Dom - Ottobre 3, 2004

Sanzioni cinesi

Qualche giorno fa, Enzo di 1972, reduce da un viaggio in Cina, di cui ha parlato più volte sul suo blog, raccontava:

Un giorno in un autobus di Luoyang incontrammo una ragazzina dodicenne che ci spiegò di essere figlia unica perchè il governo imponeva severe penalizzazioni economiche alle famiglie che avessero violato la norma. Ci dimenticammo di chiederle a quanto ammontasse la sanzione [...]

Postiamo ora una risposta, certi di fare cosa gradita al grande Enzo, ma anche a tutti quelli che organizzano una manifestazione oggi e un girotondo domani per urlare la loro indignazione contro i paesi democratici (USA, Israele, Italia...), ma mai contro quei governi illiberali, repressivi e fondamentalmente disumani, che meriterebbero sul serio le loro attenzioni.

Il brano è tratto dalle pagine 140-142 dell'interessantissimo "Missione Cina - Viaggio nell'Impero tra mercato e repressione", scritto da Bernardo Cervellera, missionario e giornalista, attualmente responsabile dell'agenzia Asia News:

Il programma di controllo della popolazione è in atto da 21 anni. Esso prevede la nascita di un solo figlio per famiglia, al massimo due per membri di minoranze etniche o per contadini che hanno già una figlia. Chi viola queste regole rischia multe salatissime, aborto forzato, infanticidio, distruzione della casa o requisizione dei beni.
[...]
Nell'estate del 2000, ad esempio, ha fatto molto scalpore la notizia, riportata dal «Times» di Londra il 24 agosto, secondo cui a Caidian (Hubei) 5 funzionari del governo avrebbero affogato un neonato in una risaia, davanti agli occhi atterriti dei genitori. Alla donna ancora incinta, di nome Liu, gli impiegati dell'Ufficio per il Controllo della Popolazione avevano intimato di abortire. La donna aveva già violato altre volte la politica del figlio unico (era incinta per la quarta volta). I medici della clinica a cui la donna è stata costretta a ricorrere hanno iniettato una soluzione salina nel feto per distruggere il sistema nervoso del nascituro. Ma il bambino è nato sano. I funzionari governativi hanno ordinato al padre di ucciderlo, ma questi si è rifiutato. Essi hanno atteso il ritorno a casa della famiglia e, preso il piccolo, lo hanno affogato.

Nell'agosto 2002, il contadino Ke Senhai di Kesishangzai (Xianju, Zhejiang) ha denunciato - anche via internet - le violenze verso sua moglie Xu Lie, che hanno spinto la donna sull'orlo del suicidio. La notte fra il 12 e il 13 agosto, 8 impiegati del governo locale hanno circondato la sua casa e hanno prelevato a forza la donna, portandola all'ospedale per bloccare la sua seconda gravidanza. In due ospedali i dottori si sono rifiutati di fare l'operazione perché considerata a rischio. Il gruppo allora è andato all'ospedale di Xianju.
Un impiegato ha obbligato i dottori a fare un'iniezione alla donna, per uccidere il bambino in grembo e produrle le doglie per espellere il feto: il tutto contro la volontà della coppia e contro il parere dei dottori. Nonostante tutte queste violenze, il bambino non è nato. Incapace di sopportare i dolori fisici e lo stress, la signora Xu si è gettata dalla finestra del secondo piano dell'ospedale. I dottori l'hanno subito curata per le ferite riportate e le hanno fatto un taglio cesareo, trovando il bambino ormai morto. Ke Senhai ha definito «barbari» i metodi usati dai funzionari.

Il governo si difende da tutte le critiche mostrando che il successo economico della Cina dipende proprio dal basso tasso di crescita della popolazione. Per questo il 1° settembre 2002 è stata riaffermata e aggiornata la legge sul figlio unico: alle famiglie che non si piegano al controllo e che vorranno avere più figli verranno richiesti dei «risarcimenti sociali», a seconda del reddito delle famiglie colpevoli. Tale risarcimento ruota fra i 25 mila e i 100 mila euro: una cifra che i contadini - quelli che più facilmente infrangono il limite - non potrebbero pagare nemmeno lavorando per tutta la vita.

L'autore prosegue poi con notizie relative al fatto che, a causa di questa legge del bambino unico, il desiderio di avere un figlio maschio porta all'uccisione di moltissime figlie femmine, all'aborto selettivo, e anche a un "mercato" clandestino delle mogli, attuato tramite rapimenti. La carenza di donne diventerà infatti un problema serio: mentre la media mondiale è di 106 maschi su 100 femmine, e in Europa è di circa 95 maschi su 100 femmine, in Cina è di 119,35 bambini ogni 100 bambine, e in certe zone (come lo Guanxi) tocca i 140 maschi su 100 femmine.

Nel testo si dice che il governo cinese, grazie a nuove leggi del 2002, impone ora delle multe, ma non si creda che questo significhi una riduzione delle violenze. Si tratta invece del solito contentino per placare un po' le critiche straniere. Come potete leggere in questa pagina, gli aborti e le sterilizzazioni forzate continuano, a colpi di "campagne" stagionali, che funzionano in questo modo: i funzionari governativi piombano in un villaggio, raccolgono tutte le donne incinte, le fanno abortire e nel caso le sterilizzano, e pretendono la collaborazione di tutti nel denunciare donne che nascondano la propria gravidanza. Particolarmente interessante il passaggio in cui si dice che le donne sposate da poco devono attendere il permesso di potere avere il primo figlio. In questa pagina del Telegraph si parla di analoghe pratiche relativamente alla provincia del Guangdong.

Un racconto veramente terribile viene dal Turkistan cinese, in cui un abitante della città di Kashgar racconta di questi aborti forzati di massa, praticati anche su donne incinte di 9 mesi, ed eseguiti da dottori il più delle volte incapaci, che molto spesso finiscono per causare anche la morte delle donne.

Altre notizie del genere si possono trovare un po' ovunque su internet. Vedi in questa pagina della CNN, dove si parla di donne sposate con taiwanesi costrette ad abortire al loro rientro in Cina, e in particolare si cita una donna a cui è spettata la stessa sorte, nonostante si trattasse del primo figlio, perché non aveva ottenuto il permesso di averlo.

Tempo fa il Washington Times riferiva della decisione di Bush di togliere 34 milioni di dollari di finanziamento alle Nazioni Unite, perché implicate nella politica cinese del figlio unico per famiglia e delle sterilizzazioni forzate.

Per chi vuole un rapporto organico e autorevole, rimando alla pagina del Decimo Rapporto del Comitato per gli Affari Esteri della Camera dei Comuni del Regno Unito. Pubblicato nel novembre del 2000, elenca tutta una serie di violazioni dei diritti umani in Cina, che si conclude con queste ovvie, ma insindacabili parole: "By the international standards which China has itself accepted, we must conclude that China is guilty of persistent and major abuse of human rights."

Ottobre 3, 2004 0:47  Permalink


Mar - Settembre 21, 2004

Velo come simbolo di dignità? O anticamera dell'inferno?

Nello stesso reportage dal Cairo citato nel post precedente, leggiamo anche del progressivo aumento dei veli tra le donne egiziane. Casadei, l'autore, ci dà qualche dato, una sua impressione, e l'opinione di una femminista egiziana. Io riporto qui sotto questi brani, ma mi riservo un commento e una considerazione finale.

[...] l’80-90 per cento (a seconda dei quartieri) delle donne porta il velo e un abbigliamento che copre braccia e gambe: non importa se giovani o anziane, abbienti o di modesta condizione; la grande maggioranza veste l’hijab, un foulard avvolto attorno al capo, un 5-10 per cento veste il niqab, un abito che ricopre l’intero corpo tranne una sottile fessura all’altezza degli occhi. «Non era così quando sono arrivato qua», racconta padre Christiaan Van Nispen, gesuita olandese che vive al Cairo da 40 anni. «A quel tempo le donne velate erano una minoranza. Quindici anni fa, all’inizio degli anni Novanta, la proporzione era già 50-50. Oggi, come lei può vedere, le donne senza velo sono molto poche, quasi tutte appartanenti alla minoranza cristiana copta».
[...]
Ma viste da vicino, le donne egiziane, soprattutto le giovanissime, sono tutto tranne che sciatte e pudibonde: il rimmel intorno agli occhi è perfetto, ciglia e sopracciglia sono curatissime; il colore del foulard è sempre perfettamente in tinta con quello del rossetto o con lo smalto delle dita di mani e piedi, oggetto di cura maniacale. Non che reprimere, il velo e l’abbigliamento castigato esaltano la sensualità della loro figura, per la studiatissima combinazione fra visibile e non visibile, proibito e permesso (haram e halal, direbbero i teologi giuristi dell’autorevolissima università islamica di Al Azhar). La civetteria è al diapason, solo i distratti e gli ottusi possono vedere in queste donne scrupolo religioso, modestia, senso di colpa e autopunizione del corpo femminile.

[...] Heba Raouf, ambigua figura di “femminista islamista” [è] docente di teoria politica all’università del Cairo. A 13 anni appena, Heba creò un caso presso la scuola cattolica a cui genitori (musulmani) l’avevano iscritta pretendendo di indossare il velo durante le lezioni nonostante la perplessità delle suore tedesche che gestivano l’istituto. «Il velo -mi dice- è un segno del ritorno alla religione, ma non solo. È il mezzo che ci permette di essere presenti e attive nella società senza subire molestie sessuali e di sottolineare la nostra identità culturale. Noi donne non vogliamo più essere semplici oggetti del desiderio maschile, vogliamo essere cittadine a pieno titolo, e il velo ci permette di partecipare alla vita pubblica senza essere “mobbizzate”. È un’ottima cosa che in Egitto ci siano vagoni riservati alle donne nella metropolitana, perché questo ci permette di viaggiare senza subire molestie».

Nel leggere l'ultima citazione, mi sono reso conto di aver già letto in passato qualcosa di simile, e sono andato a consultare la mia libreria. Nell'interessantissimo "Karim, mio fratello terrorista" , in cui la tunisina Samia Labidi racconta le vicende del fratello alle prese con il reclutamento e l'ingresso in una organizzazione terroristica sciita, ci sono dei passaggi dedicati alla mutazione di un'altra sorella, Samira: costei era una studentessa modello, brillante e dal futuro promettente, una ragazza vivace che si vestiva con gusto e di colori accesi. Frequentava anche un'organizzazione per i diritti della donna, ma poco a poco iniziò a cambiare. I vestiti si allungavano sempre di più, i colori sparivano, e i suoi discorsi vertevano ormai solo sulla religione. Cominciò a denunciare i vicini come traditori dell'Islam, ad accusare la madre di non credere abbastanza in Dio, e il padre di dare troppa libertà alla moglie e non tenerla sottomessa come vuole il Corano, e così via in un'escalation che portò l'inferno in famiglia e fece del fratello Karim una preda della sue farneticazioni.

Ed ecco, tratto da pag. 60, l'acuto commento della sorella:

All'inizio della sua conversione intellettuale alla religione islamica, Samira non si era resa conto della dimensione politica che una certa élite avrebbe impresso al movimento delle donne. All'inizio il loro gruppo cercava unicamente di combattere il culto della donna-oggetto di marca ideologica occidentale. Si trattava insomma di un movimento pseudofemminista, del tipo di quelli che erano sorti nei paesi europei già dall'inizio degli anni sessanta. Le fondatrici di questa corrente di pensiero si distinguevano per le loro qualità intellettuali. Vedevano - a torto - nel ritorno ai valori dell'islam un modo efficace di rendere alle donne la loro dignità. Il fatto di incitare a portare il velo, a indossare l'abito tradizionale, rispondeva innanzitutto a un atto politico. Era necessario annientare l'immagine della donna «oggetto sessuale» al fine di imporre il suo riconoscimento in quanto persona totale. Da questo punto di vista la religione era al servizio della rivoluzione femminile, e non di quella integralista. Ma in questo movimento si sarebbe infiltrato poco a poco il pensiero religioso estremista, che avrebbe operato il suo sabotaggio. Colmo dell'ironia, il femminismo politico sarebbe diventato un fanatismo religioso per volere degli uomini!

Settembre 21, 2004 0:47  Permalink


Lun - Settembre 20, 2004

L'ascesa dell'islamismo, il risultato di una crisi morale

Diversi articoli interessanti sulla questione islamica (nonché russo-cecena), nel penultimo Tempi. In particolare segnalo la prima parte di un lungo "diario" di viaggio in Egitto, "alle radici del fondamentalismo islamico".

Tra i numerosi spunti di interesse, ho trovato notevole il seguente giudizio di Wael Farouq, "giovane insegnante che ha abiurato i Fratelli Musulmani e Jihad egiziano, nei quali ha militato per alcuni anni":

Per Farouq l’ascesa dell’islamismo è l’esatto contrario di un revival religioso; è piuttosto il risultato di una crisi del senso religioso e morale: «Gli egiziani vivono un vuoto spirituale e si sentono in colpa per una serie di comportamenti privati che non possono ammettere in pubblico. Hanno bisogno di placare il senso di colpa e di affermare la loro rispettabilità sociale, e gli islamisti offrono la risposta a questo duplice bisogno. La tua vita personale è priva di senso religioso, e compi molte azioni che sono contrarie alla norma religiosa ed ai valori morali, ma puoi metterti in pace la coscienza e salvare le apparenze sociali con gli atti esteriori che gli islamisti ti indicano: portare il velo, o meglio ancora il niqab, farti crescere la barba, pregare per strada, elogiare i combattenti del jihad, disprezzare gli infedeli, accusare i governanti di apostasia. La gente ha bisogno di ritrovare un equilibrio, per questo fa quello che gli islamisti le dicono di fare. È molto facile manipolare la gente a partire dalla crisi del suo senso religioso, e gli islamisti, che sono dei politici e non degli spiriti religiosi, se ne approfittano».

Settembre 20, 2004 1:13  Permalink


Mar - Settembre 14, 2004

Agitano il feticcio del Grande Satana a scopo sedativo

Su La Stampa del 2 settembre, Massimo Gramellini descrive in poche parole la situazione attuale nei paesi musulmani e il rapporto tra estremismo terrorista e gente comune:

Quando all'inaugurazione di un magazzino Ikea in Arabia Saudita accorrono settantamila clienti, si ha la prova lampante di come gli integralisti ci vendano ogni giorno una realtà immaginaria, che il linguaggio dell'orrore rende forse più persuasiva, ma non per questo più vera. Nessuna comunità islamica è costretta a subire lo stile di vita occidentale contro la propria volontà. La possibilità di un minimo di benessere a bun mercato fa gola a tutti, anche a chi deve conciliare una libreria componibile con le pratiche del Corano.
Ma se a quell'inaugurazione succede che muoiano due pachistani e un saudita, calpestati nella ressa dantesca per acciuffare una manciata di buoni-sconto da pochi dollari, allora il trucco dell'integralismo diventa ancora più scoperto. Neanche l'Inghilterra di Dickens era una società tanto squilibrata come quella araba, dove i pochi hanno tutto e gli altri, cioè quasi tutti, niente. Si sono consumati alberi di carta per vivisezionare le ragioni che inducono Bush a usare la guerra a fini interni di conservazione del potere.
Ne bastano molti di meno per dire che i veri nemici delle masse truciolate d'Arabia non siamo noi occidentali, ma quei loro fratelli di fede che agitano il feticcio del Grande Satana a scopo sedativo, pur di continuare a tenerle in una condizione di miseria che le induce ad ammazzarsi - letteralmente, purtroppo - per il bracciolo di un divano.

Ne abbiamo parlato, tra l'altro, anche qui.

Settembre 14, 2004 13:37  Permalink


Dom - Luglio 25, 2004

Verso il phaser di Star Trek

In questo lungo e interessante pezzo del New York Times (ricordo che serve registrazione gratuita), si parla del futuro (prossimo e meno prossimo) delle armi non-letali, ovvero di quelle armi che un esercito dovrebbe utilizzare quando la situazione è critica, ma non al punto da dover sparare con armi che uccidono (ad esempio, nell'affrontare gruppi di civili, come spesso accade in Irak). Si tratta di situazioni sempre più frequenti, in un mondo in cui gli eserciti devono cercare di fare sempre meno vittime possibili.
Si parla di armi a raggi d'energia o al plasma, di armi che provocano dolore senza causare danni, di altre che grazie a un commutatore passano dalla modalità mortale a quella non letale, di proiettili lanciati verso un bersaglio ma rallentati prima che lo raggiungano, e diverse altre possibilità.

Luglio 25, 2004 23:10  Permalink


Mer - Giugno 9, 2004

Dove va la Spagna?

Ostaggio del terrorismo e fuori da tutto il resto: nessuno ha ancora trovato il coraggio di dirlo chiaramente ma questa è la situazione in cui si trova la Spagna a soli due mesi dall’insediamento del governo socialista.

Il solito grande 1972 in poche parole traccia il quadro dell'attuale situazione spagnola.
Se poi volete fare un ripasso dei come e dei perché Zapatero sia ora alla guida del suo paese, potete leggervi questo e questo, sempre da 1972, come anche l'articolo di Tempi "Chi ha incastrato Roger Aznar?".

Giugno 9, 2004 23:23  Permalink


Gli ostaggi italiani liberati dagli americani, con le armi

Nel numero 37 di Ratman (del luglio 2003, ma che io leggo solo ora per via del fuso orario), c'è una storia pacifista e anti-americana, ma con un incipit che vuol essere cinico ed è invece semplicemente realistico. Io lo trascrivo e lo dedico all'Europa:

Non si risolvono i problemi con la forza.
Soprattutto quando se ne ha poca.

Giugno 9, 2004 23:15  Permalink


Mar - Giugno 1, 2004

La stategia di Bush non funziona? Occorre avere un'alternativa

Bel pezzo di Piero Gheddo, da Mondo e Missione n. 5 - 2004:

Dopo una panoramica sul disastro che è diventata la Somalia dopo che è stata lasciata a sé stessa, prosegue e conclude così:

Si dice che gli Stati Uniti vogliono imporre la pax americana in tutto il mondo, ma per vari casi di emergenza non si riesce a proporre nessun'altra soluzione. Ad una strategia sbagliata se ne deve contrapporre un'altra che porti risultati migliori. Tutti concordiamo nel dire che l'Onu dovrebbe essere garante della pace, ma può fare ben poco fin che tutti i Paesi sono prigionieri del loro egoismo nazionale; in Somalia ha fallito perché non trovava più chi vi impegnasse i propri militari e naturalmente ne pagasse le spese. Per quanto riguarda l'Iraq, se abbiamo a cuore il bene degli iracheni non possiamo lavarcene le mani. I pacifisti dicono: ritiro immediato delle truppe dall'Iraq, affidiamo tutto all'Onu, senza la partecipazione delle forze militari che occupano oggi l'Iraq (mandate da 47 Paesi!). Questo significa consegnare il Paese al terrorismo e al caos. La guerra, si dice, non serve a sconfiggere il terrorismo. D'accordo. Ma alzare bandiera bianca serve a qualcosa?

L'Europa non si è ancora resa conto (i no global meno di tutti) che, dopo il crollo dei "blocchi", il pericolo di guerra mondiale non viene più da Usa e Urss, ma dal moltiplicarsi di focolai di guerre, guerriglie, separatismi, colpi di Stato, dittature crudeli, terrorismi, conflitti etnici e religiosi, popoli ridotti alla fame. L'Occidente è impotente di fronte a queste continue emergenze.

Se la strategia di Bush contro il terrorismo non funziona, bisogna averne un'altra di ricambio, di cui però non si vede traccia. L'Europa unita dovrebbe essere pronta a dire: arriviamo noi e sostituiamo gli Usa. Ma questa è pura fantasia: abbiamo chiamato i militari americani per la Bosnia e il Kosovo, per la Somalia e il Libano che sono alle porte dell'Europa! I terroristi di Al Qa'ida e gli altri gruppi islamici armati non sono in guerra contro Bush e gli Usa, ma contro l'Occidente. Possiamo senza dubbio ritirarci nel nostro "paradiso" europeo (così ci vedono dai Paesi poveri), lavandoci le mani e sperando che il terrorismo islamico colpisca altri.
Ma c'è qualcuno che vuole questo?

Giugno 1, 2004 23:26  Permalink


Ven - Maggio 28, 2004

Atomi per la pace e ogm più salubre del biologico (e perché)

Da Green Watch News n. 8-2004, un interessante articolo sui benefici del ritorno all'energia nucleare. Tra tutti, anche quello di evitare diverse guerre legate al possesso di petrolio e altri combustibili.

Dallo stesso periodico (non on-oline), la presentazione del libro "Biotecnologie. I vantaggi per la salute e per l'ambiente".

Il prof. Poli, nel rispondere con competenza, tra le altre, alla domanda se "si corrono rischi ad alimentarsi con prodotti geneticamente migliorati (Gm)" osserva che "tale domanda sorge spontanea visto che in alcune regioni italiane nelle mense delle scuole e degli asili infantili vengono serviti alimenti da agricoltura biologica". La risposta dell'autorevole studioso è: "Gli alimenti Gm attualmente autorizzati non solo non sono più rischiosi, ma potrebbero essere più salutari di quelli biologici. Su questi ultimi, al contrario, i controlli effettuati sono minori, quando non del tutto assenti, e sono potenzialmente meno salubri". Egli riporta un esempio tra tanti: il caso del mais tradizionale (e vieppiù quello biologico) che, infestato dalla piralide, si protegge sviluppando micotossine. Il prof. Umberto Tirelli, noto oncologo e curatore della presentazione al libro, in essa ricorda come le micotossine siano responsabili di tumori al fegato.

Ma perché il cibo cosiddetto "naturale" è peggiore? Ce lo chiarisce Piero Morandini, fisiologo vegetale presso l'università di Milano, anch'egli coautore del libretto: "Tra le specie naturali vincono la lotta per la sopravvivenza quelle che posseggono caratteri vantaggiosi. Ad esempio, saranno favorite quelle meglio resistenti all'attacco di batteri, funghi, larve o roditori, e che pertanto accumulano sostanze tossiche per questi agenti (come fanno le mandorle amare, che si difendono dall'attacco di roditori rilasciando cianuro quando vengono frantumate). Senonché, tutti questi caratteri ­ di grande importanza per la sopravvivenza di una specie naturale ­ sono indesiderabili per l'uomo. Le specie adatte per l'alimentazione umana ­ se non vogliamo compromettere la nostra salute - devono necessariamente avere un contenuto molto ridotto di tossine naturali. In altre parole, le piante coltivate sono anche le più deboli e bisognose di cure: la selezione naturale e quella operata dall'uomo vanno inesorabilmente in direzioni opposte". Ecco perché è necessario usare pesticidi: da un lato, si proteggono le piante da facili attacchi; dall'altro si inibisce in esse la produzione incontrollata di pesticidi "naturali" che potrebbero esserci dannosi.

L'ingegneria genetica, viceversa, permette di ottenere, tra le altre, piante che resistono all'attacco di insetti. Un risultato che si ottiene ­ ci spiega il libro ­ mediante l'inserimento, nel patrimonio delle decine di migliaia di geni della pianta, di un solo gene (il gene Cry), presente in un batterio (il batterio Bt) e che esprime una proteina (la proteina Bt), che è una pro-tossina innocua per l'uomo e per altri animali, ma che se ingerita da insetti, ne provoca la morte: la proteina Bt viene trasformata, da un enzima esclusivo degli insetti, in una letale tossina. Attualmente, le spore del batterio Bt sono spruzzate (anche nella pratica biologica), come insetticida; ma, a differenza dell'insetticida, sempre presente nell'ambiente, l'ingegneria genetica consente di ottenere piante Bt che producono la pro-tossina solo se aggredite dall'insetto, minimizzando così gli eventuali danni all'equilibrio ambientale del suolo.
[...]
Chi è interessato a conoscere la voce della scienza - piuttosto che quella dei commercianti di prodotti biologici, interessati solo ai loro ricchi profitti e incuranti dei rischi cui sono esposti i consumatori dei loro prodotti, frutto di una pre-scientifica pratica ­ può farlo con una modestissima spesa: il libro costa solo 9 euro.

Maggio 28, 2004 15:9  Permalink


I media dell'odio

Le torture nel carcere di Abu Ghraib stanno facendo perdere la faccia all'America presso i popoli islamici? Niente affatto, perché non è che un'inezia confrontata con i quotidiani attacchi a USA e Israele da parte dei media islamici. Attacchi quasi completamente basati su falsità, alimentati da un odio atavico a cui contribuisce la paura e la mancanza di libertà di cui "gode" la maggior parte del mondo mediorientale.

Questo articolo di Casadei ci presenta una significativa panoramica di quello che gli arabi vedono, sentono e leggono quotidianamente. Sottoposti a un bombardamento simile, e privi della libertà di opporvicisi, è poi comprensibile che folle intere si radunino a esultare per l'ennesimo massacro di "nemici" andato a buon fine.

[...] questa è la giornata tipo del lettore-spettatore residente in Medio Oriente, immerso in un universo paranoico dove gli ebrei dominano segretamente tutte le nazioni, e usano la potenza di queste, e in particolare degli Stati Uniti, per recare danno ai musulmani.
[...]
Il fatto è che il mondo arabo-musulmano è il terreno ideale per manipolazioni informative e mistificazioni anti-occidentali di tutti i tipi per via della miscela esplosiva di risentimento popolare e autoritarismo politico che lo caratterizza. I governi non permettono nessuna critica al loro operato e scaricano tutte le responsabilità dei loro fallimenti sull’esterno: l’eredità coloniale, il complotto sionista, l’imperialismo americano. Si è perciò creata una situazione paradossale: ai media, governativi e non, non è permesso di criticare i governi locali, ma sono tollerate e anzi incoraggiate le critiche ai governi e alle forze straniere in genere, anche quando si tratta di alleati. Le tesi complottiste sull’11 settembre, che considerano gli attentati opera degli americani stessi o del Mossad, hanno trovato eco nei media di tutti i paesi musulmani, sia alleati che ostili agli Usa [...]

Fondamentale, a questo proposito, la lettura di diversi pezzi di Magdi Allam, tratti dal Corriere della Sera, relativi proprio all'uso distorto dei media islamici. Grazie a Stranocristiano per i link.

MEDIA E IDEOLOGIA. Kamikaze eroi e traditori nelle tv arabe (20/5/2004)

«Vi racconto com'è cambiata Al Jazira» (4/5/2004)

TERRORISMO. I kamikaze eroi dei medi arabi (10/3/2004)


Maggio 28, 2004 14:42  Permalink


Gio - Maggio 27, 2004

Sinistra senza salame sugli occhi

Ho cominciato a leggere "Terrore e liberalismo" di Paul Berman, che da sinistra spiega in modo lucido perché il fondamentalismo islamico e il terrorismo che ne deriva facciano parte di quella grande famiglia di totalitarismi che in occidente è nata, e ha già preso le forme di nazismo e comunismo.

Berman sostiene che il fondamentalismo islamico e il socialismo di Saddam Hussein siano la continuazione morale, ideologica e storica dei movimenti totalitari del ventesimo secolo. Anche il fascismo e il comunismo, tra l'altro, sono stati alimentati dalla difficoltà della sinistra liberal di comprendere la natura irrazionale di quei movimenti. La medesima cecità che imperversa oggi e che, inspiegabilmente, vede alleate la sinistra e i realisti di destra kissingeriana. (dalla recensione del libro, di Christian Rocca)

Cito dalla prefazione (pag.XII):

Le guerre in Afghanistan e in Iraq, oltre alla violenza in alcuni altri luoghi, possono essere a loro volta infinitamente complesse; eppure, a mio avviso, queste guerre hanno una certa semplicità. Sono una guerra sola: la guerra del totalitarismo musulmano moderno, nelle sue numerose varianti, che lotta ferocemente contro i campioni dell'idea liberale, sia musulmani sia non musulmani. E nello stile del ventesimo secolo, questa guerra sta procedendo in circostanze di confusione assurda: il governo americano è incapace di definire la posta in palio, quindi incapace di una programmazione intelligente o azioni appropriate; e i critici del governo americano non hanno intenzione di compensare i fallimenti e le carenze dell'America, né di svolgere alcun ruolo importante e utile, se non come critici del governo americano. Siamo in una situazione in cui le persone di mentalità liberale in Afghanistan e Iraq, e forse anche in svariati altri Paesi, gli eroici liberali musulmani, stanno lottando per sopravvivere contro i loro e i nostri nemici, e hanno un bisogno disperato di solidarietà e sostegno da chi, in tutto il mondo, ha le stesse idee. E siamo in una situazione in cui, in tutto il mondo, i movimenti di massa della Sinistra politica, gli alleati naturali dei liberali musulmani, non si sognerebbero mai di stare fianco a fianco con i liberali musulmani, per paura di sostenere l'imperialismo americano.

Siamo in una situazione in cui, nell'ultimo quarto di secolo, le varie correnti del totalitarismo musulmano hanno assassinato milioni di persone. Il governo di Saddam Hussein già da solo ha compiuto molte centinaia di migliaia di omicidi. E siamo in una situazione in cui, in tutti questi anni, nessuno ha mai organizzato un raduno o una mobilitazione davvero su scala mondiale per protestare e denunciare l'enormità della strage. Anzi: le più grandi manifestazioni internazionali nella storia del mondo, quelle avvenute all'inizio del 2003, si sono svolte per protestare contro il piano di George W. Bush per rovesciare Saddam Hussein. Una situazione assurda, una circostanza di confusione, un segno di oscurità morale.

Sono i tipi di confusione oscura che in passato hanno permesso a regimi e movimenti totalitari di svilupparsi. L'èra totalitaria è stata anche l'èra della cecità liberale. Era il passato in cui stiamo vivendo ancora oggi, e non solo quando i disastri ci capitano davanti agli occhi.

Maggio 27, 2004 12:58  Permalink


Mer - Maggio 19, 2004

Dedicato agli zapateri d'Italia e del mondo

Dal blog di Christian Rocca:

Camillo non si è mai appassionato al tema delle armi di distruzione di massa, se non dal punto di vista della violazione delle risoluzioni Onu (la battaglia è per la democrazia, stupid). Ma oggi - all'improvviso - si sono lette due cose. La prima: in Iraq è stata trovata una bomba con gas nervino. Pare che due soldati della coalizione siano in ospedale. La seconda: in un'intervista il re di Giordania conferma che Zarqawi, il terrorista giordano che guida il jihad in Iraq, aveva organizzato un attentato con cinque bombe cariche con venti tonnellate di armi chimiche.


Da Tempi, n.18 - 2004:

La Giordania ha annunciato oggi di aver sventato un attentato chimico di Al Qaeda che progettava di colpire la sede dei servizi di sicurezza ad Amman e che avrebbe potuto provocare l'uccisione di 80.000 persone.
[La Repubblica on-line, lunedì 26 aprile ore 20:12]

«Se ami il benessere più della libertà,
la tranquillità della servitù più della vivace impresa della libertà, vattene a casa in pace.
Non abbiamo bisogno dei tuoi consigli
e delle tue braccia.
Accucciati e lecca le mani che ti nutrono.
Possa il peso delle tue catene esserti lieve
e possano i posteri dimenticare che fosti uno di noi»

(Samuel Adams, patriota americano, 1722-1803)

Maggio 19, 2004 1:48  Permalink


Mer - Aprile 14, 2004

Disinformazione, deriva mediatica e una guerra da riconoscere

Il Gino ci dà un esempio del modo in cui ci arrivano taroccate le notizie sull'Iraq.

Sull'argomento "disinformazione in tempo di guerra" ha postato cose utili 1972 (sotto il titolo "Il filtro"), e il solito Foglio ha scritto un ottimo editoriale su quella che chiama "la più grande battaglia o deriva mediatica dei tempi moderni".

Io aggiungo che le notizie sono importanti, ma come scriveva Emilio Cecchi più di 80 anni fa, le opinioni lo sono ancora di più.

La notizia ha infiniti gradi di verità, infinite sfumature di adattazione alla verità. È la posposizione continua, il continuo «aggiornamento», di quel fatto unico e concreto ch'è l'opinione; di quel momento infinitamente semplice, sano e chiarificatore ch'è il momento dell'opinione. E il mondo, o almeno la parte viva rimasta nel mondo, figura d'interessarsi alla notizia, di sentirsi impegnato nel falso dramma della notizia. Ma in realtà non gli importano e non gli possono importare che le opinioni. [La Tribuna, 22/2/1919; ripubblicato su il Giornale del 3/2/2004]

Io un'opinione chiara ce l'ho, su quanto sta accadendo in Iraq e nel resto del mondo. Il fatto che ora rapiscano i miei connazionali (sia del mio paese natale che di quello che mi ospita), o che qualche mio coetaneo con manie di grandezza creda di essere un messia e speri di mettere a ferro e fuoco un Iraq sulla via della democratizzazione, non fa che confermare questa opinione. Cioè, che siamo in guerra. E, per dirla con il titolo di un dossier di Tempi di due settimane fa: "Chi non capisce che c'è una guerra in corso, diventa complice dei terroristi".

Ne approfitto, allora, per riportare integralmente un piccolo sunto, un bigino del jihad, se volete, tratto dalla stessa rivista (lo ricopio a mano, perché l'edizione elettronica non è rintracciabile):

IL MONDO DEL "JIHAD"
Jihad, com'è noto, non significa "guerra", ma "sforzo" sulla via di Dio che, secondo la tradizione islamica, può avvenire in quattro modi: con l'animo, con la parola, con la mano o con la spada. In quest'ultimo caso il jihad assume il significato di guerra santa, per la difesa o per l'espansione dell'islam. Ma mentre il jihad difensivo è un obbligo individuale vincolante, il jihad offensivo ha tradizionalmente un grado più basso di obbligatorietà.

Ibn Taymiyya, un teologo siriano del XIII secolo, ha teorizzato che il jihad offensivo è per i musulmani obbligatorio tanto quanto i cinque pilastri della fede islamica: professione di fede, preghiera, digiuno, elemosina, pellegrinaggio. I wahabiti, sorti alla fine del XVIII secolo nell'odierna Arabia Saudita, hanno ripreso questo insegnamento.

L'obiettivo del jihad di Al Qaeda è la ricostituzione del califfato universale nei suoi confini del IX secolo (apogeo della dinastia abbaside) e la sua ulteriore espansione secondo il seguente programma: reinsediamento del califfo a Costantinopoli; riconquista della Spagna; conquista di Roma; conquista di Vienna.

Per fare questo occorre combattere un triplice jihad: uno contro i regimi musulmani apostati, uno contro i non musulmani che opprimono popolazioni islamiche (Palestina, Cecenia, Kashmir, ecc.) e uno contro i Crociati e gli Ebrei, cioè contro gli Usa ed i loro alleati occidentali.

Al Qaeda mira anzitutto ad impadronirsi del potere in Pakistan e in Arabia Saudita: il califfato avrà così a disposizione armi atomiche, petroldollari e la legittimità religiosa che deriva dal controllo dei luoghi santi di Mecca e Medina. Il califfato universale esisterà come confederazione di califfati: afghano-pakistano, caucasico, arabo-africano, ecc...
[Tempi n. 13/2004, pagina II]

Aprile 14, 2004 0:13  Permalink


Mer - Aprile 7, 2004

Parlano solo per dare aria ai denti?

Oggi leggo le notizie del giorno sul sito del Foglio, e scopro che riguardo all'Iraq, per la millesima volta Fassino ha detto che "Bisogna cedere prima possibile il comando all'Onu". Ora è chiaro che questa gente parla solo per dare aria ai denti, per avere visibilità, per cavalcare l'onda perenne del pacifismo, dell'americanismo, dell'idiotismo, dell'informazione ideologica, o di chissà che cosa.

Il fatto è che questo continuo appello all'Onu, non solo è infantile nella sua visione dell'organizzazione come di un deus-ex-machina che risolve tutti i problemi, ma è sostanzialmente inutile: queste persone sembrano non avere la minima idea, non solo di quello che sta accadendo veramente in Iraq, ma neanche del fatto che l'Onu ha lavorato (la risoluzione 1511 è del 16 ottobre 2003!) e sta lavorando insieme "agli americani" da un sacco di tempo, che ha da tempo stabilito tutti i "come", i "chi" e i "quando", e che non ha avuto da ridire sul modo in cui "gli americani" hanno ottemperato ai loro compiti nei tempi stabiliti.

Per il bene di quello che mi piace chiamare ancora "verità", consiglio di rileggersi un paio di articoli di Rocca, apparsi sul Foglio il mese scorso (li trovate qui e qui) da cui ho estratto le righe seguenti.

Ricapitoliamo: a seguito del processo avviato dalla Risoluzione Onu 1511, l'Iraq ha una Costituzione provvisoria liberale, e l'ha avuta con soli due giorni di ritardo rispetto alla scadenza prevista, quasi un modello per quella europea che tarda ad arrivare e si annuncia meno democratica. Il 30 giugno, fra tre mesi, l'Autorità provvisoria si scioglierà, tanto che Paul Bremer ha già prenotato le vacanze (non è una battuta). Il potere, come da calendario siglato innanzi all'Onu, passerà agli iracheni, sebbene ancora non si sa a quale organismo. L'idea iniziale era quella di trasferire la sovranità a un'Assemblea eletta da caucus locali, ma ad Al Sistani l'idea non piaceva, avrebbe preferito votare subito. La decisione, di comune accordo, è stata affidata a Lakhdar Brahimi, consigliere speciale di Kofi Annan, il quale insieme al Gruppo di Amici dell'Iraq (46 paesi, compresa l'Unione Europea), ha stilato un rapporto di 33 pagine e ha suggerito di non votare subito dopo il passaggio dei poteri, perché non ci sono le condizioni tecniche per farlo. Gli iracheni hanno detto ok, compreso Sistani, e l'Autorità provvisoria ha acconsentito. Ora ci sono una dozzina di ipotesi in campo, elencarle tutte confonderebbe le idee dei zapateros, ma basti sapere che gli iracheni discutono tra di loro, decideranno loro.
[...]
Mentre la sinistra non fa la sinistra e in piazza prende botte da quelli che essa stessa definisce "fascisti", mentre in tv e sui giornali invoca l'Onu, l'Onu senza consultarli ha già deciso di tornare a Baghdad, da dove in realtà non è mai andata via. L'Onu, nonostante le chiacchiere di Massimo D'Alema e dei suoi amigos, è pienamente coinvolta nel processo politico iracheno, fin dall'inizio. Il calendario del passaggio dei poteri agli iracheni è stato redatto su indicazione della risoluzione 1511 del Consiglio di sicurezza. Sulla base di quel calendario, sigillato dall'Onu, il 30 giugno gli iracheni inizieranno ad autogovernarsi e l'autorità provvisoria di Paul Bremer si dissolverà. Sarà dura, forse è troppo presto, ma la transizione, qualsiasi cosa dicano gli zapateros, sarà garantita dall'Onu, nonostante né l'Onu né gli iracheni volessero. L'Onu non voleva perché sa che la partita è delicata, gli iracheni perché tuttora non si fidano di chi, in combutta con Saddam, ha rubato molti miliardi iracheni dal programma "Oil for food". Sono stati gli americani a convincere il Consiglio governativo iracheno a richiedere l'aiuto dell'Onu. Ora le Nazioni Unite accompagneranno l'Iraq al voto e si parla di una nuova risoluzione per il dopoguerra. Già, perché mentre gli zapateros vorrebbero commissariare gli iracheni, gli iracheni hanno deciso, col benestare dell'Onu, che entro il 31 gennaio voteranno liberamente.

Aprile 7, 2004 23:26  Permalink


Dovrebbe essere chiaro da che parte stare

Su quanto sta accadendo in Iraq in questi giorni ha scritto parole sagge Ferrara (o chi per lui) nell'editoriale del Foglio di oggi. Tra le altre cose:

Una frazione sciita, organizzata in milizie personali e attestata su una linea che nel mondo sciita è minoritaria, cioè il blocco armato del processo di costruzione dell’autogoverno e della democrazia in Iraq, è entrata in una fase di rivolta aperta, ed è duramente combattuta dalla coalizione militare che ha liberato quel paese da Saddam Hussein e da coloro che hanno accettato il rischio della pace a guerra terminata (fra questi gli italiani).

Che si debba stroncare la rivolta, negoziare il ripristino di condizioni minime di sicurezza, agire perché il territorio sia governabile, è appena un’ovvietà. Ma che per fare questo diventi decisivo un saldo patto di solidarietà politica e militare tra le forze della coalizione, ecco quanto incredibilmente viene messo in discussione, e sul campo, nei fatti, ora per ora, dal dibattito politico italiano, chiaramente impazzito dopo la breve resipiscenza unitaria seguita all’eccidio di Nassiriyah. I soldati italiani, che si sono recati in quel paese per un compito insieme civile e militare, stanno facendo quel che possono e quel che debbono, senza fanfare retoriche a sottolineare l’esemplarità del loro ordinario comportamento.

Sarebbe bene riflettere su questo, prima di chiedere un “cambio di passo in sintonia con l’accelerazione della crisi”, come fa Piero Fassino, portavoce della Lista Prodi e segretario dei Ds. Che cosa significa quella formula ambigua? La coalizione sta lavorando attivamente per la devoluzione dei poteri al governo iracheno, per rendere possibili le elezioni, per garantire una copertura diplomatica e politica dell’Onu all’insieme del processo. Fare fretta mentre fischiano le pallottole ed è ingaggiata la battaglia è sospetto.

Il primato della politica sulle armi è un’aspirazione universale, ma si deve essere in due a riconoscerlo, e finché c’è chi provoca il contingente italiano di “peace enforcing”, chi gli spara addosso, dovrebbe essere chiaro a una sinistra di governo, e non sprovvista di senso della politica e dello Stato, da che parte stare.



Aprile 7, 2004 0:3  Permalink


Gio - Aprile 1, 2004

Insegnamenti di tolleranza

Dall'incipit di un articolo sul sito dell'ANSA, riguardo ai 4 civili massacrati in Iraq:

"In uno scempio senza precedenti e quasi bestiale, di certo non giustificato dagli insegnamenti di tolleranza dell'Islam [...]"

Non ho parole. È una delle cose più idiote che abbia mai letto di questi tempi.

Aprile 1, 2004 12:7  Permalink


Mer - Marzo 31, 2004

Se non fosse colpevole non si troverebbe qui

La lettura di questo post del Gino, mi fa ritornare sull'argomento del mio post precedente. Vi leggiamo infatti:

«Quali prove hai di non aver commesso l'omicidio?»
Questa è la domanda rivolta a un imputato da un giudice dall'alta corte di Heilongjiang (Cina), prima di emettere una sentenza di morte, nonostante non sussistessero prove adeguate di colpevolezza (Beijing Youth Daily, 28 April 2002).

Nella testimonianza del prete di cui ho scritto poco fa, si legge questo:

Dopo gli interrogatori accompagnati da atroci trattamenti, il procuratore dichiarò con perfetta logica comunista: “Nel dossier dell’accusato non si trova nessuna prova sulla sua colpevolezza; ma chiediamo ugualmente il massimo della pena: 15 anni di lavori forzati. Poiché, se non fosse colpevole, non si troverebbe qui".
Obiettai: "Ma non è possibile che mi condanniate senza avere nessuna prova!".
E lui: "Non è possibile? Guarda come è possibile: 20 anni di lavori forzati per aver protestato contro la giustizia del popolo”.
E questa fu la sentenza.

Sono passati molti anni tra questo e l'episodio più sopra, ma la "giustizia" comunista si mantiene coerente e disumana oggi come allora.

Marzo 31, 2004 1:34  Permalink


Arcipelago Gulag in Romania

Consiglio vivamente la lettura di questa testimonianza di Tertulian Langa, un monsignore sopravvissuto ai gulag rumeni, che ha raccontato la sua esperienza il 23 marzo scorso in occasione della presentazione del libro "Fede e martirio. Le Chiese orientali cattoliche nell’Europa del Novecento".

Lascio l'introduzione del pezzo alle parole di Sandro Magister:

L’autore è un anziano sacerdote della Chiesa greco-cattolica di Romania che ha passato sedici anni nelle prigioni comuniste. Il racconto della sua prigionia è concretissimo e insieme spirituale. Un po’ Solgenitsin, un po’ atti dei martiri. Tra mistero d’iniquità spinto ai limiti dell’immaginabile e Grazia. Con la “Santa Provvidenza” che opera per le mani inconsapevoli degli aguzzini.

In tempi in cui il martirio è parola abusata, applicata anche agli “shahid” islamisti che si fanno esplodere per fare strage, questa è una testimonianza che aiuta a restituir verità. Assolutamente da non perdere.

Marzo 31, 2004 1:25  Permalink


Ven - Marzo 26, 2004

Leggende metropolitane 3

Neanche a farlo apposta, è appena uscita una nuova indagine anti-bufala di Paolo Attivissimo dedicata alla leggenda dell'attentatore arabo che, dopo aver ricevuto un favore (solitamente da una donna) invita a non recarsi in un certo posto il tal giorno. Ne abbiamo parlato proprio un paio di giorni fa a proposito di Tokyo.

Nel pezzo di Attivissimo, chiamato argutamente "Il terrorista di buon cuore" ci sono numerosi link a siti anti-bufala stranieri, da cui vediamo che questa storia circola veramente in tutto il mondo, in varianti leggermente diverse.

A me non resta che riportare il concetto che Paolo non si stanca mai di ripetere:

Per favore, NON DIFFONDETE QUESTO ALLARME. E' UNA BUFALA. Lo scrivo grande e grosso, così anche quest'ennesima mandria di affetti da fettasalamite oculare con complicanze neuronali magari riesce a leggere prima di cliccare bovinamente sul pulsante Inoltra A Tutto Il Mondo Isole Comprese.
[...]
Siamo seri. Anzi, siamo serissimi. Disseminare appelli come questo è totalmente irresponsabile. Non fa altro che seminare il panico senza la benché minima ragione, e quindi fa proprio il gioco dei terroristi. Che bisogno c'è di metter bombe e addestrare kamikaze? Basta mandare in Rete una bufala, tanto ci pensano i gonzi a diffondere il panico spontaneamente, con la scusa patetica e ipocrita del "non so se è vero, ma nel dubbio diffondo". Minimo sforzo, massimo risultato.
[...]
Cerchiamo di ragionare un attimo col cervello invece che con il deretano.

Marzo 26, 2004 14:41  Permalink


Mer - Marzo 17, 2004

La stanchezza dell'Occidente

Leggetevi l'editoriale del Foglio di martedì 16. Io ne riporto un pezzo:

[...] le parole che per noi contano sono volontariato, ricerca di sempre più nobili idealità, solidarietà, eguaglianza, accoglienza, vacanza, 35 ore, tutela, garanzia, assicurazione, benessere, diritto alla salute, gratuità delle prestazioni, difesa dal mercato e dai suoi rischi. Ci fanno invece sorridere parole come disciplina, obbedienza, tradizione, catechismo, ortodossia, patriottismo, valore militare, lealtà, onore; ci sembra irritante la sola idea di una civiltà comune, nazionale o regionale, appunto occidentale, con i suoi vincoli di carattere culturale, linguistico e religioso; detestiamo la divisione dei ruoli familiari, rifiutiamo una educazione rigorosa pubblica o privata e le preferiamo la spontaneità delle pedagogie permissive, coltiviamo la suggestione libertaria di abitudini di vita stordite, ispirate al self interest, a un individualismo che si scioglie soltanto nello sciame, nel branco dei tuoi simili che trotterellano con te senza senso sul ciglio di un burrone appeso al vuoto, e temiamo il dolore, la sofferenza, il carattere effimero di quel corto segmento senza importanza che è la vita personale, e intorno al progetto dell’immortalità celebriamo qualsiasi rito a portata di mano, ci rifacciamo il cuore ma anche la faccia o il seno o le labbra, e tutti aspiriamo a una qualche protesi che ci faccia forti dentro l’esistenza che è il nostro confine assoluto, essendo una di queste protesi il diritto a fabbricare bambini, e a fabbricarli sempre più belli e sani, o a rifiutarli se sono un incomodo.
[...]
Noi siamo esausti, l’Islam non lo è. Noi mascheriamo sotto le insegne del diritto internazionale e della pace perpetua, due miti evanescenti, la rinuncia a batterci, la delega della sicurezza agli specialisti degli apparati, non vogliamo subire rischi, pagare tasse, sentire prediche in relazione al problema di difendere la pace come la pace è sempre stata difesa, con le armi e con la guerra. Dal ’79 khomeinista, da venticinque anni tondi, l’Islam ha invece fatto della sua miseria, della sua arretratezza civile, e anche dell’infinita e truce bellezza della sua religione e del suo legalismo, uno strumento e un grido di battaglia contro il Grande Satana. Arrivano, in aereo o in treno o sul bus, e ci fanno saltare in aria insieme con i loro martiri. Continuano a dirci la loro verità eroica: amano la morte più di quanto noi amiamo la vita. Noi vogliamo essere lasciati in pace, loro ci fanno la guerra. E la reazione elettorale spaventata di un popolo fiero e straordinario come quello spagnolo, roba di sei-sette punti percentuali, raggiunge soltanto alla luce di questa realtà profonda una sua magnitudo sismica. Può essere che l’autodifesa esistenziale degli ebrei d’Israele e la reazione combattiva degli americani e degli inglesi a difesa del loro e del nostro sistema di vita alla fine travolga tutto e imponga anche all’Europa di uscire dalla consolante convinzione che il potere in occidente è cattivo e bugiardo e guerrafondaio, mentre il mondo sarebbe un giardino delle delizie se solo facessimo la carità ai poveri. Può essere anche di no. Se sarà no, è perché siamo stanchi.

Marzo 17, 2004 0:16  Permalink


Mar - Marzo 16, 2004

Un nome da cittadino del mondo

Avete sentito di quella mamma tedesca che voleva chiamare il figlio "Chenekwahow Tecumseh Migiskau Kioma Ernesto Inti Prithibi Pathar Chajara Majim Henriko Alessandro"? Le è stato vietato, ma le sue intenzioni erano quelle di dare al figlio "un nome da cittadino del mondo". Il fatto che tra quelli ci sia anche il mio nome mi lusinga: da un lato costituisce una sorta di ricompensa per tutte quelle volte che da bambino mi chiedevo che cosa avevo fatto di male per ricevere un nome così; dall'altro mi convince che quella donna è pazza.

A parte gli scherzi, è relativamente da poco che mi sono accorto di quanto sia comodo il mio nome: quando si nomina "Paolo" o "Marco" tutti chiedono "Paolo chi?"; quando uno dice "Ernesto", è altamente improbabile che nella stessa cerchia di amici e conoscenti ce ne sia un altro (io stesso non conosco personalmente nessuno con il mio nome).

L'importante è passare gli anni dell'istruzione primaria. Io ho avuto la sfortuna di trascorrerla in contemporanea con il passaggio TV di un cavallo sceriffo.

Marzo 16, 2004 23:57  Permalink


Dom - Marzo 14, 2004

Il loro obiettivo è chiunque sia altro da loro

Riguardo agli orribili attentati a Madrid (dove il mio "orribili" è solo pleonastico, in quanto non esistono attentati che non lo siano), vi consiglio di fare un salto su 1972, dove Enzo ci tiene aggiornati da Barcellona.

In particolare segnalo questo post, in cui ci spiega perché sia la pista dell'ETA che quella di Al Qaeda sono entrambe aperte, e perché può essere plausibile che le bombe dell'11 marzo siano il frutto di una collaborazione tra le due organizzazioni. La sua conclusione non necessita di commenti:

Quel che unisce i terroristi è la mentalità totalitaria e la condivisione degli obiettivi: ETA non odia soltanto lo stato spagnolo in quanto tale. ETA, come Al Qaeda, vede nella società democratica liberale un nemico mortale. ETA porta dentro di sè l'avversione per le istituzioni «borghesi» occidentali. E' sbagliato applicare ai terroristi le categorie del dibattito politico tradizionale: quando un marxista-leninista e un fondamentalista di Allah si incontrano, sanno bene di avere un avversario in comune e la miscela è esplosiva. I terroristi non ragionano come noi: la loro cultura è quella della morte, il loro obiettivo è chiunque sia «altro da loro».

Marzo 14, 2004 0:45  Permalink


Dom - Febbraio 1, 2004

Come è scesa in basso l'Europa

Altro attentato terroristico palestinese, altri morti, altro dolore. Come ha scritto ieri Assuntina Morresi sulla newsletter di StranoCristiano,

il kamikaze era un membro della polizia palestinese di Betlemme. Quelli che garantiscono la sicurezza, insomma, quelli che potrebbero stare a posto del muro, no?
[...]
i palestinesi hanno diritto a uno stato. Ma siamo sicuri di volere creare uno stato con a capo dei terroristi assassini? Non ci sono i presupposti per l'ennesima tirannìa mediorientale, di stampo terroristico, stavolta? 

E pubblichiamo anche noi la lettera di Angelica Calò Livné, ebrea italiana che vive in un kibbutz a un chilometro dal Libano, pubblicata sul Corriere di sabato:

Stiamo consegnando con il cuore in sospeso 400 terroristi alle loro famiglie. In cambio riceveremo 3 bare. Se si potesse vedere tutto questo come su uno schermo televisivo vedremmo da una parte una folla di persone che cantano vittoria, le dita atteggiate a V, bandiere israeliane e americane in fiamme, moschee gremite di gente esultante che ascolta il sermone di Imam che promettono nuovi rapimenti per liberare altri prigionieri, falsi racconti di violenze e soprusi nelle carceri israeliane. Dall'altra parte dello schermo famiglie silenziose con gli occhi gonfi da anni di insonnia, di dolore, di speranza distrutta. Una nazione in lutto. Adi, Omar e Beny non potranno mai raccontare ciò che è successo dal momento in cui sono stati rapiti dagli hezbollah. Neanche Ron Arad, il pilota che fu rapito 13 anni fa. Israele è divisa ancora una volta, tra le madri che comprendono il dolore di 3 donne che per credere che il proprio figlio sia veramente morto sono disposte a riconsegnare 400 assassini e madri che ancora piangono e piangeranno fino alla fine dei loro giorni i propri figli assassinati da uno di quei 400.

E mentre camminiamo, lavoriamo, continuiamo la nostra vita cercando di darle un senso, un colore, un motivo, assorti nei nostri dilemmi, nei meandri della nostra coscienza, la malvagità, l'odio insaziabile colpiscono ancora, violentemente, puntualmente, inesorabilmente: alle 9,00 di questa mattina di  giovedì, al centro di Gerusalemme, con altri morti, altri feriti, altre famiglie distrutte, altre grida di giubilo e di vittoria dall'altra parte della barriera. La carcassa dell'autobus è incenerita dall'esplosione, c'è gente ancora intrappolata tra le lamiere fumanti ma nel frattempo all'Aia, in Olanda, si accingono ad aprire il processo contro lo Stato d'Israele e contro la sua barriera....
Vergogna! Che vergogna!

Come è scesa in basso l'Europa. l'Europa dei diritti dell'uomo, della fraternità e dell'uguaglianza, delle belle parole vuote ed inutili.
Questo processo è contro di me, contro tutti quelli come me che non hanno più nessun modo per difendersi e difendere i propri figli. Contro tutti quelli che non hanno nessuna intenzione di distruggere case, costruire muri, trascorrere la propria esistenza a catturare terroristi, sventare attentati, piangere morti o trattare con capi di stato intenti ad inventare armi di distruzione di massa, ma vi sono costretti. State aprendo un processo alla gente sbagliata! Destatevi da questo dormiveglia che annebbia il vostro senso della giustizia, prima che sia troppo tardi! La vostra mancanza di fiducia nella nostra morale ci sta indebolendo, eppure ne abbiamo date di prove nel corso della storia. Abbiamo insegnato qualcosa al mondo in fatto di pace, di dialogo, di tolleranza... State distruggendo con le vostre mani il vero muro, la diga umana che si chiama popolo israeliano, che ancora una volta, come quando era sparso per il mondo, sta solo contro tutti, a rallentare il processo di violenza che dilagherà nel mondo!!!!!!

Angelica Calò Livné
Galilea Israele

Febbraio 1, 2004 16:4  Permalink


Gio - Gennaio 29, 2004

Spartani nazisti che uccidono i propri artisti

Durante il TG1 serale del 26 gennaio ho visto il Presidente Ciampi fare il suo solito discorso annuale sul "Giorno della memoria": per non dimenticare, perché non avvenga mai più, l'immane massacro che non ha eguali nella storia, eccetera eccetera.

Eppure usare tali parole significa sempre mantenere quelle azioni terribili in un remoto passato, affermare più o meno esplicitamente che non c'è stato nient'altro di tanto orrendo, godere dello spauracchio nazista come unico e inimitabile simbolo del male assoluto. Come se le stesse cose non accadessero anche oggi in Corea del Nord, milioni di persone non venissero massacrate in Congo, come è accaduto da poco in Ruanda e in numerosi altri paesi africani, come se non fossero successe in Jugoslavia, nella Cambogia di Pol Pot, nell'Iraq di Saddam Hussein, per (non) tacere dell'Unione Sovietica dei tempi d'oro.

Invece è sempre il nazismo ad essere appeso alla gogna della storia, e se qualcuno gira un film con un protagonista che sia l'incarnazione del maligno (vedi il talentuoso Bryan Singer col suo brutto "L'allievo") gli basta farne un nazista, che subito pubblico e critica si inchinano di fronte a tanta banalità.

Il nazismo è diventato qualcosa di mitico, un racconto dell'orrore situato in un altrove spielbergiano, che sia quello fantastico di Indiana Jones o quello in bianco e nero (e quindi già fotograficamente "d'altri tempi") del pur splendido "Schindler's List".

E così si perde di vista il fatto che non è solo appuntandosi la croce uncinata al petto e camminando col passo dell'oca che si commettono ingiustizie e assassinii immondi. Si dimentica che l'odio per gli ebrei non è mai finito, e anzi è tuttora più vivo che mai, proprio nelle parole e nelle opere dei più acerrimi avversari di quel nazismo che non esiste più. Così non si vuole dimenticare quel che è accaduto 60 anni fa, ma si dimentica che lo scopo di buona parte dei paesi del mondo arabo, Palestina in testa, è quello di eliminare Israele dalla faccia della Terra.

La verità è che far assurgere Hitler a massimo esempio di disumanità, significa evitare di guardarsi attorno e tantomeno in casa propria, significa voler sfuggire scomodi contrasti politici, ma significa anche nascondere il nostro proprio male, quello che abbiamo sempre davanti agli occhi, e gettarlo indietro in un passato che ce lo cancelli alla vista. Diamo la colpa a lui, puntiamo il dito su di lui, che noi siamo gli onesti campioni di moralità.

Campioni che gridano allo scandalo se gli si vieta di manipolare gli esseri umani a proprio piacimento, e di eliminarli se non consoni ai canoni estetici e salutistici attuali.

Sotto questo punto di vista, l'unica differenza con la Germania degli anni '30 sta nel fatto che loro uccidevano vecchi, storpi e handicappati senza farsi problemi di età, mentre noi pratichiamo la stessa eugenetica sui nostri figli quando hanno ancora le dimensioni di una punta di spillo, perché sparargli in testa una volta fuori dalla pancia o lanciarli giù da una rupe è qualcosa che non si addice al buon gusto dei nostri tempi.

Chiudo allora con una bellissima riflessione del dottor Luigi Frigerio, primario di ostetricia e ginecologia agli Ospedali riuniti di Bergamo. In questo articolo parla della possibilità attuale, tramite diagnosi prenatale, di rilevare tracce della Corea di Hungtington, una rara forma di demenza a trasmissione genetica che può manifestarsi intorno ai 40-50 anni.

La moglie di Woody Guthrie, il grande musicista americano morto con la Corea di Hungtington, quando seppe che era stato inventato il test prenatale per individuare questa malattia disse: «Peccato! Se questo fosse stato possibile prima, la musica di mio marito non ci sarebbe». Dato che i mezzi di diagnosi del bambino ancora in utero diventano ogni giorno più sofisticati, non solo possiamo vedere anomalie, malformazioni o problemi clinici già in essere, ma possiamo persino vedere le predisposizioni, cioè tendenze a malattie che si manifesteranno molto tardi nella vita.

Lo studio sequenziale del Dna nei singoli cromosomi ha spalancato oggi possibilità che un tempo non avremmo neppure immaginato. Attraverso gli esami genetici possiamo identificare la predisposizione negli individui che svilupperanno un tumore fra i 50 e i 60 anni oppure i soggetti che manifesteranno ad una certa età l’ipertensione arteriosa. Lo studio dei geni BRCA1 e BRCA2 individua, nel genere femminile, chi potrà eventualmente ammalarsi di tumore al seno o di tumore all’ovaio. Si può già intravedere nel feto il gene del morbo di Alzheimer, che porterà la demenza senile nella quinta o sesta decade di vita. Dovremo forse eliminare i soggetti riconosciuti portatori di queste malattie?

Gli spartani non avevano ancora certo inventato la diagnosi prenatale, però avevano deciso di eliminare i neonati che apparivano loro incapaci di diventare nel futuro dei bravi soldati o di generare poi altri soldati.
«Questo è l’unico popolo della Grecia antica» ha scritto il genetista Lejeune «che sistematicamente abbia praticato questo spietato eugenismo. Di tutte le città della Grecia, Sparta è anche l’unica a non aver lasciato all’umanità né un poeta, né uno scienziato e nemmeno i resti di qualche monumento. Forse gli spartani, senza saperlo, eliminando i loro neonati imperfetti o troppo fragili, hanno ucciso i loro musici, i loro artisti, i loro filosofi?».

Gennaio 29, 2004 1:55  Permalink


Mer - Novembre 26, 2003

Siamo in guerra e basta

Sono completamente d'accordo con questo post del Griso (e con diverso altro che scrive in questi giorni) che riporto quasi totalmente in fondo a questo mio. Aggiungo solo una cosa: da quanto sta succedendo negli ultimi giorni, o meglio negli ultimi anni, mi sembra che non si tratti di essere di destra o di sinistra, filo-americani o anti-imperialisti, global o no-global, patriottici o meno. Non è questione di punti di vista. Qui si tratta di saper osservare la realtà senza filtri ideologici, senza quelle che si chiamano "fette di salame sugli occhi", e di prendere un decisione per il proprio futuro. Come dicono i miei amici, molta osservazione e poco ragionamento (inteso come dialettica in funzione di un'ideologia) portano alla verità, il contrario conduce all'errore.

Riepilogherò la mia posizione, a beneficio dei non-capenti:
- Questa è una guerra.
- Questa guerra (anche se ha avuto un'escalation preparatoria nel corso di tutti gli Anni '90) è scoppiata l'11 settembre di 2 anni fa, con un'aggressione proditoria, come tutte le aggressioni naziste.
- Questa guerra coinvolge anche noi: molti se ne stanno accorgendo solo adesso.
- Questa è una guerra contro le democrazie. La più grande e potente di queste democrazie viene vista da alcuni come 'l'Impero'. Forse a volte si comporta come tale. Ma dall'altra parte, là fuori (e purtroppo qualcuno anche qui dentro) ci sono i barbari. E quelli non fanno prigionieri.
- In questa guerra, io ho scelto da che parte stare. Chi pensa di poter stare in mezzo a guardare, è un povero illuso. Chi tifa per l'altra parte, è un mio nemico.

Sul resto, su tutto il resto, possiamo discutere.

Novembre 26, 2003 2:58  Permalink


Soldi ai terroristi, e il potere tutto a lui

In questo post di 1972 leggiamo dell'intervista della BBC a un ex-ministro palestinese che ha parlato di lauti stipendi pagati dall'Autorità Palestinese alle brigate di Al-Aqsa. In un'altra intervista, Ata Abu Rumaileh e Zakariah Zubaidi, rispettivamente capi del braccio politico e armato di Al-Fatah hanno dichiarato che tra Al-Fatah e Al-Aqsa non c'è alcuna differenza e Arafat le comanda entrambe.

1972 cita un commento del Jerusalem Post (che chi non è registrato può leggere anche qui), ma visto che una notizia riportata da un giornale israeliano potrebbe sembrare di parte, qui trovate la notizia dal sito della BBC, qui la trascrizione (fin troppo) completa della puntata di Correspondent dedicata ad Arafat e in cui si trovano le interviste citate, di Jeremy Bowen.

Riporto un piccolo brano dalla trascrizione:

Officially Fatah, Arafat’s dominant faction in the PLO, is coy about its relationship with the brigades. But Fatah fixed up the interview, which was supervised by the local Fatah boss.

JEREMY BOWEN - So you’re the Chief of Fatah here?

TRANSLATOR - He’s the General Secretary of Fatah here

JEREMY BOWEN - So explain to me, Fatah and the Al-Aqsa Martyrs Brigade, are they part of the same organisation? Are you separate, are you together, how close are you?

ATA ABU RUMAILEH (translation) - Fatah has two sections: a military wing, led by the military and a political wing led by the politicians. But there is no difference between Fatah and the Al-Aqsa Martyrs Brigades.

[...]

JEREMY BOWEN - One’s a politician and one’s a soldier? OK, so who’s more important now – the politician or the soldier?

ATA ABU RUMAILEH (translation) - During this period of Israeli aggression, the military has the upper hand. We are defending our people and we cannot defend them using speeches and demonstrations.

JEREMY BOWEN - And who is in charge of both of these two parts of the organisation, is it Arafat?

ATA ABU RUMAILEH - Yasser Arafat

ATA ABU RUMAILEH (translation) - He’s the only leader of the Palestinian people. We only recognise Arafat as our leader.


Riguardo alla questione dei finanziamenti, poco dopo c'è stata l'ovvia smentita di Al-Fatah, che sembra disporre di ottimi PR in Europa.

Novembre 26, 2003 2:36  Permalink


Un iracheno sugli italiani

Grazie al Gino, segnalo un intervento di un blog iracheno dedicato ai nostri carabinieri uccisi a Nassiryah. Qui trovate il testo originale in inglese, mentre qui c'è una traduzione.

Novembre 26, 2003 1:40  Permalink


Mar - Novembre 18, 2003

Video Nord Coreani

In questa pagina potete vedere un piccolo video propagandistico sul Grande Leader della Corea del Nord, con traduzione in inglese, che lo presenta come una forza della natura. È semplicemente ridicolo.

Qui invece ci sono delle studentesse che marciano e cantano inni di guerra.

Cliccando qui vedrete un video musicale anti-americano dall'inequivocabile titolo di "Fucking USA".

Passando a qualcosa di quasi normale, qui e qui potete vedere due clip relativi a Mo Kin, una bambina prodigio di 3 anni, che suona e canta.

Tutti i video sono tratti dalla TV giapponese, che li riceve probabilmente da quella sud-coreana, e si trovano sul sito di RobPongi.

Novembre 18, 2003 10:37  Permalink


Mer - Novembre 12, 2003

Lottano per avere quello che già avevano nel '48

Grazie a Liberopensiero ho letto questo bell'articolo di Marco Travaglio, che per essere scritto sull'Unità è molto coraggioso. Ne riporto qualche brano:

Io non ho nulla contro i palestinesi: nel Bananas dell’altro giorno non c’è una sola parola - né «feroce» né blanda - contro quel popolo sfortunato e martoriato. Ho scritto contro una parte della sua leadership politico-militare, quella che da quarant’anni fa della corruzione, del terrorismo e della doppiezza tre robuste ragioni di vita. Penso che, prim’ancora che della occupazione israeliana, i palestinesi siano vittime delle classi dirigenti arabe: quelle degli Stati «amici» che li hanno sempre perseguitati (dal Settembre Nero in Giordania alla cacciata sanguinosa dal Libano, e così via) e quelle dell’Olp-Anp che li hanno sempre usati come merce di scambio.
[...]
Non ho mai scritto né pensato che «non bisogna censurare Israele». Lo fanno tanti israeliani, figuriamoci noi. Credo che si possa e si debba criticarlo anche duramente, quando è il caso. Ma sempre ricordando quel dato: Israele, da anni, subisce una strage delle proporzioni di piazza Fontana ogni settimana. Pensiamo a come reagiremmo noi, al suo posto. Altro che muri. La contabilità dei morti dell’una e dell’altra parte non è una risposta: le rappresaglie e i raid d’Israele, per quanto tragici, sono atti di guerra che mirano a stanare e colpire terroristi veri. Gli attentati degli uomini-bomba puntano alle popolazioni civili e uccidono soltanto cittadini inermi, ebrei e arabi. Sugli autobus, nei ristoranti, nelle discoteche...

L’occupazione dei Territori non è frutto di una «abitudine» di Israele, ma di una serie di guerre difensive contro gli Stati arabi che per quattro volte in trent’anni tentarono di cancellare lo Stato ebraico dalla carta geografica, violando la risoluzione Onu n.181 del 1947 che spartiva la Palestina in due stati: quello ebraico (che nacque) e quello arabo (che non nacque perché arabi e palestinesi aggredirono subito Israele per annientarlo e «ricacciare a mare gli ebrei»). Infatti i Territori non sono stati mai annessi, e quando qualcuno - come l’Egitto - ha voluto fare la pace, sono stati restituiti. La Storia, purtroppo, è lunga e complicata. Oggi sarebbe il caso di ripartire da zero e tutti auspicano la nascita dei due Stati. Ma è significativo che nel 2003 i palestinesi lottino ancora per avere ciò che avevano già nel 1948 e rifiutarono armi in pugno. E chi conosce quei luoghi sa che oggi gran parte degli israeliani ha accettato l’idea dello Stato palestinese, mentre la maggior parte dei palestinesi non ha ancora accettato l’idea dello Stato ebraico.

Novembre 12, 2003 23:23  Permalink


Ven - Novembre 7, 2003

1939-2002

Di Mattia Feltri, dal Foglio, trovato leggendo lo Spino:

“Se Sharon... l’intellighenzia ebraica, la finanza ebraica, non sapranno operare concretamente per una significativa correzione di rotta, allora temiamo per ogni ragionevole speranza di pace”,
www.islam-online.it, aprile 2002.

“Se la finanza ebraica internazionale d’Europa e fuori d’Europa dovesse arrivare, ancora una volta, a far precipitare i popoli in una guerra...”.
Adolf Hitler, al Reichstag, 1939.

Novembre 7, 2003 3:3  Permalink


Mar - Novembre 4, 2003

Mica siamo l'unione sovietica

Il grande Vincino a modo suo commenta il sondaggio secondo cui la maggioranza degli europei ritiene Israele la maggiore minaccia per la pace mondiale.
Qui la vignetta.

Novembre 4, 2003 14:5  Permalink


Gio - Ottobre 30, 2003

Conti in tasca a Greenpeace

Grazie ad Antonio Gaspari, riporto un interessante articolo di Rita Bettaglio tratto dall'ultimo Green Watch News (n.28, non on-line), a cui ho aggiunto i link.

Dubbi su Greenpeace
Nell'immaginario collettivo Greenpeace appare essere il difensore dell'ambiente e riunire volontari animati da sincero interesse per l’ambiente: ragazzi in t-shirt qualche volta duri, ma puri che combattono per grandi ideali. Ma siamo sicuri sia proprio così? Chi organizza e finanzia campagne costose ed azioni non di rado poco pacifiche? [...] Greenpeace non è una semplice associazione, è una galassia od un impero, come preferite. Vediamo di esplorarne la geografia e potremmo rimanere stupiti di un’architettura tanto complessa.

Recentemente negli Stati Uniti Greenpeace è stata oggetto di polemiche da parte di Public Interest Watch (PIW) che ha accusato il colosso ambientalista di violazione delle leggi fiscali (qui il pdf relativo, NdE) e paragonato Greenpeace ad una delle tante corporation, come Enron o Tyco, divenuto ormai sinonimo di corruzione. Non vogliamo entrare nel merito delle accuse mosse ma, a onor del vero, il problema, per ammissione dello stesso PIW, interessa in generale il mondo del no-profit.

La struttura organizzativa di Greenpeace consiste in entità multiple, associate fra di loro e con fisionomia diversa. Vediamo di esaminarle brevemente. Anzitutto troviamo Greenpeace International: ha sede ad Amsterdam ed è la più grande organizzazione dell'universo di Greenpeace. Nel 2000 il suo budget è stato di 34 miliardi di dollari, provenienti dalle organizzazioni nazionali di Greenpeace. I campi d'interesse di Greenpeace International vanno dal cambiamento climatico agli oceani, dall’ingegneria genetica al disarmo nucleare. Le Greenpeace nazionali sono circa 40, distribuite in tutto il mondo. Alcune sono entità indipendenti, come Greenpeace, Inc. e Greenpeace Fund, Inc. negli Usa; altre, invece, sono satelliti di Greenpeace International. Nel 2000 il budget totale di tutte le organizzazioni Greenpeace, incluso la International, è