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SENZA UN CEMENTO DI SANGUE
Perché senza un cemento di sangue (dev'essere umano, dev'essere innocente) nessun muro secolare può stare in piedi con sicurezza.
- W.H. Auden, Horae Canonicae
Prologo
Gli avevano spezzato le mani prima di portarlo via, i suoi compatrioti, i suoi fratelli d’arme, i figli della Cirte. Gli avevano appoggiato le mani sulla balaustra di marmo dove avevano impiccato gli altri, e gli avevano spaccato le ossa robuste delle mani con i calci dei loro Fraxen—Huey. Ma a quel punto l’avevano già spezzato, gli avevano già detto di Dora e del bambino. Ellade Tarkish gli aveva urlato in faccia i dettagli appena era arrivata abbastanza vicina.
Nella confusione di quell’ultimo terribile tradimento, quando le truppe lealiste avevano fatto irruzione nel Palazzo, lui aveva gridato il nome di Dora. Se avesse saputo già da allora che era morta, forse avrebbe fatto la cosa più saggia e si sarebbe cacciato una pallottola in testa, come aveva fatto la povera Verityem. Ma, da stupido, da ingenuo che era, come suo padre aveva sempre detto, aveva voluto trattare. Aveva convinto gli altri ad arrendersi, sapendo che comunque andassero le cose lui non aveva alcuna possibilità di salvarsi la vita, ma sperando per gli altri, i suoi compagni, sperando che in un giorno futuro in cui la furia si sarebbe calmata avrebbero potuto essere presenti, liberi, e non domati.
I Say al comando delle truppe che avevano attaccato il Palazzo avevano evidentemente deciso che nessuna parola valeva con lui, e alla loro resa avevano risposto con una carneficina.
Tharand era morta strangolata dalla corda, ma come ultimo sfregio, fedeli come sempre solo alla loro ferocia, i Say del Clan Tarkish, avevano fatto precipitare il primo ministro Adlai e gli altri — ministri, soldati, civili che avevano partecipato all’ultima difesa della Rivoluzione — nella piazza davanti al Palazzo del Governo, tagliando la corda prima che potessero soffocare per farli finire a calci e pugni dalle truppe scomposte là sotto. Lui conosceva bene la Cirte e sapeva quanto di freddamente calcolato c’era in quella esibizione di crudeltà senza vergogna. Sapeva, in fondo aveva sempre saputo, cosa aspettarsi.
Fra gli sputi e gli insulti lo trascinarono via, un muro di Say a impedire ai soldati di linciarlo, via verso la Cirte e la sua pietà. Il cielo era terso e limpido, attraversato da colonne di fumo nero come da sfregi. Lo vedeva con chiarezza mentre lo buttavano dentro il veicolo, perché non aveva lacrime negli occhi. Il giorno prima, davanti a un microfono, senza nemmeno essere sicuro che qualcuno lo potesse sentire, aveva cantato delle parole con cui pregava di non piangerlo, perché la sua morte non era la fine della storia. E, fedele a se stesso, non aveva pianto.
Aveva trentaquattro anni, Shai Krailin Shiela, il giorno della conquista della capitale. Si lasciava dietro una Rivoluzione sconfitta, un governo rovesciato, una speranza — la promessa di Hanvard — tradita, una moglie suicida, una compagna assassinata, due figli orfani, tre libri di poesie via via sempre meno liete, una quarantina di canzoni via via sempre più accese, e l’odio della Cirte, che non si sarebbe mai spento. Non sarebbe arrivato a trentacinque anni.
Però sarebbe stato ricordato.
Capitolo 1
LA MACCHINA SI FERMA
Era la solita routine. Zai Faraniy, comandante in seconda della Settima Flotta, guardava l’avvicinamento all’attracco di ARRAS distrattamente. Era incastrato comodamente fra la paratia foderata e la ringhiera che sotto gravità delimitava la zona comando. Davanti a lui c’era un grosso monitor da cui si poteva ammirare, avendone ancora voglia, ARRAS che si ingrandiva rapidamente, nera, argento, tempestata di luci. Era uno spettacolo da mozzare il fiato: intrecciata com’era all’iperspazio, ARRAS appariva come una costellazione di archi luccicanti e dischi argentati, intricata e meravigliosa, governata dalla più grande mente artificiale della Galassia come da un cuore segreto. Ma Zai Faraniy l’aveva già vista mille volte. Il personale della nave su cui viaggiava, la vecchia, solida, affidabile Gurgeh, l’aveva vista anche più spesso. Insomma, nessuno la degnava più di un’occhiata se non per ragioni di lavoro, e Faraniy ragioni di lavoro non ne aveva. Stava dando gli ultimi ritocchi al suo rapporto trimestrale, come al solito in ritardo. L’unica cosa che gli interessava, di ARRAS, era che laggiù lo Stato Maggiore era già in riunione.
— Haber — disse senza alzare la testa. — A che punto siamo con quel collegamento?
Un ufficiale si voltò dalla postazione sopra di lui.
— Due minuti ancora, generale.
— Be’, prenditela pure comoda.
Faraniy continuò a scrivere.
Il maggiore Rassil arrivò di corsa, si fermò scivolando sui pavimenti lucidi di ARRAS, e salutò la sentinella. Si prese un paio di secondi per riprendere fiato, e per battere le tre tavolette che teneva in mano contro il ripiano dell’analizzatore di DNA per allinearle. Poi appoggiò il palmo della mano sulla lastra ruvida. Sentì il lieve grattare sulla pelle e poi la lastra lampeggiò.
— Tutto a posto, signore — disse la sentinella. — Può entrare. — Allungò una mano e spinse un pulsante. La grande porta di metallo scivolò di lato quasi senza rumore.
Era una stanza non troppo grande, sguarnita ma non squallida. Le pareti qui erano verdi: zona riservata alla Flotta. Rassil entrò, si schiarì la gola e salutò il suo comandante, che sedeva a una estremità della tavola ovale e che alzò gli occhi per un secondo.
— Si sieda, Rassil — disse, con voce secca. Riprese a scrivere sullo schermo flessibile appoggiato sul tavolo davanti a sé. — Lei è in ritardo.
Le lampade sopra il tavolo facevano spiccare i capelli che la leggenda voleva gli fossero diventati bianchi durante l’offensiva di Mezzo Anno su Meseian, quando aveva avuto trent’anni scarsi. Era vero, ma non aveva nulla a che fare con la guerra: anche suo nonno e suo zio avevano avuto i capelli perfettamente candidi prima dei quarant’anni.
— Sì, signore — ammise Rassil. — Mi dispiace, signore. Ho avuto un piccolo problema al momento dell’attracco, signore.
Creyna sollevò di nuovo lo sguardo. Era alto e anche seduto manteneva un aspetto imponente: ora guardava Rassil con occhi chiari, duri e freddi. Era uno sguardo famoso quello di Creyna, e non solo nella sua Flotta. Se non fosse stato per quello, per la piega severa della sua bocca, avrebbe potuto essere un bell’uomo, e forse lo era stato, un tempo. Rassil si sentì trafitto più che fissato da quei due severi, terribili occhi verdi. Dopo Laney, quello era l’uomo più potente di Tyros, capace di muovere con una parola tanta gente quanta ce n’era in un intero Settore, che aveva al suo comando astronavi grandi come città e città militari disciplinate come astronavi; che comandava l’esercito segreto della SATO e poteva far sparire non un uomo ma un intero paese senza farne rimanere traccia, oppure poteva far strangolare un parlamentare della Federazione sulla pubblica piazza senza che nessuno potesse protestare. Ma non era per questo che i suoi ufficiali sbiancavano in volto quando li guardava così. Era sempre stato un comandante giusto ed equilibrato, in guerra e in pace, e non era uomo da cedere alla collera. Avevano messo in imbarazzo anche i suoi superiori, quando ancora ne aveva, quegli occhi tanto vecchi e tanto freddi, che sembravano sempre saperla più lunga, che sembravano avere visto tutto e avere già giudicato quello che c’era da giudicare. Questa volta c’era un lungo discorso negli occhi di Creyna, che comprendeva la necessità della disciplina, l’esempio che gli ufficiali dovevano costituire, e il fatto che purtroppo Creyna non poteva lanciarsi nel rimprovero sarcastico che sicuramente sarebbe stato opportuno perché il suo secondo era in ritardo anche lui, e Creyna non poteva né rimproverare Faraniy davanti a degli ufficiali a cui Faraniy doveva comandare, né rimproverare Rassil per poi ignorare Faraniy. Dopo un attimo, Creyna si limitò a ripetere:
— Si sieda, Rassil — e a voltare la testa candida verso gli altri. — Possiamo cominciare senza il generale Faraniy. Come sapete, Wilkaa ha ratificato la resa da più di una settimana ormai e la Flotta si sta disponendo a ritirarsi per lasciare il posto alla forza d’occupazione del Comandante Xander Bjas, il che vuol dire che è venuto il momento di valutare i danni e assegnare le varie priorità di riparazione e rimpiazzo.
Benché fossero cose note a tutti diverse teste si chinarono su tavolette e schermi ripiegabili, per cominciare a scrivere freneticamente. Rassil stava scrivendo data e ordine del giorno su un foglio che aveva frettolosamente creato sulla prima tavoletta. Il generale Hiero, che aveva notoriamente una memoria quasi perfetta, stava mescolando il caffè. Nel visore lungo e stretto che correva per tutta la lunghezza della sala si vedevano lucine colorate, bianche, gialle, verdi e rosse, che si muovevano lentamente su uno sfondo di stelle. Traffico in arrivo e in partenza da ARRAS, uno dei nodi militari più importanti di tutta Tyros.
— Man mano che i reparti si sganceranno, vorrei che voi...
Creyna si interruppe improvvisamente. Teneva fra le dita una penna che toccava il tavolo e aveva sentito qualcosa che aveva risvegliato d’improvviso la sua attenzione. I suoi ufficiali vivevano spesso a bordo delle loro navi, che nonostante le griglie di gravitazione rullavano, oscillavano e vibravano. Ma Creyna comandava la Flotta da qui, da questa stazione spaziale, e ne conosceva gli umori e il respiro. Sotto le sue dita, attraverso la penna e il tavolo e il pavimento, la colossale stazione aveva tremato.
Per un istante rimase come in ascolto, confuso e con le dita leggere di un terrore primitivo che gli sfioravano il cuore. Ci volle un attimo perché si ricordasse che non ci potevano essere terremoti qui, che non era sulla Cirte con i suoi vulcani che portavano inverno e carestia.
Si alzò in piedi.
Gli altri lo fissavano senza capire. Un secondo tremore, ancora praticamente impercettibile — e difatti nessun altro, nella sala, sembrava averlo notato. Ma questa volta Creyna lo sentì distintamente, sotto i piedi. Gli occhi spalancati e chiarissimi, tese una mano sopra i comandi incassati nel piano della scrivania.
— Centro Controllo ARRAS.
— Sì comandante — rispose una voce da sopra il tavolo, dov’era l’altoparlante di servizio.
— L’avete sentito?
— Sì Comandante. Stiamo iniziando i diagnostici.
Nessuno di loro lo sapeva, ma il disastro aveva già colpito. Il resto, la catastrofe che doveva ancora abbattersi su di loro, era solo un corollario. Nulla la poteva più impedire. Le unità di controllo centrali che ordinavano la coerenza logica della Mente di ARRAS si erano già decomposte in informazione casuali e rumore; la delicata struttura che collegava le diverse parti della stazione a cavallo dell’iperspazio stava collassando, e le energie dell’universo stavano per fare a pezzi la fortezza inviolabile, il cuore della Settima Flotta, la Stazione Spaziale più grande, complessa, sicura e potente di tutta la Galassia, il vanto di Tyros e l’anello più forte della sua catena difensiva. Creyna alzò gli occhi istintivamente verso l’alto, e rabbrividì.
Non seppe mai quale miracolo gli concesse quei pochi secondi di grazia, se fosse stata una delle innumerevoli sicurezze che per una volta, almeno una volta, aveva funzionato, o solo il lento, inevitabile attrito della materia. Ma seppe che fu il suo istinto, quello che gli aveva salvato la vita tante volte su Meseian e sui Pianeti Esterni, a far sì che abbattesse la mano senza esitazioni e senza dubbi sul pulsante rosso che si trovava a sinistra sulla sua consolle: evacuazione immediata.
— Fuori! — gridò Creyna sopra l’urlio delle sirene. — Tutto il personale alle capsule di salvataggio! PRESTO!
La stazione era tutta piena del suono sinistro dell’allarme. Due milioni di persone, sveglie e addormentate, impegnate a mangiare e camminare e lavorare, alzarono la testa e poi la voltarono verso le vie di fuga, le capsule di salvataggio, i bunker. Non c’era spazio per altro dentro i corridoi di ARRAS. Le voci e le urla si perdevano nel rumore.
Gli ufficiali della Settima Flotta nella sala ovale lo guardarono per qualche istante e poi gli obbedirono alzandosi in fretta, rovesciando sedie e lasciando tavolette, schermi, penne d’oro e bicchieri d’acqua semivuoti sul tavolo. Nella gerarchia dell’evacuazione loro avevano la priorità, perché se qualcosa fosse successo la Settima Flotta non venisse decapitata. Solo Rassil si voltò a guardare, e vide che Creyna si era voltato, ma non per seguire i suoi ufficiali verso la luce rossa che indicava la via di fuga, ma verso le grandi porte che separavano la sala riunioni dal Centro Controllo di ARRAS.
— Comandante! — urlò Rassil.
Creyna si girò. — Non ha sentito i miei ordini, Rassil? — Doveva urlare per sovrastare il rumore delle sirene. Le paratie nere si chiusero su di lui e lo nascosero alla vista. Rassil si mise a correre per seguire gli altri.
La stazione ora era in subbuglio. Erano passati sì e no trenta secondi dall’allarme e le prime capsule cominciavano a essere espulse. Creyna correva nel corridoio, per una volta ignorato dai suoi uomini, contro un flusso di gente che fuggiva. Avevano evacuato ARRAS più volte nel corso di questa o quella esercitazione, e ora sembrava che tutto stesse andando liscio. Probabilmente molti di quelli che fuggivano credevano che si trattasse anche stavolta di un’esercitazione, ma Creyna coglieva sguardi terrorizzati nei volti che incrociava. Era tutta gente che viveva nello spazio e aveva sentito, come lui, quei tremiti.
Finalmente arrivò alla grande sala circolare da dove ARRAS veniva sorvegliata e amministrata e dove gli schermi e i globi olografici di controllo sembravano impazziti. Il direttore tecnico di ARRAS si voltò di scatto quando lo vide arrivare.
— Non riesco a capire cos’è signore, ma credo che abbia fatto bene a ordinare l’evacuazione.
Parlava così in fretta che Creyna faticava a capirlo.
— Cosa sta succedendo?
— I sistemi stanno crollando uno dopo l’altro signore, è saltato l’ancoraggio e poi abbiamo perso le periferiche e ora ci stanno sparendo interi settori dagli schermi, signore non sappiamo più cosa sta succedendo là sotto, abbiamo perso il contatto con gli attracchi abbiamo perso le comunicazioni con il reattore centrale signore ab...
— Il reattore centrale è isolato?
— Certo signore è la prima cosa che ho fatto, l’ho isolato e sganciato e adesso è lì nell’iperspazio ma signore, temo che buona parte delle sezioni tecniche ci stiano ancora attaccate, signore, noi non...
— Vuoi dire che abbiamo perso l’integrità strutturale?
— Voglio dire che abbiamo perso i ponti iperspaziali, signore.
Creyna si girò a guardare il grosso schema tecnico di ARRAS che di solito aleggiava in aria sopra la consolle principale, e vide, quasi incredulo, lo sferoide verde che oscillava, si apriva e si disgregava silenziosamente, con frammenti che si allontanavano e uscivano dalla rappresentazione e altri che svanivano semplicemente nel nulla. Qualcuno gridò nella sala, di orrore e di spavento, anche se l’immagine non era in tempo reale e quello che vedevano doveva già essere successo da diversi secondi, nel momento stesso in cui erano venuti meno avevano ceduto i ponti iperspaziali che tenevano assieme le parti della Stazione costruite in luoghi diversi della Galassia, lontani anche diverse migliaia di anni luce nello spazio convenzionale.
— Oh Signora, Signora misericordiosa — sentì sussurrare Creyna accanto a sé.
— Quanti siamo riusciti a evacuarne, Vela? — chiese a bassa voce.
Il direttore tecnico di ARRAS, gli occhi fissi sull’ologramma in disfacimento, con voce altrettanto sommessa: — Non abbiamo modo di dirlo, signore, e non so cosa sia successo in quelle sezioni. Ma sono passati già diversi minuti, e credo che almeno la metà del personale...
In quel momento le luci si spensero, e un silenzio mortale si diffuse nella stanza. Creyna si trovò, cieco, a respirare un’aria che era divenuta improvvisamente nera e gli sembrava densa e pesante. Poi ci fu un sibilo e il rumore delle pesanti porte d’acciaio che cadevano dall’alto, sigillando il Centro Controllo in un bozzolo di metallo a prova di esplosione. Creyna pensò a quello che aveva visto nell’ologramma. Si sentiva tremendamente vulnerabile. Sperava con tutto il cuore che Zai Faraniy fosse ancora lontano quando aveva dato l’ordine di evacuazione. Adesso era lui a capo della Flotta.
— Vela? — chiese, con voce calma. C’era trambusto dentro il Centro Controllo: gente che gemeva e urlava e mobili che cadevano.
— Sono qui, signore.
— Che cosa...
Prima che potesse terminare la frase, il pavimento impazzì sotto i suoi piedi. Non era un tremito questa volta, ma uno scossone possente, come un vulcano che stesse sorgendo sotto i loro piedi. Si sentì buttare a terra e scivolò sul pavimento, incapace di fermarsi. Alle urla, ora divenute parossistiche, si era unito un rombo profondo, un gemito di metallo spaventoso e inarrestabile. Batté la testa contro una superficie liscia, e cercò disperatamente di aggrapparsi a qualcosa prima che l’agonia della sua stazione spaziale lo sbattesse contro una paratia, uccidendolo. Era così che si moriva nello spazio, Creyna lo sapeva: nel buio di una nave che non governa più, soffocati, spappolati dalla gravità, incapaci di fare nulla per difendersi, in preda a forze disumane create da quanto di più profondamente umano ci fosse: un manufatto nel vuoto, un’isola di vita nel buio.
Alla fine le sue dita incontrarono qualche cosa, un tubo freddo e liscio, e strinsero. Non sapeva cos’era, se non che era la sua ultima speranza di vita. La stazione si muoveva attorno a lui, e lui era a mezz’aria, ancorato al suo punto stabile. La gravità era scomparsa. Qualche istinto gli disse di avere qualcuno vicino, e afferrò al volo la stoffa di un’uniforme. Per un istante sentì una mano, bagnata, che cercava la sua. Cercò di stringerla ma un’ennesimo scossone la strappò via e Creyna sentì un urlo e un corpo che colpiva qualcosa di spietatamente duro. Era Vela? Era stato Vela quello? Con gli occhi della mente vide il giovane maggiore ferniano dal volto piacevole e gli occhi scuri andare alla deriva nel buio, la schiena spezzata, come un giocattolo rotto. Non poteva mancare molto perché lo stesso succedesse anche a lui.
Poi si rese conto che la violenza degli scossoni era diminuita. Riuscì ad afferrarsi alla sua maniglia di sicurezza con l’altra mano, aspettando.
Quelli era erano stati sommovimenti tellurici divennero vibrazioni.
Poi oscillazioni lente, che gli rivoltarono lo stomaco.
Poi nulla.
Buio, silenzio.
Qualcuno gridò e Faraniy alzò la testa di scatto. Uno degli ufficiali di coperta indicava freneticamente, col dito, il visore principale, dove qualcosa stava andando terribilmente storto, anche se lui non riusciva ancora a capire che cosa. Si alzò e si avvicinò e solo allora il respiro gli morì in gola. Stavano sorvolando ARRAS, in avvicinamento all’ormeggio, e sulla superficie nera e buia avrebbero dovuto brillare le luci guida, e i finestrini illuminati degli alloggi, e i fari di segnalazione... ma non c’era nulla di tutto questo. Solo il buio, il buio assoluto, mortale. Faraniy, istupidito, fissò senza capire.
La comandante della Gurgeh stava urlando con voce roca: — Via! Via! Via! Allontaniamoci!
Zai Faraniy si scosse e girò su se stesso. Spiccò un salto e si spinse di maniglia in maniglia verso la stazione comunicazioni. — Chiama il Controllo ARRAS — ordinò all’ufficiale avvolto dalla sua seggiolina attrezzata. L’uomo mosse le mani guantate e alzò su Faraniy due occhi nascosti dai voluminosi visori. Scosse la testa. La comandante continuava a urlare. La nave si mosse sotto di loro.
— Ho perso il contatto, Generale.
Faraniy afferrò la seggiola accanto alla sua e si girò in aria per infilarcisi dentro. — Dammi il comando — ordinò.
Lanciò un’ultima occhiata ad ARRAS, che si allontanava sotto di loro e sulla cui superficie buia cominciavano a disegnarsi esplosioni e fuochi, poi si calò in testa il casco attrezzato mentre la seggiola lo stringeva saldamente nel suo abbraccio di sicurezza. Davanti a lui il campo visivo divenne scuro, mentre il visore si sigillava al suo capo, poi si animò di schemi e di figure. — Ha il comando, signore. — Disse una voce nelle sue orecchie.
— Settima Flotta — esordì Faraniy con una voce secca e fredda che non gli era capitato spesso di dover usare. — Abbiamo perso il contatto con il comandante; da questo momento assumo il comando delle operazioni. Sezione Coordinamento, rapporto.
Davanti a lui comparve il busto tridimensionale del colonnello Arenna. Non era a lei che toccava il compito di tenere informato il comandante della Flotta, ma gli uffici del Comando erano laggiù, su ARRAS, e il Coordinamento invece agiva dall’Ammiraglia, la Aetrypter in orbita attorno a Mesnes.
— Signore, abbiamo perso qualunque contatto con il Comando di Flotta su ARRAS. Cinque minuti fa il Comandante Creyna ha dato l’ordine di evacuazione immediata della stazione. Abbiamo ricevuto il segnale di una navetta di salvataggio con a bordo il personale che era impegnato nella riunione dello Stato Maggiore, ma il Comandante non è con loro. Ora non riusciamo a capire che cosa sta succedendo su ARRAS...
— Glielo posso mostrare io, cosa sta succedendo. — Accanto al busto di Arenna comparve la comandante della Gurgeh. — Noi ci siamo sopra. Vuole la visuale esterna, signore?
— Sì — disse Faraniy. Davanti a lui lo sfondo nero divenne una finestra sullo spazio esterno. Il programma colorava ARRAS, che altrimenti sarebbe stata invisibile, nera sul nero, e Faraniy vide la stazione spaziale che si disgregava con lentezza sognante. — Chi si sta occupando di quella navetta di salvataggio?
Una voce senza volto. — L’abbiamo raccolta noi, signore, la corvetta Transeat in servizio di pattuglia attorno ad ARRAS. — Il programma della stazione di comando collegata alla sua seggiola selezionava automaticamente i messaggi.
— Bene, voglio tutti gli ufficiali al loro posto appena possibile. Arenna, quante navi abbiamo qui attorno?
— Due incrociatori di ritorno da Wilkaa, danneggiati, le sedici navi di pattuglia, la Quinta e Quarta Squadra in orbita attorno a Mesnes, e in più l’incrociatore Maryin e dodici trasporti leggeri che erano attraccati ad ARRAS e che non trasmettono più. Il grosso della Flotta, signore, è ancora...
— Sì, Arenna, lo so. — Faraniy respirò a fondo. — A tutte le navi — riprese, facendo un gesto in aria che apriva i canali generali. — Da questo momento, voglio il completo silenzio radio verso l’esterno. Quello che sta accadendo qui è segreto militare. Non voglio che esca una sola parola su ARRAS da questa Flotta. La nostra versione ufficiale è che in corso un’esercitazione a sorpresa. Tutte le licenze sono sospese. Le comunicazioni con l’esterno possono essere effettuate solo per ragioni di servizio e devono essere filtrate. Arenna — un altro gesto, che escludeva tutti i canali tranne quello con il Coordinamento — dammi lo schematico della Flotta.
Davanti a lui comparve un elenco di navi e, in secondo piano, una mappa tridimensionale della dislocazione delle forze.
— Tutte le navi del settore convergano su ARRAS e si tengano a distanza di sicurezza. Voglio qui tutte le squadre di soccorso della Flotta, comprese quelle ora addette alle riparazioni attorno a Wilkaa. Incrociatori Dessock, Varaness e Shialinenn, dirigetevi subito verso ARRAS, con tutte le navi di scorta. Nave ospedale Ars, lo stesso vale per voi. Cura e Virtus, trasferite i vostri pazienti alla stazione civile del Centro e imbarcate tutti rifornimenti che potete. Poi venite qui anche voi. Terza e Seconda Squadra, appena potrò rimpiazzarvi attorno a Wilkaa verrete anche voi. Nel frattempo preparatevi e non fate scendere nessuno.
— Apritemi un canale con il palazzo del governo su Tyros. Voglio il Presidente in linea entro cinque minuti. Apritemi un altro canale con il Comando della Seconda Flotta.
— Signore, abbiamo l’ufficio del Comando della Seconda in linea.
— Signore? — Un’altra faccia comparve davanti agli occhi di Faraniy. — Sono l’aiutante di campo del comandante Himago, signore. In cosa posso esserle utile?
— Ho bisogno del comandante Himago in linea, caporale.
— Signore, oggi è sabato, signore, il Comandante...
— Caporale, voglio il generale Sherom Himago in linea e la voglio adesso, sono stato chiaro?
Scariche nel campo. — Signore? Abbiamo il Presidente in linea, signore.
Faraniy strinse i braccioli della sua sedia. Le immagini davanti a lui scomparvero e furono sostituite da una stanza ampia e soleggiata, con una lunga finestra che dava sul mare, trecento piani più in basso, una lunga scrivania grigia e Jazel Laney, appoggiato al tavolo con un gomito e con la testa su una mano, che lo guardava negli occhi. Faraniy si era sempre sentito a disagio davanti a lui. Su Tyros era il tramonto: la luce che invadeva la stanza, obliqua, era di un rosso carico.
— Che cosa c’è, Faraniy?
— Signore, è un canale protetto, questo?
Laney sollevò la testa e abbassò la mano sul tavolo. — Sei tu che ci hai chiamato. Dovresti saperle tu queste cose. — Ma gettò comunque un’occhiata al display accanto a sé. — Sì — confermò. — Non ci sente nessuno, Faraniy. Siamo solo tu e io. Allora, cosa succede?
— Signore... abbiamo avuto un problema su ARRAS, a quanto sembra. Sì, abbiamo... abbiamo perso ARRAS, signore.
— Abbiamo perso ARRAS?
— Sì. Non so che cosa sia successo esattamente, ma una decina di minuti fa Creyna ha ordinato l’evacuazione generale e poco dopo abbiamo perso i contatti. Ho assunto il comando della Flotta e ho ordinato il silenzio radio, perché data la situazione, signore, con la Settima schierata attorno a Wilkaa, lei capisce, se trapelasse qualcosa...
— Ha fatto benissimo.
— Grazie signore — rispose Faraniy senza entusiasmo. — Ho detto che è stata indetta una esercitazione a sorpresa, lei mi potrebbe fare il favore di confermare la mia versione, signore. Ho intenzione di far affluire forze dal fronte per le operazioni di salvataggio. Naturalmente, lei capisce, il Comando di Flotta si trovava su ARRAS e ci troviamo in una brutta situazione, qui, in questo momento. Mi sono messo in contatto con la Seconda Flotta che è la più vicina al nostro settore. Ho intenzione di chiedergli di sostituirci al fronte.
— D’accordo, Faraniy. Ha informato il Comandante Himago?
— Non ancora, signore, sto aspettando che si metta in contatto, sa, è sabato signore, e il Comandante Himago...
— Ah, be’, certo.
— Era in corso una riunione degli ufficiali dello Stato Maggiore, signore, ma a quanto pare sono riusciti a evacuare in tempo. Quindi la catena di comando, perlomeno, non si è interrotta.
— E tu perché sei al comando? Dov’è Creyna?
— Un attimo, signore. — Faraniy voltò la testa e disse: — Nave picchetto Transeat? Mi avevano detto che il Comandante non era a bordo della nave di salvataggio, voi mi date conferma?
Un’altra immagine tridimensionale oscurò per un attimo l’ufficio del Presidente della Federazione. — Affermativo, generale, ehm, Comandante, signore. Il maggiore Rassil che era a brodo ci ha detto di avere visto il Comandante Creyna dirigersi verso il Centro Controllo di ARRAS.
— Grazie. — Faraniy tornò a voltare la testa verso Laney. — Ha sentito, signore?
Laney lo fissava con i suoi occhi grigi, il volto inespressivo e immobile. Faraniy sentì che il cuore gli saliva in gola. Oh Creyna, pensò. Oh Dio no, non tu.
— Vuol dire che Creyna è ancora laggiù, Faraniy? Che è ancora là dentro?
— Così pare, signore.
Laney chiuse gli occhi per un istante. Si passò una mano sulla faccia.
— Pensa di potermi dare conferma che è... che il comandante Hayderad Creyna è morto, Faraniy?
— Attualmente lo consideriamo disperso. Se ha raggiunto il Centro Controllo, sa, è uno dei rifugi di sicurezza, quello. Potrebbero esserci dei sopravvissuti.
Laney annuì, senza guardarlo. — Be’... — Sollevò uno sguardo chiaro e desolato su Faraniy. — E’ estremamente importante per me, generale. Non posso sostituire Creyna. Se è ancora vivo vedete di tirarlo fuori da lì.
— Sissignore. Certamente, signore. — Faraniy soppresse il desiderio di fare una smorfia.
— Se è morto, lo devo sapere. Faccia del suo meglio, generale.
— Si signore. Arrivederci, signore.
— Arrivederci, Comandante.
Faraniy voltò la testa e interruppe il contatto. Si lasciò sfuggire un sibilo. Escluse tutti i canali e borbottò nella sua lingua madre — Comandante ’sto cazzo.
Vedeva di nuovo ARRAS nel suo casco. Ora sembrava immobile, un pezzo di metallo morto su uno sfondo di stelle. — Non lasciarmi nella merda in questo modo — bisbigliò. — Non morirmi così, Creyna.
Un segnale rosso lampeggiò alla sua sinistra. Faraniy aprì il canale. — Sì?
Una donna anziana, con i capelli biondo scuro sciolti sulle spalle e un volto pesante, lo stava guardando con la fronte aggrottata.
— Zai? Sono Himago.
— Sherom? Ciao, Sherom. Scusa se ti disturbo di sabato, ma abbiamo qualche problema, qui. Avrei bisogno che tu ci sostituissi al fronte.
— Al fronte? Come, al fronte?
— A Wilkaa.
Il Comandante Sherom Himago strinse le labbra. — Zai, credevo che foste voi della Settima a occuparvi delle guerre di conquista della nostra gloriosa patria. — Aveva parlato in tono leggero, ma i suoi occhi erano seri.
— Sherom, non è il momento. Ho appena perso ARRAS e sono al c...
Himago non seppe evidentemente resistere al sarcasmo.
— Sei sempre stato un ragazzo distratto. E’ previsto anche questo dalla vostra esercitazione? Non sarebbe meglio se Creyna le concordasse con me, queste cose?
Faraniy, che normalmente a questo punto avrebbe dato in escandescenze, fece un respiro profondo.
— Sto parlando sul serio. Sono al comando della Flotta, ho appena visto ARRAS disintegrasi sotto i miei occhi, ho bisogno di portare qui la Flotta per cercare di salvare il salvabile. Mi vuoi aiutare o preferisci che chiami Laney e te lo faccia ordinare?
Himago sollevò le sopracciglia. — D’accordo, Zai. D’accordo. Anche se mi pare che la Prima sia in posizione molto migliore di noi. Vedo che hai preso qualcosa da Creyna, eh? Riconosco il suo stile.
Faraniy strinse i denti. — Creyna era laggiù. E siccome tu, come me, sai benissimo cosa succederà nel momento in cui lui non ti potrà più proteggere, io personalmente ti consiglio di andartene su Wilkaa il più velocemente possibile... da dove, semmai ce ne fosse bisogno, puoi varcare la frontiera molto più facilmente.
Sherom rimase zitta per un attimo, poi disse: — Ordinerò alla Flotta di spostarsi. Hai pensato di avvertire il Centro?
Faraniy trasse un profondo respiro. — No. Aspetto di vedere il cadavere, per quello.
Creyna sentiva il rumore del suo respiro e un rombo nelle orecchie che poteva solo essere il suo cuore. Tastò la parete. Era proprio una maniglia d’emergenza quella che aveva afferrato, messa lì per quando le griglie di gravità venivano spente per questo o quel motivo. Lui non aveva mai immaginato che ARRAS potesse disgregarsi, potesse perdere il reattore e la cpu, con il personale ancora all’interno. Ma, chi lo sa, forse i suoi costruttori avevano previsto anche quello.
— Vela? — disse a voce alta.
Qualcuno — diversi qualcuno — stavano gemendo, e quindi erano ancora vivi. Feriti, forse, ma vivi.
— Qualcuno mi sente? Siete in grado di rispondere?
Una voce fievole. — Sì, Comandante.
— Tu chi sei?
— Tenente Tedare, signore, sistemi di sostentamento vita.
— Sei ferito?
— Solo delle botte signore.
— Signore! Maggiore Hasna, signore! Credo di avere una gamba rotta.
— Maggiore Vela, signore.
Creyna si girò di centottanta gradi. Non ricordava dov’era stato il pavimento. — Vela? Sei tu?
— Sì, signore. Sto bene, signore. Lei sta bene?
— C’è qualcun altro?
— Maggiore Iderian, signore.
— Caporale Disen. Signore, c’è un ferito qui. Voglio dire, respira ancora, ma non mi risponde.
Creyna sospirò.
— Tenente Madraxas, signore.
— Caporale Deren, signore.
Silenzio. — Nessun altro?
Silenzio.
— Va bene. Ci dovrebbero essere dei dispositivi di emergenza in sala controllo. Vela, pensa di riuscire ad attivarli?
— Signore? Non riesco a toccare terra, signore. La gravità è scomparsa. Lei ci riesce?
— Sì. Sono a una maniglia.
— Ah, allora ci dovrebbe essere uno sportello sulla sinistra della maniglia. Contiene una torcia e forse una cassetta per il pronto soccorso, non ne sono sicuro.
Creyna tastò nel buio assoluto. Avrebbe preferito che ci fosse Vela, o qualcun altro, al suo posto. La Sala Controllo, nella quale era stato centinaia di volte, al tatto era sorprendentemente sconosciuta. Prima che riuscisse ad aprire lo scompartimento, qualcun altro aveva acceso una torcia. Era solo una luce fievole, ma sembrò illuminare a giorno tutta la stanza. Qualcosa si sciolse nel petto di Creyna, che si rese conto solo in quel momento di quanto disperatamente avesse desiderato la luce. Si guardò intorno. Vela era poco lontano, e sembrava avere abbandonato solo in quel momento una sensata posizione fetale. Creyna tese una mano e lo tirò verso di sé.
— Vela — cominciò con voce tranquilla. — E’ un rifugio, questo, vero? Ci devono essere tute a pressione, un generatore autonomo, e qualche mezzo per mettersi in contatto con l’esterno.
Vela annuì. — Sì, signore. Provvedo subito, signore.
— E ci devono essere altri superstiti a bordo. Cerchiamo di metterci in contatto.
Voltò la testa, avvertendo un movimento. Qualcuno si era tolto la giacca dell’uniforme e la stava avvolgendo attorno al volto di un cadavere. — Madraxas — disse a voce alta — si tenga la giacca addosso. Lo coprirà dopo avere indossato la tuta a pressione. — L’uomo sobbalzò e guardò nella sua direzione. Creyna ripensò per un istante lacerante agli anni di guerra della sua infanzia, a Tar Azyl sotto il blocco. — Farà molto freddo qui fra poco, e i vivi hanno la precedenza sui morti.
Faraniy stava respirando affannosamente. Il casco gli dava sempre un po’ di claustrofobia. Per adesso lo aveva sollevato sopra la testa. In battaglia lo aveva tenuto anche per otto ore di fila. Ma c’era sempre stato anche Creyna allora, presente da qualche parte nell’universo fittizio del casco. Faraniy non aveva mai comandato la Flotta da solo.
— Tutte le bande — ripeté. — Potrebbero avere una radio o magari un telefono personale, per quanto ne sappiamo noi. Creyna aveva un telefono da campo con sé, credo. In genere se lo porta dietro.
Ma generalmente non in tasca, pensò. Il telefono da campo era un affare grosso e pesante, lungo anche una mezza dozzina di centimetri se era uno dei modelli più robusti.
L’ufficiale alla stazione comunicazioni stava agitando in aria le mani guantate con i cavi scuri che gli uscivano dalle dita, indaffarato a esplorare qualunque tipo di onda in cerca di una comunicazione da ARRAS. — E così molti altri che probabilmente si trovano ancora intrappolati là dentro, signore. Ma senza i relay, tutto quel metallo scherma qualunque trasmissione. Ci sono delle radio con trasmettitori sul guscio esterno, però, o almeno, ci sono negli incrociatori. Quando la Beryl ha fatto naufragio, cinque anni fa... Eccoli! — concluse, con un urlo.
Faraniy si rituffò nel suo casco. — Passameli!
Nessuna immagine comparve davanti ai suoi occhi, ma gli auricolari furono sommersi da un terribile fruscio con una voce, indistinta, in fondo. — Non lo puoi filtrare? — chiese Faraniy stringendo i denti.
— ...ollo ARRAS — diceva la voce. — ...asso. Qui centro con...asso. Siete in asc... — Scariche. Faraniy chiuse gli occhi. — Comunicazioni, ci sentono?
— Provi a parlare, signore.
— Centro controllo ARRAS? Questa è la nave Gurgeh, in ascolto. Sono il generale Faraniy. Mi sentite, ARRAS? Questo è il generale Faraniy. Rispondete, ARRAS.
— ...nerale?...entiamo...marr...
— Ma non si può proprio fare niente per migliorare la ricezione?
— Sì, signore. Un attimo, signore.
All’improvviso, una voce nota arrivò, chiara e fredda come una secchiata d’acqua in faccia. Faraniy sentì che il cuore gli saltava in petto a udirla. — Gurgeh?
— Creyna! — Si portò le mani alle orecchie, sul casco. — Cristo, sei vivo?
— No — rispose la voce, secca — ti parlo dall’oltretomba. Dove sei, Zai?
— In orbita attorno ad ARRAS. A quello che ne resta. Sei nella Sala Controllo? Com’è la situazione lì?
— Be’, se sei in orbita attorno ad ARRAS forse sei tu che lo puoi dire a noi. Sei tu al comando della Flotta per ora, Zai. Mi fido di te.
— Creyna. — Faraniy chiuse gli occhi. — Dio, come sono felice di sentirti.
— Sentimentale — disse la voce.
Faraniy restò più o meno sull’attenti, lo sguardo perso sul mare color violetto in lontananza, per tutto il tempo in cui rimase nell’ufficio del Presidente della Federazione Tyrosiana. Non erano mai stati molto a proprio agio l’uno con l’altro.
— Perché non è venuto lui? — chiese adesso Jazel Laney, e Faraniy sentì un rimprovero implicito in quelle parole.
— Be’, ha ritenuto più giusto restare con le sue truppe immagino, signore.
— Hmm.
Senza ARRAS che dirigeva il traffico attraverso il nodo di Mesnes il viaggio era stato lungo e faticoso. Il balzo diretto su Tyros era fuori discussione senza l’aiuto della Stazione Spaziale, e così erano passati per il Centro e il suo grosso e trafficatissimo nodo civile, dove avevano aspettato ore e ore, nonostante Faraniy avesse spesso ripetuto che quella era la nave del Comandante in Seconda della Settima Flotta di Tyros, e che la sua era una missione urgente. Nemmeno il ricorso a Creyna, che apriva tante porte, aveva sveltito le cose, quindi Faraniy presumeva che le difficoltà fossero concrete e insuperabili, ma comunque fosse, ora era stanco e irritato.
Laney però lo aveva ricevuto subito, un onore davvero molto raro, che Faraniy non sentiva di apprezzare a pieno. Aveva fatto molto conto di potersi far mandare su un caffè e qualche cosa da mangiare dal bar del Centosettesimo Livello, mentre aspettava che il suo Presidente lo ricevesse. Aveva appena fatto in tempo ad attraversare la sala ovale delle Flotte, gettando uno sguardo sul panorama mozzafiato della Costa Est vista dai piani alti del Palazzo del Governo (spettacolo che per lui, comunque, non era una novità), e a dire il suo nome alle guardie davanti al grande ufficio, che la porta si era aperta come per miracolo e Laney aveva alzato i suoi occhietti grigi su di lui da oltre la scrivania.
Faraniy lo aveva conosciuto quando ancora era sano e non doveva muoversi sulla sedia a levitazione. Non gli era mai stato molto simpatico, Laney, nemmeno quando ancora si faceva eleggere, e Tyros lo eleggeva a gran maggioranza. Ma dopo l’attentato il suo carattere era cambiato e non per il meglio. Faraniy pensava che il proiettile avesse semplicemente spazzato via quell’involucro di bonomia sorridente sotto il quale si era sempre celato questo ometto gelido e assolutamente spietato. Allora come adesso, erano occhi intelligenti e molto, molto attenti quelli che lo avevano fissato. Ma ora, molto più che in passato, a Faraniy pareva che quegli occhi dicessero: io so, e tu sai, e tu sai che io so. Tu non sei un mio amico, e chi non è mio amico è mio nemico. E i miei nemici prima o poi fanno tutti una brutta fine. Ti ho concesso di vivere solo per fare un favore a Creyna, ma bada che non diventi un favore troppo oneroso, uno di questi giorni.
Se Creyna fosse morto, Faraniy non sarebbe rimasto a lungo al comando della Settima. Sarebbe scappato prima.
Magari per unirsi a quella stessa gente che un bel giorno di cinque anni prima era andata molto vicina a uccidere il tiranno, su Asgro.
Naturalmente, quello stesso giorno avevano anche ucciso Creyna. Faraniy non avrebbe potuto stare dalla loro parte finché uno dei loro obiettivi era far sì che tornasse morto, e ci restasse, stavolta.
— Non è esattamente con le sue truppe ora però, vero? E’ ancora dentro ARRAS.
— Abbiamo un canale di comunicazione sicuro, signore. Hanno messo in funzione i generatori di emergenza e stanno andando in cerca di superstiti.
— E’ ancora pericoloso, laggiù?
— Nel Centro di Controllo no, signore. In altre zone... be’, altre zone sono ancora pericolanti.
— Hmm.
Laney si accarezzò il mento, fissando lo schermo morbido davanti a sé su cui Creyna aveva memorizzato il suo rapporto come se stesse cercando di fonderlo. — Creyna vuole rimetterla in funzione.
— Sì, signore.
Faraniy trasferì lo sguardo dal mare al grande arazzo bianco e nero dietro la scrivania di Laney, che riproduceva il simbolo del cerchio raggiante della Federazione.
— Lei cosa ne pensa?
— Che sarà un’impresa, signore, e molto, molto costoso, ma che non mi sembra se ne possa fare a meno. Tutta la nostra difesa è impostata su una stazione—fortezza come ARRAS. Naturalmente, se ne potrebbe costruire un’altra, ma...
— Oppure riorganizzare l’esercito.
— Oppure riorganizzare l’esercito. Credo che il comandante Creyna valuti anche questa possibilità nel suo rapporto, signore.
— E la scarta.
— Con una certa veemenza, signore.
— E considerando il carattere del comandante, deve trattarsi di una veemenza giustificata. — Laney distolse gli occhi dal foglio e li portò anche lui sul mare. Il Palazzo era costruito a un chilometro circa dalla terraferma. Man mano che scendeva la sera, le luci si accendevano sulla costa, comprese le lunghe file di fanali decorativi che salivano lungo il cratere del Misagi. — Io sarei contrario, sa, Faraniy. Avrei cercato di discuterne con Creyna, se si fosse presentato. Probabilmente è per questo che non lo ha fatto. — Tamburellò per un minuto buono con le mani sulla scrivania, senza guardare Faraniy. Poi, sempre senza guardare Faraniy, riprese: — Be’, questa volta Creyna ottiene quello che vuole. Dopo tutto, suppongo di dovermi fidare almeno di lui. Del suo giudizio.
Voltò gli occhi su Faraniy, due occhi inquietanti. Come diavolo avevano fatto tanti tyrosiani a votare questo rettile? Non avevano visto cosa c’era nei suoi occhi?
— Gli dica che mi deve qualcosa, per questo, Faraniy.
Il maggiore Esra Vela si spinse su per un condotto di manutenzione, cautamente, pregando con tutto il cuore che la tuta a pressione non si strappasse da qualche parte.
— Raye, sei ancora lì?
Una voce molto giovane e affannata disse nei suoi auricolari.
— In ansiosa attesa. Credimi, ansiosa attesa.
Vela teneva d’occhio lo strumento che stringeva in mano. Era un analizzatore di microvibrazioni. Aveva dato un segnale molto debole quando Raye Dano aveva parlato.
— Senti, Raye, puoi continuare a far rumore? Sto cercando di localizzarvi.
— Far rumore.
— Sì, parla, canta, urla, quello che vuoi.
Per un momento vi fu un silenzio di tomba. Vela avrebbe potuto mandare qualcun altro in cerca di Dano, ma era un suo amico, e quello che aveva fatto l’aveva stupito. L’avevano scovato tre ore prima, quando immettendosi sull’ennesimo canale d’emergenza la sua voce aveva urlato, ormai rauca — Sono qui, sono vivo, tiratemi fuori di qui, tirateci fuori di qui! — Non si aspettavano di sentire nessuno su quel canale, perché la sezione della SATO era quella che aveva sofferto di più e nel Blocco Sei in particolare non avevano trovato altri sopravvissuti.
Una voce sottile, acuta, tremula ma perfettamente intonata, cominciò a diffondersi nei suoi altoparlanti e, quindi, in tutto il resto di ARRAS dove ancora c’erano orecchie per sentire.
— Amazing grace, how sweet the sound
That saved a wretch like me...
Oh grazia stupefacente, quanto era dolce il suono che ha salvato un peccatore come me...
— Chi siete? — aveva chiesto Vela alla voce roca e urlante.
— Blocco Sei, Detenzione! Sono Dano, Vela, per carità tirateci fuori da qui!
Vela aveva alzato gli occhi, stupito, su Creyna, che aveva smesso di armeggiare al generatore di emergenza lì vicino. Si erano guardati.
— Il braccio di detenzione è un bunker di sicurezza? — aveva chiesto Creyna.
— No — aveva risposto Vela — ma può essere isolato per ragioni di sicurezza interna, sa, in caso di rivolta. Dano deve avere pensato alla svelta. Evacuare i prigionieri non era possibile. Deve essersi chiuso dentro con loro.
— Con i prigionieri? Dano?
Vela e Creyna si guardarono in silenzio per un altro istante. Vela aggiunse: — ed è stato fortunato, anche. Tutta quella sezione è decompressa. Se non si fosse fatto prendere da un raptus di altruismo, sarebbe morto anche lui.
Creyna si limitò a sollevare le sopracciglia. — Be’, se non lo tiriamo fuori di lì in fretta, ci penseranno loro a farlo a pezzi.
— I once was lost, but now, I’m found...
...mi ero perso, ma sono stato ritrovato. Vela sorrise, strisciando nel corridoio. Nel culto mariano delle Iadi l’inglese era ancora molto usato, e gli iadini passavano per gente colta e sofisticata solo per questo. Non aveva mai pensato che Dano potesse cantare con una voce così sicura, lui che parlava quasi sempre a bassa voce — almeno con lui. Non aveva nemmeno mai pensato che Dano avrebbe rischiato la vita per i prigionieri del braccio di massima sicurezza di ARRAS. Ma quella limpida, chiara sincerità nella sua voce, quello sì, era tutto Dano. Oh grazia stupefacente. Un inno cristiano, arrivato via il Centro e la Cirte direttamente dalla Terra, e adottato dai culti mariani perché a differenza di tanti altri non faceva esplicito riferimento al Dio dei cristiani: Vela lo conosceva in traduzione, e bisogna ammettere che la sua versione non aveva lo stesso fascino arcaico. Era da Dano ricorrere alla religione in questi momenti. Vela gli aveva chiesto, un giorno, come faceva a conciliare la sua religione con quello che faceva. Dano aveva risposto senza battere ciglio: — Più o meno come fai tu. Solo che il mio mestiere non è ucciderla, la gente. — Ora l’analizzatore di vibrazioni di Vela aveva un segnale forte da seguire: si stava avvicinando.
— ...was blind, but now I see.
... ero cieco, ma ora vedo. Silenzio. Colpo di tosse. — Come fa la seconda strofa, Esra?
— Through many dangers, toils and snares — disse Vela.
— Through many dangers, toils and snares
I have already been
’twas Grace that thaught my heart to fear,
and Grace...
Giù per il lungo pozzo, senza gravità, e poi dentro una delle deviazioni. C’erano tute a pressione e barelle a tenuta stagna nella sezione detentiva come nel resto di ARRAS, ma una volta chiuse le paratie antirivolta le si poteva aprire solo da fuori, e Vela si sarebbe perso subito nel complicato intrico dei corridoi di manutenzione, senza il suo analizzatore di vibrazioni.
Attraverso molti pericoli, fatiche e agguati io sono già passato. La Grazia ha insegnato al mio cuore a temere, e la Grazia...
— Ci sono — annunciò Vela. Alzò la leva di sblocco e le saracinesche di acciaio si sollevarono, rivelando una finestra. Al di là, il capitano Raye Dano della SATO, uno dei migliori specialisti di ARRAS — e perciò di Tyros, non riuscì a finire l’ultima strofa dalla sua canzone. Avvolto nella tuta a pressione, fece dei segnali a Vela. Dietro il visore il suo volto olivastro, con gli occhi a mandorla e i capelli neri, sembrava stanco e impaurito. Aveva in mano una pistola, stretta goffamente nel guanto. Vela capiva benissimo i prigionieri, che avrebbero volentieri fatto a pezzi il giovane capitano, anche se gli aveva salvato la vita a rischio della propria.
...And Grace my fears relieved.
...e la Grazia ha messo a tacere le mie paure.
Perché Raye Dano aveva diciannove anni, faceva parte della polizia politica tyrosiana, e faceva lo specialista, che era quello che nell’esercito dicevano di chi si occupava degli interrogatori.
Capitolo 2
NIKLA KIMAXI
C’era di nuovo fila alla mensa. Nikla Kimaxi, che lì conoscevano come Nicolas Degras, si accomodò obbediente dietro una ragazza alta coi capelli neri, sospirando, e assunse l’universale posa flaccida di chi aspetta e cerca di farlo meno scomodamente possibile. La coda si muoveva in fretta, come sempre, ma Nikla aprì comunque il giornale che si era appena fatto stampare.
Non diceva niente, come al solito, di quello che accadeva sul suo pianeta natale. Niente dei soldati per le strade, le uniformi nere o nere e gialle contro i muri bianchi della città in cui era nato, niente dei secchi improvvisi colpi di fucile, niente della vita che proseguiva il suo consueto ronzio quotidiano, niente degli arresti prima dell’alba, delle confessioni firmate con mano tremante, niente dei voli bassi degli uccelli marini sul porto davanti a casa sua, degli uragani che forse si erano abbattuti sulla costa est, come ogni anno, niente delle finali di pallacanestro o... insomma, niente di quello a cui lui pensava tanto spesso. Cosa sarebbe dovuto succedere perché i giornali del Centro, che pure si vantavano di essere i più completi della Galassia, si occupassero del posto in cui lui era nato e vissuto tanto a lungo?
La fila era avanzata passo per passo fino al banco di distribuzione. Nikla ripiegò il giornale e diede un’occhiata a quello che servivano. Ottimo cibo per gli studenti dell’Alma Mater Studiorum, la vecchia e gloriosa Università Imperiale del Centro, severa e indulgente con i suoi allievi, democratica e aristocratica, autoritaria e libertaria, come d’altra parte era il Centro stesso nella sua gloriosa decadenza. Cibo di tutta la Galassia, buono, sano e sostanzioso, distribuito con cortesia, e naturalmente, del tutto gratuito. Il Centro era ricco, e l’ammissione all’Università molto difficile. Nikla scelse e ringraziò e si diresse al tavolo dove sedeva quasi sempre. Sembrava ancora molto giovane, più dei suoi ventiquattro anni, aveva corti, soffici capelli castano chiaro e due occhi azzurri, molto pensierosi, molto seri, che in genere piacevano ai suoi coetanei, come il suo viso ovale, tranquillamente attraente.
Due delle sue compagne di studi, Nina e Landiena, stavano appoggiate al tavolo con i gomiti, parlando fitto fitto, gli occhi accesi. Gli fecero cenno di sedersi, ma non smisero di parlare. Nikla appoggiò il suo vassoio e ascoltò. Parlavano di filosofia, con lo slancio di chi, per la maggior parte della giornata, si occupa di calcoli e di schemi. Nikla si chiese se non si sarebbe trovato a fare lo stesso tipo di discussioni, seduto a un tavolino di Chashanna o di Terakanta, con i suoi amici e compagni di un tempo — Gerd, Mayno, Yokai — se le cose fossero andate diversamente. Gli sembravano così giovani, Nina e Landiena, e avevano ventiquattro anni, come lui.
Un altro compagno di corso, un ragazzo alto e disordinato, appoggiò il vassoio davanti a lui.
— Allora — esordì. — Hai parlato con Morion?
Nikla, che aveva la bocca piena, annuì.
— Cosa ha detto?
— Ha detto — cominciò Nikla, poi inghiottì e continuò — ha detto che possiamo avere due ore tutti i Secondi giorni.
— Due ore? Ogni decade?
— Mikas, c’è una lista d’attesa lunga da qui fin là. E’ tanto che ci ha dato queste due ore.
— Ci ha chiesto lui di lavorare ai pattern di dispersione. Abbiamo bisogno di spazio in cui effettuarla questa dispersione, no? Il cervello della facoltà...
— Mikas, usano il Titon per mandare avanti questo pianeta, non come laboratorio sperimentale. Cosa vuoi che faccia, che dica alla Reggente che deve staccare tutto perché noi abbiamo bisogno di un computer molto grosso per il nostro interessante lavoro teorico sulla matematica superiore delle matrici Heyon?
Mikas scosse le spalle. — Dovresti chiedere ai militari.
Nikla roteò gli occhi al cielo. Mikas non gli piaceva, ma era il suo compagno in questo progetto e non se ne poteva liberare. Landiena si alzò dalla sedia strizzandogli l’occhio e si chinò a raccogliere il vassoio.
— Se riesci a sganciarti — gli disse piano, all’orecchio — puoi venire a prendere un caffè da noi quando hai finito.
Nikla fece una smorfia e annuì. Mikas non era popolare con le ragazze, ma comunque fosse, era poco probabile che riuscisse a sganciarsi. Guardò le sue due compagne allontanarsi e appoggiò bruscamente le posate al piatto. Prese il suo bicchiere e fece per alzarsi, per andare a riempirlo d’acqua, quando vide i due uomini che entravano dalla porta a vetri sul giardino.
Nikla cercò di rimanere calmo. Finì di alzarsi, senza quasi interrompere il movimento. Si girò. Li aveva visti solo per un attimo e non osava fissarli. Erano in borghese, naturalmente. Mikas disse ad alta voce: — Nicolas!
Nikla riportò lo sguardo su di lui, sentendo un istinto omicida salirgli dentro. Mikas gli stava porgendo il suo bicchiere.
— Mi prendi da bere?
Nikla annuì bruscamente e si diresse verso la fontanella. I due uomini stavano parlando con uno degli inservienti, ora. Un altro suo amico era alla fontanella, e li guardava. Era un ferniano, questo, un ingegnere nautico di Selman II, che gli lanciò un’occhiata penetrante, in un certo senso complice, e disse piano: — SATO.
Nikla tenne lo sguardo sull’acqua. — Tu dici?
— Io dico. — Il ferniano si allontanò.
Nikla tornò a sedersi, appoggiò i due bicchieri sul tavolo, e osservò che le dita non gli tremavano nemmeno. Avrebbe dato qualunque cosa per potersi guardare alle spalle, ora. Si stavano avvicinando?
Una voce gentile parlò, alle sue spalle. — Il signor Nicolas Degras?
Lento, rigido, Nikla si girò. Fissò i due uomini vestiti di scuro con un volto assolutamente inespressivo. Il suo cuore, gli pareva, si era fermato. — Sì?
Uno dei due uomini tirò fuori un distintivo. Non era nero e giallo: Nikla si sentì quasi svenire. Niente SATO, allora. Gli ci volle un momento per registrare quello che l’uomo gli stava dicendo. — Mi scusi?
Nikla guardò la tessera che gli veniva tenuta sotto il naso. Settima Flotta di Tyros, diceva la scritta in cima. Corpo degli Ingegneri Militari.
— Le vorremmo parlare. Può seguirci, per favore?
Nikla annuì. Si alzò in piedi. No, non era la polizia politica, ma erano stati uomini come questi, uomini della Settima Flotta, a invadere il suo pianeta e a portargli via tutto. Erano stati uomini come questi ad assassinare le menti artificiali senzienti in orbita attorno ai Pianeti Esterni. Erano uomini come questi che lui combatteva. Era a capo di questa Flotta che c’era il peggiore di tutti gli assassini. Erano il Nemico.
Era un bel giorno sul Centro quando Thuien Twony emerse dal Terminale di Mintaya della Torre Orbitale del Quartiere Ness, ventoso ma soleggiato, tiepido e dal cielo terso, e c’era appena il giusto tocco di nevi recenti nell’aria primaverile della Cittadella Imperiale da far sì che la sua uniforme rubata fosse confortevole. Non sembrava la donna più ricercata di tutta la Federazione, condannata a morte della giustizia tyrosiana, a cui la Cirte dava la caccia con la decisione glaciale che gli era propria, nemica personale del macellaio dei Pianeti Esterni in persona, Hayderad Creyna degli Shiela, sia nella sua veste di capo della polizia politica che in quella di esecutore della maledizione della Cirte. Non sembrava qualcuno che è andato tanto vicino a uccidere il tiranno, non sembrava la donna che aveva quasi liberato i Pianeti Esterni prima di compiere trent’anni – la parola chiave in questo caso “quasi”. Non sembrava il capo di quel che era rimasto dell’esercito dei Pianeti Esterni, o quanto meno quanto di simile avevano ad un capo. Sembrava una ragazza alta ma snella, dalla pelle nera, dal passo aggraziato e dallo sguardo assorto, elegante e molto triste; sembrava più giovane di quanto era, ed era più giovane di quanto si sentiva. L’uniforme della milizia ferniana faceva sì che la gente non badasse alla cupa durezza che non poteva nascondere nei suoi occhi, e le permetteva di portare apertamente la grossa Kuroda in una fondina al fianco: la rendeva invisibile e al sicuro, per quanto era possibile per lei.
Avrebbe potuto prendere il nuovo tunnel sotterraneo che attraversava dal quartiere Ness al quartiere Palazzo, ma invece scese giù al molo, e prese il traghetto. Costava di meno, e si arrivava più vicini all’Università, e offriva una vista del Palazzo. Ed era una nave, sempre un punto decisivo per quanto la riguardava. Aspettò, piegata sulla ringhiera fredda con le sue numerose mani di vernice blu scrostata, il vento che sollevava i suoi capelli neri gentilmente, e guardò i rimorchiatori passare con il loro roco, sommesso ruggito, e il traghetto avanzare faticosamente verso di loro, e da lì sollevò gli occhi a guardare la città. Era difficile vedere qualcos’altro oltre alla titanica rovina piegata del Fulcro, i cui raggi che un tempo avevano spazzato silenziosi le acque affondati nel mare o sollevati in una posa innaturale e oscena in aria, e il mozzo centrale, una volta tanto orgogliosamente innalzato al cielo, spezzato e annerito e obliquo come un ubriaco. Era ancora difficile credere che qualcosa di tanto colossale, di tanto bello, di tanto forte, avesse potuto venire umiliano da mano umana.
Molto tempo prima ci era salita, quando aveva nove anni e i suoi padri l’avevano portata sul Centro con loro durante uno dei seminari di Ara all’Università. Suo padre Glasco l’aveva portata a fare un giro sul Mozzo, ed erano saliti fino alla altezze mozzafiato delle terrazze panoramiche, dove lei si era aggrappata alla ringhiera tremando nel vento e aveva visto la città e il Palazzo ruotare lentamente sotto di lei da una tale altezza che le era sembrato di volare. Glasco le aveva indicato il punto dove Hanvard la Grande, l’Amata, l’Ultima Imperatrice, era sepolta, l’unico modo di intravedere la sua tomba proibita, e le aveva raccontato con toni drammatici del suo lungo regno, della sua Promessa, del suo amore per la giustizia e della sua morte per tradimento. L’aveva anche portata a percorrere il grande viale al cuore del Parto Imperiale, fiancheggiato dalle molte statue dei Signori dei Clan e Generali e Imperatori della Cirte, cominciando dall’imponente statua di Teresa Juarez Varela, che aveva salvato la Cirte dal disastro dopo che la Terra l’aveva abbandonata, e fondato il primo Clan, gli Shiela; e poi passando sotto il volto crucciato di Hausa Kikers, a cui si doveva l’esistenza dei formidabili soldati della Cirte, l’esercito giurato dei Say; e finendo con la statua molto più tarda e molto più grande di Hanvard Shiela in persona, che torreggiava su tutti i suoi predecessori come l’Imperatrice non aveva mai potuto fare in vita, essendo da viva alta poco più di un metro e mezzo. Tutto questo da bambina l’aveva impressionata moltissimo, così come l’avevano impressionata le storie sanguinose di assassinio e tortura che erano l’idea di Glasco della storia Centrale. Molto più tardi aveva chiesto all’unico Say che aveva avuto la sfortuna di incontrare di persona quanti dei particolari più sanguinolenti erano storici, e lui aveva risposto, senza provare alcun imbarazzo evidente, che erano tutti veri: il massacro di ogni discendente di sangue dei “traditori” della Cirte, la tendenza a torturare a morte la gente alla minima provocazione, perfino il fatto che i corpi degli assassini di Hanvard giacevano ancora nel padiglione murato accanto al mare, proprio laggiù, e che gli ci erano voluti diversi mesi per morire.
L’aristocrazia mezzosangue che era succeduta alla sanguinosa caduta di Hanvard non aveva eretto statue colossali ai propri Reggenti, ma non per questo erano stati costruttori meno entusiasti: il Fulcro era stato opera loro, e così i tre chilometri di portici che fiancheggiavano il mare sul lato Imperiale, con i suoi archi barocchi e i suoi specchi e i suoi pilastri di marmo, i suoi affreschi e le sue ampie scalinate e gli spettacoli olografici catturati per l’eternità, a edificazione e diletto della cittadinanza. Ma non l’Università, quella era stata il capolavoro di Hanvard, la sua eredità, ancora oggi sacra.
Allora le era sembrato tutto meraviglioso e splendido, un mondo nuovo pieno di gente strana ma ammirevole, pieno di grandezza e gioia. Quando squallido e crudele e piccolo le sembrava il Centro ora, quanto le sembravano ovvi il sangue e le lacrime di cui grondavano i suoi marmi, quanto ogni smorfia di Generale e Imperatore le sembrava urlare la potenza assassina e terribile della Cirte, la loro ossessione per il sangue, e il dolore, e la morte – quella altrui. La potenza Imperiale della Cirte era sparita da tempo quando un esercito era giunto a mettere a ferro e fuoco la sua città, la sua grandezza ridotta all’umiliazione di un piccolo pianeta provinciale pieno di nostalgici che ancora si illudevano sull’importanza che ricoprivano nel grande schema delle cose, ma era stato comunque al comando di un Say, sotto il suo sguardo pallido e spietato, che lei aveva imparato cosa vuol dire trovarsi dalla parte sbagliata della potenza militare. Guardava ora lo splendore bianco della città Imperiale con occhi molto diversi.
È un mondo diverso quello in cui vivi quando ad ogni uniforme che ti circonda hanno mostrato la tua faccia, quando tutti hanno l’ordine di arrestarti, o se no, di ucciderti. Ti senti fragile ed evanescente, e al tempo stesso sei cosciente in ogni momento della carne così vulnerabile alle ferite del tuo corpo, e ti porti in giro una grossa pistola e proiettili a punta cava non per difenderti ma per essere in grado di ucciderti in modo rapido e veloce, distruggendo il tuo cervello perché è l’unico modo di impedirgli di avere quello che sai.
Il traghetto attraccò – una piccola nave bianca, ordinata e pulita, come tutto era bianco, ordinato e pulito qui – e una voce tranquilla parlò nel suo impianto cocleare. — Va tutto bene. La vediamo. La stiamo aspettando.
Lei fece un cenno discreto con la testa, si voltò e scese giù fino alla passerella per l’imbarco. Non era una voce che conosceva: qualcuno della rete Centrale, forse nemmeno un Esterno, sul Centro erano bravi a reclutare l’opposizione locale. Il che non era una garanzia, naturalmente: poteva non conoscerlo ma sapeva come arrivare a lui. Lei era il nodo che avrebbe potuto disfare tutta la rete, e non lo dimenticava mai. Ma doveva comunque muoversi, non c’erano alternative. Doveva incontrare gente, dirigere e incoraggiare e capire quello che stava succedendo nel corpo di uomini e donne disperatamente a corto di risorse, armi e personale che era tutto ciò che stava fra Jazel Laney e il comando assoluto e totale della Federazione Tyrosiana e di tutti gli sfortunati mondi che la componevano, che avessero scelto di farne parte o che fossero stati conquistati, che avessero votato per lui o, come il Centro e i Pianeti Esterni, non lo avessero fatto.
Mentre il traghetto si staccava dal molo lei raggiunse la fiancata, e si piegò nel vento salato, gli occhi socchiusi contro il luccicante nastro dorato che era lo Stretto di Ness. E all’improvviso, inaspettatamente, venne attraversata da una grande gioia, nonostante la paura, la preoccupazione, la disperazione – una grande freccia dorata d’amore per il momento, il mare, il vento, la sensazione del sole sul metallo caldo della ringhiera, del suo corpo che si adattava volentieri al ritmo delle onde come tornando a casa dopo una lunga assenza. Era cosciente dell’equipaggio della nave che svolgeva tranquillamente i propri compiti attorno a lei, con la noia brusca di gente su una nave che conosce bene con il bel tempo. Era questo che avrei fatto, pensò. Su una nave più grande, forse, certamente su un mare più grande, non racchiuso da sponde come questo, su una delle navi giallo vivo della Guardia Costiera di Chashanna. Mi chiedevo se ero in grado di comandare una nave, no? Se sarei stata capace di prendere decisioni rapide, di tranquilla autorevolezza, di condurre altri in mari pericolosi. Be’, ora lo so, ora che è troppo tardi. Posso convincere l’intera Resistenza dei Pianete Esterni a fare come dico io, e a continuare a fidarsi di me perfino quando li ho condotti alla sconfitta. Posso essere un pessimo comandante in capo, ma l’autorità, quella ce l’ho. Mi chiedo se sia una buona cosa, dopo tutto. Ma il capitano, sì, avrei potuto essere il capitano di una nave. Era questo che sarebbe successo, se una tempesta non avesse interferito. Se tu non fossi passato su di noi, Creyna, come in vento di tempesta, come un uragano.
Mentre passavano sotto le rovine del grande Fulcro del Centro, guardò in alto come facevano tutti gli altri, con meraviglia e orrore. Aveva pensato “criminali” quando aveva visto le navette rubate alla polizia colpire la titanica struttura, tanto tempo prima, seduta comoda nella sua casa di Chashanna, quando era ancora un civile. No, non era quello che aveva pensato – non c’erano veramente parole per quello che aveva pensato. Il mondo le era sembrato fermarsi, e andare in pezzi, per l’orrore e l’incredulità. Non aveva avuto nomi per persone che si erano rivelate capaci di dare la vita per quell’orrore. Ora che creare disordine e spavento era il suo mestiere aveva un nome per loro. Era “imbecilli”. Se c’era un singolo atto che aveva devastato completamente la sua vita e quella di tutti coloro di cui le era importato e a cui aveva voluto bene, era stato quello. Maledetti imbecilli. Avrebbe tanto voluto credere in un qualche inferno per poterseli immaginare lì. Invece, erano morti sentendosi molto soddisfatti, i maledetti bastardi.
Ma d’altra parte, poteva essere che un fattore decisivo non c’era stato: che la distruzione del Fulcro del Centro era stato solo un atto di sciagurato orrore, un massacro insensato, un atto orribile in sé, e non il primo colpo del conflitto. Poteva essere che i Pianeti Esterni sarebbero stati invasi lo stesso, e in effetti erano passati due anni dall’ascesa di Laney all’attacco e all’invasione. Certo, aveva fornito una scusa a Laney, ma questo era tutto. Si voltò a guardare la colossale rovina mentre le sfilava accanto. Tanto orrore e morte, allora erano sembrati insopportabili, ed ora invece impallidivano di fronte a quel che ne era seguito, alle purghe e il terrore e il bombardamento che aveva cancellato Chashanna. E le sue perdite pesonali, così impensabili, così insopportabili ancora adesso. Se solo avesse potuto sentirsi vendicata in retrospettiva dall’orrore inflitto al Centro da pochi dei peggiori fra i suoi compatrioti, ma non era così. Forse era un piccolo trionfo. Quello, e avere impedito a Ferni di tirare giù un ascensore orbitale. Per ora.
— Tutto bene? — chiese la voce al suo orecchio, preoccupata. Forse aveva rabbrividito, o qualcosa del genere. Sentì una passeggera irritazione: se avesse risposto avrebbe attirato l’attenzione su di sé. La sua era un’uniforme da sergente e non ce n’erano molti dotati di un impianto cocleare. Riuscì ad eseguire un breve clandestino cenno del capo. — Una volta arrivata sull’altra sponda passerà nelle capaci mani di quelli dell’Università, — continuò la voce. Cretino, pensò lei ferocemente. A che cosa pensava di stare giocando, con tutte queste chiacchiere? Questo non era il momento di fare conversazione.
Inghiottì e riuscì a sussurrare: — Grazie. — Cretino no, stava rischiando la vita per lei.
Il molo d’attracco era all’interno del territorio dell’Università: da per tutto cartelli con scritte bianco su nero dirigevano gli studenti e i visitatori verso i vari Istituti, Facoltà, Biblioteche e così via. Su ogni superficie disponibile erano incollati volantini a colori e con caratteri violenti che urlavano opinioni pericolose. L’Università era, dai tempi di Hanvard, più libera del resto del Centro, che in sé era un pianeta e un Settore dove la presa di Laney era costretta ad essere meno stringente. Eppure lei rabbrividì di nuovo. Lo sapevano questi ragazzi che cosa stavano rischiando? Non lo sapevano che avrebbero potuto venire portati via nella notte, dalla propria casa, e sparire per sempre? Non lo sapevano che la vantata libertà del Centro stava diventando velocemente più un’irritazione che una foglia di fico?
Appena scesa di nuovo sulla terraferma notò il cambiamento nella gente attorno a lei. Le sete cangianti e le acconciature elaborate e il trucco a colori pastello erano quasi del tutto spariti, così come le vistose, incongrue scarpe di cuoio che i giovani del Ness avevano indossato per accompagnarli. Quasi tutti qui erano vestiti austeramente, con pantaloni neri o blu o gonne lunghe, e ampie sciolte camicie bianche, spesso accompagnate da una cravatta rossa o nera. Sembravano quasi in uniforme: un gesto deliberato, lo sapeva, per sembrare più seri e più impegnati, che si ispirava alla moda Rivoluzionaria – quella della loro sanguinaria Rivoluzione fallita, cioè, quella che aveva ucciso l’ultimo sfortunato discendente di Hanvard. Li trovava teneri e ingenui, ed era spaventata per loro.
— Benvenuta nell’Università Imperiale del Centro, signora, — disse una voce nuova al suo orecchio, una voce di donna, chiare e fresca come acqua. — La vedo. — Twony si sentì vagamente rassicurata, nonostante la strana sensazione nel venire chiamata “signora” da quelli stessi che sembravano così innamorati della Rivoluzione Esterna. La voce della ragazza era completamente seria. Era una cosa che Twony approvava. — Prego, proceda verso la Biblioteca di Palazzo Nekhmet.
Twony continuò a camminare senza mancare un passo, imboccando il sentiero che portava al Palazzo Nekhmet come se fosse sempre stata la sua destinazione. C’era un silenzio piacevole lungo i sentieri dell’Università: l’aria era percorsa solo da voci umane e dal sussurro delle foglie degli alberi.
Uno striscione enorme pendeva da una parete. Diceva Thexarraro – la parola asgra per Rivoluzione. Quella Esterna, quella che aveva avuto successo, e che era indietro, messa al sicuro da diversi secoli, così che il prezzo che aveva imposto non era immediatamente ovvio. La sua Rivoluzione, quella che aveva celebrato ogni Quinto del mese Ottavo. Quella che aveva richiesto tanto sforzo e tanta fatica, e che Laney aveva appena vanificato. Quella il cui nome i maledetti idioti avevano usurpato quando avevano colpito il Centro. A quanto pare gli studenti avevano deciso chi ne erano i veri eredi, e non avevano paura di annunciarlo al mondo, e alla polizia politica di Laney. Twony dovette imporsi di non scuotere la testa. Ma cosa si erano messi in testa?
Più o meno la stessa cosa che tu ti eri messa in testa quando hai cercato di impedirgli di entrare nell’Università di Chashanna, le disse una voce severa dentro di sé. Be’, adesso ho imparato, si rispose lei. Ho imparato che spreco è fare la cosa giusta se tutto quello che ottieni è che ti schiaccino come un insetto.
Il Palazzo Nekhmer fu una sorpresa perché, nel bel mezzo di tutta quella raffinata bellezza, era di una bruttezza spettacolare. Be’, forse altrove, fra gli angoli aguzzi e le superfici lisce della Capitale Federale su Tyros, non avrebbe altrettanto sfigurato. Ma qui si innalzava al di sopra delle cime degli alberi e sopra i palazzi di marmo bianco come una enorme e sgraziata torta alla crema, un goffo cilindro che riusciva a indovinare esattamente le giuste proporzioni per mancare ogni possibilità di grazia, sormontato da sfere verdi a mo’ di decorazione disposte ad intervalli apparentemente casuali sul tetto. Era reso ancora più offensivo dal fatto che l’unico altro edificio che spuntava dalle cime degli alberi era la cupola verde del Palazzo Imperiale, immensa e aggraziata. Twony dovette fermarsi a bocca aperta a guardare l’obbrobrio. Ma che cosa avevano avuto in testa?
— Entri e trovi la sala lettura F. Si sieda al posto sette, è nel secondo tavolo dal fondo. Sarà libero. È una sala lettura pubblica, non c’è bisogno di una tessera per consultare gli archivi.
Twony si scosse dalla sua orripilata contemplazione dell’edificio e seguì le indicazioni. La sala lettura F era completamente vuota, ad eccezione di un unico giovane con capelli rossastri seduto al numero sei, concentrato sul monitor incorporato nel tavolo. Si sedette accanto a lui, stese le gambe sotto il tavolo e orientò il monitor verso di sé, come se stesse consultando l’indice generale.
— Sei chi penso? — chiese il giovane. — Ti credevo più vecchia.
Sono più vecchia, pensò lei.
— Non so chi pensi che io sia, — gli disse, quasi senza muovere le labbra. Le sudavano le mani. Per quanto riguardava la sicurezza era completamente nelle loro mani e non sapeva quanto fossero in gamba. Per quanto ne sapeva lei, la stanza poteva essere piena di microfoni. L’intero incontro poteva essere una trappola. Si grattò il naso per avere una scusa per alzare una mano e quanto tornò ad abbassarla la poggiò dolcemente sul calcio della Kuroda.
La voce nel suo impianto cocleare tornò a parlare. — È dei nostri. È il suo contatto.
Twony lo guardò per un attimo. Il ragazzo – non poteva avere più di vent’anni – sorrise. Twony tornò a guardare il suo monitor. — Sì, — disse. — Sono l’inviato della Dikea on Exadri Ertei, la Lega dei Pianeti Esterni. —
Non disse: Sono Thuien Twony. Il ragazzo probabilmente lo sapeva, la sua uniforme poteva ingannare qualcuno che non si aspettava che lei fosse nulla di diverso da un sergente ferniano, ma non qualcuno che aveva un appuntamento con uno dei capi della Dikea. E se non lo sapeva, be’, meglio così. — Di chi è stata l’idea di costruire questa mostruosità? — chiese, guardando il monitor.
— Della Reggente. Brutta, vero? Farla saltare in aria sarebbe un gran servizio all’umanità. O quanto meno all’Architettura.
— Farla saltare in aria? — sussurrò Twony, con orrore. — Potrebbero ricostruirla. No, bisognerebbe trovare il modo di dissolverla nell’acido.
Il ragazzo cercò, senza completo successo, di reprimere una risatina.
— Ci aiuterete?
Twony sospirò. — Aiutarvi?
— Stanno cercando di prendere il controllo dell’Università. Di revocare la nostra Carta. Stanno per…
— No.
— No non potete, o no non volete?
— No, non possiamo. Se volete un confronto armato, non c’è assolutamente modo di far pendere la bilancia in vostro favore. Non abbiamo armi da darvi, se era a questo che stavate pensando. E non abbiamo influenza politica da esercitare in vostro favore. In ogni caso, vi suggerirei calorosamente di non cercare lo scontro in questo momento.
— Qualcuno deve dare l’esempio, — disse il ragazzo, fissando il monitor con espressione dura.
Twony chiuse gli occhi per un momento.
— Vi schiacceranno. Vi distruggeranno. Vi verranno addosso come una valanga. Non è questione di dare l’esempio, non durerete un maledetto secondo. Useranno il vostro sangue per lavare i marciapiedi e poi si asciugheranno con le vostre pelli conciate. Vi prego, ascoltatemi. Io l’ho visto succedere. Non lo fate. — Il suo era un bisbiglio feroce. Si fermò, respirò a fondo, e continuò con più calma. — Non darete l’esempio, diventerete un esempio. Per i prossimi cinquant’anni ridurranno aspiranti sovversivi a gelatina tremante di terrore con il vostro esempio. Non lasciateglielo fare. Nascondetevi, andate in clandestinità, aspettata un momento migliore. Sarete in grado di formare contatti, di costruire…
— Pensavo che voi voleste combatterli.
— Amico, noi li abbiamo combattuti. Abbiamo perso. Siamo stati sconfitti. Siamo stati schiacciati. Siamo stati spazzati via. Credi a me, il confronto militare diretto non è il modo giusto per vincere questa guerra.
Il ragazzo si voltò a guardarla. — Ti prego, amico mio, — disse Twony dolcemente, — avete chiesto il nostro aiuto, e lo avrete. Volete documenti falsi, noi sappiamo produrli. Volete comunicazioni sicure a porta girevole, noi siamo dei maghi in questo. Possiamo raccogliere e scambiarci informazioni. Possiamo infiltrarci. Possiamo raccogliere le forze per il futuro. Ma vi prego, — una breve, bruciante memoria di urla, e fuoco, e sangue spruzzato sulle pareti dei corridoi dell’Università di Chashanna le attraversò la mente, al ritmo dei cingoli dei carri armati, — vi supplico, non lo fate.
— Qualcuno deve dare l’esempio, — rispose il ragazzo, piano. — Questa non è Chashanna, questo non è Asgro. Questo è il Centro, e la nostra Carte risale ai tempi di Hanvard. Laney ha bisogno del sostegno della Cirte, e la Cirte è ancora legata da un giuramento di fedeltà alla Reggente. E la Reggente non li lascerà calpestare la Carta. Il Console Esterno non li lascerà farlo. Non oseranno.
Twony tornò a guardare il suo monitor e cercò di costringersi a credere che il ragazzo aveva ragione. Laney aveva bisogno della Cirte, era vero, perché per quanto spopolata e malridotta, la Cirte si trascinava ancora dietro il peso della storia, e i Say rappresentavano un buon cinque per cento degli ufficiali dell’Esercito Tyrosiano, tre di loro a capo di una Flotta. E la Cirte serviva ancora il Trono Imperiale, per quanto vuoto fosse, e la Reggente di quel trono, per quanto mezzosangue fosse. Mezzosangue, non una Say, ma per sempre del Sangue. E il capo della Sato, responsabile della sua politica anche se non più direttamente responsabile del lato operativo, era ancora un Say, e aveva ottime ragioni personali per essere fedele alla Casa Horayto-Ekera. Se Creyna diceva No, non una sola goccia di sangue sarebbe stata versata sul Centro.
Ma lei aveva imparato molto tempo prima a non fidarsi della pietà, dell’umanità o anche solo della comune decenza del suo nemico. E sapeva che avrebbe di nuovo visto tutto quanto. Chiuse gli occhi di nuovo e sospirò.
Quando uscì dall’orribile edificio, più tardi, si sentiva svuotata e scoraggiata. Camminò tristemente verso il portico sul lungomare, e si sedette su una delle panche di marmo a guardare il tramonto, il cielo dipinto di arancione infuocato e rosa e viola e rosso… e pensò alle uniformi nere e bianche di questi ragazzini che non sapevano che cosa li aspettava, e alle loro cravatte rosse, e a come il sangue insudicia un corpo pulito, e si sentì impotente e incapace di rassegnazione. Ma non era nulla di nuovo, si disse, amaramente. Vinceranno, di nuovo, e voi sarete schiacciati, di nuovo, e non sarete in grado di arrendervi. Nulla di nuovo.
Fu allora che il suo telefono si mise a trillare discretamente, e Twony lo tirò fuori sorpresa e abbassò gli occhi su un altro miracolo di comunicazioni sicure a porta girevole: di tutte le incredibili coincidenze, era Nikla, dopo lunghi mesi di silenzio, che la chiamava da un punto a non più di un chilometro da dove si trovava. Che chiamava con un messaggio della massima urgenza, con la massima priorità. Twony alzò gli occhi.
La sua camera era all’ultimo piano, una situazione che a Nikla piaceva, perché da lì poteva vedere l’Oceano Occidentale e un vasto tratto dei giardini del Palazzo Imperiale.... il tratto aperto al pubblico, naturalmente, non la Città Interna. Nel giorno di Mezza Estate si potevano vedere le fiaccolate che attraversavano i vialetti come serpenti dorati di luce e nel giorno dei Morti, il primo giorno del Decimo Mese, la grande processione che si incamminava verso la tomba di Hanvard che veniva aperta, Famiglie del Centro e Clan Say con gli Hellea vestiti di rosso e i Kylyanna nel colore del Clan, la Reggente Aria Horayto—Ekera, i Consoli del Centro, i membri del Parlamento e del Senato, i sindaci planetari e migliaia e migliaia di semplici cittadini del Centro e della Cirte, e anche di molte altre province di Tyros, che camminavano a piccoli passi ritmati verso la tomba dell’Ultima Imperatrice, al suono dei tamburi funebri.
Nikla aveva visto entrambi gli spettacoli una volta sola, una Mezza Estate in cui aveva preparato Teoria della Mentazione e un Giorno dei defunti in cui una brutta influenza lo aveva costretto a letto. Altrimenti, passava Mezza Estate come tutti gli altri, a fare festa e a ballare fino all’alba, sentendosi molto molto triste in fondo al cuore; e nel giorno dei Defunti prendeva un traghetto ad andava a portare crisantemi bianchi sulla tomba di Yergi e Miranda Degras, morti nel grande terremoto che aveva devastato Mellian cinque anni prima, e il cui nome lui portava. Si inginocchiava sulla tomba e piangeva lacrime sincere. Aveva fondati sospetti che assieme alle poche ossa recuperate dalla casa distrutta e bruciata della famiglia Degras ci fossero anche quelle di Nicolas Degras, il cui nome e la cui vita lui aveva usurpato. Non poteva né onorare né visitare le tombe dei suoi morti e pensava che i signori Degras si potevano accontentare delle lacrime di uno sconosciuto, visto che nessuno, probabilmente, ne versava per i suoi genitori e fratelli e per Milla.
L’altro motivo per cui la sistemazione al sesto piano della palazzina universitaria E 13 gli andava bene era molto meno poetico. Cadendo dal sesto piano non si rischiava di restare feriti ma vivi — e interrogabili.
Salì le scale di corsa, ma si fermò sulla porta del suo appartamento a riprendere fiato, stelline blu davanti agli occhi. Era ancora spaventato a morte. Che lo guardassero pure ora con le loro telecamere nascoste. Ansimava, sì, e si appoggiava al muro. Coraggio, si disse. Ci vuole coraggio, Nikla. L’hai avuto altre volte. Hai aspettato per questi cinque anni vivendo come uno di loro, ma non sei uno di loro. Sei un combattente, che ti piaccia o no.
Aprì la porta e si trovò di fronte la grande finestra della sua camera, illuminata dal cielo chiaro della Città Universitaria di notte. Dal terzo anno in poi gli studenti di Ingegneria Mentativa avevano il diritto a un alloggio tutto per sé, soprattutto quelli con voti alti come quelli di Nikla.
— Non accendere la luce — disse una voce soffice dietro di lui.
Nikla si voltò di scatto. Non era armato, naturalmente. Era uno studente universitario, gli studenti universitari non girano armati, non sul Centro comunque. Gli ci vollero un paio di secondi — la giornata era stata pesante e difficile — per riconoscere quella voce così nota, e la sagoma scura accucciata sul suo letto.
— Ah — sospirò alla fine. — Sei tu. — Niente nomi. Erano cinque anni che non si chiamavano per nome... da quando avevano smesso, tutti e due, di essere due adolescenti normali per ritrovarsi a essere due soldati dalla sera alla mattina.
— Chiudi le finestre, prima.
Nikla obbedì, facendo scendere i rotolanti blu elettrico che davano un tocco di vivacità alla facciata. Poi si voltò e la donna sul letto tese una mano e accese l’abat—jour sul comodino. L’oscurità scomparve ma la pelle dalla donna rimase nera, un nero vellutato, profondo e innaturale. Per un paio di secondi si fissarono in silenzio, poi Nikla disse, con voce roca: — Sei pazza a entrare qua dentro.
Thuien Twony scosse la testa. I capelli, tagliati sotto la mascella e di un nero bluastro, si mossero accompagnando il movimento, un’onda morbida che Nikla ricordava molto bene.
— Non mi hanno vista. Credimi, non sono sopravvissuta fino adesso facendo sbagli simili.
Nikla Kimaxi voltò una delle sedie sistemate sotto la scrivania e si sedette davanti a lei. Era tanto tempo che non la vedeva, tanto tempo che non sentiva la sua lingua materna, che adesso aveva fame del suo viso e sete della sua voce come non ne aveva avute per nessuna amante, nemmeno per Milla. Ricordava la sua pelle nera e i suoi occhi arancioni da quelle serate lunghe e lente di Chashanna, quando era una ragazzina dal sorriso ambiguo e dagli occhi maliziosi. E ricordava la piega dura della sua bocca e quella determinazione spietata negli occhi che aveva cominciato a vederle quando combattevano assieme. Ma era invecchiata da allora. Le aveva invidiato, in questi anni, la possibilità di combattere, di essere in contatto con gli altri, di poter essere se stessa e parlare la sua lingua e portare il suo nome... ma sapeva, e aveva sempre saputo, in fondo, che era stato lui il fortunato.
— Come stai? — chiese.
Lei sorrise. — Non lo so. Ci si abitua a vivere così, dopo un po’, suppongo. — Alzò le spalle. — Io non ci sono ancora arrivata, però. E tu?
Nikla scosse la testa. — Mi mancate. Mi mancate tutti. Hai avuto il mio messaggio?
Lei annuì. — Che cosa ti hanno detto?
— Credi che ci ascoltino?
Lei scosse la testa. — Sono qui da due ore. Ho passato al setaccio tutta la stanza. Niente. Niente emissioni di alcun tipo. Ce ne sono in mensa e nel corridoio, e nei bagni, ma qui no. Comunque ho sabotato la cucina, tanto per stare sul sicuro. Se anche qualcuno ci ascolta, sente solo un terribile ronzio.
Nikla si passò le dita fra i capelli. — Allora ascoltami bene, perché d’ora in poi credo che mi terranno sotto sorveglianza notte e giorno. Mi hanno offerto un lavoro.
La ragazza lo guardò, in silenzio, con occhi molto seri. Nikla si passò la lingua sulle labbra.
— Credo che abbiamo contattato me perché sono orfano e non ho famiglia. Tutto questo è terribilmente segreto. Senti… il momento è arrivato. Io vado.
Ci fu un sibilo leggero da parte della ragazza. Thuien Twony, il capo della Dikea on kiai Exadri Ertei, la Lega per i Pianeti Esterni, lo fissava in silenzio.
Nikla appoggiò le mani sui ginocchi. — Non posso dirti che cosa è successo. Se avessi deciso di rifiutare, allora sì che te lo direi. Ma è meglio se non sai dove vado. Diciamo che hanno dei problemi. Diciamo... — Nikla fece un sorriso storto. — Che sarebbe il momento giusto per sollevarsi, se fossimo pronti.
Thuien Twony chiuse gli occhi per un paio di secondi. — Ma non siamo pronti — mormorò.
Nikla sospirò. — Lo so — disse.
E forse, pensò, non lo saremo mai più. Abbiamo resistito finché abbiamo potuto e oltre, e siamo stati sconfitti. Hanno spazzato via un’intera generazione. Ci hanno spezzato. I Pianeti Esterni sono stati sconfitti e passerà del tempo prima che possano tornare a combattere. — Però possiamo trarre il massimo profitto dalla situazione. Posso dirti tutto quello che so, e tu deciderai che cosa farne. Ma per accettare la loro offerta, nessuno di voi deve sapere dove andrò. Possiamo inserirci nella loro rete. Non è per quello che io sono qui? Non è per questo che mi state facendo studiare?
Twony stese le gambe sul letto e si fissò i piedi. — E’ una decisione che non puoi prendere da solo.
Nikla la fissò. — Non possiamo permetterci di perdere questa occasione.
— Abbiamo investito tempo e denaro in te. Ci servi. E poi se ti prendono e ti fanno parlare...
— Non mi prenderanno. E anche se mi fanno parlare, che cosa posso dirgli? Non so quasi più niente di voi da cinque anni. Doppio cieco. Tu non sai come ti arrivano i miei messaggi. Io non so dove sei o cosa fai.
— Ascolta...
— Che cos’altro stiamo facendo? Come state conducendo la vostra lotta? Rapinando banche e facendo saltare in aria installazioni militari? Credi che tutto questo li spaventi?
Twony socchiuse gli occhi. Rimase in silenzio. Nikla tese una mano e strinse una di quelle dalla donna fra le sue. Era una mano ancora bella, ma indurita e molto fredda. Tremava leggermente. La paura, diciamo pure il terrore, che lui aveva appena provato, erano per lei cosa di ogni giorno. — Pensi di potere tornare?
— Sì — disse Nikla, annuendo. Tornare dalla città dolente, dall’eterno dolore. ARRAS era stata la porta dell’inferno per tanti di loro, tanti di loro erano stati inghiottiti dalla stella nera di ferro ed energia lassù nel cielo di Mesnes. Ma lui sarebbe tornato. — E’ un incarico a termine. Tornerò e ti racconterò tutto.
Thuien Twony fece una smorfia. Rimase in silenzio a lungo e poi disse piano: — Non pensi che sia meglio che sappia di cosa si tratta, se è una cosa così grave? Se fosse una trappola, un modo per incastrarti, e tu scomparissi nel nulla ...
— Certo. Ma se accetto e poi uno di voi — o, la Signora non voglia, tu — viene preso, be’, quello è un rischio che non mi sento di correre. Lo sai bene anche tu come sono le regole. Doppio cieco.
Twony annuì lentamente. — In chiaro?
— No. Codificato. Fino a che non sarò di nuovo fuori non voglio che nessuno di voi sappia dove sono e cosa sto facendo. Te l’ho detto, sarà una questione di pochi mesi. Depositerò pacchetti di informazioni sul mio solito nodo. Vi arriveranno a intervalli regolari, in codice. — Nikla si sfregò una mano sulla fronte. — Se cominciate a ricevere informazioni in chiaro, vuol dire che sono.. che non sono più in grado di controllare il nodo.
Twony tornò a rannicchiarsi nel letto, stringendosi le ginocchia al petto. — Sei sicuro? — sussurrò.
— Sicuro? — Nikla sorrise. — No. Sono spaventato a morte. Ma è per questo che mi sono preparato per tutti questi anni. E’ arrivato il momento. E d’altra parte, cos’altro potrei fare? Rifiutare e tornare a fare il guerrigliero in esilio? Che alternative ho?
— Nessuna — disse Twony. — Non abbiamo nessuna alternativa.
— No — ripeté Twony, sforzandosi di non ringhiare e di non aggiungere: stupida macchina. — Non ti smontiamo. Hai la mia parola. Adesso apri quel portello, Pavida, per favore.
Era accucciata all’ombra di una delle cinque grandi navi arenate sulla sabbia sterile e rossastra, come cinque enormi balene d’argento spiaggiate. Per fortuna si era portata il cappello, perché là fuori dovevano essere di molto sopra i quaranta gradi e il sole era picco, l’ombra stretta e scomoda. La breve notte della Decima Luna era finita ormai da un pezzo.
— Lo so come siete fatti voialtri — rispose la voce stridula della nave. — So bene che mi fareste la pelle se fosse per la causa. Fanatici.
— Pavida, santo cielo.
Twony si lasciò sfuggire un sibilo di esasperazione. Sospese il canale con la Pavida e aprì un canale comune con le altre quattro navi superstiti. — Intelligenza artificiale non è il nome che io userei per quella — disse.
— E’ molto turbata — disse la Timorosa, in tono suadente. — La caduta di Wilkaa è stata uno shock per tutti.
A chi lo dici, pensò Twony. La caduta di Wilkaa era stata un brutto colpo perfino per lei. Non perché non se l’aspettasse, dopo tutto l’esercito di Tyros era di parecchio superiore; ma non si era aspettata, nessuno si era aspettato, che tutto fosse così veloce e, be’, brutale. Aveva sentito dire che nessuno aveva sconfitto Creyna sul campo a Mishishima, ma lì era stato al comando delle truppe di terra. Questa era la sua prima volta nello spazio. Aveva schiacciato Wilkaa con facilità che sarebbe stata quasi ridicola, se non fosse stata tanto deprimente. Twony si passò le dita sotto il respiratore, asciugando il sudore. — Io voglio solo aggiustarla — disse, sentendo una nota petulante entrare nella sua voce. — Almeno la schermatura. Se solo un ricognitore passa in orbita siete tutte e cinque bersagli bell’e pronti. E noi siamo tutti morti. Fatela ragionare.
— Ragionare — si intromise la Malfidente — non è mai stato il suo forte.
— Come sei acida — disse la Timorosa.
— A me l’idea di smontarla non sembra tanto stupida.
— Nessuno smonterà nessuno — disse Twony, secca. — Ci mancherebbe altro. Potete fare qualcosa?
— Se mi riattivi le batterie, un bel colpo a sorpresa…
— Spero che tu stia scherzando, Malfidente — disse Twony stancamente.
— Ma certo che scherza — disse la voce più fonda della Tremula. — Siamo parcheggiate troppo vicine.
— Che state tramando voi quattro? — si inserì la Pavida, sospettosa. — Lo sento sai, che state parlottando, là fuori. Ma io non mi lascio assassinare da voi mucchi di ferraglia obsoleta. Ho ancora un paio di assi nella manica.
— Merda — disse Twony con sentimento. Non ne erano rimaste molte, di menti artificiali senzienti nell’Universo, e cominciava a capire perché Tyros era così contrario alla coscienza inorganica. C’erano forse un’altra dozzina di navi intelligenti rintanate nelle basi della Dikea; due di loro erano rimaste a difendere Wilkaa, e ora o erano state distrutte o erano state disattivate. Le sette stazioni spaziali senzienti che erano state in orbita attorno ad Asgro, Mesnes e Payne erano state decerebrate quando Tyros aveva conquistato i Pianeti Esterni… la Pavida, la Timorosa, la Tremula, la Malfidente e la Fuggitiva erano fra le ultime superstiti di un’intera flotta di navi—cittadine, e quando — se, si corresse Twony, se — fossero state distrutte, l’intelligenza inorganica sarebbe definitivamente sparita dall’universo. Sarebbero rimaste solo menti assenti a sé stesse, automi decerebrati come ARRAS.
E che di quella manciata di superstiti dovesse far parte quella imbecille malmostosa della Pavida la riempiva di un senso di cosmica ingiustizia.
Sospirò. Il cielo era di un color cobalto, profondo, teso e vuoto sopra di lei. Si sentiva schiacciata fra quel soffitto azzurro e la conca rossa di sabbia come dentro una conchiglia.
Erano stati fortunati a trovare quella luna. La gravità era un po’ meno di un g, ma non tanto da far rischiare agli umani conseguenze scheletriche a lungo termine; la pressione era bassa, ma eliminava la necessità di andarsene in giro in tuta stagna. Bastava un respiratore, fastidioso ma sopportabile. Il clima era, per un mondo inabitabile, tutto sommato mite. Di notte andavano sotto zero, ma solo di pochi gradi, e di giorno raramente la temperatura saliva sopra i quaranta. Il giorno durava nove ore e i loro ritmi circadiani erano andati a gambe all’aria da un pezzo, certo, ma non erano condizioni così difficili da imporre la costruzione di una base complessa e costosa. E c’era acqua, a potersela scavare. Sì, erano stati fortunati.
Più o meno, era stato l’unico colpo di fortuna degli ultimi cinque anni, e non era ancora detto che non gli si rivoltasse contro. Twony alzò gli occhi al bel cielo scuro, con il suo colore che prometteva acqua libera. Di pianeti abitabili, o anche solo semi — abitabili come questo, ce n’erano quanti si voleva nella Galassia, ma la SATO, che gli dava la caccia, aveva mezzi, e uomini, e pazienza. E se una sola nave faceva un’orbita attorno a loro, con gli occhi elettronici aperti, addio.
Tre delle navi erano cilindri smussati perfettamente lisci e riflettenti, difficili da vedere perfino da vicino nascoste com’erano dietro i campi. Qualunque emissione rilevabile era schermata con molta efficienza e sarebbero state visibili, come lieve anomalia, solo a un sensore ottico. Ma probabilmente sarebbero passate inosservate. Le ultime due erano ancora lì, nude nella loro metallica materialità, tozzi pezzi di acciaio e bulloni, bianco — grigiastre sulla sabbia rossa, che si arroventavano al sole e rimanevano incendiate come lampade per un bel po’ dopo il calar del sole a un qualunque sensore a infrarossi, e ugualmente visibili come bastoncini freddi nella prima parte del giorno...
Nell’atterraggio di fortuna dopo la fuga precipitosa da Wilkaa quattro delle cinque navi erano rimaste danneggiate. Due le avevano già riparate. Restavano altre due, ma cominciavano a esserci dei problemi con i pezzi di ricambio. Alla Pavida era venuto il sospetto che gli umani avessero intenzione di disattivare lei e servirsi delle sue parti per riparare la Fuggitiva, che era meno danneggiata — e a dirla tutta, di gran lunga più simpatica.
Be’, erano disperati, ma non fino a quel punto. In tutta la storia dei Pianeti Esterni, non era mai successo che un organico uccidesse un inorganico. Non avrebbero certo cominciato loro. E poi, anche ridotti così com’erano, un migliaio di disperati in fuga, non avevano abbastanza navi. Se avessero dovuto evacuare la base, le tre navi in grado di alzarsi non sarebbero bastate per tutti quanti.
— Pavida? — disse Twony. — Pavida, abbiamo bisogno di te. Avanti, apri il portello e fammi entrare. Se non mi fai entrare, come facciamo a ripararti? Non puoi mica farti manutenzione da sola, no?
— Mi prendi per scema?
— Pavida, porco cane, hai ancora le griglie antigravità funzionanti, puoi fare polpette di me se appena avverti qualcosa che non v…
Nella sua testa, nell’impianto cocleare, la sirena d’allarme annegò qualunque altro rumore compresa la sua stessa voce. C’erano delle sicurezze che impedivano all’impianto cocleare di eccedere i limiti della soglia del dolore, ma una sirena d’allarme è concepita per attirare l’attenzione. E questa era accompagnata dalla voce di Gerd che urlava: — Bandito in avvicinamento! Ripeto, bandito in avvicinamento! Pronti all’evacuazione!
Twony saltò in piedi e scattò, con il cappello che volava via e rotolava sotto la Pavida, il respiratore che faceva fatica a stare dietro al suo respiro affrettato. Una nave nemica in avvicinamento, con due navi su cinque spiaggiate, voleva dire il disastro. Per le navi, e naturalmente per tutti loro. Le navi sarebbero state disattivate, i suoi compagni se gli andava bene passati per le armi. Lei… lei aveva un conto aperto con la Cirte.
Già della gente le veniva incontro correndo, la maggior parte a mani nude, qualcuno che si era attardato a raccattare un bagaglio, sperabilmente la borsa d’emergenza che tutti avevano istruzione di tenere pronta per questa evenienza.
— Si è decisa a ragionare? — urlò Neva mentre le passava vicino.
— No! — urlò Twony. — Ma voi provate lo stesso. Non credo che vi lascerebbe a terra.
Non che facesse tanta differenza. Se era la SATO che in qualche modo aveva scoperto la base e arrivava in forze, non tutti si sarebbero potuti salvare, e anche quelli che fossero riusciti a salire sulle navi avrebbero dovuto affrontare il fuoco di una forza d’assalto. Però se si trattava di una pattuglia, vedere tutte quelle navi che decollavano avrebbe potuto metterli in allarme...
La base era sotterranea, scavata nella terra arida e sterile, e a spuntare c’era solo la torre, che come torre era modesta, non arrivando a quattro metri d’altezza, ma comunicava con il sistema di antenne che scrutava i cieli per loro. Twony considerò l’idea di infilarsi sotto terra, velocemente, e prendere la sua pistola, non necessariamente per sparare ai tyrosiani — sapeva che non doveva farsi prendere viva. Ma alla fine non lo fece. Volò su per la scaletta a pioli ed entrò nell’ultima stanza in cima alla torre, tappezzata di attrezzature e illuminata da una minuscola finestrella da dove si poteva vedere un quadrato di fantastico cielo azzurro. Si strappò il respiratore dal naso. L’uomo appollaiato sulla seggiolina, cuffie in testa e matita in mano, non poteva godere della vista di quel pezzo di cielo cobalto per lo stesso motivo per cui non aveva acceso nessuna luce: tre anni prima in una caserma su Asgro gli avevano strappato gli occhi con una forchetta. — Thuien?
— Sì, Gerd. — Cercò di prendere fiato.
— Trasmette il nostro codice — disse Gerd.
Ma voleva dire poco. Erano solo in due a sapere dove si trovava quella luna: Twony e Neva, che l’avevano scovata su una vecchia carta. E le navi, naturalmente, le navi senzienti. Per gli altri, c’era un sistema di volo cieco con una serie di codici di riconoscimento che trasmettevano nuove coordinate intermedie. Non era un sistema a prova di bomba, per cui quando arrivava qualcuno in genere lo faceva sapere in anticipo, per evitare di farsi sparare addosso dal loro quintetto di navi dai nomi scaramantici.
Thuien si chinò sullo schermo davanti a Gerd. — Quattro — quattro — sei, sei — undici. Un codice molto vecchio. Che tipo di nave è?
— Una Huei Nove C, dice qui.
Thuien guardò l’interruttore verde su cui Gerd aveva appoggiato, leggera, una mano. Era il segnale di emergenza. Avrebbe ordinato la vera e propria evacuazione. Twony si sentiva la gola stretta, come sempre in queste occasioni.
— Vettore?
— Dodici undici sul piano Barreh.
— Viene da Starcity.
— Potrebbe essere.
Thuien Twony fissò il puntino luminoso sullo schermo, in silenzio. Poi disse: — Yokai.
Gerd si picchiò una mano sulla fronte. — Oh per la miseria. Hai ragione.
Thuien Twony si lasciò cadere su una sedia, sentendosi debole. Accese la luce. — Apri un canale — disse. Gerd tese una mano, una mano lunga e magra e con le dita sottili, che sfiorò una serie di comandi prima di toccare quello giusto. Aveva sentito dire, quando ci vedeva ancora, che i ciechi sviluppano gli altri sensi per sopperire a quello perso. Se anche era vero, a lui non era ancora successo.
— Nave in avvicinamento, fatti riconoscere.
Dopo un secondo di silenzio si udì una voce che per entrambi era familiare. — Sono io, Gerd. Yokai Kaideka. Ve lo avevo detto che arrivavo, no?
Gerd si nascose la faccia fra le mani. — Yokai — disse, con la voce soffocata. — Ma non avevi detto che ci avresti avvertito?
Ci fu una pausa.
— Mi sono dimenticato.
— Ti sei dimenticato?
Twony scuoteva la testa. Gerd prese fiato.
— Va bene, Yokai. Vieni avanti. — E poi aggiunse, sottovoce: — Un imbecille. Mi porto a letto un completo imbecille.
Twony gli accarezzò la testa, si chinò e gli depose un bacio affettuoso sul collo. — Siamo in due — gli disse.
Aprì il canale generale e disse: — Tutto a posto, è solo quell’idiota di Kaideka che fa la solita improvvisata. Potete tornare indietro.
Poi si alzò sulla sedia e si sporse in avanti, per guardare fuori dalla finestrella. Contro il cielo violaceo, proprio sopra il punto in cui le due linee bianche della pista sembravano unirsi, una stella tremante scendeva molto rapidamente.
— Eccolo — annunciò.
Yokai scendeva a motori spenti, facendo planare la grande nave nera. Era una nave planetaria, con grosse, lunghe ali robuste, che all’orizzonte si stagliò per un momento di profilo come una croce nera. Twony si voltò a guardare Gerd, con i capelli ruggine che ormai si era rassegnato a tagliare corti attorno al cranio nudo, con il pizzetto che lei aiutava a correggere ogni mattina e gli occhi di vetro che Neela aveva fatto per lui prima che la uccidessero, simili a quelli che erano stati i suoi occhi ma tanto terribilmente vuoti. Allungò una mano e gli sfiorò la guancia con una carezza leggera. Gerd catturò la sua mano e appoggiò il viso contro il suo palmo.
— Di nuovo insieme — disse con quella che avrebbe voluto essere leggera ironia.
— Voi siete tutti pazzi — disse Yokai Kaideka con forza. — Voi siete tutti dei pazzi incoscienti.
La luce della lampada portatile gli illuminava dal basso il volto olivastro, mentre scuoteva la testa con rabbia. Portava i capelli neri sciolti e Thuien che lo osservava pensò che era l’unico di loro a sembrare ancora giovane quanto la sua età, era l’unico a sembrare un coetaneo di Nikla. Stava manovrando con delicatezza una chiave per aprire un altro dei pannelli della centralina campi della Pavida.
Erano tutti e tre seduti sul pavimento del ponte macchine della nave. La Pavida si era decisa a far entrare i fuggiaschi durante il breve allarme evacuazione, essendo esasperante ma in fondo non cattiva, e poi Yokai era andato a trovarla ed era riuscito a farsi prendere a bordo. Twony non era sicura se avesse adulato sfacciatamente quella stronza della nave, o se davvero avesse una debolezza per lei. La Pavida si era praticamente messa a piangere sulla sua spalla. Gli aveva spiegato che era stata “sotto stress”. Twony era sicura che se la Pavida fosse stata in grado di fare le fusa o di agitare la coda, per Yokai l’avrebbe fatto.
— E’ stato lui a proporlo — ricordò Gerd, allontanando per un momento la sigaretta dalle labbra, la preziosa Meima Blu che Yokai gli aveva portato da Starcity, priva del contrassegno della dogana.
— E’ un pazzo incosciente anche lui. — Yokai scosse di nuovo la testa. Aprì delicatamente il pannello. — E poi lui vive fuori dal mondo, cosa ne sa di che cosa vuol dire avere a che fare con la SATO?
— Lui è l’unico di noi che vive nel mondo — disse Twony, che sedeva con le gambe raccolte, le caviglie incrociate e le braccia attorno alle ginocchia.
Yokai le scoccò un’occhiata ma proseguì senza farsi distrarre: — Qui non si tratta di passare un posto di blocco o una frontiera. Non daranno un’occhiata distratta ai suoi documenti e alla sua faccina da bravo ragazzo. Qui parliamo di una installazione militare. Controllano il DNA ai loro ufficiali di stato maggiore del cazzo ogni volta che varcano la porta, e lui...
— Yokai, il suo DNA corrisponde. E’ all’Università da quattro anni. Lo controllano ogni sei mesi per via delle borse di studio. Ha sempre passato tutti i controlli.
Yokai fissò Gerd, che aveva parlato, con uno sguardo feroce. — Gerd — disse a bassa voce. — E’ un suicidio. Anzi. Se gli permettete di fare questa cosa, è un omicidio bello e buono.
Gerd riprese in mano il sacchetto di velluto blu che Yokai aveva portato da Starcity e lo soppesò in mano, apparentemente in modo distratto. Il sacchetto conteneva cinquanta diamanti tagliati, di peso variabile. Twony aveva lanciato un grido quando li aveva visti. Non erano riusciti a farsi dire da dove li avesse tirati fuori, o che cosa avesse fatto per guadagnarli. Yokai che sembrava tanto mite, che di tutti loro era sempre stato il più dolce, il più sereno. Yokai il lupo solitario, che scompariva per mesi ma che poi era sempre tornato da loro.
— Siamo in guerra — disse Gerd piano. — Corriamo dei rischi. Tutti noi corriamo dei rischi. Lo sapevamo quando ci siamo messi in gioco, lo sa anche Nikla.
Yokai alzò gli occhi dalle interiora del generatore di campi della Pavida e fece un gesto brusco. — Lo prenderanno — ripeté. — Lo prenderanno e lo ammazzeranno.
Twony sospirò. — L’ha presa lui la decisione. Io non posso discutere. Non so nemmeno dove va. Potrebbe non essere affatto un’installazione militare, per quanto ne sappiamo noi.
— Oh, avanti, Thuien.
La Pavida si intromise. — Potrebbe essere ARRAS.
Twony disse seccamente: — Non dire stronzate.
— No, davvero. Due settimane fa, all’improvviso, hanno sospeso tutte le comunicazioni. Per quasi…
— Stavano facendo un’esercitazione.
La Pavida bofonchiò qualcosa di poco chiaro. Twony continuò ignorandola: — Lo abbiamo addestrato per questo, lo abbiamo preparato e messo sul Centro per questo. E’ stato lui a scegliere, a decidere. Lo abbiamo fatto tutti, no? Abbiamo scelto di lottare. Anche tu.
— Erano altri tempi.
Twony si chinò in avanti, parlando con intensità.
— Yokai, è l’unico modo che abbiamo di combatterli. Non possiamo prendere d’assalto il Palazzo del Governo. Possiamo solo infiltrarci e sabotare. E’ per questo che ci nascondiamo come topi in queste maledette cantine, è per questo che ho portato in esilio tutta questa gente.
Yokai scosse il capo. — Abbiamo perso. Perché non volete convincervene? E’ tutto finito. E’ tutto finito, chiuso. Hanno vinto loro. Perché non lo ammettete?
Twony alzò le braccia esasperata. Gerd disse in tono asciutto: — Tu non fai parte della Dikea. Non hai voce in capitolo. Non hai nessun diritto di stare qui a discuterne. Nikla ha preso la sua decisione, noi l’abbiamo accettata, e con questo il discorso è chiuso. — Si alzò bruscamente, si infilò il respiratore e si arrampicò fuori dal ponte macchine. Twony lo lasciò andare. Con i sensori, poteva muoversi senza troppi problemi, e perfino vedere sagome e forme di quello che gli stava davanti.
Yokai si era fatto improvvisamente immobile. Si fissava le mani. Twony appoggiò il mento alle ginocchia e disse: — Yokai?
Molto tempo prima, quando erano entrambi ragazzini a Chashanna e molto prima che la guerra portasse via tutto quello che avevano, erano stati amici e poi amanti. Poi era arrivato Gerd. E poi era arrivata la bufera. E ora Yokai la guardava con un terribile dolore negli occhi e lei sapeva di essere diventata il simbolo vivente di tutto quello che lui aveva amato e perso.
— Non me ne importa niente della vostra Dikea del cazzo — disse Yokai in un sussurro feroce. — Non me ne importa niente neanche della vostra guerra. Io non voglio vedere morire nessun altro. Né Nikla. Né te. Né Gerd. Né la Pavida. Di tutto il resto non m’importa.
— Yokai. — Twony tese una mano. — Non morirà nessuno.
Yokai sospirò e si passò una mano sulla fronte. — Mi hanno offerto due volte quella roba, su Starcity, lo sai? Cinque miliardi di crediti del Tesoro Tyrosiani. Me li hanno offerti per te.
Twony si strinse nelle spalle. — Non è una novità.
— Thuien, ma come fai a vivere così?
— Non ho altra scelta, ti sembra? Non smetteranno mai di cercarmi. Ho ucciso un Say. Ho quasi ammazzato Laney. Non avranno pace finché non mi metteranno le mani addosso.
A Yokai sembrava così bella. Non aveva mai smesso di meravigliarsi di lei dal momento in cui l’aveva vista per la prima volta, su un banco di scuola accanto al suo, dritta, regale e sicura, il profilo così perfetto, la pelle così completamente nera, gli occhi arancioni così lucenti. Il mondo gli sembrava in bianco e nero quando lei non c’era. Amava Gerd, lo rispettava, gli voleva bene, a letto cercava di non fare differenze fra i suoi due compagni; ma non c’era modo di negare che quello che provava per lei era diverso, più feroce e straziante. Non era mai stato uguale a loro, non gli interessavano le cose che appassionavano loro, e quando erano entrati nella Guardia Costiera lui certo li aveva seguiti, ed era diventato bravo, ma per fare loro piacere e perché era necessario, senza essere entusiasta o felice di rischiare la pelle per sentirsi un eroe. E quando era arrivata la guerra, e l’esercito invasore… be’, lui avrebbe anche lasciato perdere. Ma non poteva tirarsi indietro e lasciare nel pericolo loro. Lasciare nel pericolo Thuien.
Yokai si coprì il volto con le mani. — Vorrei tanto che potessimo tornare indietro — mormorò.
Twony strinse gli occhi. — Io rifarei tutto quello che ho fatto — scandì con voce sommessa. Yokai sbuffò, un suono di derisione. Twony chinò la testa di lato. — Devo andare su Starcity fra un paio di mesi. Abbiamo bisogno di una nave. E di armi. Vuoi farmi tu da guardia del corpo? Tu li conosci. Sai che gente è quella.
Yokai si tolse le mani dal viso. — Perché no? E poi la Pavida la possiamo riparare, ma la Fuggitiva ha bisogno di un nuovo gruppo di interferenza. — Fece un sorriso storto, amaro. — Come ai vecchi tempi, eh? E le ultime due pallottole, una per te e una per me.
Twony fece una smorfia. — Non essere macabro — disse.
Capitolo 3
DISCESA
Faraniy si chinò verso di lui e picchiettò sul vetro del casco. Nikla alzò gli occhi quanto possibile, cercando di non respirare troppo rumorosamente. Nel casco il suo respiro affannoso sembrava rimbombare come un martello pneumatico.
— Non si preoccupi — disse Faraniy allegramente. Era senza casco, lui, ma aveva insistito perché Nikla e la ragazza lo indossassero. — E’ tutto sotto controllo, non c’è ragione di temere. Questo è solo per precauzione, capisce?
Nikla annuì, o almeno cercò di farlo. Cercava disperatamente di convincersi che quello su cui poggiava i piedi era il pavimento, la terra, il basso, giù. Non ci riusciva.
— Ormai hanno ripristinato tutti i sistemi ambientali e molte delle funzioni, almeno nel cuore. Ci sono cinque cervelli ausiliari là fuori che gestiscono le cose.
Faraniy voltò la testa e spinse un grosso pulsante giallo. La cabina dell’ascensore si mise in moto con uno scossone e Nikla sentì che tutti i suoi sforzi per orientarsi venivano spazzati via. Non era il pavimento quello, era il soffitto.
Faraniy voltò di nuovo la testa, sentendo il gemito. — Dottore? — chiese. — Qualcosa non va?
Nikla afferrò una delle sbarre di sicurezza e disse debolmente: — Non sono dottore. Non sono ancora laureato.
Faraniy girò brevemente gli occhi al cielo, ma Nikla si sentiva troppo male per notarlo.
— Nausea?
— Sì — mormorò Nikla.
— Non le hanno dato la scopolamina?
— Eh?
— Per la nausea. Non le hanno messo un cerottino dietro l’orecchio?
— No.
La ragazza disse: — Ha detto che non soffriva di mal di mare.
— Non soffro di mal di mare — confermò Nikla con un fil di voce. — Non in mare.
— Be’, questo è diverso — disse Faraniy con disinvoltura. — Tenga duro, c’è gravità laggiù, vedrà che le passa tutto.
— Posso togliere il casco?
— No! No, è meglio di no, no. No, dia retta a me, Lagrange...
— Degras.
— Sì, Degras. Qui è morta un sacco di gente e adesso che c’è di nuovo atmosfera... insomma, è meglio che lei si tenga il casco, questa stazione si è scossa come una scatola di latta con dentro dei piselli, insomma devono ancora staccarli dalle pareti, molti di loro, l’atmosfera non è proprio salubre, capisce.
Nikla emise un gemito.
— Generale, ma le sembra il caso? — disse la ragazza.
— Guardi, dottoressa... lei è dottoressa, almeno?
— Sì, io sono laureata.
— Abbiamo ancora un quarto d’ora buono per arrivare laggiù. Se deve vomitare è meglio che lo faccia adesso; che si liberi lo stomaco e vedrà che starà subito meglio.
Nikla cominciava a trovare la situazione comica. — Non è meglio che mi tolga il casco allora? — chiese, cercando di sopprimere un ghigno isterico. — Una zaffata d’aria e...
— Sì, ma io ci devo tornare su, con questa gabbia, Degras. Come si sente adesso?
— Male.
— Lei non era mai stato nello spazio, vero?
— Ho fatto qualche traversata interplanetaria.
— Eh sì, buongiorno. Ne soffrivo anch’io all’inizio, sa? Degras? Degras, mi sta ascoltando?
— Sì.
Faraniy lo guardava intensamente. Stringeva il casco sotto un braccio. Erano tutti e tre avvolti in tute bianche molto voluminose, ma l’ascensore sembrava ancora enorme, come tutto era enorme là dentro. Un pannello luminoso che Nikla intravedeva dietro il generale segnalava il loro progresso dentro le viscere della stazione spaziale. Nikla non aveva mai sofferto di mal di mare, quando andava a vela sui mari del suo pianeta natale; e sì che aveva navigato tanto. Ma tutti gli avevano sempre detto che c’è per tutti una prima volta e la sua prima volta a quanto pare era arrivata. Si chiedeva quanta parte della terribile nausea che sentiva era una strana reazione fisica al terrore. Almeno non si sarebbe dovuto preoccupare di non apparire sospettosamente nervoso, quando avrebbero esaminato i suoi documenti. Non c’era nulla di sospetto nell’essere nervosi, in quella situazione.
— D’accordo. Allora, quanto le manca alla laurea? Degras?
— Devo... presentare un progetto sperimentale. Su... sui cervelli estesi. Sa... — Nikla chiuse gli occhi. — Se non foste venuti a offrirmi questo lavoro sarei dovuto venire io a chiedervelo. Non ci sono abbastanza computer estesi su cui lavorare, e nessuno che sia inattivo.
— Eh sì, che fortuna, vero?
— Lei... lo sa come è successo?
— Certo. C’è stata un’oscillazione molto forte nel varco iperspaziale fra la cpu e la sala macchine, entro i margini di tolleranza, naturalmente, ma avevano disattivato i generatori supplementari per metterli in manutenzione e per qualche ragione, probabilmente un errore nella programmazione, la seconda batteria di generatori di emergenza non è entrata in azione. L’energia si è interrotta e per lo stesso errore di programmazione la cpu non ha attinto energia dai suoi generatori di emergenza, è rimasta senza ossigeno per qualche istante e i sistemi di sicurezza sono saltati. A questo punto...
— La cpu è rimasta danneggiata?
— Ah, questo lo dobbiamo ancora scoprire. Noi sappiamo solo che quando l’energia è tornata non si è riattivata. La stazione ha perso l’integrità strutturale e così abbiamo dovuto evacuarla. Abbiamo appena finito di rimetterla insieme, abbiamo ripescato i vari pezzi qua e là nell’iperspazio e fra un paio di settimane dovremmo avere finito le riparazioni. La cpu è un’altra cosa, naturalmente.
— Il cervello.
Faraniy scosse la testa. — D’accordo, il cervello, se preferisce. Per quanto mi riguarda, un processore è un processore è un processore, ma se preferisce chiamarla così, benissimo. Finché lei non si mette a immettere lettere d’amore nel canale di input diretto di manutenzione a me va bene.
Nikla sorrise. — Qualcuno lo ha fatto?
— Sì, tre anni fa, uno dei mentalisti, ma be’, era diventato un po’ senile, per dire la verità. La sente la gravità?
Nikla annuì. — Sì. E’ ancora debole.
— Non l’abbiamo ancora portata a un g. Ma non vi accorgerete della differenza, mi creda. Siamo quasi arrivati. Come si sente?
— Meglio. Grazie.
— Le passerà tutto nel giro di un paio d’ore, vedrà. Si faccia fare un té appena ha passato la dogana.
— La dogana? — chiese la ragazza.
— Be’, il posto di blocco della SATO. — Improvvisamente la voce di Faraniy aveva perso elasticità. Perfino lui ha paura, pensò Nikla.
L’ascensore si fermò. Faraniy spinse un altro bottone e disse: — Salve ARRAS, questo è il generale Faraniy con le sue teste d’uovo, siamo tutti sani e salvi. Come va di là? Siamo pressurizzati?
Meno male che tutto era sotto controllo, pensò Nikla. Siamo tutti sani e salvi. Dall’altoparlante della cabina venne una voce velata di disapprovazione, che suonava inspiegabilmente strana alle orecchie di Nikla.
— Benvenuto a bordo, generale. Da questa parte abbiamo tutto verde, potete aprire appena avrete comunicato le vostre generalità.
— Dano, apri questo cazzo di portello.
— Sissignore, signor generale.
La paratia si aprì e Nikla vide davanti a sé uno spazio enorme, completamente buio e ingombro di quelli che sembravano rottami, ma che nel buio non riusciva a distinguere. In fondo alla sala due grandi finestre lunghe e basse mandavano una luce gialla. Di fronte a loro, il volto illuminato dalla luce che proveniva dall’ascensore contro il buio alle sue spalle, c’era un uomo molto giovane con l’uniforme della SATO.
Non portava né tuta a pressione né casco, solo una semplice uniforme da combattimento, nera, con i gradi gialli sulle spalle. I soldati della Flotta portavano il nome scritto a sinistra, sul petto, ma naturalmente questo non valeva per la SATO. Però sul taschino portava un simbolo che Nikla, anche se non lo aveva mai visto dal vero, conosceva bene: il serpente giallo e nero degli specialisti. Un brivido freddo lo attraversò.
— Oh, ti hanno promosso, vedo. Complimenti, Dano.
— Grazie, generale.
Il giovane maggiore della SATO aveva parlato molto freddamente. Faraniy era un suo superiore ma Nikla sapeva bene che Dano non era tenuto a obbedirgli, così come evidentemente Faraniy non si sentiva impegnato a trattarlo con la cortesia che avrebbe comunque dimostrato per un suo sottoposto. La SATO era un corpo a sé.
— Come mai ci sei tu qua, e non Akela?
— Il maggiore Akela è morto, signore. Io sono l’ufficiale della SATO di più alto grado superstite su ARRAS. Sono al comando finché non mandano giù qualcuno a sostituirmi. Le dispiace comunicarmi le generalità dei suoi accompagnatori e farmi vedere i loro documenti, generale?
Faraniy sospirò e allungò un pacco piatto e largo al maggiore della SATO. Fece un segno a Nikla e alla terrestre che forse intendeva rassicurarli. Nikla non si sentiva rassicurato. Fissava il maggiore della SATO con il fascino di chi è assolutamente terrorizzato.
Nikla capiva perché la sua voce era suonata strana: era la voce di un uomo molto giovane, poco più di un adolescente. Non un ragazzo, comunque: si capiva alla prima occhiata che quello non era un ragazzo, e probabilmente non lo era mai stato. A una seconda occhiata, dopo averlo guardato meglio, Nikla alzò la sua età dai quindici anni che erano stati la sua prima stima a diciotto o magari perfino venti, vent’anni mishishiti o iadini su un volto pallido e un corpo snello. Due mani controllate lacerarono i sigilli del pacco di Faraniy e separarono due tavolette di plastica nera mentre Nikla si sentiva gelare a tal punto che si stupiva di non emettere una nuvoletta bianca con ogni respiro. Il maggiore alzò di nuovo la testa e li fissò per qualche secondo ciascuno, lui e la ragazza, prima di leggere i loro documenti. Nikla si sforzò di non evitare i suoi occhi e incontrò uno sguardo freddo, indifferente e terribilmente professionale.
Quando il maggiore voltò lo sguardo sulla terrestre Nikla la sentì trattenere il respiro e seppe di non essere l’unico a essere spaventato dall’assassino—bambino della SATO. Si chiese se la ragazza sapeva cos’era quel simbolo sulla sua giacca, se si rendeva conto che non solo quello era un uomo addestrato a torturare e uccidere, che avrebbe potuto violentarla o tagliarle la gola o strapparle gli occhi senza perdere quella agghiacciante compostezza, ma che probabilmente lo aveva già fatto, e fatto parecchie volte.
Dano ritornò alla prima tavoletta.
— Nicolas Degras? — chiese.
— Sì — disse Nikla, flebilmente. Dano alzò lo sguardo su di lui, e questa volta Nikla vide che una maschera civile era venuta a coprire il volto della belva: gli artigli erano tornati nelle loro soffici, seriche guaine di pelle, le zanne scomparse, e davanti a lui c’era solo un giovane, cortese, attraente ufficiale, dal volto calmo e dagli occhi cauti e penetranti, ma non minacciosi.
— E Sheng Kiang — completò Dano. — Benvenuti a bordo. Spero che il viaggio non sia stato troppo interessante. Questa sezione è isolata da ARRAS e...
— Lo sanno — disse Faraniy.
— ...relativamente sicura, ma non troverete molte comodità, temo. Siamo piuttosto affollati in questo momento, oltre a tutto.
— Dano, ho freddo, ho fame e devo andare al cesso; sono a posto ’sti cazzo di documenti?
Dano gli rivolse una breve, non del tutto amichevole occhiata e poi continuò rivolto a loro due.
— Il Comandante vi vuole vedere prima possibile. Avete bisogno di qualcosa, prima che vi porti da lui?
Nikla non riusciva a credere che le parole gli uscissero così facilmente di bocca. Non riusciva a credere di stare parlando con questa creatura.
— Se non le dispiace, maggiore, io ho bisogno di qualche ora di sonno.
Dano sembrò colto alla sprovvista. Il fatto che qualcuno non obbedisse immediatamente e senza esitazione ai desideri del suo Comandante doveva essere un’esperienza nuova, per lui, pensò Nikla. Solo allora si rese conto di chi era il Comandante di cui aveva parlato e di nuovo sentì che la terra gli mancava sotto i piedi.
— Dano — interruppe Faraniy. — Cerca di calarti nei panni di un essere umano, per una volta. Hanno viaggiato per sei ore, dal Centro a qui, li abbiamo controllati e interrogati, li abbiamo portati giù in questa gabbia di matti, e lui ha avuto mal di spazio per tutto il tragitto. Creyna può aspettare un paio d’ore. Tanto ha il mio rapporto da leggersi, nel frattempo.
Dano lo guardò per un istante. — D’accordo — concesse. — Seguitemi.
Stringendo sotto il braccio le due cartelline nere si girò e attraversò la sala buia.
Due ore alla fine del giorno planetario. Notte fonda. Il turno di guardia del capitano Tales della Yestina era appena a metà, e fuori era buio pesto. Stava ancora cercando di decidere se l’uragano a sud—sudest avrebbe continuato fino a incrociare la loro rotta o avrebbe, come gli assicurava il Centro di Osservazione di Melika, cambiato rotta.
Si rialzò dal quadrante luminoso delle proiezioni meteorologiche, sospirando, e considerò di nuovo la possibilità di farsi un’altra tazza di caffè. Era caffè cattivo, quello che il servizio cambusa dell’armatore forniva a tutte le navi della Fraxen—Huey, e non c’era zucchero sul ponte. In fondo Tales non aveva neppure davvero sonno. Era solo per avere qualcosa da fare, qualcosa che non fosse fissare il buio pesto fuori dalla vetrata e chiedersi se l’uragano avrebbe cambiato rotta. Cinquantamila tonnellate di metallo lanciate nella notte a una velocità di sessanta nodi, con sei uomini di equipaggio sopra. Tutti soli nel buio.
Nonostante quello che diceva il Centro di Osservazione, la responsabilità era sua.
Tales si sfregò la faccia e decise di nuovo di non cambiare rotta per evitare l’uragano. La nave ne aveva attraversati altri, dopo tutto. Qualcosa attirò la sua attenzione, qualcosa che non riuscì immediatamente a individuare. Sì. Un rumore.
Un rumore fantasma, che andava e veniva nel sibilo protratto del vento.
Tales alzò gli occhi, le mani ancora appoggiate sulle guance. Un motore? Impossibile. Un’ondata di panico gelido. I sensori anticollisione funzionavano. Dovevano funzionare.
Dietro di lui, all’improvviso, ci fu un rumore di vetro e violenza. Tales sobbalzò e si girò, sentendosi lento e completamente impreparato. Una ventata umida e fredda lo accecò, lo costrinse a portarsi le mani davanti agli occhi, impedendogli di vedere bene l’uomo con il fucile a plasma che aveva sfondato la porta.
— MANI SULLA TESTA!
Tales era troppo sbalordito per reagire. Altre due sagome scure, infagottate in armature flessibili, la testa nascosta da caschi tattici, stavano alle spalle del primo intruso. Ombre veloci e dal passo pesante correvano davanti alle vetrate, materializzatesi fra il vetro e la notte come per miracolo.
— MANI SULLA TESTA! SVELTO! MUOVERSI, MUOVERSI!
Tales alzò le mani, lentamente, senza fare mosse brusche.
— Chi diavolo siete?
— MANI SULLA TESTA E FA VENIRE SU GLI ALTRI! Falli venire in plancia!
Qualcuno scese di corsa la scala di metallo che portava alla strumentazione di controllo, sulla torretta. Fuori la pioggia aveva cominciato a cadere con violenza, abbattendosi sui vetri, aggiungendo un rumore tambureggiante alla confusione. La porta laterale di servizio si aprì e lasciò entrare un’altra figura che Tales prese, sulle prime, per il suo primo ufficiale, perché non aveva una tuta tattica ma un cappotto blu, corto, e un berretto nero.
Quando però fu in plancia si rivelò fra il cappotto e il berretto un volto nero di donna, sconosciuto, interrotto da occhi arancio spalancati e duri.
— Akì e—amai — ansimò la nuova venuta. Poi si girò verso di lui. — E’ lei l’ufficiale di guardia? — chiese.
Tales fece per abbassare le braccia. — Prego — ordinò la nuova venuta, con voce tagliante. Tales tornò ad alzarle.
— Sono il capitano.
— Ah, benissimo. Quanti uomini ha di equipaggio?
Tales non riusciva a pensare abbastanza in fretta. — Quattro.
— Quattro? Non mi faccia ridere. Sono almeno sei o sette. Li faccia venire in plancia.
Era salita sulla torretta a sabotare gli strumenti. Questo aveva fatto. Cos’era il rumore che aveva sentito? Un elicottero?
— Chi diavolo siete?
La donna andò senza esitare all’interfonico e lo attivò. Fece un gesto con la testa.
Tales si avvicinò lentamente, le mani ancora alzate. — Equipaggio in plancia — disse. — Tutto l’equipaggio in plancia. Questa non è un’esercitazione.
In una nave militare, pensò, dovevano esserci frasi in codice, cose da dire per comunicare all’equipaggio che era stato preso in ostaggio. Ma la sua non era una nave militare.
La donna spense l’interfonico e lo perquisì in fretta. Seguì un cenno ai suoi uomini, due dei quali si voltarono e sparirono nell’oscurità piovosa, e un altro cenno, meno brusco, a lui, che abbassò le braccia. Era un bene, perché cominciavano a dolergli.
Tales riprovò. — Che cosa cercate? Non c’è niente da rubare, qui.
La donna si guardava in giro, come indecisa. Sembrava qualcuno che ha molte cose da fare e non sa da dove cominciare. Alla fine andò alla consolle principale e cominciò a picchiare sulla tastiera. Sembrava sapere quello che stava facendo. Tales prese fiato.
— Non siamo una nave militare — fece notare, sforzandosi di mantenere il tono tranquillo.
— Lo so — rispose la donna, senza alzare gli occhi. Leggeva avidamente ciò che compariva sullo schermo.
— Che cosa volete da noi?
Per la prima volta quegli occhi arancio carico si puntarono su di lui. — Non si preoccupi — disse. — Non siamo qui per fare del male a nessuno.
— Abbiamo un carico di… — riprovò Tales.
La donna lo interruppe, la voce intensa. — Lo so. Di macchinari industriali di precisione. Sequenziatori e sintetizzatori biologici pesanti. — Gli occhi si socchiusero per un attimo. — Di produzione Esterna.
La porta di servizio si aprì ed entrarono il secondo tecnico di macchina e i due generici, uno dei quali in pigiama. — Capitano… — cominciarono. Poi videro l’Esterno in armatura e subito si immobilizzarono. Da dietro di loro si fece largo il primo ufficiale, alto, scuro, il volto chiuso. Tales scosse la testa. — State calmi — si raccomandò.
— Dove sono gli altri? — chiese la donna.
— Il tecnico di macchina è alla sua postazione — disse Lekiani, il primo ufficiale.
La donna con la pelle nera alzò un polso alla bocca. — Vai in sala macchine e porta su il tecnico. Controllate che non ci sia nessun altro.
Una voce metallica proveniente dal polsino gracchiò: — Stiamo andando.
Tales aveva sentito bene la lingua in cui avevano parlato, questa volta. — Siete Esterni — stabilì.
La donna lo guardò come se avesse detto una cosa molto stupida. — Certo — rispose. — Perché, chi pensava che fossimo?
L’uomo che per primo aveva fatto irruzione, e che era rimasto alla porta, adesso la chiuse e venne verso di lei. — Ci siamo — annunciò. — Spicciamoci.
Lei annuì. — Avete una lancia? — chiese.
— Una cosa?
— Una lancia di salvataggio.
— Certo. Ma…
— Benissimo. Mettetela in mare.
Tales prese lentamente fiato. — Non ho alcuna intenzione di abbandonare la nave.
La donna sospirò. — Non credo che lei abbia capito la situazione, comandante.
Tales appoggiò il peso, sui pugni stretti, alla consolle di rotta. — Sono al comando di questa nave da più di sette anni — disse a denti stretti. — Non ho intenzione di abbandonarla.
L’uomo col fucile a plasma borbottò qualcosa. La donna gli lanciò un’occhiata rapida. Aprì l’unico bottone che teneva chiuso il giaccone di panno e infilò, senza fretta, la mano sotto il lembo di stoffa blu. Tirò fuori una pistola e la armò, come si faceva con le armi mishishite, alzandola in aria con un gesto secco. Poi tese il braccio verso Tales.
— Senta — disse piano. — Se lei vuole salvare il suo equipaggio, farà come le dico. Se invece preferisce venire ricordato come un capitano che è caduto nel nobile ma vano tentativo di risparmiare una grossa perdita economica al suo armatore, sono pronta ad accontentarla.
Per un momento, Tales incontrò i suoi occhi di quello strano colore, sopra il braccio teso e armato. Era una donna giovane, poco più di una ragazza. Anche l’uomo col fucile a plasma non poteva avere più di vent’anni. Ma entrambi avevano lo sguardo di gente che sta eseguendo un compito, e in questo compito, lui e il suo equipaggio non erano che un dettaglio. Tales chiuse gli occhi per un momento.
— Lekiani — disse. — Arma la lancia di salvataggio.
Thuien sentì il colpo nello stomaco, lo sentì come una pulsazione interna prima ancora di registrare il rumore e lo scoppio. Voltò la testa verso il bagliore e vide fiamme rotonde e volute rabbiose di fuoco, contro uno sfondo di notte e tempesta. Abbassò il binocolo e si strinse le mani gelate sotto le ascelle. Allargò leggermente le gambe, per migliorare l’equilibrio sul ponte scivoloso dell’astronave. Non una vera nave, una cosa nera e viscida, semisommersa… non una nave. Tantomeno un sommergibile — Twony aveva molto rispetto per i sommergibili. Quelli veri, non questa cosa bastarda. Quella laggiù, quel colosso di ferro che aveva appena distrutto, quella era una nave. Se non per un accidente del destino, per un capriccio della storia, lei sarebbe stata da qualche parte su Asgro, stasera, su una nave come quella, su un ponte come quello.
Dal boccaporto aperto uscivano luce gialla e calore. Gerd salì veloce la scaletta di metallo, ancora con i sensori assicurati saldamente alle orbite vuote. Mosse la testa di qua e di là, incerto, cercandola. I sensori funzionavano bene quando si trattava di individuare i metalli, ma non erano altrettanto sensibili alla materia organica, e Gerd spesso finiva per cercare le persone tramite il sensore infrarosso della sua pistola, innervosendo tutti i presenti.
— Sono qui — disse lei, abbassando il binocolo.
— Yokai ha chiamato. Tutto bene. L’inviato di Ferni ci aspetta.
Lei annuì. Nella pausa di silenzio sentiva Atrian Enea che raccontava qualcosa dell’assalto alla loro nave, interrotto di frequente da scrosci di risate. Si passò una mano umida e fredda sul viso.
— Scendiamo — disse.
— Credi che Ferni sarà contento? — chiese Gerd, senza muoversi.
Lei scosse la testa. — Non lo so — mormorò.
— Era quello che voleva, no?
— Gerd, sei navi. Sono solletico, per la Fraxen—Huey, e tu lo sai.
— Per la Fraxen—Huey sì. Ma per Ferni…
— Ferni Avernil è un idiota.
— Sì, ma tu pensi che la farai davvero, questa follia di scendere su Asgro per andare dietro a un idiota?
Twony sospirò — Non credo che sia questo che vuole, sa cosa rischio a scendere su Asgro. Ma se insiste, non vedo come potrei oppormi.
— Sarebbe a dire che hai già deciso?
Da sotto la voce di Atrian Enea, in falsetto, stava riferendo, concitato:
— …i boccaporti, dobbiamo chiudere i boccaporti! Così gli dico, non ti preoccupare, la facciamo saltare la maledetta nave, non importa. E quello mi fa, no, no, dobbiamo fermare le vie d’acqua! E a questo punto mi viene un’idea: accidenti, mi dico, devono avere nel carico qualcosa che reagisce con l’acqua, per cui se…
— Gerd, ti prego. Vedremo. Vedremo cos’hanno da dire.
Momento di suspense di sotto, interrotto da risatine. — Insomma, riusciamo a chiudere i maledetti boccaporti, questo mentre i minuti corrono, non so se mi spiego. A un minuto dall’esplosione saliamo finalmente sulla lancia, mettiamo il motore al massimo e schizziamo via…
Gerd si voltò, esasperato. — E’ un rischio che non puoi permetterti di correre, Thuien.
Lei scrollò le spalle. — Non ne ho affatto voglia.
— …e quello mi fa, oh no, è solo che sono le procedure della compagnia… se ripescano la nave e trovano i boccaporti aperti mi fanno un culo così…
Risate fragorose. Thuien cominciò a scendere all’interno della nave. Non le sembrava poi così divertente.
Nell’ufficio del Comandante della Settima Flotta, vicino al cuore di ARRAS, tutto sembrava normale e a posto. Oltre la porta c’era il Centro Controllo, con tutto il personale indaffaratissimo attorno a quadri e comandi e proiezioni olografiche sospese a mezz’aria. Tutto era pulito e in ordine. Era dalle voci e dagli sguardi che si capiva che c’era ancora tensione e paura nell’aria, che un disastro aveva colpito e si era lasciato dietro distruzione e terrore.
Ma lì dentro non si avvertiva niente di tutto questo. Gli schermi tattici e strategici erano spenti, e nella semioscurità il Comandante si specchiava sul piano lucido della sua scrivania, chiaro e splendido come una stella. La bandiera del Sole Nero pendeva alle sue spalle, immobile. Nikla restava in piedi appena dentro la porta, senza voce, chiedendosi quale follia lo avesse portato qui davanti al più terribile dei suoi nemici.
Creyna si alzò in piedi. — Per il Centro e la Cirte il mio nome è Hayderad Creyna — disse. Il modo formale di presentarsi, per un Say. — Comando questa base. Si sieda, signor Degras.
Nikla si avvicinò alla scrivania. Strinse la mano che Creyna gli porgeva e si sedette su una sedia. Non poteva fare a meno di studiare, affascinato, quell’uomo dai capelli bianchi oltre la scrivania. Twony lo aveva conosciuto, a quanto pare molto bene, Gerd e Yokai lo avevano visto. Ma lui no, e siccome non circolavano molte immagini sue, quella lì davanti era stato fino a quel momento una creatura mitica, un nome senza volto: il governatore militare tyrosiano dei Pianeti Esterni: Hayderad Creyna, Hellea degli Shiela, un Say.
Comando questa base, aveva detto, con perfetta umiltà Say: gli aveva dato dei suoi titoli non quello più altisonante — Creyna era, fra l’altro, Erede al Trono Imperiale — ma quello più pertinente. Perché un Say non ha gloria personale se non quella di essere un soldato della Cirte. Per il Centro e la Cirte il mio nome è Hayderad, aveva detto: perché solo sotto l’ala della Cirte, solo per la gloria del Centro un Say aveva un nome. Creyna come i suoi antenati prima di lui era, e voleva essere, solo uno strumento della Cirte. Sul colletto dell'uniforme portava un simbolo d'argento, una C e una Y intrecciate, come quasi un terzo degli ufficiali dell'esercito di Tyros. gUn soldato perfetto, senza pietà e senza esitazioni. Un giudice inflessibile, senza dubbi. Un guardiano, vigile e inesorabile. Era tyrosiano, certo... Centrale, certo... ma prima di tutto era un Say.
Si era dato dello sciocco per aver provato paura? No, non era stato sciocco avere paura.
— Le hanno spiegato la situazione?
— Prego? — Nikla si chinò leggermente in avanti.
Creyna si era riseduto. Teneva la testa leggermente inclinata, sorretta da tre dita della mano destra. Con la sinistra giocherellava con la carta d’identità di Nikla.
— Le hanno detto com’è la situazione qua su ARRAS?
— Mi hanno detto che tutto è sotto controllo.
Creyna sollevò le sopracciglia, con un mezzo sorriso. Se avesse sorriso del tutto, pensò Nikla, sarebbe potuto sembrare quasi umano. Ma non credeva che succedesse molto spesso.
— Be’, abbiamo il controllo della stazione, sì, ma dobbiamo ancora riagganciare il reattore, e non siamo del tutto sicuri di cosa succederà. Fino a ora siamo andati avanti con i generatori ausiliari, ma non bastano certo per tutta la stazione, per tacere del cervello centrale. Ma questo lei lo sa senz’altro. Comunque il punto è che anche se tutto dovrebbe andare bene, non siamo del tutto certi delle condizioni del reattore. Il rischio è molto basso, ma per quanto mi riguarda se lei vuole aspettare in superficie...
Nikla non riusciva a concentrarsi su quello che gli stava dicendo. Per un attimo ci fu silenzio, poi Creyna sospirò. — Degras, non si sente bene?
Nikla scosse la testa.
— No, voglio essere sul posto quando ricollegherete il reattore.
Creyna annuì. — Benissimo. Meglio così. — Improvvisamente, infilò la sua carta di identità nella fessura sul suo tavolo e puntò gli occhi sullo schermo che si era acceso sotto il piano della scrivania. Nikla non riusciva a vederlo, ma sapeva cosa stava scorrendo là sopra. La sua storia. La sua carriera. La sua vita. La sua presunta vita.
— Lei ha studiato con Chonska, vero?
Nikla annuì.
— E ha firmato due articoli assieme a Kirmakel. Li ha scritti lei?
— Li abbiamo scritti assieme.
— La Facoltà di Mentalistica l’ha raccomandata come uno dei migliori studenti di mentazione che abbiano attraversato l’Università negli ultimi dieci anni. Sembra che sia un onore averla qui.
Nikla continuò a guardarlo.
— Naturalmente, il suo è soprattutto lavoro teorico, che non ha niente a che fare con la riattivazione di un sistema complesso come ARRAS. Si sente in grado di provare?
Nikla stava fissando la luce cangiante del monitor sul volto di Creyna. Quando quegli occhi guizzarono verso di lui ebbe un sussulto.
— Degras?
— Sì, signore. Voglio dire, sì, credo di essere in grado, signore.
Creyna continuò a guardarlo. — Che cosa le hanno raccontato di me, Degras? — chiese a bassa voce.
— Oh... niente di particolare, signore.
— Niente di particolare. — Creyna socchiuse gli occhi. Sospirò. — Be’, probabilmente non le hanno detto altro che la verità — mormorò.
Spense il monitor e si lasciò andare contro la sedia. Il suo volto chiaro in quella luce tenue era bello e infinitamente alieno. Era il volto di un Erede del Trono Imperiale, di un discendente di Hanvard; orgoglio e arroganza, crudeltà e severa rettitudine, mescolate e confuse per millenni: un Say.
— Degras, c’è molta gente, là fuori, che vorrebbe vedermi morto. Ci sono diverse migliaia di uomini e donne, e non sono tutti Esterni, che sarebbero più che felici di sacrificare la propria vita pur di tagliarmi la gola. Gli ho dato delle buone... delle ottime ragioni. Lei è uno di loro?
Nikla deglutì. — No.
— Lei è un nemico di Tyros?
Nikla pensò: mi sta controllando. C’è qualcuno, da qualche parte, che sta controllando il mio respiro, la mia sudorazione, il mio battito cardiaco... e sanno che sto mentendo. Il panico lo travolse. Ma Creyna voltò la testa e disse:
— Allora, mi creda, Degras, lei da me non ha niente da temere. Lei è un cittadino tyrosiano, è un cittadino Centrale. Lei è uno di quelli che ho dedicato la mia vita a difendere.
Tolse la carta d’identità dal suo alloggiamento e gliela porse.
— Benvenuto su ARRAS — disse. — Torni nel suo alloggio e si riposi. Domani mattina la porterò in una delle cabine di programmazione, da dove può accedere direttamente al cervello di ARRAS.
Nikla si alzò.
— Degras — continuò Creyna, guardandolo dal basso. — La ringrazio di avere accettato questo incarico. Abbiamo bisogno di lei. — Lo stava fissando di nuovo con tutta la potenza di quegli occhi chiari. — Se ha bisogno di qualcosa, di qualunque cosa, non esiti a rivolgersi a me.
— Perché non sono contenti — disse l’inviato da Asgro, di cui nessuno di loro ovviamente conosceva il nome.
— Vuoi dire che Ferni Avernil non è contento — ringhiò Hemmelee, dalla sua posizione a testa in giù davanti all’oblò.
Twony sospirò. Stava andando come aveva previsto, cioè come sempre. Male.
Erano solo in cinque nella piccola cabina di pilotaggio della nave — spia, ma faceva caldo e non solo in senso metaforico. Là fuori, attraverso l’oblò, Twony poteva intravvedere di tanto in tanto un puntino luminoso, quando la lancia accendeva i motori per spostarsi attorno alla grossa boa dell’Esercito accanto alla quale erano fermi. L’equipaggio della nave, mentre loro discutevano delle divergenze fra le varie anime della Dikea, cercava di violare la sicurezza della boa tyrosiana per impadronirsi del flusso di segreti che la attraversava. Si erano incontrati lì perché né lei, né Hemmelee, né Thay Aral, si fidavano abbastanza della sicurezza della colonna rimasta sui Pianeti Esterni da invitare un inviato di Avernil nelle loro basi. In realtà, nessuno di loro tre sapeva dove si trovavano gli altri due; erano sopravvissuti al grande massacro della Dikea perché erano gente prudente, che prendeva le precauzioni necessarie per evitare quello a cui nessuno di loro voleva pensare: che potevano tutti essere catturati, e parlare.
— Se pensi che accusarci di verticismo basti a chiuderci la bocca... — cominciò l’uomo di Avernil.
— Ekté — si inserì Twony velocemente, prima che potesse cominciare l’eterno battibecco a distanza fra Hemmelee e Ferni Avernil. — Non è questo il punto. Quello che vorremmo sapere è cosa pensate che potremmo o dovremmo fare per farvi contenti.
— Ekté — ritorse l’uomo di Asgro, con una traccia di sarcasmo. Lei non sapeva il suo nome, ma lui sì, tutti su Asgro la conoscevano, se non altro perché il suo volto era periodicamente affisso ai muri del pianeta per ricordare agli Asgroegni cosa rischiavano se, sapendo dov’era, non la denunciavano. Twony lo aveva chiamato “ekté” che era il modo con cui i combattenti della Dikea si chiamavano per evitare di usare nomi, e che i chashannesi avevano usato anche per il proprio amante, ma che era anche il modo in cui i tyrosiani avevano scelto di tradurre nei loro documenti il termine “compagno d’arme” o “camerata”. — Voi non state facendo niente.
— Abbiamo affondato sei navi... — cominciò Twony, senza sperarci troppo.
— Su un pianeta lontano. Grazie. Comprenderai che la cosa ci tocca fino a un certo punto.
— Perché Avernil non viene lui a insegnarci cosa fare, visto che è tanto pronto a giudicare? — sibilò Hemmelee. Twony tese una mano e gli strinse il braccio, per farlo stare zitto. I rapporti fra di loro erano abbastanza tesi senza che la rivalità fra lui e Avernil peggiorasse le cose.
— Perché ha deciso, come tutti noi, di restare a lottare per i Pianeti Esterni invece di ritirarsi in un comodo esilio come avete fatto tutti voi.
— Ekté — disse Twony dolcemente. — Se io torno sui Pianeti Esterni, mi ammazzano. Lo sai benissimo.
L’uomo di Avernil scosse le spalle. — Anche noi siamo ricercati. Lo siamo quasi tutti. Ma non siamo scappati.
— Non siamo scappati neanche noi — ritorse Twony. — Abbiamo cercato di salvare quello che restava della Dikea. Uomini e materiali. Abbiamo cercato di non perdere tutto. Se fossimo rimasti sui Pianeti Esterni...
— Noi siamo rimasti sui Pianeti Esterni — le ricordò l’uomo di Avernil. — E siamo ancora qui.
— Ferni Avernil è in gamba — disse Thay Aral, che galleggiava a braccia conserte dietro l’uomo di Avernil, un’espressione perpetuamente tesa sul volto. — Questo nessuno lo nega, ekté. Lo sappiamo tutti a cosa è stato capace di sopravvivere.
Thay era altrettanto irritata di tutti loro, Twony questo lo sapeva, ma cercava di essere più diplomatica di Hemmelee. I tre Esterni si scambiarono un’occhiata veloce. Twony e Thay erano di Chashanna, e avevano combattuto assieme nella sollevazione del ’46, quando per poco non erano riusciti a riprendere il controllo di Asgro. Si conoscevano, e si capivano con uno sguardo. Thay era stata, fin da allora, un soldato: prudente, resistente, seria, poco propensa ai proclami e molto attenta alla logistica. Twony non si era stupita di ritrovarla, dopo averla creduta a lungo morta assieme agli altri, alla testa di uno dei gruppi che erano riusciti a fuggire da Asgro e a mettersi in salvo.
Hemmelee era un altro paio di maniche. Come la maggior parte dei membri della Dikea, era nato su Asgro, ma aveva passato la maggior parte della sua vita su Payne, e lì aveva guidato la rivolta. Hem era riuscito, a differenza di loro su Asgro, a prendere il controllo della guarnigione del pianeta, più povero, meno popolato e quindi meno difeso del pianeta maggiore, e l’aveva tenuto per quasi quattro giorni. Quando Asgro era stato pacificato i tyrosiani si erano dedicati ai payne, e naturalmente li avevano schiacciati. Hem,che aveva saputo fin dall’inizio quale sarebbe stato il risultato, non era fuggito. Aveva combattuto fino all’ultimo, e lo avevano catturato solo perché avevano bombardato il palazzo in cui si erano barricati e glielo avevano fatto crollare in testa. Lo avevano rappezzato — Hem era un uomo grande e grosso, solido come una roccia — e poi gli avevano strappato tutto quello che c’era da sapere della Dikea su Payne, o almeno tutto quanto lui sapeva, che era praticamente la stessa cosa. Era quello che sarebbe capitato anche a lei, se l’avessero presa: erano prudenti, ma più di tanto non potevano fare. Hem aveva visto la resistenza su Payne crollare davanti ai suoi occhi, e per colpa sua. Un giorno mentre lo portavano dalla sua cella alla sala interrogatori lo avevano fatto passare vicino a una finestra, una finestra di vetro. Hem era riuscito a scrollarsi di dosso i due soldati che lo scortavano e si era buttato. Poi, con le mani legate e un buon numero di ossa fratturate, alcune delle quali per via della caduta, era corso via. Twony, nella sua situazione, si sarebbe buttata di testa, ma Hem no: era saltato per scappare, non per uccidersi. Hem non era tipo da perdersi d’animo. E non era disposto a sopportare stoicamente quelli che considerava imbecilli. Con gli anni, la sua impazienza verso Avernil si era trasformata in disprezzo, e poi in odio. In una celebre e infausta occasione i due uomini erano arrivati a prendersi a pugni, davanti agli occhi esterrefatti di mezzo direttivo di Asgro, una scena che Twony non aveva visto, ma che le era sembrato, quando gliela avevano raccontata, incredibilmente triste.
In quanto a Ferni Avernil, a Twony non piaceva. Era un uomo duro, rigido, irragionevole e troppo assetato di sangue per i suoi gusti. Questo teatrino della sua indignazione con i mollaccioni che avevano lasciato i Pianeti Esterni si era fatto sempre più sgradevole con gli anni, e ora Avernil aveva compiuto il passo irrevocabile di minacciare il taglio dei finanziamenti. Tutta la sua attenzione sembrava ormai puntare contro la decisione che la Dikea aveva preso all’indomani della sconfitta del ’46, di mettere in salvo fuori dai Pianeti Esterni gli uomini che gli erano rimasti, e siccome la decisione era stata soprattutto sua, Twony si sentiva sempre più a disagio. Ma Avernil era la colonna portante della Dikea su Asgro, e questo lei non lo poteva né voleva ignorare. Perché con tutti i suoi difetti, Ferni Avernil su Asgro, sui Pianeti Esterni, e in generale nella Dikea, era considerato un eroe, avendo fatto quello che a quasi nessuno di loro era riuscito: resistere alla tortura.
Anche Avernil si era disposto, nel ’46, a combattere fino alla morte, e anche lui era stato catturato solo perché era stato ferito. Ma a differenza di Hem, e di Gerd, e di tanti altri, lui aveva tenuto duro. Non aveva detto una parola per due lunghi mesi, fino a che erano riusciti a liberarlo con un’operazione che Twony aveva sollecitato, ideato e guidato dall’esilio. Forse era per quello che Hemmelee, il gradevole, socievole, indistruttibile ma in fondo umano Hemmelee, lo odiava tanto. Avernil non era una persona piacevole ma Twony lo ammirava, e si fidava di lui, ed era disposta ad ascoltarlo anche se quello che le diceva non era gradevole. E quello che le stava dicendo ora, per bocca del suo inviato senza nome, era che i Pianeti Esterni erano stanchi di pagare per un esercito in esilio di cui non avevano notizie, un esercito che non combatteva, un esercito che non faceva nulla per loro.
— Ekté — riprovò Twony. — Noi non abbiamo fonti di finanziamento sufficienti. Tu lo sai bene. Non possiamo pretendere...
— No, non potete pretendere — confermò l’inviato. — Tu non sai cos’è la vita su Asgro. La gente si è tolta il pane di bocca per voi, ekté. E non sto parlando in senso metaforico. La gente muore giù da noi, mentre voi allestite i vostri campi di addestramento. Muore di fame, ektai. Muore di polmonite d’inverno, muore perché non si può permettere le medicine o un cappotto. Scappano dalle città perché non hanno modo di pagarsi da mangiare e muoiono lungo la Chashanna—Kaiekma con la bocca piena di erba e foglie. Li ho visti io. Ma quando hanno due crediti tyrosiani, con uno ci comprano un pezzo di pane e l’altro lo danno a noi. E noi lo diamo a voi. E voi cosa ci fate?
Ci fu un lungo silenzio. Poi Twony riprese, con il suo tono sommesso: — Ekté, noi non pretendiamo niente. Se la Dikea sui Pianeti Esterni non si può più permettere di mantenerci, ce la caveremo da soli. Ma non abbiamo intenzione di scioglierci, e non abbiamo intenzione di suicidarci, e quindi non torneremo sui Pianeti Esterni. L’unico modo che abbiamo per aiutarvi è resistere, crescere, armarci, e prepararci per il giorno in cui potremo riprenderci i nostri pianeti. Senza nemmeno sapere se quel giorno verrà. Ma non abbiamo scelta, compagno. E Ferni Avernil lo sa bene quanto me.
L’inviato scosse la testa. — Noi vogliamo risultati. Ne abbiamo bisogno.
Twony chiuse gli occhi. — Va bene — sussurrò. — Va bene — ripeté a voce alta. — Andrò io su Asgro a spiegarlo a Ferni.
Hemmelee ruotò in aria, allarmato, e la guardò a bocca aperta. — Thuien, non puoi!
Gerd parlò per la prima volta. Era riuscito abbastanza bene, pensò Twony, a nascondere nella voce il disappunto che provava. — Ha ragione, Thuien. Non puoi. E’ un rischio stupido.
L’inviato incrociò le braccia. — Io posso portarti giù senza farti prendere.
Thay Aral la stava guardando. — Ci metti in pericolo tutti se va male, Twony.
— Oh per la puttana Madre — sbottò Hemmelee. — Thuien, non puoi dire sul serio.
Twony si stava sfregando gli occhi. — Verrò con te, ekté. Io e i miei. Gerd farà evacuare la base. Anche se mi prendono...
— Evacuare la base non vuol dir niente — la interruppe Gerd. — Non è solo quello il problema e tu lo sai.
Twony scosse la testa. — Ferni Avernil garantisce per me, no?
Queyar Wivo Shiela guardava dalla finestra in direzione del porto fluviale di Yerevan e pensava alla Cirte. Sul vetro vedeva un’immagine fantasma di se stessa, occhi chiari e capelli biondi, un’estranea in un quartiere di gente scura. Eppure solo qui, a tratti, era riuscita a dimenticare la sua casa natale, il freddo tagliente della Cirte, i corridoi bui della città sotterranea del Clan Shiela, e a sentire per brevi periodi di essere solo Wivo, e non Queyar, una Shiela, una figlia della Cirte. Solo qui, per brevi periodi, era stata libera.
I suoi primi anni sul Centro li aveva passati nel quartiere Imperiale, naturalmente, all’Università. Ma erano quasi vent’anni che abitava a Yerevan, dall’altra parte del pianeta, ed era un posto che amava. Dietro di lei salivano rapidamente una serie di colline, Hiren Tar, Yesti Tar, Hal Tar, su cui si arrampicavano i tram rossi e oro e da cui si vedeva bene, a volte calmo e a volte furioso, l’Oceano Eren. A sud, alla sua sinistra, il terreno si distendeva e si aprivano le larghe spiagge bianche su cui dava casa sua, file e file di case di legno bianco e giardini irrigati con amore. A nord si levavano i grattacieli e le torri della Eski Yan, la Città Vecchia, con le loro strade pedonali lastricate e lampioni di ferro battuto. Aveva corso sulle spiagge di Yerevan prima dell’alba, passeggiato fino a notte fonda per la Città Vecchia; e ogni mattina prendeva un tram e saliva all’Ospedale Imperiale, dove lavorava. Aveva mangiato sulla riva del fiume, lungo la Berieri Avenua. Aveva vissuto nei quartieri pensili sopra Hal Tar. Conosceva ogni palmo di quella città e la maggior parte del bel pianeta colto e civile che la ospitava. Amava il Centro, che l’aveva accolta con benevolenza, che le aveva dato una casa e una nuova vita.
Non era a questo, naturalmente, a cui pensava la Cirte quando parlava del “Centro” . Non era a questo pianeta placido e tollerante, che doveva tanta della sua atmosfera calda e languida al governo degli usurpatori Horayto—Ekera e ai loro cittadini plebei, che alludevano quando si presentavano nel nome del Centro e della Cirte. Certo, erano stati i terribili Say che l’avevano fondato, che avevano fatto di questo pianeta la sede del loro Impero, il gioiello della loro corona. E molto di loro rimaneva sotto la superficie, anche lontano dai palazzi del Centro, dalla cupola alta della sala del Trono Imperiale, dalla tomba di Hanvard. Ma loro se n’erano andati da tempo. Rivolte, assassinii, l’inarrestabile crescita del potere Centrale, dei mezzosangue che si erano impossessati della Reggenza, avevano ridotto la Cirte a quello che era un tempo, prima dell’Impero: un pianeta disperatamente povero di gente molto orgogliosa e terribilmente crudele.
Wivo chiuse gli occhi. In fondo questo era il luogo meno sorvegliato dalla Cirte. Niente, né la storia né la cronaca, avrebbe mai potuto convincerli che questo non era un loro territorio, e che la Reggente non lo amministrava per loro. Queyar vive sul Centro, dicevano, e questo per loro era quasi come vivere sulla Cirte. Oh, se avessero saputo.
Ma avrebbe dovuto andarsene. Alla fine, avrebbe dovuto andarsene anche da lì.
— Qual è l’alternativa? — chiese, senza voltarsi.
Il suo avvocato, seduto dietro la scrivania di mogano nel suo ufficio elegante, allargò le braccia. Le aveva appena esposto l’accordo.
— L’alternativa è andare in giudizio — disse. — Affrontare il processo.
Wivo si voltò. — E in quel caso?
— In quel caso, se perdiamo, la condanna potrebbe andare da sei mesi a un anno di carcere. Sei incensurata e quindi la pena verrebbe sospesa. Se si trattasse di un altro cliente, è questo che ti suggerirei. I giudici in questa città sono indulgenti in casi come il tuo. Ma...
Ma la Cirte lo avrebbe saputo. A modo loro, erano in questo più tolleranti di Tyros. Tyros considerava l’omosessualità una colpa, e l’avrebbe mandata in galera. La Cirte la considerava una malattia e avrebbe cercato di curarla. Wivo scosse la testa. — C’è modo di vincere la causa?
Il suo avvocato fece una smorfia. — Per quanto tu sia stata discreta, c’è troppa gente che sa in questa città, Wivo. Kati stessa, tanto per cominciare.
Wivo si avvicinò lentamente alla scrivania e si sedette. A differenza di suo fratello, era una donna minuta. Strinse le mani l’una sull’altra.
— Perché vogliono che me ne vada? — disse piano, un sussurro disperato. — Ci hanno separate, no? Era quello che volevano. Perché non si accontentano di una promessa che non la vedrò più? La città è grande. E lei l’hanno richiusa al sicuro, dopo tutto.
— Sii sincera, Wivo. Una volta che uscisse da quella clinica, se mai uscirà, davvero le staresti lontana?
Wivo si accigliò, ma non rispose.
— Quello che la sua famiglia vuole è una vendetta, Wivo. Dovresti ringraziare il cielo che ti offrano questa scappatoia.
Wivo si alzò di scatto. — Sì. Lo so. I giudici possono essere indulgenti e questa è una città tollerante, ma è comunque un reato.
Nesa si strinse nelle spalle. — Dai retta a me, Wivo. Vattene. E’ la cosa migliore. Hai tuo fratello su Tyros, no?
Wivo guardò fuori dalla finestra. Fece una smorfia. Avrebbe rovinato anche la sua vita.
— Non hai molta scelta. Se il tuo Clan lo viene a sapere...
Wivo chinò la testa. Per brevi periodi era riuscita a dimenticare la Cirte, ma alla fine, era sempre con loro che doveva fare i conti. Era una figlia degli Shiela e loro non l’avrebbero mai lasciata andare. Era in momenti come questi che capiva perché, ancora adesso, suo fratello Hayderad li odiasse tanto.
Nell’angolo più scuro della sala lettura della libreria Creyna distese le mani davanti a sé sul tavolo per tenerle ferme. Si stava domandando che cosa aveva riportato alla luce quel tremito, quella vergogna così vecchia. L’incidente? Aveva avuto paura, durante l’incidente, come a Meseian. Non c’è modo per istituire confronti nel terrore, la paura della morte è sempre la stessa. Forse era quello che aveva fatto scattare la crisi. O era stato controllare la sua casella e trovarla vuota. Zai si era occupato di tutto il traffico della Flotta, ma qualche messaggio privato, un messaggio, una lettera, una voce, qualcosa avrebbe dovuto trovarlo: da sua sorella, se non altro. Anche se era l’altro silenzio che lo feriva e lo preoccupava di più. Poteva essere successo di tutto, da un malinteso a un incidente fatale, e lui non aveva modo di chiedere, controllare o chiarire. Odiava avere paura, e odiava ancora di più sentirsi impotente. Era così che si era sentito per anni e anni al fronte. Terrorizzato e impotente. Gli avevano detto che le crisi potevano venire scatenate da qualunque stimolo che gli ricordasse la guerra. Ma erano anni che non ne aveva più, e aveva affrontato senza problemi tutta la campagna di Wilkaa.
Chi lo sa. Forse una spiegazione non c’era. Semplicemente, di tanto in tanto, senza preavviso, lo visitava di nuovo il panico e lui cominciava a sudare e a tremare, a sentirsi la gola stretta e un terrore sovrumano attorno al cuore. I flashback veri e propri, nei quali si ritrovava a vivere nelle trincee e nella boscaglia di Meseian, erano piuttosto rari, ma non sottovalutava quelle manifestazioni attenuate.
Quando gli capitava, si nascondeva, se possibile. Non gli era mai successo in combattimento, o quando per qualunque altra ragione gli era richiesto di essere presente a se stesso. Forse adesso il fantasma di Meseian l’aveva aggredito solo perché si era rilassato per un attimo. Se c’era una cosa che aveva imparato, e imparato presto, nella sua vita, era che il passato non scompare dietro di te come un oggetto gettato nella scia di una nave, ma ti rimane appresso, ti trattiene per la manica, ti sussurra nelle orecchie notte e giorno, continua a tormentarti e ammonirti, e non devi abbassare la guardia nemmeno per un momento.
Alzò la testa di scatto prima ancora di rendersi conto di cosa aveva avesse la sua attenzione. Per un momento rimase totalmente immobile nell’oscurità, un’immobilità tesa e vigile che a qualunque osservatore esterno sarebbe apparsa sinistra, come la posa compressa, pronta allo scatto, di un predatore: gli occhi spalancati, i muscoli pronti. Si alzò silenziosamente, con grazia terribile, e aggirò uno degli scaffali bui che gli bloccavano la visuale. Erano armadi a vuoto, protetti da vetri grazie ai quali i libri erano stati sballottati qua e là ma non si erano rovesciati fuori per essere disseminati ovunque, come era successo nel suo alloggio. In fondo al corridoio e oltre i vetri, con la coda dell’occhio, aveva colto un movimento e un rumore: lo schiocco di uno sportello che veniva aperto. Percorse tutto il corridoio e svoltò.
Accoccolato a terra Nicolas Degras aveva appena richiuso uno sportello per voltarsi verso il successivo, cercando qualcosa. Voltò la testa, ebbe un sobbalzo e gridò.
Creyna si appoggiò leggermente, con una mano, agli armadi di vetro. Si sentiva girare la testa.
— Mi scusi — disse.
— Non l’avevo sentita arrivare — ansimò Degras. Sembrava spaventato. Creyna era più spaventato di lui. Per un paio di minuti senza ragione o spiegazione era tornato in tempo di guerra, come se le stanze familiari della biblioteca di ARRAS fossero terreno nemico, terreno disperato. In un terreno disperato, combattete. C’erano veterani che, a quindici o vent’anni dalla fine della guerra, in situazioni molto simili, avevano tirato fuori un’arma e ucciso amici, parenti o sconosciuti. Creyna era disarmato ma questo non faceva molta differenza. Era perfettamente in grado di uccidere a mani nude.
— Qualcosa non va? — chiese Degras, deglutendo.
— Come?
— Ha...mi scusi, Comandante, ma ha proprio un brutto aspetto.
— Sono le luci — rispose Creyna automaticamente. — La posso aiutare? Che cosa stava cercando?
Degras tornò a voltarsi verso gli scaffali. — Un dizionario tecnico Ferniano—Centrale. Sto studiando gli appunti di uno dei costruttori di ARRAS, e io il ferniano lo leggo, ma non molto bene. Ho chiesto alle navi lassù se possono inviarmene uno ma…
— Ma il sistema è già sovraccarico.
— Sta scherzando. Per un paio di giga di testo? No, è che mi hanno chiesto di pagarlo, e se fosse possibile trovarne uno qui…
— Venga con me — disse Creyna staccandosi dall’armadio. Aveva le braccia conserte, perché le mani gli tremavano ancora. — Ne ho uno io. — Si diresse in fondo, verso l’ascensore di servizio, perché le interfacce interne naturalmente non erano ancora state riaperte. Nella cabina illuminata dalla luce violenta sentì che l’altro lo guardava, sapendo bene che non doveva ancora avere un aspetto florido. Si sentiva scosso, ma sembrava che il peggio fosse passato.
— A che punto siete? — chiese al giovane Centrale che gli stava al fianco, senza guardarlo.
— Oh, non mi hanno ancora nemmeno chiesto un parere. — Degras si sedette su uno dei seggiolini rivestiti di tessuto elastico rosso. — Per adesso studio la documentazione. Quando saranno riusciti a raggiungere le unità cogitative centrali mi chiameranno. Ma stanno ancora scavando nelle memorie, sa.
— Pensa che ritroveranno la coscienza principale?
— ARRAS non ha coscienza — disse Degras senza guardarlo.
— La mente principale — si corresse Creyna, senza esitare e fingendo di non sentire il tono accusatorio che Degras aveva tentato di non dare alla sua voce. Degras era un mentalista, e lui immaginava che cosa ne poteva pensare della radicale opposizione dell’esercito alle coscienze artificiali.
— E’ probabile. — Degras incrociò le braccia e assunse, del tutto inconsciamente, un tono sicuro e professionale. — Questo genere di sistemi sono incredibilmente resilienti. E’ molto difficile danneggiarli gravemente, e a differenza di noi, possono ritornare in vita anche dopo essere stati disattivati per un periodo lunghissimo. — Sorrise. — Possono tornare dalla morte.
— Oh, anch’io l’ho fatto, se è per quello — disse Creyna soprappensiero.
Degras piegò la testa. — Davvero? Quando?
— Qualche anno fa. — Creyna si sedette accanto a lui. — Mi hanno sparato. Diciotto proiettili solo nella regione toracica, di cui quattro nel cuore. Nessuno nel cervello, altrimenti non sarei qui a parlarle.
— Ed è morto?
— Sì, per quasi un’ora. — Creyna si passò una mano sul viso. Un ricordo potente tagliò il reale per un attimo: sua sorella china su di lui, mascherina e camice — era in rianimazione — occhi azzurri lucidi e sbarrati, che diceva con voce ferma, e chiamandolo col nome che solo i Centrali e i Say potevano usare: Hayderad, mi senti? Mi puoi sentire, Hayderad? Mi senti? Hayderad, mi senti? Ma lui non riusciva a risponderle. Naturalmente questo era successo molto tempo dopo l’attentato, quando aveva cominciato a riprendere coscienza. Gli sembrava che riassumesse tutta una vita con Queyar: il tentativo disperato di risponderle, di rassicurarla, di proteggerla, solo per rendersi conto che quella in pericolo non era lei.
— Si ricorda qualcosa?
Tornando al presente, Creyna si voltò a guardarlo. — Di quello che c’è dopo la morte, intende dire?
Era una domanda che gli avevano fatto molte volte, e ogni volta era tentato di fare del sarcasmo. Ma alla fine, non gli sembrava di buongusto. Lui aveva rispetto della morte.
Le porte si aprirono. Degras lo stava guardando con un sorriso incerto. Creyna sospirò.
— No — disse. — Non ricordo niente.
Uscirono dall’ascensore e percorsero il breve tratto che portava all’alloggio di Creyna. Nikla Kimaxi, che aveva aspettato in macchina, con il motore acceso, che Twony scendesse a rotta di collo dalla scala antincendio di un edificio vicino al porto, a Chashanna, ancora con il fucile in mano, che l’aveva vista sudata e tremante saltare accanto a lui e rispondergli sì, sì, sì, li abbiamo presi, tutti e due, li abbiamo presi, sono morti, adesso vai, vai vai Nikla vai per l’amor del cielo Nikla parti vai, disse: — E’ un peccato.
Creyna scosse le spalle e appoggiò una mano sul comando di apertura. — Credo che non ci sia niente da ricordare. Credo che non ci sia niente, dopo. — Si girò verso il Centrale. Aveva fatto male a parlare in modo così brusco, così reciso; lo vedeva da una smorfia leggerissima e involontaria che era comparsa sul volto del ragazzo, da una traccia di dolore ancora fresco nei suoi occhi. Aveva gli stessi occhi di sua sorella, pensò, di un azzurro clamoroso. Fanali, li chiamava suo padre quando erano piccoli. Forse anche lui aveva perso qualcuno.
Aveva la mano sul comando e non succedeva niente. Aveva di nuovo dimenticato che tutte le porte di ARRAS erano state passate sul manuale. Sospirò e digitò, rapidamente, il lungo codice personale che gli apriva questo genere di serrature.
Non aveva avuto tempo di rimettere a posto e la visione che si nascondeva dietro la porta del suo studio esagonale era ancora quella di una piccola apocalisse domestica, con libri, libri di carta, ammucchiati in pile affrettate contro le pareti, il pavimento cosparso di vetri, i mobili spostati o capovolti. Creyna aprì il classificatore a parete e cominciò a frugare fra gli stili dati nelle loro rastrelliere. Alla fine sfilò una delle bacchette argentate da una delle schede e prese la prima tavoletta che gli capitò sotto mano. Il dizionario tecnico di ferniano, che aveva molto usato quando era il comandante in seconda di Himago, venne riversato in una vecchia tavoletta di quelle che l’Università del Centro forniva agli studenti, con la plastica blu elettrico graffiata e gli angoli ammaccati. Quando si girò per darlo a Degras vide che il giovane Centrale si stava guardando intorno, con aria assorta, quasi rapita.
— Degras? — disse. Degras alzò gli occhi. Creyna gli porse il libro.
Quando Degras fu uscito Creyna si voltò e individuò il punto che il giovane Centrale aveva fissato, il ritratto con il vetro scheggiato appoggiato contro il muro. Fece un passo, prese Alan Turing e lo voltò con la faccia alla parete. Sospirò.
La parte inferiore della cabina dell’ascensore orbitale, dove viaggiavano le merci, era pressurizzata e riscaldata ma non era comoda. A tutti loro si erano tappate le orecchie e rabbrividivano nell’enorme spazio echeggiante, fra le file di container metallici. Il fiato gli usciva in nuvolette bianche. E naturalmente, avevano tutti paura, anche se forse i suoi compagni immaginavano che Twony non ne avesse, Thuien Twony che si era attaccata a uno degli oblò — piccoli, qua dentro, niente di simile alle spettacolari vetrate della sovrastante sezione passeggeri — e non faceva altro che guardare giù.
Invece aveva paura. Aveva gli occhi fermi e sereni, perché non poteva permettersi niente di diverso, ma vampate di fuoco le bruciavano il volto e aveva la bocca secca per il terrore. Laggiù la stavano aspettando, ai piedi della torre orbitale di Chashanna, che aveva visto ogni giorno dalla sua finestra ma che per la prima volta in vita sua scendeva. La aspettavano ogni giorno, fissavano ogni faccia di ogni passeggero per scorgere la sua, la cercavano in ogni volto di donna o di uomo, in ogni volto bianco o nero, in occhi arancio o azzurri. La cercavano oltre qualunque travestimento e lei oggi non era neppure travestita, solo aveva gli occhi protetti da lenti a contatto scure e il cappuccio di lana della maglia tirato sopra la testa, per il freddo più che altro. La aspettavano e la cercavano, la cercavano per ucciderla.
Però al di là o oltre la paura provava qualcos’altro oggi, che le serrava la gola e le faceva bruciare gli occhi. Laggiù c’era la sua città, che non vedeva da otto anni, la sua città natale, il suo pianeta, la sua casa. Aveva una terribile nostalgia, e aspettava che il pianeta diventasse meno indistinto, che si avvicinasse e potesse vederlo sotto i suoi piedi, il mare azzurro e le isole verdi davanti alla Baia, il dito proteso di Capo Tierra, la barriera frangiflutti artificiale bianca e azzurra nell’acqua... Si era alzata in punta di piedi per cercare di sbirciare l’approdo, ma naturalmente è difficile da un ascensore orbitale vedere la base della colonna.
Non che si facesse illusioni. Sapeva quello che era rimasto di Chashanna. Però vederla, un’ultima volta, comunque fosse...
Quando finalmente la città comparve ai suoi piedi, ingrandendosi velocemente, fu una delusione, se non addirittura uno schiaffo in piena faccia. Se l’era aspettato ma fu brutto comunque. Dall’alto tutto quello che si poteva vedere, mentre l’ascensore precipitava, era una distesa bianca punteggiata di verde, nella quale era impossibile riconoscere anche solo il tracciato di una strada, la posizione di una piazza. Una volta arrivati al suolo, le macerie di quella che era stata la città più grande e importante del pianeta non erano nemmeno visibili, nascoste dietro un muro di cemento.
A distruggere Chashanna erano state le UOA tyrosiane, le unità offensive atmosferiche, file e file di apparecchi che brillavano al sole sopra le nuvole di polvere sollevate dalle bombe, erano state le postazioni di artiglieria di Capo Tierra, le bocche di fuoco dei sottomarini emersi nella baia... ma, soprattutto, a distruggere Chashanna erano stati Creyna e lei. Creyna che aveva preso la decisione e dato l’ordine, e lei che gliene aveva fornito il motivo.
L’ascensore arrivò con un urto leggero, i lampeggianti cominciarono a ruotare e le sirene cominciarono a far udire il loro richiamo roco, scandendo il tempo. Il portello di carico si aprì e lasciò entrare una vampata d’aria calda e secca che tolse il fiato a tutti. Twony si tolse i guanti e buttò indietro il cappuccio, e andò ad accendere il muletto da carico, gettando un’occhiata al grande rettangolo di luce. Non erano all’esterno, ma nel secondo livello sotterraneo, dove venivano scaricate le merci: i passeggeri scendevano a livello del terreno, due livelli più in su. E, da bravi lavoratori, avrebbero dovuto scaricare tutti i container prima che il tempo di turnover scadesse. Là fuori erano già pronti altri operai con i container che entravano. Era un momento di confusione e fretta quello dell’arrivo della cabina dell’alba. Twony e Atrian infilarono il loro muletto sotto la prima cassa metallica, la fecero alzare e saltarono sul muletto, tenendosi stretti alle maniglie scrostate mentre la macchina correva verso l’esterno trasportando il suo carico, di diverse centinaia di volte più pesante, come una formica.
— Merda — borbottò. Si era tolta i guanti troppo presto. Il metallo della maniglia era gelido.
— Tieniti — sibilò Atrian, accanto a lei, tendendo una mano per afferrarle la stoffa della giacca, e rischiando di cadere anche lui. — Siamo quasi arrivati.
Fuori, si fermarono di botto accanto a uno dei vagoni e scesero con un salto. Twony si reinfilò i guanti mentre Atrian lottava per districare il muletto dal container. Fecero per risalire sul muletto e dirigersi di nuovo verso la stiva, quando qualcuno urlò: — Voi due, là! Cosa fate? Ve ne tornate indietro a mani nude? Facile, eh? Venite a prendere una di queste!
Twony e Atrian si scambiarono uno sguardo, poi saltarono sul muletto e si diressero verso l’uomo che gli faceva gesti. Sul loro veicolo ballonzolante, che sussultava sul cemento irregolare, corsero verso la fila di casse in partenza.
Quando era bambina e veniva a infilarsi qua dentro per guardare, Twony l’aveva trovata una cosa divertentissima, anche se, o forse proprio perché, gli adulti non le avevano mai permesso di oltrepassare le ringhiere di sicurezza gialle e nere ai lati della zona di carico. Ora non c’erano più le ringhiere, tolte per far spazio ad altri container, e non c’erano più bambini, forse perché non c’era più la città o forse perché i tyrosiani avevano metodi più efficaci delle urla, gli avvertimenti e le prediche per tenerli alla larga. Quando era bambina lei la maggior parte delle operazioni di carico e scarico erano automatizzate, ma le macchine erano costose, erano delicate e si guastavano spesso, e adesso che l’ascensore si trovava in mezzo al deserto non era conveniente far venire dei tecnici a ripararle, non quando là fuori c’erano tante braccia umane disposte a fare lo stesso lavoro per pochi soldi, disposte ad aspettare dormendo sulla nuda terra la prossima cabina.
Le casse in partenza erano tutte sovrapposte a due a due e né Twony né Atrian, che quel lavoro lo facevano per la prima volta in vita loro, sapevano come caricarle. Fermarono il veicolo e si guardarono. In quel momento un uomo in calzoncini e maglietta gli fece segno. Portava i guanti spessi di un operaio e un cappello ma guardò Twony e per un attimo la sua mano si piegò nel simbolo della Dikea. Atrian guidò fluidamente il muletto dietro una cortina di casse e saltarono giù entrambi, lasciando il piccolo sollevatore all’uomo che ci salì in corsa. Twony si liberò le mani dalle schegge di ruggine lisciandole l’una contro l’altra e si allontanò con disinvoltura.
L’inviato di Avernil era davanti a loro, e si voltò mentre camminava a guardarli, a fare un gesto con i pollici in alto. Twony si sentiva meno trionfante. Non era affatto finita. Yokai li raggiunse all’uscita dell’hangar, dove c’era un soldato giovane in uniforme mimetica appoggiato con aria annoiata alla porta scorrevole. L’inviato passò, Twony e Atrian passarono, affiancati, e proprio quando Twony cominciava a sentirsi le ginocchia tagliate dal sollievo una voce disse dietro di lei: — Fammi vedere le carte.
Twony fece un gesto ad Atrian e si voltò. Atrian, obbedendo, continuò a camminare senza dar a vedere che nulla fosse successo. L’inviato era sparito. Yokai discuteva.
— Lo sapete bene che le dovete portare sempre addosso — stava dicendo il soldato.
— D’accordo, me ne sono dimenticato, va bene. Ho lavorato qui tutta la mattina, non mi hai visto entrare?
— No.
— Be’, sono entrato, santo Dio. Stanotte. Sono qui per lavorare.
— Devi farmi vedere le carte.
— Non le ho le maledette carte, cosa vuoi farmi, ammazzarmi? — Yokai allargò le mani, nelle tasche della giacca, esasperato. Il soldato aveva il fucile puntato verso di lui.
— Togli le mani dalle tasche — disse il soldato, nervosamente.
— Va bene, va bene — disse Yokai in fretta, e alzò le mani.
Twony era avanzata fino a trovarsi a un paio di passi dal soldato.
— Posso garantire io per lui, lo conosco — disse a voce alta.
Il soldato si voltò verso di lei. — Ce li hai i documenti, tu? — chiese, alzando il mento. Era un ragazzo molto giovane, forse un siita a giudicare dall’accento. Twony capì che era sollevato. Non aveva voglia di un confronto con gli Esterni, non lì a portata di voce di un hangar pieno di operai che probabilmente avevano più ragione di provare simpatia per un loro compagno, un loro conterraneo, che per un soldato dell’esercito invasore. Avrebbe potuto chiamare rinforzi, certo, ma comunque non era una situazione piacevole.
— Certo — disse Twony alzando le spalle e avvicinandosi. — Li ho qui.
Si frugò dentro la giacca e in quel momento Yokai aggredì il soldato da dietro, gli afferrò il braccio e gli coprì la bocca con una mano, e un istante dopo Twony gli infilò la lama che era scattata fuori dalla sua manica sotto le costole e nel cuore. Il soldato fece solo un verso strozzato. Yokai si stava già guardando in giro. Atrian, in piedi più oltre e più avanti nella strada in salita, dove si era messo di guardia, stava indicando in una direzione e Yokai trascinò velocemente il corpo di lato, rovesciandolo dietro un cespuglio, fra la strada e il muro di cemento che nascondeva Chashanna alla vista.
Twony rimise a posto la lama e infilò la mano sporca di sangue in tasca. — Andiamo — disse a bassa voce ad Atrian. — Dov’è quell’idiota?
Dalla porta stavano uscendo altre due persone, due donne in tuta, che non sembrarono nemmeno notare l’assenza della guardia.
Twony e Atrian ripresero a camminare con passo stanco, lento, pigro su per la salita che conduceva alla strada, con Yokai dietro, altrettanto indifferente. Twony si sentiva gelata e piena di nausea. Non si era mai abituata a uccidere, in tutti quegli anni e nonostante lo avesse fatto tante volte da avere perso il conto. Così da vicino era anche peggio. Stava serrando i denti quando l’inviato di Avernil comparve, fermo sulla strada, ad aspettarli. — Che cos’è successo? — chiese.
Twony pensò di dire che se questa era la sua idea di farla arrivare su Asgro senza problemi, non aveva apprezzato lo scherzo; che non le piaceva ammazzare la gente, specialmente quando non era necessario, quando un foglio di lavoro falso avrebbe potuto risolvere la questione senza rischi e senza morti; che se questa era l’organizzazione e l’efficienza della Dikea su Asgro c’era da pensare che fossero tutti sul libro paga dei tyrosiani. Ma se l’avessero vista spaventata l’avrebbero disprezzata, se avessero capito che era piena di nausea e disgusto per aver appena fatto fuori un nemico avrebbero messo in questione la sua dedizione alla causa. Erano gente così. — Niente — disse fra i denti. — C’è un cadavere là dietro, vedi che quelli che abbiamo sostituito non passino guai.
Capitolo 4
IL CENTRO DELL’UNIVERSO
Trovarono il pianeta adatto appena al di qua del confine dell’inabitabile, i Say, dove la trama di stelle si dirada e la vita umana torna possibile, fuori dal dominio infuocato del buco nero che consuma la Galassia e che gli esploratori del tempo chiamavano familiarmente e con un tocco di scaramanzia il Vecchio Porco. Lo trovarono dalla parte opposta rispetto alla Terra, ma erano gente per cui tutto ciò che è opposto alla Terra non poteva essere che buono: il tradimento bruciava ancora, a quei tempi.
Non era in nessun senso in posizione centrale: non rispetto alla Galassia, non rispetto al territorio allora controllato dagli uomini e dalle donne della Riconquista, né — anche se non lo potevano sapere — sarebbe mai stato centrale al territorio dell’Impero. Perfino nella sua provincia, che in questi tempi di decadenza era solo una provincia della Federazione di Tyros, uno Stato fra gli altri, il pianeta che gli esploratori della Cirte avevano chiamato Il Centro si trova spostato da un lato. Era tuttora il pianeta abitato più vicino al confine del Core.
Ma la sua posizione eccentrica poco importava ai fondatori dell’Impero. Il pianeta aveva poca o nulla inclinazione sul proprio asse, e di conseguenza un’unica lunga stagione. Non presentava grosse masse continentali ma terre emerse circondate e compenetrate dal mare, e quindi un clima quasi universalmente mite e clemente: se fosse stato scoperto da qualcun altro, o altrove, il pianeta sarebbe stato chiamato Primavera. Non avrebbe potuto essere più diverso dalla Cirte, che era un pianeta di cui si poteva dire che fosse abitabile solo con una certa dose di coraggio. Ma i Say non volevano un paradiso, erano andati in cerca di una sede per il governo dei territori che avevano riscoperto e riunito, dopo che la Terra li aveva abbandonati. Erano andati in cerca di quella che sarebbe stata la sede della giustizia e del diritto, della legge e dell’ordine. Si erano assunti il compito di riunire e governare e di farlo nel modo migliore, nell’unico giusto. La sede del loro Impero sarebbe stata il Centro dell’Universo, l’unico che contava.
Il pianeta era sterile e nudo quando l’avevano scoperto, ma non lo era rimasto per molto. L’avevano preparato, seminato e coltivato, e nel giro di una generazione era ricoperto di verde e popolato di vita. Sulla costa est del continente che avevano chiamato Dike avevano stabilito la sede del Palazzo Imperiale, ma il Palazzo aveva raggiunto l’estensione che aveva ora solo tre secoli dopo, una città nella città cinta di mura basse e bianche qui e là traforate o interrotte da cancelli, una città di edifici aggraziati e giardini, di fabbricati in stile palladiano con cortili di marmo colorato che ospitavano i ministeri e ville più o meno stravaganti nelle quali vivevano gli Imperatori e il loro seguito: amanti, figli, protetti, servi e guardie. Soltanto un edificio si ergeva su tutti gli altri, visibile dal mare e dalla città civile che ronzava e trafficava attorno al Palazzo: la cattedrale del potere Imperiale, il luogo dove si celebravano i riti con cui i nuovi padroni confermavano la loro nobiltà e santità, l’enorme sala del Trono Imperiale, una copia leggermente più grande della Cattedrale di Santa Sofia, Hagia Sophia, Aya Sophia, dove un popolo largamente indifferente alla religione adorava la propria civile devozione alla propria concezione di saggio governo e di razionalità.
L’Impero era finito: sia l’Impero rigido e inflessibile dei Say che quello molto più accomodante delle grandi famiglie Centrali che gli era succeduto. Ma fra le varie province di Tyros il Centro era ancora fra le più importanti. Oltre al Centro in sé e alla Cirte — povera di risorse e di popolazione com’era — contava solo un’altra ventina di pianeti abitabili ed era quindi lontana dai mondi sovraffollati delle Siiti e dalla densità di pianeti delle Fernis; perfino i Pianeti Esterni contavano ben cinquanta mondi abitati e produttivi. Ma il Centro era ricco, con le sue industrie pesanti, con gli imperi finanziari e commerciali che ancora erano legati alla sua aristocrazia, i Fraxen—Huey, i Toraxen, gli stessi Horayto—Ekera. E il Centro era influente, perché pagava i conti della Cirte, permettendo alla sua popolazione di sopravvivere su un territorio che produceva di gran lunga meno di quanto necessario alla sussitenza e ai Clan Say di continuare a darsi alla nobile carriera militare… e dalla Cirte veniva una parte consistente dei quadri superiori dell’Esercito della Federazione di Tyros.
L’Impero era finito e il potere reale si era spostato verso l’esterno, verso il nuovo pianeta ribattezzato Tyros dove aveva sede il governo federale, il governo delle Siiti, delle Fernys, delle Iadi, delle Drayonis, e, che lo volessero o no, anche dei Pianeti Esterni. Ma qualcosa della vecchia tradizione imperiale restava ancora, e ancora pesava.
Era tuttora nella sala del Trono che il governo del Centro dibatteva e deliberava. Il Trono era ancora lì, vuoto e vacante da quando Hanvard l’Ultima Imperatrice Say era stata assassinata e gli Ekera, spalleggiati dalla potente burocrazia Centrale, avevano assunto la Reggenza. La Triade si riuniva attorno a un tavolino di marmo circolare poco distante, coperto da un panno con la raggiera di stelle su fondo blu del Centro. Lungo il vasto perimetro della sala erano allineate le guardie, i Say del Clan Kaldar nella loro uniforme rossa, le guardie del governo civile vestite di blu. Dietro il trono erano appese tre gigantesche bandiere, che oscuravano del tutto tre nicchie: quella del Centro, blu e bianca, quella della Cirte con il suo disco rosso su sfondo nero, e quella di Tyros, con il disco nero raggiato su sfondo bianco. Alla donna che si avvicinava a passo svelto al tavolo circolare, con un ticchettio di tacchi sul marmo policromo, sembravano ogni volta raccontare una storia sinistra quelle tre bandiere: un disco di sangue circondato dall’oscurità, un Sole Nero che stendeva i suoi tentacoli sulla Galassia, e la presunzione di quell’unica stella bianca nel centro del Centro, una presunzione e arroganza aggravate del fatto che il potere orgoglioso del Centro si era ridotto ormai a ben poca cosa, e lei lo sapeva bene, perché era il Console Esterno del Centro e sedeva a quel tavolo fatale da dove un tempo l’aristocrazia bastarda del Palazzo aveva governato l’Universo. Oltrepassò le due circonferenze delle seggiole degli uditori e consiglieri, e si sedette sull’unica sedia rimasta vuota al tavolo, con un breve cenno del capo verso gli altri due, la sagoma secca e vestita di nero della Reggente del Centro, Aria Horayto—Ekera, e quella più tondeggiante del Console Interno. Era una donna alta e formosa, che aveva cinquant’anni ma ne dimostrava di meno, vestita come imponeva la circostanza con uno dei lunghi abiti di velluto e oro delle donne Centrali, e come una donna Centrale con il seno scoperto, appena velato da una stoffa bianca. I suoi capelli rossi erano stati intrecciati e raccolti per sostenere una raggiera di spille di diamante, cosa che, siccome i capelli stessi erano ricci, crespi e molto lunghi, le richiedeva ogni volta lunghe, tediose ore di preparazione. Una volta da bambina, per sfida, li aveva accorciati sopra le spalle, da sé, con un paio di forbici. Lo scandalo e gli strepiti erano stati tali, però, che aveva deciso di rimandare il taglio definitivo a quando fosse stata maggiorenne. Con la maggiore età era arrivata la coscienza che fra i costumi del Centro ce n’erano altri che era molto più urgente riformare, e sui quali aveva scelto di concentrarsi.
— Scusate il ritardo — disse. Aveva il fiato corto.
— Già — disse la Reggente, fissandola con i suoi occhietti grigi. — Suppongo che sia stato qualcosa di importante a trattenervi.
Sedute a quel tavolo, la Reggente le dava del voi. Fuori da lì, le dava del tu: il Console Esterno del Centro era sua figlia, Xivanja Horayto—Ekera.
— Sì, Vostra Grazia — rispose Xivanja. — Ho ricevuto una delegazione del corpo studentesco dell’Università Imperiale. Mi hanno...
— Credevo che queste questioni fossero di pertinenza del vostro collega.
— ... mi hanno presentato una risoluzione contenente le loro preoccupazioni, richieste e preghiere, Vostra Grazia. Che mi farò carico di presentare a questo Governo.
— Questo non riguarda il Consolato Esterno.
— Mia Signora, le loro preoccupazioni si concentrano sulla volontà più volte dichiarata del Prefetto Federale di Tyros di abolire lo statuto di immunità dell’Università. E in generale concernono i rapporti fra il Centro e il Governo Federale, rapporti che come Voi saprete sono di pertinenza del mio Consolato. Inoltre...
— Rimango dell’opinione che avrebbero dovuto rivolgersi al Console Interno.
Vanja Horayto—Ekera lanciò uno sguardo al suo collega civile. Stringeva le mani sui braccioli della sua poltroncina, e le sentiva gelide e sudate nonostante l’aria riscaldata. La Reggente sapeva bene quanto lei che Iagard Amawi, il Console Interno, non si poteva permettere di ricevere gli studenti. Il suo predecessore era stato assassinato meno di due mesi prima, in strada, da uomini dal viso scoperto la cui identità era nota a tutti, come quella del loro mandante. La Reggente, come lei, sapeva a cosa si era ridotta la potestà del governo del Centro.
Dei tre componenti la Triade uno accedeva alla carica per via ereditaria: un tempo era l’Imperatore, ora era il Reggente. Per quanto riguarda gli altri due, i Consoli Esterno e Interno, le loro cariche erano state al tempo dell’Impero di nomina Imperiale, e rappresentavano i consiglieri del principe per ciò che aveva a che fare rispettivamente con le faccende interne ed esterne dell’Impero. Il Console Esterno era stato allora il meno potente dei due, ma con il passare dei secoli e il declino del Centro, il potere del Console Esterno era cresciuto. Vanja si occupava di tutto ciò che aveva a che fare con i rapporti del Centro con l’esterno, compreso quindi il resto di Tyros, e la sua carica era elettiva. Veramente, aveva condotto per tutta la vita una campagna per far diventare anche la carica del Primo Triumviro elettiva, eliminando quello che sosteneva essere un anacronismo intollerabile, e che cioè una sola famiglia monopolizzasse la carica più alta di quella che era una nazione civile e democratica: ma non aveva avuto molto successo. C’era chi sosteneva che lo faceva semplicemente per fare dispetto a sua madre, la stessa motivazione a cui veniva ascritta in realtà tutta la sua politica. Era vero piuttosto il contrario: Vanja era stata a lungo la favorita della Reggente fra i suoi tre figli, la più piccola e la più amata, quella con la quale la Reggente si confidava, tollerando da lei comportamenti che non sarebbero mai stati perdonati all’erede alla Reggenza, Nauria Horayto—Ekera,che assisteva seduto dietro le spalle della madre, o alla sua seconda figlia Rabban, anch’essa seduta alle sue spalle. Vanja era stata l’unica a provare per il governo del Centro un’autentica e sincera passione, l’unica che avesse davvero desiderato di sedere in quella scomoda sedia, mentre i suoi due fratelli lo avrebbero fatto, con gravità e serietà, e bene, solo per dovere. In questo, nella passione politica, Vanja e Aria erano simili, e Aria l’aveva incoraggiata quando aveva deciso per la prima volta, tanti anni prima, di candidarsi al Senato Federale, e perfino quando aveva iniziato a puntare gli occhi sulla carica di Console.
Forse aveva pensato di procurarsi un’alleata ma, alla fine, alleate non erano mai state. Vanja aveva preso da sua madre la passione per la politica ma doveva avere assorbito qualcosa anche dal suo padre Kaldar e perfino, forse, da Shai Krailin, il traditore. Quando Laney aveva cominciato la scalata al potere Vanja era stata fra i primi a suonare l’allarme.
Lo aveva combattuto fin dal primo momento, fin da quando era stato ministro nel governo Leba. Lo aveva ostacolato quando era stato eletto, e d’altra parte nel collegio del Centro Laney non aveva nemmeno ottenuto la maggioranza relativa. Aveva protestato vivacemente quando le leggi speciali del ’43 avevano fatto di Laney l’unico e perpetuo padrone della Federazione. Era stata una dei tre deputati Federali che non avevano votato la sua elezione a Primo Ministro; era stata la sua opposizione a impedire che il Centro abbracciasse il nuovo regime, e la sua cocciutaggine aveva portato alla clamorosa presa di posizione ai tempi dell’invasione dei Pianeti Esterni. Allora, era una delle poche che si trovassero nella posizione di poterlo fare. Chi la conosceva sapeva che probabilmente avrebbe parlato lo stesso in Parlamento, alla Rete Generale della Fraxen—Huey: che avrebbe comunque presentato i suoi ricorsi e tentato di far approvare dalla Triade del Centro una mozione di censura. Che l’avrebbe fatto anche se non avesse avuto le spalle coperte.
Altri avevano fatto queste cose, d’altra parte. Solo, lei era sopravvissuta.
In parte perché il Centro era sempre il Centro e non si ammazza impunemente un suo Console. In parte perché lei era pur sempre una Horayto—Ekera e benché gli Horayto—Ekera siano stati allegramente assassinati per secoli, generalmente ci si aspetta che a farlo siano i parenti e gli alleati, non la polizia politica. Le Famiglie e la Cirte non avrebbero approvato, se una Horayto—Ekera fosse stata assassinata da uno che non era dei loro. In parte perché sua madre era pur sempre la Reggente del Trono Imperiale e non era una donna con cui si potesse scherzare.
Si’, si poteva permettere cose che ad altri erano proibite, perché era una Horayto—Ekera, perché era la figlia della Reggente, perché aveva amici importanti — e un amante influente. Era troppo spregiudicata, e troppo spaventata da quello che stava succedendo, per rifiutare i vantaggi che la sorte le aveva attribuito. Aveva difeso il Centro con le unghie e coi denti, e se un’isola di civiltà restava in Tyros, dove la polizia doveva pur rendere conto di quello che faceva e si poteva ancora protestare senza pagare col proprio sangue, sapeva che era anche merito suo.
Ma il cerchio si stava stringendo, Laney stava alzando il tiro, e lei sapeva che prima o poi anche il Centro sarebbe stato normalizzato. L’assassinio di un Console Interno sarebbe stato, fino a pochi anni prima, assolutamente impensabile. Ora non più. Erano in tre seduti a quel tavolo, ma lei sapeva bene che a portare avanti la lotta si sarebbe trovata da sola.
— In ogni caso — continuò la Reggente. — Abbiamo un’agenda fitta di impegni prima di poterci occupare dei vostri giovani rivoluzionari, Console.
— Con tutto il rispetto, Reggente, i miei giovani rivoluzionari temono per la loro vita, e informatori degni di fede mi dicono che il decreto del Prefetto è già stato firmato, e attende solo la ratifica di questo Governo.
La Reggente unì le mani sopra il tavolo e sospirò. — Mio caro Console, voi sapete bene quanto me che anche se questo Governo dovesse rifiutare di ratificare un decreto del Prefetto la cosa non avrebbe alcun effetto pratico se non quello di minare la nostra autorità.
— Ciò nonostante, gli studenti sono nostri cittadini, ospiti dell’Università Imperiale, e sono protetti non solo dalla nostra volontà, Vostra Grazia, ma dalle tradizioni di questa augusta Casa e dagli impegni che l’Impero e la Vostra famiglia si sono assunti nei secoli. Né come Governo né come...
— Vanja — la Reggente aveva socchiuso gli occhi e parlato a bassa voce. Si corresse subito: — Console, voi sapete bene che non abbiamo alcun modo di opporci alla volontà del Governo centrale.
Vanja strinse le mani. — Questa mattina gli studenti hanno cominciato a riunirsi nell’atrio della facoltà di Legge. Si opporranno all’entrata della polizia tyrosiana nel campus. Se noi negheremo loro aiuto e sostegno...
— Non è una stata una mossa intelligente, da parte loro — disse Amawi, allarmato.
— E’ quello che anch’io ho fatto presente. Non gioverà a nessuno forzare la situazione. Ma se non siamo in grado di dargli delle garanzie sulla loro sicurezza...
— La polizia è lì per la loro sicurezza — disse la Reggente.
— Vostra Grazia sa bene di che cosa parlo. L’Università Imperiale è rimasto in Tyros l’unico luogo in cui l’insegnamento è libero e il diritto di critica garantito. Sappiamo tutti benissimo cosa succederà non appena quel decreto verrà ratificato. Ho detto alla delegazione che ho incontrato questa mattina che è necessario evitare prove di forza. E che se avessero accettato di disperdersi avrei esercitato tutta la mia influenza per far sì che il loro governo li proteggesse.
— Console — disse la Reggente. — Voi sapete qual è la nostra situazione. Avete detto voi stessa che bisogna evitare prove di forza. Cosa sarebbe questo rifiuto della ratifica se non una prova di forza? E pensate davvero che Tyros non reagirebbe? Volete vedere il Centro invaso e sottoposto a Governatorato come i Pianeti Esterni?
Vanja si sporse in avanti, le mani strette le une sulle altre, il volto pallido e concentrato.
— Il Centro non è i Pianeti Esterni. Tyros ha bisogno del nostro appoggio, signora, ha bisogno della nostra alleanza. Quello che ha fatto sì che ai nostri cittadini venisse risparmiato il terrore che regna nel resto nella Federazione, che ha protetto la nostra autonomia di governo, è proprio il fatto che Tyros ha bisogno di noi. Che ha bisogno di Voi — aggiunse in un sussurro — di Voi, signora madre.
La Reggente stava scuotendo la testa. — Non possiamo rischiare un confronto, un confronto che non desideriamo affatto, per la salvezza di pochi, isolati giovani idealisti. Mettiamo al voto il decreto.
— Ma...
— Adesso. Cancelliere, prego.
Dalle sue spalle il cancelliere si alzò e le porse un foglio. Aria Horayto—Ekera lesse ad alta voce: — Nel nome della Repubblica Tyrosiana, questo Ufficio chiede rispettosamente alla Reggenza Imperiale di ratificare il decreto abrogativo della convenzione del 12.5.66 istituente il controllo diretto della Reggenza sul territorio compreso nel perimetro dell’Università Imperiale ed esteso a tutte le proprietà di pertinenza della stessa Università, nonché a tutti i dipendenti della stessa Università, i suoi studenti e tutti coloro che si trovino fisicamente nel territorio dell’Università o delle sue proprietà. In fede, il Prefetto Planetario, generale Jorna Esmetir, 14.10.1612, Città Imperiale, Il Centro.
Aria lasciò cadere il foglio sul tavolo. — Possiamo votare. Console Esterno?
— No.
— Console Interno?
Ci fu un lungo silenzio. Iagard la guardò, le labbra strette, poi abbassò gli occhi sul tavolo.
— Astenuto — rispose.
Vanja chiuse gli occhi.
— Il mio voto è sì. Come Reggente in carica in situazione di palese parità il mio voto è quello decisivo. La mozione è approvata.
Vanja scosse piano la testa.
Iagard camminava veloce lungo il viale che conduceva al Palazzo degli Interni, ma non abbastanza veloce da seminarla. — Vanja, non avevo scelta.
— Maledizione, sei il Console Interno! Hai giurato di servire questo paese senza cedere a pressioni e ricatti!
— E’ facile dirlo, per te.
— Potevi dimetterti!
Iagard si fermò di botto, e si voltò verso di lei. — Se mi fossi dimesso sarebbe subentrato il sottosegretario. Credi che non siano andati anche da lui?
— Li uccideranno!
Iagard abbassò le braccia. — Hanno già deciso, Vanja. Io non posso impedirlo, tu non puoi impedirlo, nemmeno la Reggente può impedirlo. Faranno quello che vogliono.
Vanja parlò a denti stretti. — Avremmo potuto impedirlo, se fossimo stati uniti.
Isengar scosse la testa. — E’ finita, Vanja. Rassegnati.
Vanja si fermò e lo lasciò sparire verso il Palazzo. La scorta la raggiunse silenziosamente.
L’uragano che si avvicinava dall’oceano Neariri, dopo essere passato su Terakanta e Atakata, e le cui avvisaglie già spazzavano la costa Est, non era dei più forti, ma le precauzioni a cui gli abitanti di Kaiekma erano abituati ormai da secoli erano comunque state prese. Le piccole barche erano state rimessate nella lunghissima fila di brutti ripari di cemento lungo il porto. Le macchine era state portate nei garage sotterranei, che ora sotto il regime tyrosiano erano a pagamento, e che in questi casi si riempivano all’inverosimile. Le finestre erano state chiuse, sprangate, inchiodate. Chi aveva potuto aveva riempito la dispensa: molti, che non avevano voluto e non erano riusciti a procurarsi uno stipendio pagato in crediti tyrosiani, ora che le merci erano in vendita non avevano potuto. Tutti, comunque, avevano la radio accesa, che in quel momento fra un bollettino meteo e l’altro trasmetteva musica leggera: una canzone di Chashanna, ma triste e lamentosa come in genere a Chashanna non erano, che anche Twony ascoltava con un brivido:
A es kattè innau thakiaè tai
Phinikatè illai thakiè andrai.
Solo il vento percorre le vie della mia città / Di notte per le sue vie passano solo fantasmi. Anche lì a Kaiekma, dall’altra parte del continente, le vie si erano svuotate, ma solo di fronte all’arrivo di una furia del tutto naturale. Fuori il vento era già rabbioso, il mare bianco di schiuma e di spruzzi, il cielo nero e urlante. Sotto quella cappa di furia, dentro una stanza sbarrata e sorvegliata da volontari con i nervi tesi e la bocca secca, la Dikea on kiai Exadri Ertei, la Lega dei Pianeti Esterni, aveva scelto di riunirsi.
Era una copertura efficace, ma Twony sapeva che nessuno di loro si poteva illudere di essere al sicuro solo perché un uragano aveva immobilizzato la vita civile su Kaiekma. Strappavano queste ore preziose a Tyros, a rischio delle vite di tutti loro e dell’esistenza stessa della Dikea, perché un’irruzione ora avrebbe voluto dire disastro e morte. Era già successo nel ’45, quando la Dikea era stata quasi completamente sterminata. Twony era finita allora in quella posizione scomoda, a tutti gli effetti pratici a capo della Dikea. Era riuscita a salvare buona parte dei militanti del suo settore e si era ritrovata nella macchia a nord di Chashanna, sotto shock e terrorizzata, senza sapere nulla di come si organizza un movimento di guerriglia su scala planetaria. Ma quando tremila persone altrettanto scosse e terrorizzate guardano a te per sapere cosa fare, qualcosa deve pur venirti in mente.
Per un po’ aveva funzionato, con sorpresa di tutti e soprattutto sua. Per un po’ il suo piccolo esercito di indisciplinati individualisti, che non solo non avevano armi a sufficienza ma nella maggior parte dei casi non avrebbero saputo usarle neanche se le avessero avute, di ragazzi e ragazze giovani e impulsivi — perché la SATO aveva spazzato via la generazione che li aveva preceduti — avevano seriamente messo in pericolo la permanenza dei tyrosiani sui Pianeti Esterni. Era riuscita a unirli, rincuorarli, organizzarli, armarli e addestrarli, aveva meditato a lungo e attaccato, sapendo bene di non potersi permettere una sconfitta. Sapendo che se avesse fallito, quegli uomini e quelle donne che si erano fidati di lei come da secoli non accadeva sarebbero morti, e che la vendetta di Tyros avrebbe colpito, oltre a loro, il resto di Asgro e dei Pianeti Esterni. Aveva attaccato con disperazione, sapendo che gli uomini e le donne della Dikea erano disperati quanto lei e affidandosi a questa disperazione, che era la sua unica vera arma.
In un giorno di primavera di cinque anni prima, al culmine della loro campagna, per gettare confusione nel nemico e ferirlo a morte aveva personalmente condotto un piccolo gruppo di uomini nel tentativo di uccidere Laney. Era stata lei ad aprire il fuoco. Che il suo Governatore Militare, odiato da tutti loro con strazio lancinante, fosse accanto a Laney assieme a uno dei Comandanti di Flotta, il generale Nikos Barreh della Prima, non le importava. Non era al Governatore che aveva sparato. Non sarebbe stato l’odio a distrarla. Uccidere un governatore non era la soluzione, Thy era stato ucciso e per tutta risposta Tyros aveva mandato Creyna Shiela, che si era rivelato cento volte peggio del vecchio bastardo, che si era rivelato un nemico brillante e spietato, che aveva quasi annientato la Dikea... No, non era uccidendo Creyna o Barreh che avrebbe colpito Tyros, che li avrebbe lasciati confusi e incapaci di reagire, la catena del comando interrotta... Era a Laney che lei mirava, era a lui che aveva sparato e aveva preso Creyna solo perché si era buttato addosso al suo Presidente per cercare di fargli scudo col proprio corpo. Era attorno a quella morte e al caos che avrebbe scatenato su Tyros che lei aveva previsto l’insurrezione. Era stato in quei giorni frenetici, con il Governatore Militare clinicamente morto e il Presidente sotto i ferri, che i Pianeti Esterni si erano sollevati... ed erano stati sconfitti per l’ultima volta.
Era stato un buon tentativo. Quasi riuscito. Twony socchiuse gli occhi e si versò un’altra tazza di caffè ascoltando gli altri parlare. La sua bocca si tese in un sorriso senza allegria.
Ora stava rischiando la sua vita e quella di tanti altri solo per permettere ai vari frammenti in cui la Dikea si era spezzata di coprirsi di insulti attorno a un tavolo. Avrebbe dovuto essere una riunione risolutrice e Twony aveva sperato che avrebbe ricucito le fratture, sollevato il morale e dato compattezza a quello che restava del suo esercito dopo cinque anni di esilio e sconfitta. Ma non sapeva se ce l’avrebbe fatta ancora una volta. Per cinque anni aveva tenuto assieme la Dikea senza avere speranze o prospettive da offrire. Li aveva tenuti assieme in qualche modo, mentre sotto i suoi occhi i capi eletti delle cellule diventavano sempre più simili a capitani di ventura, ognuno col suo piccolo esercito fedele solo a lui... gente che un tempo aveva rifiutato ogni autorità e che ora sembrava essere scivolata direttamente al livello più primitivo dell’autoritarismo, la lealtà personale a un capo. Aveva preso le armi per difendere l’unica società anarchica della storia e adesso riusciva a tenere insieme le armate dei Pianeti Esterni solo perché consideravano lei, lei in persona, il loro capo carismatico.
A volte sentiva di avere già perso da tanto tempo.
Si erano ammutoliti quando lei era entrata, si erano voltati a bocca aperta verso di lei in quella stanza sotterranea calda e opprimente. Ferni Avernil era balzato in piedi e l’aveva abbracciata con autentica commozione. Avevano avuto sul volto uno sguardo che le aveva fatto correre un brivido — e non piacevole — lungo la schiena: lo sguardo di chi si aspetta un santo, un messia, un salvatore. Qualcuno che li conduca magicamente, eroicamente alla vittoria. Non una donna troppo giovane e troppo inesperta, che non aveva progetti né soluzioni in tasca.
Una mano si appoggiò sulla sua spalla. Twony alzò la testa e vide Yokai chino su di lei. Portava una cerata gialla: era appena arrivato.
— Abbiamo parlato con Starcity — mormorò al suo orecchio. — Sono scesi a dodici k. Però ci offrono scafi della Neesra, stessa classe dei Fraxen—Huey, ma meno efficienti. Se andiamo di persona a discutere, probabilmente riusciamo a fare qualcosa.
Twony annuì. Avevano poche navi. Avevano sempre avuto poche navi. (Anche se tenendo conto che una di queste era la Pavida, forse non abbastanza poche, pensò Twony.) I trafficanti d’armi di Starcity lo sapevano, e tiravano sul prezzo. Ma questa volta Twony aveva deciso di tenere duro, alternando vaghe promesse di futuri affari a concrete minacce sul danneggiamento degli affari in corso dei signori della guerra starsiti. A quanto pareva, era una tattica che stava dando buoni risultati.
— Potremmo andare il mese prossimo — disse.
Yokai annuì, sorrise, e diede un colpetto sulla sua mano, appoggiata sul tavolo. Twony tornò a voltarsi verso il tavolo, con un sospiro.
— Non abbiamo gli uomini — disse pazientemente. Era rauca, e sperava che fosse per la fatica e non perché ritornando sul suo pianeta natale si era presa come prima cosa un simpatico virus. — Non abbiamo le armi, non abbiamo i soldi, non abbiamo la forza di affrontarli. Non possiamo farlo.
Ferni Avernil la guardava con i suoi occhi castano chiaro, appassionati.
— Non ti sto chiedendo un’offensiva militare su larga scala — disse. — Ma potenza militare ne abbiamo. Possiamo agire. E’ per questo che si è costituita la Dikea, o no? Possiamo colpire. Potremmo tirare giù qualche ascensore orbitale, se volessimo.
Twony si irrigidì. — Ferni, buttare giù un ascensore orbitale vuol dire fare migliaia di morti e danni consistenti, e di lungo periodo, all’economia di un pianeta. All’economia civile.
— Per piacere, Thuien! Questa è una guerra. Non siamo qui per guadagnarci la loro simpatia!
— Non credo che ci sarebbe d’aiuto guadagnarci il loro odio.
— Tu parli così perché voi che ve ne siete andati avete bisogno del sostegno dei tyrosiani, ma…
— Precisamente. E così anche il resto dei Pianeti Esterni.
Avernil si sporse in avanti. — Sono in guerra con noi, Twony. Ci ammazzano. Ogni giorno, in ogni modo, con le armi, con la fame, con le malattie. Quello che vogliono è lo sterminio di ogni singolo Esterno nella Galassia, e noi non possiamo lasciarglielo fare. Questa è una guerra, e dobbiamo rispondere colpo su colpo.
Twony si sentiva riportata al punto di partenza. — Non possiamo rispondere colpo su colpo, Ferni.
— Possiamo rispondere in qualche modo.
Twony chiuse gli occhi per un attimo. Attorno a lei c’erano visi concentrati e silenziosi. Solo Avernil parlava, ed era la prima volta che le capitava qualcosa del genere in una riunione Esterna, dove in genere tutti cercavano di dire la loro, non sempre in modo ordinato ed educato. E parlavano di Esterni e tyrosiani come di sue razze diverse, come di Noi e Loro, come di due nazioni contrapposte. Era qualcosa che Avernil aveva fatto alla Dikea di Asgro, o erano davvero tutti d’accordo con lui?
Quando giocavano con il simulatore strategico, sulla terrazza della casa di Ara, a Chashanna, Creyna le diceva spesso che non c’è nulla di male ad aspettare quando aspettare è la scelta strategica migliore sul tavolo.
— Perché il buon comandante non è quello che si fa eroicamente massacrare — le aveva detto mentre spegneva lo schermo sul quale lei aveva appena finito di fare appunto quello, — è quello che salva l’esercito fino a che non ha almeno qualche probabilità di vincere, se necessario scappando.
Ovviamente lei aveva perso la partita. D’altra parte, le aveva perse tutte. In quei due anni in cui lui era stato ospite di Ara, ogni volta che avevano giocato, ed erano state tante perché lei era testarda e Creyna un giocatore appassionato, lei aveva perso. Ogni volta in modo diverso, e ogni volta con un margine minore, ma sempre perso. Quando, in seguito, aveva provato a seguire il consiglio di Creyna, quello che era successo era che il morale del suo esercito era caduto così in basso che ne erano seguiti sbandamenti, rivolte, diserzioni. E lei aveva perso lo stesso.
Non avrebbe dovuto irritarla così tanto, perché Creyna era uno stratega di professione, reduce da nove anni di guerra vera sul fronte Meseiano dove peraltro, com’era poi emerso, aveva già manifestato una certa fastidiosa tendenza a non perdere le battaglie, e lei una ragazzina ignorante. Ma la verità era che fin dal primo momento lei non lo aveva trovato molto simpatico.
Hayderad Creyna era arrivato in casa loro una mattina, ancora in uniforme, poco dopo essere stato spedito a casa dal fronte. Adesso Twony capiva che suo fratello Ara aveva visto un uomo stanco e disperato in quello straniero in uniforme, un reduce, con le mani che tremavano e gli occhi guardinghi, un uomo arrivato al limite estremo della resistenza. Adesso Twony capiva che doveva averne avuto pietà, e forse tenerezza, che di certo quel relitto di una guerra terribile buttato dalla marea sulla soglia di casa sua aveva toccato corde generose nel cuore di Ara Thetay. (E quanto doveva essersi sentito tradito e deluso dal vederlo tornare, e tornare come nemico.)
Ma in quanto a lei, aveva visto solo un assassino, uno che aveva dato la morte e ordinato ad altri di dare la morte, aveva visto in lui uno che coscientemente e volontariamente aveva consentito ad altri di fare di sé uno strumento di distruzione.
O forse le cose non erano così semplici. Era ascoltata e rispettata nella Dikea, o così si diceva quando restava a fissare il buio a occhi aperti, era ascoltata e rispettata perché quando si era trattato di scegliere fra quello che Ara le aveva insegnato per tutta la sua vita e la pistola che si era ritrovata in mano, aveva scelto la pistola, e aveva tradito Ara tanto quanto aveva fatto Creyna. Era ascoltata e rispettata perché si era creata una leggenda attorno, e per quella leggenda i suoi compagni che un tempo erano stati uomini liberi erano pronti a morire e a uccidere. Erano pronti a obbedire.
— Il problema siamo noi, allora, non è così? — disse ad Avernil. — Il problema sono io. Pensate che vi abbiamo abbandonato. Che siamo deboli, indulgenti, incapaci di colpire.
Passò gli occhi sui volti intensi tutto attorno a lei. E sospirò.
— D’accordo. Dammi un obiettivo, Ferni. Sui Pianeti Esterni. Un obiettivo militare.
Yokai si scostò dal muro, dietro di lei, allarmato.
— Dammi un obiettivo, Ferni, e io me ne occuperò personalmente.
Nikla si alzò bruscamente in piedi, lasciando la tavoletta sul ripiano della sua stanza. Andò su e giù per un attimo, mordendosi le labbra, poi, dopo essersi fermato a pensare un attimo, la raccolse. Stringendola al petto raggiunse l’interfaccia più vicina a passi rapidi, lo sguardo in basso e le labbra strette. L’interfaccia lo inghiottì, con una breve sensazione di gelo non del tutto sgradevole che svanì prima di poterla percepire con chiarezza, e lo restituì all’universo nel livello residenziale degli ufficiali.
Raggiunse l’alloggio di Creyna guardando in basso. Suonò il campanello.
Per un bel po’ di tempo non sentì niente e cominciò a chiedersi che cosa gli aveva fatto pensare che Creyna non fosse in servizio. O che, se non era in servizio, fosse nel suo alloggio. In quel momento una voce leggermente perplessa disse direttamente nel suo impianto cocleare: — Sì? Chi è?
— Sono Nicolas Degras, Comandante. Ho bisogno di parlarle.
Altro breve silenzio.
— Degras, non sono in servizio in questo momento. E’ una cosa urgente?
Nikla chiuse gli occhi. — Si tratta di una cosa personale. Per favore, mi faccia entrare.
Un’altra breve esitazione, poi la porta si aprì con uno scatto. Curiosità, pensò Nikla. Entrò sentendosi galleggiare su un mare di adrenalina. Era rabbia, si chiese, o solo meraviglia, quella che provava?
C’era un breve corridoio che sbucava senza porta su una stanza esagonale, rivestita di legno chiaro e illuminata piuttosto fiocamente dall’alto. Creyna era appoggiato alla parete dall’altra parte della stanza, le braccia conserte e sì, uno sguardo curioso sul viso. Era in uniforme. C’era della musica piuttosto cacofonica in aria, ma prima che Nikla la potesse identificare Creyna tese una mano verso il quadro comandi sul muro e la spense. Poi tornò a intrecciare le braccia e guardarlo con una certa blanda perplessità.
— Cosa c’è, Degras?
Nikla prese fiato. Qualunque cosa fosse che provava, lo aveva reso coraggioso. Si lasciò cadere su una sedia. Appoggiò la tavoletta su un tavolino esagonale e si chinò in avanti, gomiti sulle ginocchia.
— Come mai non mi aveva detto di essere un matematico?
Creyna piegò il viso di lato.
— Ho studiato matematica all’Università del Centro per qualche anno, ma non mi sono mai laureato. Perché, le sembra importante?
Nikla scosse il capo con forza, come per schiarirsi le idee. Si sentiva tremare.
— Lo sa, io non sono propriamente un matematico. Mi occupo di mentazione, non della scienza pura. E sono piuttosto bravo in quello che faccio, me lo ha detto anche lei. Ma non sono una mente creativa. Non sono uno di quelli che possono dare un contributo all’avanzamento della scienza, lei capisce quello che voglio dire?
Creyna era ancora immobile contro il muro, ma Nikla vedeva che si era irrigidito. Non rispose.
— Eppure quel poco che ho fatto, Comandante, quei due o tre articoli, con tutta la fatica che mi sono costati... ah, generale... niente nella vita mi ha dato una sensazione pari a quella di creare qualcosa... con la sola mente. — Nikla si rese conto che stava ansimando. Strizzò gli occhi. — Non c’è niente che stia alla pari. Niente, né l’amore né l’arte né... niente mi ha mai dato altrettanto piacere. Oh, era come una febbre. Quanto avrei dato, Comandante... quanto avrei dato per una mente di prim’ordine, per il dono, il vero dono di una mente creativa. Mi sarei accontentato di vivere trent’anni, pur di poterli vivere a creare qualcosa di...
Creyna sospirò, ma ancora non disse niente. Nikla alzò lo sguardo e si accorse che il Say ora guardava a terra. Ci fu un attimo di silenzio, poi Nikla sollevò la tavoletta.
— Ma in tutta la mia vita e anche se dovessi vivere cent’anni, non potrei mai creare niente di simile a questo.
Creyna, sempre guardando a terra, disse: — Lei esagera.
— No, non esagero. Questo è il primo lavoro serio sulle trasformazioni di infinita equipollenza che sia stato fatto in questo secolo. — Nikla sentì che gli mancava il fiato. — Lo ha scritto lei, vero? — finì bruscamente.
Lo stava fissando e colse una specie di lampo, di reazione veloce e violenta che passava sul volto chiaro dell’uomo davanti a lui. Lo aveva sorpreso, una cosa che evidentemente non succedeva spesso. Creyna si raddrizzò e si avvicinò a lui. Lo guardava con quegli occhi chiari, occhi da inquisitore, dall’alto in basso.
— Come ha fatto a scoprirlo? — chiese.
— Questa tavoletta che mi ha dato è un palinsesto. Lei mi dirà che è poco corretto, ma ero curioso, e sono andato a vedere cosa c’era sotto.
Creyna fece una smorfia con la bocca.
— Ho anche visto che è stata rilasciata dall’Università del Centro ad Hayderad Creyna Shiela nel ’26. E ci sono quindici versioni successive dell’articolo qui, ciascuna la correzione dell’altra. Il che può voler dire solo che l’articolo è stato materialmente scritto qui sopra. Da lei. Ho ragione, vero? Ho consultato l’Indice Nazionale delle Pubblicazioni. Sotto il suo nome. Ho letto la sua bibliografia. Le cose che ha scritto quando studiava sul Centro. — Nikla agitò la tavoletta blu in aria. — Questo è l’originale. L’originale dell’articolo sulla congettura dei set r—zero.
Creyna appoggiò la testa alla parete. — E’ strano pensare che una volta non mi veniva automatico formattare una tavoletta prima di riusarla, sa? — Fu tutto quello che disse.
Nikla parlò a voce bassa. — Kiani ci diceva: è stato un mio allievo che purtroppo se n’è andato. Andato. Noi tutti... noi tutti che abbiamo sentito Kiani parlare di lei, che abbiamo studiato e letto... e amato, amato questo libretto... Noi tutti pensavamo che lei fosse morto.
Creyna alzò le sopracciglia.
— Morto. — Adesso la voce di Nikla tremava. — Perché, altrimenti? Perché non avrebbe dovuto finirlo? Io ho sempre pensato che fosse morto.
— No — disse Creyna. — No, sono vivo e vegeto, come vede.
— Ma allora perché non ha firmato il suo libro? Perché non ha finito il lavoro che aveva cominciato? Perché non...
— Non ho firmato il libro perché non posso pubblicare col mio nome senza l’approvazione della Cirte — disse Creyna asciutto. — E non ho mai chiesto la loro approvazione perché non è mai stato finito.
— Ma perché? Quello che abbiamo ha un tono così sicuro, così... baldanzoso. Non mi dica che non ha saputo finirlo. Perché si è interrotto? Cosa è successo?
— Oh, questo è facile da spiegare. E’ scoppiata la guerra, e io sono stato richiamato.
In quel momento si udì, attutito, un cicalino, e Creyna sobbalzò visibilmente. Si voltò e aprì la porta della stanza esagonale, attraversò un breve corridoio foderato anch’esso di legno chiaro, e aprì un’altra porta, che dava su una scrivania in un’altra stanza esagonale, illuminata dall’alto da una luce più forte. Creyna afferrò un oggettino nero e dall’aria pesante e lo aprì. Anche Nikla, che non ne aveva mai visto uno dal vero, riconobbe un telefono da campo, di quelli che si utilizzavano dove non era possibile ricevere una comunicazione direttamente nell’impianto cocleare, oppure se si voleva parlare in via riservata.
Ma Creyna non chiuse le due porte dietro di sé, e quando parlò Nikla si accorse, sorpreso, che era parecchio agitato.
— Capitano, non mi venga a dire queste cose. Lei sa bene quanto me che sono scuse. Il tempo per me il Presidente lo può trovare. No. No, capitano, io devo… Va bene. Resto in linea.
Ci fu un attimo di silenzio, durante il quale Creyna si appoggiò con una mano al piano della scrivania ma evidentemente non si ricordò della presenza di Nikla nell’altra stanza.
— Avete detto la stessa cosa questa mattina, capitano. Ma non mi avete mai richiamato. Io ho bisogno… no, capitano. Io ho bisogno di parlare al Presidente. Glielo dica. Capitano… Senta, pensa che non lo capisca che si sta facendo negare? Tutto quello che mi deve tacere me lo può anche dire in faccia e lo sa bene. Io ho…
Ci fu un altro breve intervallo di silenzio.
— Almeno permettetemi di chiamare personalmente. No, a quanto pare non riusciamo a ottenere la linea con il Centro. No, capitano… Non mi prenda in giro. Siete voi che filtrate il traffico di ARRAS… Difficoltà tecniche?
Creyna riuscì a infondere tanta incredula derisione in quelle ultime due parole, che evidentemente non ritenne necessario proseguire, perché ci fu un altro lungo intervallo di silenzio. Alla fine riprese, e a Nikla sembrò abbastanza scoraggiato.
— Può almeno portare un mio messaggio al Presidente?
A questo, si voltò, vide la porta e con un cenno a Nikla la chiuse dietro di sé. Quando uscì, pochi secondi dopo, Nikla vide con una certa inquietudine che c’era un’espressione di scoramento sul suo viso.
Creyna lo guardò e disse: — Lei ha degli amici sul Centro, Degras?
— Qualcuno. Perché?
— Radicali? Voglio dire, gente che si interessa di politica?
Nikla tirò indietro le labbra in una parodia di sorriso. — Le pare che sarei qui adesso se fosse così?
Creyna sollevò le sopracciglia, ma non commentò. Nikla, che si sentiva sempre più inquieto, chiese: — Perché? Cosa sta succedendo sul Centro?
Creyna aveva le braccia conserte, e una delle mani stava stringendo un po’ troppo la stoffa nera della manica dell’uniforme. Scosse la testa.
— Niente. I suoi colleghi stanno facendo qualche stupidaggine, che pagheranno molto più cara di quanto pensano, tutto qui. Niente di grave.
— E lei?
— Io cosa?
— Lei ha qualcuno sul Centro?
— Sì — disse Creyna. — Ma gliel’ho detto, non è nulla di grave.
Nikla si domandò perché era così agitato, e perché Laney si faceva negare al telefono al suo braccio destro, il comandante della polizia politica, se non stava succedendo niente di grave sul Centro. Ma non aveva il tempo né la possibilità di preoccuparsi di gente che aveva sempre solo frequentato con prudenza e distacco. I suoi compagni erano altrove, e in pericolo molto più grave di qualunque studente rivoluzionario del Centro. E lui era troppo arrabbiato, in quel momento, per farsi distrarre.
Creyna sospirò e lasciò sciogliere le braccia. — Vuole qualcosa da bere, Degras?
— No.
— Be’, io sì. Ne ho bisogno.
Si voltò e sparì oltre la porta. Nikla lo sentì muoversi nella cucina, sentì rumore di sportelli e di vetri, e lo vide ricomparire con un bicchiere in mano. Si sedette davanti a Nikla, oltre il tavolino. La stanza era illuminata da una luce dolce, color miele. C’erano pochi mobili ed erano semplici, di legno chiaro.
— Non sono morto e non sono scomparso — riprese Creyna. — Kiani quando ci separammo... disse che sarebbe stato meglio. — Fece un sorrisino, ma era un sorriso che scricchiolava come ghiaccio che si sta per spezzare sotto i tuoi piedi. Nikla lo sapeva bene che stava camminando su un terreno pericoloso. — Meglio che fossi morto. Non è stato l’ultimo a dirlo, ma suppongo che sia stato il primo. E’ sempre stato avanti rispetto al suo tempo, Kiani. Lei lo ha conosciuto bene, allora.
Nikla annuì, prendendo fiato.
— Lui sì che era un grande matematico — mormorò Creyna. Alzò il bicchiere. — Alla sua salute.
Nikla si sporse in avanti. — Ma perché? — disse. — Perché?
Creyna, che aveva distolto lo sguardo per un attimo, si voltò a guardarlo. — Perché cosa?
— Perché non ha ripreso, quando è finita? — Per un momento Nikla sentì dentro di sé la domanda che voleva gridare, quella che non poteva fare: è davvero tanto meglio questa vita? Ho sentito anch’io il calore della passione, del talento, ho avuto per un momento solo la visione chiara. E tu, Hayderad Creyna, quanto meglio doveva essere per te! Tu lo avevi davvero, il talento! Potevi avere la gloria e la grandezza, potevi vedere l’Universo aprirsi davanti a te... Era davvero meglio arrivare quassù, in questa uniforme nera, era davvero meglio il rispetto che l’odio e il terrore possono comprare? Era davvero meglio seminare morte e dolore, era davvero meglio uccidere i miei amici e la mia famiglia?
Creyna lo stava fissando con quegli occhi terribili che tutti temevano. Nikla strinse le labbra. Creyna abbassò gli occhi.
— Perché — ripeté a bassa voce. Prese un sorso dal suo bicchiere e guardò verso la porta che si era richiuso dietro quando era tornato dal suo tentativo di parlare con Laney. — Già.
Creyna ricordava con una chiarezza perfetta l’ultimo giorno in cui aveva lavorato alla tavoletta blu. Era stato in una delle stanze a est del Palazzo Mikan, che era ancora di proprietà del Clan e dove aveva vissuto quando era all’Università. Era estate, un giorno caldo. Aveva lavorato tutta la notte, sotto la finestra, a uno dei terminali dorati, scrivendo con quella facile, felice scorrevolezza che lo aveva preso quando si era reso conto di averla tutta lì, tutta pronta davanti agli occhi, la sua congettura dei set r—zero. C’erano cose da risolvere e non certo tutte erano dettagli, ma sentiva che un’onda potente lo stava portando avanti, che tutto, una volta affrontato, sarebbe stato risolto. Era stato felice, più di quanto credeva possibile nella sua vita. All’alba aveva alzato gli occhi sulla maestosa, armoniosa e solenne sagoma della Sala del Trono, vedendo con la mente Hagia Sophia, la Divina Sapienza, la grazia e la grandezza e la saggezza del Centro, e aveva sorriso.
Si era alzato per sgranchirsi le gambe e si era voltato. Lei dormiva avvolta nel lenzuolo bianco, dietro di lui, una mano abbandonata sul materasso e i capelli sciolti che disegnavano arabeschi sul cuscino. Si era chinato a sfiorarle i capelli con le labbra prima di uscire. In anticamera c’era il terminale della posta. Lampeggiava. Si era avvicinato, curioso. C’era una lettera per lui, una lettera per la quale avrebbe dovuto firmare una ricevuta. Una lettera ufficiale. Scrisse il suo nome e introdusse il suo codice, e dalla fessura uscì un documento color marroncino, su carta intestata del Ministero della Guerra di Tyros. La sua vita gli era crollata addosso non appena aveva letto le prime frasi.
Nikla strinse le mani una sull’altra. Creyna iniziò a parlare a bassa voce.
— Lei è davvero strano — disse. — Chiunque penserebbe, era solo uno studente sconosciuto, studiava un campo oscuro del quale la maggior parte della gente non ha mai sentito parlare. E adesso eccolo qua, l’uomo più potente di Tyros dopo Laney, generale dell’Esercito, Comandante di una Flotta Interplanetaria. Capo della Sicurezza; basta che dica una parola e pianeti interi si muovono. Non sono molti, sa, che si meraviglierebbero che io abbia lasciato il Centro e abbia smesso di produrre elegante matematica sulle trasformazioni di infinita equipollenza.
— E’ per questo, allora, che ha lasciato perdere? — disse Nikla, e adesso la sua rabbia non era più tenuta nascosta. — Per...
— Sete di potere? — Interruppe Creyna con voce tagliente, e Nikla improvvisamente ricordò dov’era, e davanti a chi.
Ci fu un attimo di silenzio mentre Creyna lo guardava. Poi disse, in un sussurro che a Nikla sembrò furente: — Non faccia quella faccia, Degras. Non abbia tanta paura di me, o finirò per pensare che abbia qualcosa da nascondere. Nonostante quello che scrivono di me i giornali non mi nutro di sangue umano ancora caldo, sa? Oh, li leggo, Degras, li leggo. So come lei mi vede, come una specie di mostro. Assetato di sangue, e sì, di potere. Gli Esterni lo dicevano come un insulto: a—aymierè, Creyna. Creyna al potere. E anche Kronài, Creyna!
La sua voce, più che alzarsi, si era estesa, ed era una voce potente, che di solito Creyna teneva sotto controllo, una voce che poteva riempire vasti spazi e sovrastare il tuono della guerra.
Nikla sentì che il viso gli diventava caldo, e ora non provava più rabbia. Solo terrore. Ti sei fatto mettere in trappola, pensava. Oh, per la Dea, Thuien, tu non sai cosa voglia dire, tu sei lassù, al sicuro e tranquilla sulla Decima Luna, hai fame e paura, ma non come me, non come me. Lo sa. Sa chi sono. Non me l’ha tradotta, quell’ultima frase, e non ne ha bisogno. L’ho gridata tante volte, senza averlo nemmeno mai visto in faccia, nemmeno più uno slogan, solo il suo nome e il nome della Signora, gridato finché le sillabe perdevano significato, solo suono e odio. Kronài! Creyna! Kronài! Creyna!
— Creyna, morte — disse Creyna alla fine, in un soffio. — E non mi meraviglio se lei pensa che è per questo che ho passato questi ultimi vent’anni ad ammazzare gente invece che a scrivere cifre. Per il potere.
— E non è così? — chiese Nikla.
Creyna sorrise. Non era un sorriso di cortesia, e non era freddo come quelli che Nikla gli aveva già visto. Era un bel sorriso, e per un momento, nella poca luce, Nikla vide un volto bello e aperto, solo umano.
— Oh, avanti, Degras — disse Creyna. — No, naturalmente no. Ho visto della gente morire e l’eleganza matematica ha perso importanza. Era una guerra atroce e stupida, ma era il mio paese, e io sono nato per difendere il mio paese. Se non pensassi che quello che faccio qui è più importante e più utile di qualche teoria matematica, non lo avrei fatto per metà della mia vita.
Nikla chiuse gli occhi. Rabbia, pensò. Era solo rabbia. E’ solo un uomo dopotutto, come tutti noi. Ha sacrificato il suo talento e la sua passione, non ha piacere che qualcuno glielo ricordi. Non ha piacere che qualcuno gli ricordi che c’è un modo migliore di vivere. Non vuole pensare che ci sia un modo migliore di vivere.
Creyna continuava a non guardarlo. Si passò una mano sul viso, e ci fu un momento di silenzio.
— Perché non ho mai finito il mio lavoro? Perché non sono tornato allo studio, dopo la guerra? — Creyna strinse le labbra. Si chinò in avanti, il bicchiere fra le dita. — Crede che non ci abbia provato? Ma dopo Meseian, mi sembrava che tutto fosse diverso. Che le cose avessero assunto una prospettiva diversa.
— Che cosa successe?
Creyna scosse le spalle. — Non lo so. Era tutto cambiato. Io non ero più la stessa persona. E il dono, come l’ha chiamato lei... — Allargò le braccia. — Era svanito.
Nikla si passò le mani sul viso.
— Mi dispiace — mormorò.
Creyna sollevò di nuovo le sopracciglia, un gesto che Nikla cominciava a riconoscere. — Quando decisi di partire, Kiani mi disse che avrei dovuto risponderne davanti alla storia. Be’, la storia non è ancora venuta. Ma è arrivato lei, Degras.
— Non avevo intenzione di accusarla di niente — disse Nikla. — Ma ero stupito.
— Oh avanti, Degras. — Creyna si alzò. — Crede che non glielo legga negli occhi? Crede che non abbia visto come mi guardava quando è entrato qui? Incredulo, infuriato... che il suo... — Creyna fece un gesto con le mani, un gesto netto, senza violenza. — ...che il suo eroe intellettuale fosse un uomo come me. Uno che passa la vita a distruggere.
Si allontanò bruscamente, col suo bicchiere in mano. Nikla lo seguì con lo sguardo.
— Adesso — disse piano. — Mi andrebbe quel bicchiere di vino, se non le dispiace, Comandante.
Creyna si voltò. Lo fissò per un paio di secondi, poi sparì con passo svelto in cucina e tornò con un altro bicchiere e la bottiglia. Versò e poi rimase, per qualche secondo, con la mano sul collo della bottiglia e lo sguardo perso nel vuoto.
— Degras — disse lentamente. — Se il destino vuole le guerre sono finite, su Tyros. Quelli della sua generazione non sanno che cosa è stato. Quelli che non ci sono passati non sanno. Ma lei... — si strinse nelle spalle. — Mi dicono che lei ha talento. Ho parlato con Kiani questa mattina. Mi ha detto che non ho nessun diritto di rubare un altro cervello di prim’ordine alla causa del progresso dell’umanità e via di questo passo, lei lo sa com’è Kiani. Ma in questo caso... in questo caso ha ragione. — Alzò gli occhi e lo fissò. — Quando avrà finito qua le offriranno di lavorare per l’Esercito, Degras. Le prometteranno tante cose e le faranno delle minacce.
Nikla lo guardò con un sorriso storto.
— E lei mi consiglia di rifiutare.
Creyna si strinse nelle spalle. — Io non le consiglio niente. Non do consigli a chi non me li chiede. Le dico solo questo. — Strinse gli occhi con improvvisa durezza. — Che per fare quello che ho fatto io, a Meseian e sui Pianeti Esterni e su Wilkaa, e per farlo bene, non si richiedeva brillantezza. Chiunque, al posto mio, ci sarebbe riuscito. Nella grande economia della razza umana, che io abbia passato tutti questi anni al servizio di Tyros... be’, francamente, Degras. E’ stato uno spreco.
Nikla disegnava con le dita linee immaginarie, lentamente, sulla lucida superficie di legno chiaro del tavolino. Non aveva cercato né di comprendere né di compatire quest’uomo davanti a lui, e di certo non si era aspettato di trovarlo simpatico. Di certo non si era aspettato di trovare qui qualcuno che aveva, per certi versi, più cose in comune con lui di tutti i suoi compagni Esterni. Aveva l’impressione che a Creyna fosse successo qualcosa di simile: che lo avesse colto di sorpresa, una sorpresa dolorosa ma anche dolce, ripensare a una vita che era stata tutto per lui un tempo, e che pensava di avere seppellito per sempre.
Alzò lo sguardo e incontrò gli occhi seri, verde acqua, di Creyna. Dopo un attimo, un sorriso leggero gli si disegnò sulla bocca, e quasi inconsapevolmente Creyna gli rispose.
— Come pensava di proseguire? — chiese Nikla, battendo un dito con reverenza sulla copertina blu della tavoletta.
— Guardi, Degras. La congettura dei set r—zero non si può provare. Kiani ci prova da venticinque anni.
— Ma lei pensava che si potesse.
— Quando avevo vent’anni.
— D’accordo — disse Nikla, allargando le dita di una mano. — Ma come pensava di proseguire?
Creyna scosse la testa, sospirò e poi si lasciò sfuggire una breve, triste risata. Poi, con un’animazione che avrebbe lasciato di stucco quelli che lo conoscevano, con una vivacità che non sperimentava da anni, cominciò a parlare.
La casa era stata costruita per una delle amanti di Hanvard. Era in una zona tranquilla del parco, non lontana dal palazzo Mikan, la dimora degli Imperatori Shiela, dove aveva vissuto Hanvard, l’Ultima Imperatrice, e con una vista splendida sul corso della Mintaya. Era una costruzione aggraziata, forse il più bell’edificio di epoca hanvardiana sul Centro, e in quel momento tutto lo staff del Consolato presente nel Palazzo era riunito nel salotto est, attorno al Console Esterno.
Vanja indossava una lunga gonna marrone a vita alta e una camicia bianca, un abbigliamento da pomeriggio, che normalmente avrebbe cambiato per la cena. Ma quella sera non ne aveva né tempo né voglia. Sedeva su uno sgabello, piegata in avanti, i gomiti sulle ginocchia, le mani intrecciate e la testa piegata. Ascoltavano tutti in silenzio, come probabilmente stavano facendo molti altri sul Centro, la radio Esterna, Radio Dikea.
— ...tensione mentre cala la sera sul Campus Imperiale. Adesso contiamo quattro mezzi blindati davanti al cancello principale settentrionale, oltre a numerose unità di trasporto. Il viale Nord, che porta dal cancello alla facoltà di Giurisprudenza, dove gli studenti continuano ad affluire, per ora non è presidiato dalla polizia. Sentiamo gli elicotteri passare sopra di noi.
La voce era quella di una donna, una donna giovane. Era una voce tesa, ma calma. Vanja sapeva che non riferiva cose che vedeva coi suoi occhi, perché avrebbe dovuto trovarsi in almeno tre punti diversi, e perché altrimenti sarebbe stato uno scherzo per la polizia localizzarla e arrestarla.
— Gli studenti si trovano soprattutto nell’atrio della Facoltà e sulle scalinate. Nell’aula magna è tuttora in corso un’assemblea aperta. Ricordiamo che il Coordinamento Interfacoltà ha già rifiutato l’invito della Reggenza a disperdersi. Abbiamo detto che si tratta soprattutto di studenti, ma ci sono anche cittadini del Centro che sono riusciti a scavalcare la recinzione e a eludere la sorveglianza del corpo di polizia e a...
Un Kaldar si avvicinò a Vanja e piegò un ginocchio per parlarle.
— Console — sussurrò. — Queyar Wivo Shiela. Chiede di lei, signora.
Vanja alzò la testa. — Queyar Wivo?
— Sì, signora.
Si alzò, seguita dagli sguardi dei suoi collaboratori. — Mi devo allontanare un attimo — disse. — Questioni personali. Chiamatemi, se dovesse succedere qualcosa.
Seguì il Kaldar fuori dal salotto illuminato, e lungo corridoi immersi nell’oscurità azzurra del crepuscolo. Wivo era in piedi nella terrazza ovest, e guardava la Mintaya scorrere nel buio, gorgogliando.
— Queyar? — chiese Vanja, perplessa. — Credevo che fossi già partita.
Wivo si voltò a guardarla e aveva un volto strano. — Ho provato a chiamare mio fratello. Ci hai provato anche tu?
Vanja sentì un morso gelido al cuore. — Sì. L’ho cercato attraverso il Consolato e personalmente. Non mi vuole rispondere.
— Io sono arrivata fino a Zai Faraniy, e non sono riuscita ad andare oltre. Non mi ha voluto dire cos’è successo. Ma se mio fratello non c’è per me...
Vanja imprecò. Si passò una mano sulla fronte.
— Vanja — le disse piano. Neanche la sua voce era del tutto ferma. — Quello che stanno facendo, lo stanno facendo perché...
— Non lo so — rispose Vanja. — Ma non è da lui non rispondermi. Questo no.
Queyar fece un gesto verso il nord. — Credi che lo permetterebbe, quello che sta succedendo?
Vanja la guardò, le labbra serrate. La guardò a lungo, come per contenere qualcosa. Hayderad, come Queyar, non era direttamente imparentato con lei, ma era pur sempre un Say, e di uno dei Clan regnanti. Erano dello stesso sangue. Laney poteva non avere rispetto per il Centro, ma un membro di un Clan della Cirte era un’altra faccenda. D’altra parte, Creyna si trovava dove si trovava anche perché era una garanzia, l’uomo del Centro e la Cirte al fianco di Laney. Se non le rispondeva, poteva solo voler dire che la Cirte non voleva intervenire in questa faccenda, oppure che, per qualche ragione, era davvero fisicamente impossibilitato a mettersi in contatto con lei. Alla fine disse: — Tuo fratello, Queyar, quel grandissimo bastardo di tuo fratello Hayderad Creyna, non ha mai esitato quando si trattava di macellare degli innocenti. Non c’è bisogno di pensare che sia morto solo perché Laney vuole dare una lezione a me e a mia madre facendo la pelle a dei ragazzini che hanno il solo torto di non essere d’accordo con lui. Probabilmente si sta solo facendo negare. Creyna è capacissimo di fare ben di peggio, e con meno provocazione. E tu lo sai.
Queyar socchiuse gli occhi. — E allora perché non risponde a me?
Vanja guardò fra le ombre del giardino sotto di loro. — Pensi che possa essere morto?
Queyar non rispose. Vanja sospirò e si allontanò dalla balaustra. — Bene, lo scopriremo comunque. Tu resta qui. Qui sei al sicuro.
— Mi hanno detto di lasciare il pianeta...
— Queyar, sei sotto la mia protezione. Qui hai l’immunità, ricordi? Questo territorio è territorio dell’Impero...
— ...fino a mezzanotte — le ricordò Queyar.
Vanja chiuse gli occhi. — Sì — disse. — Fino a mezzanotte. Non ti preoccupare, Queyar. Se dovesse succedere qualcosa, ti metterò sulla nave Consolare e... e da qualche parte andrai.
Fece per voltarsi e Queyar le afferrò un braccio. — Se stai pensando quello che sto pensando io, Vanja, che non hai più niente da perdere… Lo sai che non è vero.
— Ho fatto una promessa — disse Vanja.
Rientrò nel salotto est, ma si fermò sulla soglia. Prese un profondo respiro. — Gente — disse. Tutti gli occhi erano puntati su di lei. Seduti su seggiole, poltrone e divani, accoccolati per terra, issati sui davanzali e sui tavoli, gli uomini del suo governo, giovani e vecchi, uomini e donne, la guardavano con occhi sbarrati. La radio continuava a parlare, tesa e tranquilla, nel sottofondo. — Sono le nove di sera. A mezzanotte cessa lo statuto di immunità del territorio dell’Università. Prima di allora, la SATO non attaccherà. Noi... — si fermò. Sorrise. Era dai tempi dell’Impero che nessuno usava il plurale majestatis in quelle stanze. — Questa amministrazione si è impegnata a difendere gli studenti dell’Università Imperiale. Io non posso revocare il decreto del Governatore. Tutto quello che posso fare è andare a parlare con gli studenti riuniti in assemblea... — ci fu un’onda lunga di bisbigli nella stanza. — ...e convincerli che è nel loro interesse disperdersi senza opporre resistenza. Fino a che non sarò riuscita in questo compito, non lascerò la Facoltà di Giurisprudenza occupata.
Nel silenzio Vanja sentì il capo delle sue guardie, il signore dei Kaldar, Kari Kaldar Kaldar, che era anche suo cugino, che prendeva fiato. Sorrise. — E’ stato un piacere lavorare con voi, signori.
Si voltò e se ne andò senza aspettare commenti né lasciare che la dissuadessero. Dietro di lei la gente si alzava in piedi, e si era sollevato un muro di rumore. Il suo sottosegretario, Esma, cercò di raggiungerla, ma fu preceduto da Kari Kaldar. — Vanja — disse, mettendosi al suo fianco. — Non sarai mica matta.
Vanja fece un gesto, e la scorta sbarrò la strada alle sue spalle. — Dì ai tuoi uomini di lasciare le armi qui — disse Vanja. Era educata e gentile ma sapeva essere secca, sapeva rendere la sua voce rapida come una frusta.
— Non puoi farlo.
— No?
— Credi davvero che faranno marcia indietro solo per non spararti addosso?
— No, ma vale la pena di tentare, non ti sembra? Cosa ho da perdere?
— Be’, la vita, tanto per cominciare.
Vanja si voltò a guardarlo mentre camminava. Kari Kaldar era un uomo alto, con la barba e i capelli ingrigiti. A Vanja ricordava suo padre. — Tu sei un soldato, Kari — gli disse. — Sei disposto a rischiare la vita per il tuo dovere. Io non sto facendo nulla di diverso.
Kari scosse la testa. Si voltò verso gli uomini del suo Clan. — L’avete sentita — disse seccamente. — Niente armi.
— Procurami un megafono — aggiunse Vanja.
Dalla sua casa all’Università c’erano poche centinaia di metri. A segnare il confine era solo una siepe, senza nemmeno un cancello a separare le due aree. Al di là della siepe c’era rumore e tensione. Gruppetti di studenti stavano raccolti qui e lì, a parlare nervosamente. Vanja passò fra di loro, fra i loro sguardi, scese l’ampia scalinata fra il Policlinico e la spianata del Viale della Scienza, una strada che aveva fatto tutti i giorni quando studiava. La scalinata era ingombra di gente seduta, e lei doveva scendere a zig zag, muovendosi sulle scarpe basse con una fretta che era dettata dalla rabbia più che da qualunque altra cosa.
— Console! Ci pensa lei a toglierci di torno la polizia? — Vanja non cercò di capire chi aveva parlato. Scosse la testa violentemente. — Andate a casa! — gridò. L’accolse un coro di voci di protesta. Vanja non si fermò a discutere.
I viali ampi e le scalinate e gli edifici dell’Università sembravano incredibilmente pacifici. C’era un brusio di voci in aria, e musica, e perfino risate. Niente di diverso dalle feste universitarie, il giorno della Fondazione, il compleanno di Hanvard, quando i festeggiamenti duravano tutta la notte.
Ma non era una festa, e Vanja vedeva negli occhi giovani che la seguivano, che la incrociavano, che cercavano i suoi, che questo tutti lo sapevano.
La scalinata sull’atrio di Giurisprudenza era fitta di gente. Vanja cominciò a chiedere: — Permesso. Fatemi passare. Fatemi passare, per favore. — La folla si aprì per lei, lentamente e con fatica. Tutti la guardavano. Si aspettavano qualcosa da lei, e lei sapeva di non poterglielo dare. — Console, che succede? — le chiese una ragazza. Vanja indicò la sommità della scalinata: avrebbe parlato una volta dentro. — Avete ratificato il decreto?
C’erano mani che cercavano di afferrarla, di trattenerla. — Il decreto è stato ratificato — disse Vanja con voce alta e chiara. — Il Console Interno si è astenuto. Andate tutti a casa, prima che sia troppo tardi. — La scalinata intera, un po’ per volta, si alzò in piedi attorno a lei, urlando e protestando. Vanja alzò le mani. La scorta, Kari Kaldar e i suoi, faceva fatica a seguirla. — FATEMI PASSARE! — urlò lei, e riuscì ad aprirsi un varco fra i corpi giovani e spaventati che le si facevano addosso.
Dentro l’atmosfera si era riscaldata. Un oratore cercava di farsi udire dal palco al centro dell’aula magna, sbracciandosi per ottenere silenzio, ma c’erano troppo altre voci che urlavano contemporaneamente. Tutti erano in piedi, e gridavano. Vanja si districò dalla folla e arrivò al palco. L’oratore le lasciò il posto, ma il silenzio non venne. Adesso stavano gridando contro di lei — o semplicemente a lei. Vanja alzò di nuovo le braccia, facendo un gesto con le mani aperte a palme in giù, come spingendo qualcosa verso il basso. Qualcuno cominciò a urlare — Silenzio! Silenzio! — e piano piano il rumore scemò, fino a ridursi a un basso ruggito di fondo, che echeggiava sotto gli antichi soffitti di marmo, ma che le permetteva di farsi udire.
Era in quella sala che si era laureata. Era una bella sala, marmo bianco e colonne doriche, legno reso lucido da generazioni di passaggi sui corrimani delle scale e sugli scranni. Era un’Università antica e orgogliosa quella del Centro, la più vecchia della Galassia ora che Chashanna non esisteva più.
— Il Consiglio ha deliberato — cominciò. — Il decreto è stato ratificato. Mi dispiace, ragazzi.
Ci fu un boato di proteste anche se, ovviamente, lo sapevano già tutti. La notizia era diventata ufficiale quel pomeriggio.
— Ho tentato... — Il rumore era ancora troppo per parlare. Vanja si voltò verso l’oratore che le aveva ceduto il palco. Era Esra Ellentari, uno dei membri della giunta esecutiva del Consiglio Interfacoltà, un ragazzo brillante e, ahimè, testardo. — Li puoi fare tacere?
Ellentari scosse le spalle. Aveva un’aria stanca, e preoccupata, ma c’era una scintilla dura nei suoi occhi. Vanja era preoccupata da quella più che da ogni altra cosa. Era la stessa scintilla che vedeva in tutti i volti che la circondavano. Era la fiammella di una ribellione cocciuta.
— Silenzio! — urlò Vanja, sapendo anche mentre gridava che avrebbe dovuto rassegnarsi ad aspettare.
Sì, erano ribelli, questi qua. Vanja ribelle non era mai stata, ed era solo in confronto al tetragono conservatorismo del Centro che poteva sembrarlo. Non era in favore di ribellioni e rivoluzioni, non era per la sovversione e nemmeno per il riformismo troppo spinto. Era un’aristocratica illuminata, ma pur sempre moderatamente conservatrice, una Horayto—Ekera, figlia di una famiglia che aveva governato il Centro per generazioni, e credeva di sapere come farlo meglio di ogni altro. Non era un’estremista, una ribelle o una rivoluzionaria, e non credeva nel supremo sacrificio di sé in nome di un’idea, credeva nel compromesso e nella ragionevole discussione, credeva nei piccoli passi, nel fare quello che era possibile. Ma si trovava lì, a rischiare la vita per una ribellione che non condivideva neppure, perché perfino lei si trovava spinta con le spalle al muro. Era moderata, ma non ipocrita. Non scambiava il paternalismo per buon governo né il populismo per un miglioramento della condizione umana. Era moderata, ma non stupida, e aveva visto Laney per quello che era: un tiranno, il cui unico scopo e la cui unica idea era la propria ambizione.
Quei ragazzi assiepati lì ai suoi piedi, che pure sapevano quello a cui andavano incontro, non volevano essere ragionevoli. Non volevano tornare indietro. Tutti loro sapevano di cosa era capace la SATO, era per questo, fra le altre cose, che erano qui. E lei sapeva che avevano ragione, ma sapeva anche che farsi ammazzare non sarebbe servito a nulla.
Qualcuno — Kari Kaldar, che la Dea lo benedisse — le mise in mano un megafono, un oggettino scuro e quadrato, da tenere davanti alla bocca. — Silenzio — disse, e il megafono trasformò la sua voce in un tuono da giudizio universale.
— SILENZIO!
L’aula si quietò piano piano. — Ascoltatemi — proseguì Vanja.
— ASCOLTATEMI.
Prese fiato.
— HO TENTATO DI FARE VALERE LE VOSTRE RAGIONI. NON E’ STATO POSSIBILE. — Vanja fece una smorfia. Il tuono del megafono la assordava.
— LORO HANNO SOLDATI, TANK, ELICOTTERI. E LI USERANNO.
Migliaia di facce la guardavano, occhi sbarrati, visi pallidi o tirati, volti giovani e delicati, per cui era ancora tutto possibile. Nessuno lì dentro aveva più di trent’anni.
— POSSONO ENTRARE QUI DENTRO E SGOMBRARE L’UNIVERSITA’. E SE DOVRANNO AMMAZZARE TUTTI VOI DAL PRIMO ALL’ULTIMO PER FARLO, LO FARANNO.
TORNATE A CASA.
Nonostante il megafono, un nuovo boato esplose a questo punto.
— TORNATE A CASA — ripeté Vanja. — L’UNICA COSA CHE POTETE FARE E’ CONSERVARE LA VOSTRA VITA. CI SARANNO ALTRE BATTAGLIE. CI SARANNO ALTRI MOMENTI.
Vanja sapeva che non la stavano ascoltando. Sapeva che non l’avrebbero ascoltata. Ma doveva tentare.
— SE VI FATE MASSACRARE, NON FARETE CHE FARGLI UN FAVORE. NON DOVRANNO NEMMENO FARE LA FATICA DI VENIRVI A CERCARE. SIETE TUTTI RIUNITI QUI.
“TORNATE A CASA. SALVATEVI.
Ellentari le fece un gesto e Vanja, a malincuore, gli consegnò il megafono.
— COLLEGHI — disse Ellentari. — AVETE SENTITO IL CONSOLE. ADESSO ASCOLTATE ME. SE TORNIAMO A CASA, VERRANNO A PRENDERCI UNO PER UNO. OGNI NOTTE QUALCUNO DI NOI. LO SAPETE BENISSIMO, PERCHÉ È GIÀ SUCCESSO. SE OGGI RESTIAMO, POSSIAMO DIMOSTRARGLI LA NOSTRA FORZA. POSSIAMO MOSTRARLA A TUTTA TYROS. A TUTTA LA GALASSIA. SE ANDIAMO VIA, CI FAREMO MASSACRARE IN SILENZIO.
Vanja vedeva Kari Kaldar, su un lato della sala, che scuoteva la testa. Non sapeva se giudicava con tanto sconforto le parole di Ellentari, o lei.
— AMICI — continuò Ellentari. — CHI VOTA PER CONTINUARE L’OCCUPAZIONE.
Una foresta fitta di mani scattò in aria. Vanja incrociò le braccia, e chiuse per un momento gli occhi.
— CHI VOTA PER TERMINARE L’OCCUPAZIONE.
Un paio di mani, di gente che tentava disperatamente di farsi udire. Vanja tese una mano verso Ellentari. Il megafono tornò a lei.
— D’ACCORDO — disse. — IO SPERO CHE CAMBIERETE IDEA. FINO A CHE NON SUCCEDERÀ, RESTERÒ QUI NELLA FACOLTÀ OCCUPATA.
Un colossale, gigantesco boato di approvazione.
Kari Kaldar aveva una mano sul viso. Vanja scese dal palco, sentendo che il terreno le veniva meno sotto i piedi.
La strada saliva fino in cima a Capo Thierna prima di rituffarsi giù, a tornanti stretti, verso la costa arida e impolverata, appena punteggiata di ginestre, e le rapide creste furiose che si inseguivano in mare fino all’orizzonte livido. La donna a cavalcioni della motocicletta nera si fermò bruscamente, con uno strappo al campo sul quale era scivolata in silenzio fino ad allora, e guardò le due file di casette acquattate in basso vicino all’unica corta spiaggia della costa. Del suo viso sotto il casco era visibile solo una smorfia tirata della bocca.
Ora che non sentiva più la resistenza dell’aria che spostava correndo, il vento si rivelava in tutta la sua forza. Alzò la testa, nel casco appuntito, gli occhi invisibili dietro la visiera nera, e passò in rassegna i cieli. Fece uno schiocco con la lingua, forse di disappunto. Il temporale stava arrivando.
Alla sua destra, lontano, si vedeva la colonna dell’ascensore orbitale offshore di Thierna—Kaiekma salire dal mare e riflettere l’arancio carico del cielo alle sue spalle, una striscia lucida di fuoco contro un fondale di nubi minacciose, la stazione d’arrivo nascosta dalla curva dell’orizzonte. Sarebbe stato buio fra poco.
Se era scesa proprio dall’ascensore di Chashanna era stato per un gesto estremo di sfida e, confessiamolo, di disperazione. Aveva avuto paura, sì. Vampe di calore e la bocca secca di puro terrore... ed era passata. Era passata. Era ancora viva. Nel correre lungo la costa sentendo il vento del suo pianeta natale accarezzarle la pelle ora provava una gioia sconfinata, un’euforia bruciante, come una palla di fuoco che le cresceva nel cuore e le esplodeva da ogni poro della pelle. Era ancora viva, e ancora libera.
Di nuovo strinse le labbra e guardò il villaggio ai suoi piedi. Erano per la maggior parte profughi di Chashanna quelli che lo popolavano, che partivano ogni otto ore dalle baracche allineate lungo la strada di polvere per salire sul trasporto della Ayez Mineraria e raggiungere la bocca nera della miniera di rame oltre le colline. Prima della guerra da lì partivano quindici pescherecci che rifornivano Kaiekma e, in misura minore, Nemia. Ma le barche ora giacevano sulla spiaggia, coricate su un fianco e annerite dalle fiamme. I pescatori non c’erano più, fuggiti, dispersi, o inghiottiti dalla miniera.
C’era odore di ozono nell’aria, e un vento teso e freddo. Twony sospirò e fece partire il motore meccanico del ciclo, che coprì completamente il fischio del vento con il suo rombo stridulo. Controllò che le ruote girassero come dovevano, e poi ritirò i campi. Si strinse il casco e impugnò il manubrio con un certo nervosismo. Erano passati anni dall’ultima volta che aveva controllato un veicolo a due ruote su una strada scoscesa, nel temporale. In teoria, questo rendeva ancora più credibile la storia che si era preparata... ma non era affatto sicura di poter giungere fino al villaggio prima di incappare in un incidente niente affatto simulato.
Il ciclo balzò in avanti bruscamente, e subito slittò sul ghiaino. Twony ringhiò piano sotto il suo casco, mentre le tornavano in mente i trucchi e i movimenti per controllare quella che, strappata alla purezza aerea dei suoi campi, non era più una docile macchina al suo servizio ma si era fatta un avversario recalcitrante. Doveva concentrarsi sul controllare il ciclo e non avrebbe più dovuto perdere tempo per guardarsi intorno, ma con la coda dell’occhio coglieva il farsi sempre più cupo del cielo, lo scemare graduale della luce.
Fra il temporale e la sera era del tutto buio quando arrivò sulla costa. Il vento quasi urlava più del maledetto motore. La pioggia le aveva punzecchiato senza pietà il corpo per tutti gli ultimi dieci minuti, insinuandosi sotto il casco e dentro il colletto della tuta, rendendo la visione difficile e il terreno scivoloso. Nella luce dei fari, la prima casa comparve come un ostacolo terrificante, e poi, dopo un ultimo respiro affannoso, ci fu il gemito di freni, l’impazzire del paesaggio, il terreno che le veniva incontro sbattendole in faccia e il campo protettivo che la tirava indietro quasi con altrettanta violenza. Poi, buio, pioggia, e un ronzio quasi insopportabile nelle orecchie. Non le passò neppure per la testa di cercare di alzarsi, quando due volti preoccupati e bianchi comparvero sopra di lei, intimandole di stare ferma.
Aveva ancora un gran mal di testa quando si svegliò. Per i primi secondi, aprendo gli occhi, fissò le sbarre di ferro davanti ai suoi occhi con una terribile stretta allo stomaco e un senso di ingiustizia. Poi voltò la testa, e vide che la porta della cella era aperta.
Si tirò a sedere e sbatté gli occhi. Era dentro uno dei vecchi Moduli Imperiali, tutto (finto) ottone traforato e liquide curve art decò. Nonostante l’aria frivola del motivo a quadrifogli che copriva la bocchetta dell’aria condizionata poco distante dalla sua testa, erano costruzioni robuste, funzionali, e fatte per durare. Anche ammettendo che questo fosse uno degli ultimi moduli costruiti sotto gli Horayto—Ekera prima della caduta dell’Impero, non poteva avere meno di un secolo e mezzo di vita. Tyros ne doveva avere ereditato un gran numero, se veniva a spargerli perfino in questo villaggio dimenticato da tutti fra Terakanta e Neime. O forse, non reputavano che un villaggio Esterno meritasse di più di un vecchio residuato dell’Impero.
L’aria condizionata non funzionava troppo bene e nel modulo faceva caldo. Anche le lampadine che correvano lungo l’orlo curvo della stanza in cui si trovava si erano salvate solo parzialmente: una spenta, due accese, tre spente, una accesa, due spente... Un tempo, questi moduli circolari, economici e di facile costruzione, tutti uguali, tutti robusti e funzionali, che fungevano da stazione di polizia, centro di comunicazioni, biblioteca pubblica e scuola elementare, erano stati il segno tangibile della volontà dell’Impero di portare un minimo comun denominatore di civiltà in ogni angolo del proprio territorio. Ora Tyros ne faceva un mezzo comodo e poco costoso per portare la repressione fin nella carne dei pianeti che controllava, e agli occhi di Twony apparivano come un simbolo brutale di un’abiura: l’abiura degli ideali di servizio e civiltà del Centro. Le lampadine erano bruciate e al terminale, lì nell’angolo, mancavano schermo e tastiera. Ma la cella in cui si trovava senz’altro funzionava ancora da prigione.
Twony si alzò a sedere e fece l’inventario dei danni. Niente ossa rotte, a quanto pareva. Le avevano tolto la tuta attrezzata — doveva davvero essere svenuta, se non se n’era accorta — e adesso portava solo la sottotuta di cotone, leggera, senza maniche e che finiva a metà coscia. Però aveva caldo comunque. Scosse la testa, si passò le mani nei capelli e si alzò in piedi. In un angolo della cella con la porta aperta c’era la tuta, ben ripiegata, o almeno ripiegata per quanto le parti rigide lo consentivano, e le scarpe. Twony ne prese nota ma uscì a piedi nudi.
Il calore e la luce cominciarono ad avvolgerla già nell’atrio, ma l’impatto con l’esterno, quando uscì, fu come un muro di luce bianca e di umidità soffocante, che per qualche secondo le fece socchiudere gli occhi e la fermò sul secondo scalino.
— Oh, è sveglia — disse una voce d’uomo dietro di lei, in lingua centrale. Twony si voltò.
L’uomo che era venuta a uccidere, il sergente Lantras Enneyun, era sull’uscio del modulo e la guardava con un sorriso sulle labbra.
— Buongiorno — disse Twony, riparandosi gli occhi con una mano.
— E’ caduta con la moto ieri sera — le riferì il tyrosiano.
Twony annuì. — Me lo ricordo — disse. — Avevo spento i campi per via del temporale. — Non era vero che fosse pericoloso tenere accesi i campi di un ciclo durante un temporale, come Twony, che sapeva costruire, smontare e rimontare un generatore di campi a occhi chiusi, sapeva benissimo. Ma era un’idea molto diffusa che lo fosse e senza campi, su una strada bagnata, un ciclo diventa instabile e difficile da manovrare e si cade facilmente. Quando aveva fatto i turni di emergenza al pronto soccorso di Orano Twony ne aveva visti tanti, di traumi da caduta da ciclo.
— E’ stata fortunata — disse l’uomo. — Se non fosse stato per la tuta...
— Sono stata fortunata ad avere la tuta — disse Twony. — Me l’hanno prestata assieme al ciclo. Dovevo essere a Terakanta per l’imbarco entro le dieci. Suppongo di avere perso il posto, a questo punto.
I suoi occhi si erano adattati alla luce, ormai, e poté abbassare la mano e tenderla al tyrosiano. — Mi chiamo Yegivé Kauris, sono macchinista navale, almeno lo ero. Dovrò trovarmi un altro imbarco. E pagare la penale, naturalmente. Avete un telefono qui?
— Ha ancora tutte le ossa a posto, però — fece notare l’uomo. — Lantras Enneyun — aggiunse, stringendole la mano. — Sono l’ufficiale distaccato qui. E no, il telefono è isolato da ieri. Solo il cielo sa quando ce lo riattaccheranno. Abbiamo una radio, però.
Twony scosse la testa. — Aspetterò di essere a Terakanta, grazie. — Il telefono l’aveva tagliato personalmente, la sera prima, in tre punti diversi. La radio poteva facilmente essere disturbata. Yokai le aveva detto dov’era nascosta la pistola.
Sarebbe stato più facile arrivare in tre, comodi e freschi, in una delle jeep del gruppo di Neime, scendere, trascinare Enneyun in strada e sparargli. Non le piaceva affatto chiacchierare con uno che avrebbe dovuto ammazzare. Ma non aveva nemmeno intenzione di eseguire le condanne a morte di Ferni Avernil senza prima dare un’occhiata alla situazione.
— Dov’è il mio ciclo?
Enneyun indicò con un dito un punto perso nel bagliore del sole e strizzando gli occhi Twony vide la sua motocicletta all’ombra di un muro, dall’altra parte del tratto di polvere gialla che passava fra il modulo e una schiera di casupole, e che probabilmente era quello che lì chiamavano “strada”. Dall’alto della collinetta, il paese le era sembrato ordinato, due file di case che si fronteggiavano e qualche altra costruzione sparsa qua e là. Dal basso, da dentro, l’aspetto era diverso e diverse le idee che le suggeriva. Le case non erano quelle che avevano definito il paese negli anni prima dell’arrivo dei tyrosiani: nessuno sui Pianeti Esterni allora, anche volendo, avrebbe mai potuto costruire una fila di costruzioni identiche. Dovevano essere state costruite dopo, dalle compagnie minerarie, per i minatori. Che cosa era successo del paese di prima?, si chiese Twony. Forse le case erano state distrutte, bruciate o fatte saltare, per rappresaglia o per evitare che gli abitanti le usassero come nascondigli di armi o persone o chissà che cosa. Forse la compagnia mineraria le aveva abbattute perché riteneva le sue case a schiera migliori, per i suoi scopi o forse addirittura per il villaggio — non c’era ragione di pensare che non fossero animati da un sincero desiderio di fare del bene ai Pianeti Esterni, o almeno quello che loro ritenevano del bene.
Ma a un certo punto errori, limiti economici, o il peso della corruzione, erano intervenuti e avevano prodotto quelle case che lei vedeva ora davanti a sé: di cartongesso leggero sciolto dalla pioggia e punteggiato di muffa, con un tetto di lamiera che doveva rendere l’interno caldo come un forno e gelato di notte e porte e finestre che chiudevano male contro infissi deformati. Ogni casa aveva una porta e una piccola finestra che davano sulla strada e tutte sembravano deserte. Non si vedeva nessuno alle finestre e le porte erano tutte chiuse — strano, con quel caldo. Twony annuì a Enneyun e attraversò lo spiazzo di terra battuta, per inginocchiarsi accanto al ciclo.
Sapeva benissimo cosa avrebbe trovato perché era stata lei a dire ad Atrian come sabotarlo. Quello che non si era aspettata era la puzza. La colpì come un muro, tagliandole il respiro e riportandole un succo acido su per la gola. Si guardò attorno e vide, incredula, il rigagnolo che usciva da sotto la fila di case. Enneyun si era avvicinato.
— Sì — disse. — Non è una situazione ideale, lo so. Ma non ci sono i soldi per interrare le tubature.
Twony annuì, salì a cavalcioni del ciclo e tentò di metterlo in moto. Il motore non rispose, come ovvio. Spinse giù la pesante macchina dal cavalletto e si trascinò con i piedi lontano dal rigagnolo puzzolente.
— Non sarebbe meglio una fossa settica?
— Sì, sarebbe meglio. Ma nessuno ce la viene a svuotare.
Twony lo guardò. L’uomo sembrava a disagio. — E’ l’accensione?
— Il motorino di avviamento. I campi sembrano funzionare.
— Oh.
— Si può aggiustare. Tanto a questo punto il mio ingaggio è andato. La rimetto a posto e riparto. Non si preoccupi.
— Non sono preoccupato.
— Ah, ha bisogno dei miei documenti, vero?
— Oh... sì, certo.
Twony frugò nella tasca del ciclo e gli porse una tessera plastificata. Il tyrosiano la guardò attentamente, cercando senza molto successo di assumere un’aria ufficiale. Certo che le apparenze ingannano, pensò Twony. Che cosa avrà fatto questo imbranato per attirarsi una condanna a morte della Dikea? Poi pensò al villaggio con le sue porte e finestre serrate, con i suoi muri ammuffiti e sconnessi, con la fogna a cielo aperto, e una rabbia nera le salì dentro.
— Le ci vorrà un lettore — disse Twony, in tono incoraggiante. Sapeva perfettamente che il lettore avrebbe dato un nome falso: e per di più, che con le linee di comunicazione interrotte Enneyun non poteva fare alcun controllo.
— Quando pensa di ripartire? — chiese Enneyun.
Twony guardò teatralmente il suo mezzo di trasporto. — Dipende — disse.
L’ultima porta si aprì, scricchiolando, e ne uscì una donna. Twony alzò la testa. Era, o almeno era stata, una bella donna, con lunghi capelli neri lisci e lucidi, ma aveva l’aria stanca. Ed era incinta. Molto incinta. Sette, otto mesi, pensò Twony. Portava un vestito che una volta doveva essere stato bello e di buona stoffa, ma era stato ormai rovinato da anni di lavaggi.
— Ciao, Mhara — disse il tyrosiano, in asgro, e la donna fece un gesto con la testa verso di lui.
— Salve — disse, rivolgendosi a Twony. — Sono Mhara Senprun.
— Yegivé Kauris — rispose lei. — Sono arrivata ieri sera. C’eri anche tu, o no? Mi sembrava di ricordarti.
— Anch’io ti ricordo, sì — disse Senprun. Passò qualcosa, nei suoi occhi neri, e Twony annuì. Senprun fece un gesto verso il ciclo. — E’ rotto?
— Sì, sì, a quanto pare. Rotto. — Si massaggiò la testa. — Non è che avete qualcosa per il mal di testa, per caso? Aspirina, paracetamolo...
Il tyrosiano e la donna si scambiarono un’occhiata incredula. — No — disse Senprun. — Mi spiace.
C’era una sfumatura cauta nella sua voce e Twony pensò: non hanno il coraggio di dirmelo, ma non possono sprecare medicine per uno di passaggio, che a quanto pare se la passa molto meglio di loro. Andiamo bene.
— Non importa — disse.
— Se vuoi — disse la donna — puoi riposarti un po’, prima di metterti a lavorare sul ciclo. Puoi stare sul mio letto. — Fece un cenno vago verso la bocca da forno che era la casetta, e questa volta Twony colse il viso di un bambino, abbastanza pulito e piuttosto magro, che la guardava con occhi sgranati dal buio.
— Sì — disse Twony. — Mi sembra una buona idea.
Non le sembrava affatto una buona idea, infilarsi in quella fornace le avrebbe dato il colpo di grazia e non escludeva di prendersi qualche malattia fatale stando sopra i vapori delle fogne, ma era anche per quello che era venuta fin lì, no? Per vedere con i suoi occhi come stavano le cose.
Fece un cenno a Enneyun, che aveva ancora in mano la sua tessera di identificazione. — Vuole tenerla lei, quella?
Era passata istintivamente al centrale.
Enneyun la alzò in aria. — Vado a prendere nota e gliela ridò subito.
Twony chinò la testa, tirò giù le borse dal ciclo ed entrò nella casa. La donna si chinò, sussurrò qualcosa al bambino e lo spinse fuori, chiudendo la porta alle sue spalle.
C’era un’unica brandina nella stanza sul retro. Twony si sedette e frugò nella borsa, alla ricerca di un’aspirina che le sembrava di avere lasciato in una delle tasche molti mesi prima. Non c’era.
La donna si avvicinò e si inginocchiò davanti a lei. — E’ arrivato il momento? — chiese, in un soffio.
— Cosa?
— Di sollevarsi. E’ per questo che sei tornata su Asgro?
Twony la guardò. — No — disse. Vide qualcosa spegnersi sul volto della donna e sentì una miserabile vergogna stringerle lo stomaco. — No, non sono tornata per questo.
Mhara Senprun annuì. Aveva una contrattura dolorosa sul viso, e Twony sentì pesarle addosso il caldo e la puzza di quella baracca di cartone come un peso fisico, come un rimprovero. Lasciare Asgro, quando era venuto il momento di farlo, era stato uno strappo immensamente doloroso, era stato come farsi togliere un pezzo di corpo, una mano, un occhio o la milza, senza anestesia e nascosti in un buco nel terreno sapendo che quella chirurgia d’emergenza ti può ammazzare ma è l’unica tua speranza. Lasciare Asgro era stato molto diverso da come se l’era immaginato quando era libera, quando aveva tanto desiderato di vedere il resto dell’universo, con gli occhi aperti e curiosi, conoscere, incontrare, desiderare e poi, naturalmente, tornare. Lasciare Asgro era stata una morte solo differita, e in parte già sperimentata. Si era sentita una vittima.
Certo quando aveva scelto di combattere sapeva che la fine sarebbe stata quella. Non aveva mai sperato veramente nella vittoria. Aveva scelto sapendo bene che probabilmente l’avrebbero uccisa, che era una scelta che le avrebbe portato orrore, fatica, dolore e privazioni. Aveva invidiato gli altri, quelli che avevano potuto o voluto piegare la testa e conservare qualcosa della loro vita di prima.
Ma adesso qui si rendeva conto che era stata lei a essere fortunata. Aveva penato e sofferto, aveva provato fame e stanchezza e freddo e dolore, era stata in esilio e in costante pericolo di morte, ma non si era mai trovata costretta a crescere un figlio in un tugurio puzzolente, senza speranza e senza via d’uscita. Adesso, in confronto a Mhara, era ben vestita, ben nutrita e libera, e se ne vergognava.
Twony si passò le mani sul viso.
— Aspetta un attimo — disse Mhara, e si alzò. Twony si tolse le mani dagli occhi e la vide rovistare in una scatola di cartone che aveva tirato giù da uno scaffale, una tavola di legno grezzo inchiodata alla parete. Mhara si voltò verso di lei e le porse una pastiglietta bianca.
— Paracetamolo — disse la donna.
Twony la prese in mano, con una certa esitazione. Capiva benissimo che una pastiglia di paracetamolo qui, in mano a gente che probabilmente non aveva abbastanza denaro liquido nemmeno per una camicia nuova, valeva più dell’oro. E che solo perché era Thuien Twony, e incarnava la speranza di quella rivolta e di quella liberazione che, lei lo sapeva bene, non sarebbe giunta presto e forse non sarebbe giunta affatto, che Mhara gliela aveva messa in mano. Come i Pianeti Esterni gli avevano messo in mano soldi, armi e informazioni, nella speranza che loro, gli esiliati, ne facessero qualcosa. E lei che cosa ne aveva fatto? Aveva assicurato la sopravvivenza della sua cellula, in condizioni molto migliori di quelle di Mhara e gente come lei, in vista di chissà cosa. Era questo che Avernil le rimproverava, no? E non aveva torto. Solo, lei non vedeva altre alternative.
— Grazie — disse. Ne venne fuori un rumore gracchiante e Twony dovette schiarirsi la gola e dire di nuovo: — Grazie.
Mhara le sorrise, un sorriso molto bello in quel volto sciupato, e andò a cercarle un prezioso bicchiere d’acqua.
Il paracetamolo e un paio di ore distesa nella branda di Mhara avevano attutito un po’ il mal di testa, quando Mhara la svegliò e le disse che era pronto da mangiare. Twony si alzò a sedere e prese il piatto che la donna le porgeva. Era un piatto fondo, di metallo smaltato, bianco con una riga blu sull’orlo, di un tipo e un disegno che erano stati immensamente popolari a Chashanna prima dell’invasione. Twony e Ara ne avevano avuti dodici pezzi esattamente identici nella loro casa, anche se questo era rovinato, graffiato e sbeccato. Twony fu travolta, per un momento, da una lancinante nostalgia per Ara, un dolore che credeva di avere, se non sepolto, perlomeno imparato a tenere sotto controllo. Il piatto era sopravvissuto, rovinato ma persistente, perché suo fratello Ara no? Perché non poteva anche lui essere da qualche parte, invecchiato e amareggiato, magari umiliato e povero, ma vivo, perdio, i suoi occhi ancora sorridenti, la sua voce ancora tenera? Perché non era riuscita a salvarlo?
— Qualcosa non va? — chiese Mhara.
Twony alzò gli occhi.
— No. Avevo dei piatti come questi a casa, a Chashanna. Sono anni che manco da Asgro, e certe cose... — cercò le parole e finì debolmente. — Mi ricordano casa mia. — Poi guardò il contenuto del piatto. Erano lenticchie, del tipo piccolo e saporito che veniva dall’entroterra di Terakanta, guarnite perfino da una solitaria foglia di salvia. Twony stava per infilare la forchetta che Mhara le aveva dato nel piatto quando le venne un sospetto.
— Tu non mangi?
— Ho già mangiato — disse Mhara.
Twony le mise il piatto in mano e si alzò. C’era un fornello a gas in un angolo, con la pentola dove erano state cucinate le lenticchie ancora sopra. Twony guardò le tracce di sugo sull’orlo, calcolando.
— Mhara — disse. Si fermò. Non sapeva cosa dire. Era arrabbiata, e non voleva prendersela con Mhara, che si toglieva il cibo di bocca, a sé e forse anche a suo figlio, certamente al figlio che portava in grembo, se doveva sfamare un’ospite. — Tuo figlio ha mangiato? — chiese piano.
Mhara sospirò. — Oggi sì — disse.
Twony la guardò, scosse la testa, afferrò la giacca leggera che aveva tirato fuori dalle borse del ciclo, aprì la porta e uscì fuori.
Andò dritta verso il mare, verso i relitti delle barche da pesca abbandonati sulla spiaggia. Non si preoccupò nemmeno troppo di guardarsi intorno. Il paese era immerso in un calore immobile, soffocante, sottolineato dal grido disperato delle cicale. Avrebbe notato qualunque movimento, qualunque presenza in quel cimitero ardente. Scelse il relitto giusto e salì a bordo, infilando di sbieco la porta rovesciata della cabina. L’impianto cocleare si risvegliò e le disse, con la voce di Yokai: — Oh, ti sei decisa, finalmente.
Twony non rispose. Nella cassetta gialla con il lucchetto sfondato, sotto il timone, esattamente dove Atrian aveva detto, c’era la pistola. Se la infilò in una delle tasche della giacca e tornò verso il paese e il modulo.
— Perché hai aspettato fino ad ora? — chiese Yokai.
— Avevo mal di testa — disse Twony a voce molto bassa, quel tanto che bastava per farsi sentire dal microfono che aveva nella laringe.
Entrò nel modulo e cominciò a cercare Enneyun. Aveva intenzione di togliersi il pensiero prima possibile. Aveva visto tutto quello che le serviva vedere, aveva capito quello che Avernil voleva farle capire mandandola lì, non c’era ragione di aspettare ancora.
Nell’atrio il tyrosiano non c’era, e nemmeno nella stanza sulla sinistra, che doveva essere il suo ufficio. Una musica proveniva dalla sua destra e Twony la seguì.
No, non le piaceva ammazzare la gente, ma sono cose a cui ci si abitua. O, se non ci si abitua, si impara a fare. Aveva perso il conto di quanti erano stati, le sembrava che non fosse passato un giorno da quella prima volta in cui non avesse ucciso qualcuno, anche se ovviamente non era così. Non era stato bello imparare, ma l’aveva fatto. Solo che ora, mentre cercava la sua vittima con una certa urgenza fra le pareti di finto ottone del modulo, Ara era troppo presente, troppo vicino, Ara e lo sguardo sgomento che aveva avuto quando in quella sciagurata estate di Chashanna di tanti anni prima gli aveva detto che aveva varcato quella frontiera, che aveva perso la sua innocenza, che l’aveva tradito, lui e se stessa e il comune vincolo dell’umanità che lega tutti i viventi. Che aveva ucciso un uomo, che non era pentita e l’avrebbe fatto ancora.
Twony aprì una delle porte scorrevoli che dividevano i locali nel modulo con uno sferragliare dolce e sommesso — ah, la gentile tecnologia del Centro, così discreta e morbida! — ed Enneyun si voltò verso di lei, con un soprassalto colpevole (Dora, quanto m’è dura questa morte /ingiusta, che mi separa da te), spegnendo di scatto la radio.
— Ah, è lei — disse con un sorriso preoccupato, alzandosi in piedi.
Twony lo fissò per un secondo scarso, poi attraversò la stanza e riaccese la radio. Dall’unico altoparlante ancora funzionante la musica riprese a diffondersi, piatta, metallica, precaria. Ma non aveva importanza. Twony sentiva risuonare nella memoria quella voce d’uomo che cantava, ne conosceva ogni nota e ogni sfumatura.
Le vostre forze non la vostra morte
Servono oggi al vostro futuro
Fuggite e nascondetevi, vivete
E fate il mio morire meno duro
Con le lacrime tempo non perdete
Non cade per il pianto nessun muro
Twony guardò Enneyun, incredula. Lo guardò mentre scivolava su di loro l’ultima canzone di Shai Krailin, coni suoi versi così goffi per quello che era stato un poeta raffinato e sottile, composta quando sapeva di non avere più speranza, nell’ultimo giorno della rivoluzione Tyrosiana, cantata con voce malferma quando il momento dei concerti e della popolarità era passato da tempo e non restava che una carica vuota e la morte. Era una canzone semplice e anche piuttosto retorica, ma in fondo Shai era stato un uomo semplice e anche piuttosto retorico e Twony, che pure la retorica odiava, nel suo caso sentiva di poterla giustificare. Perché quando stanno per travolgere il governo rivoluzionario di cui hai fatto parte, hanno massacrato i tuoi sostenitori e distrutto le tue speranze, stanno marciando sulla capitale per venirti a prendere e passare per le armi con i tuoi compagni, per imporre con il sangue e con il terrore una svolta verso tutto ciò che deplori, insomma, forse un tantino di retorica te la puoi concedere. E se hai quel dolore e quella disperata speranza nella voce mite; se sei uno che non ha mai fatto o voluto male a nessuno e ha cercato fino all’ultimo di negoziare con i tuoi nemici; se vieni preso e i tuoi compatrioti di spezzano a colpi di calcio di fucile le mani sulla balaustra di marmo del palazzo del governo dalla quale hanno appena scaraventato giù i tuoi compagni che laggiù sul selciato stanno finendo a calci, e poi ti chiedono come farai adesso a suonare; e se ti portano via verso un destino che solo i Say conoscono per certo ma che tutto il resto della Galassia immagina benissimo, un po’ di retorica ti viene perdonata. E succede che anni dopo gente che non ha neanche una goccia di sangue in comune con te ma molti altri motivi di sentirti vicino prende il tuo ultimo disperato invito all’universo a non piangere per te ma a continuare la lotta e ne fa la sigla delle proprie trasmissioni radio clandestine. La Radio Dikea. E i discendenti dei tuoi compatrioti, quelli che ti hanno spezzato le mani e torturato a morte, la mettono fuori legge e chiunque venga pescato ad ascoltarla passa dei seri, seri guai. Anche se veste l’uniforme di Tyros.
— Oh là là — disse la voce di Yokai nell’impianto cocleare. — Beccato con le mani nella marmellata. Fortuna per lui che sei solo tu e non un ispettore della SATO. Tu ti limiti ad ammazzarlo.
Perché la lotta non sia mai finita
perché sconfitta la mia non vi sembri
Di un cuore lieve fatevi forti
Non la vedrò ma avrete un’altra vita
Quel giorno la memoria non v’ingombri
Dimenticate, con me, tutti i morti
Enneyun tornò a spegnere la radio, questa volta senza guardarla. Seguì un silenzio lungo e pesante. Twony aveva la mano sinistra infilata in tasca, sul peso familiare della pistola.
— Lo sa che cos’è? — chiese Enneyun alla fine.
— Non sarò con voi — disse Twony, piatta. — Shai Krailin. Radio Dikea.
Enneyun girò la testa di lato per guardarla. — Non so come la pensi lei. Questa è una piccola stazione, lontana dal presidio di Terakanta...
— Io sono Esterna — disse Twony. — Non ha bisogno di giustificarsi con me. Non la denuncerò di certo.
Enneyun si raddrizzò leggermente. — Mi creda, non sono una spia della Dikea.
Twony sorrise. — Solo un tyrosiano lontano dalla forza armata del suo governo? Non si preoccupi. Non combatto con la Dikea e non mi occupo di politica, ma se le piace stare ad ascoltare Krailin, o le ultime informazioni su come sta andando la lotta contro l’invasore tyrosiano, cioè da quel che ho capito a ferma tutta quasi indietro, per me di certo non è un problema. O devo provare la mia fedeltà al suo governo scandalizzandomi?
Enneyun scosse la testa. — Che cosa voleva?
Twony tirò fuori la mano dalla tasca. — Ha detto che aveva degli attrezzi da prestarmi. Vorrei riparare il mio ciclo e andarmene.
La voce asciutta di Atrian nell’orecchio le disse: — Twony, santo cielo. Tutti loro l’ascoltano Radio Dikea. Non vuol dire niente. Ammazzalo e torniamocene a casa.
— Oh, certamente. Mi segua, che le faccio vedere — disse Enneyun, contento, alzandosi. Twony lo seguì.
Non le ci volle molto. Sapeva esattamente cosa fare, dopo tutto, e aveva fretta di andarsene. Naturalmente, Yokai aveva ragione.
— Non puoi andartene così — le diceva mentre lei lavorava sul ciclo. — Hai promesso a Ferni Avernil che ci avresti pensato tu.
Twony continuava a lavorare senza rispondere, svuotando attentamente il serbatoio della benzina in una tanica.
— Un sacco di gente ascolta delle canzoncine di protesta senza per questo essere dalla nostra parte, sai?
Twony lo sapeva. Il fatto era che quella canzone in particolare le ricordava Ara. Ara e il suo ospite tyrosiano.
Un giorno lei e Ara stavano ascoltando una serie di vecchie canzoni di Krailin, cucinando, credendo di essere soli in casa, e Creyna era entrato silenziosamente e con il viso molto bianco e aveva spento il diffusore. Sul volto di Creyna, che in quei giorni era giovane e non era un loro nemico, aveva visto per la prima volta un’emozione forte, una cosa simile all’odio o al terrore, che l’aveva spaventata. Siccome quando si spaventava in genere reagiva arrabbiandosi, aveva detto qualcosa di molto aggressivo, ma Ara, che sapeva meglio di lei cosa aveva voluto dire Krailin per la Cirte, le aveva messo una mano sulla spalla e quello era bastato a calmarla, perché lei amava Ara più chiunque altro al mondo e per amor suo avrebbe rinunciato a qualunque principio. Ara che non avrebbe preso in mano un’arma o ucciso un altro essere umano neanche se ne fosse andata della vita sua o di sua figlia.
— E’ uno di loro, Thuien. E’ qui con la forza di occupazione.
— Yokai, per favore, lasciami lavorare in pace.
— Lo sai che cosa sta a fare qui? Controlla che non ci sia gente che vive a sbafo. Che non ci siano parassiti che se ne stanno a letto, con la banale scusa di avere, che so, la febbre a quaranta o un cancro terminale, senza lavorare e magari mangiando quello che gli passano i vicini. Lo sai? Lui ha il dovere di riferire in modo che arrivino i soldati e prendano su questa gente intenta a minare i volonterosi sforzi di Tyros per fare di noi debosciati Esterni un popolo di onesti e produttivi lavoratori e li sbattano in qualche galera o in qualche campo di lavoro.
— Yokai, lo so.
— Hai visto qualcuno in quelle case? No? Che so, bambini piccoli, vecchi, ammalati? No? Ti sei chiesta il perché?
— Ci sono Mhara e suo figlio.
— Ah già. Mi domando di chi sia il figlio — disse Yokai con voce che grondava sarcasmo, un sarcasmo cattivo.
Twony sospirò e alzò la testa. Il bambino di Mhara Senprun la stava guardando, con grandi occhi scuri e un dito in bocca, appoggiato a un angolo della casa. Twony gli sorrise. Il bambino si tolse il dito di bocca.
— Tu non vai a lavorare? — le chiese, molto serio.
Da dietro la quinta di case si sentiva, di tanto in tanto, il rumore di un sasso che veniva gettato. Mhara ed Enneyun stavano preparando un pezzo di terra per la semina. Dietro le case, amorevolmente curati ma non del tutto rigogliosi, si stendevano una serie di piccolissimi, ordinati orticelli.
— Sì — disse Twony. — Appena ho riparato questo.
Il bambino si avvicinò, gli occhi seri fissi sulla macchina luccicante. Si sedette a terra un po’ più vicino, ancora con il dito in bocca.
— Quanti anni hai? — gli chiese Twony, richiudendo attentamente la tanica.
— Otto.
— Lo sai che ti vengono tutti i dentini storti se ti tieni il dito in bocca?
— Tanto poi mi cascano — disse il bambino con sicurezza, ma si tolse il dito dalla bocca. — Perché hai tolto la benzina?
— Perché quando sono partita da Kaiekma mi hanno fatto un brutto scherzo e mi hanno venduto della benzina piena di schifezze. Così il motore si è ingolfato. Ho dovuto pulire bene il carburatore e adesso Enneyun mi ha promesso di darmi una tanica di benzina buona, così posso arrivare a un distributore, riempire la tanica e riportargliela.
Sollevò la tanica che Enneyun le aveva dato e la agitò. C’era meno benzina di quanto credeva dentro, forse un quarto di litro scarso, e lei aveva bisogno di un paio di litri almeno per andarsene da lì. Sospirò. Non aveva una gran voglia di tornare al modulo, Enneyun l’avrebbe vista e si sarebbe chiesto cosa andava a farci.
— Ti va di darmi una mano? — chiese al bambino. — Scusami, non so come ti chiami. Come ti chiami?
— Iexio.
— Iexio. Ti va di aiutarmi?
Il bambino annuì, gravemente.
— Sai dove Enneyun tiene le scorte per il modulo?
Il bambino annuì di nuovo.
— Bene. Dovresti andare a prendere un’altra di queste latte. Ce la fai?
Il bambino partì a razzo. Yokai ne approfittò per tornare alla carica.
— Thuien, lo devi ammazzare prima di andare via. Andiamo, che cosa ti succede?
— Niente — rispose Twony. — Non mi succede niente.
C’era un prima e un dopo, nella sua vita, e la frontiera correva in quel giorno in cui aveva tentato di difendere l’Università a costo della vita, ma non a costo della vita di qualcun altro. Era una delle pietre su cui aveva edificato la sua vita, quella, e a diciotto anni la sua vita le sembrava già una cosa salda e immutabile. Era quello che era, non sarebbe mai cambiata, ed era una che non credeva nella violenza. In nessun caso, e a nessun costo. Si era seduta sulla strada larga, in salita, che portava alla piazza dell’Università ed era stata disposta a morire piuttosto che spostarsi da lì, e il Governatore militare di Tyros, quello che Ara aveva accolto in casa sua come ospite e amico, aveva mandato i carri armati contro di loro.
Adesso non ricordava più bene. Non sapeva quanta fiducia accordare alla sua memoria, non sapeva se le sembrava più incredibile il coraggio di quelli che erano rimasti lì seduti a farsi travolgere dai cingoli o la spaventosa freddezza dei soldati che erano stati in grado di passare sopra a dei corpi umani, vivi, con undici tonnellate di metallo.
Non avrebbe mai saputo se, lasciata a se stessa, il coraggio le sarebbe bastato. Fra le urla e il panico, mentre batteva i denti e tutto davanti agli occhi le si faceva nero per la paura, Gerd Hillaree l’aveva presa per una mano e strappata via da lì, e lei l’aveva seguito. Erano scappati nell’unica direzione possibile, via dalle mitragliatrici e verso l’Università. Forse aveva avuto una qualche idea di andare a cercare Ara, ma non era stato possibile. A un certo punto — e di questo aveva un ricordo netto — erano sotto i tavoli della mensa, e un soldato tyrosiano, un ufficiale con l’uniforme nera e gialla, era sulla porta e con il braccio teso, molto freddamente, sparava contro la massa urlante di gente che cercava di nascondersi sotto i precari ripari delle seggioline girevoli e dei tavoli. Gerd si era alzato e aveva preso la mira con calma. Aveva mancato. Il soldato si era voltato verso di loro e a quel punto era stata lei a strappare la pistola dalle mani di Gerd e a fare fuoco. Sapeva, fin dai tempi in cui Creyna l’aveva portata su per le montagne a fare pratica di tiro (questa non è guerra, questo è sport) di avere una buona mira. Aveva avuto la precisa cognizione, in quel momento, vedendo l’aria sorpresa del soldato, di quanto orrenda è la gioia maligna, la voglia oscena di ridere, che si prova a uccidere qualcuno. Aveva anche saputo che il bilancio era positivo: che aveva spento una vita per salvarne dieci o quindici altre. Gerd aveva raccolto la pistola dell’ufficiale ed erano scappati. Non c’era molto da fare. Era troppo tardi per organizzare una resistenza armata che, comunque, sarebbe stata travolta in ogni caso.
Twony si fermò un attimo, per asciugare con il dorso della mano il sudore che le colava negli occhi. Si sarebbe disidratata, fra poco, se non stava attenta. Era un pianeta abitabile, questo, ma anche su un pianeta abitabile si può prendersi un colpo di calore.
Era riuscita a tornare a casa solo il giorno dopo e l’aveva trovata devastata. Si vede che erano venuti a cercare Ara. Era impossibile dire se l’avevano trovato oppure no; aveva cercato di chiamarlo ma il suo impianto era disattivato. Si era seduta in giardino, fra i libri e i cuscini rovesciati sul prato, e aveva pianto. Era sicura che Ara fosse morto e non sapeva che cosa fare della sua vita, non sapeva più su che basi si poteva reggere.
Invece Ara era tornato quella sera, lacero, sporto e insanguinato, e con gli occhi sbarrati. L’aveva abbracciata e per un po’ non avevano detto niente. Poi le aveva raccontato di come aveva aspettato nel suo studio, e che quando i soldati erano entrati dovevano avere degli ordini precisi perché avevano sparato subito, senza perdersi in chiacchiere, ai suoi due assistenti ma avevano preso lui e l’avevano trascinato fuori in cortile dove, sotto gli occhi terrorizzati dei suoi studenti che lo guardavano in ginocchio sotto il tiro dei mitra, lo avevano picchiato con calci e pugni e i calci dei fucili e poi lo avevano trascinato via per le braccia, sanguinante, fino a un furgone blindato, dove aveva aspettato, solo e con l’unica compagnia delle urla che venivano da fuori, almeno dodici ore. Alla fine, l’avevano trasportato davanti all’Ospedale di Orano e l’avevano buttato giù. Confuso e sotto shock, era entrato fra una enormità di persone confuse, sanguinanti e atterrite, ed era stato riconosciuto da un medico vagante con il camice sporco e gli occhi arrossati, che gli aveva dato un’occhiata e gli aveva detto che poteva tornarsene a casa.
Quando gli aveva raccontato la sua storia, per la prima volta in vita sua Twony lo aveva visto crollare e piangere. Le aveva detto che sbagliava. Twony gli aveva detto che lo sapeva, ma che le sembrava meglio sbagliarsi così che come si era sbagliato lui, che aveva pensato di trovarsi di fronte un nemico che si poteva fermare con la decenza e il coraggio e il sacrificio di sé. Due ore dopo erano arrivati ad arrestarli.
— Va bene questo? — Iexio arrivò di corsa, frenando con un gran sollevare di polvere accanto a lei. Twony alzò gli occhi con un sorriso, prese la latta e fece per svitare il tappo. Poi si fermò e si accigliò. — Ma... — disse.
Era una latta di ammoniaca. Guardò Iexio. Il bambino la guardava con aria preoccupata. — Di quelle non ce n’erano più — disse indicando la latta di benzina semivuota.
Twony ricordava la disposizione delle latte nel magazzino. Da un lato c’erano le altre latte di benzina, di un formato leggermente diverso ma con scritto in modo molto chiaro BENZINA, e dall’altra parte quelle di ammoniaca. Guardò Iexio. Otto anni, pensò. Io ero una bambina sveglia, ma questo non mi sembra uno stupido. A otto anni leggevo libri stampati a caratteri normali. Le si strinse il cuore.
— Non importa, piccolo — disse. — Lo sai che cos’è questa?
— Non è benzina?
Sulla latta c’era scritto AMMONIACA, ben in grande. Twony appoggiò la testa al ciclo e chiuse gli occhi. Il mondo le girava attorno. Che cosa avete fatto alla mia gente? pensò. Che cosa ci avete fatto? Siete qui da cinque anni soltanto, e qui accanto a me ho un bambino di otto anni, denutrito, a piedi nudi, e analfabeta. Dovrei ammazzarvi tutti.
— Tu pensi che siamo degli imbecilli, vero?
Vanja era seduta sulla gradinata davanti alla Facoltà di Giurisprudenza. Aveva passato tante ore piacevoli lì, quando studiava in quella stessa Università, a chiacchierare di piccole stronzate o grandi idee. Quanto dovevano essersi annoiate le sue guardie del corpo in quel periodo. Ora si stringeva nella sua camicia bianca, più per l’umidità che per la temperatura, che era mite, e si guardava in giro. Ellentari era arrivato portandole una tazza di caffè.
— Penso che siete tutti morti — disse Vanja in tono lugubre, fissando nel caffè. — Ma no — aggiunse, lentamente. — Non penso che siate degli imbecilli.
— Può darsi che non attacchino, dopo tutto — disse Ellentari. — Non possono sparare su di te.
Vanja guardò in fondo al viale, dove i veicoli della SATO erano ancora fermi. Una linea di soldati nelle pesanti uniformi da combattimento, dietro gli scudi, si era formata e rimaneva immobile. Gli ufficiali andavano su e giù, raccolti attorno alle radio.
— Tu dici?
— Creyna non lo farebbe mai.
— Creyna è morto — disse Vanja in un soffio. Si alzò in piedi, lasciando la tazza di caffè, ancora intatta, sui gradini. — Sta incominciando — aggiunse.
Kari Kaldar aveva chiamato una robusta schiera dei suoi uomini. Erano tutti radunati alle sue spalle, disarmati ma nelle uniformi Say, con un volto cupo. Erano Say, non gli piaceva trovarsi dalla parte sbagliata, a combattere la polizia. Ma erano Kaldar. E l’avrebbero protetta, a costo della vita se necessario.
Vanja si voltò. — Kari — disse. — Manda via i tuoi uomini.
Kari allargò le braccia con completa esasperazione: — COSA?
— Mandali via. Quelli laggiù sono armati. Si faranno ammazzare. Andate via.
— Io...
— Kari, ti ho dato un ordine.
La fila di soldati dietro gli scudi stava avanzando, lentamente. Attorno a lei tutti si stavano alzando, e si era diffuso per il viale, e su per la scalinata, un silenzio pesante e umido, un silenzio grave di paura, con un sapore metallico in bocca, con la lingua secca.
— Grazie comunque — sussurrò Ellentari, accanto a lei. — Grazie di essere stata con noi.
Vanja non rispose. Aveva sentito, più che visto, i Kaldar allontanarsi. Era sola. Scese lentamente, e questa volta si fecero da parte per lei, scese tutta la gradinata, fino a essere la prima dell’assembramento multicolore degli studenti, la prima di fronte alla fila di scudi trasparenti.
Tre uomini, un maggiore della SATO e due soldati, erano davanti a tutti. Il maggiore della SATO era una donna, piccola, con gli occhi neri, con l’espressione assolutamente piatta. A una decina di metri da Vanja, e dal resto della folla, si fermò, e dietro di lei si fermò la fila di soldati. Alle loro spalle Vanja vide una seconda linea di mezzi corazzati, ciascuno che montava mitragliatrici. Da sopra le sue spalle veniva il sussurro cupo degli elicotteri che si libravano sulle loro teste, a fari spenti.
— Console Horayto—Ekera — disse il maggiore. — Siamo venuti a intimare a chiunque si trovi sul terreno dell’Università Imperiale del Centro di disperdersi immediatamente. Chiunque si allontani ora e non persista nello sfidare l’autorità del Governatore del Centro non riceverà alcun danno.
Un vento lieve, caldo, le soffiava sul volto e penetrava facilmente la stoffa sottile della camicia. Quella stoffa era tutto quello che stava, fisicamente, concretamente, fra lei e le mitragliatrici di Laney. Aveva altri scudi, naturalmente, il suo sangue, il suo titolo, il suo nome. Ma in quella notte calda del Centro, sotto le luci accecanti che gli elicotteri avevano puntato su di lei e sulla folla immobile dietro di lei, erano scudi e barriere che sembravano dissolversi.
— Questa gente è sotto la mia protezione — disse, sottovoce, e anche alle sue orecchie sembrò ridicolo. — Allontanatevi e lasciate che la cosa venga risolta con il negoziato.
— Console — disse il maggiore. — L’ordine riguarda anche lei. Se non si farà da parte sarò costretta ad arrestarla.
— Voglio parlare con il Governatore — disse Vanja.
Il maggiore fece un passo indietro. Teneva le mani dietro la schiena. — Arrestatela e aprite il fuoco — ordinò.
Le cose cominciarono ad accadere molto in fretta. Vanja si voltò e corse verso la gradinata, per quale ragione nemmeno lei avrebbe saputo dire. Udì i primi colpi, secchi, isolati, e vide i primi morti cadere. Qualcuno l’afferrò da dietro, e cadde. Tutti correvano. Cercò di divincolarsi, ma la stavano tirando indietro, aveva il mento che strisciava sulla pietra, e vedeva confusamente schiene che fuggivano, la corsa arrestata dei caduti, i soldati della SATO nelle loro uniformi nere e gialle che la oltrepassavano correndo, e poi il suono ritmico delle mitragliatrici. Per un attimo vide Kari correre, con la bocca aperta, gridando qualcosa, poi lo perse di vista. Sapeva di stare urlando ma non sentiva la propria voce. La trascinavano via, l’avevano rimessa in piedi e le tenevano le mani dietro la schiena, e l’ultima cosa che vide, prima che le calassero il cappuccio sulla testa, fu la grande scalinata dell’Università con una lunga striscia di sangue dipinta sopra, come con un gigantesco pennello, nera sotto la luce bianca dei fari.
Faceva ancora abbastanza caldo sul moletto da poter restare vestita solo della sottotuta. Nonostante il tripudio di rossi e rosa e gialli e viola del tramonto, il sole era ancora caldo, e le assi di legno del molo tiepide sotto la sua carne. Un tempo, prima della rivoluzione, Asgro aveva avuto una bandiera con i colori di un tramonto sul mare: giallo, rosso, viola. Era una scelta stupida, pensò Twony, perché un tramonto sul mare, dovunque l’atmosfera sia tale da permettere agli uomini di vivere, è sempre più o meno uguale. Ma nelle ossa, sulla pelle, nelle narici, una nostalgia cocciuta le ripeteva che no, che questo era il suo mondo, il pianeta su cui era nata, della cui sostanza era fatta. L’unico e inconfondibile Asgro, diverso da tutti gli altri sassi gettati fra le stelle ad annunciare il mattino. Il sole era il sole che aveva colorato di rosa le mura di Orano, che aveva tratto riflessi d’oro dalle acque calme della baia di Chashanna, il mare era lo stesso mare nel quale lei aveva nuotato da bambina, lo stesso che bagnava i sassi rotondi sotto il Capo. Il suo mare, il grande nemico addormentato, come lo aveva chiamato una sera proprio sul lungomare di Orano, quando ancora Creyna lavorava per la pasticceria della piazzetta sotto casa sua. Si erano seduti a mangiare i dolci eccellenti che lui preparava, e di cui lei non aveva mai imparato il nome, guardando il sole che tramontava, e osservando come lui aveva sorvegliato l’orizzonte lei gli aveva chiesto: — Hai paura dell’acqua, vero?
Le aveva risposto con uno dei suoi mezzi sorrisi. — Ne ho tutto il diritto. Sono un montanaro, dopo tutto.
— Solo agli stupidi non fa paura il mare — aveva risposto lei, che a quel tempo aveva sedici anni, e la supponenza di chi ha fatto un po’ di vela con tempo moderatamente brutto. — Sembra calmo, tranquillo e pacifico, in giornate così, ma ti può ammazzare, e se gli dai l’occasione, lo fa. ed è il grande nemico per chiunque ci vada sopra, anche se è un nemico quasi sempre addormentato. — E poi aveva aggiunto: — Mio padre è morto in mare.
— Mio padre è rimasto vittima di un altro grande nemico quasi sempre addormentato — aveva risposto Creyna.
— La guerra? — aveva chiesto lei.
— No. La Rivoluzione. — Da come l’aveva detto si sentiva che c’era una maiuscola, non una maiuscola di rispetto ma una maiuscola di timore reverenziale. Anche gli Esterni avevano una rivoluzione, ma era cosa di tanti secoli prima ed erano diventati disinvolti al proposito. Lei non era ancora nata quando i tyrosiani avevano fatto la loro, ma sapeva cosa era costata alla Cirte — il blocco, la fame, i morti — e non faceva una colpa a Creyna del suo timore, o del suo rancore. Non allora, perlomeno.
Poi Creyna le aveva raccontato di come il mare avesse ripetutamente distrutto le flotte di pescherecci che avevano nutrito Asgro nei primi secoli della colonizzazione, fino a che i Chashannesi non avevano eretto le barriere artificiali che ancora sbarravano il porto, una linea di colline dolci e impossibilmente regolari che chiudevano la baia.
Era strano come Asgro le ricordasse soprattutto Creyna in quei giorni. Forse perché vedeva il suo pianeta natale, ormai, con gli occhi di uno straniero, com’era stato lui. Thuien Twony chiuse gli occhi e si sdraiò sulle assi tiepide di legno grigio, sentendo il respiro delle onde sotto di sé.
Le assi suonarono sotto i piedi di un nuovo arrivato, e Twony riconobbe il suo passo e il suo respiro prima ancora che si sedesse accanto a lei. La voce di Mhara Senprun non le arrivò come una sorpresa.
— Ti conosco — le disse.
Twony non aprì gli occhi. — Lo so — rispose.
— No. Voglio dire che ti avevo già incontrata. A Chashanna, tanti anni fa. A una regata. Tu hai vinto.
Twony aprì gli occhi, e voltò la testa. — Tu sei di Chashanna?
— Lo ero.
Twony si tirò a sedere, lentamente. Senprun era seduta accanto a lei, i piedi a terra e le ginocchia raccolte. Fissava l’orizzonte con il volto accigliato. Twony pensò alle macerie, alla distruzione, al massacro sistematico dei suoi concittadini, e a questa donna che ci si era trovata in mezzo con un bambino di tre anni al fianco. Che aveva dovuto pagare con il proprio sangue il fallimento della sollevazione che Twony aveva voluto e pianificato. Che aveva pagato anche per lei. — E’ stata colpa mia — disse Twony piano.
— No. Non è stata colpa tua. Tu ci hai provato. — Senprun voltò brevemente gli occhi verso di lei. — Iexio era piccolo, allora. Quando la città si è sollevata io mi sono chiusa in casa con lui. Pensavo che proteggerlo fosse il mio unico compito. — Fece una pausa, guardando di nuovo lontano. — Se avessi saputo. — disse molto sottovoce. — Se avessi saputo, sarei uscita anch’io. Avrei messo un’arma anche nelle mani di mio figlio. Tu avevi ragione. Ci hai provato. Tu avevi ragione, se solo ti avessi seguito, se solo ti avessimo seguito tutti. — Scosse la testa.
Twony non sapeva che dire. — Non vivi troppo male, qui — disse.
— No? — Senprun non si voltò, questa volta. Il suo tono era molto amaro. — Quanti anni pensi che abbia?
Quarantacinque, pensò Twony, guardando il volto scavato, la pelle ruvida, rovinata. — Quaranta — disse.
— Ho compiuto trent’anni qualche mese fa — disse la donna. Twony non disse niente, ma qualcosa doveva essere passato sul suo viso, perché Senprun fece una smorfia amara. — E non sono fra quelli che se la sono vista peggio. In quanto a questo, hai ragione. Me la cavo abbastanza bene. Lantras bada a me e a mio figlio... e mangiamo, se non altro.
Twony si stava guardando i piedi nudi, schiacciati contro il legno. Non aveva coraggio di guardarla in faccia.
— Ma sono cinque anni che non faccio una visita medica. Se mi dovesse succedere qualcosa, lo sai cosa ne sarebbe di lui? Lo metterebbero in un istituto. E io so che cosa sono, quei posti.
— Non ti succederà niente — disse Twony, ancora guardandosi i piedi. Sapeva bene che era una rassicurazione vuota.
Senprun scosse la testa. — Tu non sai quanto è umiliante, la miseria. Noi non ci siamo abituati. Tu non sai quanta rabbia, quanta rabbia cieca mi prende... — Scosse la testa. La sua voce era strozzata. — Sono scappata da Chashanna con i vestiti che avevo addosso. Sono stati gli ultimi vestiti decenti che ho avuto. Non ho più un paio di scarpe. Mio figlio cresce, e non ho altro che stracci per vestirlo. Io... noi non ci siamo abituati, Twony.
Twony pensò: non ci si abitua. Ma sentiva su di sé il tocco morbido della sottotuta, e si vergognava.
— Ma più di tutto, quello che mi ferisce, quello che mi spezza, è sapere che a Iexio hanno sottratto per sempre la possibilità di crescere sano, e felice, e civile. Ho cercato di insegnargli a leggere e scrivere, ma ho così poco tempo, e sono sempre così stanca, e lui non mi sta ad ascoltare. Hanno fatto dei nostri figli dei barbari e dei selvaggi, Twony. Ci stanno rubando il futuro. Ci stanno...
Senprun si fermò, la voce spezzata, il volto contorto. Le lacrime scendevano sulle pieghe degli occhi strizzati, sulle guance tese, sulla bocca allargata in un urlo a labbra chiuse. Era un pianto senza sollievo, di vergogna e sconfitta, e Twony lo conosceva bene. Aprì le braccia e tirò a sé l’altra donna, mettendole il viso sulle sue spalle. E a quel contatto, come se ne avesse ricevuto in qualche modo il permesso, Senprun cominciò a singhiozzare, a piangere apertamente, scuotendosi ed emettendo lamenti acuti, versi di dolore senza consolazione.
— Mhara — disse Twony. — Mhara, non è finita ancora. Non è finita. — Le stava accarezzando i capelli neri, l’unica cosa di lei che doveva essere rimasta bella come quando era stata una libera e felice donna di Chashanna: lunghi, spessi, lucidi.
— E’ finita. Per me — disse Senprun fra i singhiozzi. Era molto difficile decifrare le sue parole, sbocconcellate dal pianto. — L’hanno avuta. Vinta. Con me.
— No. — Twony la strinse, ferocemente, a sé. — Te lo prometto. — Chiuse gli occhi e disse, con lenta decisione: — Ti prometto che vi tireremo fuori da questo inferno. Non so quanto tempo e quanto sangue ci vorrà. Ma ti prometto che fino a che avrò un alito di vita continuerò a lottare. Anche se ti sembrerà che la lotta sia lontana, e magari anche spenta. Ma voglio che tu lo sappia. Che finché sarò viva, io non mollerò. Mai. Mi credi, Mhara?
Per un po’ a Twony sembrò che la donna non avrebbe risposto. I singhiozzi continuarono ancora contro la sua spalla, mentre Twony dondolava su e giù, sul pontile di legno, sullo sfondo colorato del tramonto, cullando una donna che aveva scelto la via apparentemente più facile di chinare il capo e tentare di sopravvivere. Ma piano piano si attenuarono, si distanziarono, e alla fine fu con una voce rauca, ma chiara, che rispose: — Ti credo. Ti ho sempre creduto.
Le avevano sempre creduto. Lei aveva saputo, scendendo su Asgro, che tutti l’avrebbero riconosciuta, perché il suo volto era troppo noto. Sapeva che una sola voce, qualcuno che chiamava il suo nome, una sola lingua sciolta la poteva uccidere. Ma i suoi concittadini, sui quali lei più di tutti aveva attirato l’ira di Tyros e la vendetta di Creyna, che avevano vissuto nella miseria e nell’umiliazione mentre lei aspettava in un esilio tutto sommato comodo l’occasione giusta, non l’avevano tradita.
Twony continuò a cullarla, con gli occhi chiusi, e a vergognarsi. Non aveva mai scelto di sottrarsi alle sofferenze dei Pianeti Esterni, al contrario. Ma aveva vissuto meglio, in quegli anni, di Mhara Senprun. Aveva dovuto vivere fra i tyrosiani, vestire come loro, abitare nelle loro case — case migliori di quelle che Senprun aveva a disposizione qui. Aveva quasi sempre avuto da mangiare — cibo migliore di quello che toccava agli abitanti del villaggio. Aveva avuto paura — ma si era trattato di paura per la propria vita, e non del terrore di sapere che in una generazione la gentilezza, la gioia di vivere, l’agiatezza, la cultura e gli ideali sarebbero stati spazzati via, e che tuo figlio sarebbe cresciuto povero, ignorante e abbrutito.
— Cosa ti manca di più? — chiese, ancora tenendola fra le braccia.
— Cosa mi manca di più?
— Sì. Di Chashanna.
Senprun si staccò da lei. Buttò indietro i capelli, tirò su col naso, e guardò il mare. — Tante cose — disse.
Twony rivide Orano, e la sua stanza in cima a una delle torri, e i tavolini della pasticceria, le note piene della musica dalla piazzetta, e il brivido piacevole dell’aria fresca che spirava dal mare nelle notti d’estate.
— Ma più di tutte?
Senprun sorrise. — I bagni — rispose.
Twony rise. — Dio mio, sì. Sono anni che non ci penso. Vuoi dire l’acqua, o il resto?
Si favoleggiava, in tutto il resto della Galassia, del sesso fra gli Esterni. Molto era leggenda, morbosa e spesso condita da una buona dose di invidia. Ma era vero che gli Esterni erano gente libera, ed era vero che consumavano i rapporti sessuali fra loro con disinvoltura. Era vero che consideravano la monogamia una vergogna e una disgrazia. Era vero che aborrivano la gelosia sessuale. Non era, la loro morale sessuale, più o meno innaturale di quella galattica, perché gelosia e possessione e desiderio non ricambiato esistevano — ed esistono — anche sui Pianeti Esterni. Anche quando erano liberi di vivere come volevano, prima dell’invasione, non era vero, come forse qualcuno pensava, che si accoppiassero nelle strade o che ogni cena fra amici degenerasse in un’orgia, ma non era neanche vero che il sesso fosse solo felicità e gioia, senza sofferenza, dolore, frustrazione e repressione dei propri istinti e sentimenti. Anche se erano altri sentimenti e istinti a venire repressi.
Ma i famigerati bagni Esterni, il luogo deputato del sesso avventuroso, esistevano davvero, ed erano davvero quello che i galattici immaginavano. Chashanna era una città civile, che aveva avuto acqua calda corrente in ogni casa fin dalla sua remota fondazione, e non era per lavarsi che i suoi cittadini andavano nei bagni pubblici.
Twony aveva cominciato a frequentarli davvero — dopo qualche visita da bambina, durante la quale non aveva capito il punto — nell’adolescenza, e per un po’ in modo frenetico, come accadeva alla maggior parte degli Esterni; e come accadeva alla maggior parte degli Esterni, non aveva creduto agli adulti che dicevano che prima o poi si sarebbe stufata; e come accadeva alla maggior parte degli Esterni, si era resa conto a un certo punto che ci andava solo un paio di volte al mese, e più per nostalgia che altro. Ma, come la maggior parte dei suoi concittadini, non aveva smesso che quando gli occupanti li avevano chiusi, murati e, più tardi, fatti saltare. E aveva sentito in questa repressione imposta una violenza spaventosamente, spregevolmente intima, fatta a tutti loro e con perfetta consapevolezza di cosa significasse.
— Il resto, suppongo. Era quello che facevo, lo sai? A Chashanna, prima che arrivassero loro. Gestivo un bagno, assieme ad altra gente.
— Davvero? Dove?
— Su al Bankio. Ci sei mai stata?
— Al Bankio? — Twony aggrottò la fronte, incamminandosi nella mente su per stradine svelte avvolte in spire fitte alla collina, salite e scalinate e terrazze panoramiche che non esistevano più da anni. — Dove al Bankio? Di fronte alla posta?
— No. Dietro le scale per la cremagliera.
Twony socchiuse gli occhi. — Penso di esserci stata, sì. Un paio di volte. Era lontano da casa mia.
— Dove stavi?
— Dalle parti di Galeata, e poi a Orano.
— C’erano dei bei bagni a Orano.
— Sì, ma avevo finito per conoscere tutti. Non c’era più gusto.
Senprun si buttò di nuovo i capelli sopra le spalle. — Siamo mai state assieme?
Era un domanda che Twony aveva temuto. — Non me lo ricordo — rispose, onestamente.
Senprun aveva abbassato gli occhi. — Ti manca mai? — chiese.
— Sì. — Ma non sapeva se era vero. Quello che era successo, ai Pianeti Esterni e a lei personalmente, aveva ucciso almeno una parte della voglia di vivere in lei. Allacciò le braccia attorno alle gambe, tenendosi in equilibrio, i piedi ben piantati per terra, e disse: — A ogni modo, non è che sia impossibile avere quello che vuoi, sai. Io vado con i tyrosiani. E’ facile, ti sono pateticamente grati, e per quanto in genere le prestazioni lascino un po’ a desiderare, si possono avere delle sorprese.
— I tyrosiani?
— Sì. I soldati. Tutti lo facciamo. Parlano volentieri quando ci vai a letto. Ti raccontano un sacco di cose utili.
— Non è pericoloso?
Nei bagni Esterni c’erano sempre dei sorveglianti. Gente che si assicurava che tutto quello che succedeva fosse consensuale e ben accolto. Gli Esterni passavano per depravati incoscienti nel resto della Galassia, ma l’idea di appartarsi con uno sconosciuto, senza protezione, avrebbe riempito di autentico terrore l’Esterno medio. Twony disse piano: — Non mi può succedere niente che non mi sia già successo.
Senprun la guardò.
— Anche a te? — chiese Twony.
Senprun annuì. — Quando sono arrivati a Chashanna. Ce l’avevano particolarmente con noi. E tu?
Twony abbassò gli occhi, fissando le tavole di legno fra le ginocchia divaricate. Dopo un po’ disse: — Sono venuti ad arrestare mio fratello, e hanno preso anche me. Lo hanno fatto sotto i suoi occhi. Credo che fosse lui che volevano colpire... che volevano... non lo so cosa volevano. Le solite cose.
Senprun le chiese in un soffio: — E come fai ad andare con loro? Sono la stessa gente, no?
Twony alzò gli occhi, guardando l’orizzonte. — Sono esseri umani — disse. — Io ne ho ammazzati abbastanza da saperlo. E poi... — Sospirò, e si distese, le mani sotto la testa. Riportò gli occhi su Senprun. Erano occhi seri. — E poi, se mi lascio convincere che il mio corpo è un fortino da proteggere a tutti i costi, gliela darò vinta. Perché possono espugnarlo quando vogliono, e me lo hanno dimostrato. No, Mhara. Io non sono una fortezza. Sono un giardino. Possono venire, calpestare i fiori, sradicare i rosai. Non è che non faccia male. Ma quando se ne sono andati, ho ripiantato i fiori, rimesso a dimora i rosai. E il giardino mi da’ ancora piacere. Alla faccia loro.
Senprun alzò la testa, gli occhi chiusi, sorridendo, lasciando che gli ultimi raggi del sole le accarezzassero il viso. — Sei più coraggiosa di me — disse.
Twony chiese quello che fino a quel momento non aveva osato. — Chi è il padre del bambino?
Senprun rispose senza inflessione: — Lantras.
Twony pensò all’uomo che era venuta a uccidere. Sono esseri umani, aveva detto. Era meno portata di altri nella Dikea a odiarli, e non aveva odiato Lantras Enneyun, le era sembrato meglio di altri, un povero diavolo in una posizione scomoda, che cerca di fare del suo meglio. E che forse non aveva visto nulla di male nel comprarsi l’affetto di una donna disperata e affamata con un po’ di protezione e potere. Forse non si era nemmeno reso conto che fosse una compravendita. Ma in quel momento le era diventato difficile non odiarlo.
Senprun si voltò e le mise una mano sulla spalla. — Non è come pensi — le disse. — E’ una brava persona.
— Certo — rispose Twony in un soffio. Era quello che si sarebbe detta lei, nella posizione di Mhara, per rendere la cosa meno umiliante. Guardò l’altra donna negli occhi, begli occhi castani, caldi e limpidi anche se arrossati, e il calore di quella mano sulla sua pelle le sembrò il calore stesso del sole del suo mondo, quello che riscaldava tutti i suoi ricordi di Chashanna, di un altro tempo, di un altro mondo.
— Non è che mi manchi il sesso — disse Senprun. — Avevo già passato quella fase, da ragazzini, in cui ti sembra che sia tutto, o almeno, sembrava a me che fosse tutto.
Twony sorrise.
— Mi mancano quei giorni. Mi manca Chashanna. Non mi consideravo particolarmente felice, mi sembrava che tante cose non andassero. Solo adesso mi rendo conto di quanto mi manca...
— Essere libera — finì Twony, sottovoce. — Libera dalla paura. Anche a me.
Senprun si chinò su di lei e la baciò, una cosa che non la colse del tutto di sorpresa. Quello che la sorprese, nel sentire un calore piacevole che le saliva dentro e andava a concentrarsi là dove una mano gentile le sfiorava il seno, fu rendersi conto che erano anni che non toccava un’altra donna a quel modo, e quanto la cosa le era disperatamente mancata. Aveva smesso da tempo di andare a letto con i suoi compagni della Dikea, era già duro così quando li perdeva, e si creavano complicazioni che un capo militare non si può permettere. E non avrebbe mai osato toccare una donna tyrosiana, perché sapeva bene quanto la cosa fosse pericolosa, fra la legge e l’orrore dei normali cittadini. Aveva i suoi due compagni, e gli voleva bene, e le bastavano, o così credeva.
I tyrosiani distinguevano la gente fra quelli che andavano a letto solo con il proprio sesso e quelli che lo facevano solo con il sesso opposto. Era una distinzione che per gli Esterni non aveva senso e che facevano fatica a capire e ricordare. La distinzione per loro correva fra quelli che erano attratti solo da un sesso e quelli che erano attratti da entrambi, in proporzioni più o meno variabili. Suo fratello Ara per esempio, che lei avrebbe volentieri chiamato padre se non avesse riservato quel nome per il suo vero padre biologico, le aveva confessato una volta di non essere mai stato a letto con una donna in vita sua. Twony non avrebbe saputo dire cosa preferiva, di certo per caso o propensione entrambi i suoi compagni erano maschi, ma le donne, dopo un po’, le mancavano. Le era mancato non potere più stringere un corpo di donna, così morbido, soffice, carnoso. Le era mancato non potere guardare una bellezza diversa con l’occhio non della rivale ma dell’affamato. Le era mancato andare a letto con un altro essere umano che condivideva le sue esperienze e sensazioni. Ma in quel momento, soprattutto, le sembrava di riprendersi qualcosa che i divieti e le violenze e le sopraffazioni di Tyros le avevano strappato.
Lei e Senprun, nell’ultima baracca in fondo alla fila, vicino alla spiaggia, si trovarono a ridarsi a vicenda quello che gli era stato tolto. Non cercavano di ricatturare la loro adolescenza libera e felice, cercavano di trovarsi da adulte, come avrebbero fatto se si fossero incontrate a Chashanna, e anche se riuscivano a essere solo profughe in fuga l’una nelle braccia dell’altra, era sempre meglio che esserlo da sole.
Almeno fino a che non entrò Enneyun.
Perché fra le altre cose, gli Esterni non hanno l’abitudine di chiudere la porta a chiave quando vanno a letto con qualcuno. Twony ed Enneyun si fissarono per diversi secondi come molti Esterni e molti mariti e mogli che non lo erano si sono guardati nella lunga storia della difficile convivenza fra i due popoli. La frase “shock culturale” sembra fatta apposta per situazioni del genere.
Enneyun non parlò, ma emise un gemito, un verso di dolore, talmente sincero che Twony smise di pensare in quello stesso momento che i suoi rapporti con Mhara si fondassero, almeno per quanto lo riguardava, sulla sopraffazione pura. E aveva uno sguardo sul volto difficile da sostenere, anche da parte di una che ha sempre pensato che la fedeltà coniugale tyrosiana fosse una mostruosità contro natura, e che i tyrosiani in uniforme in genere avessero molte cose da farsi perdonare prima di poter accedere alla sua compassione. Il fatto era che Twony era stata educata a riconoscere, e rispettare, il dolore altrui. Il fatto era anche, però, che sapeva che Lantras Enneyun era un nemico, e un pericolo. E che dopo due giorni di permanenza fra quella che era stata un tempo gente come lei, dopo averli visti spogliati di dignità e salute, aveva addosso un odio assassino che doveva pur trovare un bersaglio. Per un attimo pietà e odio rimasero in bilico. Poi ricordò le lacrime di dolore e di vergogna di Senprun, e si decise.
Nel momento in cui l’uomo si voltò, allontanandosi dalla porta con passo incespicante, Twony saltò via dal letto e afferrò con una mano la sua sottotuta, con l’altra la Kuroda e corse verso di lui, urlando: — Yokai! Enea!
La grossa luna di Asgro, grassa, bianca e piena, illuminava la sabbia fuori dalla baracca. Enneyun aveva un piccolo vantaggio su di lei, perché si era fermata un attimo sulla soglia per infilarsi la sottotuta, così Twony si mise a correre, sollevando la sabbia in veloci sbuffi bianchi dietro i suoi talloni, e lo atterrò al volo, strappandogli uno sbuffo. Era più piccola di lui e più leggera, ma più veloce e cattiva di loro. Un pugno preciso al plesso solare lo lasciò ansimante, paralizzato, a contorcersi nella sabbia.
Due ombre alte, nere sulla sabbia, comparvero apparentemente dal nulla e si unirono a quella di Twony, dirette verso il tyrosiano. Enea Atrian portava il fucile sulle spalle, ma Yokai lo aveva in mano, puntato verso il basso, ma non di molto.
— Ti sei decisa, finalmente? — chiese Yokai. — Lo possiamo fare fuori e andare a casa?
Twony stava ancora cercando di tirare il fiato. Alzò una mano, quella libera, per dire a Yokai di attendere. Da terra, Enneyun disse, con voce strozzata: — Vi siete già presi tutto quello che c’era da prendere. Se volete soldi, o cibo, farete meglio ad andare altrove.
— Non hai ancora capito, eh? — disse Yokai.
Atrian scosse la testa. — Non ti ha davvero riconosciuta — disse a Twony. — Non sa chi sei.
Twony annuì. Enneyun disse: — Lo so chi è. E’ una puttana.
Non le sembrava particolarmente onorevole, ma Twony non si lasciò fermare da questo, e lo colpì con due calci precisi, cattivi. Si chinò e afferrò con due mani la giacca dell’uniforme, formando due pugni sbiancati dalla rabbia, e lo tirò a sé. — E tu chi credi di essere? — sibilò. — Pensi di poter venire qua a piantare le tue bandierine sui nostri corpi e segnare il territorio dei nostri affetti con le tue pisciatine? Siamo liberi. Liberi. Siamo Esterni. Ci potete uccidere, stuprare e torturare, ma dentro, siamo ancora liberi. Mi hai capito? E non ci avete strappato ancora le unghie. Siamo la Dikea. E siamo venuti a ucciderti.
Le porte si stavano aprendo, lentamente, una per una, e a una certa distanza si stava formando una piccola folla esitante, che mostrava una certa velleità di avanzare. Dall’ultima baracca, Mhara Senprun era corsa verso di loro. Raggiunse Twony mentre la donna faceva un passo indietro per poter alzare la Kuroda, e si appese al braccio armato gridandole: — No! No, per carità, Twony!
Twony mise l’altra mano su quelle della donna che si era avvinghiata al suo polso. — Mhara — disse dolcemente.
— Twony? — sussurrò Enneyun.
— Non è come pensi!
— Mhara, non voglio farlo davanti a te. Ma lo devo fare.
Senprun scosse il capo. — Dio, dio, no, no, non è come pensi, non è per me che te lo chiedo. Per carità, Twony, no.
Anche Atrian aveva imbracciato il fucile ora, e la fissava con il viso contratto. Yokai guardava in basso. Era peggio di quanto pensassero.
— E’ la Dikea che me lo ha chiesto. Mi hanno chiesto di venire a togliervelo di torno.
— La Dikea non può avertelo chiesto! — urlò Senprun.
— Mhara, me lo ha detto Ferni Avernil in persona. E’ stato il rappresentate della Dikea qui a chi...
— Io sono il rappresentante della Dikea qui!
Twony la guardò in silenzio, ammutolita. Yokai alzò gli occhi. Enneyun alzò la testa, da terra, per guardare la donna. — Mhara? — chiese, in un filo di voce.
— Io sono il rappresentante della Dikea — ripeté Senprun. Lasciò il polso di Twony, ma Twony non rialzò la pistola. — Ho parlato con Ferni Avernil, sì. Una decina di giorni fa. Ma non gli ho chiesto di ammazzarlo, gli ho chiesto di tenerci fuori dai guai, gli ho chiesto, se succedeva qualunque cosa, di non toccare lui. E non l’ho fatto perché lo amo, Twony. — Si alzò. Piangeva. — Lo amo davvero, ma non l’ho fatto per quello.
Adesso c’era un semicerchio di facce tutto attorno a loro. Un uomo anziano — o forse che solo tale sembrava — con gli occhi di un azzurro penetrante, disse: — E’ vero, Twony. E’ quello che le abbiamo chiesto di dire.
Twony si leccò le labbra. — Tu hai chiesto a Ferni Avernil di non farlo ammazzare?
Senprun si girò e si inginocchiò accanto all’uomo. Lo prese fra le braccia. Mentre lo cullava, annuì. — Ma non lo vedi che cos’è questo posto? Non lo sai che qui non è permesso non lavorare? Che se hai un figlio lo devi mettere in istituto se ti impedisce di lavorare? Come credi che viva tutta questa gente, come credi che facciano a sfuggire alle retate?
Ci fu un intervallo di silenzio. Senprun prese fiato e continuò. — Nascondiamo la gente qui, Twony. Quelli che lavorano dividono il salario, e ci facciamo arrivare il cibo di nascosto. Di notte. Per poterci sfamare tutti. Se Lantras non... se ci fosse un altro al suo posto... — Senprun scosse la testa. — Prima che arrivasse lui era la miniera o la morte per fame. E se eri troppo malato, o troppo vecchio, o non volevi lavorare per loro... Twony, nascondevamo i bambini in casa, nascondevamo i malati, ma se c’era un’ispezione...
Twony guardò il tyrosiano, che aveva chiuso gli occhi, con la testa stretta fra le braccia di Senprun. — Lui lo sapeva che eri della Dikea? — chiese Twony.
— No. Lui ha solo avuto pietà. E’ stato solo una brava persona. Ci ha avvertito quando venivano le ispezioni, e ha mentito sul numero di abitanti, e ha fatto finta di non vedere quando venivano a rifornirci. Abbastanza da rimetterci la pelle, lo sai anche tu. Corte marziale e una pallottola in testa. — Senprun prese fiato. Attorno a lei, la gente annuiva. — Non si merita di morire.
Twony alzò gli occhi sui due suoi compagni. Atrian sollevò un sopracciglio. Yokai si voltò verso di lei, e disse molto piano. — Tanto peggio tanto meglio.
Twony annuì. Era a quello che doveva aver pensato Avernil. — Mhara — disse, piano. — Queste cose le sa, Avernil?
— Certo, che le sa. Gliele ho dette io.
— Sei sicura di esserti spiegata bene? Non può avere frainteso?
Senprun scosse la testa, violentemente. — Ci sono anche rifugiati della Dikea qui, Twony. Gente che mi ha mandato lui. Che si deve nascondere. E io li ho nascosti, anche se non avevamo nemmeno di che sfamare noi. Gliel’ho detto. Che non avevamo più un soldo, né per la Dikea né per noi, ma che avremmo fatto quello che potevamo per sfamare i nostri compagni.
Altre teste annuirono vigorosamente nel gruppo di abitanti del villaggio. Twony girò gli occhi su di loro, mentre una stretta gelata le serrava la gola.
— Né per la Dikea né per noi? — chiese. La voce le uscì stridula.
Senprun la guardò.
— Così hai detto? — insistette Twony. — Gli hai detto che non potevi versare contributi per la Dikea?
— Certo che no. Ma non lo vedi in che condizioni siamo?
Atrian chiuse gli occhi e disse, molto sottovoce, una bestemmia. Twony non riuscì a fare altrettanto. Si sentiva la lingua paralizzata. Yokai improvvisamente proruppe in un fiume di imprecazioni. Era molto pallido.
— Merda — disse alla fine Twony. — Io lo ammazzo.
Senprun ora la fissava con gli occhi sbarrati. — Non è possibile — disse, finalmente seguendo la linea di ragionamento dei tre stranieri. — Non è possibile. Era arrabbiato, è vero, ma fino a questo punto no...
— Non avrebbe mica punito uno di voi — fece notare Yokai.
Senprun chiuse gli occhi. — Oh no. Oh no, che cosa facciamo adesso? Twony, che cosa facciamo? Abbiamo bisogno dell’aiuto di Avernil.
Twony si inginocchiò sulla sabbia. — Enneyun? — chiamò. — Mi spiace per i calci — disse Twony. — Mi sono, mi sono lasciata andare. Mi spiace anche se andando a letto con Mhara ti ho ferito, non era mia intenzione, non era intenzione di nessuna di noi due farti un torto, noi... ecco, noi non siamo come voi da questo punto di vista. — Enneyun aprì gli occhi e la guardò. Fece un cenno con la testa, che Twony non sapeva bene come interpretare. — Mi spiace averti trattato come se tu fossi uno degli altri, ero furiosa e mi sentivo impotente. Ma — Twony deglutì, — ma tutto questo non toglie che se dovessi decidere di sanare il tuo orgoglio ferito denunciando qualcuno, qui, alla SATO, se dovessi decidere che la lealtà al tuo paese e al tuo esercito è più importante, dopo tutto, della decenza umana, voglio che tu ricordi quanto sarebbe stato facile ammazzarti, per uno di noi, in qualunque momento. E ti prometto che se succede qualcosa a questa gente, per colpa tua, tu pagherai.
— Ti sembra — biascicò Enneyun, con le labbra sporche di sangue — che per fare un torto a te me la prendo con la madre di mio figlio? — Enneyun scosse la testa. — No. Non per un paio di calci o un paio di corna. Puoi anche risparmiarti le minacce.
Twony si passò le mani sul viso, come per togliere qualche cosa. — D’accordo — disse. Si rialzò. Guardò i visi che aveva attorno a sé. — La situazione è questa — disse. Si schiarì la voce. — La Dikea dei Pianeti Esterni sostiene che quelli di noi che sono andati in esilio, fra cui io, non partecipano abbastanza alla lotta, e in particolare che pretendono troppi soldi da gente che non ne ha. — Twony fece una pausa, e si passò una mano fra i capelli. — Quando sono venuta qui per discuterne, ho detto ad Avernil che se voleva una prova della mia dedizione ero disposta a dargliela. Colpendo un bersaglio militare. Lui mi ha dato il suo nome. — Twony fece un gesto verso Lantras Enneyun. — Ora, posso pensare molte cose. Che vi volesse punire. O intimidire. Oppure che volesse peggiorare le cose per voi, perché pensa che se la gente trova un modus vivendi, qui su Asgro, quando verrà il momento avrà troppo da perdere per rivoltarsi...
Ci furono mormorii. Senprun piegò la testa. — Mio Dio — disse. — Troppo da perdere.
— In ogni caso è possibile che puntasse a screditare me. Non lo so. Io so che ho — abbiamo — in mano un paio di carte. E tenteremo di usarle per voi. — Twony sospirò. — Se dovesse succedere qualcosa, vi spiegherò come mettervi in contatto con me.
Avevano fatto tutto quello che potevano per spaventarla, e ci erano riusciti benissimo. Ma non c’era ragione per fargli sapere di avere avuto successo. Vanja era stata educata per tutta la vita al controllo di sé, e non aveva intenzione di dimenticare tutto adesso, per quanto terrorizzata e sconvolta e umiliata fosse.
Nel mezzo corazzato che l’aveva portata via dall’Università li aveva visti picchiare a sangue e poi violentare una delle altre, una ragazza con i capelli biondi che si erano sporcati di sangue. Lei li aveva coperti di imprecazioni e minacce, e le avevano tappato la bocca con del nastro adesivo. L’avevano lasciata per ore e ore in una stanza sotterranea con decine di altri prigionieri dell’Università, tutti con le mani legate e bendati, a chiedersi che cosa sarebbe stato di loro. L’avevano fatta sedere di fronte a un ufficiale che le faceva domande senza alzare gli occhi dal monitor che aveva davanti, e lei sapeva benissimo che lo scopo per cui era lì era farle sentire le urla che provenivano dall’altra parte del muro, e glielo aveva detto. Aveva mantenuto la rabbia dentro di sé come una fiamma preziosa, aveva tenuto la testa alta e parlato con voce alta e chiara, ma si era rifiutata di rispondere alle loro domande. Alla fine l’avevano chiusa in una cella senza finestre, con i muri scrostati color verde—acqua e un unico materasso sporco. Si era distesa, aveva chiuso gli occhi, e aveva pensato ad Hayderad Creyna, che non aveva risposto alle sue chiamate. E si era resa conto di essere ancora viva, e che non l’avevano picchiata né violentata né torturata, e che provava, a ogni respiro intatto che le arrivava nei polmoni, a ogni battito del suo cuore, insieme un immenso sollievo e un’altrettanto immensa vergogna. Perché era sopravvissuta, al posto di tanti altri che non avevano il suo nome e il suo sangue. E sapeva che non avrebbe mai potuto smettere di vergognarsene.
Da mangiare ebbe del pane e del formaggio, l’uno e l’altro molto migliori di quanto si aspettava dal vitto di una prigione, e una prigione come questa, che doveva essere nella caserma della SATO, oltre il fiume. Non le avevano tolto l’orologio, ed erano passati poco meno di due giorni quando la vennero a prendere per portarla via.
Era di nuovo incappucciata, ma riconobbe comunque il palazzo del Governatore, dal pavimento sotto i suoi piedi e il rumore degli echi. Quando le tolsero il cappuccio fuori il cielo era rosso per il tramonto, e davanti a lei c’era una grande stanza lunga e stretta, e in fondo alla stanza, in carne e ossa — non in ologramma — c’era Jazel Laney.
Aveva ancora le mani legate dietro la schiena con un laccio di plastica. Sbatté gli occhi. Davanti a Laney, voltati a guardarla con gli occhi spalancati e il volto teso, c’erano tre uomini. Il primo era suo fratello Nauria Horayto—Ekera, grigio, snello e triste, con i suoi occhi preoccupati e stanchi. Il secondo era Kari Kaldar, che stringeva i pugni. Il terzo era Hayderad Creyna Shiela.
Quando la portarono avanti e lei passò davanti a Creyna si voltò e fece una cosa poco signorile, ma che più di un Horayto—Ekera, nei secoli, aveva fatto a uno Shiela. Gli sputò addosso, e la saliva attraversò senza danni l’uniforme nera del Comandante della Settima Flotta per colpire la terra dietro di lui. Creyna era presente solo in immagine.
— Non è stata un’idea mia — sussurrò l’ologramma. — Stai calma.
Vanja lo ignorò e parlò a Laney. — Se pensi di avermi spaventato, Jas — disse con voce chiara. — Ti sbagli di grosso.
— Mia carissima — disse Laney. — Naturalmente non avevo nessuna intenzione di spaventarti.
Seduto sulla sua sedia a levitazione, un po’ rattrappito dalla malattia, Jazel Laney non sembrava un uomo in grado di scuotere i mondi. Era piccolo, grigio, con due occhi miti, un ometto insignificante. Prima che diventasse Presidente Vanja aveva sentito innumerevoli testimoni parlare della sua simpatia. — Magari non è tutto quello che dice di essere — commentavano. — Ma non gli si può negare una grossa carica di umana simpatia. — A lei non era mai stato simpatico. Non le erano simpatiche le persone melliflue; non le erano simpatici quelli che per battere l’avversario si affidano a stravaganti insulti palesemente infondati ma che, diffusi ai quattro venti, finiscono per rimanere attaccati; non le erano simpatici i demagoghi; non le erano simpatici quelli sempre pronti a fare ricorso per avanzare i propri interesse agli istinti più bassi della gente; non le erano simpatici i mentitori impenitenti; non gli era simpatico chi distorceva la verità. Non le erano simpatici quelli che si dichiaravano amici del popolo e poi governavano a favore dei pochi; non le erano simpatici quelli che si dichiaravano amici della libertà e riempivano le prigioni; non le erano simpatici quelli che predicavano l’unità e la concordia e facevano assassinare gli avversari. Un sacco di gente ci aveva rimesso le penne per avere sottovalutato questo omino dai grigi occhi miti e cordiali, e un sacco di gente si era fatta prendere in giro dalla sua umana simpatia. Vanja non voleva appartenere a nessuna delle due categorie.
— Ma ti devi essere resa conto da sola a che cosa a portato la tua irragionevole opposizione a quella che è, dopo tutto, la volontà del popolo.
— La volontà del popolo? — Vanja annaspò, per un attimo, di fronte all’enormità e alla totale spudoratezza dell’affermazione. La cosa amara, pensò, era che probabilmente Laney non aveva nemmeno del tutto torto. Aveva il controllo di tutta l’informazione, poteva far credere e pensare e hdesiderare e sperare a Tyros quello che voleva lui. — Se la volontà del popolo è così chiara, com’è che hai dovuto far assassinare un Console del Centro per farla prevalere?
Laney appoggiò le mani sui braccioli della poltrona.
— Lo hai detto tu stessa, e in più occasioni, che il Centro non è un modello di democrazia.
— Cosa?
— Sì, hai parlato dei residui oligarchici di un sistema di governo sorpassato, mi pare...
— Vuoi dire che vuoi eliminare la Reggenza, adesso?
Da dietro di lei, Creyna disse. — Certamente no.
Laney gli lanciò un’occhiata. Vanja sapeva, come sapeva Laney, che in questi casi la voce di Hayderad Creyna degli Shiela era la voce della Cirte. — Certamente no — ripeté Laney. Vanja sapeva benissimo a che gioco stava giocando. Si parte col chiedere l’assurdo, l’impensabile, e l’altro finirà per venderti sua madre per una pentola rotta, e penserà di avere fatto un buon affare.
— Ma forse è venuto il momento di eliminare quella che finora è stata... un’anomalia. Non c’è ragione per cui il Centro non debba essere considerato uguale a qualunque altra provincia di Tyros.
— Non siamo venuti qui per parlare di questo — disse Nauria, con la fermezza gentile che gli era propria. Nauria sapeva essere molto, molto fermo. — La forma di governo del Centro non è in discussione.
Laney alzò gli occhi su suo fratello, e improvvisamente erano occhi molto freddi, e niente affatto cordiali.
— Sono certo che lei si rende conto di quali sono le forze in gioco, Horayto—Ekera.
— Sono certo che anche lei se ne rende conto, signor Presidente. Lei sta trattenendo un membro della Triade del Centro.
— Trattenendo? Ma neanche per sogno. Il Console è stata presa in custodia per la sua stessa sicurezza...
— E tu pensi che io confermerò in pubblico questa...
— Vanja — sussurrò la voce di Creyna dietro di lei. — Ti prego.
Vanja prese fiato, e si fermò. Aveva sentito nella voce di Creyna una minaccia peggiore di qualunque cosa Laney potesse insinuare. Aveva sentito che se Laney veramente decideva di eliminarla, non c’era niente che Nauria o il Kaldar o lo stesso Creyna potessero fare per impedirglielo.
— Mia sorella Xivanja Horayto—Ekera verrà rilasciata — disse Nauria. — Subito.
Laney rimase in silenzio per un po’, con una specie di sorriso sul volto. — Sua sorella — disse alla fine — ha commesso alcune gravi violazioni della leggere Federale.
— Cosa?
— Jas — disse Creyna.
— In effetti, da quello che sta emergendo dall’inchiesta del Prefetto Planetario, Jorna Esmetir, pare che sia stata lei stessa a fomentare i disordini di cui tutti abbiamo visto il tragico epilogo in questi giorni...
— Jas — ripeté Creyna, e questa volta era veramente spaventato.
Kari Kaldar disse qualcosa sottovoce.
— Voi capite bene che, di fronte alla legge Federale, siamo tutti uguali. Non ci sono Say e non Say, non ci sono eredi di Hanvard, non ci sono individui sottratti per nascita o titolo alla potestà della legge...
— Mia sorella gode dell’immunità accordata a un membro del governo! — disse Nauria.
Laney sorrise, e alzò gli occhi su di lui. — Horayto—Ekera — disse. — Io vi rispetto. Ma voi dovete capire una cosa. Sono io ad avere il dito sul grilletto qui. Tenente. — Senza spostare gli occhi da Nauria, fece un gesto con una mano a una delle due guardie che ancora stavano a fianco di Vanja. La sua voce si fece assolutamente gelida. — Si prepari a giustiziare questa donna.
L’uomo tolse la fondina dalla pistola e gliela puntò alla testa. Da Nauria venne un’esclamazione di sorpresa, da Kari un gemito di dolore, e da Creyna un’altra meravigliosa dimostrazione della sua celebrata capacità di non tradire alcuna emozione. Vanja rimase assolutamente immobile, con lo sguardo puntato davanti a sé. Era certa che Laney stesse bluffando, ma è difficile essere saldi come rocce in una certezza quando si è sentito il rumore della sicura che viene tolta. Era la prima volta nella storia, per quanto ne sapeva lei, che qualcuno che non aveva sangue Say nelle vene puntava una pistola alla testa di un Horayto—Ekera, e un Console del Centro per di più.
— Vuoi fare qualcosa? — sentì sibilare a Kari Kaldar, nel dialetto della Cirte e quindi probabilmente in direzione di Creyna.
L’ologramma di Creyna avanzò, e parlò con voce tranquilla. — Jas, abbiamo capito il punto. Ma qualunque cosa abbia fatto, che siano crimini o semplicemente stupidaggini, è una di noi. Non puoi colpirla senza colpire la Cirte. Può essere una sciocca sentimentale, può anche darsi che tutti noi la consideriamo un’utile idiota manovrata da forze sovversive di cui non capisce neanche la pericolosità, ma se la tocchi scoppierà l’inferno, e tu lo sai.
Laney trasferì gli occhi su di lui. — Va bene. Dimmi tu che cosa devo fare di lei, Creyna. Ma sai bene che non posso lasciarla tornare tranquillamente al suo posto a fare altri danni.
— Maledetto bastardo — disse Vanja, ancora con la pistola puntata alla testa.
Creyna rimase in silenzio a lungo. Kari continuava a imprecare sottovoce. — Il suo mandato scade fra sei mesi — disse alla fine. — Sia sul Centro che al Senato. Non si ripresenterà.
— Certo che mi ripresenterò — urlò Vanja. Creyna si voltò a guardarla. — E non saranno i tuoi aguzzini, che siano di sangue Say o no, a impedirmi di farlo! Ammazzami, Jas, e stai a vedere cosa succede!
— Non mi tentare — borbottò Laney. — Creyna?
— Non si ripresenterà — ripeté Creyna, guardandola. — Lo sa benissimo che anche se lo facesse non sarebbe eletta. Le elezioni si possono aggiustare.
Vanja sentì che le mancava il fiato. — Maledetto bastardo — sussurrò.
Laney chinò il capo. — Va bene. Diciamo che la lascio terminare il suo mandato, allora. E se fa qualche altro colpo di testa, be’, ci sono tanti altri funzionari del suo governo, che non sono Horayto—Ekera, e che poterebbero avere, che so... qualche incidente. Tenente, può abbassare quella pistola, ora.
Nauria le mise una mano sulla spalla. Vanja sentì che tremava. Non si voltò a guardarlo ma sapeva quanto doveva essere pallido.
— La prenderò in consegna io — disse Creyna. — Mandamela su ARRAS.
— No — disse Vanja.
Creyna si voltò verso di lei. Non erano parenti, ma erano dello stesso sangue ed erano entrambi servitori del Centro. Si conoscevano fin da bambini, lei aveva conosciuto suo padre, aveva assistito al suo giuramento, aveva mangiato alla tavola degli Shiela su Tar Azyl. Creyna aveva il dovere, come Say e come Hellea degli Shiela, di salvarle la vita, non di tutelare la sua dignità e la sua libertà.
— La prenderò in consegna io — ripeté Creyna. — Per un paio di mesi, fino a che questa storia non sarà passata e dimenticata.
Vanja fece per ribattere ma Kari, che si era fatto vicino, sibilò: — Taci, Vanja. — E fu in quel momento che sentì un senso di impotenza sopraffarla. Poteva farsi ammazzare in modo eroico, esattamente come avevano fatto gli studenti che aveva cercato di difendere. Poteva fare il bel gesto. Ma non sarebbe servito ad altro che a togliere di scena un altro oppositore. Se sopravviveva, avrebbe potuto continuare a lottare.
Respirò a fondo. — D’accordo — disse, amaramente. — Ma nessuno mi prenderà in consegna. Andrò io su ARRAS. Con la mia nave. E me ne andrò quando voglio.
Laney sorrise. — Vanja — disse, e non c’era più alcuna illusione di cordialità o di simpatia in lui. — Tu puoi andare dove vuoi, fare quello che vuoi. Ma hai smesso di mettermi i bastoni fra le ruote. Ho spazzato via i tuoi giovanotti che giocavano alla rivoluzione, e prima che sia passato un mese il Centro mi ringrazierà di averlo fatto. Potrei farti uccidere qui e ora, e tu lo sai benissimo. Non lo faccio per rispetto a tuo fratello, tua madre e la Cirte. E non lo faccio perché non conti più niente.
Fece un gesto con la mano. — Creyna ha ragione. Le elezioni si possono truccare. Vai su ARRAS, oppure fanne a meno. Non mi interessa. Ti posso schiacciare quando voglio.
— Verrà su ARRAS — disse Kari piano. Vanja sapeva quello che voleva dire. Su ARRAS sarebbe stata al sicuro.
Laney fece un gesto annoiato con la mano e la stessa guardia che le aveva puntato la pistola alla testa tagliò i legami che le tenevano ferme le mani. Vanja fece uno sforzo cosciente per non massaggiarsi i polsi. Kari la fece voltare e la trascinò via.
Oltrepassata la porta, proprio mentre a Vanja stavano per cedere le ginocchia, l’ologramma di Creyna ricomparve davanti a loro. Guardò Vanja, e Vanja lo guardò.
— Lo sai che era quello che voleva sentirsi dire — disse Creyna piano.
Vanja annuì. — Sì — disse.
L’ologramma fece una smorfia. — Mi chiama — disse, e scomparve. Nello stesso istante, lei vide macchie rosse e blu comparirle davanti agli occhi, e crollò fra le braccia di Kari. Non perse i sensi: ma tutto le girava attorno e aveva un rombo nelle orecchie e non riusciva a reggersi in piedi.
— Scusami — farfugliò. — Scusami, Kari. Non valgo molto come soldato.
— C’è una prima volta per tutti — rispose Kari. Lui e Nauria erano inginocchiati accanto a lei. Nauria le aveva preso una mano, e piangeva. — Affrontare qualcuno con in mano un’arma e che ti vuole uccidere non è facile per nessuno.
— Così, è tutto risolto?
Twony sospirò guardando dentro la scodella. — Non direi. Ho avuto un franco scambio di vedute con Ferni Avernil, ma non direi che le cose sono risolte, no.
— Come vi siete lasciati?
— Gli ho detto che spero non mi costringa a farlo fuori.
Ci fu un breve silenzio.
— Però — commentò la Fuggitiva dopo un po’. — Sei sicura di avere fatto bene?
La Fuggitiva era quella che preferiva delle cinque navi. In quel momento, seduta sul pavimento rivestito di stuoia del ponte principale della nave, nella semioscurità della nave in disarmo, Twony si sentiva quasi al sicuro. La nave le aveva offerto una ciotola di mokum caldi e adesso lei li stava mangiando con una delle pinzette di bambù che erano la posata tipica di Mesnes. Gerd era originario di quel pianeta e lei aveva imparato ad apprezzare la cucina mesnesiana da lui.
— No — disse Twony. — Ma non potevo far finta di niente, ti pare?
La Fuggitiva grugnì. Aveva, come le altre navi, un vasto repertorio di versi umani, e sosteneva di essere talmente abituata ad usarli nei contesti appropriati che ormai erano istintivi e spontanei quanto in un umano.
— Hai sentito del Centro? — chiese ora.
Twony, con la bocca piena, annuì.
— Non avevamo qualcuno fra di loro, vero?
Twony scosse la testa. — Avevamo dei contatti, ma nessuno nell’occupazione, santo cielo, no. Per quello che vale, io gli avevo detto che sarebbe finita così.
— Erano isolati — commentò la Fuggitiva. — Senza l’appoggio dell’opinione pubblica, senza protettori a parte il Console Esterno, che evidentemente si riteneva più importante di quanto era in realtà.
— Una volta lo era — notò Twony. — Si sa niente di quello che le è capitato?
— Gira voce che l’abbiano arrestata. Dal Palazzo Imperiale, non un fiato.
Twony annuì. — Cinque anni fa, non l’avrei mai detto, che sarebbero passati sopra Vanja Horayto—Ekera, con o senza il via libera della Reggente.
— Pensi che la faranno fuori?
— Cazzo no. Vanja Horayto—Ekera? No.
Intrappolò con una certa difficoltà l’ultimo mokum nella ciotola e se lo mise in bocca. — Non penso — disse, masticando.
— Credi che dovrai davvero far fuori Ferni Avernil?
Twony mise da parte la ciotola e sospirò. — Spero di no — disse. — Ma ho sbagliato a lasciare che facesse il brutto e il cattivo tempo, da solo, sui Pianeti Esterni. Devo trovare un’alternativa. Il fatto è — aggiunse, chiudendo gli occhi e stendendosi sulla stuoia, le mani dietro la testa, — che non mi piace proprio ammazzare la gente.
Capitolo 5
ADDIO CIELI AZZURRI
La guardò avvicinarsi dalla galleria sopra l’hangar di carico nove: una nave allungata e sottile, uno degli eleganti scafi costruiti dai secolari cantieri di Heira Moranii, sopra il Centro, che un tempo avevano rifornito di navi da battaglia l’Impero e ora costruivano solidi trasporti e navi da rappresentanza. Si avvicinava col muso in avanti, incredibilmente lenta e dolce data la sua mole, e Creyna la guardava venire verso di lui come un ariete da battaglia, potente e inesorabile, diritta verso il campo di forza invisibile che stava fra lui e il vuoto, illuminata da due fasci di luce provenienti dalla superficie esterna che e mostravano i suoi colori, verde, oro e rosso: i colori degli Horayto—Ekera.
Una voce gli parlò, chiara e netta, direttamente nell’impianto cocleare.
— La Tienna Hegraia ha ceduto il timone, signore. Attracco meno due zero zero. Il Console Horayto—Ekera le porge i suoi rispetti e chiede il permesso di salire a bordo.
— Permesso accordato, ufficiale d’attracco.
— Il dottor Queyar Wivo dovrà espletare le procedure di controllo e decontaminazione del bagaglio prima di scendere a terra, signore.
— Lo so, capitano.
— Ci vorrà un po’ meno di un’ora, signore.
Creyna si allontanò dalla ringhiera, ancora fissando la nave che entrava nell’hangar, immensa e aggraziata. Tutto era chiaro e pulito attorno a lui, le luci brillavano, i corridoi erano riscaldati e l’aria inodore. Ma a guardare il varco sullo spazio sentiva un brivido profondo. La ringhiera che aveva afferrato era ancora gelida, da sotto le scarpe ancora il calore del suo corpo fuggiva come risucchiato via. Questo hangar era stato ripressurizzato da poco più di una settimana.
— Il Console le chiede di essere ricevuta con urgenza, Comandante.
— Dite al Console che l’aspetto nel mio alloggio.
— Sì, signore.
Creyna si voltò e ritornò all’ascensore e alla Sala Controllo. Si fermò per un attimo davanti al grande schematico di ARRAS.
— Vela — chiamò. Il direttore tecnico della base gli comparve accanto immediatamente.
— Sì, signore.
— Ho bisogno di un paio di stanze nella sezione residenziale. Possibilmente vicino al mio appartamento. Pensa di riuscire a trovarmi qualcosa?
— Non c’è problema, signore.
— In affitto, maggiore.
— La dottoressa ha diritto ad alloggiare qui a nostre spese per almeno una settimana, signore.
Creyna gli lanciò un’occhiata. — Le voci corrono, vero, maggiore?
Vela si strinse nelle spalle. — E dal servizio sanitario interno mi dicono che saprebbero senz’altro cosa farsene di un medico in più, signore. Siamo ancora a corto di personale.
Creyna annuì. — Glielo riferirò. C’è qualcosa di urgente in arrivo?
— Solo il rapporto di metà decade del generale Faraniy, signore. Dovrebbe trasmettercelo entro le quindici zero zero diurne.
Creyna gettò un’ultimo sguardo alla Sala Controllo e alle sue lucine rassicuranti e rientrò nel suo ufficio. Un monitor si era acceso automaticamente accanto alla sua scrivania e mostrava il notiziario di mezza giornata, sul canale informativo federale numero uno. Creyna si sedette e lo spense. Non gli piaceva granché il notiziario ufficiale, e poi sapeva quanta parte delle notizie che diramava erano semplicemente false, o taciute. Invece, quando poteva ascoltava Radio Dikea.
Non ci vuole molto a diffondere un notiziario: un microfono, un qualunque apparecchio collegato con due tera di potenza di calcolo, e naturalmente il minimo di astuzia per non far rilevare il punto di origine della trasmissione. Chiudere Radio Dikea, come loro dovevano fare, era come dare la caccia al vento con una reticella: ma Creyna era testardo, e per questa ragione una parte non trascurabile delle risorse della polizia politica era impiegata nel dare la caccia ai trasmettitori. Un’altra buona parte era impiegata nel dare la caccia a chi ascoltava le trasmissioni, e anche questo aveva una sua efficacia. Dopo tutto, la censura era una cosa seria, e Creyna era parecchio infastidito dal dover sbattere in galera, o peggio, dei giornalisti tyrosiani perché poi le stesse informazioni venissero allegramente diramate ai quattro venti dagli Esterni. Sarebbe anche stato possibile venire ad un compromesso: io tengo la mano leggera con i vostri trasmettitori, quando li acchiappo, il che vuol dire che li metto in una cella e butto via la chiave ma almeno non li ammazzo sotto tortura, e voi la smettete di cinguettare alla vostra radio tutto quello che vi passa per la testa. Anche fra nemici giurati si stabiliscono, tacitamente, intese simili.
Lo avrebbe fatto se non fosse stato per via della sigla. Era come se avessero voluto fargli un dispetto personale. Non era un uomo permaloso, ma quella sigla era diventata la sua nemesi. Erano anni che desiderava con tutta l’anima di mettere le mani su colui o colei che aveva deciso di usare quella particolare canzone per aprire le loro trasmissioni. A parte quello, però, ascoltava volentieri Radio Dikea. Oltre a informarlo su quello che diceva e pensava il nemico, trasmetteva in lingua centrale, la lingua franca di Tyros, ma con l’accento di Asgro, che lui ricordava così bene.
Quella mattina aveva presenziato alla cerimonia funebre per le vittime dell’incidente, ed era quella la notizia principale ripresa dal notiziario ufficiale. Per quello aveva spento così in fretta. Aveva sentito dire che la cerimonia era stata bella e toccante. A lui, che l’aveva vista da vicino, era parsa terribile, con quelle file di cassettine di metallo contenenti in alcuni casi, ceneri, in molti altri, niente, allineate nel Parco di Zenit.
Ma non l’aveva lasciato con il cuore pesante. Gli aveva lasciato, invece, quella scandalosa e incontenibile euforia che conosceva già da Meseian: era vivo, era sano. La morte gli era passata vicino ma non si era fermata. I colori e le sensazioni del mondo gli sembravano nuovi e meravigliosi.
Tese una mano ed evocò lo status della Flotta come da ultimo rapporto del suo secondo. C’erano ancora molte cose che ARRAS non faceva. Avevano riattivato solo i sistemi automatizzati, i controlli ambientali e così via. I sistemi intelligenti, i simulatori tattici e strategici, tutti i filtri e le routine che consentivano a un uomo solo, quassù in questo ufficio, di gettare uno sguardo competente su tutto Tyros, erano ancora lungi dall’essere riattivati. Ma lui sentiva sotto le sue dita, di nuovo, di avere il controllo della sua Flotta.
Aveva smesso molto presto in vita sua di credere che tutto si sarebbe sistemato, che le cose sarebbero andate tutte a posto: il massimo a cui aspirava, ora, era di imporre un certo precario ordine artificiale a un universo che più di una volta gli era sembrato esplodergli in faccia.
Aveva chiesto di essere messo fuori disponibilità per il resto della giornata, una cosa a cui aveva senz’altro diritto ma che doveva essere comunque approvata dall’ufficio Personale. Adesso, finalmente, il messaggio di conferma era arrivato sulla sua scrivania, e Creyna trasferì le comunicazioni normali al terminale di Vela e quelle urgenti al suo. Poi si alzò, si sistemò il cappello in testa e uscì di nuovo.
— Vela — disse, passandogli accanto. — Sono in riposo fino a domani.
— Si, signore.
— Hai il comando della Stazione fino a che non torno. Se succede qualcosa di veramente grave, chiamami.
Vela annuì. Questo voleva dire: a meno che non sia questione di vita o di morte, non sognarti di chiamarmi. Faraniy appendeva un metaforico cartello “non disturbare” sulla sua porta ogni volta che smontava, il che voleva dire ovviamente che era regolarmente chiamato per ogni quisquilia e se ne lagnava in tono afflitto ogni volta che poteva. Creyna lo faceva di rado, e in questi casi niente di meno di una dichiarazione di guerra o la resa della Dikea gli veniva comunicata.
Il suo alloggio era piccolo ma non spartano. Era stato costruito per il precedente Comandante, ed era costituito da una serie di brevi corridoi e stanze esagonali foderate di legno dorato, illuminate dall’alto. Nella sua camera da letto Creyna aveva fatto sostituire i pannelli di legno con schermi a parete che generalmente simulavano una vista sull’esterno, ma che spesso riprendevano la vista in tempo reale del satellite di relay della Cirte, o le telecamere meteo che inquadravano le montagne attorno a Tar Azyl. Sul soffitto erano rimasti i pannelli di legno, e al centro un ologramma che mostrava una vasta scelta di cieli, diurni o notturni, sereni o coperti, stellati o foschi. I pannelli delle pareti non funzionavano più bene dall’incidente, e Creyna li aveva spenti, ma quello superiore ancora mostrava il sereno cielo stellato del Centro che aveva scelto prima del disastro e che non vedeva ragione di cambiare.
Il gatto, una bestiola nera con le zampette bianche che Creyna aveva trovato al Parco dopo il funerale e che a quanto pare era appartenuta a una addetta alla dogana del quarto livello morta nell’incidente, saltò sul letto non appena lui si distese e si avvicinò zampettando, gli occhi gialli fissi sui suoi e facendo le fusa in tono significativo.
— No — gli disse Creyna. — Giù. — Fece con le mani il gesto di allontanarlo, ma il gatto non se ne diede per inteso. Si sedette vicino a lui, continuando a fare le fusa. Nell’alloggio faceva freddo e il gatto preferiva di gran lunga accoccolarsi vicino a un corpo caldo che su una delle poltrone. — Bestiaccia — gli disse. Se il gatto piangeva la scomparsa della sua padrona, lo nascondeva bene: in compenso aveva dimostrato imperituro amore per lui dal momento in cui per la prima volta gli aveva riempito la ciotola. Creyna non si faceva soverchie illusioni sui gatti. Se non per il fatto che ARRAS era priva di topi per merito loro. — Ruffiano — disse all’animaletto, grattandogli il mento. Riprese a fissare il soffitto, pensando al Console Horayto—Ekera.
Il campanello suonò, Creyna sussultò e il gatto schizzò via. Avrebbe potuto aprire la porta da lì, ma si alzò e attraversò il suo studio e il salottino e il corridoio dell’ingresso, e aprì la porta di persona. Vanja Horayto—Ekera era avvolta in un lungo cappotto bianco, bordato di pelliccia, che doveva esserle servito per attraversare il gelido e lungo hangar dove la nave era attraccata, e che adesso aveva aperto. Era molto bella, come al solito, gli occhi neri scintillanti, i capelli che descrivevano riccioli perfettamente circolari, lucidi e brillanti, la bocca con un angolo sollevato e il bel seno generoso scoperto sotto il cappotto, sostenuto dal vestito.
Creyna sospirò e rimase a guardarla sulla soglia per qualche secondo. Poi disse: — Benvenuta a bordo — la prese per una braccio e la tirò dentro. Chiuse la porta alle sue spalle e la spinse contro la parete di legno. Le coprì la bocca con la sua, le sollevò la gonna e la penetrò senza nemmeno toglierle il cappotto, non perché avesse particolare fretta, non l’aveva, ma perché sapeva per lunga esperienza che a lei sarebbe piaciuto. Il piccolo verso che fece, qualcosa di mezzo fra un sospiro e un gemito, gli mandò una stilettata di piacere quasi fisico nel corpo.
Più tardi, mentre erano distesi nel buio sotto il cielo stellato, lei gli disse: — Ho creduto che fossi morto. Ho avuto tanta paura, Hay.
Aveva alzato la temperatura perché potesse restare nuda senza tremare, ma la stava ancora coprendo col suo corpo, con la testa appoggiata contro la sua gola. Erano ancora uniti, e Creyna si sentiva perfettamente felice, di quel genere di felicità che confina con una sensazione di dolore nel petto. — Ho creduto di essere morto anch’io — sussurrò, pensando al suo fiato tiepido che le accarezzava le pelle. — Stavo lì chiuso nella tuta e riuscivo a pensare solo a te.
Alzò gli occhi su di lei. — E quando ho visto la polizia che caricava gli studenti sono quasi impazzito. Non mi volevano dire dov’eri, cosa ti era successo. Vanja...
— Non parliamone, per ora, ti dispiace?
— Ti hanno fatto qualcosa?
Lei scosse la testa. — Mi hanno solo spaventato.
Creyna le passò due dita sul viso, con dolcezza, tracciando la linea di un sopracciglio, e poi lo zigomo, e poi la bocca. — Ti prometto che non farò sciocchezze se anche me lo dici. Voglio dire, a parte strangolare con le mie mani chiunque ti abbia messo un dito addosso.
Vanja sorrise. — Credo che lo sapessero anche loro. Ho capito che eri ancora vivo quando ho visto come mi trattavano.
— Ti prego — disse Creyna, senza più sorridere, e con intensità. — Non farmi più una cosa del genere. Mai più. Ti prego.
Vanja non promise, ma tirò la sua testa verso di lei e lo baciò. — Ti amo — gli disse piano. Anche se fra sé e sé aggiungeva: e non dovrei. Ripensava agli scalini dell’Università sporchi di sangue, alla puzza e alle urla e ai morti, alle facce che aveva visto inghiottite dalla marea, e sapeva bene che fra i colpevoli c’era quest’uomo bello e forte che stringeva fra le braccia, che la accarezzava con tanta dolcezza, e che avrebbe dovuto provare orrore e ribrezzo per quelle mani calde che la toccavano e odio per tutto quello che lui aveva fatto, con tanta competenza, con tanta fedeltà, per mettere al potere Jas Laney e tenercelo. Sapeva che era un mostro e un assassino quello che aveva addosso, che l’universo sarebbe stato un posto migliore senza di lui. Lo sapeva, ma continuava a desiderarlo, a pensare a lui anche quando era fra le braccia di qualcun altro, generalmente qualche uomo migliore di lui, a desiderare il suo corpo, la sua voce e la sua presenza, a sentire la sua voce e a provare feroce nostalgia di lui. Ad avere paura per la sua vita, e a sentire che per lei sarebbe stata insopportabile se glielo avessero strappato. Quella volta a Chashanna quando gli avevano sparato lei gli aveva tenuto la mano e lo aveva chiamato disperatamente dalla morte, e aveva pianto di sollievo quando si era risvegliato, di sollievo e di gioia inesprimibile, e avrebbe ringraziato un Dio se avesse pensato che un Dio esisteva e che potesse essere un’entità tanto crudelmente insensata da richiamare alla vita uno come Hayderad Creyna ma da abbandonare al loro destino le sue vittime. E mentre lei ancora piangeva di sollievo e di gioia, con un filo di voce, lui aveva ordinato la distruzione di Chashanna e lo sterminio dei suoi abitanti. Vanja lo circondò con le gambe, lo strinse, chiuse gli occhi e cercò di non pensare ad altro che al qui e ora, che era tanto semplice e pulito. E il resto del mondo stava appunto per svanire beatamente quando ci fu un trillo e Creyna mormorò nei suoi capelli. — Oh, Dio.
— Che c’è?
— Non lo so, ma avevo lasciato detto che non mi disturbassero — disse mentre alzava la testa e tendeva una mano verso l’interruttore sopra la testata del letto che accendeva l’impianto cocleare e i microfoni.
— Mi spiace, Comandante — disse la voce di Raye Dano all’orecchio di Creyna. — Ma è una cosa urgente.
Creyna si staccò da lei e rotolò dalla sua parte del letto.
— Che genere di cosa urgente?
Dano parlò quasi senza prendere fiato.
— Un’informativa dall’ufficio di Asgro, signore. Dicono che dopodomani c’è un incontro su Starcity, fra Yerevan Azabi e un inviato della Dikea. Ho parlato con il governatore Tetchis, giù a Starcity. Perché stanno negoziando un accordo con Azabi, si ricorda, signore, o almeno Azabi vorrebbe negoziare con loro. Tetchis non era interessato, ma gli ho detto di tenere aperto uno spiraglio.
— Perché? Chi è questo inviato?
— Dicono Thuien Twony Chashanna, signore. Pensavo che potesse interessarle.
Creyna rimase in silenzio per un po’, a guardare il cielo. Vanja si era alzata ed era scomparsa oltre la porta del bagno. Non avrebbe comunque potuto sentire quello che Dano gli diceva, naturalmente.
— Sì — disse alla fine, piano. — Mi interessa. Devi parlare ancora con Tetchis?
— Aspettavo di sentire lei, signore.
— Va bene. — Creyna fece una pausa. — Lascia che ci pensi un po’ su. Fino a quando sei di guardia?
— Tutta la notte, signore.
— D’accordo. Verrò giù prima che tu smonti, e ne parliamo. Intanto parla con Tetchis, e digli di trattare. Non mi importa cosa deve concedere ad Azabi, purché collabori.
— Sì, signore.
Vanja ora era sulla porta, le braccia conserte. Era bellissima, ma aveva le labbra serrate, e un’espressione che lui conosceva. Creyna sapeva che il momento della tregua, della dolcezza, in cui tutto era semplice e piacevole, era finito.
— Cosa succede? — chiese la donna.
— Niente di grave, voglio dire, niente di pericoloso. Era Raye Dano. E’ il comandante della SATO qui finché non arriva il rimpiazzo.
Vanja voltò la testa di lato. — Devi andare giù?
— No. Non subito. Torna a letto.
Provava ancora un terribile desiderio per lei, che era qualcosa di più e di diverso dalla fame del suo corpo. Vanja era stata la sua prima e unica donna. Sapeva bene di non averne l’esclusiva: siccome era a capo di un servizio segreto, e lei era un personaggio pubblico, sapeva bene, non poteva evitarlo, con chi e come e quando andava a letto. Lo sapeva e non c’era questione di perdonarla o meno: era una libera donna del Centro, non avevano impegni, non avevano doveri, poteva fare quello che credeva, e non avrebbe comunque tollerato i lunghi periodi di astinenza che la situazione le imponeva. Anche per lui non era facile. Erano passati quasi tre mesi dall’ultima volta che l’aveva vista, e quasi sempre le loro erano unioni affrettate e clandestine, perché la Cirte non avrebbe approvato, perché lui — figlio di suo padre com’era — aveva ricevuto la proibizione di generare figli, perché non poteva sposarsi e il suo Clan avrebbe certo chiuso un occhio se si trattava di sfogarsi con qualche donna straniera, ma non con una Centrale nelle cui vene scorreva sangue Say. Non era facile. C’erano giorni in cui gli sembrava che tutta la sua carne urlasse, ma chiedeva solo lei. Nessun’altra sarebbe bastata. Senza di lei, per quanto lo facesse arrabbiare, per quanto lo spaventasse, la sua vita sarebbe stata vuota e terribile. Non aveva mai pensato di prendersi un’altra donna, una con cui non avrebbe dovuto litigare, una che non lo disprezzava. Era lei che voleva, e solo lei.
Adesso lei si stava guardando i piedi. Non si mosse.
— Tu lo sapevi quello che stava succedendo sul Centro?
— Sì.
— Ma non hai fatto niente.
— Vanja, cosa volevi che facessi? Quando sono riuscito a parlare con Jas gli ho detto che l’avrei presa molto male se non ti avessero liberato.
— Non mi riferivo a quello.
Creyna si mise a sedere. — Ah, ti riferivi al centinaio di figli di papà che giocavano a fare i rivoluzionari sotto casa tua?
— Mi riferisco ai tuoi uomini che hanno violato l’immunità del palazzo Imperiale e della tua Università per ammazzare dei ragazzini di neanche vent’anni in piena vista di tutta la Galassia.
— Sono i miei uomini ma non stavano seguendo i miei ordini. Lo sai. Io ero qui, non potevo intervenire.
— Pensi che non sappia che se fossi potuto intervenire non avresti mosso un dito?
Creyna tornò a distendersi e chiuse gli occhi. — Se avessi potuto intervenire — disse, lentamente. — Questa situazione non si sarebbe mai creata. Eri tu il bersaglio, e lo sai molto bene. Jas ha approfittato che io fossi fuori gioco.
— Ah — disse Vanja, sarcastica. — Vuoi dire che non avresti mandato la SATO a caricare?
— No di certo — disse Creyna, sempre con gli occhi chiusi. — Te l’ho detto, se fosse stato per me non saremmo mai arrivati a questo punto. Avrei fatto arrestare uno o due di loro, li avrei ammazzati in malo modo, e gli avrei fatto trovare i cadaveri. E se non bastava...
Vanja parlò piano. — Sei un assassino bastardo.
Creyna aprì gli occhi. — Ne avrei ammazzati molti di meno, e non avrei umiliato il governo del Centro in pubblico. — E poi aggiunse, piano. — E non sono un bastardo. Magari lo fossi.
— Ma resti un assassino.
Creyna si alzò di scatto. — Sono quello che è tuo cugino Kari Kaldar e quello che era tuo padre. Sono quello che sono sempre stato e tu lo sai benissimo. Sono un Say. Obbedisco al mio governo e al tuo, e sono qui per salvarvi il collo a tutti quanti voi aristocratici Centrali. Perché i tuoi piccoli teneri rivoluzionari universitari crescerebbero e finirebbero per dare fuoco al tuo prezioso Palazzo, se li lasciassi fare, e forse a giudicare da come vivi tu e come vive la maggior parte della gente di questo Paese farebbero anche bene.
— Non fare il materialista da quattro soldi con me, Hayderad. Sono io che ti ho fatto leggere Marx.
— Non sono un materialista da quattro soldi. Sono un Say, e lo ero anche prima che tu mi facessi leggere Marx. In quanto a quello che sei tu…
Vanja si avvicinò e appoggiò le mani sul letto. — Tu hai fatto andare al potere e ancora sostieni un governo che solo in momenti di grande indulgenza potrei definire populista, e che non ha mai fatto nulla per migliorare concretamente la vita dei tuoi e miei concittadini, e bada che non mi sto riferendo alla Cirte o al Centro. Un governo alleato di oligarchi e sfruttatori, qualunque cosa dica il tuo amico Laney. E se non...
— Io faccio gli interessi della Cirte e del Centro. Che sono gli interessi dell’umanità. Tua madre lo sa, il Kilyanna della Cirte lo sa, e lo sapresti anche tu se la smettessi per un attimo di guardare al mondo con il sentimentalismo di una scolaretta.
— Non ci credi veramente.
— Certo che ci credo.
Vanja socchiuse gli occhi. — Né Kari né mio padre avrebbero mai mandato le truppe contro l’Università.
— E nemmeno io, per la miseria!
— E nemmeno tuo padre. E anche lui pensava di fare gli interessi dell’umanità.
— Già — commentò Creyna amaramente. — Si è visto.
— Se c’è qualcuno che ha scelto di chiudere gli occhi e seppellire la testa sotto la sabbia qui, Hayderad, non sono io. E in quanto a Kari e mio padre, non sono mai stati al comando di una polizia politica.
Creyna si passò le mani sul volto e poi le aprì, esasperato. — Io sono un soldato della Cirte. Non ho nessuna scelta.
— C’è sempre una scelta. Tu hai scelto di diventare l’uomo di Laney. Tu hai scelto di andare sui Pianeti Esterni...
— Oh Dio no, Vanja, non questa discussione di nuovo. Ti prego.
Creyna si alzò in piedi e cominciò a rivestirsi. Vanja si sedette sul letto. — Dove vai?
— Devo concludere una cosa. Non ci metterò molto.
— In altre parole, scappi. Di nuovo.
Creyna si stava infilando la camicia. — Vanja, sarò qui di nuovo a farmi insultare fra meno di un’ora. Te lo prometto.
Vanja incrociò le braccia. — Non voglio insultarti. Che tu ci creda o no, ho ancora più stima di te di quasi chiunque altro in questo Paese. Sto cercando di salvarti, Hayderad.
Creyna si infilò la giaccia, si piegò e le prese il volto fra le mani, con dolcezza. — D’accordo — disse. — Che tu voglia il mio sangue o la mia anima, darei qualunque cosa per te. Sarò qui a farmi salvare con più tranquillità fra meno di un’ora. Promessa. — La baciò velocemente sulla bocca, prima che Vanja potesse fare su quella questione del sangue e dell’anima la battuta più naturale, e andò via.
Dano capì subito che il suo Comandante era di cattivo umore. Non era facile, perché non rivelava molto, ma quando si muoveva con quella fretta, con quella violenza trattenuta nei movimenti, Dano sapeva che era arrabbiato. Con chi e con cosa, questo restava da vedere.
— Mi spiace di averla disturbata, signore — disse seguendolo nell’ufficio del comandante della SATO di ARRAS, che per il momento occupava.
Creyna si sedette nella poltrona del comandante. — Facevi il tuo dovere — disse. E aggiunse, in tono leggermente più cordiale. — Non ti preoccupare, Raye. Hai fatto bene.
Era notte fonda, per lui, ma non sembrava stanco. D’altra parte Dano non ricordava di averlo mai visto stanco.
— Siediti, Raye — disse il suo Comandante con un gesto della mano, indicando la sedia davanti alla sua scrivania. Si appoggiò allo schienale. — Dimmi tutto.
Raye si sedette e intrecciò le mani in grembo. Un’atmosfera di ordine, di calma, tranquilla autorità sembrava regnare attorno a Creyna, dentro la quale a Dano sembrava che una qualche tensione in lui venisse meno, un atteggiamento di allerta, guardingo, che invece sembrava dominare la sua vita fuori dalle immediate vicinanze del suo Comandante. Creyna non era il suo diretto superiore, o perlomeno non lo era stato prima dell’incidente, ma era stato lui ad arruolarlo e a istruirlo, ed era a lui che rispondeva; era a lui che era leale.
— Ho chiamato il governatore Tetchis, signore, su Starcity. Mi ha mandato una copia dell’accordo che il loro ufficio di procedura legale sta trattando con Yerevan Azabi, dei Signori dell’Orsa Maggiore.
Creyna appoggiò il mento su una mano. — Un accordo.
— Sì, signore. A quanto pare... — Dano si strinse nella spalle. — A quanto pare abbiamo arrestato suo nipote, un certo Hasm Ereja.
— Il suo delfino.
— Sì. Be’, lo hanno arrestato per qualche reato minore... riciclaggio, penso, qualcosa del genere.
— E Yerevan lo rivuole.
— Yerevan Azabi ha i suoi problemi, signore...
— Come per esempio tre figli che tentano di ammazzarlo un giorno sì e uno no. E’ bello sapere che anche a capo di una Fratellanza starsita non si dorme tanto tranquilli. — Creyna sollevò un angolo della bocca. C’era un fondo scuro nei suoi occhi tranquilli, che Dano conosceva. Creyna aveva passato un anno su Starcity, come capo della polizia, e non amava le Fratellanze. — E che cosa ha deciso l’ufficio legale di Tatchis?
Dano strinse le labbra per un momento prima di rispondere. — Avevano quasi deciso di rifiutare, signore, ma poi stamattina, voglio dire questa sera, dopo che ho parlato con Tatchis, lui ha chiamato Azabi, e Azabi ha detto qualcosa che corrispondeva a quello che gli avevo detto io, e li ha fatti saltare sulla sedia.
Creyna sollevò un sopracciglio.
— Ha detto che uno dei suoi familiari a volte si trova con delle armi per le mani, signore, e che trova da venderle. Lei capisce, signore, stiamo parlando di astronavi da battaglia, non di pistole.
Creyna socchiuse gli occhi. — Certo.
— Dice che stanno trattando una vendita per domani. Un buon cliente, signore, che a Yerevan dispiacerebbe perdere, e un cliente pericoloso, per di più, ma in cambio di suo nipote...
— Un buon cliente, e un cliente pericoloso. — Creyna scrollò le spalle.
— Yerevan ha detto di avere trattato in particolare con una persona. Una donna, signore. Una donna alta, nera, attorno ai venticinque anni, che sembrava avere molta autorità per trattare. Che sembrava avere a disposizione denaro e influenza. Nella Dikea.
Dano aveva parlato in fretta, precipitosamente. Creyna socchiuse gli occhi.
— Dio onnipotente — mormorò. — E’ lei.
Dano si morse il labbro. — Così sembra, signore.
Per un lungo momento Creyna rimase fermo, gli occhi fissi, oltre Dano, su qualcosa che non si vedeva. Dano si chiedeva a cosa stava pensando. Al momento in cui era stato ucciso? Alla donna che era andata tanto vicina a infliggergli quella sconfitta definitiva? O a cose più Say, il pericolo corso dal suo signore Laney, il suo parente, Nikos Barreh, ucciso?
O agli anni passati sui Pianeti Esterni, su Chashanna, come uno di loro?
— Quell’informativa — disse Creyna. — Viene da dove penso io?
Raye, che si era portato dietro una tavoletta, cercò un documento e glielo porse. — Dalla nostra Fonte Amica, signore. Sì.
Creyna lesse il documento con la testa inclinata. Raye vedeva i suoi occhi correre lungo le righe scritte. Poi lasciò la tavoletta sulla scrivania e alzò lo sguardo, ma di nuovo verso un angolo del soffitto che sembrava interessarlo particolarmente. Rimase fermo per qualche secondo ancora. — Dì a Tatchis — disse infine, senza abbassare lo sguardo su di lui — che accetti l’accordo. Che se ce la consegna, Azabi può riavere quel bastardo di suo nipote... e che avrà la mia gratitudine e la mia protezione. — Una breve pausa. — La gratitudine e la protezione dell’Hellea degli Shiela.
Dano annuì. — Sì, signore.
— Se è lei — continuò Creyna, sempre fissando, assente, nel vuoto — non si farà mai prendere viva.
— Questo dipende da noi, signore — rispose Dano.
Creyna riportò gli occhi su di lui, occhi molto presenti, molto attenti. — Vuoi occupartene tu?
Dano sorrise. Il cuore gli fece una capriola nel petto.
— Di arrestarla, signore?
— Di prenderla e portarla qui. A me. Viva. Sì.
— Si, signore.
Ci fu un breve silenzio. Poi Creyna disse: — Guarda che non sarà facile. E’ sempre riuscita a farcela, finora. E sa il rischio che corre. Sa che non può permettersi di farsi prendere viva, tutti loro lo sanno ma lei più di tanti altri. Se dovesse succedere che riesca a uccidersi, o a farsi ammazzare... — Creyna si strinse nelle spalle. — Be’, avrò la certezza che hai fatto del tuo meglio, non è vero, Raye?
Dano si alzò in piedi. — Lo sa bene, signore.
Creyna annuì. — E, Raye, prima di partire... il rebooting dei programmi di gestione della SATO è previsto con una priorità piuttosto bassa... dovremmo anticiparlo. Prendi uno dei tecnici... prendi Degras, che mi sembra abbastanza in gamba, e digli di occuparsene. Se riesci a portarla qui, non ci possiamo permettere di perdere del tempo prima di cominciare a interrogarla. Voglio che tutto funzioni.
Dano annuì. — Sì, signore.
— Va bene, Raye. Puoi andare. Io rimango ancora per un po’, se non ti dispiace.
Creyna rimase immobile, a fissare il vuoto, per molto tempo dopo che Dano se ne fu andato.
Nikla aveva quasi deciso di spegnere la luce quando suonarono alla porta. Si appoggiò il libro alle ginocchia e disse: — Chi è?
Aveva già spento l’impianto cocleare. Dal microfono accanto al letto la voce venne chiara e ferma.
— SATO.
Per qualcosa come sei o sette secondi Nikla rimase fermo, paralizzato. L’aveva provata un’altra volta, quella sensazione fredda allo stomaco, quel buio agli occhi, quel rombo alle orecchie. Il campanello suonò una seconda volta.
— Degras? Sono il maggiore Dano.
Nikla buttò le coperte di lato e si alzò su gambe ancora malferme. Andò alla porta in pigiama e a piedi scalzi. Aprì e rimase a fissare il giovane maggiore della SATO. Pensava a quella vecchia barzelletta sulla felicità. Che cos’è la vera felicità? Quando bussano alla tua porta nel cuore della notte, tu vai ad aprire e ci trovi due agenti della polizia politica. Ti guardano e ti chiedono: abita qui Nicolas Degras? E tu puoi dire: No, due piani più sotto. Quella è la vera felicità.
Dano lo squadrò. — L’ho svegliata? — chiese, con quella che Nikla prese per una quasi offensiva assenza di preoccupazione.
— No — disse. — Non dormivo ancora. Cosa c’è?
— Mi spiace per l’ora, ma si tratta di una cosa di una certa urgenza. Deve venire con me giù alla sezione detentiva.
Nikla rimase immobile a guardarlo. Dano fece un gesto spazientito. — Sarebbe meglio che si vestisse.
— Cosa c’è? — ripeté Nikla. Aveva le gambe deboli deboli.
— Il Comandante vuole che sia lei a riattivare i sistemi della SATO.
D’un tratto gli sembrava di avere tanti puntini rossi e blu che gli ballavano davanti agli occhi. Si sentiva quasi svenire per il sollievo. — Alle cinque del turno notturno? — chiese.
Dano lo fissò scandalizzato. — E’ un ordine del Comandante — ripeté.
Nikla annuì. Mosse un passo indietro e fece un gesto per invitarlo ad entrare, anche se non aveva nessuna voglia di dividere una stanza con questa creatura. — Farò in un attimo — promise.
Dano si sistemò accanto alla scrivania, con le braccia incrociate e appoggiato al muro ma con l’atteggiamento di uno che non ha intenzione di aspettare a lungo. Nikla decise di rinunciare a lavarsi i denti. Mentre si infilava la maglia chiese, con voce che uscì attutita dalla stoffa: — Come mai tutta questa fretta? Credevo che la sezione detentiva fosse in programma per la settimana prossima.
— Dobbiamo trasferire un prigioniero — rispose Dano, guardando verso il finto oblò della stanza, che mostrava un quarto di Mesnes contro un cielo stellato.
Nikla non si era aspettato che l’altro gli rispondesse e lo guardò con una piccola stretta al cuore. Dano non era esattamente cordiale, non lo era mai, ma sotto la sua abituale fredda cortesia c’era qualcos’altro. Aveva gli occhi brillanti e spalancati e sembrava teso. Chiunque fosse il disgraziato che stava arrivando su ARRAS, pensò, doveva essere qualcuno di una certa importanza. Chissà se Esterno o tyrosiano — ma in fondo, preferiva non saperlo, se era uno dei suoi compagni. Non poteva fare niente per aiutarlo, ma preferiva non sapere comunque. Quando aveva accettato di venire lì sapeva che, per quanto indirettamente, avrebbe aiutato l’esercito tyrosiano ad ammazzare i suoi. Ma non aveva previsto di trovarsi nella condizione di fare manutenzione essenziale alle loro celle, ai loro sensori corticali, ai loro strumenti di tortura. Non che avesse molta scelta, a quanto pareva. Ordini del comandante. Decise di riporre in un angolo, al sicuro, un’altra ondata di rabbia verso il comandante.
Alzò gli occhi e vide il giovane che lo fissava.
— La rendo mica nervoso? — chiese il maggiore dolcemente.
— Lei che dice? — fece Nikla, seccato. — Se la polizia le suonasse alla porta nel cuore della notte dicendole “Prego, mi accompagni alla sezione detentiva con urgenza” lei come si sentirebbe?
Dano sorrise. — Lei pensa che sarei così gentile se fossi venuto ad arrestarla? Che parlerei con questo tono di voce? — (Oh, se lo sapeva che cosa gli aveva fatto passare suonando alla sua porta, il piccolo bastardo, pensò Nikla.) — E poi, io sono entrato nella polizia proprio per evitare questo genere di contrattempi — aggiunse. — Possiamo andare?
Era già alla porta. Nikla si tastò la maglietta per vedere se aveva la sua tessera personale, e dovette tornare al comodino per pescarla dal libro dentro la quale l’aveva chiusa, a mo’ di segnapagina. Tornando indietro notò lo sguardo di Dano. Stava fissando il libro. Era uno di quelli di carta che Nikla si era portato dal Centro, anche se ne aveva accumulati alcuni altri presi dalla libreria cartacea di ARRAS.
— Esieren — confermò Nikla stancamente. — Un sovversivo.
— Lo so — disse il maggiore, e aprì la porta. Nikla non riuscì a impedire a un certo scetticismo di mostrarsi sul suo volto. Dubitava che nella SATO insegnassero ad apprezzare la poesia romantica della Seconda Reggenza.
— A modo suo — aggiunse Dano. — Mandato a morire in esilio perché si era scopato la donna sbagliata, se non sbaglio.
Nikla lo guardò.
Dano lo spinse fuori. — Cioè una delle amanti di Hanvard, che magari era nobile e tollerante, ma per certe cose se la prendeva. Però non credo che abbia scritto una riga epica in vita sua, e quella volta poteva anche passare per una cosa parecchio sovversiva. Cos’è, pensava che fossi un analfabeta?
Scesero alla rotonda di collegamento del livello successivo, e Dano si appoggiò alla ringhiera, pigramente, guardando giù nella tromba illuminata mentre la rotonda girava, portandoli attraverso i settori. Rimasero in silenzio per un po’, fino a che non arrivarono all’ascensore del settore giallo. Passarono sulla cornice fissa. Dano tirò fuori la sua tessera, compose un codice, sistemandosi con disinvoltura fra la tastiera e Nikla, e l’ascensore si aprì subito. Entrarono e Nikla avvertì la presa degli smorzatori inerziali. Un ascensore ad alta velocità, dunque. Una spia verde lampeggiava ogni volta che attraversavano un’interfaccia.
Quando il silenzio cominciò a pesare, Nikla sospirò e disse: — E di che cosa si occupa, oltre che di poesia del Tardo Imperiale?
— Di pestare la gente a sangue — rispose Dano con naturalezza. — Non le hanno detto che cosa faccio?
Nikla pensò che era andato a cercarsela. Cavolo, ma dove stava con la testa? Dano era uno che poteva ammazzare la gente senza doverne rendere conto a nessuno, e lui continuava a stuzzicarlo. Essere nervosi non era una buona scusa per comportarsi da stronzi.
— Lo so che cosa fa. — Si passò una mano sulla fronte. — Non voleva essere una provocazione.
Dano gli scoccò un’occhiata, poi guardò a terra. — Mi scusi — disse. — Lei è a disagio con me, io sono a disagio coi civili.
Nikla fece un gesto generoso con la mano. Stava immaginando come, se fosse ancora stato su Asgro, avrebbe potuto ammazzare questo giovane carnefice dei suoi compagni. A disagio coi civili? E perché no? Qui c’era un civile che gli avrebbe volentieri tagliato la gola.
Dano gli scoccò una seconda occhiata e fece una specie di sottile sorriso. — E per quanto riguarda i poeti del Tardo Impero — aggiunse. — Non è poi così strano. Sto preparando gli esami di diploma, e ho una memoria eidetica.
— Una memoria eidetica? Davvero?
Dano piegò la testa di lato. — Vuole sapere quali erano gli altri titoli dei libri sul suo comodino? Le macchine del tempo, di Terian Osprati, i sonetti di Shakespeare, il Mercurio della settimana scorsa, due vecchi numeri della Gazzetta, del Primo e del Quarto scorsi, e una tesi di laurea, credo, intitolata Teoria del Paradosso.
— Come diavolo fa a sapere che erano i numeri del Primo e del Quarto?
— Ho visto i titoli. La leggo anch’io la Gazzetta.
— Dev’essere una cosa molto utile. — Nella sua professione, aggiunse fra sé.
Dano scrollò le spalle. — Qualche volta è scomodo — disse. — Com’era Le macchine?
— Troppo lungo. A me era piaciuto più I Mai Immobili.
— Quello del villaggio siita dove piano piano diventano tutti vampiri?
— Quello.
— Acuta critica sociale — fece Dano. A Nikla parve che la sua voce grondasse sarcasmo, ma era difficile dire. Secondo lui, Dano era in grado di fare grondare sarcasmo anche da “Passami il sale”. — Poteva mettersi nei guai, con quello.
— Come sarebbe acuta critica sociale? Era un racconto di vampiri!
Dano sollevò le sopracciglia. — Vabbe’, se lo dice lei — disse. — Sarà deformazione professionale mia, vedere politica da per tutto. — Le porte dell’ascensore si aprirono.
Nikla guardò fuori, ma era tutto buio. C’era odore di ozono, e un aroma strano e dolciastro nell’aria.
Dano stava annusando l’aria. — Fa impressione, eh? — disse.
— Impressione?
Dano si voltò. — E’ successo il finimondo qua dentro, sa, quando c’è stato l’incidente. Hanno pulito quando l’hanno ripressurizzata, ma il sangue si sente ancora. Bisogna chiamare di nuovo quelli delle pulizie. — Si inoltrò nelle tenebre con passo sicuro, e Nikla sentì uno scatto. Le luci si accesero. Dano era accucciato accanto ad un pannello aperto nella paratia. Davanti all’ascensore, un corridoio curvo, illuminato da lunghe strisce fluorescenti verticali che si aprivano nelle pareti nere. Di fronte a loro si aprivano due porte massicce, con una scritta gialla. Sharides Ardeni Tyrox Ojrdal, diceva. Servizio di Polizia e Difesa di Tyros, in siita.
— Sangue?
— Sì, questo posto si è scosso come un barattolo, sa...
— Me l’ha già raccontata Faraniy questa storia — interruppe velocemente Nikla.
— Ah — fece Dano. — Faraniy però mica era qui.
— Lei sì?
Dano annuì. Inserì la sua tessera in un’altra serratura. Le porte si aprirono, e Nikla vide un corridoio dritto, illuminato dalle solite strisce verticali. A destra e a sinistra si aprivano delle porte. A metà circa del corridoio si intravedevano due rampe di scale che scendevano con una curva dolce.
— E come mai non è finito a far da pittura sulle pareti?
Dano rise. — Ah, ma io ero giù.
— Giù?
Stavano percorrendo il corridoio, e Dano fece un gesto verso le rampe di scale. — Questo e’ il livello amministrativo. Laggiù ci sono le celle. Sono agganciate ad una sezione separata del sostentamento vita e si possono isolare. Proprio perché in caso di evacuazione fare uscire i prigionieri non è una cosa rapidissima.
— Molto umanitario.
— Vero? Comunque, io ero lì dentro. Qualcuno deve pur andare ad aprire le celle in questi casi. L’unica cosa che mi poteva ammazzare lì erano i prigionieri. Qualcosa non va?
Nikla si era appoggiato alla parete. Strane, le cose che riescono a oltrepassare la tua guardia, anche quando ti senti duro come il ferro. Pensi a tutti i tuoi compagni morti, e a questo giovane assassino che si è salvato perché stava... come se facesse una qualche differenza. Una risata, ecco cosa dovresti farci sopra.
— Un capogiro, tutto qua.
— E’ l’atmosfera. Arriva da sopra ma l’impianto di ricircolo qui non funziona ancora. Appena mi riattiva i sistemi glielo accendo. — Dano intrecciò le braccia. Sembrava, non nervoso, ma impaziente. Nikla socchiuse per un attimo gli occhi. Sì, Nikla. Riattivagli i sistemi. I sistemi. — Andiamo?
— Sì.
In fondo al corridoio Dano aprì un’altra porta. Questa volta Nikla lo vide bene, il codice. Non aveva la memoria perfetta di Dano, ma quando era necessario, sapeva ricordare bene anche lui.
Dano lo scortò dentro una stanzetta piccola, nella quale troneggiavano due sedie per l’input diretto. Nikla sospirò, salì su una delle due e si calò il casco sulla testa. Dano sparì dalla sua vista e si ritrovò al buio, fra le sagome virtualmente assenti dei sistemi inattivi del settore. Nikla tese le sue mani di ingegnere nel buio, e la luce fu.
E nella luce, Nikla vide tutto molto bene: le loro celle, i loro sensori, i loro strumenti. E non fu più tanto facile sentire che non aveva altra scelta che farli funzionare tutti di nuovo, perché loro potessero usarli.
Gli scatoloni erano ammucchiati in disordine nella stanza — soggiorno. Wivo li aveva preparati in fretta e senza nemmeno preoccuparsi di escogitare qualche sistema per ricordarsi cosa c’era in ciascuna scatola. Il cielo solo sapeva se e quando li avrebbe riaperti. Per adesso stava disfando le valige.
— Perché non dovrebbe essere una sistemazione definitiva? — chiese suo fratello, guardando fuori dalla finta vetrata che dava sulle finte stelle, seduto sulla scrivania di legno.
Le avevano messo a disposizione un alloggio lussuoso, grande esattamente come quello di Creyna, che era il Comandante della Stazione, e arredato con mobili preziosi.
— Lo sai benissimo, perché — rispose, irritata, appendendo un paio di pantaloni. — Hay, ma ne dobbiamo parlare proprio adesso?
Creyna scrollò le spalle. — Non lo so affatto — disse in tono neutro.
Wivo si voltò a guardarlo. — Perché se avessi voluto servire nell’Esercito di Tyros, mi sarei arruolata, ecco perché.
Creyna la guardò con un’espressione lievemente ferita. — Saremmo vicini. Ci potremmo vedere più spesso. Dopo tutto, né tu né io abbiamo un famiglia all’infuori l’uno dell’altro, non è così?
Wivo lo fissò, le mascelle contratte. — Tu hai il Clan.
— Oh avanti, Queyar.
— E Vanja.
— Oh, quello è un discorso... è un discorso lungo e complicato.
Wivo si lasciò sfuggire un lungo, stanco sospiro. Non aveva voglia di discutere con suo fratello. C’erano troppe cose che non erano mai state dette, fra loro, nonostante tutto. Le sarebbe piaciuto sapere se Creyna immaginava, per lei, una vita di castità e solitudine, qui su ARRAS, o se stava cercando di dirle che qui, in questo luogo bizzarro dove la disciplina della Flotta incontrava la tolleranza di una comunità chiusa e solidale, avrebbe potuto essere più libera di quanto sarebbe stato possibile su Tyros. O se soltanto si sentiva solo.
— Hayderad, non voglio restare quassù. Punto e basta. Cercherò qualcosa su Tyros. Hai casa anche lì, dopo tutto. Passi quasi altrettanto tempo laggiù che qua.
— Tyros è un pianeta. Potrebbero assegnarti nell’emisfero opposto a dove vivo io.
— Hay, sono un medico, non un soldato. Nessuno mi assegna da nessuna parte. Mi offrono dei posti di lavoro e io dico sì o no.
Hayderad Creyna scosse di nuovo le spalle. — Perché non hai chiamato Vanja quando le cose hanno cominciato a mettersi male? Lei avrebbe potuto aiutarti.
— Ne dubito — rispose freddamente, finendo di sistemare due camice su una gruccia, l’una sull’altra. Era un alloggio di lusso, ma nemmeno qua sembravano esserci abbastanza appendini. — Ehi — disse in tono diverso — è una meraviglia questo appartamento. A due porte dal tuo. Chi hai fatto buttare fuori per farmelo avere?
— Il generale Akela — fu la risposta, in tono funebre. — Lo abbiamo buttato fuori questa mattina in una cassettina di piombo diciotto per quindici, come tutti gli altri.
Wivo si fermò con l’appendino in mano. — Cosa?
— Era il comandante della SATO quassù. Le griglie laggiù sono impazzite. Lo hanno grattato via dai muri.
— Qui dentro? — chiese Wivo, allarmata.
— No, giù da basso. Nella sezione della SATO. — Pausa. — Be’, me lo hai chiesto tu.
La porta suonò nel momento esatto in cui Creyna aveva cominciato a lavorare ai pannelli olografici della sua camera. Sospirò profondamente. Queyar. O Zai. O qualche cosa di veramente grave era successo... ma no, lo avrebbero chiamato all’impianto cocleare.
— Chi è? — disse, allungandosi per toccare i comandi vicino alla porta della camera da letto.
— Nicolas Degras.
C’era qualcosa di strano nella voce del centrale, una tensione appena trattenuta. Creyna sollevò un sopracciglio. Era sempre un tipo pieno di sorprese, Nicolas Degras. Che cosa aveva ora?
Azionò il comando di apertura e si alzò in piedi, lasciando il pannello di controllo aperto sotto la parete olografica e gli strumenti sparsi in giro. Si sporse sulla soglia, un cacciavite ancora in mano.
Degras entrò e si fermò poco davanti alla porta, le labbra strette, e lo fissò negli occhi. Non erano tanti quelli che avevano il coraggio di fissarlo così, con quella espressione. Creyna incrociò le braccia.
— E’ stata una specie di prova? — esordì Degras, la voce tesa e quasi spezzata. — Per vedere quanto vi potete fidare di me?
— Mi scusi?
Degras respirò a fondo. — Chiamarmi per la SATO. Mandarmi Dano a portarmi giù. E’ stata... — socchiuse gli occhi. Sembrava fare fatica a parlare. — E’ stata una specie di prova?
Creyna si appoggiò allo stipite. — Oh — disse.
Degras si mise una mano sulla fronte.
— Lei... — cominciò Creyna. Esitò un attimo, cercando le parole. Dano era molto bravo nel suo mestiere, uno dei migliori di Tyros, ma non era prudente lasciarlo vicino a dei civili. Si faceva prendere la mano. — Dano le ha detto qualcosa che l’ha... spaventata, o cose del genere?
Degras scosse la testa. — Non ho vissuto nella bambagia finora, Comandante. So che cosa fate laggiù. Dano non ha bisogno di dirmi proprio niente.
— Se non ha vissuto nella bambagia finora, e sa che cosa facciamo laggiù — riepilogò Creyna in tono calmo e ragionevole — non riesco a capire perché sia così sconvolto.
Degras non rispose, ma esalò un respiro amaro, di esasperazione, e si voltò per andarsene. Creyna si scosse e lo raggiunse, prendendolo per un braccio. Sentì, sotto la sua mano, i muscoli del centrale che si irrigidivano.
— Nicolas — disse. — Che cosa succede?
Degras voltò quegli occhi azzurri e limpidi su di lui. — Lei pensa che sia la stessa cosa sapere e sentirsi... sentirsi complici? — Fece una smorfia. — Ho riattivato tutti i suoi sistemi, laggiù. Tutto funziona alla perfezione. Se era una prova, spero di averla passata. Ma non sta scritto da nessuna parte che debba piacermi. — Attraverso la mano, Creyna lo sentiva leggermente tremare.
Creyna chiuse gli occhi per un momento. — D’accordo — mormorò. Riaprì gli occhi. — Mi dispiace. No. Non era una prova. Avevo bisogno di qualcuno che lo facesse, e so che tu sei bravo. Non ho pensato che potessi avere qualcosa in contrario.
Gli lasciò andare il braccio. Per un momento si fissarono in silenzio e Creyna pensò se era mai, in vita sua, stato innocente in questo particolare modo. Ma no, era nato diverso da Degras.
— Io sono un soldato, Nicolas, lo sono sempre stato. Un soldato della Cirte. Ho vissuto accanto alla violenza fisica e il dolore e la morte fino da quando ero molto piccolo. Non ho pensato che per te potesse essere diverso. Mi dispiace. Ci si dimentica... ci si dimentica quella che è la vita normale degli uomini e delle donne, in pace, fuori da qui, fuori dalla Cirte. Ma, Nicolas...
Creyna sorrise, un sorriso storto. — In quanto a essere complice, lo sei sempre stato. Lo sei stato quando hai vissuto in pace e tranquillo sul Centro, andando alla tua Università, perché sono io che la proteggo e le permetto di continuare a esistere. Lo sei sicuramente stato da quando hai accettato di venire qui, di lavorare su ARRAS e per me. — Scrollò le spalle. — Io lavoro per il tuo governo, per la tua patria, per te e in tuo nome, Nicolas. E a meno che tu non prenda le armi contro di me per combattermi, di tutto quello che faccio, che tu lo approvi o no, tu sei complice.
Degras scivolò su una seggiola, e si prese la faccia fra le mani. — Ma non è detto che mi debba piacere — ripeté.
— Non piace troppo neppure a me — sussurrò Creyna. — Non mi piace ammazzare e non mi piace fare arrestare la gente e la Signora sa che non mi è piaciuto fare quello che ho fatto sui Pianeti Esterni. — Sciolse le mani e usò il cacciavite per grattarsi la fronte. — Stavo riparando i controlli della camera. Ti dispiace se continuo?
Degras alzò lo sguardo su di lui. — Avevo degli amici all’Università... — cominciò.
Creyna tornò a sedersi a gambe incrociate accanto al pannello. — Tutti abbiamo avuto degli amici all’Università — disse sbirciando fra i circuiti. — Io li avevo a Chashanna.
— ...che sono stati arrestati — finì Degras, alzandosi e venendo verso di lui.
— Sì, lo so.
— E probabilmente sono finiti qua.
Creyna non alzò la testa. — No. E non ci sarebbero arrivati comunque. Qui non arrivano gli attivisti delle organizzazioni clandestine universitarie, Nicolas, qui mandano gente seria. Esterni. Gente che si occupa di lotta armata. Non i tuoi compagni. — Si girò a guardarlo. — Come ho detto, non piace nemmeno a me, Nicolas. A me probabilmente piace meno che a te, io so cosa gli succede. L’ho visto. L’ho fatto. Credimi. Se fosse possibile, io sarei il primo a farne a meno.
Degras piegò la testa sullo stipite, e rimase in silenzio. Creyna appoggiò il cacciavite.
— Quando avevo la tua età — disse a voce bassa — ed ero su Meseian, interrogavamo sotto tortura i prigionieri di guerra. Lo facevano prima che arrivassi io, ma io non l’avevo mai fatto, sulla Cirte lo si fa ai criminali, non alla gente che combatte per il suo paese, e anche allora, è diverso. E’ tutto diverso sulla Cirte. — Si strinse nelle spalle. — Ma sapevo... so come fare la guerra, Nicolas. Sono un buon comandante. Un ottimo stratega. E un buon comandante usa gli strumenti a sua disposizione, perché se vuole salvare il suo esercito e il suo paese, è questo che deve fare. All’inizio suppongo di averla trovata una cosa terribile, ma anche uccidere è una cosa terribile, anche bruciare i campi e le case del nemico, anche minare i ponti e far saltare le fabbriche, e ci si adatta, dopo un po’. Ci si adatta facilmente. In guerra ci si adatta con incredibile facilità a fare certe cose, Nicolas, e spero che tu non lo debba scoprire mai.
Riprese il suo cacciavite. — Dopo un po’ mi hanno mandato via, perché gli uomini impazzivano laggiù e io sono un uomo come tutti. E poi la guerra è finita, e quando Laney ha deciso di militarizzare la polizia politica mi ha chiamato, perché avevo il miglior reparto di intelligenza di tutti laggiù, e addestravo gli uomini che facevano gli interrogatori. Come ho detto, io sono un soldato, Nicolas, e se mi danno un ordine non sta a me decidere se dev’essere eseguito oppure no.
— Un soldato resta pur sempre un uomo — bisbigliò Degras.
— Oh ma non un Say, Nicolas. Se gli togli l’uniforme rimangono pur sempre, sotto, la carne e il sangue, e sono carne e sangue della Cirte. Ma se anche fosse...
Le quattro pareti olografiche lampeggiarono, mandando una luce bianca e accecante che vibrava e ronzava. Degras si coprì gli occhi con un grido e Creyna ritirò la mano con un’imprecazione dal pannello di controllo. I lampi cessarono. Creyna sibilò fra i denti — Non era quello — e tornò a manovrare, cautamente, dentro il portello. Dopo un attimo, riprese a parlare.
— Io approvavo le decisioni di Laney. Non che faccia differenza, ma ero contento che fosse andato al potere, e sono stato contento che l’abbia mantenuto a ogni costo. Anche sciogliendo il Parlamento. Sono contento che questo paese abbia un governo stabile. Nicolas, io sono abbastanza vecchio da avere visto la Rivoluzione.
Ci fu un brusio elettronico e l’immagine del cielo stellato balzò sulle pareti della camera, tutte e quattro. Improvvisamente, era come se Nicolas e Creyna fossero sospesi nello spazio. Creyna lanciò uno sguardo alla parete davanti a sé e poi riprese ad armeggiare.
— Ero sulla Cirte quando il governo rivoluzionario decretò il blocco. Ho sepolto amici e parenti quando avevo meno di otto anni. Ho visto gli adulti morire di fame per dare da mangiare a noi bambini. Ho visto i bambini morire di fame. Ho mangiato i cani di Tar Azyl e poi i gatti di Tar Azyl e poi i topi di Tar Azyl, e alla fine ho mangiato i cadaveri dei cittadini di Tar Azyl. Quando non ci è rimasto altro abbiamo mangiato i nostri morti. Io ho mangiato carne umana prima di compiere dieci anni, Nicolas.
Richiuse il pannello di controllo e si appoggiò con un gomito su un ginocchio.
— Sono un Say, servo la Cirte, ricordo la promessa di Hanvard. E ho intenzione di mantenerla. Ma ho visto cos’è una guerra civile, ho visto cos’è una rivoluzione, e Nicolas, farei qualunque cosa, qualunque cosa, per non vederlo succedere di nuovo.
Sollevò lo sguardo. Degras guardava a terra.
— Però non sta scritto da nessuna parte — sussurrò Degras — che le debba piacere.
Creyna fece una smorfia. — No. Ma non fa molta differenza, vero?
Nikla Kimaxi alzò gli occhi, passando per un attimo su quelli aperti, sinceri e stranamente vulnerabili del suo nemico, l’assassino della sua famiglia e dei suoi amici, l’uomo che aveva sconfitto e distrutto tutto ciò che lui aveva ritenuto caro, e perdendosi nelle profondità dello spazio stellato. — La fa per me — disse, con una certa malinconia. Abbassò lo sguardo. — Mi spiace… se l’ho costretta a ricordare cose spiacevoli.
Creyna scrollò le spalle. — Sono scritte su tutti i libri di storia — disse, chiedendosi se anche quello che aveva taciuto, e che risiedeva nel luogo più profondo e dolente della sua memoria, fosse scritto in qualche libro di storia. Probabilmente sì: dopo tutto, non era un segreto chi erano stati i membri del governo rivoluzionario, da dove venivano e che fine avevano fatto.
Pioveva su Starcity, una pioggia fredda e sottile che cadeva da un viscido cielo grigio, pesante sulla città. Non era un bel posto nemmeno col sole, nemmeno nel caldo opprimente e umido dell’estate, ma in quel miserabile grigiore era peggio. Twony arricciò il naso e cercò di trattenere il fiato. No, Starcity non era un bel posto, specialmente in quella parte, la più misera e degradata, della immensa città—baraccopoli—conglomerato che ricopriva tutta la poca terra emersa del pianeta.
E una bella, fertile, ricca terra era stata quando i terrestri l’avevano scoperta, all’inizio della loro espansione. Una delle loro colonie più promettenti, tanto che non avevano mandato militari a stabilirla, fanti di marina come sulla Cirte, veterani e profughi, no, avevano mandato civili, civili che avevano chiesto di andare, a cui era stato assicurato un viaggio gratuito e un lavoro e che non avevano fatto troppe domande, per loro disgrazia, sulle condizioni a cui avrebbero lavorato.
Quando l’espansione era cessata e i nodi avevano cominciato a venire al pettine, e la Terra si era ritirata senza darsi troppo pensiero dei suoi figli dispersi, alcuni si erano ritrovati abbandonati su un pianeta nemmeno del tutto terraformato, com’era stata la Cirte allora, senza risorse e senza aiuti. Altri si erano trovati in una colonia ricca… ma senza la protezione di un governo.
I Cirtiani avevano reagito con l’ammutinamento e il massacro dei loro ufficiali, e con secoli di lotte razziali. Ma ad un certo punto si erano spogliati della loro identità, della loro lingua, della loro religione, di tutto quello che li poteva dividere, e avevano finito per forgiare una coesione così forte, una società così compatta, da diventare la maggiore potenza economica e militare della Galassia. Avevano deliberatamente cancellato dal proprio genotipo ogni caratteristica fisica che potesse ricordare una razza. Erano diventati bianchi per eliminazione quanto possibile radicale del gene che codificava la melanina — e non senza rabbia. Si erano inventati una lingua artificiale. Avevano continuato a porgere rispetto formale alle religioni che si erano portati dalla Terra, ma ponendo sopra a tutto la loro fede in sé stessi. Erano partiti militari e lo erano tornati, ma in modo molto più radicale. Erano tutti uguali, simili a quelli che li avevano traditi; erano senza radici se non in quel suolo nuovo e arido; erano forti, e se nessuno di loro era libero, nemmeno nell’intimità della propria mente, era perché l’unione che aveva garantito la loro sopravvivenza doveva essere perfetta. Avevano abbracciato un sistema di controllo sociale di assoluta ferocia fisica. Erano forti e giusti, e molto pericolosi.
Tutto sommato, avevano usato bene la loro forza. Si potevano rimproverare molte cose alla Cirte, ma di certo non di disprezzare il valore della solidarietà umana. I Say erano solidali con il resto dell’umanità con volontà ferrea e disciplina assoluta, che il resto dell’umanità lo volesse o no.
La disciplina militare è un sistema che funziona, a modo suo, pensò Twony alzando gli occhi alla pioggia. Non era stato un cattivo governo quello del Centro. Se non si era troppo schizzinosi. Se non si pretendevano cose irragionevoli, come la libertà di pensiero, e se non si era troppo turbati dal sangue.
Starcity, con il suo nome altisonante e ancora terrestre, aveva sofferto apparentemente meno della Cirte. La colonia era autosufficiente. La popolazione non era crollata come altrove — ancora adesso, con i suoi venti miliardi di abitanti, Starcity era il pianeta più densamente popolato di Tyros.
Ma Tyros ne avrebbe volentieri fatto a meno. Perché erano diventati lupi, gli uomini su Starcity, i forti alla gola dei deboli. La colonia, ricca, popolosa, produttiva, si era trasformata presto in una società polarizzata, di grandi ricchezze e vaste povertà, un sistema di clan che si combattevano o si alleavano senza che l’immensa e impotente forza lavoro che li manteneva potesse intervenire o riscattarsi. Per secoli non c’erano state garanzie, protezioni, limiti. La Cirte non riconosceva il valore della libertà; su Starcity la libertà era totale. La libertà di disporre della vita altrui. Un sistema che funzionava anche questo, a modo suo.
Quando il Centro era arrivato sulla scena non era riuscito a domare Starcity. Non era a volte riuscito a imporre la legge, né a spezzare il potere dei signori di Starcity, che producevano astronavi, e macchinari, e manufatti, di cui il Centro aveva bisogno. Tyros ora si trovava in una situazione simile. Starcity era un buco nero, povero e disperato, ma anche molto ricco e influente: incontrollato e incontrollabile. Al centro di tutti i traffici illegali che percorrevano Tyros, e alla periferia di ogni preoccupazione tyrosiana. Un soldato tyrosiano in uniforme, solo, sarebbe stato accoltellato in piena luce senza che qualcuno gli dedicasse una seconda occhiata. Un soldato della SATO sarebbe stato linciato, anche se non fosse stato solo.
Un Esterno poteva scamparla, se stava attento.
Nella sua vita clandestina, Twony aveva camminato spesso per le strade fangose di Starcity, le strade dove l’asfalto era marcito e le fogne si aprivano all’aperto, sullo sfondo le rovine dei palazzi delle Compagnie Coloniali, o delle case popolari che Tyros costruiva di quando in quando. Oppure, voltato un angolo, avevo costeggiato i fianchi lucidi delle fortezze dei Signori della Fratellanza. A modo suo, anche Starcity era anarchico.
Da bambina si era chiesta perché non se ne andavano, i disperati di Starcity, annidati nei quartieri miserabili in attesa di poter vendere il loro lavoro per meno di quanto era necessario per vivere. Perché non scappavano? Ma naturalmente, cercavano di farlo. Solo che Tyros voleva contenere il bubbone: i permessi di viaggio non venivano concessi, andarsene senza permesso era difficile e costoso, e una volta arrivati fuori si sarebbero trovati in una Galassia che parlava una lingua diversa dal corrotto inglese che Starcity aveva conservato dal suo passato terrestre, e dove erano necessarie capacità che nessuno gli aveva mai insegnato.
Pioveva ed era una giornata triste, e faceva freddo, e la città era brutta. E a lei non faceva piacere versare soldi nelle tasche dalla Fratellanza. Ma non aveva molta scelta. Camminava da sola per le strade fangose.
Avevano voluto che lei andasse sola e alla fine, dopo avere trattato troppo a lungo, per stanchezza ed esasperazione aveva acconsentito. Aveva messo Yokai sul tetto fuori dall’edificio, cadente, del vecchio Mercato Coperto della Santa Mercedes, con un fucile di precisione in mano. Ed era andata.
Thuien Twony Chashanna, che d’altra parte era abituata ai rischi, si era consegnata completamente indifesa all’Orsa Maggiore, la maggiore e peggiore delle Fratellanze di Starcity.
All’entrata, accanto alle strisce di plastica pesante che in parte ancora ostruivano l’ingresso dei trasporti pesanti, le avevano chiesto di consegnare la pistola.
Lei gli aveva teso la Kuroda. Aveva pensato di venire senza, ma gli starsiti rispettano chi porta armi. Più grosse sono, meglio è. La Kuroda era l’arma più imponente che avesse mai avuto fra le mani.
Erano in tre, vestiti di nero, nella migliore tradizione della mafia starsita. Il capo era un ragazzo, non alto, snello, elegante in quel modo truculento che avevano loro, vestito di velluto nero e gli occhi nascosti, anche in una giornata coperta e grigia come quella, da lenti scure. Portava un auricolare all’orecchio e una fondina sotto l’ascella, e su un angolo degli occhiali scuri era montato un sensore che la fissava con il suo minuscolo occhio rosso. Non poteva avere più di diciott’anni.
Voltò la testa prima da una parte e poi dall’altra, con un movimento curioso, meccanico, poi disse: — Devo perquisirla.
Twony alzò le braccia, rassegnata. — Accomodati — invitò. Alzò lo sguardo, vedendo la struttura di cemento e vetro, sventrata, sopra di lei, fasci di luce polverosa nel buio e macchinari misteriosi, rotaie e paranchi arrugginiti nell’oscurità.
Cosa immaginava che avesse? Armi di plastica, che potevano sfuggire a quel sensore? La Dikea non se le poteva permettere. Il giovane starsita le si avvicinò e la perquisì velocemente, nervosamente, come se non avesse voglia di toccarla. Twony fece un mezzo sorriso. Avevano paura di loro. La Dikea poteva fare molto male, quando voleva.
Il ragazzo si voltò, fece un gesto ai suoi due uomini, poi tornò a voltare il volto curiosamente anonimo, nascosto dagli occhiali e incorniciato da capelli nero—bluastri, quasi orientali. Le disse: — Mi segua.
Twony lo seguì.
Sopra di lei si aprivano finestroni enormi, ma erano alti, e giù, dove lei si trovava, faceva buio. E nel buio era rimasto il gelo della notte. Il terreno era ghiacciato, fango solido che le scricchiolava sotto le scarpe. Aveva freddo, ma le sue mani erano sudate. Solo quando avesse visto Azabi in persona si sarebbe sentita al sicuro.
Attorno a lei si stavano radunando le ombre. Non le ombre gelate della notte starsita rimasta intrappolata là dentro... Ombre umane. Quiete e silenziose, in attesa.
Twony si fermò. Il ragazzo che l’aveva perquisita non era più accanto a lei. Le era scivolato dietro. Le ombre erano molto più vicine. Twony chiuse gli occhi, inghiottì, e sentì qualcosa di freddo e disperato chiuderlesi sullo stomaco.
No. No, non era possibile. Non doveva succedere, non sarebbe dovuto succedere mai.
Almeno non qui. Non su Starcity, le cui strade fangose aveva percorso più di quelle del suo pianeta natale. Starcity che era terreno meno ostile per loro che per la SATO. Starcity di cui si era fidata, per quanto poteva fidarsi lei di qualcosa.
Erano tutto attorno a lei adesso. Sembravano essere arrivati senza fare rumore, come comparsi dal buio. Erano bravi. Lei lo sapeva. Erano bravi almeno tanto quanto loro. Erano i commando speciali della SATO, gli uomini scelti di Creyna.
La stessa voce che le aveva parlato prima, la voce del ragazzo vestito di velluto nero, disse: — Thuien Twony, la dichiaro in arresto ai termini dell’articolo 9 del quarto emendamento della Costituzione Federale.
Twony si voltò lentamente. Guardò il ragazzo, sentì la sua voce neutra, senza accento, e annuì. La testa le girava perché, con molta freddezza, dentro di sé era giunta a rendersi conto che era morta.
Il giovane fece un gesto secco con la testa. Uno degli altri le si avvicinò da dietro e le prese le mani, senza che lei facesse resistenza, legandogliele dietro la schiena con una striscia di plastica.
Aveva ancora, da vivere, le poche decine di metri che la separavano dall’uscita, i pochi minuti che ci sarebbero voluti per percorrerli. Non provava paura. Era tutto fuori dalle sue mani. Sarebbe stato breve, e lei non avrebbe dovuto fare niente.
— Atevi — ordinò il giovane, e una donna si fece avanti con uno strumento in mano. Glielo passò davanti, dalla gola allo stomaco e poi di nuovo su. Questo avrebbe disattivato una capsula esplosiva, se la Dikea avesse potuto permettersene una. Ma tutto quello che potevano permettersi era un uomo prudente e determinato, con un fucile di precisione. Era bastato altre volte e lei era certa che sarebbe bastato anche questa volta.
La spinsero e lei incespicò in avanti, e camminò verso l’uscita. La luce, che le era sembrata tanto grigia e opprimente, le ferì gli occhi. Alzò lo sguardo, vide gli altri soldati in piedi, fuori, guardò il quartiere sporco, squallido, grigio, devastato di Starcity dove sarebbe morta e cercò di ripensare a Chashanna, a giorni di sole e di vento dal mare, di dimenticare l’odore delle fogne che scorrevano qui accanto. Non avrebbe mai saputo come sarebbe andata a finire. La guerra. La vita. Ma è sempre così, non è vero?
Era sudata. Si era fermata e il giovane tyrosiano la spinse di nuovo, con un ringhio basso. — Muoviti, puttana.
In asgro.
Dov’era Yokai?
La prese il panico. Si voltò con tutta la sua forza e si buttò a testa bassa contro la donna che si era avvicinata sulla sua destra. La buttò a terra. Se avesse avuto le mani libere, l’avrebbe uccisa. Avrebbe dovuto muoversi quando ancora poteva. L’avrebbero immobilizzata comunque, ma avrebbe potuto ucciderne un paio.
— Yokai! — urlò, dimenticando la prudenza per la prima volta in non sapeva quanto tempo. E poi di nuovo, mentre le cadevano addosso, prima che un calcio le stappasse il fiato: — YOKAI!
La colpirono con ferocia, perché erano i commando speciali e odiavano gli Esterni, ma sapeva che non l’avrebbero ammazzata. Il giovane, il comandante, si era tolto gli occhiali e mostrato occhi neri sfavillanti di gioia ed eccitazione. Ce l’avevano fatto, l’avevano presa, l’operazione era andata a meraviglia, liscia come l’olio e oh no, non l’avrebbero uccisa di certo, c’era ben altro che l’aspettava.
Con la bocca insanguinata riprese a gridare, a urlare in asgro, indistintamente — SPARA PER CARITÀ YOKAI SPARA TI PREGO SPARA SPARA SPARA...
Ma Yokai non si vedeva. Oh Signora pensò l’hanno preso l’hanno preso hanno preso anche lui o l’hanno ucciso oh Signora no ti prego. No Yokai no. Ti prego.
La stavano sollevando, trasportando, una voce acuta urlava: — Via, via, via! Via di qua! Atevi, Eterin, Tuonnanni, copriteci! Dov’è l’elicottero? Ash dov’è quel cazzo di elicottero?
Lottava. Le misero qualcosa sugli occhi, qualcosa di adesivo e freddo, che la rese del tutto cieca. Urlava ancora, tanto che non sentì il rumore dell’elicottero fino a che non sovrastò tutto, il suo cuore, il suo terrore, il rumore della pallottola che non arrivava, la nausea. Il nero sostituì il rosso davanti alle sue palpebre. Movimento. Pavimento freddo. Oh Signora, oh Signora, oh Signora.
Smise di urlare, ansimando sul pavimento freddo, sapore salato di sangue in bocca, gola che doleva. Yokai non aveva potuto o voluto sparare. L’aveva lasciata vivere. L’aveva lasciata a Creyna viva.
Gerd Hillaree correva alla cieca, il fiato che gli bruciava in gola, e gli sembrava che quello fosse il giorno peggiore della sua vita, anche se ovviamente non era vero. Gli impianti erano abbastanza buoni da permettergli di muoversi anche in un ambiente sconosciuto come se ci vedesse, ma non correndo, non salendo le scale con un fucile a tracolla, non sentendo che tutto gli crollava attorno. Attorno a lui ombre grigie e verdi ruotavano, appiattite sullo sfondo, e gli sembrava fortuna più che altro non essere ancora caduto, rotolato fino in fondo alle scale, avvolgendosi nel fucile e sparandosi.
— COSA È SUCCESSO? — urlò, o cercò di urlare, perché la voce gli si era tagliata in gola. Yokai era accucciato sotto la finestra, immobile, il fucile di precisione ancora in mano. Non gli rispose.
Dietro di loro Thay Aral entrò nella stanza polverosa, anche lei correndo. — Yokai — disse, con un tono che diceva tutto.
— L’hanno presa — disse Yokai con una voce piccola piccola.
— Perdio, Yokai — disse Aral. — L’ho capito questo. — Thay Aral prese fiato. — Hanno tagliato tutto il traffico in partenza da Starcity, civile, militare, hanno tolto questo intero maledetto pianeta dalla rete, hanno spento i relay.
Yokai alzò la testa verso di lei, come se non capisse.
— Yokai — spiegò Gerd, rauco. — Non possiamo avvertire quelli sulla Decima Luna.
Yokai non reagì. Gerd cercò, con la testa che gli girava e un gorgo acido che gli saliva in gola, di tenersi calmo. — Eri tu che dovevi sorvegliarla l’ho vista io uscire da lì, era in piena linea del fuoco per l’amore del cielo Yokai perché non hai sparato? Perché non l’hai uccisa?
Yokai spostò gli occhi su di lui, e Gerd lo vide molto chiaramente, in bianco e nero, ma molto chiaramente.
— Non ci sono riuscito — sussurrò.
Gerd che non aveva mai perso il sangue freddo in vita sua questa volta crollò e Thay Aral dovette strapparlo fisicamente dal suo compagno.
Avevano continuato a picchiarla per tutto il tragitto, fino alla nave, gli uomini e le donne del commando stando semplicemente attenti a non ucciderla, il loro comandante con precisa, studiata, scientifica, feroce tecnica. Si era rimesso l’uniforme e Twony aveva visto i gradi di un maggiore della SATO. Un ragazzino in uniforme, forse neppure maggiorenne.
Sulla nave le avevano strappato la benda adesiva dagli occhi e l’avevano ammanettata nella zona cargo. Faceva freddo e lei vedeva il loro fiato uscire in nuvolette bianche a ogni risata, a ogni insulto, ogni volta che un grido o un grugnito le sfuggivano, mentre la colpivano. Avrebbe dovuto piangere e implorare, secondo Halena così avrebbe dovuto fare, e lo avrebbe fatto se non avesse avuto la lingua incollata al palato dal terrore.
Anni prima, prima ancora che lasciassero Asgro, Halena gli aveva detto cosa avrebbero dovuto fare se venivano catturati. Erano tutti innervositi e spaventati dall’argomento, così avevano cominciato scherzando, e Halena gli aveva dato corda. Ma quando aveva finito nessuno rideva. Halena era stato nei commando, prima di disertare. Ne aveva parlato con lei, una volta. Dopo l’attentato. Le aveva detto — non vergognarti a piangere e implorare, Twony, li farà contenti e sarà meglio per te. Tieni la tua resistenza quanto più puoi dentro di te. Non sfidarli.
E lei gli aveva chiesto: quante possibilità ho?
Halena l’aveva guardata negli occhi. Tu? aveva sussurrato. Di non parlare, vuoi dire?
Lei aveva annuito.
Nessuna, Twony.
Non era preparata a ritrovarsi viva. Si era preparata a morire. Si era concentrata su quello, e ora era in preda al panico. In alto mare. Non era un’esperienza comune per lei, perché era abituata a mantenere il sangue freddo, era famosa per questo, nella Dikea.
Fu il maggiore, naturalmente, a violentarla per primo. Lei sapeva che sarebbe successo e sapeva anche che l’aspettavano cose peggiori, ma non servì a molto. Sarebbe stato peggio se fosse stata la prima volta che le succedeva? No, probabilmente no. Avrebbe voluto piangere ma non ci riusciva. Li avrebbe fatti contenti piangendo? Sembravano abbastanza contenti anche così. Applaudivano e urlavano e battevano i piedi a terra, e la prendevano a calci, fra l’uno e l’altro.
A un certo punto decisero che puzzava, e la spazzarono col getto ad alta pressione che serviva a lavare il pavimento della stiva, mentre lei si dibatteva ammanettata a un tubo che correva lungo il pavimento. Non le avevano dato da bere e lei aveva tanta sete che si mise a leccare l’acqua che scorreva sul pavimento, cosa che fu fatta notare e che causò altra ilarità. Il maggiore la prese una seconda volta, ridendo e guardandola, e Twony sentì in mezzo alla disperazione una specie di vertigine. Se adesso era così terrorizzata, così impotente, che cosa sarebbe accaduto dopo? Era vero quello che Halena le aveva detto, lei lo sapeva bene. Altri più forti di lei erano crollati. Altri più forti di lei erano tornati per tradirli. Era una lotta senza speranza.
E allora, Halena? Li ho sempre combattuti, anche se sapevo che era senza speranza. Li hai combattuti anche tu, eppure lo sapevi bene quanto me come saresti finito, no? Che saresti finito attaccato a quella jeep che ti ha fatto fare tutta la strada da Terakanta a Yerkatina, non è così? Li ho sempre combattuti e li combatterò adesso, anche se so che vinceranno loro.
Con le labbra spaccate ringhiò: — Scommetto che solo così ti si rizza, vero, maggiore?
Il tyrosiano non si fermò, ma le afferrò i capelli e si chinò verso di lei. Sorrideva, ma il suo entusiasmo era annegato sul suo volto in mare di ghiaccio. Le parlò, come aveva fatto prima, in asgro, l’asgro di uno straniero, ma fluente.
— Tesoro, nessuno perderà il controllo e ti ammazzerà, qua dentro. Loro sono ai miei ordini e io sono un professionista.
— Tu — sussurrò lei — sei un pezzo di merda. Ti hanno visto che mi arrestavi. Sei un uomo morto.
Il giovane maggiore della SATO fece un bel sorriso. Si tirò indietro, si tolse un coltello a serramanico dalla tasca della giacca, lo aprì e tagliò il legaccio di plastica che le immobilizzava le mani.
Le afferrò un polso e la girò bruscamente. Poi tirò la mano in alto, con violenza. Twony urlò con tutto il fiato che aveva in gola. Tenendo la spalla sotto tensione, il maggiore tornò a penetrarla, ma lei a malapena lo notò. Sentì solo che dopo qualche tempo le scedeva di dosso. Solo allora smise di urlare.
Sentì freddo e un’ondata di brividi che la scuotevano. Shock, pensò. Aveva tutto buio davanti agli occhi. Una mano le tirò su la testa per i capelli, mentre si vomitava addosso. La voce composta di Raye Dano le arrivò da dietro.
— Può darsi, ma te ti ho a disposizione ancora per un bel po’.
Qualcuno dietro disse a voce alta — Guarda che schifo.
Dano rise. — Adesso provvediamo — promise. Le premette la faccia contro il pavimento sporco.
— Mangia — ordinò.
Capitolo 6
CARNE E SANGUE
Creyna la guardava da dietro il vetro spesso dell’accesso di sicurezza. Era un vetro, non un’interfaccia: lei era lì in carne e ossa, davanti a lui, a pochi centimetri di distanza, anche se non lo poteva vedere. Non lo poteva vedere ma probabilmente, non essendo mai stata una stupida, sapeva che dall’altra parte dello specchio c’era qualcuno che la osservava. Creyna scosse la testa. Sempre che le importasse. Guardandola, c’era da pensare che probabilmente non era così.
L’unica cosa che le avevano lasciato addosso era una maglietta verde bottiglia, macchiata di sangue scuro e bagnata. Nel viso gonfio gli occhi erano spalancati, circondati di bianco. Faceva fatica a reggersi in piedi. Ma erano ancora occhi duri quelli che gli scivolavano addosso, com’erano sempre stati, anche quando l’aveva vista per la prima volta, a Chashanna, in vicolo Galeata. Quando era ancora una bambina Esterna che camminava circondata da una grazia così intensa che sembrava ardere, come un piccolo sole nero lei stessa. Aveva l’impressione che se quegli occhi si fossero appuntati su di lui, lo avrebbero bruciato.
Creyna si strinse inconsapevole nel cerchio delle braccia conserte, come per un brivido improvviso. Non era cambiata poi tanto. I ricordi di Chashanna gli si erano abbattuti addosso come una tempesta da quando le aveva messo gli occhi addosso. No; da prima ancora. Da quando Dano gliel’aveva descritta, nel suo ufficio. Non era lei, o non principalmente lei, che vedeva adesso.
Non voltò gli occhi quando Dano entrò dalla porta sul fianco, disse — Signore — e salutò.
— Bel lavoro — rispose Creyna. — Ha detto qualcosa?
Dano scosse la testa. — Che sono un uomo morto — disse. — Aveva un appoggio, su Stracity. Credo che avesse ordine di ucciderla, ma all’ultimo momento... — si strinse nelle spalle. — Non lo ha fatto.
L’Esterna al di là del vetro vacillò e fu bruscamente raddrizzata da una delle guardie che l’avevano presa in consegna all’arrivo su ARRAS. Le stavano prendendo impronte digitali, retiniche e DNA.
— Un ragazzo con i capelli neri, alto, pelle scura? — chiese. E poi si ricordò: metà della popolazione maschile di Asgro avrebbe corrisposto a quella descrizione.
— Io non l’ho visto. — disse Dano guardando attraverso il vetro. — L’ho solo sentita chiamarlo. Yokai, l’ha chiamato.
Creyna annuì. — Yokai Kaideka. Facciamole gli induttivi.
Un cicalino. Creyna sollevò il polso. — Sì? — chiese, in tono soffice.
— Il generale Faraniy è appena arrivato, Comandante — riferì una voce dolce.
Creyna sbatté le palpebre e abbassò lo sguardo. — Gli dica che ci vediamo nel mio alloggio, fra cinque minuti. — Si passò le mani sulla faccia. — Come ti sembra? — chiese a Dano.
Dano sollevò le spalle. — Mi sembra fatta di carne e sangue, come tutti.
Creyna gli rivolse un sorriso storto. — Be’, sarà una lunga nottata. Fammi quegli induttivi, Raye, e tutti gli esami. Ci vediamo fra poco. Oh... era armata?
Per tutta risposta Dano si tolse dalla spalla lo zaino con cui era entrato e ne estrasse una busta di plastica con una pistola dentro. La porse a Creyna senza parlare. Creyna emise una breve, amara risata. — Ci avrei giurato — disse. — La mia Kuroda.
Dano lo stava guardando, perplesso e un po’ allarmato. Creyna registrò solo dopo un attimo la ragione del suo allarme.
Aveva letto il rapporto di Dano prima che la portassero dentro. Dano era uno preciso, o forse solo più inumano di altri, meno predisposto alla vergogna — lo avevano cominciato ad addestrare da piccolo, Dano — e metteva nero su bianco quello che altri lasciavano intuire, sottoposto il soggetto a violenza carnale ripetuta, eccetera, nei dettagli, in modo preciso e clinico. Non che Creyna avesse bisogno di leggerlo per sapere cosa succedeva in questi casi. Per una decina di secondi quando era arrivato a quel punto del rapporto aveva alzato gli occhi e appoggiato le mani aperte, a palme in giù, sulla superficie liscia della sua scrivania. C’era stato un tempo in cui guardando negli occhi di quella stessa persona che stava in piedi al di là del vetro aveva pensato che avrebbe ucciso con le sue mani chiunque le avesse torto un capello. Adesso quel qualcuno era lui. Dano e la sua squadra l’avevano materialmente fatto, e lui non avrebbe mai dato esplicitamente un simile ordine, ma sapeva bene che una sua mezza parola o uno sguardo sarebbero stati sufficienti a impedirlo. E questa volta non se n’era dimenticato.
Ma non aveva importanza ormai. Dopo tutto, se la faceva crollare prima, meglio così. Aveva fatto cose peggiori a Thuien Twony e altre ne avrebbe fatte.
Guardò Dano e si sentì in dovere di aggiungere: — L’ho conosciuta anni fa, su Asgro. Prima dell’occupazione. Conoscevo bene la sua famiglia. — Che modo pudico di dirlo. — Non ti preoccupare. Non è rimasta... — guardò di là dal vetro e cercò la parola giusta. — ...alcuna amicizia.
Faraniy era seduto sul divano basso, le mani in grembo e gli occhi un po’ fissi, e guardava, meditabondo, Creyna che firmava.
— Convenzionali — disse il suo Comandante allungando uno dei fogli leggermente iridati che aveva appena firmato attraverso la scrivania. Era seduto di sbieco, come faceva sempre quando scriveva. — Nucleari — spingendo un altro foglio sopra l’altro.
Zai Faraniy si appoggiò all’indietro, un braccio disteso lungo lo schienale, picchiettando piano le dita sulla stoffa rossa. Erano fogli inalterabili, e lui avrebbe dovuto conservare accuratamente quell’unica copia materiale.
— E implosive — concluse Creyna. Alzò la testa. — Se hai bisogno di scatenare una guerra a collassatori, dovrai chiamarmi.
Faraniy scoprì i denti in un sorriso non particolarmente allegro.
— Ne sei sicuro?
— Perché? Senti il bisogno indifferibile di attaccare Erte a forza di collassatori?
— Sai bene di che cosa parlo.
Creyna richiuse la penna, avvitandola con cautela, e guardandolo di sottecchi.
— No, a dir la verità no.
Faraniy lo stava fissando, pensieroso, un dito sulle labbra. Conosceva Creyna da tanti anni. Non si faceva ingannare dalla sua ferrea calma. — La conoscevi bene? — chiese.
— La conosco. Non è ancora morta.
Faraniy si limitò a voltare la testa verso di lui, aspettando.
— Sì — disse Creyna alla fine. — Sì, suppongo di sì. Perché?
— Non sarà facile per te — osservò Faraniy.
Creyna alzò le spalle. — Sono cose che non mi toccano più da parecchio tempo.
— Da quando hai ammazzato Asyt?
Ci fu un lungo silenzio. — Da molto prima — disse Creyna, con voce soffice e leggera. Stringeva in mano la penna e Faraniy notò quanto erano bianche le sue nocche. Scrollò le spalle.
— Zai — disse il suo amico, con un leggero sospiro. — Appena arrivato su Meseian, quando tu eri un sergente dei commandos e io un ex — studente di matematica, sai che cosa mi hanno mandato a fare?
— A mettere a frutto il meraviglioso addestramento di un Hellea della Cirte — disse Zai in tono cantilenante, con esattamente l