartello nuovo, che alla prima occhiata mi ha spaventato: "No! Proibiscono il tachiyomi!!", ma un istante dopo, a lettura completa, mi ha rassicurato sulle buone usanze locali. Il cartello recitava pressappoco così:
"Si pregano i signori clienti di asternersi dal fare tachiyomi davanti al frigo dei gelati, perché impediscono agli altri clienti di servirsene. Firmato: la direzione."

Settembre 5, 2004 0:43  Permalink   Giappone


Dom - Agosto 1, 2004

Tobin Tax, il grande equivoco

Trovo interessante questo post di Paolo di I Love America sulla Tobin Tax, soprattutto dove dice che chi vuole questa tassa fondamentalmente appartiene a una visione ideologica che considera "come un reato e una colpa il guadagno", e dove fa notare che "il neomarxismo è passato alla funzione di controllore etico".

Però più che guardare alla Tobin Tax come a un progetto errato perché - riassumendo il pensiero di Paolo - obbliga tutti a fare la carità per legge, io preferisco far notare che la suddetta tassa è semplicemente una boiata pazzesca. Non sta né in cielo né in terra. Sarebbe controproducente per tutti.

Qui di seguito qualche stralcio da articoli della rivista Tempi dedicati in passato alla questione, seguiti da un mio commento finale.

Tanto per cominciare, il capitale che circola nelle transazioni è molto diverso dal capitale che si possiede stabilmente: un dollaro che cambia di mano mille volte nel corso di una giornata sarà contato come 1.000 dollari di transazioni finanziarie. Una tassa di un millesimo, allora, costituirebbe un'espropriazione totale della ricchezza introdotta nel sistema. L'effetto sarebbe quello di ridurre brutalmente la circolazione finanziaria e forse di interromperla completamente. L'economia reale ne risentirebbe tanto quanto quella finanziaria. Ma anche l'obiettivo di combattere la speculazione e stabilizzare i cambi è aleatorio. Supponiamo che io debba vendere i dollari che ho guadagnato con le esportazioni per pagare in euro i miei dipendenti. Se gli operatori esitano ad acquistarmeli perché la tassa li scoraggia dall'effettuare un acquisto seguito da una vendita (hanno bisogno anche loro di vendere subito i dollari), sarò costretto ad abbassare il prezzo a cui cedo i miei dollari, per accelerare una vendita di cui ho assolutamente bisogno. La fluttuazione dei cambi, in questo caso, risulterà accentuata anziché ridotta, e gli speculatori faranno festa. Questi difetti della "Tobin Tax" sono noti da anni. Perché allora gli antiG8 e alcuni governi la propongono, anziché limitarsi a chiedere maggiori stanziamenti per gli aiuti al Terzo mondo? Per cieco odio teologico nei confronti dell'economia finanziaria i primi, per mettere le mani su nuove imposte i secondi. [Il vecchio equivoco della Tobin Tax, di Rodolfo Casadei, giugno 2001]

Purtroppo, anche se l'attrattiva etica della proposta è di grande suggestione, è inapplicabile. È una notizia nuova? No, si sa da più di vent'anni. Lo dicono i cattivissimi G8? No, lo ricorda l'economista che la escogitò agli inizi degli anni '70, James Tobin, 83enne, Premio Nobel '81, che spiega (cfr. La Stampa, 12 luglio): «la mia proposta è stata usata per più ampie campagne, che vanno oltre le sue ragioni originarie, che erano di ridurre la volatilità dei tassi di cambio» nella fase di instabilità seguita alla rottura del rapporto oro-dollaro. All'Ocse rincarano la dose: «È stato un grande equivoco. Allora Tobin temeva che l'instabilità valutaria danneggiasse i commerci. Oggi quel pericolo non esiste più». [La settimana 29, luglio 2001]

La cifra non basterebbe, si favorirebbero gli off-shore finanziari, si creerebbero, soprattutto, distorsioni nei Paesi beneficiati: tutte le ricerche in materia mostrano che afflussi di capitale assistenziale in Paesi poveri distruggono i mercati locali, creano dipendenze e bloccano lo sviluppo invece di favorirlo. Nei Paesi ricchi, il nuovo capitalismo genera opportunità crescenti, ma che possono essere colte solo da sistemi ed individui forti, cioè dotati di concorrenzialità. Gli eccessi sindacali, protezionistici e consociativi, cioè i modelli redistributivi pesanti, tolgono tale competitività ai territori e ai singoli. Per esempio, finanziando un dipendente pubblico inutile piuttosto che investire su un'educazione più raffinata, e quindi costosa, dei giovani. Così come le alte tasse, in regime di libertà di circolazione del capitale, semplicemente lo spingono a trasferirsi dove il profitto è maggiore. Ciao investimenti. Il metodo redistributivo-assistenziale impoverisce, invece di arricchire, pur pretendendo il monopolio morale della tutela dei deboli. Una così evidente imbecillità tecnica rende vuota la missione di compensazione sociale. L'etica della giustizia sociale deve prendere atto che la sua tecnica redistributiva non funziona né per i Paesi ricchi né per quelli poveri. Si sta riformando? No, viene continuamente riproposta come salvezza nonostante i fatti. O la sinistra centrista e pragmatica la abbandona del tutto, ma senza costruire una nuova teoria di solidarietà più efficiente e compatibile con il mercato. Quando vi tenta, resta parola oscura (la Terza via). Fuffa inutilizzabile in ambedue i casi. [Solidarietà? Valore di mercato, di Carlo Pelanda, agosto 2001]

Per ultimo metto un link a una pagina di Attac, l'associazione che ha cominciato la campagna a favore della Tobin Tax. Leggetevi questo pezzo, e poi ditemi se lo scopo di questa associazione, e dunque anche di questa tassa, non è distruggere l'economia mondiale. Anzi, il mondo come lo conosciamo. Per crearne un altro più bello e puro e giusto. Perché "un altro mondo è possibile". Lo stesso identico pensiero di Lenin, Stalin, Mao, Pol Pot, Kim Il Sung (e figlio), Castro e compagnia bella. Tutti noti per aver creato dei paradisi in terra...

Agosto 1, 2004 0:20  Permalink   Cultura


Lun - Luglio 26, 2004

Creativi... poco creativi

Sul Foglio di venerdì 23, Stefano Pistolini fa una carrellata sugli spot elettorali di George Bush, con tanto di voto su una scala di 10 per ogni spot "recensito". Assegna addirittura un 9, anche se la maggioranza sta sul 6 o 7. A leggere l'articolo (che trovate nell'archivio del sito del Foglio, a pagina "Inserto 1") sembra che si tratti in buona parte di spot molto efficaci e ben studiati. Ma ad andarli a vedere sul sito del presidente americano, in questa pagina (colonna "Television Ads"), si scopre che non sono poi così interessanti. Direi anzi che sono quasi tutti piuttosto banali. Anche una delle immagini che per Pistolini pare suggestiva, cioè la bambina bionda che corre su una collina verde a simboleggiare l'"andare avanti con George", è semplicemente scontata e stantia.

In generale, a parte pochi casi come forse "Wacky", che per lo meno è simpatica, e "Weapons", che mi sembra efficace, ma ha la qualità tecnica di un video in flash creato da un maghetto del PC per il suo sito internet amatoriale, gli altri spot assomigliano a quelle pubblicità dell'Enel che vedevo anni fa in Italia (ma le fanno ancora?): immagini patinate di centrali elettriche, operai che lavorano, impiegati in camicia che esultano soddisfatti per il successo appena ottenuto, e tutto quel genere di scenette che ti fanno dire: "Sì, bella fotografia...", ma alla seconda volta che le vedi ti annoiano.

Sull'ultimo numero del The Atlantic c'è un articolo che parla proprio degli spot elettorali, del fatto che siano quasi tutti uguali e noiosi e che grossomodo le tecniche utilizzate non siano cambiate molto dagli anni '50, con la differenza che adesso la capacità degli spettatori di farsi colpire è molto diminuita, al punto che se una volta bastavano due o tre passaggi a imprimergli il video nella mente, adesso ce ne vogliono anche venti, cosa che spinge i committenti a un bombardamento spietato sui telespettatori.

Ma il punto è che ci vogliono moltissimi passaggi per ricordare uno spot fatto male e troppo ricco di messaggi, mentre ne sarebbero sufficienti molti di meno se fosse più semplice e originale.

L'Atlantic porta l'esempio della Brabender Cox, un'agenzia pubblicitaria che da anni crea spot politici, ma li fa come se fossero spot pubblicitari normali, di quelli che solitamente permettono ai creativi di sbizzarrirsi in trovate divertenti e accattivanti.

Guardate i video di Bush, e passate poi a dare un'occhiata a spot come "Quicker picker upper" o "Scooter", per avere un'idea di quanto le presidenziali sarebbero più interessanti, se ai copyrighter fosse concesso di lavorare come quando devono lanciare una nuova marca di birra o di preservativi.

Luglio 26, 2004 1:18  Permalink   Cultura


Dom - Luglio 25, 2004

Verso il phaser di Star Trek

In questo lungo e interessante pezzo del New York Times (ricordo che serve registrazione gratuita), si parla del futuro (prossimo e meno prossimo) delle armi non-letali, ovvero di quelle armi che un esercito dovrebbe utilizzare quando la situazione è critica, ma non al punto da dover sparare con armi che uccidono (ad esempio, nell'affrontare gruppi di civili, come spesso accade in Irak). Si tratta di situazioni sempre più frequenti, in un mondo in cui gli eserciti devono cercare di fare sempre meno vittime possibili.
Si parla di armi a raggi d'energia o al plasma, di armi che provocano dolore senza causare danni, di altre che grazie a un commutatore passano dalla modalità mortale a quella non letale, di proiettili lanciati verso un bersaglio ma rallentati prima che lo raggiungano, e diverse altre possibilità.

Luglio 25, 2004 23:10  Permalink   Mondo


Benefattore giapponese

La settimana scorsa due prefetture giapponesi, Niigata e Fukui, sono state colpite da un'alluvione che, a causa di piogge senza precedenti, ha devastato le regioni. Purtroppo ci sono stati dei morti, e migliaia di persone hanno dovuto abbandonare le proprie case.

Davanti a questa situazione, però, la bella notizia è che un paio di giorni fa qualcuno (che è rimasto anonimo) ha inviato al governatore di Fukui una busta contenente il biglietto vincente di una lotteria: 200 milioni di Yen (circa 1.600.000 Euro). Il biglietto allegato diceva più o meno così: "Se questo può aiutare almeno un po' chi è stato colpito da un disastro tanto doloroso, ne sarò molto felice".

Io non ne sarei stato capace.

Luglio 25, 2004 22:10  Permalink   Giappone


Moore il censore

Grazie a Camillo, un altro articolo molto interessante sulle falsità di Michael Moore, che in gioventù censurò un'inchiesta che riportava fedelmente quanto fosse antidemocratico e brutale il regime sandinista di Ortega. L'inchiesta era di Paul Berman, l'autore di Terrore e Liberalismo, uomo di sinistra senza il classico salame sugli occhi.

Luglio 25, 2004 21:13  Permalink   Cultura


Mer - Luglio 21, 2004

Cliniche come macellerie, bambini come rifiuti e feto in 3D

Una delle cose più belle che ho visto quest'anno su internet sono le immagini delle ecografie in 3D realizzate dalla Create Health London Clinic. Qui sul sito del Corriere potete leggere un breve pezzo, ma soprattutto guardare i video e le foto, oppure potete andare direttamente alla pagina dedicata sul sito della clinica di Londra.

Una delle cose più brutte che ho letto quest'anno è la notizia di una clinica di Yokohama che buttava i bambini abortiti con i rifiuti comuni. Ecco una mia traduzione da questa pagina:

Un'ex-infermiera della clinica per donne Isezaki: "Quando smembravamo i feti abortiti facevano un rumore come "crack crack". Dopotutto le ossa si sono già formate, sono come quelle dei pesci e perciò fanno quel rumore. Quelli abortiti alla 15esima o 16esima settimana di gravidanza avevano mani e piedi. Ci era stato detto (dal direttore dell'ospedale) di smembrarli in pezzi più piccoli prima di buttarli via."
Un ex impiegato della clinica ha spiegato che le infermiere usavano forbici e altri attrezzi per spezzettare le membra dei feti abortiti dalla 12esima settimana di gravidanza in poi, in modo da gettarli con la normale spazzatura. La persona in questione ha detto che la pratica era in linea con le istruzioni del direttore della clinica ed è continuata fino ad almeno due anni fa. In Giappone c'è una legge che permette di abortire feti fino alla 22esima settimana di gravidanza. In ogni caso, un'altra legge stabilisce che quelli abortiti nella 12esima settimana o oltre devono essere cremati e seppelliti alla stessa maniera dei corpi umani.
[...]
Il governo municipale di Yokohama e altre autorità hanno condotto ispezioni sul campo per determinare se la clinica ha violato la legge sul trattamento dei rifiuti o altre leggi.

Consiglio a tutti di dare un'occhiata ai video del sito di cui ho scritto più sopra, in cui potete vedere un feto di 11 settimane e uno da 25 settimane, poco più grande di quello da 22.

Basta avere due occhi (anzi, ne basta anche uno solo) per rendersi conto che il cosiddetto "feto" è semplicemente un bambino che cresce piano piano. Che non è un pupazzo che al quinto, decimo, quindicesimo mese viene sostituito per magia con un bambino vero. Che è esattamente lo stesso individuo che da lì a qualche mese uscirà (se glielo permetteranno) a vedere la luce.

Questo è forse l'unico motivo per cui a volte sono tentato di pensare che la nostra civiltà moderna, sempre pronta a stracciarsi le vesti per difendere i diritti dei cani, dei vermi e delle muffe si meriterebbe una cura alla Bin Laden.

Luglio 21, 2004 1:47  Permalink   Cultura


Ma che caldo fa?!

Adesso tocca a noi. Dopo che l'anno scorso qui in Giappone abbiamo avuto l'estate più fresca degli ultimi 10 anni, in contrapposizione ad un'Europa rovente, quest'anno sembra che le cose siano ben diverse. Oggi il termometro a Tokyo ha raggiunto i 39.5 gradi. Si tratta di un record, perché è la temperatura più alta registrata in città dal 1923, ovvero da quando l'istituto che effettua le rilevazioni ha cominciato il suo lavoro. Mentre io mi sciolgo al sole, voi potete leggere maggiori dettagli qui.

Luglio 21, 2004 1:2  Permalink   Giappone


Ven - Luglio 16, 2004

Visioni future

A settembre esce negli USA il film "Sky Captain and the World of Tomorrow", di cui potete vedere qui il trailer e un clip.

Forse non rappresentano più una novità, ma personalmente adoro le ambientazioni retrò-art deco-anni '30 che caratterizzano questo film, ma anche - e molto prima - cartoni animati come quelli di Superman dei fratelli Fleischer, o fumetti come il Tom Strong di Alan Moore o il Batman animato della Warner, solo per citare i più recenti.

Come in Tom Strong il film ci porta in un universo alternativo che assomiglia a quello americano pre-seconda guerra mondiale, con tanto di cattivoni simil-nazisti. È un po' un'atmosfera alla Indiana Jones, anche se qui siamo decisamente su un registro più fantastico: anche tecnicamente, siamo di fronte a una sorta di incrocio tra un film d'animazione e uno dal vivo. Gli ambienti sono stati creati completamente al computer (Macintosh G5 e G4, e software Pixar, per la precisione), e gli attori hanno recitato sempre davanti al blue screen, quel sistema che permette poi di "ritagliare" le sagome delle persone e applicarle su un fondale creato apposta per loro. È lo stesso sistema usato massicciamente anche negli ultimi "Guerre Stellari", ma permettetemi di dire che il risultato ottenuto in "Sky Captain" mi sembra decisamente più intrigante, come anche l'uso di quel colore che non è bianco e nero pur avvicinandovisi. Gli stessi attori, Jude Law e Gwyneth Paltrow, hanno un perfetto volto d'altri tempi.

I più attenti nipponofili tra di voi noteranno nel trailer dei robot che paiono di chiara ispirazione Miyazakiana (dal nome del più grande animatore giapponese vivente, Hayao Miyazaki), per la precisione simili a quelli che si vedono in "Laputa", e ancora prima in un episodio di Lupin III, ma a mio avviso la citazione risalte a molto prima, probabilmente a questo cartone animato della serie di Superman.

Per maggior dettagli su Sky Captain potete leggere questa pagina, e cliccare in basso sui tre articoli.

Intanto, per restare sul versante nipponico, domani esce qui in Giappone "Steamboy", il nuovo film d'animazione di Katsuhiro Otomo, il regista (nonché autore del fumetto originale) di "Akira". Anche questo film è ambientato in un passato alternativo in cui la tecnologia è superiore a quello che è stata realmente, ma in questo caso siamo in un filone differente, quello del cosiddetto "steampunk", quel sottogenere della fantascienza in cui ad avere il sopravvento è stata l'energia a vapore anziché quella elettrica. A giudicare dal trailer ho il sospetto che si tratti di qualcosa di molto interessante. Spero solo che la storia sia un po' più comprensibile di quella di "Akira", che dal punto di vista visivo era un cartone animato eccellente, ma in cui il plot lasciava molto a desiderare e risentiva di un inevitabile taglia-e-cuci della versione a fumetti.

Luglio 16, 2004 22:12  Permalink   Cinema


Il cliente ha sempre ragione

L'altro giorno (che ormai è più di un mese fa, ma non fateci caso), ero da McDonald's a Shibuya, e mentre io tentavo di ingrassare, due ragazzine si sono avvicinate al tavolo accanto al mio apprestandosi a sedersi. Una delle due indossava scarpe con tacchi piuttosto alti, che la facevano barcollare vistosamente (qui potremmo aprire una parentesi sul fatto che la stragrande maggioranza delle ragazze giapponesi non sa camminare sui tacchi).
Un barcollìo di troppo, e il vassoio, anziché posarsi delicatamente sul tavolino, ha rovesciato sulla sedia tutte le patatine fritte. Le due ragazze si sono guardate, e una fa all'altra: "Pensi che se vado a dirglielo me le cambiano?". E l'altra: "Non credo proprio".
In ogni caso, la colpevole va a chiamare una delle ragazze del locale e le mostra il disastro appena compiuto. Questa, con mio grande stupore comincia a scusarsi, e a scusarsi ancora, dice "Aspettate un momento", se ne va, e torna subito con una confezione di patatine nuova. Sempre scusandosi la consegna alla colpevole, che pure lei - come me - non crede ai suoi occhi, e le invita a trovare posto ad un altro tavolo pulito.
Le due ragazze cambiano posto stupite e contente.

Ecco, la prima reazione che ho avuto di fronte a questa scena è stata del tipo: "Ma che ti scusi a fare?! Non è mica colpa tua se un'oca precipita da due centimetri di tacchi!", ma poi ho pensato che è tutto coerente con la concezione di cliente che esiste da queste parti, e che si può riassumere con la nota frase che dà il titolo a questo post. Perché questa frase sia poi così nota anche da noi resta per me un mistero, visto che non mi sembra poi così aderente alla realtà italiana, però qui in Giappone è sicuramente un pilastro dei rapporti sociali. Il concetto è che se tratti bene il cliente, questi tornerà da te, e magari ci porterà anche gli amici. Cosa che ha un senso, ma che in Italia troppe volte sembra non interessare affatto.

Quel cliente puzzolente, antipatico e rumoroso forse ha torto, ma a meno che non abbia commesso un reato, va sempre trattato con i guanti. In altre scene a cui ho assistito (per esempio da Bic Camera una volta ho visto una signora che con fare piuttosto arrogante si lamentava per un piccolo sgarbo subìto, davanti a tre commessi che a capo chino la ascoltavano in silenzio e annuivano contriti), in altre occasioni - dicevo - ho sperimentato sempre questo tipo di comportamento: non importa quello che sei sul posto di lavoro o a casa tua, quando sei in un negozio e intendi fare un acquisto conti qualcosa, e il commesso deve solo stare al suo posto e servirti. È un atteggiamento che, da parte del cliente, porta spesso a trattare con freddezza il povero commesso, che per esempio non viene mai salutato nemmeno con un "salve", e normalmente nemmeno ringraziato, perché si presume che quello che fa sia dovuto.

Non starò adesso a parlare del fatto che non mi piace per niente questo atteggiamento supponente che vedo così spesso, ma mi limiterò a notare come qui in Giappone per la prima volta mi sono reso conto che essere il fruitore di un servizio, essere quello che paga, essere uno di quelli grazie al quale un esercizio guadagna dei soldi e sopravvive, è una posizione giustamente importante.

Ancora non mi sono abituato totalmente a questa condizione, però adesso, quando mi stupisco per un servizio straordinariamente efficiente e mia moglie mi dice: "Ma è normale. Sei il cliente!", capisco bene cosa vuole dire.

Chiudo con un consiglio di letttura e un aneddoto. Per il primo vi rimando a una vecchia pagina di Luca Accomazzi in cui ci racconta della sua avventura con Amazon americana, e fa delle considerazioni interessanti affini a quanto scritto qui.

L'aneddoto invece è questo: ho parlato a una mia amica italiana, che vive da diversi anni qui a Tokyo, della crisi dell'Alitalia. La sua risposta è stata: "Non mi stupisce! Visto il modo in cui ti trattano sugli aerei, è chiaro che la gente sceglie altre compagnie!".
A prescindere dalle vere cause della crisi, indice di ben altri italici usi, la sua è un'opinione condivisa da buona parte dei miei colleghi residenti qui, che se possono preferiscono sempre tornare in patria con JAL o ANA, dove le hostess e il servizio sono, in tutto e per tutto, perfettamente giapponesi.

Luglio 16, 2004 21:18  Permalink   Giappone


Il buono, il brutto, il cattivo (3)

Ricordate quel che avevamo detto riguardo alla nuova versione restaurata del film di Leone? Fatevi un ripasso al post "Il buono, il brutto, il cattivo (2)" e poi tornate.

Bene, mi ha scritto il signor Carmine, informandomi che negli USA è uscito il DVD della suddetta versione estesa, che è chiamato "The Good, The Bad and The Ugly: 2 Disc Collector's edition".

Ma lascio la parola a Carmine:

La copertina presenta una etichetta marrone con la scritta "My Favorite
Movie! - Quentin Tarantino (The Hollywood Reporter)", confezione robusta e 5
locandine di varie lingue (la più bella è quella giapponese). Il formato
audio è Inglese 5.1 e Italiano mono originale, credo la versione Region 2
della MGM (United Kingdom) sia solo in inglese. La versione presenta una
scena in più rispetto a quella della CVC Italia: sarebbe la scena della
grotta ossia "l'ingaggio" dei tre banditi da parte di Tuco (subito prima che
entrino nella stanza d'albergo del "buono"). Quindi, la versione dovrebbe
essere come quella della presentazione a Roma del 1966. Gli extra sono
veramente interessanti (la realizzazione del DVD, interviste varie ecc).
L'età di Clint e Eli si fa sentire nei doppiaggi delle scene mancanti della
versione USA precedente, ma non importa! Credo che l'interessamento della
MGM e di altri esperti cinematografici sia un grande onore per il cinema
italiano, peccato che per avere un film di questa qualità bisogna ordinarlo
su mercati esteri... Ho notato anche una grande differenza nelle musiche
rispetto alla versione italiana.

Riguardo alla versione inglese della MGM, c'è da notare che i siti che la vendono riportano una durata inferiore a quella che dovrebbe essere corretta (ovvero 179 minuti circa). Play.com dice che il film dura 2 ore e 41, altri siti (come questo o questo) dicono che dura 171 minuti, ma se così fosse significherebbe che non si tratta della versione completa. O forse è solo un errore di trascrizione.

Per chi fosse interessato all'acquisto di una delle due versioni ricordo una cosa: il DVD inglese NON ha la colonna sonora italiana; il DVD americano ce l'ha, ma è Region 1 (quindi, se non disponete di un lettore DVD multi-regione è meglio che lasciate perdere).

Spero comunque che prima o poi esca anche una versione nostrana.

Luglio 16, 2004 20:43  Permalink   Cinema


E dopo la pausa...

Il mio blog è stato silenzioso per oltre un mese, e qualcuno mi ha scritto preoccupato (?). Ho avuto e ho ancora molto da fare, ma non ho abbandonato la mia creatura. In questi giorni conto di aggiornarlo più spesso. Un grazie a chi mi segue.

Luglio 16, 2004 19:49  Permalink   Computer


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