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Mer - Aprile 14, 2004Disinformazione, deriva mediatica e una guerra da riconoscere
Il
Gino
ci dà un esempio del modo in cui ci arrivano
taroccate le notizie
sull'Iraq.
Sull'argomento "disinformazione in tempo di guerra" ha postato cose utili 1972 (sotto il titolo "Il filtro"), e il solito Foglio ha scritto un ottimo editoriale su quella che chiama "la più grande battaglia o deriva mediatica dei tempi moderni". Io aggiungo che le notizie sono importanti, ma come scriveva Emilio Cecchi più di 80 anni fa, le opinioni lo sono ancora di più. La notizia ha infiniti gradi di verità, infinite sfumature di adattazione alla verità. È la posposizione continua, il continuo «aggiornamento», di quel fatto unico e concreto ch'è l'opinione; di quel momento infinitamente semplice, sano e chiarificatore ch'è il momento dell'opinione. E il mondo, o almeno la parte viva rimasta nel mondo, figura d'interessarsi alla notizia, di sentirsi impegnato nel falso dramma della notizia. Ma in realtà non gli importano e non gli possono importare che le opinioni. [La Tribuna, 22/2/1919; ripubblicato su il Giornale del 3/2/2004] Io un'opinione chiara ce l'ho, su quanto sta accadendo in Iraq e nel resto del mondo. Il fatto che ora rapiscano i miei connazionali (sia del mio paese natale che di quello che mi ospita), o che qualche mio coetaneo con manie di grandezza creda di essere un messia e speri di mettere a ferro e fuoco un Iraq sulla via della democratizzazione, non fa che confermare questa opinione. Cioè, che siamo in guerra. E, per dirla con il titolo di un dossier di Tempi di due settimane fa: "Chi non capisce che c'è una guerra in corso, diventa complice dei terroristi". Ne approfitto, allora, per riportare integralmente un piccolo sunto, un bigino del jihad, se volete, tratto dalla stessa rivista (lo ricopio a mano, perché l'edizione elettronica non è rintracciabile): IL MONDO DEL "JIHAD" Jihad, com'è noto, non significa "guerra", ma "sforzo" sulla via di Dio che, secondo la tradizione islamica, può avvenire in quattro modi: con l'animo, con la parola, con la mano o con la spada. In quest'ultimo caso il jihad assume il significato di guerra santa, per la difesa o per l'espansione dell'islam. Ma mentre il jihad difensivo è un obbligo individuale vincolante, il jihad offensivo ha tradizionalmente un grado più basso di obbligatorietà. Ibn Taymiyya, un teologo siriano del XIII secolo, ha teorizzato che il jihad offensivo è per i musulmani obbligatorio tanto quanto i cinque pilastri della fede islamica: professione di fede, preghiera, digiuno, elemosina, pellegrinaggio. I wahabiti, sorti alla fine del XVIII secolo nell'odierna Arabia Saudita, hanno ripreso questo insegnamento. L'obiettivo del jihad di Al Qaeda è la ricostituzione del califfato universale nei suoi confini del IX secolo (apogeo della dinastia abbaside) e la sua ulteriore espansione secondo il seguente programma: reinsediamento del califfo a Costantinopoli; riconquista della Spagna; conquista di Roma; conquista di Vienna. Per fare questo occorre combattere un triplice jihad: uno contro i regimi musulmani apostati, uno contro i non musulmani che opprimono popolazioni islamiche (Palestina, Cecenia, Kashmir, ecc.) e uno contro i Crociati e gli Ebrei, cioè contro gli Usa ed i loro alleati occidentali. Al Qaeda mira anzitutto ad impadronirsi del potere in Pakistan e in Arabia Saudita: il califfato avrà così a disposizione armi atomiche, petroldollari e la legittimità religiosa che deriva dal controllo dei luoghi santi di Mecca e Medina. Il califfato universale esisterà come confederazione di califfati: afghano-pakistano, caucasico, arabo-africano, ecc... [Tempi n. 13/2004, pagina II] Aprile 14, 2004 0:13 Mondo
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