Ven - Febbraio 27, 2004

PASSIONI

Tra i tanti articoli e commenti sul nuovo film di Mel Gibson, segnalo un bell'intervento di Giuliano Ferrara su religione e mondo moderno, da Panorama del 20 febbraio, una recensione di Christian Rocca (dal Foglio del 25 febbraio), che ne sottolinea la violenza estrema, ma soprattutto un'interessante intervista dello stesso Rocca a monsignor Lorenzo Albacete, che si dice certo delle buone intenzioni di Gibson, ma mette in guardia da una semplice visione del film che non sia sorretta, non tanto dalla fede, quanto da un'adeguata interpretazione dei fatti mostrati e del giudizio che ne ha elaborato la Chiesa riguardo alla questione delle colpe degli ebrei.

"Aver esposto le ferite che esistono tra ebraismo e cattolicesimo, e che esistono molto più che tra altre confessioni, può essere un bene per i credenti di entrambe le parti, ma solo se l'obiettivo è guarirle, darvi una risposta".
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Secondo Albacete "il problema non è il film in sé, sono i Vangeli". Quelle frasi pericolose che Gibson ha riprodotto in "The Passion" sono davvero presenti nei Vangeli, non sono inventate dal regista. "La Chiesa ha affrontato il problema, lo riconosce, ma Gibson ha ignorato questi avvertimenti, i documenti, gli studi, gli insegnamenti". Nel 1965 il Concilio ecumenico Vaticano II e l'enciclica "Nostra Aetate" discolparono gli ebrei dall'accusa di essere deicidi, e certo non lo hanno fatto censurando le frasi dal Vangelo, ma analizzandole attraverso studi e interpretazioni che sono alla base della condanna cattolica dell'antisemitismo. Il film di Gibson, cattolico tradizionalista che non riconosce il Concilio Vaticano II, rischia di essere pericoloso perché non tiene conto di questo percorso intrapreso dalla Chiesa.
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Il caso Gibson, spiega Albacete, fa scandalo soprattutto in America perché è un paese fondamentalmente protestante, dove non sempre c'è una Chiesa che condivide i testi con i fedeli: "Presi fuori da un'esperienza di comunità i Vangeli potrebbero essere scioccanti".
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Tanto più che le raffigurazioni del film spesso, dice Albacete, non sono convincenti né consone al racconto del Nuovo Testamento. "Caifa nei Vangeli non è descritto come il male assoluto come in questo film, così come la figura di Pilato sembra molto esagerata. Nei Vangeli non ci sono grandi dettagli sul percorso che ha portato Gesù alla crocifissione, c'è scritto che è caduto tre volte, ma nel film cade otto o nove volte; nei testi non c'è scritto quante volte e quanto a lungo sia stato torturato e picchiato; c'è scritto che fu crocifisso in mezzo a due criminali. Il film invece fa vedere molto altro, Gibson ha aggiunto di suo. Mi chiedo perché, per quale motivo la violenza sia stata resa così esplicita. Per commuoverci? Per fare appello alla nostra sensibilità? Per renderci conto dei nostri peccati? Cristo è morto per i nostri peccati, ma lo spettatore non ha colpa per quello che gli viene fatto vedere nel film. Come può la mediocrità dei miei peccati aver avuto una responsabilità nelle cose orribili che ci fa vedere il film?". Raccontare la passione di Cristo e in modo così potente, conclude monsignor Albacete, "è una grande medicina, ma certo bisogna stare attenti agli effetti collaterali che può provocare. 'The Passion' rappresenta una sfida anche per la Chiesa che dovrà riconoscere le preoccupazioni e spiegare tutto quanto ai fedeli".

Febbraio 27, 2004 1:37   Cinema


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