L'altro giorno scrivevo dei cestini della spazzatura nelle
stazioni di
Tokyo e
dintorni, che erano stati chiusi come misura
anti-terrorismo.
Ieri ho notato che sono
stati rimossi del tutto.
Gli annunci sui
treni invitano a segnalare qualunque oggetto che paia abbandonato nei treni e
nelle stazioni.
Spero che il primo attentato
terroristico da queste parti avvenga il più tardi possibile,
perché temo che da allora comincerebbero a diramare messaggi del tipo
"Prestare attenzione a eventuali stranieri nei paraggi".
La lettura di questo
post del
Gino, mi fa
ritornare sull'argomento del mio post precedente. Vi leggiamo
infatti:
«Quali prove hai di
non aver commesso
l'omicidio?» Questa è
la domanda rivolta a un imputato da un giudice dall'alta corte di
Heilongjiang
(Cina),
prima di emettere una sentenza di morte, nonostante non sussistessero prove
adeguate di colpevolezza
(Beijing Youth
Daily, 28 April
2002).
Nella testimonianza del prete di
cui ho scritto poco fa, si legge
questo:
Dopo gli interrogatori
accompagnati da atroci trattamenti, il procuratore dichiarò con perfetta
logica comunista: “Nel dossier dell’accusato non si trova nessuna
prova sulla sua colpevolezza; ma chiediamo ugualmente il massimo della pena: 15
anni di lavori forzati. Poiché, se non fosse colpevole, non si troverebbe
qui". Obiettai: "Ma non è
possibile che mi condanniate senza avere nessuna
prova!". E lui: "Non è
possibile? Guarda come è possibile: 20 anni di lavori forzati per aver
protestato contro la giustizia del
popolo”. E questa fu la
sentenza.
Sono passati molti anni tra
questo e l'episodio più sopra, ma la "giustizia" comunista si mantiene
coerente e disumana oggi come allora.
Consiglio vivamente la lettura di questa testimonianza di
Tertulian Langa,
un monsignore sopravvissuto ai gulag rumeni, che ha raccontato la sua esperienza
il 23 marzo scorso in occasione della presentazione del libro
"Fede e martirio. Le Chiese
orientali cattoliche nell’Europa del
Novecento".
Lascio l'introduzione del pezzo alle parole
di Sandro
Magister:
L’autore
è un anziano sacerdote della Chiesa greco-cattolica di
Romania
che ha passato sedici anni nelle prigioni comuniste. Il racconto della sua
prigionia è concretissimo e insieme spirituale. Un po’
Solgenitsin,
un po’ atti dei martiri. Tra mistero d’iniquità spinto ai
limiti dell’immaginabile e Grazia. Con la “Santa Provvidenza”
che opera per le mani inconsapevoli degli
aguzzini.
In tempi in cui il
martirio è parola abusata, applicata anche agli “shahid”
islamisti che si fanno esplodere per fare strage, questa è una
testimonianza che aiuta a restituir verità. Assolutamente da non
perdere.
Ho aggiunto tra i "Siti interessanti", quello
dell'associazione Galileo 2001,
per la libertà e dignità della
scienza.
Per
spiegare di che si tratta, mi limiterò a riportare più sotto
l'inizio del manifesto dell'associazione. Leggendolo noterete
che questo blog si è fatto più volte portatore di istanze
analoghe, pur non condividendo tutte le loro fino all'ultima virgola (in questo
blog, in particolare,
non crediamo
che coloro che producono un embrione, fossero anche i genitori biologici,
abbiano "un primato nel determinarne il valore, e il destino" come scritto qui).
All'interno
del sito trovano posto diverse sezioni, tra cui una raccolta di documenti, organizzata per
argomento, nonché altri materiali utili, tra cui spiccano gli atti del convegno di
Roma del 19
febbraio scorso sul principio di precauzione (di cui abbiamo parlato diverse
volte, per esempio qui). Di gran parte degli
interventi c'è solo l'abstract, anche se corposo, ma se volete un bel
pezzo articolato e pure godibile, leggetevi l'intervento completo di
Franco
Battaglia, fondatore e vice presidente vicario
di Galileo
2001, dal titolo
"Pdp, precauzione o
rischio?" (in
pdf).
Ma ora vi lascio al
manifesto.
Un fantasma si aggira da
tempo nel Paese, un fantasma che sparge allarmi ed evoca catastrofi, terrorizza
le persone, addita la scienza e la tecnologia astrattamente intese come nemiche
dell'Uomo e della Natura e
induce ad atteggiamenti
antiscientifici facendo leva su ingiustificate
paure che oscurano le vie della
ragione. Questo fantasma si chiama
oscurantismo. Si manifesta in varie forme, tra cui le piú pericolose per
contenuto regressivo ed irrazionale sono il
fondamentalismo
ambientalista e
l'opposizione al progresso
tecnico-scientifico. Ambedue
influenzano l'opinione pubblica e la politica attraverso una comunicazione
subdola: l'invocazione
ingiustificata del principio di
precauzione nell'applicare nuove
conoscenze e tecnologie diviene una copertura per lanciare anatemi contro il
progresso, profetizzare catastrofi, demonizzare la
scienza.
Non si tratta,
quindi, di una giustificabile preoccupazione per le ripercussioni indesiderate
di uno sviluppo industriale ed economico non sempre
controllato, ma di un vero e
proprio attacco contro il progresso. L'arroganza e la demagogia che lo
caratterizzano non solo umiliano la ricerca scientifica -attribuendole
significati pericolosi ed
imponendole vincoli
aprioristici ed arbitrari- ma
calpestano il patrimonio di conoscenze che le comunità scientifiche vanno
accumulando e verificando senza pretese dogmatiche, con la consapevolezza di
offrire ragionevoli certezze
basate su dati statisticamente affidabili e sperimentalmente
controllabili.
Il
fatto che le conoscenze scientifiche, per la natura stessa del metodo di
indagine e di verifica dei risultati, si accreditino con spazi di dubbio sempre
ridicibili ma mai eliminabili costituisce l'antidoto principale -che è
proprio dell'attività scientifica- verso ogni forma di dogmatismo,
scientismo, intolleranza e illiberalità;
ma non puó giustificare
il considerare tali conoscenze opinabili o, peggio,
inattendibili.
La
voce della scienza è certamente piú affidabile e anche umanamente
-oltre che intellettualmente- piú consapevole delle voci incontrollate e
dogmatiche che, fuori di ogni rilevanza scientifica, pretendono di affermare
"verità"basate
sull'emotività irrazionale
tipica delle culture oscurantiste.
Ho aggiunto un banner pubblicitario al mio blog.
È in fondo alla pagina principale e sotto il post nella pagina del
permalink.
È una specie di
esperimento (perciò forse tra un po' lo toglierò), e invita ad
acquistare DVD della Hong Kong
Legends, una ditta inglese che
vende film di Hong Kong (ma anche giapponesi e coreani) in edizioni che definire
stupende è riduttivo.
Film che nelle
edizioni cinesi d'origine fanno gridare vendetta per la pessima qualità
dei master sporchi e graffiati, per il basso bit-rate con cui sono codificati in
mpeg2, che risulta in immagini scattose e poco definite, per i sottotitoli in
inglese a volte persino ridicoli (vedi questo mio vecchio post), nelle nuove edizioni
restaurate, rimasterizzate e risottotitolate sono tutta un'altra cosa. I film di
Bruce Lee
vanno assolutamente visti in queste edizioni: sembrano girati l'altro
ieri.
Tra i miei preferiti la loro edizione
di "The Killer"
di John Woo
(il regista di
"Face-Off"
e del nuovissimo "Paycheck"),
quella in 2 DVD di "Project A"
di Jackie
Chan, nonché il capolavoro di
Tsui Hark,
con Jet Li
protagonista: "Once upon a time in
China" un "must see" per chi
conosca solo il Jet Li dei recenti filmetti
hollywoodiani.
Per i fanatici (ancora
più di me) della qualità dell'immagine, questo sito riporta giudizi e commenti molto
particolareggiati su numerosi film di Hong Kong in DVD, confrontando anche
edizioni diverse.
Nel frattempo, io sto
aspettando l'uscita, annunciata da HKL per il 2004, di
Ong Bak, un film
d'arti marziali tailandese che da quel che ho visto (qui la pagina
ufficiale dell'edizione francese, con un bel making-of che mostra
diverse tecniche di Muay-thai) sembra davvero molto interessante. Poca storia,
ma moltissima azione senza trucchi, come nei Jackie Chan e Jet Li di una
volta.
Una sola nota: Ong Bak sta per uscire
in Francia
in un'edizione curata, rimontata e rimusicata da
Luc Besson.
Per quanto apprezzi certe cose dirette da lui, so anche che l'adattamento di un
film tutta azione ai palati occidentali, il più delle volte porta a un
inutile tentativo di rendere più densa l'esile storia, di togliere
qualche scena d'azione ritenuta troppo violenta o troppo lunga, e di creare
quindi un ibrido che fa rimpiangere l'originale. Nel film in questione, ho visto
che ci sono alcuni stunt mostrati in successione da due o tre punti di vista
diversi (proprio per dire: "Ehi, visto che non c'è trucco?"), come ai
tempi d'oro di Jackie Chan. Scommetto che alcune di queste ripetizioni, se non
tutte, verranno eliminate nella versione di Besson. Se così fosse, un
film originariamente e consciamente stupidotto, ma fatto per un'audience che
preferisce la realtà di corpi in continuo movimento alle capriole fasulle
di Matrix, diventerebbe uno di quei prodotti né carne né pesce da
prima serata di Italia
1.
Neanche a farlo apposta, è appena uscita una
nuova indagine anti-bufala di Paolo
Attivissimo dedicata alla leggenda
dell'attentatore arabo che, dopo aver ricevuto un favore (solitamente da una
donna) invita a non recarsi in un certo posto il tal giorno. Ne abbiamo parlato proprio un paio di giorni fa
a proposito di Tokyo.
Nel pezzo di
Attivissimo, chiamato argutamente
"Il terrorista di buon
cuore"
ci sono numerosi link a siti anti-bufala stranieri, da cui vediamo che questa
storia circola veramente in tutto il mondo, in varianti leggermente
diverse.
A me non resta che riportare il
concetto che Paolo non si stanca mai di
ripetere:
Per favore,
NON DIFFONDETE QUESTO ALLARME.
E' UNA BUFALA. Lo scrivo grande e
grosso, così anche quest'ennesima mandria di affetti da fettasalamite
oculare con complicanze neuronali magari riesce a leggere prima di cliccare
bovinamente sul pulsante Inoltra A Tutto Il Mondo Isole
Comprese. [...] Siamo
seri. Anzi, siamo serissimi.
Disseminare appelli come questo
è totalmente
irresponsabile. Non fa altro che
seminare il panico senza la benché minima ragione, e quindi
fa proprio il gioco dei
terroristi. Che bisogno c'è
di metter bombe e addestrare kamikaze? Basta mandare in Rete una bufala, tanto
ci pensano i gonzi a diffondere il panico spontaneamente, con la scusa patetica
e ipocrita del "non so se è vero, ma nel dubbio diffondo". Minimo sforzo,
massimo
risultato. [...] Cerchiamo
di ragionare un attimo col cervello invece che con il
deretano.
Oggi una mia collega insegnante mi si è
avvicinata con l'aria di dovermi raccontare una cosa
incredibile.
Ieri la madre di una sua
studentessa, alla stazione di
Jiyugaoka,
a Tokyo, ha
dato indicazioni ad uomo dai lineamenti arabi che aveva bisogno di raggiungere
un certo posto, e vedendolo in difficoltà, l'ha poi accompagnato. Giunto
a destinazione, quel signore si è detto stupito che in
Giappone ci
fossero persone così gentili, e in cambio le ha consigliato vivamente di
non andare a
Shibuya (un
grande e affolatissimo quartiere di Tokyo) tra due
settimane.
Mentre raccontava, mi veniva da
ridere. Non vi ricorda niente, questa storia? Si tratta della solita leggenda di
cui abbiamo parlato qui, che ora è finalmente
sbarcata anche qui da noi, dopo essere partita (stando ai dati in nostro
possesso) dalla
Francia, per
poi passare in
Italia e
così via, fino a fare il giro del mondo. Naturalmente, perché si
espanda rapidamente, è necessario che il tempo sia propizio (e quale
momento migliore di quello attuale, come dicevamo anche
ieri).
Ma la cosa inquietante non
è questa, quanto il fatto che la gente finisca per raccontare la storia
come se fosse successa a un suo vicino parente. La studentessa della mia collega
l'ha attribuita addirittura alla propria madre! Già quando mi ero
informato sulla versione francese, mi aveva colpito questo particolare, e adesso
credo di aver capito come funziona: chi sente questa storia ed è
particolarmente impressionabile ci crede subito, e tenta poi di convincere anche
altri della verità dell'avvertimento. Forse anche con l'idea che potrebbe
salvargli la vita, comincia a raccontare a sua volta la stessa storia nel modo
più convincente possibile: se infatti cominciasse dicendo "ho sentito
che", oppure "a un amico di un'amica di una mia collega è successo
che...", l'interlocutore già si metterebbe in attesa di una specie di
barzelletta. Con un "Ieri a mia mamma è successo questo" si ottiene
sicuramente più credito.
Per chi
legge il giapponese, in questa pagina una ragazza racconta la stessa
storia, però dice che il tutto è accaduto alla madre di un'amica
della sorella, e parla del 19 scorso come dalla data dell'attentato. Aggiunge
solo che la signora è subito corsa dalla polizia, dove le hanno mostrato
delle foto segnaletiche di terroristi, e lei ha riconosciuto il suo arabo tra
questi.
Quest'altra pagina (sempre in giapponese) parla
del diffondersi della notizia presso la borsa di Tokyo, e dice che l'origine
sarebbe stato un sms spedito da una liceale ad un amico, che non ha tardato a
diffonderlo. In quel messaggio era indicato anche l'orario dell'attentato, le
17, e il posto preciso: davanti a Hachiko, la statua del cane davanti alla stazione di
Shibuya, i cui dintorni potete vedere qui, qui, qui e qui, ma soprattutto qui (tratto da questa
pagina), luogo di ritrovo di mezza Tokyo in una delle piazze
più affollate della città.
Oggi nella stazione vicino a casa ho trovato una
sorpresa: i cestini dei rifiuti, quelli grossi divisi in giornali,
bottiglie-lattine e altri rifiuti, erano sigillati. Un cartello diceva che
è per prevenire attentati terroristici. In realtà "sigillati"
è una parola grossa: erano chiusi con della carta (su cui era scritto
l'avviso) e del nastro adesivo. Del genere che impedisce a una persona normale
di gettarvi la spazzatura, ma non certo a un terrorista degno di questo nome di
togliere lo scotch, depositarvi un ordigno, e rimettere tutto a
posto.
Ma, del resto, il cestino dei rifiuti
è ricordato dai giapponesi come il luogo da cui gli assassini della
Aum (che,
per la cronaca, si pronuncia "oomu")
Shinrikyo
avevano lanciato l'attacco al gas nervino nella metropolitana di
Tokyo.
Già da allora, in gran parte delle stazioni del metro, i cestini erano
del tutto spariti.
Non è comunque
l'unica misura di sicurezza visibile da queste parti: già ieri avevo
notato un poliziotto all'uscita dalla stazione in cui scendo per andare a
lavorare, e oggi oltre a lui ce n'era un altro che pattugliava la banchina. E
non sono i soliti agenti di mezza età, con la pancetta e l'aria innocua.
Questi hanno una divisa diversa, sono giovani, alti, ben piantati, e incutono un
certo timore. Credo facciano parte dei corpi speciali per i casi d'emergenza di
cui si parla in questo articolo, dove insieme alla notizia
del pericolo di un attacco biologico in
Giappone, si
dice che la polizia di Tokyo e di altre città giapponesi dispone di
alcune unità pronte a rispondere ad attacchi nucleari, biologici e
chimici. L'articolo non specifica in cosa consista la risposta di un corpo di
polizia ad un attacco nucleare, ma spero di non doverlo mai
scoprire.
[...] le
parole che per noi contano sono volontariato, ricerca di sempre più
nobili idealità, solidarietà, eguaglianza, accoglienza, vacanza,
35 ore, tutela, garanzia, assicurazione, benessere, diritto alla salute,
gratuità delle prestazioni, difesa dal mercato e dai suoi rischi. Ci
fanno invece sorridere parole come disciplina, obbedienza, tradizione,
catechismo, ortodossia, patriottismo, valore militare, lealtà, onore; ci
sembra irritante la sola idea di una civiltà comune, nazionale o
regionale, appunto occidentale, con i suoi vincoli di carattere culturale,
linguistico e religioso; detestiamo la divisione dei ruoli familiari, rifiutiamo
una educazione rigorosa pubblica o privata e le preferiamo la spontaneità
delle pedagogie permissive, coltiviamo la suggestione libertaria di abitudini di
vita stordite, ispirate al self interest, a un individualismo che si scioglie
soltanto nello sciame, nel branco dei tuoi simili che trotterellano con te senza
senso sul ciglio di un burrone appeso al vuoto, e temiamo il dolore, la
sofferenza, il carattere effimero di quel corto segmento senza importanza che
è la vita personale, e intorno al progetto dell’immortalità
celebriamo qualsiasi rito a portata di mano, ci rifacciamo il cuore ma anche la
faccia o il seno o le labbra, e tutti aspiriamo a una qualche protesi che ci
faccia forti dentro l’esistenza che è il nostro confine assoluto,
essendo una di queste protesi il diritto a fabbricare bambini, e a fabbricarli
sempre più belli e sani, o a rifiutarli se sono un incomodo.
[...] Noi
siamo esausti,
l’Islam
non lo è. Noi mascheriamo sotto le insegne del diritto internazionale e
della pace perpetua, due miti evanescenti, la rinuncia a batterci, la delega
della sicurezza agli specialisti degli apparati, non vogliamo subire rischi,
pagare tasse, sentire prediche in relazione al problema di difendere la pace
come la pace è sempre stata difesa, con le armi e con la guerra. Dal
’79 khomeinista, da venticinque anni tondi, l’Islam ha invece fatto
della sua miseria, della sua arretratezza civile, e anche dell’infinita e
truce bellezza della sua religione e del suo legalismo, uno strumento e un grido
di battaglia contro il Grande Satana. Arrivano, in aereo o in treno o sul bus, e
ci fanno saltare in aria insieme con i loro martiri. Continuano a dirci la loro
verità eroica: amano la morte più di quanto noi amiamo la vita.
Noi vogliamo essere lasciati in pace, loro ci fanno la guerra. E la reazione
elettorale spaventata di un popolo fiero e straordinario come quello spagnolo,
roba di sei-sette punti percentuali, raggiunge soltanto alla luce di questa
realtà profonda una sua magnitudo sismica. Può essere che
l’autodifesa esistenziale degli ebrei
d’Israele
e la reazione combattiva degli americani e degli inglesi a difesa del loro e del
nostro sistema di vita alla fine travolga tutto e imponga anche
all’Europa
di uscire dalla
consolante convinzione che il potere in occidente è cattivo e bugiardo e
guerrafondaio, mentre il mondo sarebbe un giardino delle delizie se solo
facessimo la carità ai poveri. Può essere anche di no. Se
sarà no, è perché siamo stanchi.
Avete sentito di quella mamma tedesca che voleva
chiamare il figlio "Chenekwahow Tecumseh
Migiskau Kioma Ernesto Inti Prithibi Pathar Chajara Majim Henriko
Alessandro"? Le è stato vietato, ma le
sue intenzioni erano quelle di dare al figlio "un nome da cittadino del mondo".
Il fatto che tra quelli ci sia anche il mio nome mi lusinga: da un lato
costituisce una sorta di ricompensa per tutte quelle volte che da bambino mi
chiedevo che cosa avevo fatto di male per ricevere un nome così;
dall'altro mi convince che quella donna è
pazza.
A parte gli scherzi, è
relativamente da poco che mi sono accorto di quanto sia comodo il mio nome:
quando si nomina "Paolo" o "Marco" tutti chiedono "Paolo chi?"; quando uno dice
"Ernesto", è altamente improbabile che nella stessa cerchia di amici e
conoscenti ce ne sia un altro (io stesso non conosco personalmente nessuno con
il mio nome).
L'importante è passare
gli anni dell'istruzione primaria. Io ho avuto la sfortuna di trascorrerla in
contemporanea con il passaggio TV di un cavallo sceriffo.
Non me n'ero accorto. Il
Sorvegliato
mi ha fatto notare via e-mail che il
Buroggu ha compiuto
un anno il 13 marzo. Ringrazio sentitamente e pubblicamente l'amico bloggatore,
e vi risparmio un pezzo alla Biagi sulla
velocità con cui si susseguono tali ricorrenze.
A volte mi domando se certe persone hanno la ragione
annebbiata dall'ideologia, o se sono semplicemente ingenui. Prendete un recente intervento di
Folena:
"se
Berlusconi
vuole combattere il terrorismo
deve ritirare le truppe italiane
dall’Iraq
e dare all’amministrazione
Bush
un ultimatum perché ceda il controllo
all’Onu”
Ma
certo! La soluzione alla globalizzazione del terrorismo è ritirare le
truppe dall'Iraq e magari anche nascondere la testa nella sabbia. Del resto, una
volta che l'Onu avesse il controllo dell'Iraq (sebbene "Onu" e "controllo" siano
due concetti antitetici), allora sì che i terroristi appenderebbero la
cintura esplosiva al chiodo! Se fanno saltare intere moschee nei giorni in cui
sono più zeppe di fedeli è solo perché gli sta a cuore il
destino di quella povera gente! Andiamocene tutti, e lasciamogli riportare il
paese ai tempi in cui
Saddam
gassava intere popolazioni, mentre i nostri girotondini ancora in fieri
passavano il pomeriggio al cinema, a godersi indignati l'ennesimo film contro la
guerra del
Vietnam.
Questi ancora non si rendono conto che non
è più tempo di ragionare in termini di causa ed effetto; che se
"loro" hanno fatto così è perché "noi" abbiamo fatto
cosà, e quindi se noi facciamo questo, allora loro faranno quello... No,
non funziona più così. Siamo di fronte a gente che educa i propri
figli ad odiare
l'America,
cioè
l'Inghilterra,
cioè la
Spagna,
cioè
l'Italia,
cioè il
Giappone,
cioè tutto il mondo non islamico (e pure quello islamico se comincia a
prendere le distanze da questo odio, vedi Iraq), e tutto quello che noi
chiamiamo civiltà. Gente che non si
siederà certo a fumarsi il narghilé della pace, solo perché
un paesucolo europeo ha deciso di accettarne i ricatti nella vana speranza di
non lasciarci le penne. Anzi. Questo sarebbe l'ennesimo segno di viltà di
una classe politica, intellettuale e dirigenziale incapace di rischiare
decisioni che abbiano effetto sul lungo termine, incapace di vedere più
in là del giorno in cui riceverà il prossimo voto o
incasserà il prossimo assegno.
E
incapace, soprattutto, di rendersi conto che se ci fanno saltare in aria
è perché ci odiano. E ci odiano perché esistiamo. Come i
due ragazzini che nella scuola di
Columbine
hanno riempito di piombo chiunque gli capitasse a tiro, senza un motivo a parte
un odio immenso per tutto e tutti. Sarebbe ora che la piantassero di fare i
Michael
Moore della situazione, che in mancanza di
migliori spiegazioni ne approfittano per dare la colpa a un'America che non si
rassegna a farsi disarmare. Nel momento in cui penseranno di essere
inattaccabili perché hanno fatto i bravi bambini, non hanno rubato in
pubblico e sono sempre stati dalla parte dei più piccoli (allo stesso
modo in cui si sta dalla parte dello scorpione perché è più
piccolo del cane), allora qualcuno gli infilerà una bomba atomica nella
cassetta della posta, e la loro ultima domanda sarà "Perché? Non
ho fatto niente, io!".
Ecco, è
proprio questo il punto. Restiamo senza fare niente, ed aspettare che ci
sgozzino nei nostri letti; o affrontiamo la minaccia del terrorismo
internazionale con almeno la stessa italica determinazione che sfoderiamo
quando, in fila all'ufficio postale, qualcuno osa passarci
davanti.
Riguardo agli orribili attentati a
Madrid (dove
il mio "orribili" è solo pleonastico, in quanto non esistono attentati
che non lo siano), vi consiglio di fare un salto su
1972, dove
Enzo ci
tiene aggiornati da
Barcellona.
In particolare segnalo questo
post, in cui ci spiega perché sia la pista
dell'ETA che
quella di Al
Qaeda sono entrambe aperte, e perché
può essere plausibile che le bombe dell'11 marzo siano il frutto di una
collaborazione tra le due organizzazioni. La sua conclusione non necessita di
commenti:
Quel che unisce i
terroristi è la mentalità totalitaria e la condivisione degli
obiettivi: ETA non odia soltanto lo stato spagnolo in quanto tale. ETA, come Al
Qaeda, vede nella società democratica liberale un nemico mortale. ETA
porta dentro di sè l'avversione per le istituzioni «borghesi»
occidentali. E' sbagliato applicare ai terroristi le categorie del dibattito
politico tradizionale: quando un marxista-leninista e un fondamentalista di
Allah
si incontrano, sanno bene di avere un avversario in comune e la miscela è
esplosiva. I terroristi non ragionano come noi: la loro cultura è quella
della morte, il loro obiettivo è chiunque sia «altro da
loro».
Dopo l'esagerata chiusura del mercato alla carne di
manzo americana per paura della mucca pazza, i giapponesi si trovano ora ad
affrontare la paura dei volatili. Il governo ha
rilasciato dei comunicati per tranquillizzare la gente riguardo al
diffondersi dell'influenza dei polli, dopo che è stato scoperto che
l'epidemia era arrivata fin qui, era stata nascosta per breve tempo da un
allevatore (che poi si è prontamente suicidato insieme alla
moglie per lavare l'onta), e soprattutto dopo che sono stati ritrovati dei corvi
morti per lo stesso virus.
Il fatto che
l'epidemia sia ora portata dai corvi, ha in
Giappone lo
stesso effetto che se in
Italia
scoprissimo che i gatti sono diventati un veicolo
mortale. Se date un'occhiata a
questa foto, scattata davanti a casa mia, potete rendervi conto di
cosa sto parlando. E faccio notare che non abito in campagna. Qui
avete un paio di altre foto da un sito
web.
Il paragone coi gatti fatto poc'anzi non
è peregrino. Se a
Milano si
cerca di evitare che siano questi felini a banchettare con i nostri resti (non i
cadaveri, intendo la spazzatura), qui sono i corvi a saccheggiare i sacchi
dell'immondizia (e ad attaccare i gatti). Se la mattina molto presto
dovesse capitarvi di camminare per le strade di
Tokyo, la
trovereste infestata da giganti uccelli neri intenti a fare colazione. Durante
il resto della giornata, poi, volano qua e là, a volte vi sfrecciano
vicino alle orecchie mentre passeggiate, e nel periodo in cui figliano stanno
ben attenti che non vi avviciniate a un nido nemmeno per sbaglio. Ah,
naturalmente, se vivete in una zona dove ce ne sono molti, rischiate anche di
essere svegliati molto presto dai loro gorgheggi
mattutini.
Visto che qualcosa come 40 mila
corvi nella sola Tokyo rischiavano di trasformarla nel set di un noto film di
Hitchcock,
il governo ha deciso di intervenire per tentare di arginare il problema.
In diverse zone della città sono piazzate della trappole, personale
addetto cerca e distrugge quanti più nidi possibile, ma sembra che al
momento si riesca solo a impedire che aumentino (si dice che siano aumentati di
10 mila unità solo negli ultimi 3
anni).
Ora che ai
diversi pericoli già associati ai corvi, se n'è aggiunto
uno decisamente maggiore, mi aspetto che prima o poi scatti una massiccia
offensiva contro i mostri neri.
Per
ulteriori informazioni sull'invasione dei corvi potete leggere questo
articolo. Per un sito costantemente
aggiornato sull'influenza dei polli, andate
invece qui.
Non è ancora
Natale, e
forse nemmeno il suo compleanno, ma allo
Spino
ritornato facciamo un regalo. Grazie alla cache di
Google, che
conserva per un certo periodo di tempo una "fotocopia" dei siti presenti nel suo
registro, abbiamo recuperato alcune pagine del vecchio blog dello
Spino,
andato in cenere per motivi indipendenti dalla volontà del suo autore.
Mancano i post più vecchi e anche altri qua e là; alcuni sono
monchi; naturalmente non ci sono più i permalink, come anche i
riferimenti interni, ma ce n'è abbastanza per poterlo considerare un
quasi-archivio del vecchio blog.
L'ho diviso
in 6 pagine, navigabili dalla colonna a sinistra, e nei punti in cui mancano dei
post ho inserito il logo dello
Spino,
solitamente coincidenti con la fine delle pagine.
D'ora in poi potrete visitarlo partendo da
questo post, o dalla mia colonna dei link.
Normalmente non intervengo in questioni di blogosfera,
ma ogni tanto faccio un'eccezione.
Lo
Spino Nel
Qlo è tornato, ma ha
cambiato indirizzo. Il perché è spiegato dal
Grisoqui, ma in breve posso dire che c'è un
bloggatore avvoltoio che si impossessa dei blog morti, di modo che gli ignari
visitatori che passano a trovare i cadaveri nella speranza di vederli risorti,
vengano poi diretti sul suo. Mi risulta che al momento l'abbia fatto almeno tre
volte.
Chiamatelo sciacallo o come volete
voi, però non mi riesce di considerarlo un criminale. Dopotutto si tratta
di blog che sono stati (quasi sempre) volutamente cancellati e (sempre)
volontariamente abbandonati al loro destino (perché un blog di cui il
proprietario mantenga anche solo un messaggio del tipo "Ho chiuso" non
può cadere vittima di questi giochetti).
Molto peggio sarebbe se, invece di quel semplice
messaggio pubblicitario, il reo avesse deciso di fingersi lo Spino, creando un
template identico a quello precedente e postando al posto
suo. Certo, inserire nella pagina in questione il
codice che aggiunge gli accessi al suo blog è un mezzuccio abbastanza
vergognoso (ma poi, a che serve? per farsi bello con gli
amici?).
In ogni caso, quello che volevo
portare alla conoscenza del mondo è che la jena bloggens aveva
premeditato il fatto già il 9 del mese scorso, istigato da un collega
più mariuolo di lui. Qui (nei commenti) ci sono le
prove.
Pensavo che con il progressivo aumentare nella nostra
vita degli oggetti ad alta tecnologia, gli utenti diventassero sempre più
esperti e capaci di utilizzarne sempre di più e di diversi. Invece devo
ricredermi.
Nel
conbini
[*vedi nota] vicino a casa hanno recentemente cambiato la fotocopiatrice.
È diventata più grande, più bella, fa fotocopie migliori,
ma è decisamente più stupida. Poniamo che vogliate copiare 5
pagine di un libro, e magari siate anche in ritardo. Quando inserite la moneta,
sul display appaiono le prime istruzioni, e per mandarle via e cominciare il
lavoro dovete premere "Avanti". Ora avete
davanti a voi il pannello con la scelta della dimensione della carta: A4, A3,
eccetera. Scegliete A4 e... passate automaticamente alla schermata successiva?
No. Dovete prima cliccare su "Confermo". Segue la
schermata sulla scelta Colore - Bianco e Nero. Click su BN e poi ancora su
"Confermo". E così via di schermata in schermata per scegliere la
percentuale di riduzione e il numero di copie che volete, finché dopo
l'ennesimo "Confermo" dovete confermare ancora una volta per dirgli che adesso
siete pronti a fare questa benedetta fotocopia.
Cliccate sul bottone verde, parte la luce, la
fotocopia è fatta, girate pagina al libro, cliccate sul bottone verde
e... niente. Guardate il display, e c'è scritto: "Vuoi fare un'altra
copia? Clicca su Continua." Roba da restare
allibiti. Cinque fotocopie mi portano via almeno il doppio di
prima.
Una volta la gente non aveva molta
dimestichezza con le fotocopiatrici, ce n'erano poche, di solito nelle
biblioteche o posti analoghi. Ora che si vendono quelle da tenere in casa, che
quasi chiunque ha un computer e ci fa anche delle stampe, l'interfaccia di
queste macchine tenta di essere così
user-friendly
da raggiungere l'effetto opposto. Le macchine vecchie partivano già con
selezionate le funzioni che più probabilmente avrei usato (A4, dimensione
100%, Bianco e Nero) e stava poi a me decidere di cambiarle se non erano quelle
volute. Nella maggior parte dei casi inserivo i soldi, premevo il tasto verde,
ed ecco fatto. Ora invece la macchina pretende di guidarmi passo per passo, e
come se fossi un idiota mi costringe anche a confermare quello che ho appena
deciso.
Sono tentato di pensare che sia solo
un caso particolare, ma invece non mi risulta difficile trovare tanti altri
esempi, soprattutto nell'ambito del software. Sembra che la gente non abbia
più voglia di passare 3 minuti a imparare come funziona l'apparecchio che
usa, perciò è lo stesso apparecchio che tramite decine di domande
e selezioni ci porta ad effettuare l'operazione voluta (da noi o da lui?!),
facendoci così perdere molto più
tempo.
Perché diavolo, quando voglio
cancellare un messaggio dalla segreteria del mio cellulare, mi deve chiedere se
voglio cancellarne solo uno o tutti? Ma ce n'è uno solo, non vedi?! E se
io decido di prendermi gioco di lui e seleziono "tutti", mi chiede ancora "Sei
sicuro?". Certo, cretino, mi fai cliccare dieci volte per cancellare un
messaggio, vuoi che non sia sicuro?! Naturalmente, questo è un difetto
facilmente risolvibile in fase di programmazione, ma è un altro sintomo
di questa eccessiva "gentilezza" moderna delle macchine, che risulta in
un'interfaccia elefantiaca, che spesso lascia ben poco spazio alla vera
utilità.
*Conbini:
sta per "conbiniensu sutoa" ovvero la pronuncia giapponese di "convenience
store". Sono piccoli supermercati aperti 24 ore al giorno, disseminati in tutto
il
Giappone,
che vendono un po' di tutto: dalle patatine alle mutande, dalle riviste ai
biglietti del cinema, dalla birra ai DVD-R. Di solito c'è anche una
fotocopiatrice, un fax, l'acqua calda per il ramen istantaneo, l'armadietto per
caricare le batterie del cellulare, e altro ancora. Se nel cuore della notte
avete bisogno di qualcosa di vitale c'è una seria possibilità che
lo troviate nel conbini più vicino, dove a dispetto del nome pagherete un
po' di più che in un supermercato normale.
Le polemiche sul film di
Gibson mi
hanno un po' seccato. Facciamo che non ne parlo più e basta (almeno
finché non l'avrò visto, cosa che dovrebbero fare tutti quelli che
ne scrivono più o meno a vanvera da settimane).
Qualcuno che l'ha visto lo conosco,
perciò a chi ha ancora voglia di sentirne parlare suggerisco la lettura
di "Perché The Passion non è un film
anti-semita, e perché lo
è", dal blog
Liapunov,
che è tanto nuovo quanto saggio. Consiglio anche la lettura di un suo
post precedente, ovvero questo (ovvero
"Gibson, UCCB (eeeh?!?), Albacete,
Rocca, Socci", ché il permalink non
funziona bene).
In quel post, in particolare,
si commenta brevemente anche la questione della "risposta" di
Antonio Socci
all'intervista a monsignor Albacete. Quello che ne
pensiamo noi, per quanto estimatori di Socci, è stato chiaramente
espresso da un amico per via privata, ma che anonimamente qui ripropongo:
[Quel che ha fatto Socci è]
provinciale e secondo me inopportuno. Meglio telefonarsi o scriversi di
persona (sono giornalisti tutti e due su
Tempi)
piuttosto che fare una inutile "correzione dottrinale" sui
giornali. Altri, come me e come te
(ho letto il post), non vedono nulla di scandaloso nelle parole prudenti di
Albacete, il quale anzi rivolge l'attenzione verso la Chiesa e non verso i
vangeli o i film come se dovessimo assolutamente fare "professione di fede" di
un film anzichè di
Gesù
Cristo e la Sua Chiesa CARNALE e
presente nel mondo.
Environmental Working Group: I professionisti
della paura
Dal nuovo
Green Watch
News (n.6-2004, non ancora on-line
ma momentaneamente leggibile qui, prima che venga
sostituito dalla nuova edizione), un interessante articolo di
Rita
Bettaglio, che vale la pena riportare
completamente, ma con l'aggiunta di diversi link ai materiali citati nel testo.
Per chi non se ne fosse ancora accorto, ricordo che
è in corso un dibattito (anche se non c'è nulla su cui dibattere,
ma semplici fatti da riconoscere) su tutti quei preti cattolici, quei partigiani
e quei sindacalisti non comunisti, uccisi dai partigiani comunisti nel decennio
che seguì la fine della seconda guerra mondiale. Come ha scritto un paio
di mesi fa Paolo
Mieli:
Il
numero di preti fatti fuori in quegli anni perché vicini alla
Democrazia
cristiana è davvero
incredibile. Don
Pessina,
don
Galletti,
don
Donati e tanti altri: non
c'entravano nulla con i fascisti, al massimo avevano benedetto qualche salma di
fascista ucciso, forse aiutavano la Dc a raccogliere voti... La verità
è che furono uccisi da comunisti e che nessun assassino fu denunciato dal
Pci.
Ciò potrà un giorno essere serenamente studiato? Io spero di
sì.
[...]
impensabili sono i fatti di sangue che fino alla fine degli anni Cinquanta
(l'ultima fucilata viene sparata nel 1961!) caratterizzano il clima dello
scontro politico nell'Italia centrale. La lunga serie di omicidi politici non
lascia adito a dubbi sulle reali intenzioni dei partigiani comunisti, per i
quali "la guerra non è finita", come scrivono nei loro proclami
ufficiali.
Questo articolo è stato
poi seguito da una lunga inchiesta, giunta all'ottava puntata e ancora in corso,
di Roberto
Beretta, che dal 20 gennaio sta raccontando una
documentatissima storia di ideologia omicida e ancora oggi largamente
omertosa.
Sul sito di
Avvenire
potete trovare tutti gli articoli usciti finora, che vi linko direttamente qui
sotto. Inutile dire che è una lettura estremamente
consigliata.
Tra i tanti articoli e commenti sul nuovo film di
Mel Gibson,
segnalo un bell'intervento di Giuliano
Ferrara su religione e mondo
moderno, da
Panorama
del 20 febbraio, una recensione di Christian
Rocca (dal
Foglio
del 25 febbraio), che ne sottolinea la violenza estrema, ma soprattutto un'interessante intervista dello stesso
Rocca a monsignor Lorenzo
Albacete, che si dice certo delle buone
intenzioni di Gibson, ma mette in guardia da una semplice visione del film che
non sia sorretta, non tanto dalla fede, quanto da un'adeguata interpretazione
dei fatti mostrati e del giudizio che ne ha elaborato la Chiesa riguardo alla
questione delle colpe degli ebrei.
"Aver esposto le ferite che
esistono tra ebraismo e cattolicesimo, e che esistono molto più che tra
altre confessioni, può essere un bene per i credenti di entrambe le
parti, ma solo se l'obiettivo è guarirle, darvi una risposta".
[...] Secondo
Albacete "il problema non è il film in sé, sono i Vangeli". Quelle
frasi pericolose che Gibson ha riprodotto in "The Passion" sono davvero
presenti nei Vangeli, non sono inventate dal regista. "La Chiesa ha affrontato
il problema, lo riconosce, ma Gibson ha ignorato questi avvertimenti, i
documenti, gli studi, gli insegnamenti". Nel 1965 il Concilio ecumenico Vaticano
II e l'enciclica "Nostra Aetate" discolparono gli ebrei dall'accusa di essere
deicidi, e certo non lo hanno fatto censurando le frasi dal Vangelo, ma
analizzandole attraverso studi e interpretazioni che sono alla base della
condanna cattolica dell'antisemitismo. Il film di Gibson, cattolico
tradizionalista che non riconosce il Concilio Vaticano II, rischia di essere
pericoloso perché non tiene conto di questo percorso intrapreso dalla
Chiesa.
[...] Il
caso Gibson, spiega Albacete, fa scandalo soprattutto in
America
perché è un paese fondamentalmente protestante, dove non sempre
c'è una Chiesa che condivide i testi con i fedeli: "Presi fuori da
un'esperienza di comunità i Vangeli potrebbero essere scioccanti".
[...] Tanto
più che le raffigurazioni del film spesso, dice Albacete, non sono
convincenti né consone al racconto del Nuovo Testamento. "Caifa nei
Vangeli non è descritto come il male assoluto come in questo film,
così come la figura di Pilato sembra molto esagerata. Nei Vangeli non ci
sono grandi dettagli sul percorso che ha portato Gesù alla
crocifissione, c'è scritto che è caduto tre volte, ma nel film
cade otto o nove volte; nei testi non c'è scritto quante volte e quanto a
lungo sia stato torturato e picchiato; c'è scritto che fu crocifisso in
mezzo a due criminali. Il film invece fa vedere molto altro, Gibson ha aggiunto
di suo. Mi chiedo perché, per quale motivo la violenza sia stata resa
così esplicita. Per commuoverci? Per fare appello alla nostra
sensibilità? Per renderci conto dei nostri peccati? Cristo è morto
per i nostri peccati, ma lo spettatore non ha colpa per quello che gli viene
fatto vedere nel film. Come può la mediocrità dei miei peccati
aver avuto una responsabilità nelle cose orribili che ci fa vedere il
film?". Raccontare la passione di Cristo e in modo così potente, conclude
monsignor Albacete, "è una grande medicina, ma certo bisogna stare
attenti agli effetti collaterali che può provocare. 'The Passion'
rappresenta una sfida anche per la Chiesa che dovrà riconoscere le
preoccupazioni e spiegare tutto quanto ai fedeli".
Continua la serie di composizioni delle mie
studentesse, iniziata a suo tempo da Michiko.
È la volta di una pagina di diario di
Hiromi,
trentenne, che tra le sue esperienze italiane conta un soggiorno di un anno a
Roma. Ve la
metto qui sotto, e poi aggiungo una cosa in
fondo.
Tokyo,
10 Febbraio 2004
Oggi ho ricevuto un
messaggio da un'amica. Anche lei sta imparando la lingua italiana. Ha scritto:
"Ho fatto una festa con le studentesse
della nostra classe e il nostro insegnante. Lui ha portato un amico italiano. A
questo amico non piace il
Giappone.
Ha detto che i giapponesi lavorano troppo e sono sempre stanchi. Possono fare la
vacanza soltanto per una settimana, e le città sono
bruttissime." Ancora lei ha scritto:
"Noi giapponesi siamo poverini, ha
ragione. Non potevamo fargli nessuna obiezione".
Perché?!
Sì,
in Giappone ci sono tante cose negative e cattive, però ci sono anche
tante cose positive. Questo è normale, anche altri paesi sono
così. La mia amica doveva dirgli qualcosa di
positivo. Le ho risposto così, e lei mi ha
scritto ancora: "Tu puoi fare
un'obiezione?". Certo!
Questo è il nostro difetto! Quando uno straniero dice qualcosa di cattivo
sul Giappone, i giapponesi rispondono:
"Sì, sì, è
vero".
È
strano. Anche io dico spesso: "Non mi
piace questa cosa del Giappone", però non
voglio sentirlo dire da uno straniero, anche se è vero. Perché mi
sembra che questo uomo non conosca bene il Giappone, e che conosca soltanto
Tokyo. Lei ha anche scritto:
"Dopo la festa, il nostro insegnante ci ha
chiesto scusa. Perché? Anche lui pensa le stesse cose del suo
amico?". Ho risposto:
"No, no! Penso che si fosse vergognato,
perché il suo amico era
maleducato!". E
mi ha detto: "Comunque, se
succederà la stessa cosa ancora non dirò niente, perché
è vero".
Sono
triste.
HIROMI
K.
**** Oggi,
quando le ho riconsegnato la composizione, ne abbiamo parlato insieme e mi ha
specificato meglio il suo pensiero: non è che non vuole sentirsi dire la
verità, ma non accetta che a dire queste cose sia uno straniero come quel
signore lì, che è in Giappone di passaggio, non ci abita, lo
conosce perché ne ha letto qualcosa, l'ha visto appena appena, anzi ha
visto solo un po' di Tokyo, e si mette a ripetere i soliti luoghi comuni. Ha
detto anche che da me, ad esempio, che qui ci abito da 3 anni, parlo giapponese,
cerco di capire come vanno le cose, può anche accettare delle critiche al
suo paese, condividerle o meno, e discuterne insieme; ma con quelli come il suo
cognato americano, che ha abitato in Giappone per 7 anni senza impararne la
lingua e conoscendone quattro cose in croce,
no.
Abbiamo però anche convenuto che
è tipico dei giapponesi non obiettare a ciò che dice una persona
appena conosciuta, con cui non si abbia un certo rapporto, e con cui quindi non
ci si senta in diritto di discutere. È il modo con cui loro vogliono
essere gentili e non offendere l'interlocutore. Un italiano molto gentile lascia
correre la prima volta.; alla seconda comincia a dire "Secondo me non è
proprio così..."; e alla terza attacca con un "Guarda che ti sbagli di
grosso!". Se l'interlocutore è qualcuno
che conosciamo, invece, già alla prima volta siamo capaci di saltargli
alla gola.
Alcuni giapponesi si "spaventano"
quando si sentono dire "No" senza mezzi termini, e altri sono contenti di
imparare lingue in cui anche loro possono farlo senza problemi, quindi
l'atteggiamento dell'amica di Hiromi è comprensibile. Ma credo anche di
poter dire che forse il soggiorno romano di Hiromi le ha lasciato qualcosa di
italiano nel sangue.
Il mitico Luca
Accomazzi, il più famoso
informatico e divulgatore italiano del mondo
Mac,
programmatore, insegnante, giornalista (ma per me anche e soprattutto l'autore
di una gloriosa e purtroppo defunta fanzine su fumetto, fantasy e quant'altro
chiamata Il Tarlo Mentale) ha appena pubblicato un libro
dal titolo "Guida alla
tecnologia". L'opera, di cui potete leggere
l'indice completo in questa pagina, è acquistabile solo via
internet, in forma elettronica e/o cartacea.
Oltre alle 226 pagine del libro, avrete
accesso a tutti quei suoi articoli che sul sito Accomazzi.it sono
visibili solo agli abbonati, più a tutti quelli che scriverà nel
2004. Consiglio a tutti gli utenti di computer e affini, Macintoshiani o meno,
di farci un pensierino.
Cliccate qui per tutte le informazioni
necessarie.
Subito la legge
Boato,
subito la riforma
Castelli,
subito la museruola sulla bocca di quei magistrati che ci han messo nei guai con
una strisciante guerra civile che non ha precedenti nella storia
d’Italia
e che ha causato quella crisi di governabilità che ha impoverito
l’Italia più dell’euro. E subito
“Sofri
libero”. Perché? Perché quello di Sofri è il caso che
fa per tutti. Sofri non è innocente, Sofri è colpevole come
è stata colpevole tutta una élite di istigatori all’odio e
alla violenza. Ma la nostra certezza morale di gente che non solo conosce Sofri,
ma ha conosciuto le spranghe di
Lc,
è che Sofri non può aver materialmente ordinato a nessuno di
ammazzare il commissario
Calabresi
semplicemente perché non c’è mai stato un ordine nel
terrorismo degli anni ’70, ma solo una grande, diffusa e terribile
“educazione” che a chiunque poteva dare il diritto a emettere la
“sentenza necessaria”, a “colpirne uno per educarne
cento”, all'“eliminare il simbolo non la persona”.
Assumendosi l’onere di
tutto ciò che è stata la “cultura politica” degli anni
‘70, Sofri ha preso su di sé le responsabilità degli slogan
che rieccheggiavano su tutte le piazze d’Italia (ricordate il
“fascista, basco nero il tuo posto è al cimitero”?), ma non
ha voluto abbandonare nessuno dei figli di quella digraziata stagione. Uno di
questi se l’è cantata? Succede. Anche i figli certe volte
confondono i ricordi per fare dispiacere ai propri genitori. Perciò, ben
venga la libertà per Sofri, ben venga fuori di galera un uomo che conosce
sulla propria pelle cos’è il cancro della giustizia ideologizzata.
Ben venga a ritrovar le stelle un leader di sinistra di cui la sinistra ha
bisogno per ritrovare la
Trebisonda.
La Trebisonda, sì, città di un celebre faro sul Mar Nero, e
metafora, sì, di ciò che oggi manca a certa opposizione per
fuoriuscire dalla “cultura politica” di “toghetta
nera”.
Quello che pensiamo noi di
Sofri l'abbiamo scritto qualche mese fa, qui.
L'ecosocialismo è una minaccia per la
libertà nel mondo
In questa
pagina abbiamo letto un interessante articolo di
Rita
Bettaglio riguardo al pensiero di
Fred L.
Smith, presidente del
Competitive Enterprise
Institute. Si parla del pericolo degli
"ecosocialisti". Ma di che si
tratta?
Per gli ecosocialisti la
soluzione [ai problemi di carattere ambientale, ndE] è minor
libertà per i privati, nella convinzione dogmatica che l'uomo, lasciato
libero, sia nemico del bene comune. Questa è una visione antropologica
negativa e profondamente sbagliata. Infatti ha un evidente tallone d'Achille: se
l'uomo è ontologicamente cattivo, cosa o chi garantisce che lo Stato sia
migliore degli uomini che lo
compongono? [...]
I Verdi sono i Rossi di una volta perchè ne ereditano e condividono il
pensiero fondante: lo Stato è sopra e prima dell'individuo ed il bene
individuale è l'esatto contrario di quello comune. Una visione
'teocratica', dunque: l'uomo inguaribilmente peccatore deve essere salvato
contro la propria volontà dallo Stato. Se allo Stato sostituiamo la
Natura abbiamo l'attuale, violento, pensiero ecologista. Pensiamo ai sistemi
socialisti: essi teorizzavano e promettevano il paradiso in terra. Questo
paradiso si è via via rivelato un inferno per chi vi era sottoposto
obtorto collo. Quando cominciarono ad affiorare le contraddizioni interne di
tutti i sistemi socialisti avvenne uno spostamento di pensiero: dalla
convinzione che solo le istituzioni politiche potessero portare il benessere
dell'umanità e la pace (quanti milioni di morti?) al pensiero maltusiano
che solo una pianificazione centrale da parte di elite intellettuali potesse
salvarci dal disastro. Dal paradiso in terra alla necessità di evitare
che la terra si trasformi in inferno! I Rossi erano convinti che l'individuo
potesse sfruttare troppo poco le risorse, i neo-maltusiani troppo. Il finale,
comunque, non cambia: bisogna impedire che l'individuo possa interagire
liberamente con esse! E' la
teoria dei "Terribili Troppo": ci sono troppe persone, che consumano troppo, che
fanno troppo affidamento a tecnologie di cui conosciamo troppo poco. Quindi
bisogna diminuire la popolazione, i consumi, la tecnologia, anche se questo
può portare a morte, povertà ed ignoranza.
Il socialismo non è caduto
per la forza delle idee o ideali liberali, o almeno non solo, ma per se stesso,
per le proprie insanabili contraddizioni interne che lo rendevano profondamente
antiumano. E l'ecosocialismo
è ancora più pericoloso. Come qualcuno ha notato: "dopo tutto i
vecchi rossi giustificavano i loro orrori come passi verso il progresso
dell'umanità. Ma il progresso dell'umanità ha poco valore per chi
adora
Gaia."
La protezione dell'ambiente e,
quindi le politiche ambientali devono avere come protagonista l'uomo, la
persona, in una visione positiva: la libertà educa e migliora la persona,
se è vera libertà.
Potete
trovare tutto l'intervento di Smith, in inglese, in questa
pagina, o scaricare il pdf da
qui.
Riguardo a quanto dicevamo nelle puntate precedenti,
ho trovato un articolo del
Japan Times
che tratta proprio l'argomento del disturbo provocato dagli annunci nei treni,
nelle stazioni, nei negozi. A quanto pare ci sono anche dei giapponesi a cui
tutto questo baccano dà fastidio, e desidererebbero una maggiore quiete.
Nel pezzo si cita anche l'esistenza di associazioni di cittadini che si battono
per ridurre il rumore degli annunci nei luoghi pubblici, e si dice che a fronte
di numerose persone che si lamentano con le ferrovie per i troppi annunci nelle
stazioni, ce ne sono altrettante che ne vorrebbero di più.
A proposito di stazioni, uno dei rumori
più alti e fastidiosi è la sirena che annuncia la partenza del
treno, o almeno dovrebbe farlo, ma in realtà viene usata dal capotreno
per spingere i passeggeri ad affrettarsi a salire, visto che nelle ore di punta
comincia a suonarla appena il treno è arrivato e continua finché
non si chiudono le porte. Se vi trovate vicino agli altoparlanti è
veramente uno strazio. Come si dice nell'articolo citato, alcune linee o
stazioni hanno sostituito questo suono con delle musiche, ma anche quelle sono
sparate a tutto volume.
In questo forum potete trovare altri commenti di
stranieri residenti in
Giappone,
che discutono di quali sono i rumori e gli annunci che gli danno più sui
nervi. Alcuni dicono di non frequentare certi negozi perché non ne
possono più di sentire il solito jingle ripetuto ad libitum. Uno scrive
che una volta in un negozio di elettrodomestici voleva provare l'audio di una
TV, ma ha dovuto rinunciarvi perché, pur alzando molto il volume, non
riusciva a sovrastare quello degli altoparlanti con gli annunci pubblicitari. Si
citano anche i megafoni impugnati dai candidati alle elezioni: si piazzano
davanti alle stazioni, a volte davanti a determinati condomini, e cominciano a
strillare i loro programmi elettorali.
E non
posso non citare un altro caso, che mi fa dubitare dell'esistenza di leggi sul
disturbo della quiete pubblica in questo paese: a volte in città si
vedono colonne di furgoni, autobus o autocarri quasi corazzati, solitamente
neri, bardati con bandiere del Giappone e altri simboli militari, ma soprattutto
dotati di altoparlanti colossali. Sono gruppi di ultra-nazionalisti (in
giapponese
uyoku,
letteralmente "ala destra"), i quali sembrano non fare altro che muoversi per la
città diffondendo vecchie canzoni del tempo di guerra a volumi veramente
mostruosi. Una delle loro mete preferite è il tempio
Yasukuni,
quello in cui sono venerati come divinità tutti i giapponesi morti in
guerra (e che, quando negli ultimi anni è stato visitato dal primo
ministro
Koizumi, ha
provocato le proteste di cinesi e coreani). Qui potete vedere qualche foto di questi mezzi, qui un'altra
di un
autobus davanti all'ingresso del tempio, seguita da quella di un
manipolo di uyoku in processione nello stesso
luogo.
Tornando al problema rumore, mi sembra
interessante il commento del capo di una delle associazioni anti-frastuono che
ho citato sopra, sempre dall'articolo del
Japan
Times:
La
gente sembra aver bisogno di riempire un vuoto interiore con dei suoni, ovunque
vada.
Ambientalismo, religione per gli atei
metropolitani
Su Green Watch
News n. 4/2004 (non ancora
on-line), leggiamo le recenti dichiarazioni di
Michael Crichton
(lo scrittore e autore, tra le altre cose, di
"Jurassic
Park" e
"ER"):
La
più importante sfida per il genere umano? "Distinguere la realtà
dalla fantasia, la verità dalla propaganda", secondo Crichton. [...]
"L'ambientalismo appare la religione d'elezione per gli atei metropolitani." E,
come religione, o, meglio, come cattiva religione, "ritiene che i fatti non
siano necessari, perché i dogmi dell'ambientalismo sono tutti
verità di fede." Ogni
religione ha il proprio
Eden:
quale sarebbe quello dell'ambientalismo? "E' il tempo in cui la mortalità
infantile era dell'80%, quando 4 bambini su 5 morivano di malattia prima dei 5
anni? Quando una donna su 6 moriva di parto e la vita media era di 40 anni?", si
domanda Crichton. "La visione
romantica della natura come un paradiso è propria solo di chi non ha
esperienza della natura. Chi vive nella natura non è affatto romantico a
questo riguardo. [...] Essi ancora uccidono animali e sradicano piante per
mangiare, per vivere. Se non lo facessero,
morirebbero."
"Con tutti i
passati insuccessi, uno penserebbe che le previsioni ambientaliste si facessero
più caute. No, invece, se si tratta di una religione. [...] Come è
proprio delle religioni, le credenze non sono modificabili dai fatti,
perché non hanno niente a che vedere coi
fatti."
"Io posso citare alcuni
fatti precisi. [...] Posso dirvi che il
DDT
non è cancerogeno, non fa morire gli uccelli e non avrebbe dovuto essere
bandito. Posso dirvi che chi lo ha bandito sapeva che non era cancerogeno e lo
ha bandito lo stesso. Posso dirvi che il bando del DDT ha causato la morte di 10
milioni di poveri, soprattutto bambini. [...] L'aver bandito il DDT è uno
dei più disgraziati episodi nella storia
dell'America
del ventesimo secolo."
Secondo
Crichton "noi tutti dobbiamo liberarci dell'ambientalismo." L'unica via d'uscita
è basarsi sulle evidenze scientifiche prima di decidere politiche che
incideranno sul futuro delle persone.
"Se noi permetteremo che la
scienza venga politicizzata, allora avremo perso. Entreremo nella versione
internet dei secoli bui, un'era di paure e di pregiudizi, trasmessi a persone
ignare. Non è un buon futuro per il genere umano. [...] Quindi è
tempo di abbandonare la religione dell'ambientalismo, e ritornare alla scienza
dell'ambiente e basare su di essa le nostre politiche."
(Rita
Bettaglio)
Nel
discorso completo l'autore, pur manifestando una visione piuttosto ristretta
della religione, parla diffusamente della falsità dell'ancora attuale
mito del buon selvaggio, della pericolosità della natura (che invece ci
immaginiamo nella versione edulcorata dalla TV), delle previsioni catastrofiche
degli ecologisti mai realizzatesi, ma anche della necessità di
un'ecologia scientifica e basata su fatti, anziché su
idee.
Il tutto era riportato sul sito di
Crichton, ma come scrive lui stesso in
questa pagina, è stato momentaneamente messo off-line, insieme
ad altri discorsi sull'ambientalismo, fino all'uscita del suo prossimo libro,
dedicato a questo argomento. Grazie ai potenti mezzi di internet è
però ancora disponibile nella cache di
Google,
a questo indirizzo. Leggetelo, che ne vale la
pena.
Altro attentato terroristico palestinese, altri morti,
altro dolore. Come ha scritto ieri Assuntina
Morresi sulla newsletter di
StranoCristiano,
il
kamikaze era un membro della polizia palestinese di
Betlemme.
Quelli che garantiscono la sicurezza, insomma, quelli che potrebbero stare a
posto del muro,
no? [...] i
palestinesi hanno diritto a uno stato. Ma siamo sicuri di volere creare uno
stato con a capo dei terroristi assassini? Non ci sono i presupposti per
l'ennesima tirannìa mediorientale, di stampo terroristico,
stavolta?
E pubblichiamo anche noi
la lettera di Angelica Calò
Livné, ebrea italiana che vive in un
kibbutz a un
chilometro dal
Libano,
pubblicata sul
Corriere
di sabato:
Stiamo consegnando con
il cuore in sospeso 400 terroristi alle loro famiglie. In cambio riceveremo 3
bare. Se si potesse vedere tutto questo come su uno schermo televisivo vedremmo
da una parte una folla di persone che cantano vittoria, le dita atteggiate a V,
bandiere israeliane e americane in fiamme, moschee gremite di gente esultante
che ascolta il sermone di Imam che promettono nuovi rapimenti per liberare altri
prigionieri, falsi racconti di violenze e soprusi nelle carceri israeliane.
Dall'altra parte dello schermo famiglie silenziose con gli occhi gonfi da anni
di insonnia, di dolore, di speranza distrutta. Una nazione in lutto.
Adi,
Omar
e
Beny
non potranno mai raccontare ciò che è successo dal momento in cui
sono stati rapiti dagli
hezbollah.
Neanche Ron
Arad, il pilota che fu rapito 13
anni fa.
Israele
è divisa ancora una volta, tra le madri che comprendono il dolore di 3
donne che per credere che il proprio figlio sia veramente morto sono
disposte a riconsegnare 400 assassini e madri che ancora piangono e piangeranno
fino alla fine dei loro giorni i propri figli assassinati da uno di quei
400.
E mentre camminiamo,
lavoriamo, continuiamo la nostra vita cercando di darle un senso, un colore, un
motivo, assorti nei nostri dilemmi, nei meandri della nostra coscienza, la
malvagità, l'odio insaziabile colpiscono ancora, violentemente,
puntualmente, inesorabilmente: alle 9,00 di questa mattina di
giovedì, al centro di
Gerusalemme,
con altri morti, altri feriti, altre famiglie distrutte, altre grida di giubilo
e di vittoria dall'altra parte della barriera. La carcassa dell'autobus è
incenerita dall'esplosione, c'è gente ancora intrappolata tra le
lamiere fumanti ma nel frattempo
all'Aia,
in
Olanda, si
accingono ad aprire il processo contro lo Stato d'Israele e contro la sua
barriera.... Vergogna! Che
vergogna!
Come è scesa
in basso
l'Europa.
l'Europa dei diritti dell'uomo, della fraternità e dell'uguaglianza,
delle belle parole vuote ed
inutili. Questo processo è
contro di me, contro tutti quelli come me che non hanno più nessun modo
per difendersi e difendere i propri figli. Contro tutti quelli che non
hanno nessuna intenzione di distruggere case, costruire muri, trascorrere
la propria esistenza a catturare terroristi, sventare attentati, piangere
morti o trattare con capi di stato intenti ad inventare armi di
distruzione di massa, ma vi sono costretti. State aprendo un processo alla gente
sbagliata! Destatevi da questo dormiveglia che annebbia il vostro senso della
giustizia, prima che sia troppo tardi! La vostra mancanza di fiducia nella
nostra morale ci sta indebolendo, eppure ne abbiamo date di prove nel corso
della storia. Abbiamo insegnato qualcosa al mondo in fatto di pace, di dialogo,
di tolleranza... State distruggendo con le vostre mani il vero muro, la diga
umana che si chiama popolo israeliano, che ancora una volta, come quando era
sparso per il mondo, sta solo contro tutti, a rallentare il processo di violenza
che dilagherà nel
mondo!!!!!!