Ven - Luglio 18, 2003

Dire che è tutta colpa nostra è facile, ma non è vero

Ho ricevuto via e-mail (grazie a Mauro) la segnalazione di un articolo di Lilli Gruber su Io Donna del 12 luglio, in cui la giornalista sparla di Ogm e poi se ne esce con questa frase:

E in questo dibattito la fame in Africa c'entra poco: è accertato che alla base di tale tragedia non c'è la sottoproduzione agricola, ma l'iniqua ripartizione delle risorse.

È un discorso non certo nuovo, che sentiamo ripetere continuamente dal "popolo" no-global e dai suoi portavoce. Ma è un anche un discorso falso, oltre che stantio, e la Gruber per affermarlo ricorre a quel "è accertato", che mira a mettere da parte l'argomento senza che ci sia bisogno di discuterne: se è accertato, è così, è la verità, non c'è smentita.

Noi sono anni che invece pensiamo che sia più probabile il contrario (ecco, non osiamo neppure dire che "ne siamo certi"). Si possono dire tante cose a confutazione di questa storia della distribuzione delle risorse. Comincerò col citare un passo dal libro "Davide e Golia", di Piero Gheddo e Roberto Beretta (pag. 66):

Quando si dice che il 20 per cento della popolazione mondiale possiede l'80 per cento delle ricchezze e l'80 per cento della popolazione mondiale possiede solo il 20 per cento dei beni, si bara con le parole. Bisognerebbe dire: il 20 per cento produce l'80 per cento delle ricchezze e l'80 per cento degli uomini produce solo il 20 per cento. Questa la realtà che non possiamo ignorare. Il problema è produrre ricchezza: se non si produce si rimane poveri. La ricchezza non è una torta da distribuire fra tutti i popoli in parti eguali, ma anzitutto una torta da produrre: noi non ci rendiamo conto che gran parte dei popoli poveri non sanno produrre, non sono educati a produrre. [...] e l'educazione è opera a lunga scadenza, che l'Africa indipendente ha del tutto trascurato. [...] Ma chi, fra i giovani del mondo ricco, va nel fondo dell'Africa, a vivere nei villaggi di fango a insegnare ai contadini africani, nella loro lingua, a produrre? Ci vanno i missionari, le suore e alcuni volontari laici, e ci vanno gratis: ma quanti altri? Questo è il vero problema della solidarietà fra Nord e Sud!

Ancora Gheddo, che può permettersi di dire queste cose in quanto è missionario dal 1953, in questo articolo sulla rivista Liberal di aprile/maggio 2003 scrive tra l'altro:

Abbiamo quindi gravi responsabilità storiche e attuali, ma non si può dimenticare che se oggi nel mondo «globalizzato» si sono affermati democrazia, diritti dell’uomo e della donna, libertà di pensiero ed economica, medicina moderna, libero mercato, giustizia sociale, industrializzazione, scienze e tecniche che hanno aumentato enormemente la produzione di beni e di cibo, ecc. questo è dovuto a null’altro che alla colonizzazione europea. Nella sua Autobiografia (1946), Nehru si interrogava sul perché, nonostante cinquemila anni di grande civiltà, tutto quel che di moderno c’è in India (dignità della persona, democrazia, industrie, treni, superamento delle caste, ecc.) è venuto dall’Occidente. E diceva che l’Occidente è mosso da un dinamismo interno misterioso, da una continua rivoluzione delle idee, mentre l’India è rimasta immobile per millenni, bloccata dal karma e dalle caste. Il filosofo giapponese Okakura scrive: «Nella nostra millenaria cultura non c’è nessun principio che possa farci pensare alla donna come persona uguale all’uomo: questo è il dono più grande che l’Occidente ci ha portato». [...] Abbiamo certo usato anche modi condannabili, ma non possiamo dimenticare che il mondo moderno è nato nell’Occidente cristiano. Nel mondo buddhista e indù, nell’Islam e nell’Africa pre-coloniale, non potevano sbocciare i diritti dell’uomo e della donna, la democrazia, le libertà politico-economiche, la rivoluzione francese, il marxismo e la giustizia sociale, la rivoluzione scientifica e industriale.
[...]
Nessun «complesso di colpa» deve bloccarci. In genere si spiega la realtà dell’abisso fra Nord e Sud con motivazioni economico-tecniche e con cause esterne (ingiustizie nel commercio internazionale, debito estero, multinazionali, ecc.). Ma si trascurano le motivazioni interne. [...] i popoli dell’Africa nera, in genere, sono usciti dalla preistoria un secolo fa o poco più (non avevano la scrittura) e praticano ancora un’economia di sussistenza: l’Africa è passata da 280 milioni nel 1960 a circa 800 oggi, ma non è aumentata adeguatamente la produzione agricola. Nel 1960 l’Africa nera esportava cibo, oggi importa il 30% del cibo che consuma. La Guinea-Bissau, un milione di abitanti su un territorio pianeggiante ricco di acque, importa riso! Grazie alla globalizzazione, il terzo mondo si è molto sviluppato. In Asia il progresso è evidente anche in Paesi come il Bangladesh (l’ho rivisto nel settembre 2001), mentre sono rimasti indietro i Paesi con dittature socialiste che non si sono aperti al libero mercato (Corea del Nord e Birmania). L’India ha avuto l’ultima carestia nel 1966: estesa meno di Etiopia e Sudan, con un miliardo di abitanti contro 80 milioni, esporta cibo (in Africa e Medio Oriente), in Etiopia e in Sudan si muore di fame.
[...]
Un missionario italiano in Tanzania mi dice: «I pilastri del sottosviluppo africano sono quattro: fatalismo, analfabetismo, governi corrotti e i militari». La causa radicale dell’abisso fra ricchi e poveri non è il mercato mondiale, ma la mancanza di istruzione e di crescita democratica dei popoli più poveri. In Africa, la politica delle élites di governo, invece di puntare sull’educazione e sulla sanità per le zone rurali, ha privilegiato le città, col risultato di creare metropoli invivibili e campagne abbandonate.

E ancora, da qui:

Quando ci sono condizioni di questo genere, quando c’è corruzione, quando non ci sono scuole, quando mancano le strade e le infrastrutture ecco che un Paese viene marginalizzato nel mondo moderno. Esempio: il salvadanaio del Congo era il rame. Oggi però il rame nessuno lo estrae più. Perché? Perché la guerriglia, la corruzione dei governi, la mancanza di infrastrutture hanno reso sempre più difficile e pericolosa la sua estrazione. Sto parlando delle cause interne del sottosviluppo africano perché non se ne parla mai... Si dà invece tutta la colpa alle cause esterne. Quando i Paesi africani danno il 2% dei bilanci all’istruzione, l’1,5% alla sanità e il 30% alle forze armate ecco che si spiegano molte cose...».

Jean-Paul Ngoupandé, ex primo ministro della Repubblica Centrafricana, ha scritto su La Stampa del 22 maggio 2002:

Durante i secoli della tratta dei negri, eravamo senza alcun dubbio delle vittime. Oggi siamo noi stessi i principali becchini del nostro presente e del nostro futuro. Alla fine dell’era coloniale disponevamo di apparati statali certo embrionali, ma che avevano il grande merito di assolvere efficacemente i compiti elementari che erano stati loro affidati: sicurezza, sanità pubblica, sistema scolastico nazionale, manutenzione delle vie di comunicazione.
[...]
Più di quarant’anni dopo l’ondata indipendentista degli anni Sessanta, non possiamo più continuare a imputare la responsabilità esclusiva delle nostre disgrazie al colonialismo, al neocolonialismo delle grandi potenze, ai Bianchi, agli uomini d’affari stranieri, e chi più ne ha più ne metta. Occorre che accettiamo finalmente la realtà: i principali colpevoli siamo noi. Lo slittamento dei nostri paesi verso la violenza, il lassismo nella gestione degli affari pubblici, il saccheggio su grande scala, il rifiuto del riconoscimento reciproco da parte di etnie e regioni: tutto questo ha cause prevalentemente endogene. Ammetterlo sarà il punto di partenza della presa di coscienza, e dunque della saggezza.
[...]
I peggiori, per noi, sono quelli che giocano a lisciarci il pelo. La pacca sulla spalla è certo un gesto amichevole, a condizione però che non ci rafforzi nell’idea infantile secondo la quale siamo le gentili e innocenti vittime di un complotto internazionale contro l’Africa. Non devono adularci. Quanto a noi, guadagneremo in credibilità a partire dal momento in cui saremo capaci di guardarci allo specchio, riconoscendo finalmente che tutto quel che ci accade è innanzitutto colpa nostra.

Come scrisse Indro Montanelli nella prefazione al libro di Gheddo "Missionario - Un pensiero al giorno":

Le anime belle intonano il solito ritornello: «Colpa di noi ricchi e del nostro egoismo». Ma non è così. Di aiuti al cosiddetto «terzo mondo», specie ai paesi africani, ne diamo, in proporzione alle nostre disponibilità. È la gestione di questi aiuti che non ha mai prodotto i risultati sperati. Detta all'ingrosso, i benefici degli «aiuti» possono essere così ripartiti: un terzo finisce nelle tasche del satrapo di turno e dei suoi complici. Un terzo va all'acquisto di armi da usare contro i sudditi che osino ribellarsi al tiranno di turno. L'ultima parte torna, sotto forma di «tangenti», ai procuratori degli altri due terzi.
[...]
Per soccorrere quei popoli disgraziati un mezzo ci sarebbe. Dare la gestione dei miliardi di «aiuti» ai missionari di cui padre Gheddo scrive in questo libro: quelli che da anni e decenni vivono laggiù, peones fra i peones, sfidando lebbra e colera e tutto il resto, combattendo la fame non con la distribuzione di farina, ma insegnando alla gente - nella sua lingua - come si coltiva il grano, come si scavano i pozzi e i canali, condividendone, giorno dopo giorno, rischi e privazioni.
[...]
Per aiutare i popoli poveri i miliardi non bastano. Ci vogliono i missionari alla Marcello Candia (industriale della Milano opulenta che vende tutto e va in Amazzonia a servire i poveri) e alla Clemente Vismara (eroe della prima guerra mondiale che trascorre 65 anni fra i tribali della Birmania), di cui parla questo libro. Ma i missionari sono difficili da stanziare nei bilanci dello Stato. Dovrebbero produrli le nostre famiglie, la nostra scuola , la nostra cultura cristiana. Temo che la vocazione profonda della civiltà cristiana - la carità verso gli ultimi - sia in ribasso, almeno nelle cronache quotidiane e nella «filosofia di vita» della nostra società.

Luglio 18, 2003 23:37   Cultura


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