Dom - Ottobre 3, 2004

Sanzioni cinesi

Qualche giorno fa, Enzo di 1972, reduce da un viaggio in Cina, di cui ha parlato più volte sul suo blog, raccontava:

Un giorno in un autobus di Luoyang incontrammo una ragazzina dodicenne che ci spiegò di essere figlia unica perchè il governo imponeva severe penalizzazioni economiche alle famiglie che avessero violato la norma. Ci dimenticammo di chiederle a quanto ammontasse la sanzione [...]

Postiamo ora una risposta, certi di fare cosa gradita al grande Enzo, ma anche a tutti quelli che organizzano una manifestazione oggi e un girotondo domani per urlare la loro indignazione contro i paesi democratici (USA, Israele, Italia...), ma mai contro quei governi illiberali, repressivi e fondamentalmente disumani, che meriterebbero sul serio le loro attenzioni.

Il brano è tratto dalle pagine 140-142 dell'interessantissimo "Missione Cina - Viaggio nell'Impero tra mercato e repressione", scritto da Bernardo Cervellera, missionario e giornalista, attualmente responsabile dell'agenzia Asia News:

Il programma di controllo della popolazione è in atto da 21 anni. Esso prevede la nascita di un solo figlio per famiglia, al massimo due per membri di minoranze etniche o per contadini che hanno già una figlia. Chi viola queste regole rischia multe salatissime, aborto forzato, infanticidio, distruzione della casa o requisizione dei beni.
[...]
Nell'estate del 2000, ad esempio, ha fatto molto scalpore la notizia, riportata dal «Times» di Londra il 24 agosto, secondo cui a Caidian (Hubei) 5 funzionari del governo avrebbero affogato un neonato in una risaia, davanti agli occhi atterriti dei genitori. Alla donna ancora incinta, di nome Liu, gli impiegati dell'Ufficio per il Controllo della Popolazione avevano intimato di abortire. La donna aveva già violato altre volte la politica del figlio unico (era incinta per la quarta volta). I medici della clinica a cui la donna è stata costretta a ricorrere hanno iniettato una soluzione salina nel feto per distruggere il sistema nervoso del nascituro. Ma il bambino è nato sano. I funzionari governativi hanno ordinato al padre di ucciderlo, ma questi si è rifiutato. Essi hanno atteso il ritorno a casa della famiglia e, preso il piccolo, lo hanno affogato.

Nell'agosto 2002, il contadino Ke Senhai di Kesishangzai (Xianju, Zhejiang) ha denunciato - anche via internet - le violenze verso sua moglie Xu Lie, che hanno spinto la donna sull'orlo del suicidio. La notte fra il 12 e il 13 agosto, 8 impiegati del governo locale hanno circondato la sua casa e hanno prelevato a forza la donna, portandola all'ospedale per bloccare la sua seconda gravidanza. In due ospedali i dottori si sono rifiutati di fare l'operazione perché considerata a rischio. Il gruppo allora è andato all'ospedale di Xianju.
Un impiegato ha obbligato i dottori a fare un'iniezione alla donna, per uccidere il bambino in grembo e produrle le doglie per espellere il feto: il tutto contro la volontà della coppia e contro il parere dei dottori. Nonostante tutte queste violenze, il bambino non è nato. Incapace di sopportare i dolori fisici e lo stress, la signora Xu si è gettata dalla finestra del secondo piano dell'ospedale. I dottori l'hanno subito curata per le ferite riportate e le hanno fatto un taglio cesareo, trovando il bambino ormai morto. Ke Senhai ha definito «barbari» i metodi usati dai funzionari.

Il governo si difende da tutte le critiche mostrando che il successo economico della Cina dipende proprio dal basso tasso di crescita della popolazione. Per questo il 1° settembre 2002 è stata riaffermata e aggiornata la legge sul figlio unico: alle famiglie che non si piegano al controllo e che vorranno avere più figli verranno richiesti dei «risarcimenti sociali», a seconda del reddito delle famiglie colpevoli. Tale risarcimento ruota fra i 25 mila e i 100 mila euro: una cifra che i contadini - quelli che più facilmente infrangono il limite - non potrebbero pagare nemmeno lavorando per tutta la vita.

L'autore prosegue poi con notizie relative al fatto che, a causa di questa legge del bambino unico, il desiderio di avere un figlio maschio porta all'uccisione di moltissime figlie femmine, all'aborto selettivo, e anche a un "mercato" clandestino delle mogli, attuato tramite rapimenti. La carenza di donne diventerà infatti un problema serio: mentre la media mondiale è di 106 maschi su 100 femmine, e in Europa è di circa 95 maschi su 100 femmine, in Cina è di 119,35 bambini ogni 100 bambine, e in certe zone (come lo Guanxi) tocca i 140 maschi su 100 femmine.

Nel testo si dice che il governo cinese, grazie a nuove leggi del 2002, impone ora delle multe, ma non si creda che questo significhi una riduzione delle violenze. Si tratta invece del solito contentino per placare un po' le critiche straniere. Come potete leggere in questa pagina, gli aborti e le sterilizzazioni forzate continuano, a colpi di "campagne" stagionali, che funzionano in questo modo: i funzionari governativi piombano in un villaggio, raccolgono tutte le donne incinte, le fanno abortire e nel caso le sterilizzano, e pretendono la collaborazione di tutti nel denunciare donne che nascondano la propria gravidanza. Particolarmente interessante il passaggio in cui si dice che le donne sposate da poco devono attendere il permesso di potere avere il primo figlio. In questa pagina del Telegraph si parla di analoghe pratiche relativamente alla provincia del Guangdong.

Un racconto veramente terribile viene dal Turkistan cinese, in cui un abitante della città di Kashgar racconta di questi aborti forzati di massa, praticati anche su donne incinte di 9 mesi, ed eseguiti da dottori il più delle volte incapaci, che molto spesso finiscono per causare anche la morte delle donne.

Altre notizie del genere si possono trovare un po' ovunque su internet. Vedi in questa pagina della CNN, dove si parla di donne sposate con taiwanesi costrette ad abortire al loro rientro in Cina, e in particolare si cita una donna a cui è spettata la stessa sorte, nonostante si trattasse del primo figlio, perché non aveva ottenuto il permesso di averlo.

Tempo fa il Washington Times riferiva della decisione di Bush di togliere 34 milioni di dollari di finanziamento alle Nazioni Unite, perché implicate nella politica cinese del figlio unico per famiglia e delle sterilizzazioni forzate.

Per chi vuole un rapporto organico e autorevole, rimando alla pagina del Decimo Rapporto del Comitato per gli Affari Esteri della Camera dei Comuni del Regno Unito. Pubblicato nel novembre del 2000, elenca tutta una serie di violazioni dei diritti umani in Cina, che si conclude con queste ovvie, ma insindacabili parole: "By the international standards which China has itself accepted, we must conclude that China is guilty of persistent and major abuse of human rights."

Ottobre 3, 2004 0:47  Permalink


Mar - Settembre 21, 2004

Velo come simbolo di dignità? O anticamera dell'inferno?

Nello stesso reportage dal Cairo citato nel post precedente, leggiamo anche del progressivo aumento dei veli tra le donne egiziane. Casadei, l'autore, ci dà qualche dato, una sua impressione, e l'opinione di una femminista egiziana. Io riporto qui sotto questi brani, ma mi riservo un commento e una considerazione finale.

[...] l’80-90 per cento (a seconda dei quartieri) delle donne porta il velo e un abbigliamento che copre braccia e gambe: non importa se giovani o anziane, abbienti o di modesta condizione; la grande maggioranza veste l’hijab, un foulard avvolto attorno al capo, un 5-10 per cento veste il niqab, un abito che ricopre l’intero corpo tranne una sottile fessura all’altezza degli occhi. «Non era così quando sono arrivato qua», racconta padre Christiaan Van Nispen, gesuita olandese che vive al Cairo da 40 anni. «A quel tempo le donne velate erano una minoranza. Quindici anni fa, all’inizio degli anni Novanta, la proporzione era già 50-50. Oggi, come lei può vedere, le donne senza velo sono molto poche, quasi tutte appartanenti alla minoranza cristiana copta».
[...]
Ma viste da vicino, le donne egiziane, soprattutto le giovanissime, sono tutto tranne che sciatte e pudibonde: il rimmel intorno agli occhi è perfetto, ciglia e sopracciglia sono curatissime; il colore del foulard è sempre perfettamente in tinta con quello del rossetto o con lo smalto delle dita di mani e piedi, oggetto di cura maniacale. Non che reprimere, il velo e l’abbigliamento castigato esaltano la sensualità della loro figura, per la studiatissima combinazione fra visibile e non visibile, proibito e permesso (haram e halal, direbbero i teologi giuristi dell’autorevolissima università islamica di Al Azhar). La civetteria è al diapason, solo i distratti e gli ottusi possono vedere in queste donne scrupolo religioso, modestia, senso di colpa e autopunizione del corpo femminile.

[...] Heba Raouf, ambigua figura di “femminista islamista” [è] docente di teoria politica all’università del Cairo. A 13 anni appena, Heba creò un caso presso la scuola cattolica a cui genitori (musulmani) l’avevano iscritta pretendendo di indossare il velo durante le lezioni nonostante la perplessità delle suore tedesche che gestivano l’istituto. «Il velo -mi dice- è un segno del ritorno alla religione, ma non solo. È il mezzo che ci permette di essere presenti e attive nella società senza subire molestie sessuali e di sottolineare la nostra identità culturale. Noi donne non vogliamo più essere semplici oggetti del desiderio maschile, vogliamo essere cittadine a pieno titolo, e il velo ci permette di partecipare alla vita pubblica senza essere “mobbizzate”. È un’ottima cosa che in Egitto ci siano vagoni riservati alle donne nella metropolitana, perché questo ci permette di viaggiare senza subire molestie».

Nel leggere l'ultima citazione, mi sono reso conto di aver già letto in passato qualcosa di simile, e sono andato a consultare la mia libreria. Nell'interessantissimo "Karim, mio fratello terrorista" , in cui la tunisina Samia Labidi racconta le vicende del fratello alle prese con il reclutamento e l'ingresso in una organizzazione terroristica sciita, ci sono dei passaggi dedicati alla mutazione di un'altra sorella, Samira: costei era una studentessa modello, brillante e dal futuro promettente, una ragazza vivace che si vestiva con gusto e di colori accesi. Frequentava anche un'organizzazione per i diritti della donna, ma poco a poco iniziò a cambiare. I vestiti si allungavano sempre di più, i colori sparivano, e i suoi discorsi vertevano ormai solo sulla religione. Cominciò a denunciare i vicini come traditori dell'Islam, ad accusare la madre di non credere abbastanza in Dio, e il padre di dare troppa libertà alla moglie e non tenerla sottomessa come vuole il Corano, e così via in un'escalation che portò l'inferno in famiglia e fece del fratello Karim una preda della sue farneticazioni.

Ed ecco, tratto da pag. 60, l'acuto commento della sorella:

All'inizio della sua conversione intellettuale alla religione islamica, Samira non si era resa conto della dimensione politica che una certa élite avrebbe impresso al movimento delle donne. All'inizio il loro gruppo cercava unicamente di combattere il culto della donna-oggetto di marca ideologica occidentale. Si trattava insomma di un movimento pseudofemminista, del tipo di quelli che erano sorti nei paesi europei già dall'inizio degli anni sessanta. Le fondatrici di questa corrente di pensiero si distinguevano per le loro qualità intellettuali. Vedevano - a torto - nel ritorno ai valori dell'islam un modo efficace di rendere alle donne la loro dignità. Il fatto di incitare a portare il velo, a indossare l'abito tradizionale, rispondeva innanzitutto a un atto politico. Era necessario annientare l'immagine della donna «oggetto sessuale» al fine di imporre il suo riconoscimento in quanto persona totale. Da questo punto di vista la religione era al servizio della rivoluzione femminile, e non di quella integralista. Ma in questo movimento si sarebbe infiltrato poco a poco il pensiero religioso estremista, che avrebbe operato il suo sabotaggio. Colmo dell'ironia, il femminismo politico sarebbe diventato un fanatismo religioso per volere degli uomini!

Settembre 21, 2004 0:47  Permalink


Lun - Settembre 20, 2004

L'ascesa dell'islamismo, il risultato di una crisi morale

Diversi articoli interessanti sulla questione islamica (nonché russo-cecena), nel penultimo Tempi. In particolare segnalo la prima parte di un lungo "diario" di viaggio in Egitto, "alle radici del fondamentalismo islamico".

Tra i numerosi spunti di interesse, ho trovato notevole il seguente giudizio di Wael Farouq, "giovane insegnante che ha abiurato i Fratelli Musulmani e Jihad egiziano, nei quali ha militato per alcuni anni":

Per Farouq l’ascesa dell’islamismo è l’esatto contrario di un revival religioso; è piuttosto il risultato di una crisi del senso religioso e morale: «Gli egiziani vivono un vuoto spirituale e si sentono in colpa per una serie di comportamenti privati che non possono ammettere in pubblico. Hanno bisogno di placare il senso di colpa e di affermare la loro rispettabilità sociale, e gli islamisti offrono la risposta a questo duplice bisogno. La tua vita personale è priva di senso religioso, e compi molte azioni che sono contrarie alla norma religiosa ed ai valori morali, ma puoi metterti in pace la coscienza e salvare le apparenze sociali con gli atti esteriori che gli islamisti ti indicano: portare il velo, o meglio ancora il niqab, farti crescere la barba, pregare per strada, elogiare i combattenti del jihad, disprezzare gli infedeli, accusare i governanti di apostasia. La gente ha bisogno di ritrovare un equilibrio, per questo fa quello che gli islamisti le dicono di fare. È molto facile manipolare la gente a partire dalla crisi del suo senso religioso, e gli islamisti, che sono dei politici e non degli spiriti religiosi, se ne approfittano».

Settembre 20, 2004 1:13  Permalink


Mar - Settembre 14, 2004

Agitano il feticcio del Grande Satana a scopo sedativo

Su La Stampa del 2 settembre, Massimo Gramellini descrive in poche parole la situazione attuale nei paesi musulmani e il rapporto tra estremismo terrorista e gente comune:

Quando all'inaugurazione di un magazzino Ikea in Arabia Saudita accorrono settantamila clienti, si ha la prova lampante di come gli integralisti ci vendano ogni giorno una realtà immaginaria, che il linguaggio dell'orrore rende forse più persuasiva, ma non per questo più vera. Nessuna comunità islamica è costretta a subire lo stile di vita occidentale contro la propria volontà. La possibilità di un minimo di benessere a bun mercato fa gola a tutti, anche a chi deve conciliare una libreria componibile con le pratiche del Corano.
Ma se a quell'inaugurazione succede che muoiano due pachistani e un saudita, calpestati nella ressa dantesca per acciuffare una manciata di buoni-sconto da pochi dollari, allora il trucco dell'integralismo diventa ancora più scoperto. Neanche l'Inghilterra di Dickens era una società tanto squilibrata come quella araba, dove i pochi hanno tutto e gli altri, cioè quasi tutti, niente. Si sono consumati alberi di carta per vivisezionare le ragioni che inducono Bush a usare la guerra a fini interni di conservazione del potere.
Ne bastano molti di meno per dire che i veri nemici delle masse truciolate d'Arabia non siamo noi occidentali, ma quei loro fratelli di fede che agitano il feticcio del Grande Satana a scopo sedativo, pur di continuare a tenerle in una condizione di miseria che le induce ad ammazzarsi - letteralmente, purtroppo - per il bracciolo di un divano.

Ne abbiamo parlato, tra l'altro, anche qui.

Settembre 14, 2004 13:37  Permalink


Dom - Luglio 25, 2004

Verso il phaser di Star Trek

In questo lungo e interessante pezzo del New York Times (ricordo che serve registrazione gratuita), si parla del futuro (prossimo e meno prossimo) delle armi non-letali, ovvero di quelle armi che un esercito dovrebbe utilizzare quando la situazione è critica, ma non al punto da dover sparare con armi che uccidono (ad esempio, nell'affrontare gruppi di civili, come spesso accade in Irak). Si tratta di situazioni sempre più frequenti, in un mondo in cui gli eserciti devono cercare di fare sempre meno vittime possibili.
Si parla di armi a raggi d'energia o al plasma, di armi che provocano dolore senza causare danni, di altre che grazie a un commutatore passano dalla modalità mortale a quella non letale, di proiettili lanciati verso un bersaglio ma rallentati prima che lo raggiungano, e diverse altre possibilità.

Luglio 25, 2004 23:10  Permalink


Mer - Giugno 9, 2004

Dove va la Spagna?

Ostaggio del terrorismo e fuori da tutto il resto: nessuno ha ancora trovato il coraggio di dirlo chiaramente ma questa è la situazione in cui si trova la Spagna a soli due mesi dall’insediamento del governo socialista.

Il solito grande 1972 in poche parole traccia il quadro dell'attuale situazione spagnola.
Se poi volete fare un ripasso dei come e dei perché Zapatero sia ora alla guida del suo paese, potete leggervi questo e questo, sempre da 1972, come anche l'articolo di Tempi "Chi ha incastrato Roger Aznar?".

Giugno 9, 2004 23:23  Permalink


Gli ostaggi italiani liberati dagli americani, con le armi

Nel numero 37 di Ratman (del luglio 2003, ma che io leggo solo ora per via del fuso orario), c'è una storia pacifista e anti-americana, ma con un incipit che vuol essere cinico ed è invece semplicemente realistico. Io lo trascrivo e lo dedico all'Europa:

Non si risolvono i problemi con la forza.
Soprattutto quando se ne ha poca.

Giugno 9, 2004 23:15  Permalink


Mar - Giugno 1, 2004

La stategia di Bush non funziona? Occorre avere un'alternativa

Bel pezzo di Piero Gheddo, da Mondo e Missione n. 5 - 2004:

Dopo una panoramica sul disastro che è diventata la Somalia dopo che è stata lasciata a sé stessa, prosegue e conclude così:

Si dice che gli Stati Uniti vogliono imporre la pax americana in tutto il mondo, ma per vari casi di emergenza non si riesce a proporre nessun'altra soluzione. Ad una strategia sbagliata se ne deve contrapporre un'altra che porti risultati migliori. Tutti concordiamo nel dire che l'Onu dovrebbe essere garante della pace, ma può fare ben poco fin che tutti i Paesi sono prigionieri del loro egoismo nazionale; in Somalia ha fallito perché non trovava più chi vi impegnasse i propri militari e naturalmente ne pagasse le spese. Per quanto riguarda l'Iraq, se abbiamo a cuore il bene degli iracheni non possiamo lavarcene le mani. I pacifisti dicono: ritiro immediato delle truppe dall'Iraq, affidiamo tutto all'Onu, senza la partecipazione delle forze militari che occupano oggi l'Iraq (mandate da 47 Paesi!). Questo significa consegnare il Paese al terrorismo e al caos. La guerra, si dice, non serve a sconfiggere il terrorismo. D'accordo. Ma alzare bandiera bianca serve a qualcosa?

L'Europa non si è ancora resa conto (i no global meno di tutti) che, dopo il crollo dei "blocchi", il pericolo di guerra mondiale non viene più da Usa e Urss, ma dal moltiplicarsi di focolai di guerre, guerriglie, separatismi, colpi di Stato, dittature crudeli, terrorismi, conflitti etnici e religiosi, popoli ridotti alla fame. L'Occidente è impotente di fronte a queste continue emergenze.

Se la strategia di Bush contro il terrorismo non funziona, bisogna averne un'altra di ricambio, di cui però non si vede traccia. L'Europa unita dovrebbe essere pronta a dire: arriviamo noi e sostituiamo gli Usa. Ma questa è pura fantasia: abbiamo chiamato i militari americani per la Bosnia e il Kosovo, per la Somalia e il Libano che sono alle porte dell'Europa! I terroristi di Al Qa'ida e gli altri gruppi islamici armati non sono in guerra contro Bush e gli Usa, ma contro l'Occidente. Possiamo senza dubbio ritirarci nel nostro "paradiso" europeo (così ci vedono dai Paesi poveri), lavandoci le mani e sperando che il terrorismo islamico colpisca altri.
Ma c'è qualcuno che vuole questo?

Giugno 1, 2004 23:26  Permalink


Ven - Maggio 28, 2004

Atomi per la pace e ogm più salubre del biologico (e perché)

Da Green Watch News n. 8-2004, un interessante articolo sui benefici del ritorno all'energia nucleare. Tra tutti, anche quello di evitare diverse guerre legate al possesso di petrolio e altri combustibili.

Dallo stesso periodico (non on-oline), la presentazione del libro "Biotecnologie. I vantaggi per la salute e per l'ambiente".

Il prof. Poli, nel rispondere con competenza, tra le altre, alla domanda se "si corrono rischi ad alimentarsi con prodotti geneticamente migliorati (Gm)" osserva che "tale domanda sorge spontanea visto che in alcune regioni italiane nelle mense delle scuole e degli asili infantili vengono serviti alimenti da agricoltura biologica". La risposta dell'autorevole studioso è: "Gli alimenti Gm attualmente autorizzati non solo non sono più rischiosi, ma potrebbero essere più salutari di quelli biologici. Su questi ultimi, al contrario, i controlli effettuati sono minori, quando non del tutto assenti, e sono potenzialmente meno salubri". Egli riporta un esempio tra tanti: il caso del mais tradizionale (e vieppiù quello biologico) che, infestato dalla piralide, si protegge sviluppando micotossine. Il prof. Umberto Tirelli, noto oncologo e curatore della presentazione al libro, in essa ricorda come le micotossine siano responsabili di tumori al fegato.

Ma perché il cibo cosiddetto "naturale" è peggiore? Ce lo chiarisce Piero Morandini, fisiologo vegetale presso l'università di Milano, anch'egli coautore del libretto: "Tra le specie naturali vincono la lotta per la sopravvivenza quelle che posseggono caratteri vantaggiosi. Ad esempio, saranno favorite quelle meglio resistenti all'attacco di batteri, funghi, larve o roditori, e che pertanto accumulano sostanze tossiche per questi agenti (come fanno le mandorle amare, che si difendono dall'attacco di roditori rilasciando cianuro quando vengono frantumate). Senonché, tutti questi caratteri ­ di grande importanza per la sopravvivenza di una specie naturale ­ sono indesiderabili per l'uomo. Le specie adatte per l'alimentazione umana ­ se non vogliamo compromettere la nostra salute - devono necessariamente avere un contenuto molto ridotto di tossine naturali. In altre parole, le piante coltivate sono anche le più deboli e bisognose di cure: la selezione naturale e quella operata dall'uomo vanno inesorabilmente in direzioni opposte". Ecco perché è necessario usare pesticidi: da un lato, si proteggono le piante da facili attacchi; dall'altro si inibisce in esse la produzione incontrollata di pesticidi "naturali" che potrebbero esserci dannosi.

L'ingegneria genetica, viceversa, permette di ottenere, tra le altre, piante che resistono all'attacco di insetti. Un risultato che si ottiene ­ ci spiega il libro ­ mediante l'inserimento, nel patrimonio delle decine di migliaia di geni della pianta, di un solo gene (il gene Cry), presente in un batterio (il batterio Bt) e che esprime una proteina (la proteina Bt), che è una pro-tossina innocua per l'uomo e per altri animali, ma che se ingerita da insetti, ne provoca la morte: la proteina Bt viene trasformata, da un enzima esclusivo degli insetti, in una letale tossina. Attualmente, le spore del batterio Bt sono spruzzate (anche nella pratica biologica), come insetticida; ma, a differenza dell'insetticida, sempre presente nell'ambiente, l'ingegneria genetica consente di ottenere piante Bt che producono la pro-tossina solo se aggredite dall'insetto, minimizzando così gli eventuali danni all'equilibrio ambientale del suolo.
[...]
Chi è interessato a conoscere la voce della scienza - piuttosto che quella dei commercianti di prodotti biologici, interessati solo ai loro ricchi profitti e incuranti dei rischi cui sono esposti i consumatori dei loro prodotti, frutto di una pre-scientifica pratica ­ può farlo con una modestissima spesa: il libro costa solo 9 euro.

Maggio 28, 2004 15:9  Permalink


I media dell'odio

Le torture nel carcere di Abu Ghraib stanno facendo perdere la faccia all'America presso i popoli islamici? Niente affatto, perché non è che un'inezia confrontata con i quotidiani attacchi a USA e Israele da parte dei media islamici. Attacchi quasi completamente basati su falsità, alimentati da un odio atavico a cui contribuisce la paura e la mancanza di libertà di cui "gode" la maggior parte del mondo mediorientale.

Questo articolo di Casadei ci presenta una significativa panoramica di quello che gli arabi vedono, sentono e leggono quotidianamente. Sottoposti a un bombardamento simile, e privi della libertà di opporvicisi, è poi comprensibile che folle intere si radunino a esultare per l'ennesimo massacro di "nemici" andato a buon fine.

[...] questa è la giornata tipo del lettore-spettatore residente in Medio Oriente, immerso in un universo paranoico dove gli ebrei dominano segretamente tutte le nazioni, e usano la potenza di queste, e in particolare degli Stati Uniti, per recare danno ai musulmani.
[...]
Il fatto è che il mondo arabo-musulmano è il terreno ideale per manipolazioni informative e mistificazioni anti-occidentali di tutti i tipi per via della miscela esplosiva di risentimento popolare e autoritarismo politico che lo caratterizza. I governi non permettono nessuna critica al loro operato e scaricano tutte le responsabilità dei loro fallimenti sull’esterno: l’eredità coloniale, il complotto sionista, l’imperialismo americano. Si è perciò creata una situazione paradossale: ai media, governativi e non, non è permesso di criticare i governi locali, ma sono tollerate e anzi incoraggiate le critiche ai governi e alle forze straniere in genere, anche quando si tratta di alleati. Le tesi complottiste sull’11 settembre, che considerano gli attentati opera degli americani stessi o del Mossad, hanno trovato eco nei media di tutti i paesi musulmani, sia alleati che ostili agli Usa [...]

Fondamentale, a questo proposito, la lettura di diversi pezzi di Magdi Allam, tratti dal Corriere della Sera, relativi proprio all'uso distorto dei media islamici. Grazie a Stranocristiano per i link.

MEDIA E IDEOLOGIA. Kamikaze eroi e traditori nelle tv arabe (20/5/2004)

«Vi racconto com'è cambiata Al Jazira» (4/5/2004)

TERRORISMO. I kamikaze eroi dei medi arabi (10/3/2004)


Maggio 28, 2004 14:42  Permalink


Gio - Maggio 27, 2004

Sinistra senza salame sugli occhi

Ho cominciato a leggere "Terrore e liberalismo" di Paul Berman, che da sinistra spiega in modo lucido perché il fondamentalismo islamico e il terrorismo che ne deriva facciano parte di quella grande famiglia di totalitarismi che in occidente è nata, e ha già preso le forme di nazismo e comunismo.

Berman sostiene che il fondamentalismo islamico e il socialismo di Saddam Hussein siano la continuazione morale, ideologica e storica dei movimenti totalitari del ventesimo secolo. Anche il fascismo e il comunismo, tra l'altro, sono stati alimentati dalla difficoltà della sinistra liberal di comprendere la natura irrazionale di quei movimenti. La medesima cecità che imperversa oggi e che, inspiegabilmente, vede alleate la sinistra e i realisti di destra kissingeriana. (dalla recensione del libro, di Christian Rocca)

Cito dalla prefazione (pag.XII):

Le guerre in Afghanistan e in Iraq, oltre alla violenza in alcuni altri luoghi, possono essere a loro volta infinitamente complesse; eppure, a mio avviso, queste guerre hanno una certa semplicità. Sono una guerra sola: la guerra del totalitarismo musulmano moderno, nelle sue numerose varianti, che lotta ferocemente contro i campioni dell'idea liberale, sia musulmani sia non musulmani. E nello stile del ventesimo secolo, questa guerra sta procedendo in circostanze di confusione assurda: il governo americano è incapace di definire la posta in palio, quindi incapace di una programmazione intelligente o azioni appropriate; e i critici del governo americano non hanno intenzione di compensare i fallimenti e le carenze dell'America, né di svolgere alcun ruolo importante e utile, se non come critici del governo americano. Siamo in una situazione in cui le persone di mentalità liberale in Afghanistan e Iraq, e forse anche in svariati altri Paesi, gli eroici liberali musulmani, stanno lottando per sopravvivere contro i loro e i nostri nemici, e hanno un bisogno disperato di solidarietà e sostegno da chi, in tutto il mondo, ha le stesse idee. E siamo in una situazione in cui, in tutto il mondo, i movimenti di massa della Sinistra politica, gli alleati naturali dei liberali musulmani, non si sognerebbero mai di stare fianco a fianco con i liberali musulmani, per paura di sostenere l'imperialismo americano.

Siamo in una situazione in cui, nell'ultimo quarto di secolo, le varie correnti del totalitarismo musulmano hanno assassinato milioni di persone. Il governo di Saddam Hussein già da solo ha compiuto molte centinaia di migliaia di omicidi. E siamo in una situazione in cui, in tutti questi anni, nessuno ha mai organizzato un raduno o una mobilitazione davvero su scala mondiale per protestare e denunciare l'enormità della strage. Anzi: le più grandi manifestazioni internazionali nella storia del mondo, quelle avvenute all'inizio del 2003, si sono svolte per protestare contro il piano di George W. Bush per rovesciare Saddam Hussein. Una situazione assurda, una circostanza di confusione, un segno di oscurità morale.

Sono i tipi di confusione oscura che in passato hanno permesso a regimi e movimenti totalitari di svilupparsi. L'èra totalitaria è stata anche l'èra della cecità liberale. Era il passato in cui stiamo vivendo ancora oggi, e non solo quando i disastri ci capitano davanti agli occhi.

Maggio 27, 2004 12:58  Permalink


Mer - Maggio 19, 2004

Dedicato agli zapateri d'Italia e del mondo

Dal blog di Christian Rocca:

Camillo non si è mai appassionato al tema delle armi di distruzione di massa, se non dal punto di vista della violazione delle risoluzioni Onu (la battaglia è per la democrazia, stupid). Ma oggi - all'improvviso - si sono lette due cose. La prima: in Iraq è stata trovata una bomba con gas nervino. Pare che due soldati della coalizione siano in ospedale. La seconda: in un'intervista il re di Giordania conferma che Zarqawi, il terrorista giordano che guida il jihad in Iraq, aveva organizzato un attentato con cinque bombe cariche con venti tonnellate di armi chimiche.


Da Tempi, n.18 - 2004:

La Giordania ha annunciato oggi di aver sventato un attentato chimico di Al Qaeda che progettava di colpire la sede dei servizi di sicurezza ad Amman e che avrebbe potuto provocare l'uccisione di 80.000 persone.
[La Repubblica on-line, lunedì 26 aprile ore 20:12]

«Se ami il benessere più della libertà,
la tranquillità della servitù più della vivace impresa della libertà, vattene a casa in pace.
Non abbiamo bisogno dei tuoi consigli
e delle tue braccia.
Accucciati e lecca le mani che ti nutrono.
Possa il peso delle tue catene esserti lieve
e possano i posteri dimenticare che fosti uno di noi»

(Samuel Adams, patriota americano, 1722-1803)

Maggio 19, 2004 1:48  Permalink


Mer - Aprile 14, 2004

Disinformazione, deriva mediatica e una guerra da riconoscere

Il Gino ci dà un esempio del modo in cui ci arrivano taroccate le notizie sull'Iraq.

Sull'argomento "disinformazione in tempo di guerra" ha postato cose utili 1972 (sotto il titolo "Il filtro"), e il solito Foglio ha scritto un ottimo editoriale su quella che chiama "la più grande battaglia o deriva mediatica dei tempi moderni".

Io aggiungo che le notizie sono importanti, ma come scriveva Emilio Cecchi più di 80 anni fa, le opinioni lo sono ancora di più.

La notizia ha infiniti gradi di verità, infinite sfumature di adattazione alla verità. È la posposizione continua, il continuo «aggiornamento», di quel fatto unico e concreto ch'è l'opinione; di quel momento infinitamente semplice, sano e chiarificatore ch'è il momento dell'opinione. E il mondo, o almeno la parte viva rimasta nel mondo, figura d'interessarsi alla notizia, di sentirsi impegnato nel falso dramma della notizia. Ma in realtà non gli importano e non gli possono importare che le opinioni. [La Tribuna, 22/2/1919; ripubblicato su il Giornale del 3/2/2004]

Io un'opinione chiara ce l'ho, su quanto sta accadendo in Iraq e nel resto del mondo. Il fatto che ora rapiscano i miei connazionali (sia del mio paese natale che di quello che mi ospita), o che qualche mio coetaneo con manie di grandezza creda di essere un messia e speri di mettere a ferro e fuoco un Iraq sulla via della democratizzazione, non fa che confermare questa opinione. Cioè, che siamo in guerra. E, per dirla con il titolo di un dossier di Tempi di due settimane fa: "Chi non capisce che c'è una guerra in corso, diventa complice dei terroristi".

Ne approfitto, allora, per riportare integralmente un piccolo sunto, un bigino del jihad, se volete, tratto dalla stessa rivista (lo ricopio a mano, perché l'edizione elettronica non è rintracciabile):

IL MONDO DEL "JIHAD"
Jihad, com'è noto, non significa "guerra", ma "sforzo" sulla via di Dio che, secondo la tradizione islamica, può avvenire in quattro modi: con l'animo, con la parola, con la mano o con la spada. In quest'ultimo caso il jihad assume il significato di guerra santa, per la difesa o per l'espansione dell'islam. Ma mentre il jihad difensivo è un obbligo individuale vincolante, il jihad offensivo ha tradizionalmente un grado più basso di obbligatorietà.

Ibn Taymiyya, un teologo siriano del XIII secolo, ha teorizzato che il jihad offensivo è per i musulmani obbligatorio tanto quanto i cinque pilastri della fede islamica: professione di fede, preghiera, digiuno, elemosina, pellegrinaggio. I wahabiti, sorti alla fine del XVIII secolo nell'odierna Arabia Saudita, hanno ripreso questo insegnamento.

L'obiettivo del jihad di Al Qaeda è la ricostituzione del califfato universale nei suoi confini del IX secolo (apogeo della dinastia abbaside) e la sua ulteriore espansione secondo il seguente programma: reinsediamento del califfo a Costantinopoli; riconquista della Spagna; conquista di Roma; conquista di Vienna.

Per fare questo occorre combattere un triplice jihad: uno contro i regimi musulmani apostati, uno contro i non musulmani che opprimono popolazioni islamiche (Palestina, Cecenia, Kashmir, ecc.) e uno contro i Crociati e gli Ebrei, cioè contro gli Usa ed i loro alleati occidentali.

Al Qaeda mira anzitutto ad impadronirsi del potere in Pakistan e in Arabia Saudita: il califfato avrà così a disposizione armi atomiche, petroldollari e la legittimità religiosa che deriva dal controllo dei luoghi santi di Mecca e Medina. Il califfato universale esisterà come confederazione di califfati: afghano-pakistano, caucasico, arabo-africano, ecc...
[Tempi n. 13/2004, pagina II]

Aprile 14, 2004 0:13  Permalink


Mer - Aprile 7, 2004

Parlano solo per dare aria ai denti?

Oggi leggo le notizie del giorno sul sito del Foglio, e scopro che riguardo all'Iraq, per la millesima volta Fassino ha detto che "Bisogna cedere prima possibile il comando all'Onu". Ora è chiaro che questa gente parla solo per dare aria ai denti, per avere visibilità, per cavalcare l'onda perenne del pacifismo, dell'americanismo, dell'idiotismo, dell'informazione ideologica, o di chissà che cosa.

Il fatto è che questo continuo appello all'Onu, non solo è infantile nella sua visione dell'organizzazione come di un deus-ex-machina che risolve tutti i problemi, ma è sostanzialmente inutile: queste persone sembrano non avere la minima idea, non solo di quello che sta accadendo veramente in Iraq, ma neanche del fatto che l'Onu ha lavorato (la risoluzione 1511 è del 16 ottobre 2003!) e sta lavorando insieme "agli americani" da un sacco di tempo, che ha da tempo stabilito tutti i "come", i "chi" e i "quando", e che non ha avuto da ridire sul modo in cui "gli americani" hanno ottemperato ai loro compiti nei tempi stabiliti.

Per il bene di quello che mi piace chiamare ancora "verità", consiglio di rileggersi un paio di articoli di Rocca, apparsi sul Foglio il mese scorso (li trovate qui e qui) da cui ho estratto le righe seguenti.

Ricapitoliamo: a seguito del processo avviato dalla Risoluzione Onu 1511, l'Iraq ha una Costituzione provvisoria liberale, e l'ha avuta con soli due giorni di ritardo rispetto alla scadenza prevista, quasi un modello per quella europea che tarda ad arrivare e si annuncia meno democratica. Il 30 giugno, fra tre mesi, l'Autorità provvisoria si scioglierà, tanto che Paul Bremer ha già prenotato le vacanze (non è una battuta). Il potere, come da calendario siglato innanzi all'Onu, passerà agli iracheni, sebbene ancora non si sa a quale organismo. L'idea iniziale era quella di trasferire la sovranità a un'Assemblea eletta da caucus locali, ma ad Al Sistani l'idea non piaceva, avrebbe preferito votare subito. La decisione, di comune accordo, è stata affidata a Lakhdar Brahimi, consigliere speciale di Kofi Annan, il quale insieme al Gruppo di Amici dell'Iraq (46 paesi, compresa l'Unione Europea), ha stilato un rapporto di 33 pagine e ha suggerito di non votare subito dopo il passaggio dei poteri, perché non ci sono le condizioni tecniche per farlo. Gli iracheni hanno detto ok, compreso Sistani, e l'Autorità provvisoria ha acconsentito. Ora ci sono una dozzina di ipotesi in campo, elencarle tutte confonderebbe le idee dei zapateros, ma basti sapere che gli iracheni discutono tra di loro, decideranno loro.
[...]
Mentre la sinistra non fa la sinistra e in piazza prende botte da quelli che essa stessa definisce "fascisti", mentre in tv e sui giornali invoca l'Onu, l'Onu senza consultarli ha già deciso di tornare a Baghdad, da dove in realtà non è mai andata via. L'Onu, nonostante le chiacchiere di Massimo D'Alema e dei suoi amigos, è pienamente coinvolta nel processo politico iracheno, fin dall'inizio. Il calendario del passaggio dei poteri agli iracheni è stato redatto su indicazione della risoluzione 1511 del Consiglio di sicurezza. Sulla base di quel calendario, sigillato dall'Onu, il 30 giugno gli iracheni inizieranno ad autogovernarsi e l'autorità provvisoria di Paul Bremer si dissolverà. Sarà dura, forse è troppo presto, ma la transizione, qualsiasi cosa dicano gli zapateros, sarà garantita dall'Onu, nonostante né l'Onu né gli iracheni volessero. L'Onu non voleva perché sa che la partita è delicata, gli iracheni perché tuttora non si fidano di chi, in combutta con Saddam, ha rubato molti miliardi iracheni dal programma "Oil for food". Sono stati gli americani a convincere il Consiglio governativo iracheno a richiedere l'aiuto dell'Onu. Ora le Nazioni Unite accompagneranno l'Iraq al voto e si parla di una nuova risoluzione per il dopoguerra. Già, perché mentre gli zapateros vorrebbero commissariare gli iracheni, gli iracheni hanno deciso, col benestare dell'Onu, che entro il 31 gennaio voteranno liberamente.

Aprile 7, 2004 23:26  Permalink


Dovrebbe essere chiaro da che parte stare

Su quanto sta accadendo in Iraq in questi giorni ha scritto parole sagge Ferrara (o chi per lui) nell'editoriale del Foglio di oggi. Tra le altre cose:

Una frazione sciita, organizzata in milizie personali e attestata su una linea che nel mondo sciita è minoritaria, cioè il blocco armato del processo di costruzione dell’autogoverno e della democrazia in Iraq, è entrata in una fase di rivolta aperta, ed è duramente combattuta dalla coalizione militare che ha liberato quel paese da Saddam Hussein e da coloro che hanno accettato il rischio della pace a guerra terminata (fra questi gli italiani).

Che si debba stroncare la rivolta, negoziare il ripristino di condizioni minime di sicurezza, agire perché il territorio sia governabile, è appena un’ovvietà. Ma che per fare questo diventi decisivo un saldo patto di solidarietà politica e militare tra le forze della coalizione, ecco quanto incredibilmente viene messo in discussione, e sul campo, nei fatti, ora per ora, dal dibattito politico italiano, chiaramente impazzito dopo la breve resipiscenza unitaria seguita all’eccidio di Nassiriyah. I soldati italiani, che si sono recati in quel paese per un compito insieme civile e militare, stanno facendo quel che possono e quel che debbono, senza fanfare retoriche a sottolineare l’esemplarità del loro ordinario comportamento.

Sarebbe bene riflettere su questo, prima di chiedere un “cambio di passo in sintonia con l’accelerazione della crisi”, come fa Piero Fassino, portavoce della Lista Prodi e segretario dei Ds. Che cosa significa quella formula ambigua? La coalizione sta lavorando attivamente per la devoluzione dei poteri al governo iracheno, per rendere possibili le elezioni, per garantire una copertura diplomatica e politica dell’Onu all’insieme del processo. Fare fretta mentre fischiano le pallottole ed è ingaggiata la battaglia è sospetto.

Il primato della politica sulle armi è un’aspirazione universale, ma si deve essere in due a riconoscerlo, e finché c’è chi provoca il contingente italiano di “peace enforcing”, chi gli spara addosso, dovrebbe essere chiaro a una sinistra di governo, e non sprovvista di senso della politica e dello Stato, da che parte stare.



Aprile 7, 2004 0:3  Permalink


Gio - Aprile 1, 2004

Insegnamenti di tolleranza

Dall'incipit di un articolo sul sito dell'ANSA, riguardo ai 4 civili massacrati in Iraq:

"In uno scempio senza precedenti e quasi bestiale, di certo non giustificato dagli insegnamenti di tolleranza dell'Islam [...]"

Non ho parole. È una delle cose più idiote che abbia mai letto di questi tempi.

Aprile 1, 2004 12:7  Permalink


Mer - Marzo 31, 2004

Se non fosse colpevole non si troverebbe qui

La lettura di questo post del Gino, mi fa ritornare sull'argomento del mio post precedente. Vi leggiamo infatti:

«Quali prove hai di non aver commesso l'omicidio?»
Questa è la domanda rivolta a un imputato da un giudice dall'alta corte di Heilongjiang (Cina), prima di emettere una sentenza di morte, nonostante non sussistessero prove adeguate di colpevolezza (Beijing Youth Daily, 28 April 2002).

Nella testimonianza del prete di cui ho scritto poco fa, si legge questo:

Dopo gli interrogatori accompagnati da atroci trattamenti, il procuratore dichiarò con perfetta logica comunista: “Nel dossier dell’accusato non si trova nessuna prova sulla sua colpevolezza; ma chiediamo ugualmente il massimo della pena: 15 anni di lavori forzati. Poiché, se non fosse colpevole, non si troverebbe qui".
Obiettai: "Ma non è possibile che mi condanniate senza avere nessuna prova!".
E lui: "Non è possibile? Guarda come è possibile: 20 anni di lavori forzati per aver protestato contro la giustizia del popolo”.
E questa fu la sentenza.

Sono passati molti anni tra questo e l'episodio più sopra, ma la "giustizia" comunista si mantiene coerente e disumana oggi come allora.

Marzo 31, 2004 1:34  Permalink


Arcipelago Gulag in Romania

Consiglio vivamente la lettura di questa testimonianza di Tertulian Langa, un monsignore sopravvissuto ai gulag rumeni, che ha raccontato la sua esperienza il 23 marzo scorso in occasione della presentazione del libro "Fede e martirio. Le Chiese orientali cattoliche nell’Europa del Novecento".

Lascio l'introduzione del pezzo alle parole di Sandro Magister:

L’autore è un anziano sacerdote della Chiesa greco-cattolica di Romania che ha passato sedici anni nelle prigioni comuniste. Il racconto della sua prigionia è concretissimo e insieme spirituale. Un po’ Solgenitsin, un po’ atti dei martiri. Tra mistero d’iniquità spinto ai limiti dell’immaginabile e Grazia. Con la “Santa Provvidenza” che opera per le mani inconsapevoli degli aguzzini.

In tempi in cui il martirio è parola abusata, applicata anche agli “shahid” islamisti che si fanno esplodere per fare strage, questa è una testimonianza che aiuta a restituir verità. Assolutamente da non perdere.

Marzo 31, 2004 1:25  Permalink


Ven - Marzo 26, 2004

Leggende metropolitane 3

Neanche a farlo apposta, è appena uscita una nuova indagine anti-bufala di Paolo Attivissimo dedicata alla leggenda dell'attentatore arabo che, dopo aver ricevuto un favore (solitamente da una donna) invita a non recarsi in un certo posto il tal giorno. Ne abbiamo parlato proprio un paio di giorni fa a proposito di Tokyo.

Nel pezzo di Attivissimo, chiamato argutamente "Il terrorista di buon cuore" ci sono numerosi link a siti anti-bufala stranieri, da cui vediamo che questa storia circola veramente in tutto il mondo, in varianti leggermente diverse.

A me non resta che riportare il concetto che Paolo non si stanca mai di ripetere:

Per favore, NON DIFFONDETE QUESTO ALLARME. E' UNA BUFALA. Lo scrivo grande e grosso, così anche quest'ennesima mandria di affetti da fettasalamite oculare con complicanze neuronali magari riesce a leggere prima di cliccare bovinamente sul pulsante Inoltra A Tutto Il Mondo Isole Comprese.
[...]
Siamo seri. Anzi, siamo serissimi. Disseminare appelli come questo è totalmente irresponsabile. Non fa altro che seminare il panico senza la benché minima ragione, e quindi fa proprio il gioco dei terroristi. Che bisogno c'è di metter bombe e addestrare kamikaze? Basta mandare in Rete una bufala, tanto ci pensano i gonzi a diffondere il panico spontaneamente, con la scusa patetica e ipocrita del "non so se è vero, ma nel dubbio diffondo". Minimo sforzo, massimo risultato.
[...]
Cerchiamo di ragionare un attimo col cervello invece che con il deretano.

Marzo 26, 2004 14:41  Permalink


Mer - Marzo 17, 2004

La stanchezza dell'Occidente

Leggetevi l'editoriale del Foglio di martedì 16. Io ne riporto un pezzo:

[...] le parole che per noi contano sono volontariato, ricerca di sempre più nobili idealità, solidarietà, eguaglianza, accoglienza, vacanza, 35 ore, tutela, garanzia, assicurazione, benessere, diritto alla salute, gratuità delle prestazioni, difesa dal mercato e dai suoi rischi. Ci fanno invece sorridere parole come disciplina, obbedienza, tradizione, catechismo, ortodossia, patriottismo, valore militare, lealtà, onore; ci sembra irritante la sola idea di una civiltà comune, nazionale o regionale, appunto occidentale, con i suoi vincoli di carattere culturale, linguistico e religioso; detestiamo la divisione dei ruoli familiari, rifiutiamo una educazione rigorosa pubblica o privata e le preferiamo la spontaneità delle pedagogie permissive, coltiviamo la suggestione libertaria di abitudini di vita stordite, ispirate al self interest, a un individualismo che si scioglie soltanto nello sciame, nel branco dei tuoi simili che trotterellano con te senza senso sul ciglio di un burrone appeso al vuoto, e temiamo il dolore, la sofferenza, il carattere effimero di quel corto segmento senza importanza che è la vita personale, e intorno al progetto dell’immortalità celebriamo qualsiasi rito a portata di mano, ci rifacciamo il cuore ma anche la faccia o il seno o le labbra, e tutti aspiriamo a una qualche protesi che ci faccia forti dentro l’esistenza che è il nostro confine assoluto, essendo una di queste protesi il diritto a fabbricare bambini, e a fabbricarli sempre più belli e sani, o a rifiutarli se sono un incomodo.
[...]
Noi siamo esausti, l’Islam non lo è. Noi mascheriamo sotto le insegne del diritto internazionale e della pace perpetua, due miti evanescenti, la rinuncia a batterci, la delega della sicurezza agli specialisti degli apparati, non vogliamo subire rischi, pagare tasse, sentire prediche in relazione al problema di difendere la pace come la pace è sempre stata difesa, con le armi e con la guerra. Dal ’79 khomeinista, da venticinque anni tondi, l’Islam ha invece fatto della sua miseria, della sua arretratezza civile, e anche dell’infinita e truce bellezza della sua religione e del suo legalismo, uno strumento e un grido di battaglia contro il Grande Satana. Arrivano, in aereo o in treno o sul bus, e ci fanno saltare in aria insieme con i loro martiri. Continuano a dirci la loro verità eroica: amano la morte più di quanto noi amiamo la vita. Noi vogliamo essere lasciati in pace, loro ci fanno la guerra. E la reazione elettorale spaventata di un popolo fiero e straordinario come quello spagnolo, roba di sei-sette punti percentuali, raggiunge soltanto alla luce di questa realtà profonda una sua magnitudo sismica. Può essere che l’autodifesa esistenziale degli ebrei d’Israele e la reazione combattiva degli americani e degli inglesi a difesa del loro e del nostro sistema di vita alla fine travolga tutto e imponga anche all’Europa di uscire dalla consolante convinzione che il potere in occidente è cattivo e bugiardo e guerrafondaio, mentre il mondo sarebbe un giardino delle delizie se solo facessimo la carità ai poveri. Può essere anche di no. Se sarà no, è perché siamo stanchi.

Marzo 17, 2004 0:16  Permalink


Mar - Marzo 16, 2004

Un nome da cittadino del mondo

Avete sentito di quella mamma tedesca che voleva chiamare il figlio "Chenekwahow Tecumseh Migiskau Kioma Ernesto Inti Prithibi Pathar Chajara Majim Henriko Alessandro"? Le è stato vietato, ma le sue intenzioni erano quelle di dare al figlio "un nome da cittadino del mondo". Il fatto che tra quelli ci sia anche il mio nome mi lusinga: da un lato costituisce una sorta di ricompensa per tutte quelle volte che da bambino mi chiedevo che cosa avevo fatto di male per ricevere un nome così; dall'altro mi convince che quella donna è pazza.

A parte gli scherzi, è relativamente da poco che mi sono accorto di quanto sia comodo il mio nome: quando si nomina "Paolo" o "Marco" tutti chiedono "Paolo chi?"; quando uno dice "Ernesto", è altamente improbabile che nella stessa cerchia di amici e conoscenti ce ne sia un altro (io stesso non conosco personalmente nessuno con il mio nome).

L'importante è passare gli anni dell'istruzione primaria. Io ho avuto la sfortuna di trascorrerla in contemporanea con il passaggio TV di un cavallo sceriffo.

Marzo 16, 2004 23:57  Permalink


Dom - Marzo 14, 2004

Il loro obiettivo è chiunque sia altro da loro

Riguardo agli orribili attentati a Madrid (dove il mio "orribili" è solo pleonastico, in quanto non esistono attentati che non lo siano), vi consiglio di fare un salto su 1972, dove Enzo ci tiene aggiornati da Barcellona.

In particolare segnalo questo post, in cui ci spiega perché sia la pista dell'ETA che quella di Al Qaeda sono entrambe aperte, e perché può essere plausibile che le bombe dell'11 marzo siano il frutto di una collaborazione tra le due organizzazioni. La sua conclusione non necessita di commenti:

Quel che unisce i terroristi è la mentalità totalitaria e la condivisione degli obiettivi: ETA non odia soltanto lo stato spagnolo in quanto tale. ETA, come Al Qaeda, vede nella società democratica liberale un nemico mortale. ETA porta dentro di sè l'avversione per le istituzioni «borghesi» occidentali. E' sbagliato applicare ai terroristi le categorie del dibattito politico tradizionale: quando un marxista-leninista e un fondamentalista di Allah si incontrano, sanno bene di avere un avversario in comune e la miscela è esplosiva. I terroristi non ragionano come noi: la loro cultura è quella della morte, il loro obiettivo è chiunque sia «altro da loro».

Marzo 14, 2004 0:45  Permalink


Dom - Febbraio 1, 2004

Come è scesa in basso l'Europa

Altro attentato terroristico palestinese, altri morti, altro dolore. Come ha scritto ieri Assuntina Morresi sulla newsletter di StranoCristiano,

il kamikaze era un membro della polizia palestinese di Betlemme. Quelli che garantiscono la sicurezza, insomma, quelli che potrebbero stare a posto del muro, no?
[...]
i palestinesi hanno diritto a uno stato. Ma siamo sicuri di volere creare uno stato con a capo dei terroristi assassini? Non ci sono i presupposti per l'ennesima tirannìa mediorientale, di stampo terroristico, stavolta? 

E pubblichiamo anche noi la lettera di Angelica Calò Livné, ebrea italiana che vive in un kibbutz a un chilometro dal Libano, pubblicata sul Corriere di sabato:

Stiamo consegnando con il cuore in sospeso 400 terroristi alle loro famiglie. In cambio riceveremo 3 bare. Se si potesse vedere tutto questo come su uno schermo televisivo vedremmo da una parte una folla di persone che cantano vittoria, le dita atteggiate a V, bandiere israeliane e americane in fiamme, moschee gremite di gente esultante che ascolta il sermone di Imam che promettono nuovi rapimenti per liberare altri prigionieri, falsi racconti di violenze e soprusi nelle carceri israeliane. Dall'altra parte dello schermo famiglie silenziose con gli occhi gonfi da anni di insonnia, di dolore, di speranza distrutta. Una nazione in lutto. Adi, Omar e Beny non potranno mai raccontare ciò che è successo dal momento in cui sono stati rapiti dagli hezbollah. Neanche Ron Arad, il pilota che fu rapito 13 anni fa. Israele è divisa ancora una volta, tra le madri che comprendono il dolore di 3 donne che per credere che il proprio figlio sia veramente morto sono disposte a riconsegnare 400 assassini e madri che ancora piangono e piangeranno fino alla fine dei loro giorni i propri figli assassinati da uno di quei 400.

E mentre camminiamo, lavoriamo, continuiamo la nostra vita cercando di darle un senso, un colore, un motivo, assorti nei nostri dilemmi, nei meandri della nostra coscienza, la malvagità, l'odio insaziabile colpiscono ancora, violentemente, puntualmente, inesorabilmente: alle 9,00 di questa mattina di  giovedì, al centro di Gerusalemme, con altri morti, altri feriti, altre famiglie distrutte, altre grida di giubilo e di vittoria dall'altra parte della barriera. La carcassa dell'autobus è incenerita dall'esplosione, c'è gente ancora intrappolata tra le lamiere fumanti ma nel frattempo all'Aia, in Olanda, si accingono ad aprire il processo contro lo Stato d'Israele e contro la sua barriera....
Vergogna! Che vergogna!

Come è scesa in basso l'Europa. l'Europa dei diritti dell'uomo, della fraternità e dell'uguaglianza, delle belle parole vuote ed inutili.
Questo processo è contro di me, contro tutti quelli come me che non hanno più nessun modo per difendersi e difendere i propri figli. Contro tutti quelli che non hanno nessuna intenzione di distruggere case, costruire muri, trascorrere la propria esistenza a catturare terroristi, sventare attentati, piangere morti o trattare con capi di stato intenti ad inventare armi di distruzione di massa, ma vi sono costretti. State aprendo un processo alla gente sbagliata! Destatevi da questo dormiveglia che annebbia il vostro senso della giustizia, prima che sia troppo tardi! La vostra mancanza di fiducia nella nostra morale ci sta indebolendo, eppure ne abbiamo date di prove nel corso della storia. Abbiamo insegnato qualcosa al mondo in fatto di pace, di dialogo, di tolleranza... State distruggendo con le vostre mani il vero muro, la diga umana che si chiama popolo israeliano, che ancora una volta, come quando era sparso per il mondo, sta solo contro tutti, a rallentare il processo di violenza che dilagherà nel mondo!!!!!!

Angelica Calò Livné
Galilea Israele

Febbraio 1, 2004 16:4  Permalink


Gio - Gennaio 29, 2004

Spartani nazisti che uccidono i propri artisti

Durante il TG1 serale del 26 gennaio ho visto il Presidente Ciampi fare il suo solito discorso annuale sul "Giorno della memoria": per non dimenticare, perché non avvenga mai più, l'immane massacro che non ha eguali nella storia, eccetera eccetera.

Eppure usare tali parole significa sempre mantenere quelle azioni terribili in un remoto passato, affermare più o meno esplicitamente che non c'è stato nient'altro di tanto orrendo, godere dello spauracchio nazista come unico e inimitabile simbolo del male assoluto. Come se le stesse cose non accadessero anche oggi in Corea del Nord, milioni di persone non venissero massacrate in Congo, come è accaduto da poco in Ruanda e in numerosi altri paesi africani, come se non fossero successe in Jugoslavia, nella Cambogia di Pol Pot, nell'Iraq di Saddam Hussein, per (non) tacere dell'Unione Sovietica dei tempi d'oro.

Invece è sempre il nazismo ad essere appeso alla gogna della storia, e se qualcuno gira un film con un protagonista che sia l'incarnazione del maligno (vedi il talentuoso Bryan Singer col suo brutto "L'allievo") gli basta farne un nazista, che subito pubblico e critica si inchinano di fronte a tanta banalità.

Il nazismo è diventato qualcosa di mitico, un racconto dell'orrore situato in un altrove spielbergiano, che sia quello fantastico di Indiana Jones o quello in bianco e nero (e quindi già fotograficamente "d'altri tempi") del pur splendido "Schindler's List".

E così si perde di vista il fatto che non è solo appuntandosi la croce uncinata al petto e camminando col passo dell'oca che si commettono ingiustizie e assassinii immondi. Si dimentica che l'odio per gli ebrei non è mai finito, e anzi è tuttora più vivo che mai, proprio nelle parole e nelle opere dei più acerrimi avversari di quel nazismo che non esiste più. Così non si vuole dimenticare quel che è accaduto 60 anni fa, ma si dimentica che lo scopo di buona parte dei paesi del mondo arabo, Palestina in testa, è quello di eliminare Israele dalla faccia della Terra.

La verità è che far assurgere Hitler a massimo esempio di disumanità, significa evitare di guardarsi attorno e tantomeno in casa propria, significa voler sfuggire scomodi contrasti politici, ma significa anche nascondere il nostro proprio male, quello che abbiamo sempre davanti agli occhi, e gettarlo indietro in un passato che ce lo cancelli alla vista. Diamo la colpa a lui, puntiamo il dito su di lui, che noi siamo gli onesti campioni di moralità.

Campioni che gridano allo scandalo se gli si vieta di manipolare gli esseri umani a proprio piacimento, e di eliminarli se non consoni ai canoni estetici e salutistici attuali.

Sotto questo punto di vista, l'unica differenza con la Germania degli anni '30 sta nel fatto che loro uccidevano vecchi, storpi e handicappati senza farsi problemi di età, mentre noi pratichiamo la stessa eugenetica sui nostri figli quando hanno ancora le dimensioni di una punta di spillo, perché sparargli in testa una volta fuori dalla pancia o lanciarli giù da una rupe è qualcosa che non si addice al buon gusto dei nostri tempi.

Chiudo allora con una bellissima riflessione del dottor Luigi Frigerio, primario di ostetricia e ginecologia agli Ospedali riuniti di Bergamo. In questo articolo parla della possibilità attuale, tramite diagnosi prenatale, di rilevare tracce della Corea di Hungtington, una rara forma di demenza a trasmissione genetica che può manifestarsi intorno ai 40-50 anni.

La moglie di Woody Guthrie, il grande musicista americano morto con la Corea di Hungtington, quando seppe che era stato inventato il test prenatale per individuare questa malattia disse: «Peccato! Se questo fosse stato possibile prima, la musica di mio marito non ci sarebbe». Dato che i mezzi di diagnosi del bambino ancora in utero diventano ogni giorno più sofisticati, non solo possiamo vedere anomalie, malformazioni o problemi clinici già in essere, ma possiamo persino vedere le predisposizioni, cioè tendenze a malattie che si manifesteranno molto tardi nella vita.

Lo studio sequenziale del Dna nei singoli cromosomi ha spalancato oggi possibilità che un tempo non avremmo neppure immaginato. Attraverso gli esami genetici possiamo identificare la predisposizione negli individui che svilupperanno un tumore fra i 50 e i 60 anni oppure i soggetti che manifesteranno ad una certa età l’ipertensione arteriosa. Lo studio dei geni BRCA1 e BRCA2 individua, nel genere femminile, chi potrà eventualmente ammalarsi di tumore al seno o di tumore all’ovaio. Si può già intravedere nel feto il gene del morbo di Alzheimer, che porterà la demenza senile nella quinta o sesta decade di vita. Dovremo forse eliminare i soggetti riconosciuti portatori di queste malattie?

Gli spartani non avevano ancora certo inventato la diagnosi prenatale, però avevano deciso di eliminare i neonati che apparivano loro incapaci di diventare nel futuro dei bravi soldati o di generare poi altri soldati.
«Questo è l’unico popolo della Grecia antica» ha scritto il genetista Lejeune «che sistematicamente abbia praticato questo spietato eugenismo. Di tutte le città della Grecia, Sparta è anche l’unica a non aver lasciato all’umanità né un poeta, né uno scienziato e nemmeno i resti di qualche monumento. Forse gli spartani, senza saperlo, eliminando i loro neonati imperfetti o troppo fragili, hanno ucciso i loro musici, i loro artisti, i loro filosofi?».

Gennaio 29, 2004 1:55  Permalink


Mer - Novembre 26, 2003

Siamo in guerra e basta

Sono completamente d'accordo con questo post del Griso (e con diverso altro che scrive in questi giorni) che riporto quasi totalmente in fondo a questo mio. Aggiungo solo una cosa: da quanto sta succedendo negli ultimi giorni, o meglio negli ultimi anni, mi sembra che non si tratti di essere di destra o di sinistra, filo-americani o anti-imperialisti, global o no-global, patriottici o meno. Non è questione di punti di vista. Qui si tratta di saper osservare la realtà senza filtri ideologici, senza quelle che si chiamano "fette di salame sugli occhi", e di prendere un decisione per il proprio futuro. Come dicono i miei amici, molta osservazione e poco ragionamento (inteso come dialettica in funzione di un'ideologia) portano alla verità, il contrario conduce all'errore.

Riepilogherò la mia posizione, a beneficio dei non-capenti:
- Questa è una guerra.
- Questa guerra (anche se ha avuto un'escalation preparatoria nel corso di tutti gli Anni '90) è scoppiata l'11 settembre di 2 anni fa, con un'aggressione proditoria, come tutte le aggressioni naziste.
- Questa guerra coinvolge anche noi: molti se ne stanno accorgendo solo adesso.
- Questa è una guerra contro le democrazie. La più grande e potente di queste democrazie viene vista da alcuni come 'l'Impero'. Forse a volte si comporta come tale. Ma dall'altra parte, là fuori (e purtroppo qualcuno anche qui dentro) ci sono i barbari. E quelli non fanno prigionieri.
- In questa guerra, io ho scelto da che parte stare. Chi pensa di poter stare in mezzo a guardare, è un povero illuso. Chi tifa per l'altra parte, è un mio nemico.

Sul resto, su tutto il resto, possiamo discutere.

Novembre 26, 2003 2:58  Permalink


Soldi ai terroristi, e il potere tutto a lui

In questo post di 1972 leggiamo dell'intervista della BBC a un ex-ministro palestinese che ha parlato di lauti stipendi pagati dall'Autorità Palestinese alle brigate di Al-Aqsa. In un'altra intervista, Ata Abu Rumaileh e Zakariah Zubaidi, rispettivamente capi del braccio politico e armato di Al-Fatah hanno dichiarato che tra Al-Fatah e Al-Aqsa non c'è alcuna differenza e Arafat le comanda entrambe.

1972 cita un commento del Jerusalem Post (che chi non è registrato può leggere anche qui), ma visto che una notizia riportata da un giornale israeliano potrebbe sembrare di parte, qui trovate la notizia dal sito della BBC, qui la trascrizione (fin troppo) completa della puntata di Correspondent dedicata ad Arafat e in cui si trovano le interviste citate, di Jeremy Bowen.

Riporto un piccolo brano dalla trascrizione:

Officially Fatah, Arafat’s dominant faction in the PLO, is coy about its relationship with the brigades. But Fatah fixed up the interview, which was supervised by the local Fatah boss.

JEREMY BOWEN - So you’re the Chief of Fatah here?

TRANSLATOR - He’s the General Secretary of Fatah here

JEREMY BOWEN - So explain to me, Fatah and the Al-Aqsa Martyrs Brigade, are they part of the same organisation? Are you separate, are you together, how close are you?

ATA ABU RUMAILEH (translation) - Fatah has two sections: a military wing, led by the military and a political wing led by the politicians. But there is no difference between Fatah and the Al-Aqsa Martyrs Brigades.

[...]

JEREMY BOWEN - One’s a politician and one’s a soldier? OK, so who’s more important now – the politician or the soldier?

ATA ABU RUMAILEH (translation) - During this period of Israeli aggression, the military has the upper hand. We are defending our people and we cannot defend them using speeches and demonstrations.

JEREMY BOWEN - And who is in charge of both of these two parts of the organisation, is it Arafat?

ATA ABU RUMAILEH - Yasser Arafat

ATA ABU RUMAILEH (translation) - He’s the only leader of the Palestinian people. We only recognise Arafat as our leader.


Riguardo alla questione dei finanziamenti, poco dopo c'è stata l'ovvia smentita di Al-Fatah, che sembra disporre di ottimi PR in Europa.

Novembre 26, 2003 2:36  Permalink


Un iracheno sugli italiani

Grazie al Gino, segnalo un intervento di un blog iracheno dedicato ai nostri carabinieri uccisi a Nassiryah. Qui trovate il testo originale in inglese, mentre qui c'è una traduzione.

Novembre 26, 2003 1:40  Permalink


Mar - Novembre 18, 2003

Video Nord Coreani

In questa pagina potete vedere un piccolo video propagandistico sul Grande Leader della Corea del Nord, con traduzione in inglese, che lo presenta come una forza della natura. È semplicemente ridicolo.

Qui invece ci sono delle studentesse che marciano e cantano inni di guerra.

Cliccando qui vedrete un video musicale anti-americano dall'inequivocabile titolo di "Fucking USA".

Passando a qualcosa di quasi normale, qui e qui potete vedere due clip relativi a Mo Kin, una bambina prodigio di 3 anni, che suona e canta.

Tutti i video sono tratti dalla TV giapponese, che li riceve probabilmente da quella sud-coreana, e si trovano sul sito di RobPongi.

Novembre 18, 2003 10:37  Permalink


Mer - Novembre 12, 2003

Lottano per avere quello che già avevano nel '48

Grazie a Liberopensiero ho letto questo bell'articolo di Marco Travaglio, che per essere scritto sull'Unità è molto coraggioso. Ne riporto qualche brano:

Io non ho nulla contro i palestinesi: nel Bananas dell’altro giorno non c’è una sola parola - né «feroce» né blanda - contro quel popolo sfortunato e martoriato. Ho scritto contro una parte della sua leadership politico-militare, quella che da quarant’anni fa della corruzione, del terrorismo e della doppiezza tre robuste ragioni di vita. Penso che, prim’ancora che della occupazione israeliana, i palestinesi siano vittime delle classi dirigenti arabe: quelle degli Stati «amici» che li hanno sempre perseguitati (dal Settembre Nero in Giordania alla cacciata sanguinosa dal Libano, e così via) e quelle dell’Olp-Anp che li hanno sempre usati come merce di scambio.
[...]
Non ho mai scritto né pensato che «non bisogna censurare Israele». Lo fanno tanti israeliani, figuriamoci noi. Credo che si possa e si debba criticarlo anche duramente, quando è il caso. Ma sempre ricordando quel dato: Israele, da anni, subisce una strage delle proporzioni di piazza Fontana ogni settimana. Pensiamo a come reagiremmo noi, al suo posto. Altro che muri. La contabilità dei morti dell’una e dell’altra parte non è una risposta: le rappresaglie e i raid d’Israele, per quanto tragici, sono atti di guerra che mirano a stanare e colpire terroristi veri. Gli attentati degli uomini-bomba puntano alle popolazioni civili e uccidono soltanto cittadini inermi, ebrei e arabi. Sugli autobus, nei ristoranti, nelle discoteche...

L’occupazione dei Territori non è frutto di una «abitudine» di Israele, ma di una serie di guerre difensive contro gli Stati arabi che per quattro volte in trent’anni tentarono di cancellare lo Stato ebraico dalla carta geografica, violando la risoluzione Onu n.181 del 1947 che spartiva la Palestina in due stati: quello ebraico (che nacque) e quello arabo (che non nacque perché arabi e palestinesi aggredirono subito Israele per annientarlo e «ricacciare a mare gli ebrei»). Infatti i Territori non sono stati mai annessi, e quando qualcuno - come l’Egitto - ha voluto fare la pace, sono stati restituiti. La Storia, purtroppo, è lunga e complicata. Oggi sarebbe il caso di ripartire da zero e tutti auspicano la nascita dei due Stati. Ma è significativo che nel 2003 i palestinesi lottino ancora per avere ciò che avevano già nel 1948 e rifiutarono armi in pugno. E chi conosce quei luoghi sa che oggi gran parte degli israeliani ha accettato l’idea dello Stato palestinese, mentre la maggior parte dei palestinesi non ha ancora accettato l’idea dello Stato ebraico.

Novembre 12, 2003 23:23  Permalink


Ven - Novembre 7, 2003

1939-2002

Di Mattia Feltri, dal Foglio, trovato leggendo lo Spino:

“Se Sharon... l’intellighenzia ebraica, la finanza ebraica, non sapranno operare concretamente per una significativa correzione di rotta, allora temiamo per ogni ragionevole speranza di pace”,
www.islam-online.it, aprile 2002.

“Se la finanza ebraica internazionale d’Europa e fuori d’Europa dovesse arrivare, ancora una volta, a far precipitare i popoli in una guerra...”.
Adolf Hitler, al Reichstag, 1939.

Novembre 7, 2003 3:3  Permalink


Mar - Novembre 4, 2003

Mica siamo l'unione sovietica

Il grande Vincino a modo suo commenta il sondaggio secondo cui la maggioranza degli europei ritiene Israele la maggiore minaccia per la pace mondiale.
Qui la vignetta.

Novembre 4, 2003 14:5  Permalink


Gio - Ottobre 30, 2003

Conti in tasca a Greenpeace

Grazie ad Antonio Gaspari, riporto un interessante articolo di Rita Bettaglio tratto dall'ultimo Green Watch News (n.28, non on-line), a cui ho aggiunto i link.

Dubbi su Greenpeace
Nell'immaginario collettivo Greenpeace appare essere il difensore dell'ambiente e riunire volontari animati da sincero interesse per l’ambiente: ragazzi in t-shirt qualche volta duri, ma puri che combattono per grandi ideali. Ma siamo sicuri sia proprio così? Chi organizza e finanzia campagne costose ed azioni non di rado poco pacifiche? [...] Greenpeace non è una semplice associazione, è una galassia od un impero, come preferite. Vediamo di esplorarne la geografia e potremmo rimanere stupiti di un’architettura tanto complessa.

Recentemente negli Stati Uniti Greenpeace è stata oggetto di polemiche da parte di Public Interest Watch (PIW) che ha accusato il colosso ambientalista di violazione delle leggi fiscali (qui il pdf relativo, NdE) e paragonato Greenpeace ad una delle tante corporation, come Enron o Tyco, divenuto ormai sinonimo di corruzione. Non vogliamo entrare nel merito delle accuse mosse ma, a onor del vero, il problema, per ammissione dello stesso PIW, interessa in generale il mondo del no-profit.

La struttura organizzativa di Greenpeace consiste in entità multiple, associate fra di loro e con fisionomia diversa. Vediamo di esaminarle brevemente. Anzitutto troviamo Greenpeace International: ha sede ad Amsterdam ed è la più grande organizzazione dell'universo di Greenpeace. Nel 2000 il suo budget è stato di 34 miliardi di dollari, provenienti dalle organizzazioni nazionali di Greenpeace. I campi d'interesse di Greenpeace International vanno dal cambiamento climatico agli oceani, dall’ingegneria genetica al disarmo nucleare. Le Greenpeace nazionali sono circa 40, distribuite in tutto il mondo. Alcune sono entità indipendenti, come Greenpeace, Inc. e Greenpeace Fund, Inc. negli Usa; altre, invece, sono satelliti di Greenpeace International. Nel 2000 il budget totale di tutte le organizzazioni Greenpeace, incluso la International, è stato di 143 miliardi di dollari.

Vale la pena soffermarsi sulle strutture americane di Greenpeace, quelle, fra l'altro messe sotto accusa recentemente. Negli USA le entità principali sono Greenpeace, Inc. e Greenpeace Fund, Inc. Entrambe sono organizzazioni no-profit ma con differente profilo. La legge statunitense prevede due tipi di no-profit, designate come 501(c)(3) e 501(c)(4). La principale differenza tra i due è che nel caso di 501(c)(3) i contributi sono deducibili dalle tasse per i benefattori ma possono essere impiegati solo per attività educative, caritative, religiose ed altre, ma mai per intraprendere azioni legali o partecipare a campagne pro o contro candidati politici. Per contro le organizzazioni di tipo 501(c)(4) hanno possibilità di utilizzare i fondi per scopi più ampi, inclusi quelli non consentiti alle 501(c)(3), ma i contributi non sono deducibili: questo rende più difficile il reperimento di fondi da parte dei donatori.

Greenpeace Fund, Inc. è un'organizzazione 501(c)(3), mentre Greenpeace, Inc. è 501(c)(4). Nel 2000, ultimo anno di cui sono disponibili i bilanci, Greenpeace Fund, Inc. ha raccolto 7,5 miliardi di dollari e ne ha passati 4,5 a Greenpeace, Inc., 3,7 a Greenpeace International ed i restanti 0,8 ad organizzazioni Greenpeace di alcuni altri paesi. Greenpeace, Inc. ha il suo quartier generale a Washington, D.C., ma è stata fondata in California e, quindi, è soggetta alla legislazione di quello stato in materia fiscale. La sua attività, più ampia di quella di Greenpeace Fund, Inc., è quasi esclusivamente di campagne di pressione verso compagnie o governi per modificare procedure o politiche. Molte azioni poste in atto dagli attivisti, inoltre, sono contrarie alle leggi vigenti: parecchi attivisti sono già stati arrestati nel mondo e qualcuno ha sostenuto le loro spese legali (!). Per scopi pubblici essa utilizza il nome di Greenpeace USA. Essa è finanziata in modo significativo da Greenpeace Fund, Inc. che può raccogliere contributi fiscalmente deducibili. Nel 1999 le sue entrate sono state pari a 14,2 miliardi di dollari di cui il 30% da Greenpeace Fund, Inc. Greenpeace Fund, Inc. ha la sua principale sfera d’azione nel raccogliere fondi da destinare ad altre Greenpeace e non svolge attività in proprio.

Nel panorama statunitense merita un cenno anche Greenpeace Foundation, Inc. Si tratta di una delle prime organizzazioni Greenpeace, con base nelle Hawaii. Essa è in aperto contrasto con Greenpeace USA e Greenpeace International. Ad esse rimprovera spregiudicatezza nella raccolta dei fondi, antiamericanismo ed insufficiente devozione alla causa della difesa degli animali. E’ una organizzazione di tipo 501(c)(3) e non spende più di 250mila dollari all'anno. Il fatto che Greenpeace Fund, Inc. si occupi esclusivamente di raccolta di fondi deducibili e delle loro successiva distribuzione ad organizzazioni collegate ma con diverso regime fiscale è alla base dell'accusa di essere una centrale di "lavaggio" di denaro, anche perché non si capisce il motivo dell'esistenza di organizzazioni a diverso statuto per uno scopo apparentemente unico, come '’asserita tutela dell’ambiente.

Molte fondazioni indipendenti finanziano Greenpeace Fund, Inc.: la lista è lunga e compaiono nomi molto noti negli USA. Riportiamo qui una lista parziale delle fondazioni più importanti che hanno finanziato Greenpeace Fund, Inc., quale compare in un recente rapporto (il pdf già segnalato, NdE) di Public Interest Watch:

- The David and Lucile Packard Foundation
- John D. and Catherine T. MacArthur Foundation
- Rockefeller Brothers Fund, Inc
- Turner Foundation, Inc.
- Charles Stewart Mott Foundation
- Lannan Foundation EUR The Joyce Foundation
- W. Alton Jones Foundation, Inc
- The Trust for Mutual Understanding
- The Scherman Foundation, Inc.
- Columbia Foundation
- Public Welfare Foundation, Inc.
- Wallace Global Fund
- Reiman Charitable Foundation, Inc.
- The New York Community Trust
- HKH Foundation
- Joyce Mertz-Gilmore Foundation
- The Wilburforce Foundation
- The John Merck Fund EUR Town Creek Foundation, Inc.
- The Rockefeller Foundation
- Foundation for Deep Ecology
- Wallace Genetic Foundation, Inc
- The Capital Group Companies Charitable Foundation
- The Max and Victoria Dreyfus Foundation, Inc.
- The Overbrook Foundation
- Stephen and Tabitha King Foundation, Inc.

Ottobre 30, 2003 0:15  Permalink


Ven - Ottobre 24, 2003

Il Gulag nascosto

Come segnalato anche da 1972 (che ieri rimandava anche a un articolo sul Washington Post), potete trovare qui in formato PDF (4,5 Mb) il documento rilasciato ieri dallo U.S. Committee for Human Rights in North Korea riguardante i campi di concentramento in Corea del Nord.

Si chiama "The Hidden Gulag. Exposing North Korea's prison camps" ed è la prima, grande, organica documentazione, corredata anche di foto satellitari, di una realtà già nota da molto tempo, ma di cui non si conoscono ancora bene le effettive dimensioni.

Nel documento, oltre alle fotografie, c'è un'ampia descrizione preceduta da un inquadramento storico, e arricchita da numerose testimonianze di sopravvissuti, alcune decisamente agghiaccianti. Tra i testimoni anche quel Kang Chol Hwan che ha scritto il primo racconto dettagliato pubblicato in occidente sull'argomento, da tempo già disponibile anche in italiano.

Scaricate e leggete. Vi renderete conto che la prima parte di "007: La morte può attendere", con l'arresto, la tortura e la detenzione di James Bond da parte delle guardie nord-coreane, è un racconto di fantasia solo perché quello che veramente succede laggiù è ben peggiore.

Ottobre 24, 2003 1:16  Permalink


Mer - Ottobre 22, 2003

Interpretazioni

Mentre il sempre ottimo Magdi Allam sul Corriere ci annuncia (o ci ricorda) che siamo tutti in guerra, anche noi italiani, ho letto delle interessanti riflessioni dello studioso e scrittore tunisino Abdelwahab Meddeb, in un'intervista a Repubblica del 9 ottobre scorso (citata dal Foglio di lunedì 13, non on-line), in cui parla dell'argomento che dà il titolo al suo libro: "La malattia dell'Islam":

Qual è la malattia dell'Islam? «È l'integralismo che si fonda su una interpretazione letterale e semplicistica del Corano, un'interpretazione che non ammette discussioni presentandosi come eterna e assoluta. Per gli integralisti il testo deve essere applicato alla lettera, senza essere contestualizzato. In questo modo la religione diventa follia che pratica la jihad, taglia le mani, lapida e impone il velo alle donne.
[...]
Nell'islam chiunque può leggere e interpretare il testo. Ciò permette agli integralisti di autorizzarsi come esegeti. In passato, i pochi che si avvicinavano al Corano erano persone colte che sapevano risolvere le questioni tecniche dell'interpretazione. Gli integralisti non hanno assolutamente questa preparazione, sono i figli dell'alfabetizzazione di massa, sono dei semi-letterati incapaci di affrontare i problemi dell'esegesi. La loro è una lettura semplicistica e schematica, che banalizza il testo, forzandone persino il significato. Ciò avviene per la questione della jihad o anche per l'identificazione tra sfera politica e religiosa, che è considerata da tutti come un elemento proprio dell'islam In realtà il Corano può dar luogo ad una lettura diversa da quella oggi dominante. Non era quindi inevitabile che l'islam diventasse quello che è diventato, vale a dire una religione guerriera.
[...]
La modernizzazione dei paesi islamici è stata condotta da despoti che hanno ignorato totalmente la democrazia. La gente ha imparato a leggere e a scrivere senza ottenere alcun diritto politico e sociale. Il populismo ha fatto disastri. Si è formata una classe di semi-letterati frustrati e pieni di risentimento, perché le loro aspirazioni sociali e culturali non sono state soddisfatte. Costoro nutrono di religione la loro voglia di rivolta, sognando nostalgicamente di restaurare gli antichi splendori dell'islam».
Nel X secolo «i musulmani erano i padroni del mondo [...]. In seguito, da dominatore l'islam è diventato dominato. Questa decadenza è vissuta molto male dai fondamentalisti, i quali, attraverso l'antioccidentalismo, designano un nemico esterno, evitando di riconoscere il proprio fallimento. La guerra delle civiltà non l'ha inventata Huntington ma gli integralisti islamici nella prima metà del secolo scorso».
[...]
Si deve ingaggiare una vera e propria battaglia dei testi, per contrapporsi alle letture semplicistiche e folli degli integralisti. Nei prossimi anni, l'islam sarà teatro di una terribile guerra intestina, e uno dei fronti di questa guerra sarà quello dell'interpretazione del Corano». Bisognerebbe poi «riformare l'insegnamento scolastico che ha prodotto l'islamismo diffuso oggi dominante, quell'islamismo che, quando passa all'azione, dà luogo al terrorismo. Naturalmente si tratta di un programma enorme, che necessita di una vera e propria rivoluzione culturale di lungo periodo. Alla lunga, l'integralismo è destinato alla sconfitta, ma ci vorranno ancora dieci o vent'anni prima che il suo ciclo storico si esaurisca. E saranno anni dolorosi».

Ottobre 22, 2003 13:49  Permalink


Sab - Ottobre 18, 2003

Una guerra anti-fascista

Visto che non lo trovo in rete da nessuna parte, ho deciso di riportare io l'ottimo l'articolo di Paul Berman pubblicato dal Corriere il 14 ottobre scorso, che come dice Christian Rocca (che Berman l'aveva intervistato, e di cui aveva recensito il libro ad aprile) spiega tutto.

CLICCATE QUI per leggere le sei ragioni per cui la sinistra non ha capito che la guerra contro Saddam Hussein era anti-fascista.

Ottobre 18, 2003 0:54  Permalink


Gio - Ottobre 16, 2003

It's beyond me

È uscita la nuova relazione di Paul Bremer sui primi 6 mesi di presenza alleata in Iraq, e Christian Rocca ne ha scritto sul Foglio facendo notare che le cose laggiù stanno andando sempre meglio, ma soprattutto che l'obiettivo degli attentati non sono gli americani:

L'hotel Baghdad, verso il quale si sono lanciati i kamikaze, ospita anche le abitazioni e gli uffici di cinque membri del Consiglio governativo iracheno e di parecchi ministri del governo provvisorio. E' stato un attacco contro gli iracheni che iniziano ad autogovernarsi, non contro i servizi segreti americani. La bomba voleva colpire, e ha colpito, il nuovo Iraq libero, i morti sono iracheni, i nuovi poliziotti iracheni. La differenza è importante, e mostra quale sia l'effettivo problema oggi nel paese. C'è un manipolo di fedeli al dittatore che, insieme ai fascisti arabo-islamici, vuole restaurare la dittatura e uccide chi si impegna per un Iraq libero e democratico. Hanno già ucciso Akila Hashimi, una delle due donne del Consiglio governativo, così come è stato assassinato un leader sciita, così come sono state colpite le "pacifiche" Nazioni Unite.

Segue un bell'elenco dei progressi dell'Iraq post-liberazione, che vi consiglio di leggere per intero (o, meglio ancora, nel testo originale): è il quadro della rinascita di un paese. Lo stesso Rocca riporta oggi un link ai risultati di un sondaggio condotto a Baghdad: il 71% dei residenti nella capitale non vuole che le truppe americane se ne vadano nei prossimi mesi.

Donald Rumsfeld, in questo interessante intervento a Colorado Springs la settimana scorsa (trovato grazie a The Command Post) non riesce a capacitarsi di come la stampa possa continuare a trattare l'operazione in Iraq come un fallimento.

I'll tell you, it's beyond me. I just had a hearing before the House of Representatives Appropriations Committee on an emergency supplemental budget. And that very day, 17 members of the United States Congress, Republicans and Democrats alike, had just arrived back from Iraq. And six of them were on that committee. And they went right down the line, every single one of them, saying that what they see and read about Iraq in the United States and in the region does not compare with what they personally saw and experienced with their own eyes.  These people went right down -- they were stunned by the difference between what they experienced in that country and what they saw and what they were being told in the press.

Now, it should not surprise you that the next day there was not a single word in the press about that hearing. Not one of those first eyewitness comments by seven members -- six or seven members of the United States House of Representatives of both parties -- not a single word of what they said about what was taking place in Iraq appeared, to my knowledge, in -- at least in the Washington press.

Rumsfeld ritiene che un motivo possa essere il fatto che i giornalisti hanno sempre bisogno di cattive notizie, e canali che trasmettono news 24 ore su 24 devono darsi da fare a trovare una cattiva notizia ogni ora.
Noi, guardando la situazione in Europa e in Italia, pensiamo che sia in gioco molto di più dello share di qualche emittente, e che un'ottusa ideologia anti-americana sia alla base dell'atteggiamento obiettivamente cieco di giornalisti nostrani e pacifinti (leggere questo importante articolo di Magdi Allam per rendersene conto).

Anche noi, con Rumsfeld, non ci capacitiamo di certe cose, ma chiudiamo con le sue parole:

Those folks, men and women in uniform, civilians, our coalition partners, they have proceeded to do thousands of projects. [...] They did a terrific job, and by golly, they deserve a lot of credit. And the idea of calling it a quagmire is flat wrong.

Ottobre 16, 2003 3:51  Permalink


Mar - Ottobre 14, 2003

Dove essere cristiani non si può

Segnalo il post di 1972 sulle persecuzioni dei cristiani nel mondo islamico. Il maestro riporta un link a un dibattito di Frontpage Magazine sull'argomento e - oltre a citarmi in ottima compagnia - ne parla così:

[...] un fenomeno di cui si parla poco e malvolentieri ma che si ritiene coinvolga più di 120 milioni di persone. Espressione dell’intolleranza fondamentalista, questo genere di discriminazione – oltre a rappresentare uno scandalo dal punto di vista della violazione dei diritti umani - è ideologicamente legato alla più generale minaccia integralista antioccidentale e pertanto dovrebbe inserirsi a pieno titolo nella scala di priorità che alimentano la lotta contro il terrorismo.

Ottobre 14, 2003 0:21  Permalink


Sab - Ottobre 11, 2003

Il secolo del martirio

Trovo su Sorvegliato Speciale la notizia dell'assassinio di Annalena Tonelli, uccisa lunedì scorso in Somalia da fondamentalisti islamici. Costruiva ospedali. La chiamavano la Madre Teresa italiana. Come potete immaginare, la sua unica colpa era di costruire ospedali nel nome di Cristo.

È solo una dei moltissimi martiri che in tutte le parti del mondo vengono tuttora uccisi solo perché di religione cristiana.
Fondamentale lettura a riguardo è il libro di Antonio Socci, "I nuovi perseguitati. Indagine sulla intolleranza anticristiana nel nuovo secolo del martirio".

Ne potete trovare qui qualche breve estratto.

Riportiamo invece qui sotto qualche riga dalla prefazione (pagg. 7-9), di Ernesto Galli della Loggia:

Il passo che più mi ha colpito di questo libro che il lettore si trova tra le mani non è di pugno dell’autore. È una citazione che egli riporta in una nota. Si tratta di alcune righe di Lévy-Strauss: «Ho cominciato a riflettere – scrive autobiograficamente il grande studioso francese – in un momento in cui la nostra cultura aggrediva le altre culture, di cui perciò mi sono fatto testimone e difensore. Adesso ho l’impressione che il movimento si sia invertito e che la nostra cultura sia sulla difensiva di fronte alle minacce esterne e in particolare di fronte alla minaccia islamica. Di colpo, mi sento etnologicamente e fermamente difensore della mia cultura». [...] Il libro di Antonio Socci [...] costituisce per l’appunto un momento importante di questa opera di scoperta, o meglio, di vero e proprio recupero dall’oblio. Esso ci aiuta a ricordare un grande rimosso: l’uccisione – vogliamo adoperare il termine appropriato? Il martirio – nel Novecento di un enorme numero di cristiani. Non so dire se le cifre riportate sono proprio quelle, esatte alla decina e all’unità, ma la loro portata non può essere messa in dubbio ed è tale da lasciare senza fiato: sono oltre 40.000.000 i cristiani uccisi per la loro fede nell’arco del secolo appena terminato, mentre si calcola che siano circa 160.000 le persone che ogni anno trovano la morte per lo stesso motivo. Inutile aggiungere che molti di più sono i perseguitati, coloro che subiscono restrizioni della loro libertà religiosa: che non possono aprire una chiesa, non possono assistere ad una funzione religiosa pubblica, non possono stampare i testi della propria fede.

Guardando questa mappa (pdf) potete farvi un'idea di quanto vaste siano al mondo le aree in cui la libertà religiosa è assente o limitata.

Ottobre 11, 2003 2:20  Permalink


Doping

Le citazioni che seguono sono state riportate in un lungo articolo sul Foglio di lunedì 6 ottobre (non on-line).

Dall'interrogatorio del giudice Giuseppe Casalbore allo juventino Gianluca Pessotto:
«Lei ha fatto uso anche di creatina?»
«Sì»
«Continua a farne uso?»
«No»
«Non ne fa più uso?»
«No»
«E che cosa le danno? Degli integratori?»
«Sì, abbiamo il Gatorade, l'R2, l'acqua...»
«L'acqua, sennò muore, se non le danno l'acqua, sarebbe il primo caso di società che uccide i giocatori».
[Alessandra Anzolin, Paolo Mondani, Report, 30/9/2003]

***

«In Francia esce un libro inchiesta di Eric Maitrot, giornalista, profondo conoscitore delle vicende della nazionale di calcio: racconta che sei mesi prima del Mondiale vinto dalla Francia, i futuri campioni vennero sottoposti a un controllo antidoping a sorpresa che suscitò irritazione e polemiche in seguito alle quali il ministero dello Sport "suggerì" di non farlo mai più».
[Gianfranco Teotino, Corriere della Sera, 25/5/2003] (vedi anche qui)

***

La prossima frontiera è il doping genetico.
Il professor Salizzoni: «Qualcuno lo sta già studiando, lo sappiamo; ma i rischi sono enormi. Si stimola il patrimonio genetico a produrre gli ormoni che arricchiscono il sangue o quelli della forza. Ma per quanto? È un salto nel buio, nessuno sa cosa succederà al fisico umano in quei casi. E se la macchina si inceppasse all'improvviso?»
[Eugenio Capodacqua, La Repubblica, 11/8/2003]

***

Controlli a sorpresa.
Barbi: «Mi hanno chiesto: "Ti sta bene fare il controllo a sorpresa? E quando?"»
[Marco Gregoretti, "GQ", maggio 2003]

Ottobre 11, 2003 1:34  Permalink


Gio - Ottobre 9, 2003

Balle d'Egitto I e II (e forse continua)

Oggi suggerisco la lettura di due post consecutivi del Griso, dal titolo "Balle d'Egitto". Qui la prima parte, e qui la seconda (subito sopra la prima, per chi volesse seguire solo il primo link).

Ottobre 9, 2003 1:30  Permalink


Mar - Ottobre 7, 2003

Cancella il debito? (2)

Grazie a Stranocristiano, leggo che il quotidiano Libero di domenica ha pubblicato un articolo in cui si ripete più estesamente quanto da noi già scritto riguardo ai paesi africani indebitati fino al collo con l'occidente, ma possessori di conti all'estero superiori al loro debito.

Tuttavia dall'articolo in questione sembrerebbe quasi un problema del tipo: i ricchi in questi paesi poveri hanno tanti soldi, loro, all'estero. Il pezzo si apre infatti con questa affermazione:

[...] se i soldi che gli africani ricchi tengono nelle banche occidentali rientrassero di colpo nei rispettivi Paesi d’origine, il debito del Continente nero col resto del mondo sarebbe azzerato.

E più avanti si scrive che

In media, per ogni dollaro che è entrato, nel giro di un anno 80 centesimi hanno preso il volo «alimentando», scrivono gli esperti del Palazzo di Vetro, «una vasta fuga di capitali a sua volta produttrice di debito»

Tutto vero, se non fosse che quei soldi degli "africani ricchi" che sono entrati nel paese non sono proventi di affari, o il risultato di fortunate giocate in borsa, ma sono per la maggior parte i soldi degli aiuti esteri, come chiaramente spiega il documento originale (pdf) citato nell'articolo:

External borrowing appears to be the single most important determinant of capital
flight (Ndikumana and Boyce 2002). In 1970-96 roughly 80 cents of every dollar that
flowed into the region from foreign loans flowed back out as capital flight in the same year, suggesting widespread debt-fueled capital flight. (Debt-fueled capital flight
occurs when funds borrowed abroad are reexported as private assets.)

Sulla questione dell'Africa trattata come un bambino innocente e pure un po' idiota abbiamo già scritto qui, e anche oggi colgo l'occasione per aggiungere un'altra tessera al mosaico.

Riporto un paio di passi dal libro "Davide e Golia" di Piero Gheddo. I missionari sono tra le persone che più si sporcano le mani con la povertà e le miserie di certi paesi, quindi possono raccontare tante cose interessanti a riguardo. In particolare riporto qualche passo sulla Guinea.

"La Guinea-Bissau, un milione di abitanti su un territorio pianeggiante esteso il doppio del Veneto (che di abitanti ne ha 4,5 milioni), ricco di acque, con un mare pescosissimo, non produce cibo a sufficienza per i suoi cittadini. Com'è possibile?
[...]
«Il vescovo di Bissau, il francescano veronese monsignor Settimio Ferrazzetta, mi diceva nel 1997 che le maggiori risorse della Guinea sono i diritti di pesca del suo mare e gli aiuti che vengono dall'estero, dato che il Paese produce pochissimo al di fuori della sussistenza. "Le navi che vengono a pescare nel nostro mare - diceva Ferrazzetta - sono almeno un centinaio e pagano in media dai 150.000 ai 300.000 dollari l'anno a seconda del tonnellaggio: le navi europee firmano il contratto attraverso la Comunità Europea... Sono milioni di dollari che arrivano ogni anno in Guinea: dove vanno a finire? Nei bilanci statali non risultano. Il denaro che arriva dall'estero per il finanziamento dei piani statali, dove va a finire?... Non c'è troppo da scandalizzarsi, l'Africa è tutta così, c'è una corruzione tremenda che taglia le gambe allo Stato perché la mentalità diffusa è questa: chi va al potere deve guadagnare tanto e in fretta perché può cadere da un momento all'altro.» (Pietro Gheddo, "Missione Bissau. I cinquant'anni del Pime in Guinea", 1947-1997, Emi 1999, pagg. 290-291)
Il vescovo di Bissau raccontava che al convegno internazionale della Fao a Roma (ottobre 1996) avevano «partecipato 33 guineani, a spese dello Stato. Oltre al Presidente è andata la moglie del Presidente, la sorella della moglie, poi altre signore che, l'hanno pubblicato con risalto i giornali italiani di cui ho avuto i ritagli, in via Condotti a Roma hanno firmato chèque di 42 milioni di lire per le loro spese!» Un missionario commentava: «La Guinea-Bissau è un Paese del Terzo mondo, ma i suoi dirigenti hanno esigenze da primo mondo, che cercano di soddisfare a spese del popolo»."

Ancora sulla Guinea (pag.73):

"Intervistatore: Ma nel chiedere l'azzeramento del debito si chiede pure che i governi locali assumano provvedimenti a favore delle classi più deboli...

Gheddo: E tu pensi che basti chiedere questo, quando tutto il sistema dell'amministrazione pubblica e dei governi è basato sulla corruzione? Un esempio. In Guinea-Bissau la Svezia costruì nel 1976 l'unica strada lastricata dell'isola di Bubaque (isole Bijagos), lunga 18 km, e la donò al governo locale, impegnandosi ogni anno a mandare un finanziamento per la manutenzione. Oggi la strada è disastrata e impraticabile.
Qualche anno fa il governo svedese si è offerto di mandare sui tecnici per ripararla, facendo lavorare personale locale e pagando tutte le spese. Il governo di Bissau ringrazia per il dono ma risponde: dateci i soldi e ci pensiamo noi. Dalla Svezia replicano: no, paghiamo noi e costruiamo la strada con la vostra manodopera. Finora non s'è fatto niente. Naturalmente gli svedesi temono che il denaro, una volta arrivato sul posto, come quello mandato per la manutenzione, venga usato in tutt'altro modo."

Ottobre 7, 2003 13:26  Permalink


Mer - Ottobre 1, 2003

Perché gli Americani devono restare in Iraq

Grazie a Stranocristiano, segnalo un articolo del politologo Vittorio Parsi da Avvenire del 27 settembre.

Non c'è dubbio alcuno che la prospettiva americana si fonda su due presupposti che per molti restano difficili da accettare: la democrazia si può esportare con la forza militare e può essere costruita dall'alto. Al di là di qualunque altra considerazione, credo che convenga ribadire come in termini assoluti e di esperienza storica ciò sia incontrovertibile. Allo stesso tempo è giusto rilevare che il principio dell'autorganizzazione dal basso sia naturalmente associato al concetto stesso di democrazia. D'altra parte, qui non stiamo più discutendo in termini di teoria, poiché una guerra c'è stata e gli americani sono in Iraq, per cui, a questo punto, è interesse comune (della comunità internazionale e del popolo iracheno) lavorare affinché una democrazia che nasce imposta dall'alto e con le armi sia in grado di attecchire e svilupparsi.

Sempre dallo stesso sito segnalo il gradito ritorno della rubrica "Cristianamente Corretto", la recensione semiseria dell'ultimo numero di Famiglia Cristiana. Ne parlavamo anche qui.

Ottobre 1, 2003 2:57  Permalink


Ven - Settembre 19, 2003

Cancella il debito? Ma restituiscano i soldi rubati!

Sullo stesso numero di Tempi citato nel post precedente, troviamo tre argomenti su cui i No Global dovrebbero riflettere.

Uno riguarda i brevetti farmaceutici, gran nemico dei poveri del mondo e dei loro difensori: apprendiamo che quelli ritenuti essenziali dall'Organizzazione Mondiale della Sanità non sono che il 5% del totale.

Il secondo riguarda la privatizzazione dell'acqua, o meglio della sua erogazione, altro cavallo di battaglia no global: l'esempio di città boliviane e filippine in cui è stata sperimentata, dimostra che può rivelarsi un sistema per impedire che solo i ricchi abbiano accesso all'acquedotto pubblico, mentre i poveri la devono comprare a caro prezzo da privati.

Il terzo vale la pena di incollarlo qui sotto per intero, e magari di appenderlo al balcone:

I No-New global hanno marciato tante volte per la cancellazione del debito estero dei paesi poveri, ma mai nemmeno una volta per la restituzione dei prestiti illegalmente esportati all’estero dai governanti del Terzo mondo. Eppure non si tratta di cifre di poco conto. Un rapporto della Commissione delle Nazioni Unite per l’Africa ha stabilito che fra il 1970 ed il 1996 sono stati esportati illegalmente dall’Africa nera 297,7 miliardi di dollari. Cioè una cifra prossima a tutto il Pil dell’Africa nera nel 2001 (307 miliardi di dollari). Se da questa cifra sottraessimo quella del debito estero attuale dei paesi africani, avanzerebbero 85 miliardi di dollari, cioè i paesi sarebbero in attivo anziché debitori! Se non credete a questi dati incredibili, che i No-New global tacciono sempre, andate a leggerveli al seguente indirizzo: www.uneca.org/era2003 alle pagine 44-46 [è un file pdf] dell’Economic Report on Africa 2003.

Settembre 19, 2003 0:24  Permalink


Gio - Settembre 18, 2003

Differenze culturali e uguaglianze sociali

Al vertice di Cancun un sindacalista coreano si è tolto la vita. Alla strumentalizzazione che è seguita alla sua morte, con la colpa attribuita al WTO, alla globalizzazione, alle multinazionali e per vie traverse sicuramente anche ad Ariel Sharon, potremmo rispondere che ci sono al mondo tante persone che compiono gesti simili per motivi da poco, che un quattordicenne che si suicida perché non va bene a scuola non rende la sua scuola colpevole della sua morte, o anche - e non è poco - che uno che già 10 anni prima aveva tentato il suicidio è quantomeno sospetto di instabilità.

Potremmo dire queste cose, o potremmo invece far notare a tutti quelli che hanno letto il gesto come se l'avesse compiuto Josè Bovè, che nonostante la globalizzazione esistono ancora le differenze culturali: per lo stesso motivo per cui un attentato suicida compiuto da un palestinese non ci stupisce come se ad imbottirsi di tritolo fosse un milanese, un suicidio compiuto da un coreano va interpretato anche nel suo contesto culturale.

Rodolfo Casadei su Tempi di questa settimana scrive un interessante articolo su queste cose, e riporta le parole di uno specialista di questioni estremo-orientali:

«Non è stato il gesto di un pazzo o un dramma provocato dall’ingiustizia nel senso che possiamo intendere noi occidentali. C’è una connotazione culturale molto forte in quello che è accaduto. La Corea, come altri paesi asiatici, ha una tradizione di forme di protesta estreme e di manifestanti che compiono gesti estremi. Queste società non sono abituate a conflitti sociali protratti, perché sono centrate su di un concetto di armonia dove la società e i gruppi sociali vengono prima dell’individuo. Quando l’armonia viene infranta e le forme tradizionali di dialogo non risolvono la crisi, l’individuo si sente in dovere di affermare le ragioni del proprio gruppo con gesti estremi, compreso il suicidio. In una società dove l’individuo esiste solo in relazione al gruppo, ad essere inaccettabile è la disarmonia, non il suicidio, che è il gesto estremo con cui si tenta di sbloccare una situazione bloccata, di fare accettare le proprie ragioni alla controparte. Infatti spesso in Asia le crisi si risolvono dopo gesti come questi. Ma così non è stato, né poteva essere, a Cancun, dove le controparti non sono asiatiche. A tutto questo c’è da aggiungere un complesso di inferiorità specificamente coreano che porta ad esasperare le tensioni: da sempre i coreani vivono un senso di frustrazione dovuto all’invadenza dei loro grandi vicini, Cina e Giappone. Sono stati soggiogati alternativamente da giapponesi e cinesi, e da mezzo secolo il loro paese è diviso in due. La frustrazione, il senso di incompletezza spingono i coreani ad esasperare i toni, come se dovessero continuamente dimostrare qualcosa a qualcuno».

Ma se anche volessimo tralasciare questo aspetto, e ci limitassimo alla fredda analisi dei fatti, noteremmo che la protesta coreana è molto simile a quella del sopracitato Bové: rispettabile quanto si vuole, ma scavando sotto lo strato di chiacchiere in difesa dei paesi poveri appare volta a proteggere il mercato interno al paese.

Come scrive Casadei:

Il sindacalista sud-coreano aveva certamente buoni motivi per battersi contro il Wto, ma essi non coincidevano affatto con quelli dei “contadini poveri mondiali”: benchè tenti di proteggersi dietro a barriere doganali pari al 66% del valore del prodotto, l’agricoltura sud-coreana perde quote di mercato per la pressione non solo delle esportazioni sovvenzionate di Ue ed Usa, ma anche per quelle in provenienza dai paesi poveri, destinate a conquistare ulteriori spazi se fosse passata la posizione liberista che il G21, il fronte composto da Brasile, Cina, India, Sudafrica, ecc. cercava di far passare a Cancun. Ha detto le cose come stanno, e perciò merita un encomio, Virginia Lori su l’Unità: «La Corea, la cui agricoltura è una delle più protette al mondo, ha tutto da temere dall’apertura dei mercati. Avverte in particolare, come l’Europa e gli Stati Uniti, la pressione di grandi paesi esportatori come l’Australia ed il Brasile, che [...] assieme ad altri venti grossi paesi esportatori hanno depositato un testo di dichiarazione finale in concorrenza con quello della presidenza della conferenza».
Insomma, Kyang-Hae è morto per affermare le ragioni dei “suoi” poveri contro quelle di altri poveri. La realtà, come al solito, è più complicata dell’utopia.

Se vi interessa, potete leggere qualche dato sulla crescita economica della globalizzata Corea del Sud, qui confrontata con il declino della segregata Corea del Nord.

Settembre 18, 2003 23:41  Permalink


Mer - Settembre 17, 2003

Mediocrazia (2)

Grazie al link trovato su Leibniz segnalo questo "Elogio della diplomazia segreta": un discorso che arricchisce e completa quello di cui abbiamo parlato l'altro giorno qui.

Settembre 17, 2003 23:54  Permalink


Non era spam, ma una super-truffa

Diversi miei lettori mi hanno scritto riguardo alla mail dell'assistente di Taylor, e mi hanno segnalato che piuttosto che di spam, si tratta di una truffa, e pure ben nota da tempo. Mauro mi ha indicato questo articolo sul sito di Severgnini, il Giuda Maccablog mi ha indirizzato qui, Pio mi ha rimandato al sito Nigerianscams e a quest'altro. Grazie a tutti.

Se volete una descrizione particolareggiata (e in italiano) di questa truffa potete rivolgervi al sito che avrei dovuto consultare fin da subito, ovvero il Servizio Antibufala di Paolo Attivissimo. Leggendo questa pagina avrei scoperto subito che questo tipo di raggiro proviene davvero dalla Nigeria (ma anche da altri paesi africani), esiste da diversi anni, agisce anche tramite posta ordinaria, e che soltanto col denaro proveniente dalle vittime statunitensi frutta ai truffatori ben 100 milioni di dollari all'anno.
Tra le varie tragedie di cui è costellata la vicenda, leggerete anche dell'assassinio del console nigeriano nella Repubblica Ceca, vittima innocente della disperazione dell'ennesimo gabbato.

Settembre 17, 2003 23:18  Permalink


Mi scrive Charles Taylor

Oggi ho ricevuto una e-mail da qualcuno che dice di chiamarsi David Alete e di essere l'assistente personale di Charles Taylor, il famigerato ex-presidente della Liberia. Descrive la situazione in cui si trovano lui e il presidente, e chiede l'aiuto di collaboratori oltreoceano per trasferire in un posto sicuro i soldi di Taylor prima che siano tutti confiscati.

Ho pensato subito a un qualche strano tipo di spam, molto intellettuale e poco divertente, ma la cosa più buffa è che nonostante l'indirizzo e-mail indicato sia un "katamail.com", analizzando l'intestazione completa ho scoperto che l'indirizzo IP (80.88.129.18) da cui si direbbe provenga appartiene alla Emperion, una ditta danese che fornisce internet via satellite all'Africa e al Medio Oriente. In particolare, la persona da contattare in caso di problemi relativi a quello e ad altri numeri IP consecutivi risulta essere un signore che sta in Nigeria, ovvero il paese in cui al momento si trova Taylor.

Boh, per ora ho trovato solo una e-mail simile alla mia a questo indirizzo. Se qualcuno ha notizie relative a questa cosa, mi scriva pure. Qui di seguito, riporto la lettera:

Hello, A very good day to you. It may amaze you to be unduelly contacted this way for a pending transaction, and more especially that you do not know me personally.
I am DAVID ALETE,Personal assistance to Charles Taylor, the former President of Liberia. As you may know, he has recently stepped down from power and is presently on assylum in Nigeria.
The purpose of my letter is to ask if you can render the assistance requested, and to bring you to bear my present position and the very need for a true and solicited help with respect to Ex President, Taylor.
View these websites:
http://www.cnn.com/2003/WORLD/africa/08/11/taylor.warcrimes/index.html
http://www.cnn.com/2003/WORLD/africa/08/11/liberia.1300/index.html

Your assistance is needed in the sense that some funds derived from Diamond sales during his tenure needs to be transferred/moved from its present location to a place or an account that you may hopefully provide or arrange.
The reason for this is that plans are underway to confiscate not only his known fixed assets but also liquid assets.
I have been mandated to seek and find a relaible person, based overseas, that can offer the help of securing some or all of the funds in question.
We all have been confined to Calabar, and all our calls are monitored.
So i will use all the available contact to give you all the information you will need.Only few weeks ago, the international body insisted that all our guards be disarmed and security measures for our movements tightened.
If this proposal satisfies you, do respond to this letter and forward to me your phone and fax number to facilitate contacts,Otherwise no offence meant. Please treat as urgent and confidential.
Sincerely yours,
DAVID ALETE.

Aggiornamento: cliccate qui per leggere che è una truffa.

Settembre 17, 2003 1:3  Permalink


Mar - Settembre 16, 2003

Mediocrazia

Sempre in ritardo, segnalo l'ottimo editoriale del Foglio di sabato, "Le conseguenze della mediocrazia". In particolare sottoscrivo in pieno quanto segue:

Una volta eletti per governare in sistemi che prevedono controlli ed equilibri tra istituzioni, una volta scelti per difendere la sicurezza della società e dello Stato, i governi democratici hanno il diritto di convocare ogni giorno l’assemblea globale, sondarla e decidere di conseguenza? E’ razionale che sia così? E’ un arricchimento della democrazia la mediocrazia plebiscitaria che domanda, a te cittadino, l’aggiornamento ad horas del consenso su materie come l’intelligence, la pianificazione bellica, la diplomazia segreta? Secondo noi, la risposta è un bel “no”, nell’interesse della democrazia stessa che deve cautelarsi dal pericolo della manipolazione mediatica e difendersi dagli abusi naturali e legittimi del quarto potere.

Settembre 16, 2003 2:41  Permalink


Mer - Settembre 10, 2003

Povera Lima Azimi, ma chi ti ha portata a Parigi?

Leggo nel blog Zanzarina, via Gino, un post dedicato all'atleta afghana Lima Azimi. Il Gino si chiede se i media le avessero dato spazio, e gli rispondo linkandogli questo articolo da Repubblica e una piccola citazione dal Corriere, ripresa dal Foglio dell' 1 settembre:

L'afghana Lima Azimi, che ha gareggiato nei 100 metri ai Mondiali di Parigi, il giorno della partenza ha perso le sue scarpe da ginnastica nel taxi che dall'albergo la portava all'aeroporto. La federazione gliene ha comprato un nuovo paio da 60 euro, «splendide ma terribilmente care»: «Mio padre guadagna 2mila afghani al mese, suppergiù 45 dollari (quasi 42 euro). Mia madre un po' meno» (Elisabetta Rosaspina, Corriere della Sera, 25/8/2003)

Sorvolo sul solito confronto tra due monete e due livelli di vita che non ha nemmeno senso paragonare, e torno all'articolo di Repubblica e al post della Zanzarina: se pure sono d'accordo che le altre partecipanti avrebbero almeno potuto aspettarla all'arrivo e salutarla, tuttavia vorrei ricordare che stiamo parlando di una competizione di livello mondiale con atlete che hanno trascorso anni per prepararsi al meglio ad una corsa di 10 secondi. Gara in cui la concentrazione prima della partenza è importante forse anche più della corsa stessa, dove se ti distrai un istante e i tuoi riflessi sono una frazione di secondo più lenti di quelli degli altri sei già finito.

Ricordo che nelle gare scolastiche (non ai mondiali!), nelle fasi finali del salto in alto pensavo solo a quella maledetta asta da superare senza sfiorarla, e a concentrarmi sul mio corpo nel tentativo di controllarne al massimo l'inarcamento. In quei momenti non vedi niente e nessuno. Figuriamoci per un professionista, nel momento in cui anni di fatica, di sudore, anche di frustrazioni e sconfitte si compiono in un istante, e dove da un risultato si può decidere il futuro di una carriera, e anche i soldi, sì, perché a questi livelli è un lavoro, e va fatto al meglio.

L'articolo di Repubblica è piuttosto fastidioso nel modo in cui tratta le grandi atlete, neanche fossero delle veline, ironizzando sul fatto che siano ricche, abbiano degli sponsor, corpi statuari e belle divise. Dovrebbero essere delle sciattone trasandate, non allenarsi, negarsi alle TV, regalare tutto ai poveri?

Diciamo le cose come stanno: lo sappiamo tutti che lo sport a questi livelli non è un semplice divertimento tra amici, e che il peso che grava su questi atleti è enorme, perciò non mi sembra proprio il caso di prendersela con loro se in un momento di tale stress hanno ignorato una ragazzina che dalla reclusione sotto i talebani qualcuno ha deciso di mettere sotto gli occhi di tutto il mondo, e senza nemmeno averle mai fatto provare i blocchi di partenza (questo secondo me è molto significativo), l'ha gettata in una gara a cui, francamente, non aveva alcuna ragione di partecipare.

Settembre 10, 2003 2:59  Permalink


Mer - Settembre 3, 2003

Islam e democrazia in Iraq

Sandro Magister presenta qui il nuovo islamologo di Repubblica, Khaled Fouad Allam, che contrariamente alla linea del giornale su cui scrive, tende a mettere in rilievo le cose positive del dopo-guerra, e parla in termini elogiativi del lavoro che gli americani stanno compiendo in Iraq nei rapporti con l'islamismo sciita, rivelando dettagli anche poco noti.

Poi, essendo Allam un essere umano, capita pure che faccia qualche errore, ma glielo perdoniamo volentieri.

Settembre 3, 2003 2:21  Permalink


Mer - Agosto 27, 2003

L'iraq postfascista

Un documento importante, quello di Paul Bremer , sui risultati conseguiti nei primi 100 giorni dell'Iraq liberato. Vale la pena di spendere 5 minuti a leggerlo tutto, per rendersi conto che l'ex proprietà privata di Saddam Hussein sta rinascendo, e nemmeno così lentamente come vogliono farci credere certi pennaioli nostrani. Per guardare una volta tanto al positivo che emerge nonostante tanti bastoni tra le ruote, e non a quel negativo che nasce dall'avere davanti agli occhi due fette di salame ideologico.
Riporto l'introduzione di Rocca dal Foglio del 22 agosto:

Questo documento che Il Foglio pubblica integralmente è stato presentato l'8 di agosto, prima dell'attentato contro la sede Onu a Baghdad e del duplice arresto di due dei principali dirigenti del regime fascista di Saddam, il vicepresidente Yassin Ramadan e, ieri, di Alì il chimico, il gasatore di migliaia di sciiti. L'Iraq postfascista non è ancora un paese sicuro, non è ancora il paese dei sogni della Casa Bianca (copyright New York Times), ma oggi ospita un popolo che ha finalmente una speranza di futuro migliore (copyright Washington Post). Prima non c'era nemmeno questa. Sergio Vieira de Mello, ucciso con altri ventidue funzionari Onu sbarcati a Baghdad per ricostruire un paese distrutto da una delle più brutali dittature del mondo, nella sua ultima intervista, riportata ieri da Repubblica, ha risposto così alla domanda se "a suo avviso l'intervento militare in Iraq era giustificato": "Non abbiamo trovato armi di distruzione di massa, ma sono state scoperte molte fosse comuni. Abbiamo le prove di migliaia di casi di violazioni dei diritti umani, e questo basta. Gli iracheni hanno ricominciato a vivere".
Il documento, scritto da Paul Bremer e dai suoi uomini, fa un primo bilancio di questo ritorno alla vita. Parziale, incompleto, difficile e pericoloso quanto si vuole, ma alcuni obiettivi sono stati raggiunti. Il testo si intitola enfaticamente "Risultati in Iraq: 100 giorni per la conquista della sicurezza e della libertà". Il sottotitolo spiega che si tratta di un elenco dei "principali successi riguardanti il rinnovamento dell'Iraq e la fine del regime di Saddam". E' un documento molto americano, scritto per punti, con le shortlist dei dieci motivi o dei diecisegnali di miglioramento della vita quotidiana nazionale, economica e culturale.
Sostiene Bremer che aver liberato l'Iraq abbia contribuito a indebolire il fronte terroristico e, pur non sottovalutando i pericoli, anche a rafforzare giorno dopo giorno la sicurezza interna. Gli attentati e le uccisioni dei marines americani testimoniano di problemi enormi, ma certo non si tratta di "resistenza" popolare irachena agli invasori yankee, come si legge spesso sui giornali nostrani. La parola resistenza, quanto meno in Italia, dovrebbe ricordare altro. I resistenti erano i partigiani, gli antifascisti che l'esercito alleato liberò dal nazifascismo. Gli altri, i seguaci del regime, i fedeli al dittatore, i nostalgici del totalitarismo, cioè gli avversari dell'esercito liberatore e dei partigiani, combattevano per la Repubblica Sociale di Salò. I Fedayn di Saddam, se proprio si vuole fare il paragone, sarebbe meglio chiamarli repubblichini, non resistenti.
Bremer, nel documento, elenca puntigliosamente i programmi per l'infanzia irachena, per il ritorno a scuola, per i vaccini, e le tonnellate di cibo distribuite. Si possono leggere i dati sul miglioramento della condizione delle donne e sui centocinquanta giornali liberi e indipendenti che sono stati fondati dal giorno della liberazione. Ci sono i dati sulla nascente economia e su una parvenza di nuova vita culturale.
Sul piano politico sono fondamentali i "Dieci segnali di democrazia", dalla nascita del Consiglio direttivo rappresentativo dell'articolazione etnica, territoriale e politica del nuovo Iraq, i primi sindaci, i lavori preparatori della Costituzione. E' già tanto ma contemporaneamente ancora troppo poco. Servono impegno maggiore, più uomini, più soldi, più cooperazione.
Il documento non fa cenno al mancato ritrovamento delle armi di distruzione di massa. Ma, come diceva anche Vieira de Mello, sono state trovate le fosse comuni di massa. "E questo basta".

Agosto 27, 2003 2:38  Permalink


Dom - Agosto 24, 2003

Mondo arabo sottosviluppato

In questo post il blog Pensieri in Prestito riporta stralci da un articolo che affronta il tema di come la lotta di liberazione della Palestina sia contemporaneamente causa dell'arretratezza araba e scusa per non affrontare tale arretratezza: c'è un nemico da sterminare, Israele, origine di ogni problema, quindi tutto il resto deve passare in secondo piano. Come abbiamo già detto, e come viene confermato continuamente in qualche autobus di Gerusalemme, a Hamas o Al Fatah o a quel genio dell'ipocrisia che è Arafat non interessa la pace. O meglio, interessa secondo la propria visione del mondo: non ci può essere pace finché esiste Israele.

La situazione palestinese è comune a gran parte del mondo arabo. Si è detto spesso che se non fossero impegnati in continue guerre contro qualche diabolico nemico, tutti quegli arabi che danno la vita per una qualche causa fabbricata da chi li governa potrebbero rendersi conto che la colpa dei loro mali non è di Israele nè dell'occidente, ma semplicemente dei propri capi.

Consiglio la lettura dell'articolato Arab Human Development Report 2002, un documento scritto per l'ONU da studiosi arabi, anche scaricabile completamente qui (pdf, 4.4 MB, in inglese). Una breve sintesi la trovate in questo articolo di Tempi, da cui stralcio le righe seguenti:

I Paesi arabi? Sono “più ricchi che sviluppati”. La loro produttività è in declino. La ricerca e l’innovazione tecnologica sono deboli o inesistenti. Scienza e tecnologia sono dormienti. Gli intellettuali fuggono un ambiente sociale e politico che, quando non è repressivo, appare istupidito. Alle donne arabe è impedito quasi ovunque di progredire: metà di esse non sanno né leggere, né scrivere: «il mondo arabo purtroppo sta privando se stesso della creatività e della produttività di metà dei suoi cittadini». In definitiva, le società arabe sono paralizzate dalla mancanza di libertà politica, dalla repressione delle donne e da un isolamento dal mondo delle idee che soffoca la creatività. [...] Il rapporto non critica direttamente l’islamismo militante, ma fa capire che buona parte dei problemi di arretratezza del mondo arabo dipendono da esso.

In un altro pezzo riguardante lo stesso documento leggiamo qualche altro dato, tra cui questi:

La spesa per l’educazione è la più alta fra tutte le aree in via di sviluppo. Ma su 280 milioni di arabi 65 milioni di adulti sono analfabeti (due terzi donne) e 10 milioni di bambini non vanno a scuola; la spesa per la ricerca e l’innovazione tecnologica è un settimo della media mondiale; il tasso di disoccupazione è del 15 per cento, il più alto fra i Paesi in via di sviluppo. Il tasso di alfabetizzazione fra gli arabi è circa lo stesso dell’Africa sub-sahariana, e nettamente inferiore a quelli di America latina, Sud-Est asiatico e Asia orientale (le stesse aree del mondo che, insieme ai Paesi industrializzati, hanno un Indice di sviluppo umano superiore a quello arabo).

A pagina 78 del rapporto, dopo aver letto che si producono pochi libri, e la maggior parte di argomento religioso, apprendiamo che (traduzione mia):

Anche le cifre relative ai libri tradotti sono scoraggianti. Il mondo arabo traduce circa 330 libri all'anno, un quinto del numero tradotto dalla Grecia. Il numero complessivo di libri tradotti dai tempi del Califfo Maa'moun (nono secolo) è di circa 100.000, quasi quanto la Spagna traduce mediamente in un anno.

Ora sono curioso di leggere il rapporto di quest'anno, che verrà pubblicato il 15 ottobre, ma di cui sappiamo che

"starts where the first left off and takes an in-depth look at how Arab societies can overcome their knowledge deficits by liberating and leveraging their intellectual, cultural and knowledge assets through good governance and social and economic innovation."

Agosto 24, 2003 2:34  Permalink


Mer - Agosto 20, 2003

Mite estate giapponese

Mentre in Italia si muore di caldo, e i giornali ci marciano inserendo nel computo tutte quelle morti che sarebbero avvenute anche con 20 gradi in meno, gli opinionisti commentano dando la colpa al riscaldamento globale e all'inquinamento e, già che ci sono, anche al governo, in Giappone stiamo avendo l'estate più fresca degli ultimi 10 anni.
Piove spesso, la settimana scorsa faceva quasi freddo, e oggi abbiamo 26 gradi. Abituati a passare l'agosto a Tokyo con un caldo asfissiante e la solita umidità pazzesca, devo dire che siamo piuttosto contenti. Non mancano naturalmente i problemi: a causa del clima straordinariamente mite, la vendita di birra, condizionatori e abiti estivi è stata decisamente inferiore alla media, nuocendo all'economia locale.

Agosto 20, 2003 14:19  Permalink


Mer - Agosto 6, 2003

Effetti di male luciferino

Il Foglio ha un bell'editoriale sulla morte di Marie Trintignant, l'attrice uccisa a botte dal suo compagno, leader di un famoso gruppo musicale francese, i Noir Désir, in prima fila nella lotta alla destra, alla globalizzazione, ai soprusi, alla violenza.

[...] Solo un ideologo fazioso e stupido potrebbe approfittare per una predica bacchettona di questo evidente simbolismo, con le cause nobili, la rivolta, il piacere di consacrare l’esistenza al sogno di un mondo migliore, e tutto che finisce con una scarica di pugni sul volto di una donna libera, volitiva, fragile. Ogni storia è una storia, e ogni morale non banalmente sociologica è morale al singolare, riguarda individui responsabili, cedimenti alle passioni irresponsabili, orrori non così facilmente classificabili. Però è doveroso ripetersi che non esistono scappatoie ideologiche alla condizione umana, che la distinzione antropologica tra un mondo desiderante e un mondo arrogante non regge alla prova dei fatti. Carlo Giuliani era un sognatore e un simbolo di debolezza umana, ma voleva colpire un carabiniere della sua età che faceva il suo mestiere. Volkert van der Graaf era un tenero animalista e un vegetariano integrale, ma ha ucciso senza scrupoli un mite politico olandese che la pensava diversamente da lui. Sogni, illuminazioni, desideri, pulsioni di bene assoluto non risparmiano all’uomo effetti di male che gli spiriti religiosi chiamerebbero luciferino. L’unica lettura possibile di questa tragedia che milioni di ragazzi francesi vivono come prostrazione e malattia (“je suis malade depuis le début de la semaine”) è nel rifiuto dell’insopportabile arroganza morale di chi si sente cittadino di un mondo pulito in un mondo sporco.

Agosto 6, 2003 10:47  Permalink


Mer - Luglio 30, 2003

I neoconi cattolici

Esce un numero speciale della rivista Studi Cattolici dal titolo "L'esperimento americano. Verso un nuovo ordine mondiale", che diventa anche un libro, ed è una sorta di primo compendio del pensiero neo conservatore cattolico italiano, in quanto gli 8 autori (tra l'altro non tutti cattolici) guardano all'amministrazione Bush con ammirazione e benevolenza.

“Non tutti i lettori di ‘Studi Cattolici’ si troveranno d’accordo con le opinioni raccolte nel quaderno. È logico che sia così, e in seguito ospiteremo opinioni anche di segno contrario, purché analogamente documentate. Il servizio che intendevamo svolgere era di superare l’antiamericanismo, spesso irrazionale e talvolta isterico, serpeggiante in alcuni settori dell’opinione pubblica. Queste pagine sono un invito a pensare più in grande e più oltre”. (dalla prefazione)

Tra gli autori figura Sandro Magister, il brillante vaticanista dell'Espresso, che già in passato ha prodotto testi atti a sfatare il mito secondo cui il Papa avesse condannato la guerra nel modo in cui ce lo presentavano i giornali (qui); aveva presentato il pensiero dei cattolici americani neoconservative in opposizione ai gesuiti di Civiltà Cattolica (qui); e del cui spirito affine al pensiero neocon avevo ricevuto anche personale conferma in un colloquio avuto dopo la sua conferenza all'Istituto Italiano di Cultura di Tokyo il 18 giugno scorso.
Magister cura un ottimo sito, www.chiesa, che pur appartenente alla famiglia dell'Espresso on Line, ne è comunque perfettamente indipendente.

Il suo intervento nel libro sopra citato è riportato integralmente sul suo sito, e vale la pena di leggerlo per avere un'idea chiara e non polemica del rapporto tra Chiesa e Stati Uniti. Come si legge ancora nell'introduzione del libro, riguardo all'intervento di Magister:

“Mentre il Papa, secondo il suo alto magistero, ha sempre impetrato la pace come dono di Dio, senza dichiarazioni direttamente antiamericane, alcuni alti esponenti vaticani hanno espresso pareri dissonanti che hanno creato divisioni anche all’interno del mondo cattolico. Si tratta di opinioni, legittime nel pluralismo delle materie opinabili, che naturalmente non implicano giudizi né sulle persone, né sull’intera politica estera della Santa Sede”.

Luglio 30, 2003 13:17  Permalink


Mar - Luglio 29, 2003

Libera dalla morte, libera dall'ideologia

Da leggere questo fondamentale pezzo di 1972 sulla Liberia e sulla priorità che ha sempre l'antiamericanismo rispetto alla soluzione di un problema reale.

E oggi come domani continueremo ad assistere al triste spettacolo di coloro che dopo aver tacciato di criminali gli Stati Uniti per essere intervenuti in Iraq adesso riservano loro lo stesso epiteto per il semplice sospetto che gli stessi Stati Uniti non abbiano l'intenzione di intervenire in Liberia. Salvo poi eventualmente scendere in piazza contro l'imperialismo yankee quando l'azione si concretizzerà.

Luglio 29, 2003 1:28  Permalink


Gio - Luglio 24, 2003

Sempre di più le fosse comuni, ma loro vogliono le armi

I Love America martedì segnalava la scoperta dell'ennesima fossa comune piena di donne e bambini trovata in Iraq. Va ribadito una volta di più che le famose armi di distruzione di massa si chiamavano Hussein (e un paio le hanno trovate proprio l'altroieri).

Come commenta anche l'ultimo Tempi:

Magari ha ragione la Bbc sul “dossier uranio”. Però non vi sembra un po’ esagerato tutto questo casino anti-Blair a fronte di quest’altra notizia, magari un po’ silenziata, la cui fonte è, tra le altre, il partito comunista irakeno: “Irak: 300.000 cadaveri in 65 fosse comuni”?
[...]
“Esistono fosse comuni di ogni tipo, le più grandi corrispondono ai massacri dei kurdi negli anni ‘80 e agli scitti giustiziati dopo le rivolte popolari del 1991: in molte fosse sono state ritrovate intere famiglie e i responsabili sono convinti che molte donne e bambini sono stati probabilmente sotterrati vivi”, aggiunge El Mundo.

Luglio 24, 2003 23:48  Permalink


Gio - Luglio 10, 2003

Il leone del Panjsher

L'Escapista dedica un post al mitico Ahmad Shah Massoud, il comandante afghano eroe della resistenza contro i sovietici prima e i talebani poi, assassinato da sicari di Bin Laden due giorni prima dell'11 settembre 2001.

Luglio 10, 2003 2:16  Permalink


Mar - Giugno 24, 2003

"Powell è un servo dei sionisti"

Queste parole in replica a quelle del segretario di Stato americano che aveva affermato: "Hamas è un nemico della pace", vanno a braccetto con quanto visto oggi su Capperi (che invece di cambiare grafica ogni giorno sarebbe bello se si fornisse di permalink).

Le vignette satiriche antisemite di stampo ottocentesco che mostrano l'ebreo brutto e cattivo tramare nell'ombra e strumentalizzare gli americani o accapigliarsi con essi per il dominio del mondo, non sono purtroppo solo il frutto di qualche mente malata. Ma, come è stato più volte confermato anche dai recenti sviluppi palestinesi, sono la norma e il pane quotidiano della maggior parte dei paesi arabi, il cui scopo non è, e non è mai stato, la pace, quanto invece il puro e semplice annientamento di Israele.

Non fa male ricordare che nello statuto palestinese fino al 1998 era specificatamente indicato l'obiettivo della distruzione di Israele, che per l'Autorità Nazionale Palestinese Israele tuttora non esiste, e che il primo obiettivo indicato dalla Costituzione di Al Fatah è, testuale, lo "sradicamento dell'esistenza economica, politica, militare e culturale sionista". Di notevole interesse anche la lettura di articoli come il n.19 secondo il quale "la lotta non cesserà fino a che lo stato sionista non verrà demolito" e, a seguire, l'art. 22, dove si dichiara di opporsi "a qualsiasi soluzione politica offerta come alternativa alla demolizione dell'occupazione sionista in Palestina" (il che, alla luce di quanto già suggerito dalla visione di questa mappa, significa semplicemente la distruzione di Israele).

Ma non serve a niente mettere in guardia dall'ideologia imperante nei paesi arabi, dove i bambini crescono odiando gli ebrei grazie a mezzi sempre più subdoli (come questo), se prima di tutto in casa nostra si promuove e si definisce "intenso, coinvolgente, appassionato, poetico" un libro per bambini antisemita come quello descritto qui (dove si fa riferimento a un articolo in questa pagina) e dove i paladini della contro-informazione non hanno di meglio da fare che accusare dei mali del mondo gli ebrei, ricorrendo ai soliti testi di provata falsità come "I protocolli dei savi di Sion".

Se c'è un piano subdolo e mostruoso di conquista del mondo e delle menti, questo non è certo opera di Israele.

Giugno 24, 2003 3:19  Permalink


Dom - Giugno 22, 2003

Ecco la Cina progressista

Questo mese potrebbe essere approvato ed entrare in vigore a Hong Kong il famigerato "Articolo 23", la "legge anti-sovversione". Il testo, recita così:

The Hong Kong Special Administrative Region shall enact laws on its own to prohibit any act of treason, secession, sedition, subversion against the Central People's Government, or theft of state secrets, to prohibit foreign political organizations or bodies from conducting political activities in the Region, and to prohibit political organizations or bodies of the Region from establishing ties with foreign political organizations or bodies. (tratto da qui)

Oltre all'ambiguità che circonda il concetto di "atti di sedizione" o "di sovversione" contro il governo cinese, si vieta espressamente non solo che organizzazioni politiche o "corpi" stranieri conducano attività politiche nella regione, ma anche che organizzazioni politiche o "corpi" locali stabiliscano contatti con organizzazioni politiche o "corpi" stranieri.

Stiamo parlando di una legge che va contro la libertà di associazione e di aggregazione; una legge che potrebbe perseguire qualsiasi entità straniera che agisca a Hong Kong, nel momento in cui questa dovesse essere scomoda al regime (quello sì che lo è) cinese.

Ovvie le proteste da parte di Europa e USA.

A proposito di Cina e libertà, vedi anche questo post di 1972.

Giugno 22, 2003 1:45  Permalink


Ven - Giugno 20, 2003

"Se nascondo una bomba sotto il cruscotto dici che la trovano?"

Ultimamente ho letto notizie come questa, in cui gli iracheni dicono che non è vero che i Baathisti superstiti sono una minaccia, e che gli attacchi agli americani sono colpa degli americani stessi, dei loro raid nei villaggi iracheni e della loro incapacità di ripristinare i servizi più essenziali. E c'è gente che esce con frasi tipo: "Insorgeremo e combatteremo gli americani! Siamo passati da una dittatura ad un'altra!".

Poi oggi ho letto il nuovo post di Salam Pax (chi è? Ne parlavamo qui e qui).

La sua teoria è semplice e sensata (traduco alla buona, gli anglofoni leggano l'originale che è più lungo e interessante):

"[...] Un convoglio americano attraversa un villaggio e viene attaccato. È notte e la visibilità è molto bassa. Per rappresaglia e difesa personale il convoglio comincia a sparare a destra e a sinistra sulla strada in un raggio di due chilometri (sempre che non decidano di fermarsi e di passare a un contrattacco vero e proprio - vedi quel che è successo a Hir).
Ora, se andate a chiedere alla gente di quel villaggio, o distretto, riguardo agli attacchi, vi diranno che gli aggressori erano sconosciuti e non erano del posto.
Pensateci un momento. Se io volessi istigare sentimenti anti-americani in un quartiere che fino a quel momento era indifferente verso gli americani, quale sarebbe la miglior cosa da fare? Cercherei un modo per fargli fare brutte cose in quel quartiere, per esempio fargli sparare indiscriminatamente su case e negozi, costringerli a compiere retate casa per casa, legare gli uomini e incappucciarli e spaventare i bambini. Questo sposterebbe di botto il loro "americanometro" dalla posizione "Non mi interessa più di tanto" a quella "Ma chi si credono di essere, 'sti bastardi?".
Date un'occhiata agli attacchi della scorsa settimana e alle loro conseguenze. Queste cose si stanno ripetendo e sfociano in richiami al Jihad.
Altro?
Si dice che qualcuno abbia sabotato un paio di tralicci dell'alta tensione a nord. L'afflusso di elettricità è peggiorato: nel mio quartiere ne abbiamo solo per 5 ore al giorno; la settimana scorsa era molto meglio. La gente comincia a lamentarsi delle promesse fatte e non mantenute dagli americani.
Altro?
Due mine erano già esplose nelle strade di Baghdad e ora la terza. Le nascondono in sacchi neri della spazzatura. La prima è esplosa sotto un camion che faceva parte di un convoglio militare. Un soldato è rimasto ferito. Le altre due sono esplose ieri. La prima in un sottopassaggio nel bel mezzo di piazza Tahir: è esplosa sotto un taxi, nessuno è stato ucciso, ma due persone sono rimaste ferite. La seconda è esplosa nel distretto di Ghazalia, ha ucciso una ragazza e ferito la madre.
Bene, questa seconda mina è stata posata dopo che il check point americano aveva lasciato proprio quella strada e la gente perciò dice che la mina è stata messa dagli americani, il che è una solenne stronzata.
Quel che voglio dire è che questi attacchi saranno anche sporadici e disorganizzati, ma stanno facendo quel che vogliono i baathisti: stanno creando una situazione molto dura per l'amministrazione americana, impedendole di fare qualcosa di buono o di mantenere le promesse, stanno cambiando i sentimenti della gente, e rendendo più calda un'estate che lo è già fin troppo."

Sempre per i non anglofoni, traduco anche l'inizio del post, perché è significativo e pure elettrizzante:

"Stavo cercando un taxi alle 22:30, ieri notte (il che è già una cosa imbecille, perchè il coprifuoco è ancora alle 23:00), così arriva quest'auto e ci accordiamo per 2000 dinar. Nel momento in cui mi siedo l'autista comincia a imprecare contro di "loro". Improvvisamente si ferma a metà frase, si gira, e con rabbia mi chiede:
- Sei musulmano?
*Ha una barba da musulmano, è incazzato e io non ho certo voglia di cominciare una discussione teologica adesso*
- Sì, sia lode ad Allah, sono musulmano.
- Lavori per "loro"?
*Ahi ahi, qui si mette male*
- No! Certo che no! Perché dovrei?!
Pausa.
- Bene. Pensi che se nascondessi una bomba a mano sotto il cruscotto riuscirebbero a trovarla?
*Merda! Merdissima!*
- Senti, io credo che dovresti andarci piano. Hanno dei marchingegni con cui possono rilevare queste cose. Non è il caso di portare in giro delle bombe a mano.
- A-ha! Allora tu sai che marchingegni usano!
*MERDA!*
- No! No! Ho detto solo che potrebbero avere attrezzi di quel tipo!

In quel momento passiamo una pattuglia americana: una jeep e un paio di soldati a piedi. Lui rallenta e li guarda intensamente. Sono dalla mia parte così si piega verso di me per guardare fuori dal finestrino. È il momento in cui comincio a domandarmi se morirò per l'esplosione dopo che questo pazzo lancerà la granata, o per il fuoco in risposta. Ma lui decide solo di lanciare qualche insulto e sfrecciamo via."

Giugno 20, 2003 0:26  Permalink


Dom - Giugno 15, 2003

Povera ballerina

Il Griso dedica un bel post a Roberta Passon Azzini, la donna uccisa a botte alla stazione di Padova due giorni fa.

Giugno 15, 2003 12:21  Permalink


Mar - Giugno 10, 2003

La triste verità: i comunisti mangiano i bambini...

...perché non gli rimane altro con cui sfamarsi.
È la tremenda storia di un paese, la Corea del Nord, dove l'ennesima carestia ha portato i suoi abitanti al cannibalismo.

Si parla di bambini morti dissotterrati, o direttamente rapiti e uccisi e poi venduti al mercato come carne "speciale", nonostante la pena di morte che il regime ha stabilito per questo tipo di reato: alcuni ristoratori nel cui locale sono stati trovati resti umani sono stati giustiziati.

Ma, come dice qui Glenn Raynolds, il giornalista che parla di questo fenomeno come di "una conseguenza dell'ennesimo misero raccolto e di grossi tagli agli aiuti alimentari internazionali" è molto educato, perché le sue parole vanno corrette in "una conseguenza di anni di comunismo".

Raynolds osserva inoltre che prima o poi anche alla Corea del Sud verrà presentato il conto di quanto non sta facendo per fermare il massacro di un popolo da parte del suo leader. Come scriveva Enrico Madama il gennaio scorso:

[...] sia la Corea del Sud, sia il Giappone non si augurano il tracollo dell’ingombrante vicino. Men che meno un catastrofico conflitto. Quanto costerebbe economicamente, ma anche in termini di integrazione sociale, culturale e politica, ai “fratelli separati” della democratica, avanzata e benestante Corea del Sud una riunificazione tipo quella attuata da Kohl con la Germania Est, a fronte di un Nord ridotto a landa desolata, occupata come all’epoca del feudalesimo da una cricca militare e da milioni di servi della gleba? Per questo i sudcoreani il mese scorso hanno scelto come nuovo presidente il liberale Roh Moo Hyun, che ha condotto la campagna elettorale sostenendo il continuo impegno di dialogo con il Nord, escludendo vigorosamente il ricorso a sanzioni economiche per costringere il Nord a rispettare gli impegni internazionali. (Pyonyang chiede il pizzo Nucleare, Tempi n.3, 16/1/2003)

Sulla situazione nord-coreana consiglio un altro bell'articolo dello stesso Madama:
Benvenuti nel paradiso No Global

Giugno 10, 2003 1:4  Permalink


Lun - Giugno 9, 2003

Se lavori e prendi poco hai il diritto di rubare. E se non lavori?

Gianni Pardo su Capperi (in "Mollichine") scrive queste due righe:

Un anno fa i furti sui bagagli alla Malpensa. Ora si annuncia il licenziamento dei ladri e il sindacato s'oppone. "Sono operai che guadagnano mille euro al mese, sono costretti al furto", sostengono.

Sembra un'esagerazione di chi scrive, ma non lo è. Come si può leggere qui:

Walter Mancini del coordinamento nazionale del Sulta (Sindacato nazionale unitario trasporto aereo): innanzitutto chiariamo - afferma Mancini - che i furti che avvengono negli aeroporti italiani non sono più numerosi che in altre parti del mondo. Non esiste un caso Italia: "Se avvengono è perché la gente ha fame e infatti si moltiplicano i casi in Africa e Sud America. E poi bisogna anche valutare: stiamo parlando di operai che fanno turni stressanti, in zone rumorose per 1000 euro al mese se sono neo-assunti.  Noi condanniamo il furto, ma non dobbiamo dimenticare che si parla di soggetti deboli e che sospendendoli dal lavoro si toglie l'unica fonte di reddito per le loro famiglie".

Se è così, allora come conclude Pardo:

State alla larga dal Sud: lì ci sono i disoccupati, autorizzati ad uccidere.

Giugno 9, 2003 12:47  Permalink


Dom - Giugno 8, 2003

Globalizzazione e dintorni

1972 (che già qualche giorno fa citava un interessante articolo di Gianni Riotta sul Corriere dal titolo "Le miserie di un mondo no global") cita tramite Leibniz un pezzo interessante del The Spectator riguardo alle multinazionali (in questo caso la Nike) che nei paesi in via di sviluppo sono così fameliche da pagare stipendi due o tre volte più alti di quelli delle imprese statali. Tra le altre cose dice così (traduzione mia):

"In media le multinazionali nei paesi meno sviluppati pagano il doppio delle compagnie locali che operano nello stesso settore. Se si lavora per una multinazionale americana in un paese a basso reddito, si guadagna 8 volte il reddito medio della popolazione. Se questo è sfruttamento, allora il problema a questo mondo è che i paesi poveri non sono sfruttati abbastanza."

Sono cose che ho già letto e riletto e non mi stanco di ripetere. Se volete approfondire consiglio la lettura dei seguenti articoli, di Rodolofo Casadei e Roberto Persico:

Chi si globalizza riduce la povertà
La globalizzazione fa bene (recensione del libro "Global" di Paolo Del Debbio)
Educare la libertà, educare alla libertà (in particolare dal paragrafo "La realtà dei numeri" in poi)

Giugno 8, 2003 16:21  Permalink


Ven - Giugno 6, 2003

Sentono molte cose col cuore, ma ci vedono sempre meno

È di ieri la notizia del ritrovamento di una fossa comune irachena contenente i cadaveri di 200 bambini. Oggi arriva anche l'aggiornamento che rivela che i bambini sono stati sepolti vivi.

Luigi Amicone oggi a pagina 4 del Foglio scrive un bell'articolo dal titolo "Perché una fosse comune irachena con 200 bambini non fa notizia?" (pdf) da cui traggo quanto segue.

[...] Qui non si poteva fare buon uso del dolore, qui c'erano solo scheletri di bambini e bambole di bambine. Una notizia non prorompente sul piano della sofferenza universale, giacché per le leggi vigenti un buon uso del dolore necessita che il produttore sia di marca occidentale, sia un americano fascista, un berluscones cileno, un sionista israeliano.
Questa semplice, innocua, distratta, mancata informazione a noi pare la più bella delle rivelazioni della condizione umana degli informatori all'epoca del dogma umanitario e pacificatore. Essi sentono molte cose col cuore, ma ci vedono sempre meno. Ci governano con la tenerezza avviluppata alla teoria. E i nostri occhi si riempiono di dolci cataratte. Brutta bestia questa pietà ridotta a cartello stradale Internazionale.

Giugno 6, 2003 2:33  Permalink


Dal 20 giugno si comincia?

Se veramente il 20 giugno si avrà la reintroduzione dell'immunità parlamentare e la sospensione dei processi per le alte cariche dello stato come avviene in ogni paese civile (e anche nell'Europarlamento, come si può leggere qui, dove ci si riferisce a questo che fa riferimento a questo, ma ne avevamo già parlato qui), forse governo, opposizione, giudici, giornali, TV e la cosiddetta società civile potranno finalmente piantarla di perdere tempo e risorse litigando di processi, e cominceranno a dedicare le proprie energie a qualcosa di più costruttivo come le esigenze del popolo italiano. Almeno me lo auguro.

Giugno 6, 2003 0:15  Permalink


Gio - Giugno 5, 2003

Where is Raed? Al Guardian

Il bloggatore che scrive da Baghdad sotto lo pseudonimo di Salam Pax, di cui parlavamo anche qui, ha cominciato oggi (ok, per me è già ieri) la sua collaborazione con l'inglese Guardian. Ogni quindici giorni scriverà un intervento sulla vita in Iraq di questi tempi.
Si tratta di una lettura che consiglio vivamente, perché come ci si può rendere conto anche dal suo weblog, il ragazzo offre dei resoconti equilibrati e ben lontani da ogni tentativo di minimizzare o al contrario esagerare i problemi.

Tra le altre cose, racconta del sistema più recente adottato dai ladri di auto, che cito perché piuttosto divertente (eccetto che per la vittima): si portano dietro un bambino, che salta in una macchina attraverso il finestrino aperto e comincia a strillare. Appaiono allora quattro energumeni che accusano l'autista di voler fare del male al bambino, e con spintoni e insulti gli portano via il mezzo. Il tutto tra le occhiatacce della gente che guarda il pover'uomo con lo sguardo che si riserva ai pedofili.

Su Slate trovate un articolo di un giornalista americano che nel tentativo di scoprire la sua identità, ha finito con il rendersi conto che Salam era stato il suo interprete a Baghdad. L'articolo fornisce anche interessanti retroscena sulla vicenda, nonché l'ennesima conferma della genuinità dell'autore di "Where is Raed?".

Per chi non l'avesse ancora fatto, consiglio anche la lettura dei suoi vecchi post pre-, durante, e post-guerra.

P.S.
Per gli appassionati di cartoni giapponesi: nell'articolo per il Guardian Salam dice che tra le cose che danno in TV a Baghdad quello che gli piace di più è la vecchia serie "Adnan wa Lina". Se il titolo arabo non vi dice niente, cliccate qui.

Giugno 5, 2003 0:54  Permalink


Dom - Giugno 1, 2003

La SARS è americana: un esempio di giornalismo d'accatto

Il mio amico Luca mi segnala un articolo de La voce della Campania, riportato dal sito www.disinformazione.it, un nome una dichiarazione d'intenti (ora dicono che è un virus venuto dallo spazio).
Il pezzo a firma Rita Pennarola (giornalista che già da tempo si lamenta, anche sulla stampa estera, delle querele che il suo giornale riceve per "aver scritto la verità") si chiama "I padroni della SARS. La vera storia del virus. United States of SARS". Secondo la giornalista il virus cinese è stato creato in laboratorio dagli americani per contrastare il crescente potere economico cinese. Tutto molto interessante, se non fosse che non c'è uno straccio di prova a sostegno di questa tesi. Ma intanto il mensile, con sprezzo del ridicolo, riporta persino in copertina la scritta "Documento esclusivo. Il virus creato nei laboratori americani".

Nell'articolo si parte dal documento "Rebuilding America's defenses", un piano a lungo termine scritto nel 2000 dal PNAC (Project for the New American Century), un'organizzazione fondata nel '97 dal fior fiore dei (più o meno "neo") conservatori che ora collaborano con George Bush (Kagan, Wolfowitz, ecc...).
L'autrice, e l'articolo del Sunday Times da cui lei attinge, ne parla più volte come di un documento "top-secret", ma possiamo ben immaginare quanto sia segreto un documento che è liberamente scaricabile dal sito del PNAC. In questa pubblicazione si fa accenno alla possibilità che in un mondo in cui armi chimiche e biologiche si diffondono sempre di più nonostante i divieti, anche gli USA potrebbero un giorno dover ricorrere ad armi biologiche di nuovo tipo, e in un passaggio si dice che nei prossimi decenni si potrebbe essere in grado di creare armi che puntano a determinati genotipi specifici, in modo che il possesso di queste armi possa fungere da deterrente e quindi avere un potere politico.

La Pennarola davanti a queste considerazioni chiosa: "Quell'arma letale oggi si chiama Sars" e afferma che questo virus è un "'mostro' d'ingegneria genetica, in grado di selezionare esattamente il tipo di Dna da colpire (quello della razza asiatico-cinese)". Niente passaggi intermedi, nessuna ricerca, nessuna testimonianza: un documento americano ipotizza scenari di guerre future, nel frattempo appare una malattia sconosciuta (che tra l'altro non colpisce solo i cinesi), DUNQUE sono stati loro. Sherlock Holmes al confronto è un pivello.

Ma è chiaro che questo non basta a convincere i lettori, allora la nostra chiama in causa la voce della scienza, dicendo che "Sergei Koleshnikov, dell'Accademia russa delle scienze mediche, nella prima settimana di aprile ha espresso analoghe convinzioni", e cita lo stesso professore, in un passaggio in cui dice che un virus del genere può essere creato solo in laboratorio. Peccato che la nostra si dimentichi che le "analoghe convinzioni" del professore consistono in realtà in questo: ovvero, Koleshnikov NON ESCLUDE che il virus della SARS possa essere un'arma biologica CINESE. Del resto si sa da tempo che i Cinesi sviluppano "segretamente" armi chimiche, come facevano i sovietici fino all'altroieri.

Ma proseguiamo: appurato, nel modo visto, che il virus è americano, e che non è sufficiente dire che lo scopo è far fuori i cinesi, la nostra si concentra sulle ditte farmaceutiche. La tesi è che grandi cartelli di ditte farmaceutiche in combutta con il governo americano abbiano creato la malattia e ora si preparino a far soldi a palate con la vendita del vaccino. Citando il Corriere che cita il Times afferma che la ditta AVI Biopharma avrebbe già creato un vaccino in grado di uccidere il virus. Peccato che in realtà anche il Times (che poi è il Times Online) avesse un po' esagerato. Secondo Wired invece la AVI, come altre ditte, ha mandato dei campioni al National Institute of Health ma i risultati saranno resi noti solo "tra diverse settimane" (al 28 aprile). La Pennarola arriva a dire, sempre senza alcuna prova, che la AVI questo vaccino l'avrebbe nel cassetto da tempo. Inoltre trova sospetto che a presentare qualche risultato contro la SARS sia una ditta che studia da oltre 20 anni i coronavirus come quelli della SARS e ha quindi una notevole esperienza in merito (dico io, chi dovrebbe presentare rimedi efficaci? Mia nonna nel laboratorio in cantina?).

Dopo un passaggio su alleanze economiche tra ditte farmaceutiche e governi (su cui non mi pronuncio perché non ne so molto) la nostra arriva a dire che l'alleanza tra Blair e Bush è dovuta al fatto che i loro paesi sono i principali esportatori di "farmaci & affini". Ma dai? Due paesi da niente come USA e Inghilterra? Ora che ci penso gli USA sono anche i più grandi esportatori di cinema. Vuoi vedere che aveva ragione il Manifesto quando diceva che la SARS è un prodotto americano per non far vincere il festival di Cannes alla Cina?.
Seguono le ipotesi sul perché il Canada sia stato colpito dall'epidemia, e nonostante la stessa giornalista affermi che in Canada "comunque esiste una vastissima comunità cinese" (e dici niente!) le ipotesi "più accreditate" sono quelle secondo cui il Canada "è stato punito per non aver partecipato ai crimini di guerra in Iraq, ma anche per essere una nazione che ha sempre dichiarato di fornire aiuti a Cuba". Queste ipotesi sono tratte da Indymedia, un altro dei baluardi dell'informazione corretta. Inutile aggiungere che la stessa fonte attribuisce responsabilità anche ad Israele.
Stendiamo infine un velo pietoso sul tentativo di inserire in questo piano anche la morte del povero professor Carlo Urbani, e chiudiamola qui.

Giugno 1, 2003 17:54  Permalink


Ven - Maggio 30, 2003

La storia di Yu

Il Washington Post racconta la vicenda della ragazza cinese ritenuta la prima vittima della SARS e colei che l'ha portata a Pechino, passandola così a centinaia di persone.
Risulta per l'ennesima volta molto chiaro come se il governo cinese non avesse cercato di nascondere la nuova malattia, la situazione ora sarebbe molto diversa.
A "superspreader" of SARS di Philip P. Pan

Maggio 30, 2003 1:7  Permalink


Lun - Maggio 26, 2003

Di embargo cattivo e bambini morti

Segnalo due post di 1972 e Il Griso che con link utili entrano nel merito dell'annosa questione dell'embargo ai danni dell'Iraq, che in realtà era solo ai danni del popolo irakeno perché Hussein le risorse per il suo popolo ce le aveva, solo che non le distribuiva, per dare la colpa agli occidentali cattivi. Con questo non voglio dire che l'embargo sia stato una cosa buona e non abbia fatto vittime, ma che le responsabilità vanno suddivise equamente, cosa che a molti giornalisti di casa nostra non riesce bene. Sono cose che chi voleva saperle le sapeva già da tempo, ma fa bene ripeterle.

Rodolfo Casadei due anni fa scriveva:

Bin Laden lo sa, come sa che l’alta mortalità fra i bambini irakeni è colpa dell’embargo almeno tanto quanto la crudeltà di Saddam Hussein, che coi milioni di dollari del petrolio di contrabbando che vende ai paesi vicini e dal 1997 con lo schema Onu “petrolio in cambio di cibo” ha sempre avuto risorse sufficienti per salvare la vita dei suoi bambini. Ma non lo ha fatto perché preferisce salvare la vita del suo regime. (Tutte le balle di Bin Laden, Tempi 41, 11/10/2001)

E il dicembre scorso sempre Casadei aveva scritto un "Otto miti sull'Irak" da cui cito quanto segue:

Però non è giusto scaricare tutta la responsabilità delle vittime dell’embargo sulle Nazioni Unite e i paesi membri del Consiglio di Sicurezza. Non solo perché il regime di Bagdad avrebbe potuto porre fine rapidamente all’embargo adempiendo sollecitamente alle condizioni della risoluzione 687/91, cioè il disarmo. Ma perché da quando vige l’embargo ha continuato a spendere annualmente 5 miliardi di dollari in spese militari e 2,5 miliardi in costruzioni di grandi infrastrutture, fra cui immense moschee e 50 edifici presidenziali. Se si fosse limitato a spenderne la metà, coi soldi risparmiati avrebbe potuto acquistare tanto cibo e medicine quanto l’Irak ne importava prima della guerra: prima dell’invasione del Kuwait l’Irak spendeva fra i 2 e i 3 miliardi di dollari all’anno di importazioni alimentari e 500 milioni in medicinali.
[...]
A non sfruttare appieno le possibilità dello schema “oil for food” è il governo iracheno, che non ha ancora impegnato 3 miliardi di dollari già stanziati dal fondo Onu e non ha ancora speso 1 miliardo per prodotti già approvati. Nella prima metà di quest’anno l’Irak ha speso il 75 per cento in meno rispetto al 2001 per l’acquisto di medicinali, e ha deciso di spendere 25 milioni di dollari di “oil for food” per la costruzione di uno stadio olimpico.

Maggio 26, 2003 13:16  Permalink


Mer - Maggio 21, 2003

Leggo e sottoscrivo

"Oggi il socialismo si traveste sotto panni diversi, si chiamino ambientalismo, femminismo, relativismo culturale e dei diritti. Tutta roba che suona bene in astratto. Ma gratta gratta, sotto la superficie riapparirà sempre l'orma dell'anticapitalismo, della mano pubblica che tenta di distorcere gli interessi individuali, del condizionamento improprio della sovranità delle libere nazioni democratiche".
"C'è troppa gente disposta a immaginare che sia intelligente e sofisticato pensare bene di chi odia i nostri paesi e il nostro sistema di vita, e pensar male invece di chi li difende a costo della vita."
Margaret Thatcher, citata dal Foglio del 16 maggio 2003, pag.4 (pdf).

Maggio 21, 2003 3:59  Permalink


Metti che un giorno una bomba...

Norman Ornstein è un signore che da un paio d'anni si dà da fare per convincere i vertici USA che è necessario immaginare le conseguenze di un attacco che eliminasse gran parte dei membri del Congresso. Quest'anno è riuscito a far partire la "Commissione per la continuità del governo", che si occupa di rispondere a domande tipo: "Quanti membri devono morire prima che sia dichiarato lo stato d'emergenza?"; "Quant'è il quorum se 50 senatori sopravvivono ad un attacco al Sarin ma 20 di loro non sono in grado di lavorare?"; "Chi assume la presidenza se un terrorista islamico con una valigetta nucleare ad un qualche evento inaugurale vaporizza Presidente, Vice-presidente e gran parte del Congresso, del Consiglio dei ministri e della Corte Suprema?"
Ornstein è convinto che l'America non sia ancora pronta ad affrontare ipotesi del genere. Fa notare, ad esempio, come secondo la Costituzione americana per prendere decisioni sia necessaria una maggioranza relativa, che in caso di massacro rischierebbe di mettere l'America nelle mani di un pugno di sopravvissuti qualunque.
Ma il Congresso non sembra molto interessato ai lavori della commissione: buona parte dei membri non è propenso a pensare alla propria morte violenta. "Il loro atteggiamento si riduce a pensare che quello a cui bisogna prepararsi è un sistema di evacuazione efficiente in caso di emergenza. Non vogliono prendere in considerazione che lo scenario peggiore li vede tutti morti."
Qui c'è l'articolo dall'ultimo The Atlantic Monthly, mentre un pezzo su Ornstein fu pubblicato due anni fa su Il Tempo, e qui ce n'è un estratto.

Maggio 21, 2003 3:44  Permalink


Lun - Maggio 12, 2003

Greenpeace accusata di eco-omicidio

CORE (The Congress of Racial Equality), un'associazione per i diritti civili composta di neri americani ha indetto per sabato una manifestazione di protesta nel New Jersey contro Greenpeace, accusata di favorire la morte di milioni di africani grazie alla sua politica anti-sviluppo e anti-tecnologia. Greenpeace, come molte altre organizzazioni ecologiste, si oppone all'introduzione nei paesi del Terzo Mondo di tecniche agricole moderne, impianti elettrici e idrici, cibi geneticamente modificati quotidianamente e tranquillamente mangiati dagli americani per anni, e si batte persino contro l'uso del DDT, necessario per stroncare la malaria, come lo fu in Italia in passato.

"To serve its own ideological agenda, [Greenpeace] wants to keep the Third World permanently mired in Third World poverty, disease and death. So far, it has succeeded," said Niger Innis, national spokesperson for CORE
[...]
"Green radicals oppose all these projects and tell these destitute people they should be happy with little solar panels on their huts, now and for generations to come," a CORE press release stated.

Tutto l'articolo qui, grazie al blog Instapundit.

Per un punto di vista competente e ragionevole su Terzo Mondo e tecniche agricole moderne contrapposte a terzomondismo e agricoltura biologica consiglio questa lettura: "Il mal d'Africa? Cura global!".

Maggio 12, 2003 12:13  Permalink


Dom - Aprile 27, 2003

DVD alla Sars?

La settimana scorsa ho ordinato dei DVD di film di Hong Kong dal sito HiViZone. Poi mi è sovvenuto che la gente che gestisce il sito sta a Hong Kong, che a Hong Kong c'è la SARS, e che se qualcuno dei dipendenti è malato e scaracchia mentre impacchetta i DVD rischia di mandarmi un pacco-bomba... Dovrò fornirmi di guanti e maschera? O forse vestirmi come questo medico?

Aprile 27, 2003 16:34  Permalink


SARS, blog dalla Cina (2)

Oggi ho letto questo post di Brendan dalla Cina (vedi mio post di giovedì) e c'è il rischio che anche lui abbia preso la SARS. O forse no, e ha solo una qualche forma di influenza, ma lo sapremo solo oggi dopo che avrà fatto la visita in ospedale.
Intanto tra i blog a sinistra ho aggiunto il suo, bokane.org.

Aprile 27, 2003 15:23  Permalink


Gio - Aprile 24, 2003

Ecco dov'è finito!

Randall, un canadese che abita a Hong Kong, tiene un blog con molte cose interessanti sulla SARS, e tiene anche una tabella con i casi ufficialmente noti a Hong Kong e quelli ufficialmente noti in Cina... Ops! No, al posto dei dati cinesi c'è la foto del nostro ministro preferito. Randall ci svela quello che nessuno aveva ancora osato dire: il governo cinese è rimasto tanto colpito dalla performance di quell'uomo, da averlo portato a Pechino per sfruttarne l'immensa abilità di arrampicatore sugli specchi.

Senza farvi fuorviare da questo caso, leggetevi anche gli altri suoi post sull'argomento, che sono seri. Da segnalare quello sul Cesso Infernale (The toilet from Hell), che nonostante sembri un titolo da film horror della Troma, è una storia vera e qui c'è la versione ufficiale del governo di Hong Kong.

Aprile 24, 2003 1:39  Permalink


SARS, blog dalla Cina

Un bloggatore americano residente a Harbin, grande città nel Nord della Cina, in questo messaggio parla della sua esperienza diretta con la SARS. La quiete, i primi casi, le dichiarazioni del ministro della sanità, i messaggi sempre più frequenti dall'ambasciata che lo invita ad andarsene, la paura della gente.

Aprile 24, 2003 0:19  Permalink


Mer - Aprile 23, 2003

Diritti umani ONU. Diritti di chi?

Alla fine di questo mese è probabile che anche Corea del Nord, Iran e Nigeria entrino a far parte della Commissione per i Diritti Umani dell'ONU, quella presieduta dalla Libia, per intenderci; quella che due anni fa aveva escluso gli USA e l'Italia (che non ne fa parte nemmeno quest'anno) e comprende campioni dei diritti umani come Algeria, Burkina Faso, Cina, Cuba, Congo, Pakistan, Arabia Saudita, Sierra Leone, Sudan, Siria, Uganda, Vietnam, Zimbabwe.
All'Onu credono che inserire questi stati nella Commissione possa aiutare a cambiarli, ma l'esperienza finora insegna che al contrario i paesi membri finiscono per non guardarsi in casa a vicenda.
Ecco un articolo del Guardian.

Aprile 23, 2003 12:32  Permalink


"SE hai ricevuto questo messaggio, hai la SARS!"

Un bloggatore di Hong Kong chiamato Preston Whip, nome buffo ma plausibile a HK, tra gli interventi del 22 aprile parla del diffondersi di SMS relativi alla SARS, di cui si è persa l'origine: alcuni dicono che la polmonite è stata diffusa in Cina dagli Americani invidiosi della potenza economica cinese, altri che a fare sesso con uomini stranieri si viene infettati e consigliano il membro cinese, altri recitano così: "Se hai ricevuto questo messaggio hai la SARS! Per guarire devi rispedirlo ad almeno 10 amici."

Sullo stesso blog, poco più in alto (non funziona il link diretto) troviamo il link a 4 manifesti del governo cinese contro la SARS. Ve li riporto con la traduzione in italiano delle didascalie:
Mangia bene, dormi bene, e sarai in buona salute!
[Messaggio rivolto alla SARS] Non provocare il popolo cinese!
Lavorare insieme per superare le difficoltà! [L'uomo regge una ricetta medica relativa alla SARS]
Esercita il tuo corpo per prevenire la SARS!

Aprile 23, 2003 11:51  Permalink


Dom - Aprile 20, 2003

Buona Pasqua!

E un Caravaggio per l'occasione.

Aprile 20, 2003 20:1  Permalink


Ven - Aprile 18, 2003

ONU, lo zombi dall'ombra lunga

Un mese fa, il mio omonimo Galli della Loggia:
"L'ONU non era un'organizzazione parlamentare democratica di paesi del mondo, era il direttorio dei paesi che avevano vinto la guerra. Roosvelt che la immaginò e la realizzò assecondando uno dei filoni della cultura politica americana che risale a Woodrow Wilson, aveva chiaro questo punto, e la concepì in modo intensamente politico proprio per evitare il fallimento toccato alla Società delle Nazioni anni prima. Se non avesse avuto la flessibilità che la sua natura politica le consentiva, l'Onu sarebbe forse scomparsa da tempo. Quel direttorio si è dissolto via via. Per quel che riguarda la Francia è finito già nel 1945, per l'Inghilterra finì nel 1956 a Suez, per l'Unione Sovietica è finito nel 1991, quel direttorio non esiste più. Gli americani sono spinti ad agire indipendentemente dall'Onu, perché quel direttorio, virtualmente dissolto da tempo, sopravvive di vita impropria." (Il Foglio, 29/3/2003, pag. I)

Se volete saperne di più su questo zombie che aspira al controllo del mondo consiglio la lettura di "Le Crepe del Palazzo di Vetro", la cui prima puntata (di Mauro Suttora) è apparsa su Il Foglio del 16 aprile (qui il PDF). Suttora ne ha scritto anche una sorta di riassunto sul Newsweek.
Sprechi, corruzione, sesso, violenza, morte sono gli ingredienti della riepilogazione della storia di un'organizzazione che "più che risolvere i problemi li ha perpetuati".

Non è difficile trovare altro materiale sull'argomento, ma per cominciare consiglio un pezzo sul "rischio totalitario di un 'governo mondiale dei valori': "Uno(ONU), nessuno, centomila" di Alessandra Nucci, un articolo di Mary Jo Anderson (Final Court of Appeal?) sulle insensate ingerenze dell'Onu in questioni di difesa americana e politica interna italiana (sì, anche l'Onu contro il Berlusca, noto rischio per la sicurezza internazionale), e un pezzo di Dimitri Buffa intitolato "Israele accusa: l'Onu aiuta Hamas attraverso l'Unrwa".

Aprile 18, 2003 0:15  Permalink


Dom - Aprile 13, 2003

Non ci sono americani a Baghdad!

Un gruppo di simpaticoni ha creato un sito, dall'immediato successo, dedicato a Mohammed Saeed al-Sahaf, (ex)ministro dell'informazione irakeno. Si chiama "We love the iraqi information minister" e riporta citazioni dalle dichiarazioni del ministro, ipotesi su quale attore di Hollywood potrebbe impersonarlo in un film (il più quotato è Sidney Pollack) e anche ipotetiche dichiarazioni che avrebbe potuto fare se avesse "informato" su altre storiche battaglie, da Waterloo alla presa della Morte Nera di Guerre Stellari.

Aprile 13, 2003 17:6  Permalink


La statua di Saddam e chi crede solo alle sue idee

Dopo quelli che "l'Olocausto è un'invenzione sionista" e "le Torri Gemelle le hanno abbattute gli Americani (con gli ebrei, ovvio)", ora ci sono anche quelli del "la statua di Saddam divelta che è diventata il simbolo della fine del regime è stata una montatura degli USA". Un articolo di Indymedia (indipendente da tutto tranne che dall'ideologia), "svela" l'inganno dei media al soldo di Bush mostrando come prova una fotografia in campo lungo della piazza in cui è avvenuto il fattaccio, facendo notare che c'è pochissima gente. Hanno trovato sul sito della BBC due foto giustapposte, una con la statua in primo piano e una in campo lungo, e hanno pensato che fossero state scattate nello stesso momento, mentre la seconda è evidentemene stata presa in un tempo diverso, probabilmente a statua caduta da un bel pezzo. Qui (Distortions? On Indymedia? Noooooo!) potete leggere un commento approfondito con la demistificazione della demistificazione.
Ma, dico io, se anche fosse vero che la gente presente al momento era poca, che diamine cambia rispetto al valore simbolico di quella foto?
Da antologia della follia collettiva, i commenti che seguono lo scoop, sulla stessa pagina. Ci sono link anche al software che gli americani avrebbero usato per simulare il Boeing che si schianta sulle Twin Towers! Domani qualcuno dirà che la guerra in Irak si è svolta tutta in un computer del Pentagono, forniranno "le prove" che hanno usato i software Maya e Shake, e che Steve Jobs di Apple è in realtà un agente della CIA.

Aprile 13, 2003 14:59  Permalink


Sab - Aprile 12, 2003

Premi nobel

Leggo su Klamm che secondo il Times (riportato da Internazionale) a Bush e Blair dovrebbero dare il Nobel per la pace. Klamm ritiene tale ipotesi "il trionfo dell'omeopatia", ma in un mondo in cui lo stesso Nobel l'hanno ricevuto Yasser Arafat e Kofi Annan, e la Libia presiede la commissione per i diritti umani dell'ONU non ci troverei proprio niente di strano.

Aprile 12, 2003 1:38  Permalink


Ven - Aprile 11, 2003

RIdere della guerra

Ora che forse è finita, ed è il momento di occuparsi di altri problemi non meno impegnativi, propongo qualche vignetta umoristica della rivista Time.

Si comincia Saddam in TV dopo l'attacco Cortei pacifisti La fuga di Saddam Il ministro dell'informazione

E ancora vignette tratte da altri giornali (tratte da questo sito).

Messaggi alla nazione, Difficile trovarlo, Lo stile Saddam, Arrivano gli Alleati, Cambia canale!, Liberazioni, Piani per il dopoguerra, E dopo-Saddam?, Ex-ministro dell'informazione.

Aprile 11, 2003 23:18  Permalink


Dom - Aprile 6, 2003

Il reparto maternità bombardato. Un'altra bugia?

Lungi dal voler negare che la guerra stia provocando dolore e morte anche tra chi ha solo la colpa di vivere sotto il regime di Saddam, voglio sottolineare ancora come le notizie che ci arrivano siano spesso il frutto della propaganda irakena, e soprattutto come ce le beviamo tranquillamente.
La storia del reparto maternità di un ospedale di Baghad colpito da un missile alleato sembra proprio fatta apposta per ispirare indignazione nelle anime belle: gli anglo-americani che sparano sui malati, o peggio sui bambini, o peggio sulle mamme che stanno per partorire è certa di provocare la rivolta pacifista. I giornali riportano tutti le stesse frasi, pronunciate da mamme in attesa di partorire e dottori dell'ospedale, e tutti citano come fonte le agenzie, e in particolare la Reuters. Questo significa che tutti prendono per oro colato ciò che arriva dalle agenzie, anche se è noto che spesso il loro lavoro consiste nel fornire notizie il più rapidamente possibile e DOPO verificarle, vedi questo esempio.

Comunque, si dà il fatto che la storia non fosse del tutto vera, che l'ospedale fosse stato evacuato da tempo, che dentro non sia morto nessuno, e che la bomba abbia in realtà colpito un palazzo vicino facendo saltare i vetri dell'ospedale (vedi anche qui e qui).

Chi si fa scudo con i bambini, nasconde le armi in ospedali e scuole, mantiene centri militari nei centri abitati e sacrifica donne incinte, mi sembra siano proprio i poveri irakeni.

Aprile 6, 2003 15:53  Permalink


Mer - Aprile 2, 2003

Ideological Hate Mode: Activated (2)

Ecco un bel pezzo di Christian Rocca che tocca la questione delle idee politiche anteposte alla vita delle persone, proprio da parte di chi quelle persone dice di volerle difendere.

Aprile 2, 2003 2:59  Permalink


Lun - Marzo 31, 2003

Non si esporta ma si copia

Tra le tante accuse rivolte agli USA c'è anche quella di voler esportare ed imporre in Medio Oriente qualcosa di estraneo come la democrazia. Emma Bonino, in un'intervista al Foglio, fa al riguardo un commento interessante.
"...non c'è nulla da esportare. C'è da aiutare chi già combatte per la democrazia. Che (come dice giustamente Saad Ibrahim, l'intellettuale egiziano da poco uscito dal carcere), non si esporta ma si copia. I democratici esistono anche nei peggiori paesi del mondo. Fanno avanti e indietro dalle galere, ma ci sono. Siamo noi a non vederli, come negli anni '80 non vedevamo i dissidenti nei paesi comunisti."

Marzo 31, 2003 0:50  Permalink


Dom - Marzo 30, 2003

Ideological Hate Mode: Activated

Il direttore del Manifesto (ma non solo lui) non sa se sperare che la guerra finisca presto, o piuttosto che duri tanto e che muoia un sacco di gente. Perché mai? Appoggiano il regime di Saddam? No, semplicemente detestano l'America e vogliono poter dire avevamo ragione, gli Americani sono cattivi. Per un'idea, dunque.
Puro odio ideologico.

Altri commenti:
Quelli che sperano che vada male (1972)
Criminologia (I love America)
Comunisti (Camillo)

Marzo 30, 2003 15:4  Permalink


Ven - Marzo 28, 2003

Medici nazisti

In una pausa dal mio lavoro oggi ho fatto un giro su internet per vedere come andava la situazione guerra, e sulla homepage di Libero tra le notizie trovo il titolo: "Fuoco amico, errori: ecco le stragi di oggi". E sotto: "350 morti". Clicco sul link e leggo un dispaccio Ansa che dice che secondo il ministero della Sanità irakeno i morti civili dall'inizio della guerra sarebbero 350 e i feriti 4000.
Tornato a casa sento dalla TV giapponese che lo stesso ministro irakeno ha detto che le vittime sono prevalentemente donne e bambini, che gli americani mirano espressamente ai civili e in particolare sparano sulle ambulanze e sugli ospedali. Segue l'invito alla popolazione a insorgere contro l'invasore tanto crudele.

A questo punto penso: ok, hanno esagerato. Va bene dichiarare cifre gonfiate, ma al fatto che gli americani sparano sulla croce rossa non ci crederà nessuno nel mondo civile. E invece no, guardo in rete e trovo molti articoli come questo che citano solo fonti e numeri del regime irakeno, come fossero attendibili, senza distinzione tra propaganda e informazione.
Nessun accenno al fatto che il missile che ha colpito il mercato potrebbe anche non essere americano, o soprattutto che se gli americani mirassero espressamente ai civili, di civili non ce ne sarebbero più.

E intanto, l'Ansa comunica una piccola notizia che getta una'ombra di dubbio sulla purezza di cuore dei poveri ministri: il governo sta fornendo armi ai cittadini perché si suicidino in caso di presa della città da parte degli Alleati. Visto che non hanno fatto in tempo a farli fuori loro, che almeno la gente dimostri un po' di senso civico portando a termine il lavoro.
E intanto i bambini irakeni ricevono i loro fucili perché si difendano personalmente, magari facendosi scudo con una donna.

Marzo 28, 2003 2:16  Permalink


Lun - Marzo 24, 2003

Colpisci e terrorizza?! (2)

Il Riformista mi copia :-) e pubblica un articolo sulle strane traduzioni di "Shock and awe". In particolare fa notare che "i nomenclatori americani a volte sono veramente scemi (vedi l'abortito «Giustizia infinita» dei tempi dell'Afghanistan), ma non così tanto da utilizzare il termine terrore per battezzare una guerra che sostengono essere contro il terrorismo. "

Marzo 24, 2003 12:16  Permalink


Dom - Marzo 23, 2003

Colpisci e terrorizza?!

Tutta la stampa italiana riporta il nome dell'operazione "Shock and awe" come "Colpisci e terrorizza". Ma chi ha fatto questa traduzione? Immagino qualcuno presso un'agenzia di stampa, ma aver tradotto "awe" (incutere timore, intimorire) con "terrorizza", per quanto possa avvicinarsi al significato originale, mi sembra un altro modo per assimilare gli Americani a dei terroristi, per di più facendo credere che se lo dicano da soli.

Marzo 23, 2003 2:51  Permalink


Ven - Marzo 21, 2003

Documentazione sul regime (e non chiedetemi quale!)

Vi segnalo il sito dell'Assyrian Patriotic Party, dove potete trovare una sterminata documentazione sugli orrori del regime di Saddam, tratta dalla stampa internazionale e da documenti ufficiali, compilata dall'Alleanza Internazionale per la Giustizia.
In particolare, segnalo il recente rapporto chiamato "Irak: una continua e silenziosa pulizia etnica", che si può scaricare in inglese e francese da questa pagina, e il precedente rapporto "Irak: una repressione intollerabile, dimenticata e impunita, scaricabile qui in inglese)."

Marzo 21, 2003 19:25  Permalink


Blog da Baghdad

Forse un po' in ritardo, solo oggi ho scoperto il blog di un irakeno che usa lo pseudonimo di Salam Pax e scrive da Baghdad.
Come si può apprendere da diverse fonti (tra cui questa), è autentico, e descrive la situazione irakena vista dal di dentro, da parte di un giovane desideroso di democrazia e libertà, ma critico verso il sistema scelto dall'America per offrirgliele.

Marzo 21, 2003 1:58  Permalink


Mer - Marzo 19, 2003

Pace, papa', Papa

Leggo oggi dal blog di Luca Sofri un suo commento (Guerra) molto interessante e ragionevole. Luca dice che se è pur vero che c'è una risoluzione ONU chiara e approvata, che ci sono dunque delle regole, "il rispetto delle regole non dovrebbe eliminare la capacità di discernimento, di riconoscere la sproporzione tra il rispetto della regola e le sue conseguenze". E fa un bell'esempio: "Se io dico a mio figlio 'smetti di metterti le dita nel naso o ti taglio la mano', lui probabilmente smette. Ma se lo fa di nuovo, che faccio? Gli taglio la mano, per osservanza delle regole?".

È la stessa cosa che con altre parole ha detto il Papa nell'angelus di domenica:
"Certo, i Responsabili politici di Baghdad hanno l'urgente dovere di collaborare pienamente con la comunità internazionale, per eliminare ogni motivo d'intervento armato".
Ma " [...] di fronte alle tremende conseguenze che un'operazione militare internazionale avrebbe per le popolazioni dell'Iraq e per l'equilibrio dell'intera regione del Medio Oriente, già tanto provata, nonché per gli estremismi che potrebbero derivarne - dico a tutti: c'è ancora tempo per negoziare; c'è ancora spazio per la pace; non è mai troppo tardi per comprendersi e per continuare a trattare.
Riflettere sui propri doveri, impegnarsi in fattivi negoziati non significa umiliarsi, ma lavorare con responsabilità per la pace."

Per chi a questo punto stia pensando a un discorso pacifista, aggiungo anche le ultime parole: "Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità. E quindi preghiera e penitenza! "

Marzo 19, 2003 1:35  Permalink


Dom - Marzo 16, 2003

L'America non va in Irak per il petrolio (2)

Apprendo oggi dal sito di Paolo Attivissimo che il famigerato file Powerpoint che parlava di presunti guadagni degli USA in seguito alla prima Guerra del Golfo citando uno "studio del Politecnico di Milano" non solo è definitivamente una bufala (e questo lo si sapeva già: cfr. l'articolo di Tempi "Delirio Emergency" già citato), ma a quanto pare non è di origine Emergency.
Si tratta semplicemente del lavoro personale di uno studente del Politecnico che ha tranciato dei giudizi basandosi su qualche informazione fornita da un suo insegnante che citava a memoria dei dati letti in un libro.
Sarebbe comica, se non fosse che il file si è ormai diffuso a livello internazionale (ne esiste già anche una versione spagnola).
Tutta l'inchiesta con smentita di Emergency, intervento dello studente in questione e del suo professore, in questa pagina.

Marzo 16, 2003 4:41  Permalink


Sab - Marzo 15, 2003

Non si trattano cosi' neanche gli ebrei

Una volta si parlava di persone trattate "come bestie", e il paragone diceva già da sè della coscienza comune di una certa differenza tra esseri umani e animali.
Ora invece si parla di polli trattati come persone. Anzi, come ebrei.
Vi invito a dare un'occhiata a un sito dell'organizzazione animalista PETA (People for the ethical treatment of animals) che osa paragonare i morti nell'Olocausto nazista alle mucche, in una campagna indecente chiamata "Holocaust on you plate".

In reazione a questa campagna, il sito Yourish.com ha proposto l'International Eat an Animal for Peta Day, un giorno (Sabato 15 marzo) in cui tutti sono invitati a cucinarsi una bella bistecca. Penso che seguirò il consiglio.

Marzo 15, 2003 2:11  Permalink


Gio - Marzo 13, 2003

L'America non va in Irak per il petrolio

È più semplice ed economico comprare il petrolio che impossessarsene con una guerra.
Una piccola rassegna di articoli da leggere e far leggere a quelli che hanno capito tutto della guerra.

È un abbaglio, non è petrolio (Tempi)
Delirio Emergency (Tempi)
No, non è il petrolio (dal blog Splinder, con altri link)
It's not a war for oil (Washington Post)

Per chi volesse anche un punto di vista antiamericano (ma concorde nel non considerare il petrolio il problema):
YelloTimes.org


Marzo 13, 2003 14:46  Permalink


Saddam apre campi di addestramento suicidi

Una notizia che non lascia molto sorpresi...
Washington Post

Marzo 13, 2003 1:19  Permalink




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