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Lun - Maggio 26, 2003Di embargo cattivo e bambini morti
Segnalo due post di 1972 e Il Griso che con link utili entrano nel merito
dell'annosa questione dell'embargo ai danni
dell'Iraq,
che in realtà era solo ai danni del popolo irakeno perché
Hussein le
risorse per il suo popolo ce le aveva, solo che non le distribuiva, per dare la
colpa agli occidentali cattivi. Con questo non voglio dire che l'embargo sia
stato una cosa buona e non abbia fatto vittime, ma che le responsabilità
vanno suddivise equamente, cosa che a molti giornalisti di casa nostra non
riesce bene. Sono cose che chi voleva saperle le sapeva già da tempo, ma
fa bene ripeterle.
Rodolfo Casadei due anni fa scriveva: Bin Laden lo sa, come sa che l’alta mortalità fra i bambini irakeni è colpa dell’embargo almeno tanto quanto la crudeltà di Saddam Hussein, che coi milioni di dollari del petrolio di contrabbando che vende ai paesi vicini e dal 1997 con lo schema Onu “petrolio in cambio di cibo” ha sempre avuto risorse sufficienti per salvare la vita dei suoi bambini. Ma non lo ha fatto perché preferisce salvare la vita del suo regime. (Tutte le balle di Bin Laden, Tempi 41, 11/10/2001) E il dicembre scorso sempre Casadei aveva scritto un "Otto miti sull'Irak" da cui cito quanto segue: Però non è giusto scaricare tutta la responsabilità delle vittime dell’embargo sulle Nazioni Unite e i paesi membri del Consiglio di Sicurezza. Non solo perché il regime di Bagdad avrebbe potuto porre fine rapidamente all’embargo adempiendo sollecitamente alle condizioni della risoluzione 687/91, cioè il disarmo. Ma perché da quando vige l’embargo ha continuato a spendere annualmente 5 miliardi di dollari in spese militari e 2,5 miliardi in costruzioni di grandi infrastrutture, fra cui immense moschee e 50 edifici presidenziali. Se si fosse limitato a spenderne la metà, coi soldi risparmiati avrebbe potuto acquistare tanto cibo e medicine quanto l’Irak ne importava prima della guerra: prima dell’invasione del Kuwait l’Irak spendeva fra i 2 e i 3 miliardi di dollari all’anno di importazioni alimentari e 500 milioni in medicinali. [...] A non sfruttare appieno le possibilità dello schema “oil for food” è il governo iracheno, che non ha ancora impegnato 3 miliardi di dollari già stanziati dal fondo Onu e non ha ancora speso 1 miliardo per prodotti già approvati. Nella prima metà di quest’anno l’Irak ha speso il 75 per cento in meno rispetto al 2001 per l’acquisto di medicinali, e ha deciso di spendere 25 milioni di dollari di “oil for food” per la costruzione di uno stadio olimpico. Maggio 26, 2003 13:16 Mondo
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