Mar - Ottobre 14, 2003

Fede e ragione

Mi scuserete se oggi cito tanto 1972, ma a parte il fatto che è uno degli abitanti più interessanti della blogosfera, i suoi post odierni mi hanno particolarmente colpito. Scrive dunque:

Da laico l’autore di questo blog ha sempre pensato che una razionale fiducia nella ragione umana (non è un gioco di parole) debba saperne riconoscere anche i limiti, ammettere la possibilità che qualcosa possa sfuggirle e che non tutto si esaurisca al livello delle nostre conoscenze.

E poi cita delle osservazioni sull'ateismo di Dinesh D'Souza, da questa pagina, in cui si argomenta che gli atei non sono affatto più razionali dei credenti, ma anzi lo sono di meno.
Citando Kant, D'Souza dice che l'errore dell'illuminismo sta nel credere che la ragione può conoscere tutta la realtà. Conosciamo la realtà attraverso l'esperienza, dice Kant, che ci viene dai nostri sensi, limitati per natura, e incapaci di cogliere tutti gli elementi del reale. Che cosa ci fa credere che non ci sia una realtà ulteriore a quella che può essere afferrata dai nostri sensi? Non c'è alcuna ragione sensata per credere che possiamo conoscere tutto quello che esiste. La ragione deve riconoscere i suoi limiti, per essere realmente ragionevole.

Come mio contributo alla questione, vorrei ricordare che Giovanni Paolo II ha scritto estesamente di fede e ragione in una sua enciclica del '98, chiamata appunto "Fides et ratio".

Cito dall'incontro "Fede e Ragione: un concetto astratto o un'esperienza reale?" tenutosi nello stesso anno al Centro Culturale di Milano a commento di quell'enciclica:

Il Papa rimanda in nota [nota 28 della "Fides et Ratio", ndE] a un suo intervento del 1983 che vorrei leggere brevemente: "In particolare, quando il perché delle cose viene indagato con integralità alla ricerca della risposta ultima e più esauriente, allora la ragione umana tocca il suo vertice e si apre alla religiosità: in effetti la religiosità rappresenta l’espressione più elevata della persona umana, perché è il culmine della sua natura razionale. Essa sgorga dall’aspirazione profonda dell’uomo alla verità, ed è alla base della ricerca libera e personale che egli compie del divino". Il vertice della ragione è questa esigenza di un significato ultimo. Non è ragione, è ridotta, è mortificata se non si lascia aperta questa possibilità che corrisponde profondamente alla natura dell’uomo proprio come essere razionale. Impedire, escludere, come tante posizioni soprattutto dell’età moderna e contemporanea hanno fatto, impedire ed escludere questa dinamica della ragione, impedire l’accesso alla verità in forza di un pregiudizio, in forza dell’affermazione di una propria particolare visione, è la radice di ogni alienazione.

Fondamentale, a riguardo, anche l'articolo di Luigi Giussani da Repubblica del 24 ottobre 1998, da cui traggo l'ultima citazione:

Quando nel '54 sono entrato al Berchet di Milano, la prima ora di scuola - per rispondere alle domande dei giovani - mi pose immediatamente nella necessità di far capire che cosa fosse la ragione, perché senza ragione non c'è neanche la fede, non c'è umanità che edifichi civiltà; c'è barbarie. Quei ragazzi, pur vivi e impegnati personalmente, usavano in modo ridotto la ragione. Ora, l'uomo parte sempre dall'esperienza per conoscere se stesso e camminare nella realtà. E quando con la sua ragione scandaglia tutto il reale, giunge all'esistenza di qualcosa che non si vede e che è la spiegazione totale dell'uomo e del cosmo, ma che non è conoscibile dall'uomo: è Mistero. Questo "punto di fuga" è in quell'originale e insopprimibile slancio in cui la natura urge la conoscenza di tutti i fattori dell'esperienza in cui l'uomo si desta. Questo soprattutto manca a tante definizioni della ragione, proprio perché non cercano la ragione nell'esperienza che l'uomo inevitabilmente fa. Di fronte alla totalità del reale la ragione è impotente a esaurirla; si apre così alla categoria che ne rappresenta il vertice espressivo: la possibilità. Nell'orizzonte della ragione emerge la mendicanza dell'io creato che il Mistero stesso si riveli. E' in questo che il cristiano partecipa alle lodi della ragione e all'uso di essa meglio di altri.

Ottobre 14, 2003 1:20   Cultura


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