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Mar - Settembre 21, 2004Velo come simbolo di dignità? O anticamera dell'inferno?
Nello stesso reportage dal
Cairo citato nel
post precedente, leggiamo anche del progressivo
aumento dei veli tra le donne egiziane.
Casadei,
l'autore, ci dà qualche dato, una sua impressione, e l'opinione di una
femminista egiziana. Io riporto qui sotto questi brani, ma mi riservo un
commento e una considerazione
finale.
[...] l’80-90 per cento (a seconda dei quartieri) delle donne porta il velo e un abbigliamento che copre braccia e gambe: non importa se giovani o anziane, abbienti o di modesta condizione; la grande maggioranza veste l’hijab, un foulard avvolto attorno al capo, un 5-10 per cento veste il niqab, un abito che ricopre l’intero corpo tranne una sottile fessura all’altezza degli occhi. «Non era così quando sono arrivato qua», racconta padre Christiaan Van Nispen, gesuita olandese che vive al Cairo da 40 anni. «A quel tempo le donne velate erano una minoranza. Quindici anni fa, all’inizio degli anni Novanta, la proporzione era già 50-50. Oggi, come lei può vedere, le donne senza velo sono molto poche, quasi tutte appartanenti alla minoranza cristiana copta». [...] Ma viste da vicino, le donne egiziane, soprattutto le giovanissime, sono tutto tranne che sciatte e pudibonde: il rimmel intorno agli occhi è perfetto, ciglia e sopracciglia sono curatissime; il colore del foulard è sempre perfettamente in tinta con quello del rossetto o con lo smalto delle dita di mani e piedi, oggetto di cura maniacale. Non che reprimere, il velo e l’abbigliamento castigato esaltano la sensualità della loro figura, per la studiatissima combinazione fra visibile e non visibile, proibito e permesso (haram e halal, direbbero i teologi giuristi dell’autorevolissima università islamica di Al Azhar). La civetteria è al diapason, solo i distratti e gli ottusi possono vedere in queste donne scrupolo religioso, modestia, senso di colpa e autopunizione del corpo femminile. [...] Heba Raouf, ambigua figura di “femminista islamista” [è] docente di teoria politica all’università del Cairo. A 13 anni appena, Heba creò un caso presso la scuola cattolica a cui genitori (musulmani) l’avevano iscritta pretendendo di indossare il velo durante le lezioni nonostante la perplessità delle suore tedesche che gestivano l’istituto. «Il velo -mi dice- è un segno del ritorno alla religione, ma non solo. È il mezzo che ci permette di essere presenti e attive nella società senza subire molestie sessuali e di sottolineare la nostra identità culturale. Noi donne non vogliamo più essere semplici oggetti del desiderio maschile, vogliamo essere cittadine a pieno titolo, e il velo ci permette di partecipare alla vita pubblica senza essere “mobbizzate”. È un’ottima cosa che in Egitto ci siano vagoni riservati alle donne nella metropolitana, perché questo ci permette di viaggiare senza subire molestie». Nel leggere l'ultima citazione, mi sono reso conto di aver già letto in passato qualcosa di simile, e sono andato a consultare la mia libreria. Nell'interessantissimo "Karim, mio fratello terrorista" , in cui la tunisina Samia Labidi racconta le vicende del fratello alle prese con il reclutamento e l'ingresso in una organizzazione terroristica sciita, ci sono dei passaggi dedicati alla mutazione di un'altra sorella, Samira: costei era una studentessa modello, brillante e dal futuro promettente, una ragazza vivace che si vestiva con gusto e di colori accesi. Frequentava anche un'organizzazione per i diritti della donna, ma poco a poco iniziò a cambiare. I vestiti si allungavano sempre di più, i colori sparivano, e i suoi discorsi vertevano ormai solo sulla religione. Cominciò a denunciare i vicini come traditori dell'Islam, ad accusare la madre di non credere abbastanza in Dio, e il padre di dare troppa libertà alla moglie e non tenerla sottomessa come vuole il Corano, e così via in un'escalation che portò l'inferno in famiglia e fece del fratello Karim una preda della sue farneticazioni. Ed ecco, tratto da pag. 60, l'acuto commento della sorella: All'inizio della sua conversione intellettuale alla religione islamica, Samira non si era resa conto della dimensione politica che una certa élite avrebbe impresso al movimento delle donne. All'inizio il loro gruppo cercava unicamente di combattere il culto della donna-oggetto di marca ideologica occidentale. Si trattava insomma di un movimento pseudofemminista, del tipo di quelli che erano sorti nei paesi europei già dall'inizio degli anni sessanta. Le fondatrici di questa corrente di pensiero si distinguevano per le loro qualità intellettuali. Vedevano - a torto - nel ritorno ai valori dell'islam un modo efficace di rendere alle donne la loro dignità. Il fatto di incitare a portare il velo, a indossare l'abito tradizionale, rispondeva innanzitutto a un atto politico. Era necessario annientare l'immagine della donna «oggetto sessuale» al fine di imporre il suo riconoscimento in quanto persona totale. Da questo punto di vista la religione era al servizio della rivoluzione femminile, e non di quella integralista. Ma in questo movimento si sarebbe infiltrato poco a poco il pensiero religioso estremista, che avrebbe operato il suo sabotaggio. Colmo dell'ironia, il femminismo politico sarebbe diventato un fanatismo religioso per volere degli uomini! Settembre 21, 2004 0:47 Mondo
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