Gio - Aprile 8, 2004

Lost in Translation

Quando ho visto il film di Sofia Coppola (qui il trailer) lo scorso Natale in Italia, ne ero rimasto molto deluso e piuttosto infastidito. Ma la maggior parte dei critici cinematografici, e anche diversi amici e conoscenti, ne parlavano come di un piccolo capolavoro, perciò mi ero quasi convinto che il mio giudizio negativo fosse il risultato di una serie di fattori diversi, tra cui il fatto di essere in Italia a vedere un film ambientato "sotto casa". Poi però, ripensandoci, questo era proprio un vantaggio che avevo io su tutti gli altri. Avere a che fare con i giapponesi tutti i giorni, permette di rendersi conto che quelli rappresentati nel film sono il più delle volte delle figure parodiche, al servizio degli intenti dell'autrice, che deve gettare il suo protagonista nelle situazione più tristi e assurde.

La scena in cui si gira lo spot, con il regista isterico e l'interprete che traduce solo poche parole, è una delle più fastidiose, perché per creare la situazione in questione, che dà anche il titolo al film, si mostra questo ragazzo nervoso e volgare che parla a Murray come non gli si rivolgerebbe mai nella realtà. Ha un comportamento da primadonna che non si addice né alla sua figura (un regista pubblicitario, per di più in Giappone) né alla differenza di fama, importanza e popolarità che lo separa dal grande attore americano in visita nel suo paese, verso il quale nella realtà avrebbe sicuramente un rispetto vicino alla venerazione. Ma, naturalmente, se fosse così la sequenza risulterebbe poco interessante.

La scena della prostituta è ancora più incredibile (nel senso che non ci si può credere), non solo perché il fatto di mandare una ragazza nella camera dell'attore senza che lui l'abbia nemmeno richiesta ha dell'assurdo, ma per il comportamento stesso della donna, che tratta Murray come una dominatrice verso il suo schiavo e poi si offende e si mette a strillare come una cretina: tutti comportamenti che uno spettatore riconosce come "caratteristici della stupidità giapponese" e a cui siamo abituati da visioni come "Mai dire Banzai" e da un immaginario sul Giappone che si alimenta di quello che anche qui è anormale o semplicemente idiota. Ma il tutto è motivato dal fatto che tali situazioni devono fare da sfondo e contribuire a deprimere ancora di più il nostro.

E poi ci sono tante piccole cose che aggiungono stereotipo a stereotipo: vedi la scena di Murray in ascensore tra i giapponesi nani, una delle idee più ritrite mai viste al cinema da decenni; o la doccia piccolissima, per di più in un hotel di lusso, dove al contrario le dimensioni di stanze e oggetti sono grandi anche per degli occidentali.

E poi tutte quelle sequenze folkloristico-turistiche che indulgono sulle "cose strane" del Giappone, che in realtà sono già note (vedi le sale giochi con gli arcade tipo Dance Dance Revolution) o che nel giro di qualche mese arriveranno ovunque (la suoneria polifonica del cellulare, che già adesso qui è preistoria). Anche le lunghe e ripetute carrellate sulle insegne luminose di Ginza mi sono sembrate ridondanti, come anche il fatto che gli attori si muovessero quasi sempre negli stessi luoghi, forse a causa delle restrizioni poste dal governo di Tokyo alle riprese. Sta di fatto che nel film di vede un Giappone moderno fondamentalmente ridicolo e incomprensibile, e un Giappone antico che con la sua aura mitica dà conforto alle anime perse dei protagonisti (vedi la scena al tempio, l'ikebana, ci mancava una visita ad una scuola di kendo).

Non voglio dire con questo che il film sia pessimo, anzi. Murray è bravo, la Johansson è bella, il film descrive bene due persone tristi che grazie al loro incontro riescono a lenire la propria solitudine, e soprattutto il fatto che, come ha scritto Magrelli su Film TV, "Sono turisti e non viaggiatori. Non vogliono esplorare, conoscere o capire."

Però credo che si sarebbe potuto rendere tutto questo anche senza scadere in luoghi comuni banalissimi, e magari aggiungendo un po' di profondità ad almeno qualcuno dei personaggi giapponesi che attraversano questo film come tanti alieni di carta. Che il Giappone non sia il miglior paese del mondo lo so bene anch'io. Che in TV e per la strada si veda roba di un trash pazzesco, anche. Ma da un film con un impianto fondamentalmente realistico, mi aspettavo molto di più che un trailer americano di un futuro "Natale in Giappone" con Boldi e De Sica.

I casi sono due: o la Coppola mente quando parla di tutti i suoi soggiorni in Giappone, dei tanti amici del luogo, delle "tante persone stimolanti" che vi ha conosciuto, oppure non è ancora in grado di fare del cinema: il suo film comunica esattamente il contrario di quella che dice essere stata la sua esperienza.

Aprile 8, 2004 2:21   Cinema


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