Gio - Settembre 18, 2003

Differenze culturali e uguaglianze sociali

Al vertice di Cancun un sindacalista coreano si è tolto la vita. Alla strumentalizzazione che è seguita alla sua morte, con la colpa attribuita al WTO, alla globalizzazione, alle multinazionali e per vie traverse sicuramente anche ad Ariel Sharon, potremmo rispondere che ci sono al mondo tante persone che compiono gesti simili per motivi da poco, che un quattordicenne che si suicida perché non va bene a scuola non rende la sua scuola colpevole della sua morte, o anche - e non è poco - che uno che già 10 anni prima aveva tentato il suicidio è quantomeno sospetto di instabilità.

Potremmo dire queste cose, o potremmo invece far notare a tutti quelli che hanno letto il gesto come se l'avesse compiuto Josè Bovè, che nonostante la globalizzazione esistono ancora le differenze culturali: per lo stesso motivo per cui un attentato suicida compiuto da un palestinese non ci stupisce come se ad imbottirsi di tritolo fosse un milanese, un suicidio compiuto da un coreano va interpretato anche nel suo contesto culturale.

Rodolfo Casadei su Tempi di questa settimana scrive un interessante articolo su queste cose, e riporta le parole di uno specialista di questioni estremo-orientali:

«Non è stato il gesto di un pazzo o un dramma provocato dall’ingiustizia nel senso che possiamo intendere noi occidentali. C’è una connotazione culturale molto forte in quello che è accaduto. La Corea, come altri paesi asiatici, ha una tradizione di forme di protesta estreme e di manifestanti che compiono gesti estremi. Queste società non sono abituate a conflitti sociali protratti, perché sono centrate su di un concetto di armonia dove la società e i gruppi sociali vengono prima dell’individuo. Quando l’armonia viene infranta e le forme tradizionali di dialogo non risolvono la crisi, l’individuo si sente in dovere di affermare le ragioni del proprio gruppo con gesti estremi, compreso il suicidio. In una società dove l’individuo esiste solo in relazione al gruppo, ad essere inaccettabile è la disarmonia, non il suicidio, che è il gesto estremo con cui si tenta di sbloccare una situazione bloccata, di fare accettare le proprie ragioni alla controparte. Infatti spesso in Asia le crisi si risolvono dopo gesti come questi. Ma così non è stato, né poteva essere, a Cancun, dove le controparti non sono asiatiche. A tutto questo c’è da aggiungere un complesso di inferiorità specificamente coreano che porta ad esasperare le tensioni: da sempre i coreani vivono un senso di frustrazione dovuto all’invadenza dei loro grandi vicini, Cina e Giappone. Sono stati soggiogati alternativamente da giapponesi e cinesi, e da mezzo secolo il loro paese è diviso in due. La frustrazione, il senso di incompletezza spingono i coreani ad esasperare i toni, come se dovessero continuamente dimostrare qualcosa a qualcuno».

Ma se anche volessimo tralasciare questo aspetto, e ci limitassimo alla fredda analisi dei fatti, noteremmo che la protesta coreana è molto simile a quella del sopracitato Bové: rispettabile quanto si vuole, ma scavando sotto lo strato di chiacchiere in difesa dei paesi poveri appare volta a proteggere il mercato interno al paese.

Come scrive Casadei:

Il sindacalista sud-coreano aveva certamente buoni motivi per battersi contro il Wto, ma essi non coincidevano affatto con quelli dei “contadini poveri mondiali”: benchè tenti di proteggersi dietro a barriere doganali pari al 66% del valore del prodotto, l’agricoltura sud-coreana perde quote di mercato per la pressione non solo delle esportazioni sovvenzionate di Ue ed Usa, ma anche per quelle in provenienza dai paesi poveri, destinate a conquistare ulteriori spazi se fosse passata la posizione liberista che il G21, il fronte composto da Brasile, Cina, India, Sudafrica, ecc. cercava di far passare a Cancun. Ha detto le cose come stanno, e perciò merita un encomio, Virginia Lori su l’Unità: «La Corea, la cui agricoltura è una delle più protette al mondo, ha tutto da temere dall’apertura dei mercati. Avverte in particolare, come l’Europa e gli Stati Uniti, la pressione di grandi paesi esportatori come l’Australia ed il Brasile, che [...] assieme ad altri venti grossi paesi esportatori hanno depositato un testo di dichiarazione finale in concorrenza con quello della presidenza della conferenza».
Insomma, Kyang-Hae è morto per affermare le ragioni dei “suoi” poveri contro quelle di altri poveri. La realtà, come al solito, è più complicata dell’utopia.

Se vi interessa, potete leggere qualche dato sulla crescita economica della globalizzata Corea del Sud, qui confrontata con il declino della segregata Corea del Nord.

Settembre 18, 2003 23:41   Mondo


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